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MONTE BIANCO: MISTO D'AUTORE PER IL FUORICLASSE BRITANNICO CHE FIRMA TENTATION (III/6) SULLA POINTE LACHENAL
Da Death or glory (1000 m, TD/ED, 25-27 giugno 2006) sul Nevado Huantsán Sur, che svetta nella Cordillera Blanca, a Snotty's gully (1000 m, WI5, M5+, ED+, 14-15 ottobre 2006) sul Phari Lapcha Ovest, nel Khumbu, a Tentation (260 m, III/6, 19 dicembre 2006) sulla parete est della Pointe Lachenal, nel regno del Tetto d'Europa: chi fermerà Nick Bullock? L'ultima creazione (come la penultima), il britannico giramondo l'ha firmata con Jon Bracey, e a guardarla da vicino (vedi le foto sopra, con il tracciato della via e Nick in azione) dice più di tante parole. Anche tradotta in cifre, poi, la scalata suona piuttosto bene, visto che delle nove lunghezze che la compongono quattro sono di sesto grado (scozzese) e due addirittura di settimo (idem). Ma non possiamo fermarci qui: cerchiamo di scoprire qualche dettaglio… Dunque: Bullock e Bracey, dopo aver ripetuto l'estremamente difficile Scotch on the rocks (450 m, IV/7) sul Mont Blanc du Tacul, hanno deciso di non starsene con le mani in mano e si sono mossi lungo un'effimera linea di ghiaccio mai salita, una tentazione troppo forte, sbucando in vetta (ossia a quota 3613) al buio. Tentation, comunque, non è il primo colpaccio di Bullock nel massiccio del Monte Bianco. Perché due anni fa, tra il 9 e il 10 gennaio 2005, all'asso britannico (inglese, per la precisione) era riuscita al secondo tentativo, con Stuart McAleese, la prima salita in libera (seconda ripetizione assoluta) di Omega (Gabarrou e Latorre, 24-25 marzo 1994, 650 m, in origine WI6, VI+ e A3) sulla parete ovest delle Petites Jorasses. Per i più curiosi: la prima ripetizione di Omega porta le firme di Benoît Peyronnard e Philippe Batoux (9-10 dicembre 2004).
Foto: Jon Bracey, www.ukclimbing.com
APA SHERPA, SEDICI VOLTE IN VETTA ALL’EVEREST, OSPITE GIOVEDÌ SERA A LECCO. CON LUI ANCHE PEMBA DOMA, PRIMA DONNA NEPALESE SUL TETTO DEL MONDO
Ai piedi del Resegone, grazie a Renato Frigerio, sono passati tutti o quasi: l’instancabile "motore" dell’Uoei (Unione operaia escursionisti italiani) e del gruppo Gamma è come un segugio, sempre in cerca di quei "grandi dell’alpinismo" che hanno qualcosa da raccontare. L’anno scorso è toccato a Ueli Steck, Ivo Rabanser, Gerlinde Kaltenbrunner e Alexander Huber (un bel poker, non trovate?) ma anche quest’anno, già dal primo appuntamento, il programma è di quelli di lusso. Perché giovedì 1° febbraio alle 21, in sala Ticozzi a Lecco (via Ongania), il pubblico si troverà a tu per tu con un’autentica leggenda dell’alpinismo himalayano: Apa Sherpa (nella foto, di Floriano Castelnuovo), professionista dell’altissima quota, ben sedici volte in vetta all’Everest. Con lui, che ha 45 anni e per la prossima primavera ha già in programma l’ennesima scalata sul tetto del mondo (in cordata con Lhakpa Gelu Sherpa, dodici volte sul Chomolungma di cui una a velocità record: 10 ore 56 minuti e 46 secondi), ci sarà la prima donna nepalese a raggiungere quota 8848. Si chiama Pemba Doma, parla inglese, tedesco, francese, italiano, spagnolo, nepalese, tibetano, sherpa e, dulcis in fundo, hindi e, oggi, dirige un’agenzia di trekking e spedizioni a Kathmandu. Il secondo appuntamento del ciclo lecchese 2007 è in programma il 1° marzo: riflettori su Alberto Iñurrategi (uno dei salitori di tutti i quattordici Ottomila) e sulle sue imprese himalayane. Toccherà poi agli altoatesini Christoph Hainz e Kurt Astner, che il 18 ottobre presenteranno Da Polo a Polo, e quindi, il 22 novembre, ad una stella di primissima grandezza dell’universo alpinistico mondiale: l’americano Steve House con il suo Stile alpino sulle grandi pareti. Per informazioni sulle serate, organizzate dall’Uoei e dai Gamma in collaborazione con le istituzioni del territorio (Provincia e Comune di Lecco, Regione Lombardia, Camera di Commercio di Lecco e Comunità montane del Lario Orientale, della Valle San Martino e della Valsassina), è possibile telefonare allo 0341.494772 (martedì e venerdì dopo le 21).
