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sabato, 14 novembre 2009

TOMAŽ HUMAR: ADDIO AD UN GRANDE

postato da carlocaccia alle 15:00 in himalaya

Tomaž Humar non ce l'ha fatta: il fuoriclasse sloveno, classe 1969, che nei giorni scorsi aveva attaccato in solitaria la parete sud del Langtang Lirung (7227 m, Himalaya) e che, vittima di un incidente, era riuscito a chiedere aiuto, è stato trovato morto poche ore fa dai soccorritori.

Humar

Per altre informazioni (in inglese): www.mounteverest.net/news.php?id=18870 e www.ukclimbing.com/news/item.php?id=50359

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venerdì, 13 novembre 2009

GARE DI ALPINISMO

postato da carlocaccia alle 15:22 in varia, frammenti di storia

YURI KOSHELENKO RACCONTA

Dando appuntamento a venerdì prossimo per la terza puntata della storia alpinistica del Disteghil Sar (le prime due le trovate qui: www.intotherocks.splinder.com/post/21553920 e www.intotherocks.splinder.com/post/21642133), chiudiamo questa settimana dedicata quasi esclusivamente ai fortissimi russi (Sokolov, Babanov, Shamalo...) con un racconto di Yuri Koshelenko: un altro grande dell'est di cui sarebbe cosa lunga narrare le “gesta verticali”. Qui ci limitiamo a dire che, essendo autore di salite di gran classe, dal 1992 in avanti Yuri si è più volte affermato in diverse categorie del campionato russo di alpinismo e proprio di questa realtà - che, nata nel 1948, esiste ancora: www.intotherocks.splinder.com/post/17723328 - ci parlerà oggi. La sua testimonianza, assai interessante e coinvolgente, è tratta dal numero 180 (aprile 2000) di “Alp”.

Koshelenko«Come uomo e come alpinista sono nato in un grande paese che si chiamava Unione Sovietica. Da noi, la formazione di un alpinista era per legge legata alle classifiche sportive: la partecipazione alle competizioni era dunque obbligatoria. Presi parte al mio primo campionato russo di alpinismo nel 1992, ottenendo un buon risultato: la nostra squadra si piazzò al primo posto nella categoria alta quota, salendo lo sperone sud-ovest del Khan Tengri. Indubbiamente, però, le gare con arbitri e tutti i partecipanti nello stesso posto (le cosiddette gare “a vista”) sono quelle con la maggiore tensione agonistica. Nel 1994, il Campionato open che si svolse a Karavshin (Pamir-Alai, Kirghizistan, ndr) fu un appuntamento di questo tipo. La nostra squadra era relativamente giovane e priva di sufficiente saggezza tattica. Pertanto non ci aspettavamo di vincere contro alpinisti esperti come quelli di Ekaterinburg, San Pietroburgo e Kirov. Avevamo bisogno di fare esperienza e per noi quella competizione era come andare a scuola. Le regole della gara erano piuttosto semplici: vinceva chi accumulava più punti in quindici giorni, in base alla formula seguente: A=BxC:D, dove A è il risultato ottenuto moltiplicando B, il grado della via, per C, il numero degli alpinisti giunti in cima, diviso D, Odintsovil numero complessivo dei componenti la squadra. Ogni équipe poteva dividersi in più coppie e attrezzare la via con corde fisse. Quasi tutti i nostri avversari erano già stati nella regione, e ciò riduceva ancor più le nostre possibilità: rimanevano intatte la nostra passione e il nostro entusiasmo. Il leader della squadra di San Pietroburgo era Alexander Odintsov (con lui altri quattro alpinisti) mentre al comando dei team di Kirov e di Ekaterinburg c'erano rispettivamente Pavel Shabalin (con quattro compagni) e Alexander Klenov (con cinque compagni). Io guidavo il gruppo di Rostov sul Don, composto da me e da tre compagni. All'inizio salimmo rapidamente, in due giorni e mezzo, la via Vedernikov sul Pik 4810. Senza indugio attaccammo poi la via Moroz sul Pik Slesov. La squadra di Ekaterinburg si divise in coppie, attaccando tre vie contemporaneamente - sull'Ortotyubek, sul Pik Slesov e sul Pik 4810 - e facendo così incetta di punti. Quelli di Kirov avevano bisogno di riposo dopo il Naso dell'Ak-Su così Shabalin, l'ultimo giorno regolamentare, cominciò da solo il ciclo di quindici giorni. I “Peter” (San Pietroburgo) salirono la via Rusyaev sul Pik Asan nel tempo record di due giorni, ma Odintsov cadde e si ruppe una gamba. San Pietroburgo aveva programmato, come successiva salita, una via nuova al centro della parete nord-ovest del Pik 4810. A causa dell'abbandono di Odintsov, il punteggio per questo itinerario scese da 8,4 a 6,72 (8,4x4:5) ma venne deciso Shabalindi attaccare comunque, anche a ranghi incompleti. Il tempo peggiorò mentre tutte le squadre erano impegnate in parete: tre sul Pik 4810 e noi sul Pik Slesov. Nessuno si ritirò e, al termine di questa fase, la squadra di Ekaterinburg passò al comando, anche grazie al ritardo accumulato da quella di Kirov proprio a causa delle condizioni meteorologiche. Uno dei nostri si sentì poco bene durante l'ascensione e peggiorò dopo la discesa. La squadra di Kirov si prese un attimo di respiro, poi attaccò il Pik Slesov, con i “Peter” alle calcagna. Più tardi Alexander Ruchkin raccontò che Igor Potankin piazzava i nut nelle fessure un attimo dopo che lui aveva tolto i suoi: divertente. Quando ormai la squadra di Ekaterinburg era certa di avere la vittoria in pugno, entrarono in gioco altri fattori. La squadra di Kirov aveva pensato di bivaccare su una grossa cengia a metà della via Moroz sul Pik Slesov, ma rimase sorpresa nel vederla occupata dalla squadra di San Pietroburgo al completo. Incredibile ma vero, della partita era persino Odintsov, che aveva deciso di partecipare con la gamba rotta per non penalizzare il punteggio dei suoi. Noi, che non avevamo chance di batterci per le medaglie, attaccammo la Cresta dei francesi sull'Ortotyubek. La squadra di Kirov aveva molto tempo a disposizione ma, a causa di alcuni malanni, dovette rallentare Klenovl'andatura, abbandonando così tutte le attenzioni rivolte alle due vecchie rivali: la squadra di Ekaterinburg (che aveva ancora due giorni per concludere) e i “Peter” (a cui restava soltanto un giorno). Proprio i “Peter”, a tarda sera, scesero dal Pik Slesov con il malconcio Odintsov e il mattino dopo, molto presto, Potankin e Igor Barihin attaccarono la via Lebedev sull'Ortotyubek. Klenov e i suoi erano partiti per la Alperien sulla stessa montagna: due vie di 5B in due giorni! Sembrava impossibile eppure ce la fecero. Stanchi ma felici rientrarono due ore prima della scadenza del tempo massimo. Lo stesso fece Barihin, da solo, pochi minuti prima di mezzanotte: disse che Potankin aveva rimediato una distorsione e che non sarebbe arrivato in orario. Dopo varie discussioni anche la loro salita venne però inclusa nella classifica. Il gesto fantastico e disperato di Odintsov non era bastato a sconfiggere il potentissimo gioco di squadra di Ekaterinburg, che vinse la medaglia d'oro. Oggi, ad anni di distanza, ricordo bene quel momento cruciale. La forza di quel campionato si mantiene vivissima in me e mi dà una grande energia per andare sempre avanti».

