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the sad smoky mountains
accensione, mediante simboli e pensieri, del cuore infranto delle montagne e di chi le percorrE
>> Throughout the world in proximity of the arrival of the Olympic torch on the summit of Mount Everest + the inauguration of the Olympics in Peking >>
ignition, through the use of symbols and thoughts, of broken hearted mountains as well as broken hearts of those who go across them

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venerdì, 09 maggio 2008

BRUNO DETASSIS (1910-2008)

postato da carlocaccia alle 19:26 in varia

«NATO AI PIEDI DELLE MONTAGNE, NE HO SEMPRE SUBITO LA PREPOTENTE ATTRAZIONE»

«Dopo le tante discussioni anche di carattere filosofico che già si sono avute su questo argomento, ecco che oggi ci ridomandiamo “perché l'alpinismo?”. E noi alpinisti anziani chiediamo a noi stessi per quali ragioni continuiamo ad andare in montagna. Evidentemente non è soltanto perché la nostra vita s'identifica ormai col lato pratico dell'alpinismo, ma perché grazie alla montagna abbiamo potuto darle un senso completo. Nato ai piedi delle montagne, ne ho sempre subìto la prepotente attrazione. Inizialmente esse sono state per me come un ginnasio per saggiare i miei ardori giovanili. Ma anche più in là negli anni constatai che la montagna è il banco di prova più adatto per misurare le nostre possibilità: nella lotta contro le forze della natura, talvolta benigne, talvolta ostili, che però lasciano sempre all'uomo la capacità di resistere con intelligenza ed anche di vincere. In queste parole, “anche vincere”, è il nocciolo della questione. Si può vincere anche con umiltà e modestia. Per ottenere questa vittoria non basta aver coraggio: occorre aver imparato, occorre spesso tutta una vita di sacrifici. Si comprende il valore di questa lunga conquista che è il risultato della maestria e del controllo di se stessi. E credo che per sfuggire talvolta alla supremazia ingiusta e crudele degli uomini, molti si rivolgono con amore alla montagna e all'alpinismo, attratti da un'attività, da una forma di lotta in cui possono affermare la parte migliore di loro stessi. La montagna si rivela così un autentico aiuto morale».

Così rispose Bruno Detassis, nel 1965, alla domanda da lui stesso ricordata (Tavola rotonda del Festival di Trento, si veda in proposito la Rivista mensile del Cai, 1967, pp. 94-95). Il “Re del Brenta” si è spento ieri sera nella sua casa di Madonna di Campiglio (www.intraisass.splinder.com/post/17040701). Georges Livanos, nel suo Cassin. C'era una volta il sesto grado (Dall'Oglio, Milano 1984), gli rese omaggio a modo suo, in due righe che valgono più di un libro intero: «I “più forti” allora erano cinque, sei, sette... Volendo fare una classifica ex aequo, di questi grandi maestri non citerò che i più famosi: Andrich, Carlesso, Comici, Detassis, Soldà, Vinatzer e Cassin».

Profit e Detassis

Christophe Profit e Bruno Detassis al Festival di Trento (www.trentofestival.it)

Detassis Luisa

Bruno Detassis e le sue montagne secondo la disegnatrice lecchese Luisa Rota Sperti (il disegno è tratto dal ciclo Dalle cattedrali della terra ai sentieri del cielo, www.luisarotasperti.com)

Detassis Luisa 2

Bruno Detassis negli appunti di Luisa Rota Sperti (dal catalogo del ciclo Dalle cattedrali della terra ai sentieri del cielo)

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giovedì, 08 maggio 2008

OLTRE QUOTA 8000

postato da carlocaccia alle 15:03 in himalaya

ANNAPURNA

PARETE SUD. Giorni decisivi per la spedizione internazionale impegnata sulla parete sud dell'Annapurna (8091 m). La squadra, originariamente composta dallo spagnolo Iñaki Ochoa, dal rumeno Horia Colibasanu, dal canadese Don Bowie e dai russi Alexey Bolotov (in vetta al K2, nel 2007, per la parete ovest), Sergej Bogomolov, Emil Mamedov, Dmitry Sinev, Alexander Lutokhin, Ilya Rozhkov, Arcady Ryzhenko e Dmitry Frolenko, si è mossa nel settore destro della parete (il più basso e meno difficile), nei pressi della Via dei Polacchi (Jerzy Kukuczka e Artur Hajzer, 1988) e di quella risolta nell'autunno scorso, in solitaria, dallo sloveno Tomaž Humar. «Il 21 aprile – ha spiegato Ochoa – io ed Horia siamo saliti a quota 6500 lungo la via polacca, con la parete in condizioni accettabili. Il giorno successivo ci siamo quindi diretti verso la linea di Humar: si tratta di una via fantastica, logica e sicura. Ci siamo spinti fino a quasi 7000 metri, aprendo una variante di 800 metri». Ieri Ochoa e Colibisanu hanno sferrato un primo attacco alla cima salendo fino a 6200 metri ma oggi, a causa della molta neve caduta nella notte, hanno deciso di scendere al campo base: sperano di ritentare nei prossimi giorni. Purtroppo non sono chiare le notizie sul rapporto tra la cordata appena menzionata e il gruppo russo che il 4 maggio, ridotto a soli quattro elementi (nei giorni scorsi Mamedov, Sinev, Rozhkov e Ryzhenko hanno dato forfait), stava attrezzando con le corde fisse la parte superiore della parete (mentre Ochoa, Colibisanu e Bowie erano al campo 2, a quota 6200).

AGGIORNAMENTO. Giunge in questo momento la notizia che ieri, 7 maggio, il russo Alexey Bolotov, da solo, con il vento a 40 chilometri l'ora e una temperatura di -20 gradi, ha raggiunto la cima est (8029 m) dell'Annapurna. Ora si trova con i suoi compagni al campo 5, verosimilmente lungo la cresta sommitale, a quota 7300.

