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NEW YORK 26/12/08
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A CURA DI CARLO CACCIA >> REDAZIONE redazione@intraisass.it >> LECCO-VICENZA ITALY
28 luglio 1911: Paul Preuss sale in solitaria il Campanile Basso di Brenta, senza sapere che la sua scalata avrebbe fatto scorrere fiumi di inchiostro. Severino Casara, ad esempio, ne avrebbe parlato come della «più audace e aristocratica affermazione dell'alpinismo su roccia. Mai uomo sulla montagna riuscì a soggiogare la materia, a ridurre il proprio peso alla leggerezza di un'ala, per attingere nel vuoto più vertiginoso una cima». Più prosaicamente: un'impresa compiuta con la corda a tracolla, in due ore, lungo i 110 metri della parete est (sopra lo “stradone provinciale”) della mitica guglia, superando difficoltà di IV+. La discesa lungo la stessa via, in mezz'ora, non è certa. Ma non è certo neppure che Preuss sia tornato a valle per la via normale. Di una cosa, però, siamo sicuri: tre giorni dopo il nostro è tornato sul Campanile Basso e, con Paul Relly, ha percorso a ritroso la sua via. Le sue regole, pubblicate nello stesso 1911 sul “Mitteilungen des Deutschen und Österreichischen Alpenvereins” (Comunicazioni dei club alpini tedesco e austriaco), ammettevano soltanto poche eccezioni. Il primo “comandamento” è di carattere generale e validissimo sia per scongiurare incidenti sia per evitare di trasformare la scalata (un bel gioco, in fin dei conti) in un faticoso supplizio: «Non bisogna essere soltanto all'altezza delle difficoltà che si affrontano, ma bisogna essere nettamente superiori ad esse». La seconda regola è invece, oggi ma non solo, più discutibile: «La misura delle difficoltà che un alpinista può con sicurezza superare in discesa senza l'uso della corda e con animo tranquillo deve rappresentare il limite massimo delle difficoltà ch'egli può affrontare in salita». La terza è una sana concessione: «La giustificazione dell'impiego di mezzi artificiali esiste soltanto nel caso di pericolo». La quarta è legata alla precedente e ad un certo punto, come noto, è stata bellamente tradita: «Il chiodo da roccia è una riserva per casi di necessità, ma non deve essere il fondamento di una tecnica speciale». Ecco poi la quinta che, nel bene e nel male, lasciamo liberamente commentare ai lettori: «La corda può essere una facilitazione, ma non il mezzo indispensabile per rendere possibile una salita». La sesta chiude la serie e, come la prima, merita tutta la nostra attenzione (specialmente per la sua conclusione): «Su tutto deve dominare il principio della sicurezza. Non l'assicurazione forzatamente ottenuta con mezzi artificiali in condizioni di evidente pericolo, ma quell'assicurazione preventiva che per ogni alpinista deve basarsi sul giusto apprezzamento della sua capacità». Nota finale: per altri “precetti” vi invitiamo a rileggere il post del 12 giugno scorso (www.intotherocks.splinder.com/post/20743497) e a seguirci, per non perdere argomentazioni in verità assai interessanti, anche nelle prossime settimane.
Nella foto: il Campanile Basso di Brenta. Sulla parete est, a sinistra dello spigolo Graffer (al centro dell'immagine), sopra l'evidente cengia (il famoso "stradone provinciale"), si svolge la bellissima via di Paul Preuss
EL CAPITAN: ALEX HONNOLD E SEAN LEARY SUPERANO SE STESSI E SALGONO IN GIORNATA LA SALATHÉ (IN 4 ORE E 55 MINUTI) E IL NOSE (IN 7 ORE)
Per molti sono il sogno di una vita, per loro – Alex Honnold e Sean Leary – sono una sorta di gioco, di passatempo “vivace” all'insegna delle vertigini. Stiamo parlando delle prime due vie tracciate sul El Capitan – il Nose (Harding, Merry e Withmore, 1958) e la Salathé (Robbins, Frost e Pratt, 1961) – che il 24 giugno 2009 hanno (ri)visto in azione quei due ragazzi terribili. Dunque: Alex e Sean, che neppure un mese prima avevano salito la Salathé in già incredibili 8 ore e mezza (www.intotherocks.splinder.com/post/20728767), sono tornati al cospetto della “più bella scalata su roccia del pianeta” e l'hanno liquidata in 4 ore e 55 minuti. Non contenti, una volta tornati a valle, hanno suonato la carica sul Nose e dopo altre 7 ore si sono ritrovati ancora lassù, sulla piatta sommità del Capitan, a pensare che forse non era il caso di dar retta alla filosofia del “non c'è due senza tre”e di conseguenza lasciare (come già il 27 maggio, dopo la prima corsa sulla Salathé) la Regular Route sulla parete nord-ovest dell'Half Dome ad un altro giorno. In sintesi: Honnold e Leary, in 12 ore, hanno superato 2000 metri verticali per nulla semplici, riportandoci all'exploit di Tommy Caldwell che tra il 30 e il 31 ottobre 2005, in 23 ore e 23 minuti, mise in fila in libera (sempre da capocordata) il Nose (5.14a ossia 8b+, con Beth Rodden) e Freerider (5.12d/5.13a ossia 7c/7c+, con Chris McNamara). Resta da conoscere, per confrontare seriamente i due concatenamenti, lo stile di quello di Honnold e Leary.
