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"ALPINISMO COME CULTURA"
Dopo Dietrich Hasse e Pierre Mazeaud ecco Massimo Mila (nella foto sotto, www.rivistaprometheus.it). Ci ha tentati un suo scritto, Alpinismo come cultura, pubblicato su Stampa sera il 21 agosto 1978 e più volte ripreso in altre pubblicazioni. Di che si tratta? Se il titolo appare chiaro e allo stesso tempo vago, lasciando spazio ad ogni ipotesi, noi non vogliamo anticiparvi nulla e vi invitiamo a leggere. Diciamo soltanto che Massimo Mila, torinese classe 1910 e scomparso nel 1988, è noto a molti come musicologo, come l'autore della Breve storia della musica, mentre l'altra sua grande passione, la montagna, è rimasta nascosta ai più (alpinisti compresi...). Tanto che l'enciclopedia Rizzoli-Larousse, alla voce che lo riguarda, lo definisce "semplicemente" «critico musicale e musicologo», precisando che fu «professore di storia della musica al conservatorio e all'università di Torino, critico musicale dell'Espresso dal 1955 e della Stampa dal 1967». Ma il nostro era anche Accademico del Cai, orgoglioso di portare quel distintivo alle prime della Scala e nelle più famose sale da concerto. Italo Calvino, in uno scritto del febbraio 1981 quando si sparse la voce infondata della morte di Mila in seguito ad un (reale) gravissimo incidente automobilistico, scritto rimasto inedito fino alla scomparsa del musicologo-alpinista dopo la quale fu pubblicato sul quotidiano La Repubblica, lo definì «uomo che non aveva problemi con se stesso, che sapeva senza incertezze cosa gli piaceva e cosa non gli piaceva, così come sapeva cosa doveva e cosa non doveva fare. Ma dire tutto questo non è ancora dir nulla, perché il segreto di questa calma interiore sta in una forza morale che è passione, volontà, sfida, anche se questa sua sostanza egli non l'ha mai messa in mostra, per il suo atteggiamento agli antipodi di ogni enfasi, per il suo atteggiamento understatement, il suo naturale pudore. Questo con un'intelligenza imperturbabile nel riconoscere ciò che è lontano e diverso da sé, con un rispetto per il modo d'essere degli altri che gli veniva dal suo geloso senso della libertà individuale».
«Se un pescatore scivola su una pietra viscida e annega, unanime è il coro di commiserazione. Se "vola" in parete e si fracassa le ossa un alpinista, il quale dopo tutto se ne andava in montagna per conto suo senza far male a nessuno [...], sorgono commenti astiosi [...]. Nessun dubbio che l'incomprensione sia la causa del malanimo con cui vengono accolte dagli estranei le notizie di sciagure alpine. E sotto sotto c'è un fondo di invidia. La gente non capisce che cosa diavolo spinga questi pazzi a rischiare la pelle [...], o nella migliore delle ipotesi a sopportare fatiche bestiali su per pendii massacranti [...]. L'alpinismo è un fenomeno di cultura, sicché chi ci lascia le penne [...] merita lo stesso rispetto dello scienziato che affronta consapevolmente il rischio di radiazioni mortali. L'alpinismo è una forma di conoscenza [...]. Rientra in quella branca del sapere che è la geografia, cioè la ricognizione sistematica, attraverso l'esplorazione (corsivo nostro), del pianeta su cui viviamo [...]. Non val niente obiettare che ormai la Terra è conosciuta in ogni suo angolo [...]