Via Ochoa

Il settore destro della sud dell'Annapurna con, da sinistra a destra, la via polacca, la recente variante e la via di Humar (www.navarra8000.com)

PARETE NORD-OVEST. La spedizione polacco-slovacca composta dai fuoriclasse Piotr Pustelnik, Piotr Morawski, Dariusz Zaluski e Peter Hamor, dopo aver raggiunto quota 7000 (il 28 aprile) ed essere stata cacciata in basso dal vento fortissimo, ha rinunciato al proprio obiettivo: la prima ripetizione della Via cecoslovacca, tracciata nel 1988 da un team di 15 alpinisti (in vetta, il 2 ottobre dal campo V, giunsero Jindrich Martis e Josef Nezerka) sulla parete nord-ovest dell'Annapurna. Pustelnik e compagni, colpiti da leggeri congelamenti, potrebbero aver già lasciato il campo base (in elicottero) alla volta di Pokhara.

Hamor Pustelnik Morawski

Peter Hamor, Piotr Pustelnik e Piotr Morawski (arch. Pustelnik)

* * * * * * * * *

DHAULAGIRI

Venti persone in un solo giorno in vetta al Dhaulagiri: la notizia è del 1° maggio scorso, quando a quota 8167 sono giunti i russi Valery Babanov e Nickolay Tomjanin, i cechi Radek Jaros e Zdenek Hruby, la polacca Kinga Baranowska, l'ecuadoriano Iván Vallejo, il colombiano Fernando González-Rubio, l'argentino Christian Vitri, l'austriaca Gerlinde Kaltenbrunner, il tedesco David Göttler, il nepalese Muptu Sherpa e gli spagnoli Edurne Pasabán, Ferrán Latorre, Ignacio Orviz, Asier Izaguirre, Alex Txicon, Carlos Pauner, Javier Pérez, Marta Alexandre e Jesús Morales. Tutti gli alpinisti hanno seguito la via normale per la parete nord e la cresta nord-est, tracciata nel 1960 da una spedizione svizzera diretta da Max Eiselin (i primi a toccare la cima, il 13 maggio, furono l'austriaco Kurt Diemberger, lo svizzero Albin Schelbert e il nepalese Nawang Dorje Sherpa). Diamo quindi la notizia soltanto per dire che per Babanov e Totmjanin questo successo è, in realtà, la conseguenza di un tentativo a vuoto lungo la cresta ovest della stessa montagna (post del 14 e 25 marzo e del 7, 18 e 23 aprile 2008), che per Gerlinde Kaltenbrunner ed Edurne Pasabán si tratta rispettivamente dell'undicesimo e del decimo Ottomila e che Iván Vallejo, con questa salita, ha finalmente completato la collezione delle quattordici montagne più alte della terra (è stato il quattordicesimo alpinista a raggiungere l'obiettivo e il settimo dopo Messner, Loretan, Oiarzabal, Iñurrategi, Viesturs e Mondinelli a riuscire senza mai usare l'ossigeno supplementare).

Vallejo 2

Iván Vallejo sulla vetta del Dhaulagiri, suo quattordicesimo Ottomila (www.ivanvallejo.com)

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lunedì, 05 maggio 2008

TRENTO FILMFESTIVAL 2008

postato da carlocaccia alle 14:11 in varia

Toccata e fuga al festival di Trento: quest'anno, per impegni vari, per noi purtroppo è andata così. Ma venerdì, in quelle quattordici ore che abbiamo passato tra il Centro Santa Chiara, il tendone di Montagnalibri, la sala conferenze della Fondazione Cassa di Risparmio di Trento e Rovereto e... la birreria Padavena, gli incontri non sono proprio mancati: lunghe chiacchierate nel segno di un imprevisto denominatore comune, che intuirete leggendo. Partenza da Valmadrera con Gianni Mandelli al volante, Gianni Magistris e poi, da Lecco, con Luisa Rota Sperti: irrequieta, geniale disegnatrice che dal Signore degli Anelli è passata al Tibet, al Pelmo e alle Dolomiti intere, con i loro protagonisti aggrappati alle rocce e fluttuanti nella fantasia. La sua Antologia dolomitica era esposta al primo piano del Centro Santa Chiara e se l'avete persa (c'era anche lei: la “Parete delle pareti” che fa gola a tanti...) potete tentare di coglierne qualche frammento facendo un giro qui: www.luisarotasperti.com. Peccato – ecco perché abbiamo scritto “tentare” e “qualche frammento” - che quelle opere, dagli infiniti minuscoli nascosti dettagli, vadano osservate lungamente dal vero, a pochi centimetri di distanza, e siano terribilmente restie a lasciarsi riprodurre come si deve, soprattutto sullo schermo di un computer.

Ma facciamo qualche passo indietro, giusto per dire di un pimpante Augusto Golin (come Maurizio Nichetti) in giro in bicicletta nei pressi del duomo e poi della “Mostra mercato internazionale delle librerie antiquarie della montagna” (così il nome completo, come da programma del festival), dove si vorrebbero avere decine di migliaia di euro in tasca e dire: «Compro tutto!». Gli euro sono però soltanto qualche decina e allora, dopo aver contemplato in religioso silenzio (tenendola in mano!) la prima edizione di My climbs in the Alps and Caucasus (www.intotherocks.splinder.com/post/14448841) del grande Mummery – proprietà di Angelo Recalcati: un mito del settore – dallo stesso Recalcati scoviamo l'economicamente assai più abbordabile Sesto grado di Vittorio Varale, Reinhold Messner e di Domenico Rudatis (ecco ancora la “Parete delle pareti”...).

Luca Visentini e Mario Crespan non si vedono ancora e arriva l'ora di pranzo: sotto l'altro tendone ecco Spiro Dalla Porta Xidias, Rolly Marchi, Catherine Destivelle (emozionante contrasto...) e poi, trafelato, l'amico Franco Michieli con cui si comincia a parlare di questo e di quello. Arriva anche Gianni Rusconi (Via dei cinque di Valmadrera e Philipp-Flamm in inverno, rispettivamente nel 1972 e 1973: ecco ancora la nord-ovest...) e uno squillo annuncia l'arrivo di Luca e Mario. Sono alla birreria Padavena e lì, mentre loro mangiano, gli altri bevono. Si parla di montagna ma anche, come già l'anno scorso (per colpa del sottoscritto e di Crespan), delle Sonate per violino solo di Bach e del suono di Salvatore Accardo, che ricorda quello di Francescatti perché quello Stradivari, il favoloso Hart (“Cervo”) del 1727, prima del francese e ora dell'italiano, ha una personalità dirompente, capace di piegare alla sua volontà anche i più grandi talenti.