Nella foto (www.elcapreport.com): Sean Leary (a sinistra) e Alex Honnold si prendono una pausa dopo il record sulla Salathé, prima di affrontare il Nose durante un torrido pomeriggio
GLI AMERICANI CHRIS THOMAS E RICK VANCE PRIMA CORRONO IN SALITA E IN DISCESA LUNGO LA CLASSICA HARVARD ROUTE (1000 m, WI3/4, VI e A2) E POI, IN MENO DI 6 ORE, RISOLVONO IL DIFFICILE COMMUNITY COLLEGE COULOIR (300 m, WI5 e M7+) SULLA PARETE OVEST
Da quel luogo assurdo, la Ridge of no return del McKinley, il Mount Huntington (3731 m) appare più splendido che mai: a sinistra, nell'ombra, la parete nord; a destra, baciata dal sole, la parete ovest; in mezzo, orlata da imponenti cornici, la cresta nord-ovest. E in quella foto (a lato), scattata da Renato Casarotto durante la sua pazzesca solitaria sul Denali – era il 1984 -, la minuscola tendina rossa pare sfidare il gigante di ghiaccio e roccia che deve il proprio nome al filantropo Archer Milton Huntington (1870-1955) e che nel maggio scorso ha visto in azione, in bello stile, gli americani Chris Thomas e Rick Vance. I due amici hanno innanzitutto salito e sceso in 27 ore complessive, fermandosi appena prima della cima, la classica Harvard Route (Bernd, Hale, Jensen e Roberts, 1965; 1000 m, WI3/4, VI e A2) lungo la cresta sud-ovest. In seguito, individuata una nuova
possibilità sulla parete ovest nel settore compreso tra il West Face Couloir (Evans e Hogan, 1978, fino alla Harvard Route; Nettle e Quirk, 1989, fino in vetta; 1000 m, WI4/5) e la variante d'attacco di Joe Puryear e Mark Westman (2000; 250 m, difficoltà imprecisate) alla Harvard Route, sono tornati alla carica e hanno risolto il Community College Couloir: una linea di ghiaccio e misto decisamente impegnativa (WI5 e M7+) ma a quanto pare anche assai divertente. Thomas e Vance, seguita la non difficile sezione iniziale del West Face Couloir, ad un certo punto lo hanno abbandonato proseguendo alla sua destra e sono andati avanti per 300 metri fino a raggiungere, dopo poco meno di 6 ore di scalata, la Harvard Route in corrispondenza del cosiddetto Nose, dal quale hanno cominciato la discesa. Il Community College Couloir è dunque una seconda variante (di lusso) alla via del 1965 e, a detta di Thomas, le possibilità in questo senso sono ancora lontane dall'esaurirsi. Dal presente (e dal futuro...) per concludere torniamo al passato, ricordando che la prima ascensione assoluta del Mount Huntington, per la cresta nord-ovest, risale al 1964 e porta le firme dei francesi Jacques Batkin “Farine” e Sylvain Sarthou (in vetta il 25 maggio) e inoltre Lionel Terray, Jean-Louis Bernezat, Paul Gendre, Maurice Gicquel, Marc Martinetti e Jacques Soubis (in vetta il 26 maggio).
