
![]()
>>
56a EDIZIONE
>> 22a MontagnaLibri

Spedizioni e trekking
IN TUTTO IL MONDO
>> RUSSIA
>> PARTENZE PRIMAVERA


S.C.A.R.P.A.
>>
Skiing
>>
Climbing

cinema ed esplorazione
MULTIMEDIALE
ALBERTO IÑURRATEGI OSPITE A LECCO: DOMANI ALLE 21, IN SALA TICOZZI, RIFLETTORI ACCESI SULL'HIMALAYA PIÙ GRANDE
Se non ci fossero Uoei (Unione operaia escursionisti italiani) e Gamma, in quel di Lecco le grandi serate alpinistiche sarebbero un pio desiderio… Ma Uoei e Gamma ci sono – soprattutto: c'è l'instancabile Renato Frigerio – e così le serate non mancano. Tutti gli anni un poker di nomi, di grandi nomi, che quest'anno culminerà il 22 novembre con Steve House. Con questo non vogliamo dire che l'ospite di domani sera (appuntamento alle 21 in sala Ticozzi, via Ongania, ingresso 5 euro) non abbia tutte le carte in regola per lasciarci a bocca aperta. Anzi: visto che si tratta del basco Alberto Iñurrategi, decimo uomo al mondo ad aver salito tutti gli Ottomila, è molto probabile che ci sia parecchio da vedere (non soltanto diapositive ma anche filmati) e parecchio da imparare. Perché Iñurrategi, signori miei, anche se poco celebrato in terra italica, è uno dei cinque fortissimi (gli altri si chiamano Messner, Loretan, Oiarzabal e Viesturs) ad aver conquistato la "Corona dell'Himalaya" senza mai fare uso di ossigeno supplementare. E non basta: Alberto non è l'uomo delle salite più o meno in comitiva (mai facili ma non così difficili). Il suo è un alpinismo di classe, leggero e tecnico, che ad altissima quota significa ad esempio cresta est dell'Annapurna
e che, non di rado, scende un po' più in basso, come sul Gasherbrum III (7952 m) o sul Baintha Brakk (7285 m), più noto come Ogre. Ma facciamo qualche passo indietro, per dire che la carriera verticale di Alberto Iñurrategi, classe 1968, prende il via nel 1983 con un'idea di base: soltanto con un allenamento severo è possibile raggiungere dei risultati. Così, nel 1989, arriva il grande salto: trasferta in California con tre vie su El Capitan. L'anno dopo è la volta del Pumori (7161 m) e il 30 settembre 1991, in cordata con il fratello Félix e Felipe Uriarte, diventa realtà il primo Ottomila: il Makalu (8463 m), salito per la via normale resa più "saporita" dalla variante Kukuzcka. Dodici mesi dopo, il 25 settembre 1992, è la volta dell'Everest (8848 m) per la via normale nepalese e quindi, il 26 marzo 1994, tocca al K2 (8611 m). La vetta è raggiunta in compagnia di Kike de Pablo, Juanito Oiarzabal e Juan Tomás per la via Cesen (prima ripetizione, con variante) e con tanto di candidatura al Piolet d'or. Ecco quindi il Cho Oyu (8201 m), salito l'11 settembre 1995 in stile alpino per la via normale dopo un tentativo sulla parete sud-ovest fermato dalla neve, e pochi giorni dopo, il 27 settembre, è successo pieno sul Lhotse (8516 m). Doppietta anche nel 1996: il 6 maggio è la volta del Kangchenjunga (8586 m) e l'11 ottobre dello Shisha Pangma (8046 m, per la parete sud-ovest). Faccia
a faccia con il Broad Peak (8047 m) nel 1997: prima con un tentativo lungo la cresta sud-est, bloccato a 7200 metri, e poi lungo la normale (vetta raggiunta il 13 luglio). Il Dhaulagiri (8167 m) è salito il 22 maggio 1998 (dopo un tentativo invernale) e poco più di un anno dopo, il 29 giugno 1999, Alberto raggiunge anche gli 8125 metri della cima del Nanga Parbat (per la via Kinshofer). Nel 2000 tocca al Manaslu (8163 m, 25 aprile) e quindi al Gasherbrum II (8035 m, 28 luglio). Ma è proprio scendendo da quello che è considerato l'Ottomila più facile, che anche l'anno scorso è stato salito da numerose cordate senza incidenti, che Alberto vive la tragedia più grande: la perdita del fratello Félix che, come lui, aveva già dodici colossi in bacheca. Che fare? Il dramma è terribile ma la via d'uscita, dopo mesi di riflessione, può essere soltanto una: non mollare, continuare lungo la strada intrapresa anche per ricordare Félix. Così, l'8 luglio 2001, Alberto è in vetta al Gasherbrum I (8068 m) con ricordi tristissimi e la piccozza di suo fratello. All'ambìto traguardo manca ormai soltanto un gigante, difficile e pericoloso: l'Annapurna (8091 m). Alberto, in compagnia di Jon Beloki, Ed Viesturs, Veikka Gustafsson e Jean-Christophe Lafaille punta alla proibitiva cresta est (Loretan & C., 1981), relativamente sicura ma estremamente lunga e alla fine, in vetta, arrivano soltanto lui, l'indomabile basco, e il piccolo-grande francese, scomparso nel 2006 sul Makalu.