Foto: Anna Piunova, www.mountain.ru

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giovedì, 12 novembre 2009

SULLE TRACCE DI MICK FOWLER (1): EPICA IMPRESA DEI RUSSI SUL SIGUNIANG

postato da carlocaccia alle 16:58 in cina

VALERY SHAMALO, VLADIMIR MOLODOZHEN, DENIS SUSHKO E ANDREY MURYSHEV, DAL 5 AL 22 OTTOBRE 2009, TRACCIANDO IN STILE CAPSULA UNA NOTEVOLE VARIANTE SUL PILASTRO NORD-OVEST, HANNO FIRMATO LA SETTIMA SALITA DELLA SPLENDIDA MONTAGNA DELLA CHANGPING VALLEY (QIONGLAI SHAN, SICHUAN, CINA)

Sigu 8Russi all'attacco anche in Cina, mettendo a segno nel loro stile (testa bassa e sempre avanti) un successo che forse non li ha del tutto soddisfatti ma che, obiettivamente, è di prima grandezza. I fatti, recentissimi, si sono svolti sul roccioso pilastro nord-ovest del Siguniang: superba montagna (nella foto) che, toccando quota 6250 sul fianco sinistro orografico (est) della Changping Valley (che si apre a nord di Rilong, 3200 m), è il culmine delle Qionglai Mountains (Qionglai Shan) nella provincia cinese del Sichuan, a un centinaio di chilometri in direzione ovest-nord-ovest dalla capitale Chengdu.

SiguniangNOTA STORICA. Rimasto a lungo nell'ombra, il Siguniang è finito di colpo sotto i riflettori grazie ai britannici Mick Fowler e Paul Ramsden che nell'aprile 2002, in sei giorni, ne hanno salito la parete nord per una via di 1500 metri (WI6, ED+) battezzata Inside Line e caratterizzata, nella prima parte, da uno spettacolare couloir di 750 metri con diversi tiri verticali e due sezioni strapiombanti (foto a lato). L'impresa (quarta ascensione assoluta della montagna, conclusa con due giorni di discesa lungo l'inviolata cresta nord), non è passata inosservata, fruttando ai suoi autori – come noto - un meritatissimo Piolet d'Or. La prima ascensione del Siguniang, però, è roba assai più “stagionata” - annata 1981 per la precisione - e porta le firme di Yoshiharu Suita e Hiroshi Sumiya, giunti in vetta per la cresta sud-est (con 2000 metri di corde fisse). I giapponesi hanno quindi fatto il bis nel 1992 (per la parete sud e la parte superiore della cresta sud-ovest, usando 600 metri di fisse) e nel 1994, grazie ad un solitario Charlie Fowler passato sulla parete sud (nuova lunga variante, a destra della via del 1992) e sulla parte superiore della cresta sud-est (via del 1981), è arrivato il primo successo in stile alpino. Della quarta salita abbiamo già detto e allora accenniamo alla quinta (del 2004, prima ripetizione integrale della via del 1981 da parte di una spedizione internazionale) e passiamo alla sesta, firmata in condizioni disperate tra il 21 e il 28 settembre 2008 dagli americani Chad Kellogg e Dylan Johnson: sono stati loro a risolvere, in stile alpino, la lunga (2000 m, 72 tiri) e difficile (VII+, A2, M5 e AI3+) cresta sud-ovest (www.intotherocks.splinder.com/post/18812261 e www.intotherocks.splinder.com/post/18877986). Questo successo, per Kellogg, è stato un'autentica liberazione, la conclusione di una storia cominciata nel 2004 con il primo faccia a faccia con il Siguniang e continuata nel 2005 con un tentativo (quattro lunghezze di corda) sulla sua parete nord-ovest a destra della via di Fowler e Ramsden, in compagnia di Joe Puryear e Stoney Richards. Nel 2007 Kellogg e Puryear, con Jay Joanousek, sono tornati alla carica ma, dopo la salita di una cima inviolata appena a nord del Siguniang, è giunta loro la notizia della morte (sul Mount Wake, in Alaska) di Lara Karena Kellogg, la moglie di Chad, e la rinuncia è stata ancora una volta inevitabile (www.intotherocks.splinder.com/post/14012896).

Siguniang ShamaloARRIVANO I RUSSI. Scalata la cresta sud-ovest restava però il problema del pilastro nord-est: chi lo avrebbe risolto? I giapponesi ci avevano provato in inverno, tra il 2006 e il 2007, e anche una squadra rumena era giunta da quelle parti con lo stesso obiettivo senza però combinare nulla. Poi, nelle scorse settimane, al cospetto del Siguniang sono arrivati loro, i russi, e divisi in due squadre hanno attaccato in stile capsula il gran bastione: Evgeny Bashkirtsev e Denis Veretenin (autori della prima ripetizione della via Odessa sulla Nord dell'Ak-Su, www.intotherocks.splinder.com/post/21353927) da una parte (probabilmente dove avevano già tentato Kellogg e compagni) e Valery Shamalo (nella foto, www.babanov.com), Vladimir Molodozhen, Denis Shusko e Andrey Muryshev un centinaio di metri più a destra (dove a Shamalo sembrava più logico).

Sigu 3DICIOTTO GIORNI IN PARETE. Tra il 5 e il 6 ottobre entrambe le cordate guadagnano quattro lunghezze: una buona partenza annullata però dalla tempesta, che nei due giorni successivi impedisce a tutti di continuare. Di più: a causa del maltempo, la portaledge di Bashkirtsev e Veretenin - che a quanto pare hanno rischiato di precipitare - presenta danni irreparabili e i due devono ritirarsi, rinunciando all'invito degli amici (che hanno una portaledge di scorta al campo base) a continuare con loro. Il 9 ottobre, cessata la bufera, Shamalo e compagni risalgono la quarta lunghezza (la portaledge è piazzata al termine della terza, dove una cengia nevosa Sigu 4assicura acqua a volontà) e proseguono: lentamente, su roccia ripida e difficile, in compagnia delle scariche di ghiaccio e sassi (che non mancano di danneggiare la portaledge e di ferire Valery alla mano sinistra, costringendolo a tre giorni di forzato riposto). Avanti, avanti e sempre avanti: a suon di skyhook e con qualche spit, con pazienza e determinazione, soprattutto quando il tempo decide di mettersi ancora di traverso. Così, il 18 ottobre, il sogno di una linea del tutto indipendente, di una Russian Route sul pilastro nord-ovest del Siguniang, va a sbattere contro uno strapiombo - più o meno a metà parete - che non lascia alternative: occorre traversare a sinistra verso la via di Sigu 5Fowler e Ramsden che, pur estremamente difficile, dovrebbe garantire una progressione più veloce. E così è: il 19 ottobre vengono salite (e attrezzate con le corde fisse) quattro lunghezze (le più dure di Inside Line) e il giorno successivo, dopo due settimane sulla montagna, Shamalo e compagni pensano ad un tentativo alla cima. Vana speranza: il ghiaccio e il misto del Siguniang frenano la cordata e, dopo una caduta di 15 metri di Shusko (che si aggiunge all'incidente iniziale di Shamalo, ai congelamenti di Molodozhen e al pauroso volo – 40 metri, per fortuna nel vuoto - di Muryshev), occorre fare retromarcia fino alla portaledge, otto tiri (tutti attrezzati) più in basso. La squadra decide così di cambiare tattica, organizzando due puntate separate alla vetta: i primi a tentare, il 21 ottobre, saranno Shamalo e Molodozhen. Sigu 6Ecco quindi il giorno decisivo, con il cielo che promette bene. Valery e Vladimir risalgono le corde, ne recuperano due per poter continuare e via, verso la cima. Il tempo passa, il freddo è intenso ma il vertice è sempre più vicino: eccolo, a 100 o al massimo 150 metri... La cordata non si ferma, procede nella neve alta e finalmente è lassù, a quota 6250 sul punto più alto del Siguniang. Ma non c'è tempo per festeggiare: il buio incombe e bisogna scendere. Giù, allora, ricollocando le corde usate per la scalata e calandosi in fretta sulle altre, per raggiungere la portaledge quando è ormai mezzanotte. Il giorno seguente, mentre Shamalo e Molodozhen scendono rapidamente al campo base (per arrivare a San Sigu 7Pietroburgo la sera del 25 ottobre!), Shusko e Muryshev completano la festa, calcando a loro volta la vetta (e portando poi a valle tutte le corde e il materiale impiegato).