Qui sopra, Rick Vance in azione lungo il Community College Couloir (foto Chris Thomas, www.blackdiamondequipement.com)

Il settore destro della parete ovest del Mount Huntington. In rosso la Harvard Route (1965), in blu il West Face Couloir (1978 e 1989) e in fucsia la variante di Puryear e Westman (2000). La freccia gialla indica il probabile itinerario seguito da Thomas e Vance mentre il punto è posto in corrispondenza del cosiddetto Nose della Harvard Route, dove termina il Community College Couloir (www.supertopo.com)
AIGUILLE DU PLAN, PARETE OVEST: RIPETUTA IN GIORNATA DA NICK BULLOCK E ANDY HOUSEMAN, SUPERANDO DIFFICOLTÀ DI M6 E WI5+, LA VIA TRACCIATA TRA IL 10 E IL 14 DICEMBRE 1975, CON DIVERSI TRATTI IN ARTIFICIALE, DA PATRICK GABARROU E JEAN-MARIE PICARD-DEYME
Massiccio del Monte Bianco, anno 1975: la rivoluzione della piolet traction è in corso e in prima linea c'è un ragazzo di 24 anni, Patrick Gabarrou, che tra il 18 e il 20 maggio apre una via oggi celeberrima tra i pilastri del Mont Blanc du Tacul (4248 m), tra il 2 e il 3 agosto lascia la sua firma sulla Nord delle Droites (4000 m, con lui, in entrambe le occasioni, l'indimenticabile Jean-Marc Boivin) e poi, tra il 10 e il 14 dicembre, si infila e passa sulla Ovest dell'Aiguille du Plan (3673 m), risolvendo con Jean-Marie Picard-Deyme il couloir immediatamente a destra del pilastro solcato dalla Diretta Brown-Patey (Joe Brown e Tom Patey, 1963).
La via di Gabarrou e Picard-Deyme, caratterizzata da diversi tratti in artificiale dove il ghiaccio cede il posto alla roccia (in sigle suona così: 700 m, V/5, VI+ e A1/A2), viene ripetuta per la prima volta nel settembre 1976 da Terry King e Gordon Smith (che con Tobin Sorenson, nel 1977, ha aperto sia La scala di seta sulla mitica parete nord delle Grandes Jorasses - www.intotherocks.splinder.com/post/19829977 – sia un nuovo couloir sulla stessa Ovest dell'Aiguille du Plan) e poi tra il 6 e il 7 febbraio 1982 da Josef Nezerka e Josef Rakoncaj. Destinata a non diventare di moda (anche perché raramente in condizioni), viene quindi “riscoperta” nelle prime settimane del 2007 da Didier Jourdain e Thomas Faucheur che, nel pieno di un'altra rivoluzione (quella del dry tooling, che ha visto sotto i riflettori anche un'altra poderosa via del “Gab”: quella, stupenda, sulla parete nord dell'Aiguille Sans Nom, www.intotherocks.splinder.com/post/12217434), la salgono riducendo assai l'artificiale (due brevi tratti, A1) e sfruttando in modo inversamente proporzionale le piccozze (M6).
Ed eccoci alla primavera 2009 quando, dopo un inverno caratterizzato da copiose nevicate, la Gabarrou sulla Ovest dell'Aiguille du Plan si presenta assai “grassa” di ghiaccio e quindi veramente appetibile per Nick Bullock e Andy Houseman: coppia britannica che ben conosciamo e che per l'autunno prossimo ha già nel mirino la parete nord dell'himalayano Wedge Peak (www.intotherocks.splinder.com/post/20514330). Nick e Andy, dal Plan de l'Aiguille, risalgono il Glacier des Pélerins, si portano all'attacco della via, evitano le due lunghezze iniziali con una variante a loro giudizio più logica (seguono, in pratica, il tratto iniziale di Fin Givre di Christophe Beaudoin e Andy Parkin, del 1991) e continuano fino ad una rampa nevosa e al couloir vero e proprio, dove il ghiaccio sottile in buone condizioni permette di salire sempre in libera con difficoltà di M6 e M5+. Raggiunta la vetta, però, l'avventura è ancora lontana dalla sua conclusione, visto che la classica cresta tra l'Aiguille du Plan e l'Aiguille du Midi, che Bullock e Houseman devono seguire per raggiungere la stazione della funivia, è stracarica di neve: l'andatura è quindi piuttosto lenta e soltanto dopo 18 ore complessive di fatica i nostri eroi possono finalmente tirare il fiato e prepararsi ad un'altra avventura. Quale? Ne abbiamo già parlato: la salita della parete nord dell'Aiguille Sans Nom (3982 m), in compagnia di Ian Parnell, combinando la parte inferiore di Roulette Russe di Valery Babanov e Thierry Braguier (1997) con quella superiore della già ricordata Gabarrou-Silvy (1978, www.intotherocks.splinder.com/post/20385154).