TORRI DEL BRUJO: DUE VIE NUOVE (VII E A3+) PER GLI UOMINI DELLA GUARDIA CIVIL SPAGNOLA
Le Torri del Brujo: si innalzano nelle Ande cilene, 150 chilometri a sud di Santiago, a est di San Fernando, nella valle del Rio Azufre. Caratterizzate da pareti di superbo granito, alte fino a 600 metri e culminanti a quota 4198, sono solcate da sette linee di
salita due delle quali neonate, "partorite" nei primi giorni di febbraio da una squadra della Guardia Civil spagnola. Sei gli alpinisti in azione: Juan Alegre Mainer (27 anni, capospedizione), Jorge Embid Portillo (31), Óscar Cacho Vila (38), Salvador Muñoz González (42), Javier Bueno Berges (26) e Isidoro Sánchez Fernández (42). La prima delle nuove vie, sulla Torre Grande, si sviluppa per 550 metri con difficoltà di VII e A3+ (ha richiesto tre giorni di permanenza in parete) mentre la seconda, su una cima secondaria battezzata "Falso Brujo", pur presentando difficoltà identiche è tuttavia decisamente più breve (300 m). A detta di Sánchez, comunque, una volta messe le mani sulla roccia – pericoli oggettivi zero o quasi… – per lui e compagni "sopravvissuti" al ghiacciaio sottostante "vittima" del caldo (e quindi piuttosto tormentato), il peggio era ormai passato.
TORRI DEL PAINE: RIUSCITO IL BASE JUMP DI VALERY ROZOV
Ricordate? Qualche giorno fa vi raccontavamo della spedizione in terra cilena (Torri del Paine) dei russi Alexander Ruchkin, Alexander Odintsov, Denis Provalov, Vladimir Kachkov e Valery Rozov. Ebbene: la trasferta ha avuto pieno successo visto che tra il 21 e il 22 febbraio il gruppo di amici ha scalato la Torre Centrale del Paine (2454 m), il 23 è rimasto in cima ad aspettare la fine di una violenta tempesta e il 24, sotto gli sguardi dei compagni, Rozov (vero esperto in materia) si è buttato con il paracadute dal punto più alto, firmando la prima impresa del genere (Base jump) della zona. Il Base jump, particolare forma di paracadutismo, in Italia è ancora poco popolare. Il nome dice tutto perché Base è l'acronimo di Building, antenna, span, earth ossia, non proprio letteralmente, "Edifici, antenne, ponti e montagne": i "trampolini" da cui gli impavidi specialisti della disciplina amano lanciarsi.

Nelle foto, dall'alto: avvicinamento alle Torri del Brujo lungo il tormentato ghiacciaio, un momento della scalata e Valery Rozov (da www.guardiacivil.es e www.mountain.ru)
BROAD PEAK: DOPO L’ANNUNCIO DELLA "FINE DELLE OSTILITÀ", SIMONE MORO HA SPERATO IN UN COLPO A SORPRESA. MA NON C’È STATO NIENTE DA FARE
Citiamo ancora dal sito www.extremehd.net dal quale l’himalaysta bergamasco, il 22 febbraio, aveva annunciato la sua decisione di rinunciare alla vetta: "24.02.07, ore 4.10 p.m. Ieri ci siamo alzati con cielo blu e poco vento e, immediatamente, abbiamo deciso di organizzare un estremo tentativo. Sapevamo di avere un giorno e mezzo di bel tempo. Siamo partiti verso le otto e subito abbiamo fatto i conti con le neve alta, depositata dal vento fino al campo 1. Questo ci ha fatto perdere parecchio tempo, come pure energie preziose. Arrivati al campo 1 abbiamo riposato mezz’oretta e poi ci siamo messi in moto verso il campo 2. Che abbiamo raggiunto alle 15. Mezz’ora per raccogliere tutto il materiale ed organizzare gli zaini e poi via, verso il campo 3. Man mano che salivamo il vento diveniva sempre più gelido e forte. Era buio pesto quando siamo arrivati al campo 3. Non sentivamo più le mani, il naso, le orecchie… La nostra piazzola di neve non c’era più: al suo posto un piano inclinato di ghiaccio verde. Avremmo dovuto lavorare con le piccozze per almeno due ore. Allora ho deciso di ridiscendere al campo 2. Abbiamo deciso definitivamente di arrenderci e di trasportare tutto il materiale al campo base. Abbiamo fatto di tutto per riuscire…".