IMPRESA DI KELLY CORDES E COLIN HALEY SUL "GRIDO DI PIETRA": UNA FAVOLOSA LINEA DI GHIACCIO, DALLA BASE ALLA VETTA, CONCATENANDO À LA RECHERCHE DU TEMPS PERDU E LA VIA DEI RAGNI
Ci sono riusciti, anche se a faticaccia conclusa hanno dichiarato che proprio non ci riproverebbero. Gli americani Kelly Cordes e Colin Haley, tra il 5 e il 6 gennaio 2007, hanno attaccato il Cerro Torre (3102 m) da sud, hanno superato a tutta velocità gli 800 metri di ghiaccio spesso verticale di À la recherche du temps perdu che sbuca al Colle della Speranza e, da lì, hanno raggiunto la vetta per la Via dei Ragni della parete ovest. Così il sogno di François Marsigny e Andy Parkin, che tra il 23 e il 24 febbraio 1994 risolsero la linea che porta il nome del capolavoro proustiano (e premiata con il Piolet d'or) ma furono costretti alla fuga dalla tempesta una volta raggiunta la sella, non è più tale. Un sogno da incubo, però, visto che buona parte di quella via, che segue un sistema di goulottes all'estrema sinistra del versante meridionale del gigante patagonico, è sovrastata da un gigantesco seracco, che rende la salita un'autentica scommessa. Per nulla semplice, comunque, anche il resto dell'avventura: giunti al Colle della Speranza alle 13.30 del 5 gennaio, Cordes e Haley non sono riusciti a concludere la scalata in giornata. Le difficoltà della Via dei Ragni (WI6), risolta nel 1974 da una spedizione lecchese guidata da Casimiro Ferrari (e molto apprezzata dai due americani), hanno imposto alla cordata un assai poco confortevole bivacco a tre lunghezze dalla vetta, raggiunta nel primo pomeriggio del giorno dell'Epifania, 36 ore dopo aver attaccato. Discesa, in parte notturna, per la Via del compressore e piedi a terra alle 2.30 del 7 gennaio. Lapidario il commento di Rolando Garibotti: "Impressionante". Anche perché, prima di Cordes e Haley e dopo Marsigny e Parkin, l'impresa era stata tentata altre volte: la prima dagli spagnoli Dani Ascaso e Pepe Chaverri (novembre 1994) e la seconda dai francesi Laurence Monnoyeur e Bruno Sourzac (15 ottobre 1997), tutti bloccati dal maltempo al termine della Recherche (che conta tre ripetizioni).