. Per quanto si sia pericolosamente assottigliato il filo che congiunge l'alpinismo all'esplorazione, rompersi non potrà mai, perché quella è la sua essenza. Che se ne renda conto o meno, il sestogradista che traccia una via a goccia d'acqua su una parete già scalata [...], o quello che semplicemente raddrizza in parete un itinerario già aperto da altri, eliminandone qualche prudenziale zig-zag, è mosso dallo stesso impulso che mosse Cristoforo Colombo a "buscar el Levante por el Poniente" [...]. Anche se occultato da un fitto manto di vanità mondana e d'ambizioncelle agonistiche, e perciò degenerato e indegno, è pur sempre lo spirito di Ulisse, lo spirito che fa del Wotan wagneriano un "Wanderer", un viandante, e lo spinge a muoversi senza posa "sul dorso della Terra", e a interrogarla risvegliandola dal suo sonno eterno [...]. Anche l'alpinismo di ripetizione [...] è esplorazione, a titolo individuale. Il genere umano nel suo insieme può avere esaurito la ricognizione del globo terrestre [...], ma il principio dell'esplorazione sopravvive nel singolo, indistruttibile, come bisogno di conoscenza personale [...]. Stabilita la perennità della spinta conoscitiva che muove lo scalatore di montagne, magari a sua insaputa, resta da spiegare perché questa forma di conoscenza sia la più alta [...] e remunerativa [...]. Essa è l'unica che non avviene attraverso lo studio, a tavolino o in laboratorio, ma si esplica attraverso il fare (corsivo dell'autore). Si verifica pertanto nell'alpinismo quel merito supremo che Giovan Battista Vico riconosceva alla Storia [...]. Di fatto, poi, anche nella Storia, altri è chi fa – Napoleone – altri chi conosce – Erodoto, Tito Livio, Machiavelli [...]. Invece nell'alpinista è l'individuo che riunisce in sé le categorie del pensiero e dell'azione [...]. L'alpinista è colui che conosce agendo. Per lui il fare è sapere [...]. Non c'è da stupire se gli esclusi sono invidiosi, e appena un alpinista cade, dal fondo delle loro pianure, gli rinfacciano imprudenza e presunzione».
MOUNT FORAKER (ALASKA): PRIMA SOLITARIA INVERNALE PER IL GIAPPONESE MASATOSHI KURIAKI
Storica impresa del trentatreenne giapponese Masatoshi Kuriaki (nella foto a lato, www.japanesecaribou.com), detto “The japanese caribou”, che il 10 marzo scorso ha messo a segno la prima solitaria invernale del Mount Foraker, che si innalza fino a quota 5303 nel Denali National Park (Alaska), 23 chilometri a sud-ovest del McKinley. Raggiunto il ghiacciaio Kahiltna in gennaio, Kuriaki ha trasportato il proprio materiale alla base della cresta sud-est della montagna e si è lanciato in un'avventura che non ammetteva errori, quasi senza vie di fuga, terminata con un memorabile successo. Una sorpresa? Certamente, viste le caratteristiche del gigante alaskano, ma non troppo. Perché per Kuriaki la solitudine assoluta non è un problema e la sua pazienza, spaventosa, gli permette di resistere per settimane intere (sei, sette…) in una grotta scavata nella neve ad aspettare la finestra di bel tempo per sferrare il suo attacco. Una sorta di cacciatore solitario, quindi, che in inverno ha già salito il McKinley per il West buttress – era il 1998 – e che ha calcato addirittura tre volte la vetta “proibita” del Mount Foraker: la prima il 3 aprile 1999 (per la Sultana ridge), la seconda il 31 marzo 2001 (prima