Nelle foto: Andy Houseman (sopra) e Nick Bullock in azione sulla parete ovest dell'Aiguille du Plan (arch. Bullock-Houseman, www.scarpa.co.uk)
CROZ DELL'ALTISSIMO (DOLOMITI DI BRENTA), 27-29 GIUGNO 1949: WALTER BONATTI (19 ANNI), ANDREA OGGIONI (IDEM) E JOSVE AIAZZI (24) COMPIONO LA PRIMA RIPETIZIONE DELLA PROIBITIVA OPPIO. RIVIVIAMO L'AVVENTURA ATTRAVERSO LE PAGINE, MOLTO INTERESSANTI, DEL DIARIO DI OGGIONI
PRELUDIO. Le vie di Nino Oppio (1907-1982) la dicono lunga del loro autore, che meriterebbe un'attenta rivalutazione. Perché soltanto un autentico fuoriclasse poteva tracciare linee come quella sulla parete sud del Sasso Cavallo (Grigna Settentrionale, 14-18 agosto 1938, con Oreste Dell'Era), quella sulla parete sud del Pizzo d'Uccello (Alpi Apuane, 2 ottobre 1940, con Serafino Colnaghi), quella sulla parete nord della Punta della Sfinge (Masino-Bregaglia, 3-4 agosto 1941, con Stefano Duca), quella sulla parete sud del Corno Orientale di Salarno (Adamello, 3 agosto 1942, con Vitale Bramani ed Elvezio Bozzoli-Parasacchi) e quella sulla parete nord del Pizzo della Pieve (Grigna Settentrionale, 1943, con Vitale Bramani). Da non dimenticare, poi, il tentativo fino a 50 metri dalla cresta sommitale sulla parete sud della Marmolada (1940, via completata il 29 agosto 1964 da Claudio Barbier e Marco Dal Bianco) e infine, lasciata in fondo in quanto argomento del giorno, la via sul Croz dell'Altissimo (2339 m, foto sopra), nelle Dolomiti di Brenta: un capolavoro tracciato dal 14 al 17 agosto 1939, in 54 ore di arrampicata effettiva e usando 80 chiodi, da Nino con Colnaghi e Leopoldo Guidi. La guida del Brenta di Gino Buscaini ed Ettore Castiglioni parla di 1000 metri di sviluppo con difficoltà di VI- e A2 e riporta anche gli autori della prima ripetizione: Walter Bonatti, Andrea Oggioni e Josve Aiazzi, che colsero il successo esattamente sessant'anni fa, tra il 27 e il 29 giugno 1949, a due lustri dall'impresa di Oppio e compagni. Quei tre ragazzi terribili – Walter e Andrea avevano 19 anni, Josve 24 – si erano fatti le ossa sulle torri della Grignetta e sentendosi pronti per il gran balzo decisero di spiccarlo proprio lassù: su quell'immensa, verticale parete sud che nessuno aveva ancora ripercorso.
AZIONE. «Prima della vittoria di Oppio i migliori rocciatori trentini dovettero rinunciare a quella salita per una malaugurata placca di 35 metri, liscia e strapiombante, posta a circa 350 metri dall'attacco» si legge nel diario di Oggioni, pubblicato nel 2003 dalla Nordpress di Chiari. Lungo quel tratto Oppio passò «una giornata e mezza, compiendo passaggi acrobatici in cui i chiodi entravano soltanto un centimetro o due [...]. In me balenava l'idea di tentare la scalata alla parete sud dell'Altissimo ma non ero allenato sul bivacco e sulla lunghezza della via [...]. In principio mi persi d'animo. Poi, spinto dal desiderio di salire quella parete, lo dissi all'amico Viganò Giulio che in principio cercò di frenarmi, di mettermi in testa che là non era la Grignetta. Ma io non volli sapere nulla: avevo due buoni amici in cordata che mi seguivano fieri del mio progetto [...]. Sabato 25 giugno partiamo da Monza e raggiungiamo Madonna di Campiglio in serata [...]. Da Madonna di Campiglio saliamo al rifugio Brentei: camminiamo adagio perché i sacchi che abbiamo sulle spalle sono pesanti [...]. Arriviamo al rifugio all'una di notte: lì ci accoglie la guida Bruno Detassis che sa già della nostra impresa. Ci fa un augurio e ci manda a dormire nel solaio, essendo il rifugio pieno zeppo. Domenica mattina il tempo non promette nulla di buono [...]. Lasciamo il rifugio poco prima di mezzogiorno [...]. Al rifugio Tosa una vista stupenda mi affascina: l'imponente e bellissima parete stava davanti a noi come per sfidarci. Mi fermo e la guardo, nel guardarla mi smarrisco: era la prima grande parete che vedevo e che dovevo salire [...]