Nella foto: il Broad Peak (8047 m), www.peakware.com
CONTINUA LA RICERCA DI MARINO BABUDRI E ARIELLA SAIN SULLE PARETI DEI MONTI PALLIDI: PER LORO CINQUE VIE NUOVE ANCHE NEL 2006
Le Dolomiti: è un po' che non ne parliamo... E allora, in attesa di proporvi le ultime notizie invernali (almeno secondo il calendario), cominciamo con il raccontare dell'estate 2006 dell'accademico triestino Marino Babudri che, lasciando gli spit a casa (sempre che ne abbia...), con Ariella Sain ha messo in bacheca un'altra bella collezione di difficili linee nuove. Il primo colpo è andato a segno sulla parete nord del Crep da l'Ora o Freytagturm (2361 m), caratteristico e isolato campanile del gruppo del Puez dove Marino e Ariella hanno tracciato un'impegnativa linea di 200 metri con difficoltà di VII+ (roccia friabile). Nello stesso gruppo, ma sulla Piramide di Séres, è stata quindi risolta Viper: una via di 360 metri lungo placche compatte e fessure anche strapiombanti (ma sane) che ha richiesto ben 16 ore di fatica (Babudri ha dichiarato difficoltà dal V al IX grado). Con il terzo e il quarto pezzo della suite ci spostiamo nel Ramo di San Lucano dei Cadini di Misurina e, precisamente, sulla parete sud-est dei Gemelli (2742 m): una doppia cima salita per la prima volta il 15 settembre 1900 da R. von Eötvös e figlie con le guide G. Siorpaes, A. Verzi e A. Piller. Notevoli, ancora una volta, le linee aperte da Babudri e compagna: M.M.R. (330 m, VIII+, tratto chiave poco proteggibile, roccia ottima) e Neri per caso (500 m, VII-). E per finire è da segnalare la via, lasciata senza nome, che sviluppandosi per 540 metri con passaggi dal IV al VII-, sale sulla Punta Sud dell'imponente versante meridionale del Monte Giralba di Sotto (2995 m, gruppo del Popera).
Ricordiamo, per completezza, anche le vie aperte da Babudri nel corso del 2005, a partire da quella sulla parete est della Torre Quattro Laghi (2681 m, gruppo del Paterno). La linea, risolta con Ariella Sain, si sviluppa per 450 metri (VIII) lungo una serie di fessure proteggibili prevalentemente a friend (roccia non sempre buona). Roccia ottima caratterizza invece Volpe chiara (265 m, VIII-), firmata da Babudri e Alberto Giassi sulla Punta Lucia negli Spalti di Toro. Tornato in cordata con la moglie, Marino ha quindi salito Vento del nord (320 m, IX-) lungo un evidente diedro giallo-nero al centro della parete sud della Punta Grigia (2604 m, gruppo della Croda dei Toni) e poi Notte stellata (550 m, fino al VII ma discontinua) sulla parete sud-est della cima meridionale della Croda Granda (2849 m, Pale di San Martino). Ultima realizzazione, degli stessi, la via Enrosadira sulla parete meridionale della Cima Sud dei Mugoni (2793 m, Catinaccio): una linea di 250 metri (IX, tratto chiave su placca compatta) che supera il pilastro che delimita a ovest la muraglia, a sinistra della Zeni (D. Zeni, A. Gross, E. Pederiva e L. Iaquaniello, 22-24 agosto 1964, V e A2).
ANCORA PATAGONIA ITALIANA
Dopo il Cerro Pollone, i lecchesi Manuele Panzeri e Fabio Valseschini hanno salito anche l’Aguja Guillaumet (2579 m). Per quale via, però, non lo sappiamo ancora… Sul Cerro Piergiorgio (2719 m), invece, la squadra dei Ragni è riuscita a superare la prima metà della parete (nord-ovest). L’intenzione, come noto, è quella di completare la linea già tentata da Casimiro Ferrari. Anche in questo caso siamo in attesa di altre informazioni.