solitaria e terza ripetizione assoluta della cresta sud-est) e la terza venti giorni fa. Senza dimenticare i tre tentativi (invernali) sulla cresta ovest del Mount Hunter (4442 m) e quello durato 58 giorni, lo scorso anno e sempre durante la stagione fredda, sulla sud del McKinley. Il Mount Foraker (nella foto qui sotto, www.bivouac.com), seconda cima dell'Alaska, terza degli Stati Uniti e sesta del Nordamerica – dopo il McKinley (6194 m), il Logan (5959 m), l'Orizaba (5611 m), il Popocatepetl (5452 m) e il Saint Elias (5489 m) –, è uno dei colossi di ghiaccio e roccia più difficili del pianeta: basti pensare ai numeri degli ultimi anni con 5 successi nel 2001 (su 17 spedizioni), 2 nel
2002 (14 spedizioni), uno nel 2003 (13 spedizioni), uno nel 2004 (6 spedizioni) e nessuno nel 2005 (14 spedizioni). Nel 2006, infine, pochi giorni dopo l'apertura di una difficile via nuova sulla parete sud da parte di Maxime Turgeon e Will Mayo (1700 m, WI5+, M6 e A0, tra il 12 e il 13 maggio, fino alla French ridge, senza vetta), sul Mount Foraker si è consumata la tragedia di Sue Nott e Karen McNeill: due ragazze con l'alpinismo nella mente e nel cuore le cui ultime tracce sono state individuate attorno a quota 5000, a circa 300 metri dal punto più alto. Il loro sogno? Scalare il fantastico Infinite spur (3000 m, VI, M5 e AI4) che si impenna, con forme perfette, a sinistra della linea di Turgeon e Mayo. Ricordiamo che il Mount Foraker, che per gli Indiani Tanana della zona del lago Minchumina era il Sultana (“La donna”) ma anche il Menlale (“La moglie del Denali”), è stato ufficialmente ribattezzato nel 1899 in onore di Joseph B. Foraker, senatore statunitense dello stato dell'Ohio, ed è stato salito per la prima volta il 10 agosto 1934 da C.S. Houston, T.G. Brown (che esattamente un anno prima, il 5 agosto 1933, aveva firmato la Via della pera sul Monte Bianco) e da Chychele Waterston. La cordata raggiunse la cima sud, la più alta, dopo il successo del 6 agosto su quella settentrionale.

La parete sud del Mount Foraker (5303 m) con il tracciato della via di Turgeon e Mayo (1700 m, WI5+, M6 e A0, 12 e 13 maggio 2006) e a sinistra, illuminato dal sole, il roccioso Infinite spur (www.climbing.com)
ALLA CONQUISTA DELLA "CORONA DELL'HIMALAYA": LUNGA È LA LISTA DEGLI EPIGONI DI MESSNER

Informazione asciutta, oggi: soltanto nomi e numeri. Perché la stagione himalayana è alle porte e allora facciamo un "regalo" ai nostri lettori: l'elenco completo di tutti i salitori dei 14 Ottomila e di tutti coloro che, al momento, hanno raggiunto almeno 10 cime diverse che superano la quota fatidica (così, tra qualche mese, sarà possibile compiere tutti i confronti e aggiornare la "classifica"). I conquistatori della "corona dell'Himalaya", ufficialmente, sono in tutto 12. Alle spalle dell'italiano Reinhold Messner, che ha completato la 
"collezione" il 16 ottobre 1986 (impiegando 16 anni, 3 mesi e 19 giorni), troviamo Jerzy Kukuczka (polacco, al termine della fatica il 18 settembre 1987, a 7 anni, 11 mesi e 14 giorni dal primo successo) e poi, decisamente "staccato", Erhard Loretan (svizzero, 5 ottobre 1995, 13 anni, 3 mesi e 25 giorni). Seguono Carlos Carsolio (messicano, 12 maggio 1996, 10 anni, 9 mesi e 29 giorni), Krzysztof Wielicki (polacco, 1° settembre 1996, 16 anni, 6 