. Una guida ci guarda e vedendoci equipaggiati ci dice: “Siete voi quelli che devono salire la Oppio?”. “Come fa a saperlo?”. “Lo sanno già tutti qua, l'ha detto Detassis. State in guardia, siete giovani: io vi faccio i miei migliori auguri e in bocca al lupo”. “Grazie, altrettanto”. E riprendiamo il cammino verso la Selvata dove arriviamo alle 18, prepariamo gli zaini per la salita e andiamo a dormire. Lunedì (27 giugno, ndr) alla 1 e 30 di mattino la padrona ci sveglia e partiamo [...]. Arriviamo all'attacco alle 5 e 30, ci leghiamo e alle 6 precise attacchiamo la parete [...]. Percorro una cengia d'erba per 50 metri fino a un camino nero e strapiombante. Attacco il camino quando un sibilo caratteristico mi giunge alle orecchie: la parete scaricava i sassi, dovevano essere i corvi che muovevano quei sassi [...]. Noi nel camino siamo al riparo. Dopo un'ora cessa quell'inaspettato bombardamento e
riprendiamo la salita [...]. Dopo una serie di camini e fessure arriviamo sotto la detta placca. Sono le 20 e ci prepariamo per il bivacco: il posto non è male [...]. Alle 6 di martedì (28 giugno, ndr) attacco deciso la placca cioè la chiave della salita, il punto raggiunto da tutti i tentativi. Salgo adagio con cautela e sicurezza, pianto i chiodi in piccoli buchi. Sono salito 7 o 8 metri: non un chiodo sicuro sotto di me. Poveri chiodi, se fossi volato... Salgo ancora, mi porto a metà placca e mi affido a un chiodo sicuro. In quella posizione faccio salire Bonatti [...]. Bonatti occupa il mio posto. Salgo, pianto un chiodo ma mi sfugge. Ne pianto un altro, sfugge anche quello. Ne pianto un altro, entra un centimetro. Mi alzo con leggerezza sicura. Ogni 20 centimetri pianto un chiodo che sarebbe uscito solamente muovendolo. Salgo ancora fin sotto il tetto, lo aggiro chiodandolo sotto [...]. Riesco a piantare un chiodo sicuro, riposo un poco e poi riprendo. Salgo una placca liscia e poi raggiungo un piccolo ballatoio. Dopo un po' di tempo siamo tutti e tre sul ballatoio. 7 ore è durato il superamento di quei 35 metri [...]. Riprendiamo l'arrampicata su rocce facili della lunghezza di un centinaio di metri. La sete ci tormenta [...] quando [...] un violento temporale ci sorprende. Ci infiliamo nei sacchi da bivacco dopo aver messo al coperto le corde e aspettiamo che cessi. Peccato: l'acqua così preziosa non si può raccogliere [...]. Poco dopo il bel tempo ritorna. Usciamo dai sacchi e succhiamo l'acqua che era rimasta nelle piccole fessure della roccia. Il sole in un baleno asciuga la roccia e riprendiamo ad arrampicare. L'arrampicata riprende ad essere difficile ma saliamo veloci. Percorro un camino dove spreco molte energie [...]. Saliamo sempre veloci e alle 20 arriviamo su una grande cengia erbosa inclinatissima a circa 850 metri dall'attacco. Lì prepariamo il secondo bivacco [...]. La posizione in cui siamo è molto inclinata e sull'erba si scivola. Facciamo allora dei buchi nella terra e ci infiliamo nei sacchi. Dal rifugio ci fanno i segnali con le lanterne, la sete ci tormenta e il freddo ci tiene compagnia. In principio facciamo il pisolino e poi il freddo ci costringe ad una ginnastica ma impossibile in quella posizione. Allora cantiamo e raccontiamo barzellette. Mercoledì 29 alle 6, dopo un'alba fantastica, riprendiamo l'arrampicata [...]. Dopo aver superato un po' di difficoltà raggiungiamo le rocce facili, saliamo veloci ma la vetta che pare sia vicina non arriva più [...]. La sete ci mette a dura prova, saliamo ancora. Bonatti si infuria e io cerco di calmarlo dicendo: “Ormai siamo arrivati”. Saliamo ancora [...]. Dopo alcuni tratti di corda la vetta è vicina e poi raggiunta. Sono le 13 e 30 e ci stringiamo la mano, contenti di essere riusciti in quell'impresa [...]».