Nella foto: il Cerro Torre da sud con la via seguita da Kelly Cordes e Colin Haley (linea continua fino al Colle della Speranza: À la recherche du temps perdu; linea tratteggiata: Via dei Ragni, che resta nascosta sulla parete ovest)
TRIONFO SLOVENO A GRENOBLE. A PAVLE KOZJEC IL PREMIO DEL PUBBLICO
La notizia è tutta qui sopra: gli sloveni Marko Prezelj e Boris Lorencic hanno vinto la XVI edizione del Piolet d'or con la loro salita sul pilastro nord-ovest (1900 m, M6+ e 70°, 12-16 ottobre 2006) del Chomo Lhari (7350 m, Himalaya). L'eroe del Cho Oyu, Pavle Kozjek (anche lui sloveno), ha invece conquistato la simpatia del pubblico (a cui i solitari, ultimamente, stanno facendo abbastanza effetto, visto che anche due anni fa il particolare riconoscimento andò ad un illustre esponente della “categoria”: l'americano Steve House). L'impressione è che la giuria, lasciate da parte l'altissima quota e l'arrampicata su roccia, questa volta abbia voluto premiare il classico, magnifico, glorioso e puro alpinismo su terreno misto, portato da Prezelj (capocordata dall'inizio alla fine della grande salita!) alle estreme conseguenze: difficoltà tecniche sostenute, oltre i 7000 metri, superate in stile impeccabile da un two-man party, come dicono i russi, su una linea mai tentata in precedenza. Prezelj è uomo di poche parole, le montagne le vive dentro e le racconta con immagini fantastiche: la sua è la vittoria dell'artista romantico, che sente una voce e deve rispondere. Non aggiungiamo nulla, se non che Denis Urubko e Serguey Samoilov sono rimasti a mani vuote per la seconda volta consecutiva. Per il 2007, comunque, il loro programma prevede la parete ovest del K2: se arriveranno in fondo, pardon, in cima, se la giocheranno di nuovo fra 12 mesi...
L'OSCAR DELL'ALPINISMO 2006 SARÀ ASSEGNATO QUESTA SERA A GRENOBLE: CINQUE LE IMPRESE IN CORSA (NESSUNA FRANCESE!) E NON POCHE, COME DI CONSUETO, LE POLEMICHE
Signore e signori, eccoci al dunque: ancora poche ore e sapremo chi sarà il vincitore della sedicesima edizione del Piolet d'or. Siamo curiosi? Beh, almeno un po', visto che a differenza dell'anno scorso, con Steve House entrato papa ed uscito papa, questa volta la partita sembra più equilibrata. Non ci azzardiamo a fare pronostici: tutti i “finalisti” hanno le carte in regola per spuntarla e, comunque vada, sarà una vittoria dello stile alpino all'insegna della leggerezza e della velocità. Ma ora bando alle ciance: ecco, in onesto ordine cronologico, le cinque stelle del 2006, con tutte le sigle che oggi piacciono tanto (le date indicate si riferiscono alla sola salita, la discesa è sempre esclusa) e una battuta rubata a ciascuno dei protagonisti, che dà un po' di sapore al tutto.
- Denis Urubko e Serguey Samoilov (Kazakistan): Diretta dei kazaki (3000 m, 75° e VI+, 4-8 maggio) sulla parete nord-est del Manaslu (8163 m). Urubko: «Scalata al limite, pericolosa: brutti ricordi...».
- Igor Chaplinsky (47 anni!), Andrey Rodiontsev e Orest Verbitsky (Ucraina):prima assoluta della cresta nord (1500 m, VIII e M5, 20-24 luglio) dello Shingu Charpa (5600 m). Chaplinsky: «Magnifica big wall, da salire tutta in libera».
- Pavle Kozjec (Slovenia): via nuova (2000 m, 60° e V-, 2 ottobre) sulla parete sud-ovest e la cresta ovest del Cho Oyu (8201 m). Kozjec: «Fast and light, il futuro dell'alpinismo himalayano».
- Ian Parnell e Tim Emmet (Gran Bretagna): via nuova (2000 m, VIII e M3, 1-7 ottobre) sul pilastro sud-est del Kedar Dome (6830 m). Parnell: «Roba da star male, da piangere per la fatica».
- Marko Prezelj e Boris Lorencic (Slovenia): prima assoluta del pilastro nord-ovest (1900 m, M6+ e 70°, 12-16 ottobre) del Chomo Lhari (7350 m). Prezelj: «Salita molto seria, come il Golden Pillar dello Spantik».