"EVOLUZIONE DELLA TECNICA E LIBERTÀ DELL'ALPINISTA"
Di che si tratta? Semplice: è il titolo della tavola rotonda svoltasi a Trento il 30 settembre 1966, nell'ambito dell'ottavo "Incontro internazionale alpinistico". Numerosi, naturalmente, i presenti, e numerosi anche gli interventi, accuratamente riportati sulla Rivista mensile del Club alpino italiano (anche se soltanto nel 1968). In quell'occasione presero la parola Guido Tonella, Piero Nava, Jorg Lehne, Anderl Heckmair, Dougal Haston, Riccardo Cassin, Pierre Mazeaud, Armando Aste, Loulou Boulaz, Giorgio Bertone, Toni Hiebeler, Arnost Cernik, Bepi Pellegrinon, Franc Avcin, Spiro Dalla Porta Xidias, Walter Spitzenstätter, Piero Rossi, Heinz Steinkötter, Bruno Detassis, Dietrich Hasse, Cosimo Zappelli, Kurt Maix, Michel Vaucher, Yvette Vaucher, Pietro Ferraris, Robert Paragot, Guido Machetto, Michel Darbellay, Mario Fantin, Fulvio Campiotti, Karl Golikov e Giuseppe Mazzotti. Un bell'elenco, non trovate? Una potente concentrazione di nomi, non soltanto alpinisti, che hanno fatto la storia del mondo verticale. Ebbene: tra i tanti interventi, più o meno impegnativi, ne abbiamo scelto uno – quello di Dietrich Hasse – e ve lo proponiamo. Ve lo offriamo come sana (e non troppo lunga...) lettura giusto per rompere il flusso della cronaca che, presa a dosi eccessive, potrebbe perdere ogni sapore; lo gettiamo nella "rete invisibile" perché sia spunto di riflessione ma anche (e soprattutto) occasione di conoscenza. Non è infatti interessante apprendere e poi meditare i pensieri di un maestro a proposito della sua arte?
"Devo anzitutto constatare quanto sia spiacevole che non esista una pubblicazione internazionale in cui si possano registrare e sviluppare dibattiti: per noi alpinisti di lingua tedesca sarebbe infatti estremamente interessante poterci tenere al corrente di ciò che viene detto e discusso in Italia, Francia e in altri Paesi circa i problemi che ci stanno a cuore. Noi giovani alpinisti di Germania e d'Austria, o per lo meno la maggior parte di noi, siamo d'avviso che non esista una libertà assoluta. Rivendicare una tale libertà non ha senso né nella vita normale, né nel settore alpinistico. Gli alpinisti costituiscono una comunità che, come tutte le altre comunità, ha le sue regole. Abbiamo dei doveri: per cominciare il dovere di essere sinceri. Se per esempio pretendo di aver rifatto il terzo percorso di un determinato itinerario, deve significare per me stesso non solo che ho effettivamente compiuto tale impresa, ma che ho fornito una prestazione come quella del primo salitore, nel senso che non ho usato dei mezzi artificiali, o che ne ho adoperato più di lui. Se delle vie aperte da Detassis, Cassin o Kurt Maix con tre o quattro chiodi, sono rifatte da me o da un altro con 20-30 chiodi entra in gioco una questione di sincerità; non si può più parlare di una ripetizione, ma semplicemente di deficienza di tecnica o di audacia, che si è cercato di compensare con un supplemento di mezzi artificiali. Qui sta il punto: ciò che occorre in alpinismo è franchezza e senso sportivo, nel senso che dobbiamo avere o riuscire a trovare una stessa unità di misura. Ecco dove la libertà viene ad essere limitata: quando veniamo meno al comandamento della sincerità! Non deve essere consentito il ricorso a qualsiasi mezzo. Uniti come siamo in una comunità sportiva, dobbiamo accettare le regole del gioco. E quando affermiamo di aver ripetuto un dato itinerario, dobbiamo essere coscienti del valore della nostra prestazione in confronto a chi ci ha preceduto. Il che significa che i limiti della libertà, anziché nelle esigenze della natura, per esempio coi chiodi ad espansione o con lo stile himalayano come nella direttissima dell'Eiger, si rivelano nel momento in cui tentiamo di mascherare con una qualsiasi falsità la nostra propria deficienza".