Pomeriggio: niente film ma ancora libri e un incontro magico. Lo guardo, quel signore tranquillo... è lui? Qui a Trento? Proviamo: «Scusi... ma lei non è Armando Aste?». Grandissimo: in pochi minuti racconta tante cose, parla della sua via sulla nord-ovest del Civetta (l'abbiamo stuzzicato noi) e non solo. Il tutto è stato debitamente registrato grazie alla disponibilità del nostro gentilissimo interlocutore e, appena ne avremo l'occasione, ve lo proporremo. Per ora ripetiamo soltanto che l'autore della Via dell'Ideale non è mai stato considerato a dovere: colpa dei rosari in parete? Speriamo proprio di no. Perché la classe alpinistica di Armando, la sua capacità di vedere e risolvere grandi problemi (oppure suggerirli ad altri), l'eleganza e l'efficacia della sua arrampicata, hanno avuto pochi eguali e meriterebbero assai più attenzione.

Via dal tendone di Montagnalibri: si torna al Santa Chiara per osservare ancora le Dolomiti di Luisa Rota Sperti e imparare qualcosa... Perché la disegnatrice lecchese e Mario Crespan, colpito da quelle opere, cominciano a parlare di matite 7H (Mario: «L'anticamera del chiodo») ma anche di leggende dolomitiche e un sacco di altre cose. Salutiamo la “Parete delle pareti” ritratta da Luisa e partiamo di corsa per quella di Paola Favero, che sta già presentando il suo Civetta. Tra le pieghe della parete. Purtroppo manca l'atteso ospite: Ignazio Piussi. Il gigante della Solleder-Lettenbauer in inverno, nel 1963, non sta bene ed è stato costretto a rinunciare all'appuntamento. Ma attenzione: in sala non mancano Armando Aste, Gianni Rusconi, Renato Panciera (Philipp-Flamm in giornata, in inverno!), Marco Furlani e, ci sembra (il locale è buio causa proiezione diapositive), Rolando Larcher. Fine della presentazione: tutti fuori, chiacchiere con personaggi noti e meno noti – ecco che passa anche Silvo Karo – e poi via, con Franco Michieli, per un rapido boccone in attesa della serata con Pierre Mazeaud.

Siamo raggiunti da Paola (Favero), Renato (Panciera, che conoscevo soltanto telefonicamente e con cui riprendo discorsi lasciati in sospeso) e altri. Ma arriva l'altra Paola (Lugo) e si decide di andare alla Padavena dove con il mitico Furlani, in cinque minuti, riesco a parlare della serata dei russi del giorno precedente (l'ho persa, maledizione...), di Antonio Rusconi che ci ha lasciati (www.intotherocks.splinder.com/post/16732303 e www.intotherocks.splinder.com/post/16747911), del libro dello stesso Marco (Ampio respiro. La vita in salita di un alpinista trentino) e dell'invernale del Pilastro Rosso della parete est della Cima Brenta (Marco Furlani, Cesare Paris e Valentino Chini, 19-25 gennaio 1981).

Il gran finale della giornata arriva alle 21: Pierre Mazeaud, in sala, è circondato dai fotografi (tra cui il sottoscritto). Alla sua destra Rolly e Spiro. Ma ecco che si parte. Atto primo: il Pilone Centrale del Frêney, naturalmente. Si passa poi alla Cima Ovest di Lavaredo, dove Pierre ha tracciato con René Desmaison la grandiosa Jean Couzy e quindi ecco l'Everest. Sul palco, con Pietro Crivellaro e Mazeaud, sale una buona fetta della storia dell'alpinismo: Lothar Brandler, Roberto Sorgato e, dulcis in fundo, Kurt Diemberger (con tanto di stampelle). Ovviamente Kurt non resiste alla tentazione del pubblico e si scatena: «Quando sono andato all'Everest, con i francesi, sapevo che i loro formaggi erano piccoli piccoli... Io, austriaco, ero abituato a formaggi più grandi e così, in Nepal, ho comperato un formaggio del posto, una forma intera, grande come la ruota di una Volkswagen! Ma non volevano farmelo portare: dicevano che pesava troppo. Così io l'ho diviso a metà, l'ho nascosto in due casse e nessuno si è accorto di nulla». Per chi non lo sapesse: Kurt è un mangiatore fenomenale, instancabile a tavola come in montagna. Intanto Mazeaud, vecchia conoscenza del festival trentino (www.intotherocks.splinder.com/post/11281831), allarga l'orizzonte dalle cime alla politica europea, riceve la spilla del Club alpino accademico italiano da Annibale Salsa e si dimostra chiaramente un signore d'altri tempi, tra i principi di un alpinismo in cui si poteva stare ai vertici senza bisogno di essere dei professionisti.