E qui termina il racconto della settima ascensione del Siguniang, dell'ennesima odissea su quella montagna che mai si è lasciata conquistare senza fatica. Anche gli uomini dell'est, abituati a tutto, si sono trovati assai impegnati per averne ragione e ce l'hanno fatta soltanto rinunciando al loro obiettivo iniziale, “accontentandosi” di una variante (di lusso, 6B nella scala russa) che potrebbe essere “doppia”. In che senso? Semplice: Shamalo e compagni, se i tracciati sulle fotografie in nostro possesso sono corretti, nella parte superiore della parete dovrebbero essere saliti più direttamente (ossia più a sinistra) di Fowler e Ramsden.

Nelle foto sopra (www.mountain.ru): alcuni momenti della salita di Shamalo e compagni sul pilastro nord-ovest del Siguniang. Con il bello o con il brutto i russi non scendono e vanno avanti...

Sigu parete

Il versante nord-ovest del Siguniang (www.summitpost.org). La linea fucsia è il capolavoro di Fowler e Ramsden (2002, WI6, ED+), quella blu è la via (lungo la cresta nord) seguita dagli stessi in discesa, quella rossa è la variante dei russi sul pilastro nord-ovest (2009, 6B), quella gialla è il tentativo di Kellogg e compagni (2005)

Sigu parete 2

Ancora lo spettacolare Siguniang, con il pilastro nord-ovest in evidenza. Il pallino rosso indica il punto dove i russi hanno raggiunto (da destra) la mitica Inside Line (l'inconfondibile colata a sinistra del pilastro)

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PASANG LHAMU CHULI: ALTRI DETTAGLI E TRACCIATO DELLA VIA DEGLI ANTHAMATTEN E LERJEN

postato da carlocaccia alle 10:55 in himalaya

Come abbiamo già scritto (www.intotherocks.splinder.com/post/21632294), dal 27 al 29 ottobre scorsi i fratelli svizzeri Simon e Samuel Anthamatten, con il connazionale Michael Lerjen, hanno aperto in stile alpino una difficile via sulla parete sud-est del Pasang Lhamu Chuli, cima himalayana di 7350 metri nei pressi del Cho Oyu. Nell'articolo, però, mancavano alcuni dettagli, resi noti negli ultimi giorni. Innanzitutto il nome della creazione, chiamata Hook or Crook - un'espressione idiomatica inglese che significa “con ogni mezzo possibile, in qualunque modo” (letteralmente “gancio o uncino”) -, e poi i famigerati numeri: 1550 m, 90° e M5 (che non rendono assolutamente l'idea di quello che il terzetto elvetico ha passato in parete). Ecco poi anche il tracciato che, in effetti, non si discosta molto da quello che sospettavamo, visto che gli Anthamatten e Lerjen hanno seguito la direttiva dello sperone centrale della parete attaccandolo a sinistra, spostandosi poi sul suo fianco destro e infine, da quota 6500 (bivacco 2), seguendone il filo fino alla cresta sommitale (nell'ultimo tratto, ossia lungo la cresta sommitale, Hook or Chook coincide con la via slovena del 2004 e, ovviamente, anche con quella di Kammerlander e Unterkircher del 2007). La foto (www.anthamattens.ch) è comunque più chiara di ogni spiegazione.

Pasang parete copia

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mercoledì, 11 novembre 2009

BHAGIRATHI 2009: LE IMMAGINI DI MARKO PREZELJ (2)

postato da carlocaccia alle 17:00 in varia, himalaya, frammenti di storia

Lasciamo i russi - per un giorno soltanto: domani li ritroveremo – e torniamo in compagnia di Marko Prezelj, Rok Blagus e Luka Lindic. Perché, dopo le prime (www.intotherocks.splinder.com/post/21624499), oggi vogliamo proporre altre immagini scattate da Marko durante la recente spedizione ai Bhagirathi (www.intotherocks.splinder.com/post/21586191). Ricordiamo che le fotografie sono pubblicate in ordine cronologico (rispettando il giorno e persino l'ora) e costituiscono quindi, al di là del loro pregio estetico, un fedele resoconto visivo dell'avventura del terzetto sloveno nell'Himalaya del Garhwal.

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LA LUNGA ATTESA

P1110687

6 settembre 2009: l'imponente parete sud-est dello Shivling (6543 m), salita per la prima volta tra il 3 e il 9 settembre 1983 da Masaki Nakao, Kenji Ohama e Masami Yamagata, domina la confluenza del Kirti Glacier nel Gangotri Glacier. I giapponesi percorsero lo sperone al centro della muraglia e, dopo aver toccato la vetta, bivaccarono al colle tra la cima principale e quella sudoccidentale (6501 m, a sinistra) per scendere dall'altra parte lungo la cresta ovest (superata in occasione della prima ascensione assoluta della montagna, riuscita nel 1974 ad una squadra della “Indo-Tibetan Border Police”). La parete sud-est dello Shivling è delimitata a destra dalla cresta est che, come abbiamo già scritto, è stata salita nel giugno 1981, in 13 giorni, dal francese Georges Bettembourg, dagli australiani Greg Child e Rick White e dal britannico Doug Scott. Un altra leggenda d'oltremanica, Chris Bonington, ha invece messo a segno la prima ascensione del crinale (la cresta sud-est della cima sudoccidentale) che chiude a sinistra la muraglia: con Chris, dal 13 al 18 settembre 1983, il suo connazionale Jim Fotheringham. A sinistra dello Shivling, in posizione arretrata appena a sinistra del centro della foto, si nota il Meru Sud (6660 m), salito per la prima volta dai giapponesi nel 1980 (per la cresta sud-est, ben visibile) e poi soltanto nel luglio 2008 dai coreani Kim Sae-joon, Wang Jun-ho e Kim Tae-man (per la difficile parete nord-est, www.intotherocks.splinder.com/post/18421453).

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Notte tra il 6 e il 7 settembre: pace assoluta al campo base sul Gangotri Glacier, con lo Shivling (parete nord-est) e le stelle che stanno a guardare. Diciamo soltanto, rompendo per un attimo il magico silenzio, che le cime a destra, dall'altra parte del Meru Glacier (non visibile ma intuibile...) sfiorano (e forse superano) i 6000 metri di quota.

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P1110714

10 settembre: neve e soltanto neve, non resta che aspettare...

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12 settembre: il sole, finalmente. Le grandi cime sono ancora proibite ma su quelle di pochi metri, che si innalzano qua e là sul ghiacciaio, il gioco può cominciare (anche soltanto per scattare qualche bella foto).

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martedì, 10 novembre 2009

Валерий Бабанов

postato da carlocaccia alle 14:44 in varia, frammenti di storia

NATO A OMSK IL 10 NOVEMBRE 1964, FORMATOSI ALLA DURA SCUOLA SOVIETICA E TRASFERITOSI A CHAMONIX - DOVE IL SUO NOME SI SCRIVE COSÌ: VALERY BABANOV - PER REALIZZARE I SUOI SOGNI, A 45 ANNI (AUGURI) È UNA DELLE STELLE DI PRIMA GRANDEZZA DELL'ALPINISMO MONDIALE, DAL CURRICULUM (VEDI SOTTO) CHE LASCIA SENZA PAROLE

BabanovDopo Gleb Sokolov e il suo Pobeda (www.intotherocks.splinder.com/post/21663506) restiamo in Russia o, meglio, coi russi. Primo perché il Pobeda si trova in Kirghizistan (sul confine con la Cina) e secondo perché Valery Babanov, il nostro protagonista odierno (nella foto), nel 1995 ha scoperto Chamonix e ha deciso di trasferirsi lì, lasciando la patria per realizzare il suo ideale di vita. Oggi il più occidentale degli alpinisti russi, che durante una lunga intervista per il libro Uomini e pareti 2 (Versante Sud, Milano 2009) ci raccontava tra le altre cose dei suoi inizi e dell'organizzazione del sistema sovietico, compie 45 anni – è nato a Omsk, nella Siberia occidentale, il 10 novembre 1964 - e lo vogliamo festeggiare a modo nostro, proponendo il suo incredibile curriculum e alcune immagini, da non perdere, che ci parlano di un uomo in perenne cammino e dei suoi fantastici mondi.