Nella foto, Dietrich Hasse (www.bergverlag.com)
SIMONE MORO RINUNCIA AL BROAD PEAK
22 febbraio 2007, ore 09.58. Così scrive Simone nel sito www.extremehd.net: «Questa mattina mi sono alzato alle sei, sperando di vedere cielo blu e buone condizioni. Ma mi sono ritrovato un cielo molto nuvoloso e vento fortissimo già sopra i 6000 metri. Il nostro meteorologo, già ieri sera, ci aveva avvisati dell'abbreviarsi della finestra di bel tempo, circoscritta solo a venerdì, ma speravamo si sbagliasse almeno un pochino. Così stamattina sono tornato nel mio sacco a pelo perché troppo pericolose ed estreme erano le condizioni per poter salire oggi. Abbiamo cominciato ad impacchettare i nostri bagagli per essere trasportati a valle dai portatori a partire dal 26 febbraio. Abbiamo fatto tutto il possibile, in questi due mesi, per riuscire nel nostro progetto e ci siamo andati vicini ma la natura ha vinto. Oggi è l'ottavo compleanno di mia figlia Martina. Tanti Auguri!».
NUOVA DIFFICILE VIA DEI TRENTINI ORLANDI, LARCHER, LEONI E CAGOL SUL CERRO COTA 2000: 700 m, 7b e A2+
Ancora Patagonia, certo. E dopo Panzeri e Valseschini ancora Patagonia italiana, per di più. Il colpaccio, questa volta, l'hanno messo a segno quattro trentini evergreen dal folto pelo sullo stomaco – Elio Orlandi, Rolando Larcher, Fabio Leoni e Michele Cagol – che dal 21 al 26 gennaio 2007, in stile capsula bivaccando in portaledge, hanno aperto una superba linea di 700 metri sulla parete est del non troppo noto Cerro Cota 2000, nella zona delle Torri del Paine e precisamente nella Valle del Frances, appena a sud del Cerro Catedral (2200 m). La nuova via, che si chiama Osa, ma non troppo – un bel problema quello del nome: un'altra idea era Il senso della misura –, si sviluppa per 16 lunghezze di corda lungo le quali, in apertura, sono state superate difficoltà di 7b (IX-) e A2+ (7a obbligatorio) con una netta prevalenza dell'arrampicata libera sull'artificiale (all'incirca l'85% contro il 15%). Diremo di più: secondo i primi salitori, vista la solidità della roccia (un granito quasi sempre fantastico), gli eventuali ripetitori che capitassero laggiù in un periodo più asciutto potrebbero tentare, terzo tiro escluso, la libera integrale. Da non perdere, tanto è carica di sano entusiasmo, la descrizione sintetica (di Larcher) dell'itinerario: «Muri a liste, fessure, diedri super da salire in dülfer, qualche tratto obbligatorio (severo) sono gli ingredienti di questa via, bella ed interessante, riparatissima dal vento, che consigliamo vivamente». E visto che ci siamo – che tra i nostri lettori non ci sia qualche aspirante ripetitore? – aggiungiamo che per passare lassù servono una serie di stopper, due serie di friend (Camalot) fino al n. 4 (tripli dal n. 0,5 al n. 2) e due serie di microfriend. Tanta roba? Certo, perché dopo i primi cento metri compatti e una lunghezza (la terza, della quale abbiamo già parlato) lungo uno strapiombo, la via “prende” una successione ininterrotta di fessure e diedri fessurati, dove le protezioni veloci sono come la manna dal cielo. «Avevamo con noi parecchi chiodi – racconta il poliziotto Larcher, che il pane quotidiano se lo guadagna presso la questura di Trento – ma alla fine non ci sono proprio serviti». Quelli usati (comprese le soste, attrezzate con due spit da 8 millimetri) sono stati lasciati. E giusto per finire in bellezza diamo uno sguardo alla storia del Cerro Cota 2000 che, in verità, non è poi così complessa... La prima salita (citiamo dal sito www.alpinist.com): pare l'abbiano messa a segno i cileni, da ovest, nel 1971. Da segnalare, quindi, la via italiana del 1993 (500 m, VII/VII+ e A3) e quella del 1997 (The keyhole route, 500 m, A4 e VI) di Gardner Heaton e Joe Reichert, riusciti a superare, con impegnativa arrampicata artificiale, l'evidente pilastro a destra di Osa, ma non troppo.
Attenzione: per chi volesse saperne di più, l'appuntamento da non perdere è col numero di aprile di Alp
Un sogno: granito “doc”, ripido e fessurato... siamo sulla parete est del Cerro Cota 2000, lungo Osa, ma non troppo (foto Rolando Larcher)
La parete est del Cerro Cota 2000 con il tracciato della via di Orlandi, Larcher, Leoni e Cagol. A destra si nota il pilastro salito nel 1997 da Heaton e Reichert
GIOVANI E TECNICA A BRACCETTO PER UNA COLLEZIONE DI VIE NUOVE SUI GIGANTI DELL'ASIA CENTRALE
Guardano all'alta difficoltà, i giovani polacchi. Dell'eredità dei padri sembrano non curarsi troppo e agli Ottomila preferiscono la roccia pura, quel granito sincero che mentre sali ti fa star bene, che è bello accarezzare e sentire ruvido sotto i polpastrelli, con i suoi fantastici cristalli. Ma andiamo ai fatti.