I vincitori delle “Genziane” li abbiamo appresi sabato, purtroppo a casa, dal comunicato stampa giuntoci tempestivamente via posta elettronica. La giuria, composta da Maurizio Zaccaro (Italia, presidente), Tue Steen Müller (Danimarca), Sylviane Neuenschwander-Gindrat (Svizzera), Elio Orlandi (Italia) e Siba Shakib (Iran) ha deciso di assegnare, valutati i 34 film in concorso, il Gran Premio “Città di Trento” - Genziana d'oro e 5000 euro, al film 4 Elements di Jiska Rickels (Olanda, 2006, 85'). Ecco la motivazione: «Per la forza dirompente della narrazione che mette in evidenza, con rara semplicità e sensibilità, come sia tuttora primordiale il rapporto fra l'uomo e l'ambiente, in attesa che da parte del primo nasca una nuova era di civiltà e rispetto per gli elementi della natura». Il Premio del Club alpino italiano – Genziana d'oro e 3000 euro, per il miglior film di montagna e di alpinismo, è invece andato a Au delà de cime di Rémy Tezier (Francia, 2008, 75') con la seguente motivazione: «Questo eccellente lavoro lascia trasparire l'essenza stessa del rapporto di equilibrio tra l'uomo e la montagna; il giusto valore di una grande passione capace di comunicare serenità, gioia, rispetto e leggerezza ed in grado di emozionare sia per la qualità di inquadrature vertiginose ma, soprattutto, per l'importante contenuto di armonia nei rapporti umani». Il Premio della Città di Bolzano – Genziana d'oro e 3000 euro, per il miglior film di sport alpino, esplorazione o avventura, è invece stato assegnato a Heimatklänge di Stefan Schwietert (Svizzera, 2007, 81'). La motivazione: «Per l'originale approccio cinematografico alle persone creative, che grazie ai loro canti e concerti sviluppano la tradizione svizzera locale dello Jodler in un'espressione meravigliosa e universale che può essere capita da tutti». Le tre Genziane d'argento (e 1500 euro) al miglior cortometraggio, alla migliore produzione televisiva e al miglior contributo tecnico-artistico sono andate rispettivamente a Il neige à Marrakech di Hicham Alhayat (Svizzera 2006, 15', motivazione: «Per la felice ironia con la quale il regista tratteggia uno spaccato di vita, sogni e speranze al limite del surreale ma profondamente radicato nella cultura della sua terra d'origine, il Marocco»), a Journey of a red fridge di Lucian Muntean e Nataša Stankoviæ (Serbia, 2007, 52', motivazione: «Un viaggio eccezionale che non solo ci presenta un paese meraviglioso e sconosciuto e la sua gente – ma lo fa con un film girato in modo gioioso e felice. I registi ci fanno vedere la povertà ma ci mostrano anche la speranza di cambiare per il meglio. Anche se ci fa vedere il peso e la sofferenza di 60.000 bambini portatori in Nepal, questo film dimostra che c'è più forza nella speranza che nel piangere e lamentarsi. Un aspetto che rende questo film un buon esempio per incoraggiare un atteggiamento positivo di fare cinema») e a Chaf Kälte di August Pflugfelder (Germania, 2007, 44', motivazione: «Un meraviglioso lavoro di riprese ed accurato montaggio audio ci fanno vedere da vicino le difficoltà che un giovane uomo incontra nell'affrontare il contrasto tra la vita nel maso di montagna e le esigenze della vita moderna». Chiudiamo con il Premio della giuria, assegnato a Daughter of Wisdom di Bari Pearlman (Usa, 2007, 68', motivazione: «Con questo film la regista è riuscita a mostrarci nuovi aspetti del Tibet e del Buddismo. Impariamo a lasciarci alle spalle i pregiudizi, ma anche parte del nostro idealismo riguardo a questa religione spesso interpretata male e fraintesa. Veniamo a sapere che come in molte altre società anche qui le donne sono considerate persone di second'ordine; valgono meno e non godono di quei vantaggi che sono normali per gli uomini. E così questo film ci offre l'opportunità di farci un'idea realistica della vita delle monache e donne tibetane che lottano per avere una vita migliore. L'atteggiamento positivo di questo film può essere un incoraggiamento per altri registi»).

PORTFOLIO

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Armando Aste: un grande incontro nel tendone di Montagnalibri

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Mario Crespan a colloquio con Aste

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Gianni Mandelli e Crespan chiacchierano mentre Luca Visentini si mette in posa...

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Un turista per caso (Patrizio Roversi) e un attento Maurizio Nichetti

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Nichetti e Franco Michieli

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Rolly Marchi e Pierre Mazeaud. Alle loro spalle, al centro, Franco Michieli. Più indietro, Manrico Dell'Agnola

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Spiro, Rolly e Pierre

COMUNICAZIONE DI SERVIZIO. Domani e dopodomani INTOtheROCKS si prenderà una piccola pausa. L'appuntamento con le news di alpinismo esplorativo è quindi rinviato a giovedì 8 maggio.

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sabato, 03 maggio 2008

GIORNI PIENI DI SOLE, LUCE E FUMO

postato da intrablog alle 18:53 in editoriale

Cari amici di intotherocks e intraisass,

i nostri meteorologi, classici e culturali, preannunciano giorni pieni di sole, luce e fumo.

Eccovi due date fondamentali per il nostro futuro:

Cervino SMoKy by foto Carlo Paschetto - Grafica LorenzoLivioSgrevaDomenica 11 maggio: prima accensione simultanea di The Sad Smoky Mountains. Dal sito ufficiale trascrivo le modalità di esecuzione al momento ipotizzate: ACCENSIONE PRINCIPALE SIMULTANEA - DOMENICA 11 MAGGIO ORE 13.00 l.t. - Come per ogni evento culminante con un grado massimo (l'accensione principale simultanea), sono consentiti preludi ed epiloghi, pre-accensioni e post-accensioni, a seconda delle condizioni alpinistiche, meteorologiche e organizzative dei numerosi gruppi impegnati sulle diverse montagne. Pre-accensioni e post-accensioni sono quindi possibili in prossimità della data indicata se non si può fare altrimenti o ci si trova in zone remote raggiungibili in un determinato periodo (alcuni alpinisti sono impegnati in questo momento in montagne difficili da raggiungere e programmate per questo periodo): importante è documentare e veicolare le accensioni avvenute scrivendo e inviando il materiale al centro di raccolta dati
sadsmoky@antersass.it. Prevediamo, dopo consultazioni avvenute, alcune PRE-ACCENSIONI DI AVVERTIMENTO nelle zone cittadine, collinari o pedemontane di facile accesso come nelle Colline attorno a VICENZA dove è prevista una pre-accensione persabato 10 maggio ore 19.00 l.t. (orario di ottime condizioni di luce e di grande visibilità dalla città).
Perciò, per chi vuole partecipare alla prima accensione (che ha avuto
una partecipazione e un coinvolgimento nazionale e internazionale davvero imprevedibile e straordinario), datevi da fare, iscrivetevi nella lista: sarà un'accensione crediamo memorabile e non parteciparvi, col senno di poi, potrà risultare un'occasione persa, non più ripetibile.