Babanov 1

Valery: mai fermo, instancabile, capace di realizzare anche i sogni più grandi (Jannu, pilastro ovest, 2007)

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VALERY BABANOV: LE IMPRESE E I RICONOSCIMENTI

1987- Sale cinque vie (ED) nel Pamir-Alai

1988- Sale sei vie (ED, ED+) nel Tien Shan e il Pik Lenin (7134 m, Pamir-Alai)

1989- Sale altri due dei cinque Settemila dell'ex Urss: il Pik Korgenevskaya (7105 m) e il Pik Kommunism (7495 m)

1990- Diverse scalate nel Tien Shan e nel Pamir-Alai, tra cui il Pik Korgenevskaya in velocità e il Pik Kommunism

1991- Doppio successo invernale nel Caucaso: Djailyk e Ushba Nord (4694 m, ED+). In estate supera la parete nord dell'Ak-Su (5217 m, Pamir-Alai; nella foto qui sotto: Valery, a sinistra, con Oleg Turaev ai piedi della parete dell'Ak-Su)

Babanov Valery Babanov & Oleg Turaev in Championatship on Ak-Su peak. In 1991 year

1992- Sale in invernale la parete nord (ED+) del Free Korea Peak (Svobodnaya Korea, 4740 m, Tien Shan). In estate scala il Pik Lenin (in velocità) e il Pik Russia (6888 m, ED+)

1993- Sale in solitaria la Nord del Free Korea Peak e, in cordata, la Ovest dell'Asan (4230 m, Pamir-Alai, ED+) e la Nord dell'Ak-Su (nella foto qui sotto: il gruppo sportivo dell'esercito durante quella spedizione, con Valery secondo da destra accosciato)

Babanov Sport club of Army team in Pamir. 1993 year.

1994- Mette a segno due notevoli solitarie: la parete nord-est dell'Admiralteets (5090 m, Pamir-Alai, ED+, in sette giorni) e la parete nord-ovest della Russian Tower (Pik Slesov, 4240 m, via nuova)

1995- Doppia trasferta a Chamonix con cinque solitarie: in marzo sale il Linceul sulla parete nord delle Grandes Jorasses (4206 m) e la Modica-Noury sul Mont Blanc du Tacul (4248 m); in estate sale la Directe des Capucins (uscendo per la Bonatti) sulla Est del Grand Capucin du Tacul (3838 m), la Direttissima Americana (prima solitaria, in sette giorni) sulla Ovest del Petit Dru (3733 m) e la Dufour-Fréhel sulla Nord del Grand Pilier d'Angle (4243 m). È ammesso nel GHM (Groupe de Haute Montagne)

1996- Continuano le solitarie: massiccio del Monte Bianco in gennaio, Yosemite Valley (The Prow sulla Washington Column e Zodiac su El Capitan) in maggio, tentativo sulla Nord dell'Ak-Su in luglio, McIntyre-Colton sulla Nord delle Grandes Jorasses in settembre

1997- In gennaio, senza compagni, tenta la Desmaison-Gousseault sulla Nord delle Grandes Jorasses; in primavera sale il Lhotse (8516 m); in estate supera la Nord dell'Eiger (3970 m) per la via Heckmair e, tra il 17 e il 18 settembre, con Thierry Braguier, apre Roulette Russe (1000 m, ED+) sulla Nord dell'Aiguille Sans Nom (3982 m, Monte Bianco)

1998- Tra il 10 e il 16 febbraio, con Yuri Koshelenko, apre Lena (VII e A3, foto qui sotto) sulla parete ovest del Petit Dru dove, durante l'estate precedente, si era verificato un gigantesco crollo. In autunno tenta il Lhotse Shar (8386 m) raggiungendo quota 8100

Babanov Valery Babanov.Petit Dry W.face new route Lena

1999- Due imprese in solitaria: tra il 7 e il 13 giugno apre Forever More (900 m, VI+ e A3) sul pilastro nord-est del Mount Barrille (2332 m, Alaska); tra il 16 e il 27 luglio traccia Eldorado (1200 m, A3/A4, VII e 90°) sulla parete nord (Punta Whymper, 4184 m) delle Grandes Jorasses

2000- Dal 20 al 28 maggio, in solitaria, apre in stile capsula una via nuova (1200 m, VI/VI+, A2/A3, M6 e 80°) sulla parete nord del Kangtega (6799 m, Himalaya del Nepal). Nominato al Piolet d'Or per l'apertura di Eldorado sulla parete nord delle Grandes Jorasses

2001- Tra il 17 e il 22 settembre, ancora una volta in solitaria, apre Shangri La (2000 m, VI/VI+, A1/A2, M5 e 75°) sulla parete nord-ovest del Meru Centrale (6310 m, Himalaya del Garhwal, India; nella foto qui sotto: Valery sulle rive del Gange prima della salita). Nominato al Piolet d'Or per la via nuova sul Kangtega

Babanov Valery on Gang river in India before Meru peak Central climbing. You should pray before

2002- Vincitore del Piolet d'Or con la solitaria sul Meru Centrale. Premiato, per le sue salite, anche al Festival di Trento

2003- Tra il 29 ottobre e il 2 novembre, per il pilastro sud-est (2500 m, V+, M5 e 90°, corde fisse fino a quota 6400), mette a segno con Yuri Koshelenko la prima assoluta del Nuptse Est (7804 m, Himalaya del Nepal; nella foto qui sotto: Valery in preghiera prima della salita)

Babanov pray in Pudga seremony in Nuptse BC. Spring 2003

2004- Nelle Canadian Rockies, con Raphael Slawinski, sale in prima invernale (e in prima ripetizione assoluta) Sphinx Face (VI e A2) sulla parete nord-est del Mount Temple (3543 m) e apre Aurora (600 m, WI6) sulla Nord del Mount Amery (3329 m). Con la prima ascensione del Nuptse Est vince per la seconda volta il Piolet d'Or (foto qui sotto)

Babanov Piolet d`or 2003.Valery Babanov & Yuri Koshilenko

2005- Canadian Rockies: il 10 aprile, con Raphael Slawinski, apre M31 (M4) sulla parete nord-est del Mount Andromeda (3450 m) e il 5 maggio, con Mark Toth, traccia una via nuova (400 m, M5) sulla parete nord-est del Mount Sir Douglas (3406 m). Tra il 7 e l'8 giugno, ancora con Slawinski, risolve Infinity Direct (1600 m, M5) sulla parete sud-ovest del McKinley (6194 m, Alaska)

2006- Il 16 maggio, in solitaria, traccia una via nuova (1100 m, M4/M4+) sulla parete ovest della cima nord (7199 m) del Chomo Lonzo (7790 m, Himalaya, Tibet)

2007- Dal 14 al 21 ottobre, con Sergey Kofanov, sale in magnifico stile alpino il pilastro ovest (3000 m, WI4+ e M5) dello Jannu (7710 m, Himalaya del Nepal; nella foto qui sotto: Valery impegnato su terreno molto tecnico lungo la sezione finale della via). Con questa salita (www.intotherocks.splinder.com/post/14388339) si piazza al secondo posto nella prima edizione del Piolet d'Or russo (www.intotherocks.splinder.com/post/14894415)

Babanov Valery on Hard mixed climbing at 7700 m on Nuptse

2008- In primavera, con Nickolay Totmjanin, sale il Dhaulagiri (8167 m) per la via normale dopo un tentativo lungo l'inviolata cresta ovest (www.intotherocks.splinder.com/post/16849036). Doppio successo in Karakorum con Viktor Afanasiev: dal 9 al 17 luglio, in stile alpino, risolve lo sperone ovest (3000 m, WI5 e M6) del Broad Peak (8047 m); dal 29 luglio al 1° agosto, nello stesso stile, apre una via (2300 m, WI4 e M5) sulla parete sud-ovest del Gasherbrum I (8068 m, www.intotherocks.splinder.com/post/18128532). La rivista americana Climbing assegna il Golden Piton per l'alpinismo alla scalata del pilastro ovest dello Jannu (www.intotherocks.splinder.com/post/16292085). Con la stessa impresa vince a Saint-Vincent la Grolla d'oro per la migliore realizzazione alpinistica internazionale riuscita nel 2007 a una guida alpina

2009- In primavera, con Viktor Afanasief, tenta una via nuova sulla parete ovest dell'Annapurna (8091 m, www.intotherocks.splinder.com/post/20391660)