Ma chi designerà il vincitore? La giuria, dopo la clamorosa uscita di scena del G.H.M. (Groupe de Haute Montagne) in seguito a forti attriti con la rivista Montagne Magazine (ne parleremo prossimamente) e alla conseguente rinuncia del presidente designato Andrej Stremfelj, sarà composta dal russo Yuri Koshelenko (presidente, vincitore del Piolet d'or 2003), dagli statunitensi Steve House e Vince Anderson (vincitori dell'ultima edizione), dallo svizzero Michel Piola (vincitore nel 1992), dal francese Christian Trommsdorff (l'anno scorso tra i finalisti), dal coreano Im Duck Yong (fondatore del Piolet d'or asiatico), dall'italiano Vinicio Stefanello (giornalista e alpinista) e dallo staff di Montagne Magazine. Vi abbiamo dunque svelato (ma forse lo sapevate già) che anche quest'anno il Piolet d'or è stato ben condito da vivaci polemiche, nel miglior stile dell'universo verticale dove si parla e si parla come se non si volesse mai abbandonare la propria passione (se non ricordiamo male è una teoria del mitico Livanos). Allora gettiamo anche noi qualche sassolino, ricordando il magnifico “NIET!” di Valery Babanov alla precisa domanda “Vince sempre il migliore?” e ponendo un paio di altre questioni: dove sono finiti Dodo Kopold e Gabo Cmarik con le loro salite sull'Hainabrakk e sull'Uli Biaho? E poi: Maxime Turgeon e Louis-Philippe Ménard, autori della strepitosa Canadian direct (2400 m, 5.9, M6 e AI4) sulla sud del McKinley, sono forse spariti nel nulla? O magari diventati invisibili? Chissà...
PRIMA (QUASI) INVERNALE DELLA LEGGENDARIA PARETE SUD - VIA CESEN CON VARIANTE - PER OSAMU TANABE, TAKAHIRO YAMAGUCHI E LO SHERPA PEMBA CHORTEN
L’avverbio tra parentesi è d’obbligo, visto che il “lavoro” in parete era cominciato addirittura a metà novembre, ancora prima dell’inizio del “particolare” inverno nepalese (un concetto burocratico, che va dal 1° dicembre al 15 febbraio). In ogni caso, il 27 dicembre 2006, i giapponesi Osamu Tanabe (capospedizione) e Takahiro Yamaguchi, con lo Sherpa Pemba Chorten, sbucando sulla cresta sommitale del Lhotse (8516 m), hanno concluso un’avventura da annali degli Ottomila. Perché un successo sulla magnifica parete sud (nella foto, con la via seguita) della quarta montagna del pianeta, su quella muraglia indicata più e più volte come uno degli estremi banchi di prova dell’alpinismo himalayano, non può essere – in ogni mese dell’anno e in dicembre ancora di più – roba da poco. La vetta è stata lasciata 40 metri più in alto, d’accordo (il terzetto è uscito in cresta a quota 8475 e ha deciso di non procedere oltre anche perché la cima, in inverno, l’aveva già calcata Krzysztof Wielicki il 31 dicembre 1988, salito per la normale), ma i 3200 metri della parete erano tutti sotto le punte dei ramponi: uno sopra l’altro, vinti in parte lungo la via Cesen (Tomo Cesen in solitaria, dal 22 al 24 aprile 1990, 85° e VI su roccia) e in parte, oltre il campo 3 (piazzato a 8000 metri), traversando a destra per salire lungo il canale poco a sinistra della via russa. La cronaca. La squadra guidata da Tanabe (45 anni, himalaysta di grande esperienza, dalla sua anche un’importante variante sul versante ovest del K2) era composta da sei uomini e si è ritrovata a piazzare il campo base, il 12 novembre, assieme ad un team coreano. Che fare? Mettersi d’accordo, unire le forze e cercare di raggiungere il traguardo. Le cose sono cominciate nel migliore dei modi: il 18 novembre è stato installato il campo 1 (5900 m), il 1° dicembre ecco gli alpinisti al campo 2 (7100 m) e il 24 dicembre è stato sferrato il primo attacco alla vetta da parte di due giapponesi e un coreano, bloccati purtroppo dalla neve e dal vento. Tanabe, Yamaguchi e Pemba Chorten non erano però rimasti a guardare: risaliti lungo le corde fisse, il 25 dicembre hanno raggiunto il campo 3 e due giorni dopo, alle 15.30, hanno coronato un sogno che il determinatissimo capospedizione, sempre in “quasi invernale”, aveva già inseguito nel 2001 (raggiunta quota 7600) e nel 2003 (fino a quota 8250) lungo la linea del tentativo jugoslavo del 1981 (nel 2003 con una variante). Ma attenzione: ci par di sentire i lettori mormorare, chiedere qualcosa… Ah, ecco: dai giapponesi nulla di nuovo (nessun “reperto” rinvenuto in parete, anche a causa della variante finale) a proposito del “mistero” dell’impresa di Cesen.