COPERTINA intraisassblog3Domenica 1 giugno: riunione dei blogger di intraisass e presentazione ufficiale di intraisass3 a
Malga Sorgazza, in Lagorai. E' uscito infatti dalle stampe in questi giorni e sarà presto distribuito l'atteso nuovo volume cartaceo di intraisass, con un nuovo formato e dedicato alle due piattaforme blog in cui il progetto originale si è evoluto. Scritti di Maria Luisa Nodari, Franco Michieli, Mauro Corona, Mario Crespan, Luca Visentini, Gabriele Villa, Mauro Mazzetti, Davide Sapienza, inediti di Paola Favero, Leopoldo Roman, Lorenzo Massarotto, Valery Babanov, Luca Matteraglia, Alessio Roverato, Alessandro Baù, Daniele Geremia, Orietta Bonaldo, Hans Peter Eisendle, le news di Carlo Caccia, il tutto coordinato dai nostri Paola Lugo e Lorenzo Livio Sgreva, con la copertina costruita su due celebri scatti di Loris De Barba e che in anteprima pubblichiamo qui a fianco. Insomma, un alpinismo che resiste e una rete resistente, giunta oramai al 9° anno di vita. Ecco, questa volta niente presentazioni teatrali, niente palcoscenici artificiali, ma un ritrovo in ambiente, quasi una festa che cercheremo di costruire su uno dei luoghi simbolo della nostra passione, nel cuore del Lagorai ospitati da Maurizio ICE Caleffi e Carla tra le pieghe del loro sogno, Malga Sorgazza, a cavallo del fine settimana che ha come centro DOMENICA 1° GIUGNO e che potrà avere come prologo, per stare ancora di più insieme, il sabato prefestivo e come epilogo lunedì 2 giugno, giorno di festa nazionale.
Che altro dire, se non "citare la citazione" che chiude la prefazione del nuovo volume, tratta da Il libro dell'inquietudine: «la vita è un viaggio sperimentale fatto involontariamente». Così fu, così sia.

Vi aspetto numerosi sulle tristi montagne fumanti e nel gioioso weekend di Malga Sorgazza.

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mercoledì, 30 aprile 2008

GRANDES JORASSES, SPERONE WALKER: RIFLETTORI SULLA “DESMAISON-GOUSSEAULT"

RIVEDUTA E CORRETTA LA LISTA DELLE RIPETIZIONI: LA SECONDA, DEL 1979, PORTA LE FIRME DEI CECOSLOVACCHI MROZEK E SPLICHAL E L'OTTAVA, DEL 2007, È RIUSCITA A NEIL BRODIE E MARC CHALLAMEL

Nell'inverno 1980 uno squadrone di cecoslovacchi assediò la nord-ovest del Civetta: gli eroi dell'est tornarono a casa con le prime invernali della Bellenzier sulla Torre d'Alleghe (Jan Doubal, Joska Nezerka e Stano Silkan, 28-29 febbraio), della Via degli amici (gli stessi con Zuzana Charvatova, 2-5 marzo) e della Via dei Fodomi alla Punta Civetta (Miroslav Smid e Honza Fulka, 3-7 marzo). Ma non è tutto: dal 2 al 12 marzo, sulla nord della Piccola Civetta, Jan Porvaznik e Peter Valovic si scatenarono lungo una linea nuova di 1400 metri, con difficoltà di V+ e A3. La fama di Porvaznik è tuttavia legata ad un'altra creazione: la celebre No siesta tracciata nel 1986, con Stanislav Glejdura, sulla nord delle Grandes Jorasses. Su quella parete i cecoslovacchi avevano già lasciato il segno nel 1979, aprendo un'altra via da paura: Rolling stones. In quei giorni, però, sullo Sperone Walker, Kutil, Prochaska, Slechta e Svejda non erano soli. Come avrebbero fatto l'anno seguente sulla “Parete delle pareti”, anche sulle Jorasses gli uomini dell'est si erano divisi i compiti: mentre il “gruppone” risolveva la via nuova, leggermente più a sinistra, dopo aver salito con i compagni le prime lunghezze di corda, la cordata composta da Boh Mrozek e Jurek Splichal, dal 25 al 28 luglio, metteva a segno la seconda ripetizione della Desmaison-Gousseault. L'informazione, che arriva da colui che oggi è probabilmente il più profondo conoscitore della storia alpinistica delle Grandes Jorasses, Luca Signorelli, giunge in seguito alla renaissance della Desmaison-Gousseault, culminata nell'autunno scorso con una dichiarazione di Pete Benson e Guy Robertson. I due veterani scozzesi, dopo averla ripetuta, hanno infatti definito questa salita «the best mixed climb in the world»: la migliore via di misto del mondo. Ma attenzione: annunciando il successo di Benson e Robertson (www.intotherocks.splinder.com/post/14519548) abbiamo erroneamente attribuito loro la prima ascensione in libera di quello che, oggi più che mai, è il capolavoro del mitico René. La storia, incredibile ma vero (si parla 6b/6c e M6/M7), è però diversa. I primi a passare in libera lassù furono proprio i primi ripetitori, nel lontano 1977: l'americano Tobin Sorenson (www.intotherocks.splinder.com/post/16607212) e lo scozzese Gordon Smith, autori tra l'altro della variante iniziale (più semplice dell'originale) che due anni dopo sarebbe diventata anche il primo tratto di Rolling stones. Tutto qui? Nossignori. Come abbiamo già scritto (www.intotherocks.splinder.com/post/14785010), dopo la ripetizione di Benson e Robertson, la Desmaison-Gousseault è stata ripercorsa dai francesi Pierre Labbre, Romain Wagner e Mathieu Detrie e subito prima di loro, come abbiamo scoperto pochi giorni fa e ora vi annunciamo, da Neil Brodie (sua la sesta ripetizione della Bonatti-Vaucher sulla stessa parete, www.intotherocks.splinder.com/post/14601855) e Marc Challamel. La lista completa delle ascensioni della Desmaison-Gousseault è dunque la seguente:

. René Desmaison, Giorgio Bertone e Michel Claret, 10-17 febbraio 1973

2ª. Tobin Sorenson e Gordon Smith, 7-9 settembre 1977 (con variante iniziale diretta)

3ª. Boh Mrozek e Jurek Splichal, 25-28 luglio 1979 (con variante Sorenson-Smith)

4ª. Stéphane Benoîst e Patrice Glairon-Rappaz, 13-18 gennaio 2000 (originale)

5ª. Patrick Bérhault e Philipp Magnin, 24-25 ottobre 2000 (salita parziale: la cordata è salita per il Linceul raggiungendo la Desmaison-Gousseault in corrispondenza della 15ª delle 36 lunghezze di corda)

6ª. François Marsigny e Olivier Larios, in 4 giorni, marzo 2003 (con variante Sorenson-Smith)

7ª. Benoît Drouillat, Pascal Ducroz e Franck Henry, 7-11 gennaio 2006 (originale)

8ª. Pete Benson e Guy Robertson, 13-16 ottobre 2007 (con variante Sorenson-Smith)

9ª. Neil Brodie e Marc Challamel, 1-2 novembre 2007 (con variante Sorenson-Smith)

10ª. Pierre Labbre, Romain Wagner e Mathieu Détrie, 3-6 novembre 2007 (originale)

martedì, 29 aprile 2008

TOSCANA DI GHIACCIO

postato da carlocaccia alle 10:48 in appennini

ALPINISMO DI RICERCA NELLE ALPI APUANE: NUOVA VIA SULLA NORD DEL MONTE CONTRARIO PER SIMONE FAGGI & C.

C'è il Monte Analogo di René Daumal, che sta comodo sugli scaffali di una libreria, e c'è il Monte Contrario delle Alpi Apuane, che tocca quota 1790 in fondo alla val Serenaia, a poca distanza dal celebre Pizzo d'Uccello (1781 m) con la sua parete settentrionale di 700 metri, salita nel 1940 da Nino Oppio e Serafino Colnaghi. Ma anche il Monte Contrario possiede una parete nord: non paragonabile a quella dell'illustre vicino, d'accordo, ma pur sempre interessante, meritevole di una visita. Così, il 26 gennaio 2008, Simone Faggi e Paola Corsini della scuola di alpinismo “Tita Piaz” dell'antica – è stata fondata nel 1868 – sezione di Firenze del Cai, con Cosimo Di Nuccio e Martino Donnini, l'hanno salita per una linea nuova battezzata Via del baco. Lunga 250 metri (6 lunghezze di corda), la recente creazione invernale si svolge a sinistra della Via dei Chiavaresi (con cui condivide i primi metri) su pendii di ghiaccio e neve fino a 60° e, dopo aver superato anche un breve risalto verticale, sbuca poco a destra della cima.

Monte Contrario parete nord

La nord del Monte Contrario con la Via del baco (www.cnsasa.it)

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lunedì, 28 aprile 2008

L'ALTRA FACCIA DELLA POINCENOT

postato da carlocaccia alle 16:17 in sudamerica

RIUSCITA A JASON KRUK E A WILL STANHOPE LA PRIMA SALITA INTEGRALE DELLA CRESTA OVEST DELLA CELEBRE AGUJA PATAGONICA

Da sud-est è proprio una favola, con quel magico spigolo salito nel 1986 dagli italiani Adriano Carnati, Alessio Bortoli e Massimo Colombo e con quella parete impressionante, risolta soltanto nel 1995 da una cordata internazionale (composta dagli svizzeri Andreas Maag e Michel Schwitter, dal brasiliano Alexandre Portela e dal giapponese Makoto Ishibe). Ma anche da ovest la patagonica Aguja Poincenot (3002 m), il principale dei “satelliti” del Fitz Roy (3445 m), è una montagna poderosa, con quella lunga cresta percorsa integralmente per la prima volta soltanto tre mesi fa, dal 22 al 24 gennaio 2008. Autori della scalata, che ha opposto difficoltà di VII+ e A1, Jason Kruk e Will Stanhope. I due amici, dopo aver salito un torrione già tentato da un team polacco, hanno continuato fino in vetta intersecando la tortuosa Southern Cross (Jonathan Copp e Dylan Taylor, 2002, 1100 m, VII+ e A1). La nuova via è stata battezzata Dnv Direct.

Dall'Aguja Poincenot, con un balzo a ovest scavalcando il ghiacciaio del Torre, ci spostiamo quindi sull'Aguja Bifida (2394 m) dove, nel dicembre scorso, gli 800 metri della parete est sono caduti in giornata sotto i colpi dell'americana Crystal Davis-Robbins (ormai una veterana della Patagonia) e del cileno Nico Gutierrez. Tuttavia, a parte una variante iniziale di 2 lunghezze a sinistra dell'originale e altre piccole differenze, la linea percorsa (con difficoltà di VII+ e A1) coincide con Cogan, firmata nel 1993 dagli austriaci Paul Bruckner e Georg Schörghofer (a sua volta coincidente, nella parte finale, con la via tracciata da Tommy Bonapace e Toni Ponholzer nel 1990). Da notare, comunque, che Crystal e Nico, a differenza di Paul e Georg, hanno continuato fino alla vetta meridionale dell'Aguja, completandone la prima ascensione lungo questa linea.