Nelle foto (tratte da: A. Oggioni, Diario olografo, Nordpress, Chiari 2003): sopra, Andrea Oggioni (a sinistra) con l'inseparabile Josve Aiazzi; sotto, Oggioni con Walter Bonatti
BEL COLPO DI JEAN TROILLET, MARTIAL DUMAS E JEAN-YVES FREDRIKSEN CHE HANNO DEDICATO LA LORO CREAZIONE (600 m FINO ALLA CLASSICA SCHMID, ABO) A SEBASTIEN GAY
Tutto è cominciato tre anni fa, quando Jean Troillet (classe 1948) e Sébastien Gay (che poteva essere suo figlio), hanno attaccato la Nord del Cervino per realizzare il loro sogno: una via nuova tra la classica Schmid (Franz e Toni Schmid, 31 luglio-1° agosto 1931, 1300 m, ED-) e la Bonatti (Walter Bonatti in solitaria, 18-22 febbraio 1965, 1200 m, ED+), in quel settore della parete violato per la prima volta tra l'11 e il 13 agosto 1972 dai cecoslovacchi Václav Prokeš, Bohumil Kadlčik, Leoš Horka e Zdislav Drlik (finiti sulla Schmid a 300 metri dalla cima). Dopo un bivacco, sfortunatamente, le scariche di pietre hanno costretto Jean e Sébastien alla ritirata: questione soltanto sospesa, però, con l'intenzione di tornare insieme lassù. Il destino ha però voluto diversamente: il giovane talento se n'è andato per sempre qualche settimana dopo, vittima di un incidente di speedflying (disciplina tra lo sci e il parapendio: www.speed-flying.com). Troillet non ha tuttavia messo da parte il suo obiettivo e nelle scorse settimane, trovati i soci giusti per completare l'opera, è andato alla carica ed è passato. Il veterano si è legato con i forti Martial Dumas e Jean-Yves Fredriksen, con i quali durante l'autunno scorso aveva tentato la Via britannica sulla parete Sud dell'Annapurna (www.intotherocks.splinder.com/post/18246427), e bivaccando in portaledge ha risolto una linea di 600 metri (i primi 400 davvero molto impegnativi, il resto appena più facile per un ABO di valutazione complessiva) che come la via dei cecoslovacchi va a finire sulla Schmid. Troillet e compagni, però, non hanno proseguito fino in cima, preferendo traversare e cominciare subito la discesa. La via è stata naturalmente dedicata a Sébastien Gay e, salvo dimenticanze, dovrebbe essere l'undicesima sulla Nord del Cervino: sulla mitica parete, oltre all'ultima nata, si trovano infatti (da sinistra a destra) la Via cecoslovacca di sinistra (Michal Pitelka, Josef Rybicka e Jiri Smid, 21 febbraio-1° marzo 1983), quelle già ricordate (Schmid, Cecoslovacca di destra e Bonatti), la Via dei giapponesi (Masahiro Furukawa, Masaru Miyagawa e Yoshinori Okitsu, 29 giugno-6 luglio 1972) e infine, tutte sul Naso di Zmutt, la Gogna-Cerruti (Alessandro Gogna e Leo Cerruti, 14-17 luglio 1969, 1200 m, VI+ e A3, ED+), Freedom (Robert Jasper e Rainer Treppte, 22-26 agosto 2001, 1200 m, VIII-, A2 e M5+), la Piola-Steiner (Michel Piola e Pierre-Alain Steiner, 29 luglio-1° agosto 1981), Free Tibet (Patrick Gabarrou e Cesare Ravaschietto, 31 luglio-2 agosto 2001, 1200 m, VII e A2+) e Aux amis disparus (Patrick Gabarrou e Lionel Daudet, 5-6 luglio 1992, 1200 m, VII e A3).
Sopra, Jean Troillet durante la prima salita della sua via sulla Nord del Cervino (www.24heures.ch)

La parete nord del Cervino con le vie (da sinistra): Cecoslovacca di sinistra (gialla, 1983), Schmid (rossa, 1931), Cecoslovacca di destra (blu, 1972), Bonatti (rossa, 1965), Giapponese (gialla, 1972), Gogna-Cerruti (fucsia, 1969), Freedom (verde, 2001), Piola-Steiner (rossa, 1981), Free Tibet (verde, 2001) e Aux amis disparus (gialla, 1992). La prospettiva inganna sull'effettiva distanza tra loro delle vie sul Naso di Zmutt. Purtroppo non conosciamo ancora l'esatta ubicazione della via di Troillet, Dumas e Fredricksen
Gironzolando in rete, qualche volta, capita di imbattersi in cose davvero interessanti... Ricordate la corsa di Ueli Steck sulla parete nord delle Grandes Jorasses (www.intotherocks.splinder.com/post/19513546)? Ecco: se volete farvi un'idea più chiara di quella scalata, non dovete perdere il filmato realizzato (e pubblicato pochi giorni fa) da Jonathan Griffith, fotografo d'alta quota che non ha bisogno di presentazioni (www.jonathangriffith.co.uk). Il video, di quelli che si riguardano volentieri, lo trovate qui: www.vimeo.com/5061335.
NOTA. Il tempo (2 ore e 47 minuti) indicato nel titolo del filmato è purtroppo sbagliato: Ueli, in verità, ha salito la parete in sole 2 ore e 21 minuti.