Dal 9 all'11 agosto 2006 i fratelli Adam e Pawel Pustelnik (i figli del grande Piotr, 16 volte oltre quota 8000, su 13 vette diverse) hanno prima aperto Amba (1100 m, IX+, senza spit) sull'Ortotyubek (noto anche come Central Pyramid o Peak 3850) nella valle dell'Ak-Su (Pamir-Alai) e si sono quindi lanciati con successo, in compagnia di Slawek Cyndecki, sulla celebre Perestroika crack (1000 m, IX-) sulla vicina Russian Tower (o Slesov, 4250 m).
Pochi giorni dopo, il 28 agosto, sono stati invece Michal Krol e Przemek Wojcik ad aggiudicarsi la prima assoluta del Geruda Peak (5640 m, Chhudong Glacier, Miyar Valley, Himachal Pradesh, India): i due amici sono saliti per la parete sud-ovest, aprendo una linea di 900 metri con difficoltà di VIII-, A0 e ghiaccio a 50-60°. Ricordiamo che la stessa cima era già stata tentata nel 2005 da Massimo Marcheggiani e Massimo Natalini. Gli stessi Krol e Wojcik, in 31 ore tra il 13 e il 14 agosto (con bivacco), avevano giù tracciato Doomed to Miyar (1000 m, VIII, tutta a vista) sulla parete nord-ovest del Tamadonog (5245 m, forse mai salito in precedenza).
Ma torniamo tra le cime del Pamir-Alai dove, sempre durante l'agosto scorso, Jan Kuczera, Artur Magiera e Jerzy Stefanski hanno aperto in stile alpino Czarna Wolga ("Volga nero", 1700 m, di cui 200 in cresta fino alla vetta, VIII) sulla granitica parete nord-ovest del Kotin (4521 m). Lukasz Depta e Wojciech Kozub, membri della medesima spedizione, hanno invece attaccato una torre senza nome (4000 m circa) tracciandovi Opposite to Asan (650 m, VII-). Da segnalare, quindi, da parte di Kuczera e Stefanski, la ripetizione della difficile Temofeev (900 m, VIII e A3) sulla parete nord-ovest dell'Asan (4230 m).
Da agosto al 5 settembre, giorno in cui Maciej Ciesielski, Jakub Radziejowski e Wawrzyniec Zakrzewski hanno risolto Pia (540 m, VIII a vista e un pendolo) sulla torre, probabilmente mai salita, immediatamente a sinistra (nord-ovest) del Garda Peak (4700 m, zona delle Torri di Trango, Karakoram). Gli stessi, il 17 settembre, hanno tracciato Pretty close (430 m, VII) sul Sadu Peak (4400 m) mentre il giorno seguente è stata la volta di Let's go home (670 m) sulla prima torre della cresta sud-ovest (Severence ridge, Clearwater, Frimer e Johnson, 2005, 63 lunghezze, VII+, A2, AI3 e M5) del Trango II (6237 m). La via dei polacchi, dopo 200 metri originali (con una lunghezza di VIII, salita a vista, e un'altra di VIII+, superata con dei rest), si congiunge alla Severence ridge, lungo la quale la cordata ha proseguito per 470 metri fino al termine delle difficoltà (senza arrivare in vetta).

Trango II, lungo Let's go home (www.wspinanie.pl)

I giovani polacchi aprono Pretty close sul Sadu Peak (www.wspinanie.pl)

Ancora sul Trango II, lungo Let's go home (www.wspinanie.pl)
RIPETIZIONE DEL PILASTRO OVEST PER MANUELE PANZERI E FABIO VALSESCHINI. LA VIA NUOVA RESTA UN SOGNO: TROPPO PERICOLOSA
Ultimissime dalla Patagonia. I lecchesi Manuele Panzeri (del gruppo Gamma) e Fabio Valseschini (di nessun gruppo ma autore della prima solitaria invernale della Via del Fratello sulla nord-est del Badile…) hanno salito nei giorni scorsi, approfittando di una finestra di bel tempo, il magnifico pilastro ovest (650 m, VI+, A2 e 80°) del Cerro Pollone (2579 m). I due amici, che sognavano una via nuova sulla stessa montagna ma sono stati costretti a rinunciarvi per l'eccessiva pericolosità della linea (che presentava numerose lame pericolanti), hanno quindi ripercorso le tracce di Michel Piola e Daniel Anker e di Jim Donini e Greg Crouch. Era il dicembre 1988 quando la prima cordata, dopo aver lungamente atteso di sferrare un attacco alla vicina muraglia del Cerro Piergiorgio (2719 m), decise di puntare ad un obiettivo più "tranquillo" e preso di mira il Cerro Pollone, grazie anche a 150 metri di corde fisse, riuscì a spingersi fino ad un centinaio di metri dalla sommità del pilastro. La linea è stata quindi completata da Donini e Crouch, in stile alpino, tra il 28 e il 30 novembre 1999.