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giovedì, 24 aprile 2008

L'UNITÀ DI MISURA DELLA PERFEZIONE

postato da carlocaccia alle 13:06 in frammenti di storia, karakoram

Anche l'alpinismo, qualche volta, è giunto all'universale. Ci vengono in mente Hermann Buhl sul Nanga Parbat, Walter Bonatti sul Petit Dru e sul Cervino, Reinhold Messner da solo, durante il monsone, sull'Everest e Renato Casarotto con il suo Trittico del Frêney. L'universale, quindi, è un'esclusiva dei solitari? No. Dai confini dell'alpinismo sono usciti, dal 13 al 23 luglio 1985, anche il polacco Wojciech Kurtyka e l'austriaco Robert Schauer, protagonisti di una scalata incredibile sulla “parete lucente” - ossia la ovest – dello splendido Gasherbrum IV (7925 m). Esiste un'evoluzione dell'alpinismo? Pare di sì. Tuttavia, di fronte a quella salita – roba di 23 anni fa, giudicata dalla rivista Climbing come la più grande impresa del XX secolo in Himalaya e Karakoram -, il presente non ha molto da aggiungere. Kurtyka e Schauer, superando quella parete in condizioni pazzesche, raggiungendo la cresta sommitale nei pressi della cima nord (7900 m), rinunciando al punto più alto per ragioni di sopravvivenza e scendendo quindi per la cresta nord-ovest (una via di assoluto rispetto, percorsa in salita nel 1986 dagli australiani Greg Child e Timothy Macartney-Snape e dello statunitense Thomas Hargis), Kurtyka e Schauer, dicevamo, hanno realizzato un gigantesco capolavoro che per molti aspetti non ha paragoni, tanto dal punto di vista alpinistico quanto dal punto di vista umano. Noi l'abbiamo scoperta, poco più che ragazzini, ad una delle rare serate di Sergio Martini: l'uomo degli Ottomila (ma anche della nord-ovest del Civetta e della sud della Marmolada...) stava presentando la sua collezione (a quel tempo ancora incompleta) e ad un tratto ecco quella parete. «La ovest del Gasherbrum IV, salita da Kurtyka e Schauer...». Come si dice: è stato un fulmine, un amore a prima vista cresciuto leggendo prima il racconto di Schauer (Vicino alla morte, vicino al piacere) e poi quello di Kurtyka che, in testa ad uno scritto per nulla convenzionale, ha piazzato un titolo assolutamente normale: La parete lucente del Gasherbrum IV. Pubblicato nel 1986 sulle primissime pagine (1-7) del The American Alpine Journal, l'articolo del leggendario polacco (classe 1947, Schauer è invece del 1953) merita sicuramente una rilettura ed è con grande piacere, grazie all'autorizzazione di John Harlin III, direttore del prestigioso periodico del Club alpino americano (nonché figlio del sognatore della diretta dell'Eigerwand), che lo proponiamo in traduzione integrale.

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LA PARETE LUCENTE DEL GASHERBRUM IV

di Wojciech Kurtyka

KurtykaDal 13 al 20 luglio ho salito con l'austriaco Robert Schauer l'inviolata parete ovest del Gasherbrum IV. Pur avendo raggiunto la cresta sommitale, non abbiamo tuttavia toccato il punto più alto della montagna. La discesa si è svolta dal 20 al 23 luglio lungo la cresta nord. Quella muraglia di 2500 metri, chiamata “parete lucente”, è considerata una delle più belle e impegnative della terra ed era già stata tentata cinque volte da forti spedizioni americane, giapponesi e britanniche. Siamo saliti nel più puro stile alpino, dopo esserci acclimatati lungo la cresta nord raggiungendo quota 7100: lì abbiamo lasciato un deposito di viveri. La situazione drammatica creatasi nelle ultime fasi della scalata ci ha tuttavia impedito, una volta superata la parete, di raggiungere la vera cima. Il tempo spaventoso e le condizioni della montagna ci hanno molto rallentati: la salita è pericolosamente durata assai più del previsto ed abbiamo sofferto la fame e la sete. Il 20 luglio, arrivati sfiniti sulla cresta sommitale, abbiamo rinunciato all'apparentemente semplice e orizzontale traversata verso la vetta cominciando subito le calate lungo la cresta nord. Sulla montagna sembrava aleggiare uno spirito ostile che si opponeva ad ogni nostra azione e, addirittura, ad ogni nostra intenzione: uno spirito che, incredibilmente, ha smesso di tormentare le nostre menti annebbiate appena cominciata la discesa. La parete ci ha tuttavia lasciati in vita: la nostra è stata una scalata ideale, assai istruttiva su tutti i possibili rischi e imprevisti dello stile alpino in alta quota. Ecco alcuni significativi esempi.

Il 18 luglio, sesto giorno di scalata, appena sotto la cima, a 7800 metri, ormai senza cibo e combustibile, siamo stati bloccati da una spaventosa tempesta. Riparati soltanto da un modesto sacco da bivacco, abbiamo passato due difficili notti su una minuscola cengia di neve, investiti dalle valanghe e dall'uragano. Masse di neve ci seppellivano, schiacciavano e soffocavano in continuazione. Il vento impazzito, accecante, era talmente violento che potevamo difenderci dalla neve soltanto rimanendo carponi.

Grazie, cielo in collera, perché durante la seconda notte sei tornato sereno!

I bivacchi sono stati penosi. La seconda e la terza notte le abbiamo passate separati, quasi senza dormire, seduti assai scomodamente su due aguzzi spuntoni rocciosi. Tra noi e il cielo gelido c'erano soltanto i sacchi a pelo.

Grazie, Karakoram, perché durante quelle notti il vento ha riposato!

Tutte le notti seguenti sono state sconvolte da venti furiosi, da raffiche micidiali. E noi, nei nostri sacchi da bivacco, sepolti su dei ripiani scavati nel ghiaccio, abbiamo dormito pochissimo.

Chi ha sonno? Cosa ha sonno? Dov'è questo dormiglione?

La parete si è rivelata molto difficile e pericolosa. La roccia era o completamente marcia o perfettamente marmorea e non permetteva di proteggersi decentemente. A causa della totale mancanza di protezioni, i tiri erano in genere lunghi dai 40 agli 80 metri, sebbene alcuni di essi presentassero difficoltà sostenute di quinto grado. In tutto abbiamo superato quattro lunghezze di quinto, due delle quali a 7100 e 7300 metri su roccia compattissima, tecnicamente molto dura, senza una sola protezione. La vera seccatura era la neve assai profonda sul terreno misto, dove siamo passati scavando in verticale, con un lavoro complicato.

Quanto era bella quella corda spaventosamente lunga, che dondolava libera lontano!

Le condizioni della parete ci hanno imposto un ritmo più lento del previsto. Avevamo con noi cibo per quattro bivacchi e combustibile e bevande per cinque giorni: l'avventura, invece, è durata in tutto undici giorni. Siamo stati salvati dai viveri lasciati sulla cresta nord, a 7100 metri, durante l'acclimatazione e ritrovati la sera del nono giorno. Abbiamo resistito per quattro giorni senza mangiare e per tre senza bere.