NICO COLPISCE ANCORA: PRIMA SOLITARIA INVERNALE DELLA ASTE SUL CROZZON DI BRENTA, SOLITARIA INVERNALE DELLA FEHRMANN SUL CAMPANILE BASSO E PRIMA SOLITARIA DI MASADA SULLA EST DEL SASS MAOR
Ha forza da vendere Nico Rizzotto (nella foto, autoscatto dopo la prima solitaria invernale della Carlesso sulla Torre di Valgrande, Civetta). Ma non gli piace mettersi in mostra. Lui, a quanto pare, vuole soltanto scalare. Però, di tanto in tanto, si fa vivo e ci racconta le sue storie, quasi sempre senza compagni e quasi sempre da libro di storia dell'alpinismo. L’ultimo colpaccio il trentenne veronese l’ha sferrato tra il 13 e il 14 gennaio scorsi sul Crozzon di Brenta (3135 m), parete nord-est, mettendo a segno la prima solitaria invernale della difficile Aste (850 m, VI- e A2), aperta da Armando Aste e Milo Navasa dal 25 al 27 agosto 1959 e dedicata a Giulio Gabrielli (scomparso durante un tentativo lungo la Soldà sulla sud-ovest della Marmolada). Nico ha approfittato delle favorevoli condizioni meteorologiche - l’alpinismo invernale è anche questo: essere pronti al momento giusto, cogliere l’attimo - e si è lanciato senza esitare sulla sua "preda" che, in verità, non si è lasciata catturare troppo facilmente. Perché il Crozzon, regno degli appigli orizzontali dove la neve si adagia comodamente e non se ne va, d’inverno è sempre un osso duro ("Tutte le prese buone erano da ripulire" ha spiegato Nico) e lascia poco spazio alle critiche salottiere. Rizzotto è partito da casa il venerdì sera (12 gennaio), è arrivato al rifugio Brentei all’una di notte e alle sette ha attaccato. Il primo giorno è riuscito a salire un buon tratto di parete e il secondo giorno, raggiunto il grande diedro che caratterizza la parte superiore della via, lo ha superato (riuscendo a calzare anche le scarpette) sbucando sullo spigolo nord, dove ha bivaccato per la seconda volta. La discesa: tornare dal Crozzon di Brenta lungo la via normale, come noto, non è proprio una passeggiata così Nico, conclusa la via, ha rinunciato alla vetta e ha deciso di tornare a valle seguendo il lunghissimo spigolo settentrionale, come fecero anche D. Ferrari, M. Frizzera e S. Martini dopo la prima invernale assoluta (13-17 febbraio 1971). La fatica, comunque, non è mancata: lasciata la "spalla" dove termina la via, Rizzotto ha tribolato per ben nove ore prima di lasciar cadere lo zaino e tutto il resto nel bagagliaio dell’automobile. Attenzione, però: per il nostro eroe quella della Aste non è stata la prima solitaria dell’anno. Giusto una settimana prima, il 6 gennaio, Nico era già passato poco distante, sulla Fehrmann (Rudolf Fehrmann e Oliver Perry-Smith, 27 agosto 1908) sul Campanile Basso (2883 m, versante sud-ovest). Si tratta anche in questo caso di una prima solitaria nella stagione delle ombre lunghe? Non lo sappiamo. Resta il fatto che il veronese ha impiegato un’intera giornata per aver ragione dei 350 metri della via (IV+), raggiungendo la sommità dello Spallone alla luce della lampada frontale e lasciando al giorno seguente, per stare in compagnia del sole, la discesa. Due parole sulle condizioni dell’itinerario: in parte "sporco" e poi, più in alto, perfettamente arrampicabile. Un’ultima notizia: Nico, tra le altre cose primo solitario (la sua è stata