Nella foto sopra: il Cerro Pollone con la via ripetuta dai lecchesi (www.climbinginpatagonia.freeservers.com). Qui sotto: Manuele Panzeri (a sinistra) e Fabio Valseschini (a destra, autoscatto durante la prima solitaria invernale della Via del Fratello sulla parete nord-est del Badile)


RIUSCITA A CINQUE GIOVANI DI KRASNOYARSK, GUIDATI DA OLEG KHVOSTENKO, LA PRIMA INVERNALE DELLA RUCHKIN-ODINTSOV SUL GIGANTESCO SCUDO GRANITICO DEL PAMIR-ALAI: NOVE GIORNI DI SCALATA IN BELLO STILE E VETTA RAGGIUNTA IL 4 FEBBRAIO

I 1600 metri della nord dell'Ak-Su con le vie Ruchkin-Odintsov (in rosso), Chaplinski (in giallo) e Moshnikov (in verde)
PREAMBOLO. Perché ancora l'Ak-Su? Perché esiste, dicono i russi, nel cuore del Pamir-Alai tra Kyrgyzstan e Tajikistan. E poi perché la sua parete nord è semplicemente fantastica: uno scudo ripidissimo, 1600 metri di roccia che in inverno si corazzano di ghiaccio. Una sfida dura e pura, insomma, una ragnatela di linee mai toccate da mano occidentale ma dove sono passati, più e più volte dal 1982, tutti i campioni dell'ex Unione Sovietica. Ecco il perché dell'Ak-Su, ecco perché la grande montagna è finita (ancora) nel mirino di otto uomini della regione di Krasnoyarsk: Evgeny Dmitrienko e Vladimir Arkhipov da una parte – che pensavano alla via Moshnikov ma hanno poi deciso di tentare la più bella ma anche più difficile Chaplinsky – e Oleg Khvostenko con i giovani Denis Prokof'ev (classe 1974), Boris Rodikov (1981), Vladimir Gun'ko (1983), Evgeny Belyaev (1983) e Igor Loginov (1985) – che puntavano invece alla prima invernale della Ruchkin-Odintsov.
DIARIO. 20 gennaio 2007: le due squadre piazzano il campo base a quota 2900, tempo buono. 22 gennaio: piazzato anche il campo base avanzato (3700 m) dove si fermano a passare la notte Belyaev, Loginov, Rodikov e inoltre Dmitrienko e Arkhipov che annunciano: "Domani attacchiamo". Tempo buono. 23 gennaio: tempesta di neve, tutti al campo base. 26 gennaio: Dmitrienko e Arkhipov salgono le prime 8 lunghezze della Chaplinsky. L'altra squadra è riunita al completo al campo base avanzato. Il tempo resta buono. 27 gennaio: ancora tempo buono e Dmitrienko e Arkhipov superano altre 6 lunghezze (totale 14). I giovani si mangiano invece i primi 11 tiri della Ruchkin-Odintsov e bivaccano sulle portaledges. Viktor Balezin dal campo base commenta: "La scalata è stata più veloce che in estate. Se il bel tempo continuasse...". 28 gennaio: altre 4 lunghezze per Dmitrienko e Arkhipov (totale 18) e 5 (totale 16) per gli altri (oggi hanno lavorato Gun'ko, Prokof'ev e Khvostenko). 29 gennaio: nessuna notizia dalla parete. Balezin al campo base è preoccupato e ha ragione di esserlo: Dmitrienko è "volato".