DUE VIE NUOVE PER I BRITANNICI GAVIN PIKE E JAMES CLAPHAM NEL BACINO DEL RUTH GLACIER: NIGHT OF THE RAGING GOOSE (1500 m, WI5) SULLA EST DEL PEAK 11300 E AMAZING GRACE (1200 m, AI4) SULLA NORD DEL MOUNT CHURCH
Ancora Alaska, ancora due britannici “scappati da casa” - come direbbe Roby Chiappa – pronti a giocare alla grande le loro carte sulle cime al cospetto del circolo polare artico. Una settimana fa abbiamo raccontato della doppietta di Jon Bracey e Matt Helliker sul Mount Grosvenor e sul Mount Church (www.intotherocks.splinder.com/post/20737742) e oggi, in compagnia di altri due Brits, siamo ancora da quelle parti, sulle pareti che si affacciano sul gigantesco Ruth Glacier a sud-est di sua maestà il Denali. I protagonisti della storia di oggi si chiamano Gavin Pike e James Clapham (nella foto): due ragazzi che nelle scorse settimane, dopo essersi “scaldati” salendo il couloir Shaken, not stirred (950 m, AI5) sulla Sud del Moose's Tooth (3150 m), hanno firmato una coppia di vie nuove sulla parete est del Peak 11300 (3444 m) e sulla parete nord del Mount Church (2509 m).
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Il Peak 11300, la cui cresta sud-ovest è ormai una classica piuttosto frequentata (salita nel 1968 da H. Allemann e N. Lötscher riscuote grande successo da quando Steve House l'ha segnalata nel volume Fifty Favorite Climbs di Mark Kroese), chiude a ovest il Don Sheldon Amphitheater: il circo glaciale che procedendo da sud a nord, dopo la “strettoia” della Great Gorge, è il gigantesco “slargo” del Ruth Glacier dal quale si staccano i rami secondari ovest, nord-ovest (che scendono entrambi dal McKinley) e nord del ghiacciaio. I rami ovest e nord-ovest sono divisi dallo sperone sud-est del Denali, di cui il Peak 11300 è in pratica l'estrema propaggine orientale: un baluardo che domina con la sua poderosa parete est di 1500 metri la confluenza dei due rami appena citati e fronteggia, da nord, il Mount Huntington (3731 m). Essendo inviolata, la parete orientale del Peak 11300 ha immediatamente attratto Pike e Clapham che, dopo un tentativo sulla destra, hanno pensato che la via migliore per raggiungere la vetta fosse il couloir centrale (foto sopra): una linea diretta, estremamente logica, il cui unico “svantaggio” era il fatto di essere esposta ai crolli del seracco sommitale. I nostri protagonisti, per ridurre il rischio al minimo, si sono mossi di notte e sono così riusciti a tracciare Night of the raging goose (“La notte dell'oca furiosa”), valutata WI5 con un tratto di 10 metri su ghiaccio verticale. Le possibilità sulla Est del Peak 11300 sono comunque ancora numerose e il consiglio di Pike e Clapham, vista l'esposizione della parete, è di tentarla a stagione meno avanzata, ossia in marzo o nei primi giorni di aprile.
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I nostri protagonisti, una settimana dopo il successo sul Peak 11300, hanno deciso di attaccare la parete nord del Mount Church: il gigante che chiude a sud la serie di cime sul fianco occidentale della Great Gorge del Ruth Glacier. La muraglia, alta 1200 metri, è stata salita nel 2007 da Fumitaka Ichimura, Yusuke Sato e Tatsuro Yamada (www.intotherocks.splinder.com/post/12707892, foto sopra, linea gialla) ma a sinistra le possibilità non mancano: la prima (in verde) è caratterizzata da un notevole camino, dal basso abbastanza indecifrabile, mentre la seconda (in rosso) – più vicina alla linea dei “samurai” - appare più invitante. Avanti dunque da questa parte, su difficoltà non estreme (AI4) e abbastanza in fretta, fino alla cresta sommitale. Lì, senza slegarsi, i due amici si sono incamminati verso la vetta e ad un tratto ecco la sorpresa: una gran cornice ha ceduto sotto i piedi di James, questi è “partito” lungo la parete nord e la corda ha fatto il resto, evitando la tragedia (da qui, probabilmente, il nome della via: Amazing grace ossia “Grazia sorprendente”). I due Brits sono però stati costretti a bivaccare nei pressi della cima (Clapham era ferito) e il giorno seguente, raggiunto il vertice ed effettuata la discesa per la cresta nord-ovest, sono arrivati al campo sul ghiacciaio dopo un digiuno forzato di 24 ore. A questo punto dobbiamo aprire una parentesi e fare una correzione. Bracey e Helliker, diversamente da come annunciato la scorsa settimana (www.intotherocks.splinder.com/post/20737742), non hanno compiuto la terza ascensione assoluta del Mount Church: il terzo gradino del “podio” spetta proprio a Pike e Clapham, che hanno colto il successo alcuni giorni prima dei loro connazionali (lasciando loro l'altra possibilità, quella del camino, sulla parete nord).