la terza ripetizione assoluta, 15-18 agosto 2004) lungo la Via dei cinque di Valmadrera sulla nord-ovest del Civetta, a metà dello scorso mese di settembre ha firmato la prima ripetizione senza compagni di un’altra difficile via dolomitica. Ha guardato per bene la vertiginosa est del Sass Maor (2814 m, Pale di San Martino) e in due giorni, senza clamore, ha salito tutto solo il chilometro verticale di Masada (VIII-), aperta da Marco Canteri, Samuele Scalet e Davide Depaoli nell’agosto 2001.
RIPETIZIONI DI LUSSO PER BENIGNO BALATTI, CHE METTE IN BACHECA LA VIA DEL BUCO E LA VIA DEL CAMOSCIO SUL SASSO DI SENGG E HASCISC SUL SASSO CAVALLO
Con un nome così poco invitante, Via del buco, solo per miracolo avrebbe potuto avere successo. Ma il miracolo non c'è stato e il successo (leggi: ripetizioni a raffica) non è arrivato. Ma è davvero tutta colpa di quel nome, affibbiatole per ovvie ragioni, se la linea aperta da Felice Anghileri, Sandro Gilardoni, Franca Lafranconi, Marco Valsecchi e Mario Zucchi sulla parete sud del Sasso di Sengg (2136 m, gruppo delle Grigne) il 20 settembre 1978, in quasi trent'anni è stata salita soltanto tre volte? Secondo Benigno Balatti (nella foto lungo la Linea bianca sulla nord-est del Badile, immagine di Lorenzo Castelli, www.climberland.net), che con Marco Invernizzi, il 20 gennaio 2007, ne ha compiuto la seconda ripetizione (dopo quella, del 16 settembre 1979, di Luca Borghetti e Mario Valsecchi), c'è dell'altro. Perché quella via, al di là delle difficoltà tecniche (più di 500 metri di sviluppo, VI e A1, valutazione complessiva TD+), si svolge in un ambiente davvero impressionante, unico addirittura, letteralmente into the rocks. "Ci pensavo da un po' – spiega Balatti, classe 1954, di Abbadia Lariana alle porte di Lecco, che sulle "sue" montagne ne ha combinate di tutti i colori – e alla fine mi sono deciso: la curiosità di vedere quel buco da vicino, di arrampicare là dentro, ha avuto la meglio sui dubbi. Proprio così: la via, dopo circa 300 metri lungo un canale, raggiunge una prima cengia, poi un'altra e infine una gigantesca cavità verticale, da risalire completamente". È il "buco": cilindrico, quasi 20 metri di diametro e 60 d'altezza, una formazione impressionante, che mette paura soltanto a guardarla. Cacciarsi lassù? Roba per chi, come Benigno, ha sempre voglia di avventura. "Si arrampica sulla parete "interna" – spiega l'accademico –, su roccia melmosa, in un ambiente tetro, non buio ma freddo e popolato da numerosi volatili di grossa taglia (corvi). Ad un certo punto, lungo il tiro chiave, ho piegato a sinistra piuttosto che a destra e così, senza volerlo, con cinque chiodi (di cui uno lasciato) ho pure aperto una variante di 50 metri: VI+ (circa 6 metri), A1 (3 metri) e V+ (il resto)". Nel complesso? Un'esperienza di quelle che non si dimenticano facilmente, cominciata alle quattro del mattino e conclusa a mezzanotte sulla porta di casa, dopo più di dieci ore passate in parete con tanto di gran finale al buio". Noi, però, non abbiamo finito. Perché giusto tre giorni prima, il 17 gennaio, Balatti è riuscito a mettere in bacheca un'altra seconda ripetizione (con Diego Ferraioli). A sinistra (ovest) del Sasso di Sengg, sul più celebre e levigato Sasso Cavallo (1923 m) e