* * * * * * *

Babanov Valery on the SW ridge of Jannu at 7250 m

«Ogni nuova difficile scalata è un faccia a faccia con il pericolo e la fatica: elementi a cui non possiamo ribellarci e che rendono queste esperienze di valore inestimabile. Scalare le vette più alte, per vie impegnative, significa entrare in un altro mondo: in una realtà che, a poco a poco ma irreversibilmente, cambia le persone. Il tempo passa e ad un tratto, con grande sorpresa, ci si scopre trasformati, incapaci di vivere in un altro luogo se non lassù, tra le immense montagne bianche: si scende da una cima, verso la civiltà, soltanto per tornare in alto prima possibile. Perché l'Himalaya dà molto all'uomo, certamente, ma chiede in cambio il suo cuore e tutta la sua anima» (Valery Babanov, dall'intervista pubblicata su Uomini e pareti 2). Nella foto: il piccolo grande russo a 7250 metri sullo Jannu, con il Makalu, il Lhotse e l'Everest sullo sfondo

Foto: arch. Valery Babanov

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lunedì, 09 novembre 2009

I RUSSI COME STEVE HOUSE

postato da carlocaccia alle 17:11 in tien shan

CAPOLAVORO DI GLEB SOKOLOV E VITALY GORELIK CHE, DAL 20 AL 27 AGOSTO 2009, HANNO APERTO IN STILE ALPINO, IN CONDIZIONI DIFFICILI, UNA VIA DI 2500 METRI SULLA PARETE NORD DEL POBEDA (7439 m, TIEN SHAN)

Pobeda pareteInsegnare lo stile alpino ai russi? Forse, vista l'ultima impresa di Gleb Sokolov e Vitaly Gorelik sul Pobeda, sarebbe meglio che i russi lo insegnassero a noi. Perché quei due fuoriclasse, sulla parete nord del colosso del Tien Shan che con i suoi 7439 metri è la seconda montagna dell'ex Unione Sovietica, l'hanno combinata davvero grossa, firmando in otto giorni (dal 20 al 27 agosto 2009), in uno stile da applausi, una via di 2500 metri sul ripido pilastro della quota 7041, che si innalza sulla cresta sommitale tra la cima principale (a sinistra) e la cima ovest (Pik Pavel Pshavel, 6918 m). La nuova linea, che Sokolov aveva già tentato nel 2006 e nel 2008, attacca quindi nei pressi della Smirnov (1986, 5B nella scala russa ossia TD+) e della Merdzmarashvili (1961, idem), procedendo però direttamente al posto di piegare a sinistra verso la cima principale (così la Smirnov) o a destra verso il colle Dykiy (5800 m) e la cima ovest (così la Merdzmarashvili).

Pobeda via nuovaLA CRONACA. Dopo essersi acclimatati sul vicino Khan Tengri (6995 m), sull'altro fianco (settentrionale) del South Inylchek Glacier, Sokolov e Gorelik sono tornati al campo base e da lì, con un breve volo in elicottero sullo Zvezdochka (“Piccola Stella”) Glacier (che confluisce da sud nel South Inylchek Glacier e dal quale si innalza la larga parete nord del Pobeda), il 18 agosto sono arrivati al campo nei pressi della muraglia. L'ascensione, come detto, è cominciata il 20 quando la cordata, con il tempo instabile, ha salito i primi non troppo difficili 950 metri, fermandosi su una piccola cengia a quota 5450 a causa di una nevicata e delle conseguenti valanghe. Il giorno successivo, approfittando di una schiarita, Sokolov e compagno hanno guadagnato altri 260 metri. Il 22 agosto, terzo giorno in parete, si sono spinti fino a quota 5800 e il 23, rallentati dal ghiaccio durissimo, hanno finalmente raggiunto (e salito per 150 metri) la fascia di rocce gialle che segna l'inizio (5900 m) del pilastro vero e proprio: una struttura ripidissima, alta 800 metri, che è il cuore della scalata. Il vento e il freddo (-20°C) non hanno fermato Gleb e Vitaly che nei tre giorni successivi, dal 24 al 26 agosto, hanno duramente lottato, guadagnando con fatica un metro dopo l'altro ed effettuando il quinto, sesto e settimo bivacco a 6300, 6520 e 6700 metri. Da lì, il 27 agosto, i nostri eroi hanno toccato (ormai al buio e con il vento fortissimo) la quota 7041 e dopo un ulteriore bivacco sulla cresta sommitale (nel tratto verso la cima principale), con la visibilità ridotta a zero, il giorno successivo hanno deciso di cambiare direzione e di tornare al campo base, raggiungendolo il 29 agosto dopo un ultimo bivacco (il nono) durante la discesa (effettuata per la menzionata via Merdzmarashvili ossia per la cresta occidentale del Pobeda fino alla cima ovest, poi verso nord al colle Dykiy e da lì al ghiacciaio).

Pobeda SokolovL'UOMO E LA MONTAGNA. Sokolov, che il 5 settembre scorso ha compiuto 56 anni (Gorelik ne ha 42), che è stato 51 volte sulla vetta di un Settemila e che tra poche settimane partirà alla volta del K2 per tentarne la prima ascensione invernale (dopo il successo del 2007 sulla parete ovest, www.intotherocks.splinder.com/post/13521214), ha così messo in bacheca l'ennesimo successo sulla “sua” montagna: quel mirabile edificio di ghiaccio e roccia che è come un gigantesco bastione, orientato esattamente da ovest a est, che si sviluppa per diversi chilometri a segnare il confine tra il minuscolo Kirghizistan (alla sua estremità orientale) e la sterminata Cina. Il Pobeda (il cui nome significa “Vittoria”) presenta così un versante meridionale e un versante settentrionale nettamente distinti e l'imponenza del secondo, che appartiene al Kirghizistan, la si apprezza completamente dalla vetta del Khan Tengri. Da lassù, guardando verso sud, il Pobeda si innalza e si dispiega maestoso, con quell'armoniosa cresta sommitale che, se segna un confine in terra, segna anche il limite tra la terra e il cielo. Così, per Sokolov, è diventata un sogno: un ideale da conquistare nella sua interezza, da est a ovest, ripetendo in solitudine l'impresa realizzata nel 1970 dagli uomini di Riabukhin. La magia, in splendido stile, gli è riuscita tra il 16 e il 23 agosto 2005 quando, dal Zvezdochka Glacier, Gleb è salito al colle Chon-Toren e lì ha cominciato la cavalcata che lo ha portato sulla cima est (7050 m), sul Pik Armenia (7100 m), sulla cima principale (7439 m), sulla quota 7041, sulla cima ovest (Pik Pavel Pshavel, 6918 m) e sul colle Dykiy (5800 m) da dove, finalmente, è tornato sullo Zvezdochka Glacier. Lungo l'ultimo tratto della traversata, dalla cima principale al ghiacciaio, il veterano di Novosibirsk ha seguito a ritroso la più volte citata via Merdzmarashvili: la difficile normale del Pobeda che, nel 1993, lo aveva visto correre in 20 ore dalla base alla vetta e ritorno.

Pobeda ArmeniaQuesta la cresta, con tutte le sue cime. Ma la parete? Quante e quali vie violano la Nord del Pobeda? Non molte in verità, tanto che le possiamo presentare in ordine cronologico senza paura di fare confusione. La prima, nel settore centrale del versante, è la Abalakov (5B ossia TD+), aperta nel 1956 in occasione della prima ascensione ufficiale della montagna. Del 1958, invece, è la Erokhin (5B/6A ossia TD+/ED): la soluzione della lunga cresta est. Ecco quindi la Merdzmarashvili (1961, 5B) per la cresta nord della cima ovest e la cresta occidentale e, con un salto di oltre vent'anni, la difficile Khrischaty (1984, 6A/6B, ED/ED+): la diretta alla cima est. Seguono la Smirnov (1986, 5B) e la Zuravliov (1990, 5B) rispettivamente a destra e a sinistra della Abalakov. Infine, a chiudere la serie prima dell'ultima creazione di Sokolov e Gorelik, la proibitiva linea (6B, ED+) che raggiunge la cresta est poco a sinistra del Pik Armenia. La scheda di questa impresa, a suo tempo classificatasi seconda nell'High altitude technical class del Campionato russo di alpinismo (alle spalle soltanto del capolavoro di Babanov e Koshelenko sul Nuptse Est), parla di 12 giorni di scalata, dall'8 al 19 agosto 2003, e di uno squadrone di fuoriclasse (tra gli altri Arkhipov, Kuznetsov, Khvostenko e Cherezov) guidati da un duro che conosciamo bene: l'intramontabile Gleb Sokolov.