Niente di grave, pare, ma la scalata è compromessa: la cordata si ritira durante la notte, senza bisogno di alcun aiuto. 31 gennaio: la squadra di Khvostenko raggiunge il tratto in comune (100 m) tra la Ruchkin-Odintsov e la Chaplinsky: la cresta sommitale, da percorrere per alcune lunghezze prima della vetta, è ora a 500 metri. Dal campo base tuona la voce di Balezin: "C'è stato un terremoto!". Ma non è finita: il bel tempo sembra agli sgoccioli. I sei in parete restano però determinatissimi. 1° febbraio: la squadra raggiunge un grande strapiombo fessurato. Mancano 270 metri di scalata difficile (in parete) e 170 (in cresta) più semplici. Soffia il vento e nevica... i sei prodi sono in piena tempesta. 2 febbraio: Vladimir Gun'ko è alla guida della cordata e supera 3 lunghezze di corda, tempo cattivo. 3 febbraio: tocca a Loginov e a Rodikov, che con altri 3 tiri raggiungono la cresta. Il tempo è tornato buono: domani tutti in vetta? 4 febbraio: alle 14 ora locale i sei uomini guidati da Khvostenko, tutti in gran forma, sono in vetta all'Ak-Su (5217 m). "Il tempo è buono – dicono – e nevischia": soltanto i russi possono capire... 5 febbraio: discesa trionfale (o quasi).
L'INCIDENTE A DMITRIENKO. Evgeny stava piazzando una vite da ghiaccio quando, per l'improvviso cedimento del ghiaccio stesso, ha perso l'equilibrio. Durante la caduta, non fermata dalla prima protezione (un'altra vite da ghiaccio, "saltata" come fosse di cioccolato), Dmitrienko ha colpito violentemente la roccia con il rampone destro, con conseguente completa rottura dei legamenti del ginocchio. Comprensibile il suo disappunto: se le difficoltà della Ruchkin-Odintsov aumentano man mano che si sale, quelle della Chaplinsky seguono la regola contraria e, al momento dell'incidente, Evgeny e Vladimir avevano ormai superato – a velocità fantastica: in media 6 tiri al giorno... – la parte più ostica della via.
SINTESI TECNICO-STORICA. La Ruchkin-Odintsov sulla nord dell'Ak-Su è stata aperta nel 1996, in nove giorni e con pochissimi spit, da due leggende dell'alpinismo dell'ex Unione Sovietica: Alexander Ruchkin e Alexander Odintsov. Valutata 6B (il massimo possibile) nella speciale scala russa, si sviluppa per 1700 metri (34 lunghezze di corda, fino alla cresta), con il tratto inferiore in comune con la Moshnikov (1984, 6A, può essere pericolosa) e, come abbiamo visto, condividendo un centinaio di metri anche con la Chaplinsky (1988, 6B). Tracciata nell'ambito del "Russian big wall project" capitanato dallo stesso Odintsov e culminato (per ora...) nella prima salita della nord dello Jannu (7710 m, era il 2004 e il primo uomo in vetta fu proprio Ruchkin), è una linea di grande bellezza. Gli uomini di punta – leggi capicordata – della prima e stilisticamente eccellente prima invernale, che ha richiesto tanti giorni quanti l'apertura, sono stati i giovanissimi Vladimir Gun'ko (24 anni) e Igor Loginov (22).
CURIOSITÀ FINALI. Dov'erano nel febbraio scorso gli eroi dell'Ak-Su? Naturale: in ambienti simili alla nord del gigante del Pamir-Alai. Khvostenko, con altri tre compagni, era impegnato ad aprire una via nuova sullo Sperone Croz della parete nord delle Grandes Jorasses; Dmitrienko e Arkhipov stavano facendo lo stesso sulla nord dell'Eiger e, dulcis in fundo, Prokof'ev e Rodikov se la stavano vedendo con la nord del Cervino (successo pieno per tutti). E pochi mesi dopo? Se dal 10 al 16 agosto 2006 Arkhipov e Gun'ko sono riusciti a risolvere (con altri compagni) i 2000 metri della nord del Pogrebetsky Peak (6487 m, Tien Shan), in luglio Khvostenko e Dmitrienko avevano tentato, con Odintsov e Ruchkin (e altri), la terribile nord-est del Masherbrum (7821 m, Karakorum). Ma dove sono adesso – e chiudiamo – gli ultimi due personaggi citati? Udite: i fantastici Alexander Odintsov e Alexander Ruchkin sono partiti lunedì scorso (12 febbraio) alla volta del Cile dove, con gli amici Rozov e Provalov, tenteranno di salire la Torre Centrale del Paine (2454 m). Ma la scalata (per la via Bonington del 1963, quella della prima assoluta della montagna) non esaurirà l'impresa... Il vero obiettivo – di Rozov, probabilmente – è arrivare in cima, guardarsi per un attimo in giro, preparare questo e quello, osservare ancora di qui e poi di nuovo di là e... lanciarsi con il deltaplano!

Il grandioso versante nord dell'Ak-Su (www.mountain.ru)