L'avventura alaskana 2009 di Gavin Pike e James Clapham, dopo due settimane di pausa forzata a causa dell'incidente, si è conclusa con un tentativo sul pilastro nord del Mount Hunter, altre due settimane di attesa al campo base sul Kahiltna Glacier e, finalmente, la decisione di tornare alla civiltà.

Il settore dell'Alaska Range a sud-est del McKinley. I pallini rossi indicano il Peak 11300 (sopra) e il Mount Church
Foto: Gavin Pike (www.ukclimbing.com)
SIMONE MORO E DENIS URUBKO, CHE HANNO APPENA RICEVUTO L'EIGER AWARD PER LA LORO IMPRESA INVERNALE SUL MAKALU, SONO PRONTI A RACCONTARE AL PUBBLICO LA LORO AVVENTURA. APPUNTAMENTI IL 18 GIUGNO A SIRTORI (LC) E IL 25 GIUGNO A DARFO BOARIO TERME (BS)
I candidati erano Kurt Albert, Daniel H. Anker (l'alpinista di Thun, da non confondere con l'omonimo giornalista e scrittore) e Simone Moro con Denis Urubko: una terna scelta dalla giuria composta da Tom Dauer, Röbi Koller, Stephan Siegrist, Erich Sommer, Yvette Vaucher e Michi Wärthl. Alla fine, grazie ai voti del pubblico via Internet, l'hanno spuntata l'italiano e il kazako ai quali, per la loro impresa invernale sul Makalu (www.intotherocks.splinder.com/post/19801019), è stato assegnato l'Eiger Award 2009: il prestigioso riconoscimento alpinistico organizzato dalla cittadina svizzera di Grindelwald e giunto alla seconda edizione (www.eigerlive.ch). Sabato 6 giugno, nel salone dei congressi della celebre località ai piedi dell'Eigerwand, il britannico Chris Bonington ha consegnato il premio (un trofeo del peso di 15 chilogrammi!) a Moro che nel suo blog (http://simonemoro.blogspot.com) ringrazia tutti coloro che hanno votato per lui e per Urubko, purtroppo assente alla serata per problemi di visto. Un premio speciale è andato inoltre all'alpinista e fotografo Robert Bösch (www.robertboesch.ch), al fianco di Ueli Steck (il vincitore della prima edizione dell'Eiger Award) in molte delle sue scalate. Detto questo annunciamo due appuntamenti da non perdere per conoscere dalla viva voce dei protagonisti tutti i dettagli della prima ascensione invernale del Makalu. Il primo, con il solo Simone Moro, è in programma giovedì 18 giugno alle 21 nel negozio Sport Specialist di Sirtori (LC) mentre il secondo, con la cordata al completo, si terrà il 25 giugno, sempre alle 21, presso il cinema Garden Multivision di Darfo Boario Terme (BS), nell'ambito della settima edizione del ciclo “Montagne al cinema” (che si concluderà il 2 luglio, sempre alle 21, con Franco Michieli che presenterà l'eccezionale filmato girato durante la spedizione antartica di Ernest Shackleton del 1914-17).
Nella foto: Simone Moro a Grindelwald con i 15 chili dell'Eiger Award. Alla sua destra, Stephan Siegrist. Sorridente, a sinistra, l'evergreen Chris Bonington (arch. Simone Moro)
L'alpinismo? Una questione di stile, con tutte le sue regole, da quelle di Paul Preuss (messe per iscritto nel 1911: prima o poi ve le ricorderemo una per una) a Steve House & C. Roba seria, insomma, come l'alpinismo stesso (?). Tanto che anche Georges Livanos, l'indimenticabile Greco (che come noto è stato il più serio tra gli alpinisti, vedi foto), pensò bene di formulare le proprie. Non troppe, neh, soltanto tre, ma assai chiare (specialmente l'ultima, che forse è quella più rispettata da ogni grimpeur che – scusate il bisticcio - si rispetti). La triade fondamentale, El Greco, la prepara da par suo nell'imperdibile Cassin, c'era una volta il sesto grado (Dall'Oglio, Milano 1984), dichiarando che «molti conoscono il mio “sistema Civetta” d'altri tempi (chi non lo conoscesse può trovare ogni spiegazione in merito nell'altro capolavoro del nostro: Al di là della verticale, Cda & Vivalda, Torino 2006, ndr): d'altronde non mi sono mai preoccupato molto dei miei tempi o dei miei bivacchi, soprattutto durante le prime. Con un po' di materiale e buona salute, i bivacchi sono meno pericolosi della fretta». E dopo questo, ecco le ultime note prima dei tre accordi della fragorosa cadenza finale: «Per quanto mi riguarda, il regolamento seguiva piuttosto quest'ordine di priorità: articolo primo: arrivare in cima; articolo secondo: tornare al rifugio in buono stato; articolo terzo: tutto il resto non mi interessa».