Nelle foto sopra, dall'alto: il settore destro della parete nord del Pobeda dal campo base sul South Inylchek Glacier (in rosso la via di Sokolov e Gorelik); il tracciato della nuova via con i bivacchi (www.bask.ru); Gleb Sokolov sul Pobeda nel 2003, ormai al termine dell'impresa (www.mountain.ru); il tracciato della via aperta da Sokolov e compagni nel 2003 (www.mountain.ru)

Pobeda in parete

Vitaly Gorelik in azione sulla nord del Pobeda (www.bask.ru)

Pobeda in parete 2

Ancora Gorelik in azione (www.bask.ru)

Pobeda complessiva

Il larghissimo versante nord del Pobeda visto dal Khan Tengri. Le lettere indicano: A- colle Chon-Toren; B- cima est, 7050 m; D- Pik Armenia, 7100 m; E- cima principale, 7439 m; F- Cima ovest (Pik Pavel Pshavel), 6918 m; G- colle Dytiy, 5800 m. Sono tracciate (anche se in parte non visibili) le vie: 1- Erokhin (cresta est, 1958); 2- Khrischaty (parete nord della cima est, 1984); 3- Sokolov (parete nord del Pik Armenia, 2003); 4- Zuravliov (1990); 5- Abalakov (1956); 6- Smirnov (1986); 7- Merdzmarashvili (cresta ovest, 1961). La linea rossa è la parte superiore della via di Gleb Sokolov e Vitaly Gorelik sul pilastro della quota 7041 (2009). Infine: le sigle C3, C4, C5 e C6 indicano il terzo, quarto, quinto e sesto bivacco della traversata di Sokolov (2005, in pratica la combinazione delle vie 1, percorsa in salita, e 7, percorsa in discesa). Foto tratta dall'"American Alpine Journal", 2006, p. 338

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venerdì, 06 novembre 2009

IL RE DELL'HISPAR MUZTAGH (2)

postato da carlocaccia alle 08:23 in frammenti di storia, karakoram

Ecco, a due settimane della prima (www.intotherocks.splinder.com/post/21553920), la seconda parte della storia alpinistica del Disteghil Sar (7885 m, Karakorum). Raccontati i tentativi del 1957 e del 1959 alla vetta principale e la prima ascensione assoluta della stessa, del 1960, oggi ci soffermeremo sulla prima salita dei 7696 metri della cima est (era il 1980) e sulla seconda salita della cima maggiore (riuscita nel 1982).

1980: POLACCHI IN GRANDE SPOLVERO SULLA CIMA EST

Distaghil_from_Bularung_SummitDopo la prima ascensione, per ben vent'anni, le pareti e le creste del Disteghil Sar non videro più alpinisti in azione. I riflettori sulla nostra montagna si riaccesero soltanto nel 1980 quando, dopo qualche problema con il bagaglio (perso durante il viaggio dalla compagnia aerea e ritrovato dopo due settimane) e con i portatori (che diedero forfait a quattro giorni dal campo base), il 14 luglio una squadra polacca innalzò le proprie tende sul Kunyang Glacier, a quota 4350. L'obiettivo della spedizione non era però la vetta principale del Disteghil Sar: Ryszard Kowalewski (leader), Andrzej Bielun, Tadeusz Piotrowski e Jerzy Tillak (senza dimenticare il medico Jacek Gronczewski) puntavano ai 7696 metri della sua inviolata cima orientale e, inoltre, ai circa 7400 metri dello Yazghil Dome Sud (anch'esso inviolato), situato nelle immediate vicinanze (sud-est) del Disteghil Sar. I polacchi, dopo tanti contrattempi, non rimasero con le mani in mano e trasportata parte del materiale a 5100 metri, ai piedi del versante sud-ovest dello Yazghil Dome Sud (in pratica la continuazione verso destra, ossia est, della parete meridionale del Disteghil Sar), una settimana dopo l'arrivo al campo base sferrarono il loro doppio attacco. Il primo bivacco, il 21 luglio, fu a quota 5800 e i tre successivi a 6200, 6500 e 6900 metri. Così il 25 luglio, superando nonostante la neve profonda e il tempo cattivo gli ultimi 450 metri di dislivello, gli uomini di Kowalewski violarono la cima dello Yazghil Dome Sud. Lo stesso giorno bivaccarono nuovamente a quota 6900, ossia al colle tra il Disteghil Sar e il Kunyang Chhish Nord (7200 m), e il 26 luglio partirono alla volta della cima orientale del “re” dell'Hispar Muztagh. La scalata, per la parete est, fu tutt'altro che semplice (nella parte inferiore ricordava la Nord del Cervino) e soltanto alle 18.30, dopo diverse ore di fatica, i nostri protagonisti poterono esultare a quota 7696. Scesero quindi al chiaro di luna e il 29 luglio, a sole due settimane dal loro arrivo ma con una notevole doppietta in bacheca - colta in bello stile all'insegna del veni, vidi, vici - lasciarono il campo base e il magico mondo del Kunyang Glacier.

1982: LA SECONDA ASCENSIONE DELLA CIMA PRINCIPALE. GLI SPAGNOLI RIPETONO, CON UNA VARIANTE, LA VIA DEGLI AUSTRIACI

Disteghil nord vicinaLa seconda ascensione della cima principale del Disteghil Sar riuscì ad una spedizione spagnola diretta da Joaquim Prunés: era il 1982 e, dalla prima scalata ad opera degli austriaci di Wolfgang Stefan, erano passati ben 22 anni. Tanti? Certo. Comunque – e sveliamo un particolare importante – sempre meno di quelli tra la seconda e la terza salita che, in verità, appartiene ancora al futuro. Avete capito bene: lo splendido Disteghil Sar, la ventesima montagna del globo, conta la miseria di due ascensioni e la sua poderosa parete settentrionale (foto qui sopra), che precipita ripidissima sul Malangutti Glacier (che scende verso nord nella valle dello Shimshal, affluente dell'Hunza), è ancora inviolata. Lasciamo tuttavia da parte questa grande sfida aperta, di cui diremo più avanti, e concentriamoci sull'ascensione degli spagnoli che, dal Kunyang Glacier, ripercorsero con una variante iniziale la via del 1960. La squadra di Prunés, composta dagli alpinisti Ramón Biosca, Jaume Matas, Toni Bros e Josep Paytubi e dal medico Josep Aced, piazzò il campo base (4450 m) durante la prima settimana di luglio e il giorno 8, a 5000 metri ai piedi del settore sinistro della parete sud, anche il campo I era pronto. Da lì, procedendo più a destra rispetto agli austriaci, il 19 luglio fu raggiunto il campo II (5900 m) e quindi, riprendendo la via originale e finalmente col bel tempo, il 22 luglio fu la volta del campo III (6600 m). Da notare che la via, interamente su neve e ghiaccio, fino a quel punto era stata attrezzata con 1100 metri di corde fisse: 800 tra il campo I e il campo II e il resto più in alto. La puntata finale cominciò il 26 luglio: il capospedizione e gli alpinisti partirono alla volta del campo III, raggiunto il 28, e il giorno seguente Biosca, Matas e Bros, collocando altri 150 metri di statiche, salirono fino a quota 7250 sulla cresta ovest: lassù piazzarono il campo IV. Da lì, il 31 luglio, il terzetto partì per la vetta e alle 14.50, dopo la rinuncia di Bros a soli 50 metri dal traguardo, Biosca e Matas divennero il terzo e il quarto uomo, dopo Günther Stärker e Diether Marchart, a calcare il punto più alto del Disteghil Sar.