precisamente sulla sua parete est-sud-est, alta sul Canalone di Val Cassina e trovata stranamente in condizioni perfette (anche in estate è sempre bagnata...), il nostro protagonista ha salito i 300 metri (VI+, da attrezzare) di Hascisc: creazione di stampo classico di Ivano Zanetti e Gianbattista Calloni (gennaio 1990). Basta così? Ancora un po' di pazienza, per favore: un piccolo sforzo per tornare sul Sasso di Sengg e scoprire che la Via del camoscio (300 m, VI e A2), aperta proprio da Benigno con Giovanna Cavalli (campionessa di corsa) l'11 dicembre 1994, è stata salita per la terza volta. Autori della seconda ripetizione, a dodici anni dalla prima firmata da Marco Anghileri e Lorenzo Mazzoleni, i "soliti" Balatti e Invernizzi (27 dicembre 2006).
Tre, due, uno… partenza. Senza roboanti proclami, con l’umiltà del granello di senape ma con uno scopo preciso: fornire notizie, informare su quanto accade sulle montagne del mondo. Tutto qui? Apparentemente sì. In verità, però, l’impresa è tra le più ardue. Lo sappiamo per esperienza. Perché oggi, se si comunica molto, in verità l’informazione scarseggia (dappertutto). Cento anni fa tutto era più faticoso. Ma le vecchie riviste – quelle di settanta, ottanta, cento anni fa – sono ancora una miniera di informazioni, un tesoro da conservare gelosamente. Non pretendiamo di sostituirci alla carta stampata: le nostre parole danzeranno in rete, veloci e leggere. Saranno come degli schizzi, dei disegni preparatori per i dipinti che richiederanno un altro supporto, più stabile e concreto. Il futuro è della carta, quindi. Ma il presente, l’adesso che sfugge, sta nel web. Non ci va da solo, però: ci vuole qualcuno che lo prenda tra le mani, lo guardi per benino per capire di che si tratta, decida cosa farne e agisca di conseguenza. Non è facile, oggi. Meno faticoso di una volta, sì, ma più complicato. Noi, comunque, abbiamo deciso di provarci, coscienti dei rischi e dei pericoli che ci attendono. Sapete: sembra di essere al primo passo di una via nuova. Di una linea sognata e studiata per bene dal basso, col binocolo, ma che, alla fine, conserva tanti punti di domanda. È l’esposizione invocata da Messner, un concetto che sta tutto in una domanda: passeremo? Speriamo proprio di sì: non vogliamo fuggire dalla nostra (vostra) avventura.
Cari amici, è da tempo che ne parliamo, è da tempo che le prepariamo. Da oggi, finalmente, parte un esperimento di blog-giornalismo che non ha eguali in Italia, e forse neppure fuori dai nostri confini nazionali. Con grande gioia ho il piacere di annunciarvi INTOtheROCKS, le blognews di alpinismo esplorativo curate da Carlo Caccia. Sul solco delle vecchie intranews riprende da questa settimana un filo diretto con i protagonisti dell'alpinismo esplorativo nazionale e internazionale che ci terrà informati su tutto quello che accade in giro sulle montagne del mondo, specie quando a metterci il piede sono persone che sanno ancora riconoscere i valori e le sfide dell'esplorazione contemporanea. Per fare questo ci siamo affidati ad un professionista che dentro di sé ha coltivato passione, pratica sul terreno e prospettiva storica, qualità imprescindibili per arrivare a scrivere con competenza le cose e i fatti che il nuovo blog si prepara ad ospitare.