Oh, quanto era liquido il tè, quanto erano dolci quelle trenta caramelle!

L'esaurimento fisico, la fame, la sete e la mancanza di sonno hanno causato in noi una serie di sorprendenti sensazioni psichiche. Incredibile, soprattutto, un fenomeno sperimentato anche da altri in alta quota: la percezione della presenza dell'“uomo che non c'è”, di una “terza persona”. Era così intensa che a volte, entrambi, aspettavamo istintivamente le reazioni e i movimenti di quella “terza persona”.

Perché, caro amico, non ti sei fatto vedere?

Per lunghi momenti ho sentito degli strani suoni: come una musica, un cinguettare di uccelli o un parlare sottovoce. Qualche volta mi è stato facile capire che si trattava di rumori reali modificati e individuare così la loro origine. Ad esempio: una bella e intensa voce femminile, qualcosa tra Barbra Streisand e Santana, che ho udito alle cinque del pomeriggio dell'ultimo giorno, arrivava dallo sfregamento della corda, ritmato dai nostri passi, sulla ruvida superficie nevosa.

Non avrei mai pensato che tu, Barbra Streisand, saresti potuta sbucare dalla neve ruvida!

Insolitamente insistenti e quasi moleste sono state la tendenza e l'abilità, davvero straordinarie, ad associare le rocce, la neve e le nubi a figure umane e ad altre forme. Tutto era trasformato in immagini reali che sembravano frutto dell'azione di uno spirito nascosto e misterioso.

Chi vi ha create, incantevoli e silenziose figure?

Particolarmente esasperante, a causa della grande mancanza di sonno, era il cadere improvvisamente addormentati, senza possibilità di opporsi, quando ci trovavamo in sosta. E poi risvegliarci violentemente, allo stesso modo, con un senso di terrore.

Oh, è così bello dormire!

Ugualmente spiacevole era la tortura delle allucinazioni: cibo e roba da bere.

Oh, tu riso, tu pane!

Sebbene questa sia stata la più straordinaria e misteriosa salita che abbia mai fatto, mi sento infelice per non essere riuscito a raggiungere la cima. Perché questa montagna meravigliosa e la sua “parete lucente” sono troppo speciali e perfette per pensare che una scalata su di loro senza raggiungere il punto essenziale – la vetta – sia una scalata veramente completa.

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Sopra: Wojciech Kurtyka (www.climbandmore.com)

Schauer

Robert Schauer (foto tratta da A. SALKELD, Atlante dell'alpinismo, De Agostini, Novara 1999, p. 296)

GIV

I 2500 metri della ovest del Gasherbrum IV (7925 m) con la via di Kurtyka e Schauer, la discesa lungo la cresta nord-ovest (tratteggiata) e i luoghi dei bivacchi (www.klausdierks.com)

Kurtyka 2

Kurtyka in azione sulla parete ovest del Gasherbrum IV (foto tratta da A. SALKELD, Atlante dell'alpinismo, De Agostini, Novara 1999, p. 230)

Gasherbrum IV

La “parete lucente” (www.m-o-rok.com)

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mercoledì, 23 aprile 2008

DHAULAGIRI: STOP PER BABANOV E TOTMJANIN

postato da carlocaccia alle 10:48 in himalaya

Niente da fare, per ora, sulla cresta ovest del Dhaulagiri (8167 m). Le condizioni meteorologiche, estremamente instabili con nevicate quotidiane e vento attorno ai 100 chilometri l'ora oltre quota 7000, hanno costretto Valery Babanov e Nickolay Totmjanin a tornare al campo base dopo due giorni di scalata (fino a 5000 metri). «Una via del genere, lunga e impegnativa, affrontata in stile alpino da una cordata di due persone, richiede un tempo molto più stabile – ha spiegato Valery -. Diversamente, tutto diventa assai pericoloso. Ora stiamo valutando il da farsi».

Per altre informazioni:

www.intotherocks.splinder.com/post/16336276

www.intotherocks.splinder.com/post/16471680

www.intotherocks.splinder.com/post/16638459

www.intotherocks.splinder.com/post/16787862

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martedì, 22 aprile 2008

È MORTO CESARINO FAVA

postato da carlocaccia alle 17:33 in varia

Classe 1920, di Malè, ci ha lasciati poche ore fa, vittima di un male incurabile. Aveva definito la sua vita “una piccola avventura fortunata”.

fava«Sospeso a testa in giù sopra un vuoto smisurato, con i piedi bloccati dalle espertissime mani della comare – la levatrice del paese – finalmente, con un grido di disapprovazione, arrivai anch'io sul pianeta Terra. Era una luminosissima giornata del mese di giugno: il giorno undici, che ufficialmente, per via della lenta procedura della registrazione nella parrocchia del paese prima, e in Comune poi, divenne il dodici dell'Anno Domini 1920. Un'annata veramente particolare quel 1920: la guerra, la prima Grande Guerra, era terminata da due anni. Ecco come si spiega il fenomenale incremento demografico di quel 1920: quarantaquattro nascite in un comune di poco più di mille anime, vecchi e bambini compresi! Venni al mondo con il pettorale n° 10. Il numero di Platini, Pelè, Maradona... Un numero magico dunque. Io ero il decimo nato, però eravamo solo in nove fratelli: mancava Natalia, che mi aveva preceduto di quattordici anni ed era morta dopo pochi mesi dalla nascita, subito sostituita da un'altra Natalia che oggi (1999, ndr) ha ottantacinque anni. Nascere, vivere e morire a quei tempi erano eventi che si accettavano con rassegnazione e dignità. Contro l'appendicite, la scarlattina, la broncopolmonite, il tetano, la tibicì e altre malattie non c'era niente da fare. Si moriva e basta. La selezione era inesorabilmente naturale: sopravviveva il più forte e il più fortunato» (C. FAVA, Patagonia. Terra di sogni infranti, Cda, Torino 1999, p. 13).

Foto: www.girovagandointrentino.it

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