Nella foto in alto: i versanti ovest e sud del Disteghil Sar dalla vetta del vicino Bularung Sar (7200 m). L'immagine è stata scattata da Vincent von Kaenel: uno dei primi salitori, nel 1990, del Bularung Sar (www.von-kaenel.com)

Disteghil da nord

Una seconda immagine della poderosa e ancora inviolata parete nord del Disteghil Sar (1: cima est, 7696 m; 2: cima centrale, 7760 m; 3: cima principale, 7885 m). La foto, come la precedente, è stata scattata nel 2008 da Simone Moro. Sul Malangutti Glacier, ai piedi della muraglia, si svolgono le esercitazioni della scuola di alpinismo fondata dallo stesso Moro con gli amici pakistani Shaheen Baig e Qudrat Ali, suoi compagni in occasione dei tentativi invernali sul Broad Peak

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mercoledì, 04 novembre 2009

TRE SVIZZERI, CINQUE NOMI E UNA FATICOSA IMPRESA

postato da carlocaccia alle 18:27 in himalaya, frammenti di storia

SIMON ANTHAMATTEN, SAMUEL ANTHAMATTEN E MICHAEL LERJEN, DAL 27 AL 29 OTTOBRE 2009, HANNO FIRMATO IN STILE ALPINO, CON LA PARETE IN CONDIZIONI DA PAURA, UNA VIA NUOVA SULLA SUD-EST DEL PASANG LHAMU CHULI (7350 m): ELEGANTE CIMA NEI PRESSI DEL CHO OYU MENZIONATA ANCHE COME JASEMBA, JASAMBA, CHO AUI E NANGPAI GOSUM I

Ai Piolets d'Or dello scorso aprile, quando è stato premiato per l'apertura di Checkmate (2000 m, M7, VI e A0 e WI5) sulla parete nord del Tengkangpoche (6500 m, Himalaya, www.intotherocks.splinder.com/post/20405283), più che un alpinista dal folto pelo sullo stomaco, Simon Anthamatten sembrava proprio Peter, il pastorello amico di Heidi. Ma quel ragazzotto svizzero di 26 anni, guida alpina di Zermatt, capace di salire in poche settimane, nel 2007, tutte le cime del gruppo del Fitz Roy e inoltre il Cerro Torre, il Mocho e la Torre de la Media Luna (www.intotherocks.splinder.com/post/11524427), è proprio quello che abbiamo detto: un alpinista dal folto pelo sullo stomaco, punto. Lo dimostra, semmai ce ne fosse bisogno, la sua ultima impresa: un'ardua via nuova sulla parete sud-est (nella foto qui sotto) del Pasang Lhamu Chuli (7350 m, Himalaya) firmata dal 27 al 29 ottobre 2009, in stile alpino, con il fratello Samuel (23 anni) e con il connazionale Michael Lerjen (24).

Pasang pareteLA CRONACA. Partiti il 30 settembre alla volta di Kathmandu, una volta giunti al campo base nei pressi del Sumna Glacier i tre alpinisti hanno subito notato che la linea a cui puntavano appariva possibile: non restava quindi che effettuare l'acclimatamento (durato quattro giorni, con due notti passate a quota 6000 e un'altra su una cima, forse inviolata, di 6300 metri), studiare la montagna nei dettagli e aspettare il momento giusto per attaccare. Il forte vento (90 chilometri all'ora a 7000 metri) ha fatto rimandare la scalata fino al 27 ottobre quando, dal bivacco a quota 5800 alla base della parete, Simon, Samuel e Michael hanno guadagnato ben 700 metri superando un primo tratto su ghiaccio e poi arrancando nella neve fino ad un “fungo” su cui hanno passato la notte. Il giorno successivo la scalata si è fatta assai insidiosa, caratterizzata da funghi di neve di dimensioni variabili (dall'automobile al camion...) e da ripidi muri di ghiaccio. I problemi, però, più che dal ghiaccio (che concedeva ottime protezioni), sono arrivati dalla neve: molto profonda e quindi pericolosa. Simon, con grande efficacia, ha spiegato che «era possibile avanzare soltanto come delle arvicole»: quei piccoli roditori che vivono in alta montagna e che scavano le loro tane tra la neve e il terreno. Il terzetto, pensando che una progressione del genere avesse ben poco a che fare con la scalata, non ha comunque mollato e coi nervi a fior di pelle è riuscito a conquistare (letteralmente) altri 400 metri, toccando così quota 6900. «Una cavità in un fungo di neve era appena sufficiente per la nostra tendina a due posti – ha spiegato Simon -: è facile immaginare quanto sia stata piacevole quella notte...». Il terzo giorno, col morale non proprio alle stelle, i nostri eroi hanno superato prima una barriera rocciosa di 150 metri con tratti verticali e poi, dando il tutto per tutto, gli ultimi 300 metri su neve prima del traguardo: l'agognata vetta del Pasang Lhamu Chuli, calcata alle 14.30 del 29 ottobre. Esplosione di gioia per la vittoria? Non proprio. «Lo Jasemba – ha spiegato Simon Anthamatten usando uno dei toponimi non ufficiali della montagna – non presenta alcun versante tranquillo. È come il Cervino: una volta in cima si è soltanto a metà strada. La sera stessa siamo tornati a 6900 metri e il giorno successivo, esausti e molto sollevati dopo 25 doppie su Abalakov, stopper, friend, una piccozza sepolta e un pezzo di bastoncino telescopico, abbiamo rimesso piede al campo base».

LA MONTAGNA E LA SUA STORIA. Dietro quel nome, Pasang Lhamu Chuli, si nasconde una cima per nulla remota, che si innalza a soli cinque chilometri, in direzione ovest-sud-ovest, dal Cho Oyu. Si tratta, per la precisione, del rilievo più alto del gruppo dei Nangpai Gosum, costituito da imponenti vette lungo la cresta di confine tra il Nepal e il Tibet. Tale crinale, nel tratto che ci interessa, si sviluppa verso sud dalla piatta sommità del Cho Oyu, dividendo innanzitutto le pareti ovest (bacino del Gyabrag Glacier) e sud-est (bacino del Lungsampa Glacier) del colosso di 8201 metri. Quindi, dopo essere sceso fino a quota 7173 (a circa 2 chilometri e mezzo dal “vertice” del Cho Oyu), lo spartiacque piega decisamente a ovest, si innalza nei Nangpai Gosum e prosegue verso nord fino al famoso Nangpa La (5800 m): il valico attraverso cui il popolo Sherpa, nel XVII secolo, raggiunse il Nepal e che oggi è un passaggio obbligato per i numerosi aspiranti alla via normale della “dea turchese” (ricordiamo inoltre che il Nangpa La è stato teatro dei sanguinosi fatti del 30 settembre 2006, quando i soldati cinesi spararono ad un gruppo di pellegrini tibetani diretti in India per incontrare il Dalai Lama). Il Pasang Lhamu Chuli (menzionato anche come Jasemba, Jasamba, Cho Aui e Nangpai Gosum I, con conseguente confusione), il cui nome ufficiale ricorda la prima donna nepalese giunta in vetta all'Everest (e scomparsa durante la discesa, era il 1993) fa quindi buona compagnia agli alpinisti diretti al Cho Oyu, che non possono non notarlo.