Da questo momento in poi per chi accederà a www.intraisass.it si troverà una schermata con due percorsi aggiornati in tempo reale. Da una parte l'oramai classico INTRAISASSblog, il blog che trova riunito dentro di sé una moltitudine di voci che parlano di alpinismo e non solo, cercando di uscire dalle strade battute di chi solitamente scrive di montagna; dall'altra INTOTHEROCKS.net, le blognews di alpinismo esplorativo che siamo sicuri diventeranno nel giro di breve tempo un punto di riferimento irrinunciabile per l'alpinismo italiano. Il tutto seguito dalla nostra :-[di intrablog + community]-: attenta supervisione.
Insomma, è giunto il momento di sdoppiarci per non cadere nella solita infausta e ben conosciuta bocca del lupo, alla quale rimandiamo il nostro Carlo. Ecco, per dare un aiuto al lupo, una sua significativa traccia biografica.
Carlo Caccia è nato a Erba, in provincia di Como, nel 1974. Cresciuto a tu per tu con le guglie della Grignetta, le pareti del Grignone e i tanti cocuzzoli in fila del Resegone – uno spettacolo incredibile al tramonto, incendiati e tentatori -, si è ritrovato ben presto a compiere lunghe camminate sulle sue montagne, spesso da solo, e poi ad arrampicare. Così, senza fretta e troppe pretese, ha ripetuto vie dalle Alpi Centrali alle Dolomiti, riuscendo persino a vivere l'esperienza – grandi ricordi... - di alcune prime ascensioni. Tra le quali, con gli amici (e maestri) Gian Maria Mandelli e Franco Tessari, l'indimenticabile Tempo al tempo su una parete che pochi conoscono: la nord (un muro verticale e strapiombante di 600 metri!) del Monte Moregallo, a due passi da casa. Ma attenzione: l'alpinismo è azione e contemplazione e allora ecco l'altra faccia della medaglia. Ormai da anni Carlo scrive senza posa “di montagna”, compie ricerche in archivi e biblioteche dove pochi o nessuno osano cacciare il naso e segue con attenzione i fatti e le vicende del mondo verticale. Perché? Per riportarli sulla carta delle riviste – Alp e la Rivista della montagna – con la massima precisione possibile, ripensando ai bei tempi di Gian Piero Motti e Gino Buscaini. Ha inoltre pubblicato decine di articoli – studi storici, inchieste, interviste... - tra i quali gli piace ricordare quello intitolato Claudio Corti, il silenzio è finito, uscito nel 2002 sulla Rivista della montagna, e i Ritratti per il sito internet intraisass.it. I suoi libri: due guide escursionistiche (Grigne e Resegone), la biografia (a quattro mani con il protagonista) dell'alpinista lecchese Dino Piazza, presidente dei “Ragni della Grignetta” negli anni Sessanta del secolo scorso, e un volume che non riguarda soltanto la montagna ma che vale la pena segnalare (è un lavoro di grande pazienza). Si intitola Domani avvenne. Cronache di vita lecchese dal 1939 al 1954, e raccoglie una vasta scelta di notizie pubblicate sul settimanale Il Resegone. Chiudiamo con le letture preferite (La montagna incantata e Doktor Faustus di Thomas Mann e poi Guerra e pace di Lev Tolstoj, dimenticanze escluse) e con un semplice accenno all'altro “fuoco dell'ellisse” (il primo, lo avrete capito, è la montagna): la musica di Johann Sebastian Bach, del quale Carlo Caccia possiede l'opera omnia su cd (155 dischi...), le edizioni cartacee di tutte le cantate, delle composizioni organistiche e per clavicembalo e, dulcis in fundo, un bel po' di monografie (Schweitzer, Geiringer, Basso, Buscaroli, Wolff...).
In bocca al lupo Carlo, siamo sicuri che te la caverai eXgregiamente!