Pasang vecchie vieLa montagna, con quella degli Anthamatten e Lerjen, conta oggi sei ascensioni certe (più una dubbia che, se confermata, sarebbe la prima assoluta). Ufficialmente, comunque, il Pasang Lhamu Chuli risulta salito per la prima volta nel 1986, per la cresta nord-ovest (dal Tibet, numero 1 nella foto), da una spedizione giapponese al completo: il 12 ottobre a mezzogiorno giunsero in vetta Yukitoshi Endo, Yoshihiro Shikoda, Katsushi Emura e Katso Matsuki mentre due giorni dopo, alle 14, fu la volta del leader Hiroshi Yajima e di Mitsuyoshi Onodera, Osamu Sato, Keiji Ishikawa, Toshio Yamada e Omohaka Okobu. Da notare che l'“American Alpine Journal” (1987, p. 305) menziona la montagna come Cho Aui. Dieci anni più tardi, nell'autunno 1996, ecco la seconda e la terza ascensione (sempre per la cresta nord-ovest ma dal Nepal) da parte di una spedizione francese e dei “soliti” giapponesi e quindi, nell'ottobre 2004, furono gli sloveni Rok Blagus (compagno di Marko Prezelj durante la recente avventura sui Bhagirathi, www.intotherocks.splinder.com/post/21586191), Samo Krmelj e Uros Samec ad aggiudicarsi la quarta salita, tracciando una difficile via (1500 m, M5, ED) sul versante sud-est, prima in parete (a sinistra) e poi in cresta (linea azzurra nella foto sopra). Nel 2007, dopo due tentativi a vuoto nel 2005 (con Karl Unterkircher e Luis Brugger) e nel 2006 (con il solo Brugger, vittima di un incidente mortale), Hans Kammerlander (con Unterkircher) ha infine realizzato la quinta ascensione del colosso (pensando fosse la prima, probabilmente per colpa dei numerosi nomi), violando da ovest il difficile pilastro sud (linea rossa nella foto sopra) per congiungersi a circa 6650 metri (ossia lungo la cresta) con la via slovena. Un'ultima annotazione: quello di Simon Anthamatten, Samuel Anthamatten e Michael Lerjen è il primo successo in perfetto stile alpino sul Pasang Lhamu Chuli, colto senza corde fisse (usate da tutti i predecessori esclusi gli sloveni) e neppure senza puntate di acclimatamento lungo l'itinerario prescelto (come, invece, fecero gli sloveni).

Pasang terzo giorno

Senza parole: un'immagine che rende perfettamente le condizioni incontrate dagli Anthamatten e Lerjen sulla parete sud-est del Pasang Lhamu Chuli

Pasang Michael 6700

Michael Lerjen a 6700 metri

Pasang Samuel 6800

Samuel Anthamatten conduce le delicatissime operazioni a quota 6800. Da quest'immagine sembra che il terzetto elvetico (che non ha ancora reso noto il tracciato della via) sia salito nei pressi (a destra) dello sperone centrale della parete, ben visibile nella foto pubblicata in alto

Pasang quarto giorno fascia rocciosa 7100 m

Simon Anthamatten sulle rocce a oltre 7000 metri. A destra in basso fa capolino la parte superiore destra della complessa parete ovest del Cho Oyu

Pasang Cima

I nostri eroi sulla vetta del Pasang Lhamu Chuli. Anche il Cho Oyu, con la sua piatta sommità, si è messo in posa...

Pasang discesa

 29 ottobre: dopo la vetta ecco una discesa da brivido, con le ombre che si allungano. Simon, Samuel e Michael raggiungeranno il campo base soltanto il giorno successivo, dopo un ulteriore bivacco a 6900 metri

Foto: www.anthamattens.ch tranne la seconda dall'alto, scattata da Karl Unterkircher e tratta dalla rivista Climb (settembre 2008, p. 79)

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martedì, 03 novembre 2009

BHAGIRATHI 2009: LE IMMAGINI DI MARKO PREZELJ (1)

postato da carlocaccia alle 16:35 in varia, himalaya, frammenti di storia

prezeljMarko Prezelj (http://mark.amebis.si, nella foto a lato, di Giulio Malfer) non è soltanto uno dei migliori alpinisti del mondo: è anche un fotografo di talento, che in spedizione non rinuncia mai ai suoi apparecchi e obiettivi. Lo sa bene, ad esempio, Steve House, la cui amicizia con Prezelj si è cementata proprio grazie alla passione di Marko per la fotografia. L'aneddoto merita di essere riportato e, visto che lo abbiamo raccolto in presa diretta da House, glielo lasciamo raccontare in prima persona. «Marko l'ho conosciuto in Alaska – ci spiegava Steve – e ho capito subito che con lui sarebbe potuta nascere una bella intesa. Stavo organizzando una spedizione sulla Sud del Nuptse e gli ho proposto di venire. Proprio sul Nuptse, grazie ad un semplice episodio, la nostra amicizia si è molto consolidata. Stavamo salendo, per acclimatarci, lungo la via aperta di Chris Bonington e compagni nel 1961. Eravamo partiti insieme ma slegati e Marko, che come noto è un ottimo fotografo, si fermava in continuazione a scattare, costringendomi ad aspettarlo. Io mi sentivo un po' frustrato, pensando che eravamo lì per arrampicare e non per fare belle fotografie... Così ad un certo punto, dopo qualche ora, ho perso la pazienza: alla sua ennesima sosta ho fatto finta di nulla e non mi sono fermato. Subito dopo, voltandomi, l'ho visto che ce la stava mettendo tutta per recuperare il terreno perduto: saliva a tutta velocità, ansimante, e quando mi ha raggiunto mi ha chiesto il perché della mia “fuga”. Io gli ho detto la verità: “Io sono qui per scalare, non per scattare fotografie”. In quel momento Marko ha capito che, venendo con me, alle sue foto avrebbe dovuto in parte rinunciare. Comunque è sempre bravo a “rubare”molti scatti...». E Steve, in verità, oggi deve parecchio all'amico, visto che alcune delle più belle immagini che lo riguardano sono proprio opera di Prezelj. Un esempio? Quella che fa bella mostra di sé sulla copertina del recente libro di House (Beyond the mountain, Patagonia Books, 2009) e che, guarda un po', è proprio una di quelle scattate da Marko durante l'acclimatamento sulla parete sud del Nuptse. Anche in occasione della sua ultima avventura – la spedizione ai Bhagirathi con Rok Blagus e Luka Lindic (www.intotherocks.splinder.com/post/21586191) – Prezelj è riuscito a catturare inquadrature da incorniciare. Alcune le abbiamo già pubblicate (link precedente) e le altre, come annunciato, le proporremo da oggi in avanti in semplice ordine cronologico, creando così un vero e proprio “racconto visivo” della spedizione.

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I PRIMI TRE GIORNI

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3 settembre 2009: dolcezza e forza della natura sulla soglia del Gangotri Glacier, durante l'avvicinamento al campo base (anche se i due personaggi che animano l'immagine, per evidenti ragioni fotografiche, stanno camminando nella direzione opposta). Sullo sfondo, a sinistra (destra orografica del ghiacciaio), il Bhagirathi II, il Bhagirathi IV (si intravede appena) e il Bhagirathi III con le loro imponenti pareti occidentali. A destra, con la cima tra le nuvole, lo splendido Shivling (6543 m) la cui cresta est, contro il cielo a sinistra della vetta, è stata salita nel giugno 1981, in 13 giorni, dal francese Georges Bettembourg, dagli australiani Greg Child e Rick White e dal britannico Doug Scott.

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4 settembre: verso il campo base, dominato dalle inquietanti moli rocciose del Bhagirathi II (di cui si notano l'innevata parete nord superata nel 1938 in occasione della prima salita della montagna e, a destra della vetta, la cresta sud-ovest salita nel 1984 da Andrea Sarchi, Vincenzo Ravaschietto ed Egidio Bonapace), del Bhagirathi IV e del Bhagirathi III (sulla cui parete ovest, ben visibile nell'immagine, gli sloveni Silvo Karo e Janez Jeglič, dal 2 al 7 settembre 1990, hanno firmato una delle vie su roccia più grandiose del globo: 1300 m, VIII, A4 e 85°).

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5 settembre: ecco la neve, che rende ancora più affascinante il favoloso Shivling. A sinistra della verticale della vetta si intuisce la cresta est (vedi la prima didascalia) oltre la quale, a destra, si apre la parete nord-est: un appicco di 1500 metri scalato in 8 giorni, nel giugno 1986, da Paolo Bernascone, Fabrizio Manoni ed Enrico Rosso che, salendo nel cuore della muraglia, hanno incontrato difficoltà di VI, A1 e 90°. Da ricordare anche, sul filo della cresta nord (contro il cielo a destra della vetta), il notevole tentativo di Hans Kammerlander e Christoph Hainz che il 31 maggio 1993, in sole 12 ore e superando difficoltà fino al VII grado, sono saliti dalla base della montagna a 300 metri dalla vetta. A quel punto, sorpresi dalla tempesta, i due altoatesini hanno dovuto scendere lungo la via appena percorsa, rimettendo piede al campo base alle 4.30 del mattino del giorno successivo (dopo 12 ore e mezza di ritirata).

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