mesi e 15 giorni), Juanito Oiarzabal (spagnolo, 29 aprile 1999, 13 anni, 11 mesi e 14 giorni), Sergio Martini (italiano, 19 maggio 2000, 16 anni, 9 mesi e 15 giorni), Young-Seok Park (sudcoreano, 22 luglio 2001, 8 anni, 2 mesi e 6 giorni), Hong-Gil Hum (sudcoreano, 21 settembre 2001, 12 anni, 11 mesi e 26 giorni), Alberto Iñurrategi (spagnolo, 16 maggio 2002, 10 anni, 7 mesi e 16 giorni), Wang-Yong Han (sudcoreano, 15 luglio 2003, 8 anni, 9 mesi e 17 giorni) ed Edmund Viesturs (statunitense, 12 maggio 2005, 15 anni, 
11 mesi e 25 giorni). Soltanto 5 gli alpinisti che non hanno mai usato l'ossigeno supplementare: Messner, Loretan, Oiarzabal, Iñurrategi e Viesturs. Passiamo agli "inseguitori": in tutto 27 (7 scomparsi) tra i quali l'italiano Fausto De Stefani e il britannico Alan Hinkes che, pur sostenendo di aver salito tutte le cime, ufficialmente sono a quota 13. Ecco quindi i nomi con l'indicazione, tra parentesi, dell'anno dell'ultimo successo. 13 OTTOMILA (8 alpinisti): Fausto De Stefani (italiano, 1998), Abele Blanc (italiano, 2001), Hans Kammerlander (italiano, 2001), Christian Kuntner 
(italiano, 2004, caduto nel 2005 tentando l'Annapurna), Alan Hinkes (britannico, 2005), Piotr Pustelnik (polacco, 2006), Norbert Joos (svizzero, 2006), Silvio Mondinelli (italiano, 2006). 12 OTTOMILA (6 alpinisti): Félix Iñurrategi (spagnolo, 2000, caduto nello stesso anno tentando il Gasherbrum II), Cering Doje (tibetano, 2004), Rena (tibetano, 2004, scomparso in Pakistan nel 2005), Bamba Xaxi (tibetano, 2004), Sergej Bogomolov (russo, 2006), Ivan Vallejo (ecuadoriano, 
2006). 11 OTTOMILA (6 alpinisti): Vladislav Terzeoul (ucraino, 2004, caduto sul Makalu dopo aver raggiunto la vetta), Jean-Christophe Lafaille (francese, 2004, caduto nel 2006 tentando il Makalu), Ralf Dujmovits (tedesco, 2006), Andrew Lock (australiano, 2006), Veikka Gustafsson (finlandese, 2006), Iñaki Ochoa (spagnolo, 2006). 10 OTTOMILA (7 alpinisti): Marcel Ruedi (svizzero, 1986, caduto sul Makalu dopo aver raggiunto la vetta), Victor Grošeli (sloveno, 1993), Benoît Chamoux (francese, 1995, caduto nello stesso anno tentando il Kangchenjunga), Akbu (tibetano, 2003), Denis Urubko (kazako, 2006), Maxut Zhumayev (kazako, 2006), Vassily Pivtsov (kazako, 2006).
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COLLEZIONE DI SCALATE PER GLI SVIZZERI CYRILLE BERTHOD E SIMON ANTHAMATTEN: SALITE TUTTE LE CIME DEL GRUPPO DEL FITZ ROY, IL CERRO TORRE, IL MOCHO E LA TORRE DE LA MEDIA LUNA
Conoscete la Ciaccona di Johann Sebastian Bach? Sappiamo che tra i nostri lettori c'è chi la apprezza molto… E allora, un po' per gioco e un po' per ricordare il Kantor di Lipsia (che nacque esattamente 322 anni fa, il 31 marzo 1685), chiudiamo la nostra Suite patagonica ispirandoci a quel capolavoro, monumentale serie di variazioni su un basso ostinato che chiude la Partita (ossia suite) in re minore per violino solo. Basso ostinato e variazioni, sì: da una parte il Fitz Roy, dall'altra tutti i suoi "satelliti". Perché i giovani svizzeri Cyrille Berthod e Simon Anthamatten, 23 anni a testa, alla loro prima esperienza da quelle parti (ma con in bacheca salite tipo Divine Providence sul Grand Pilier d'Angle e numerose altre), nelle scorse settimane hanno preso di mira El Chaltén e le cime che lo fiancheggiano e sono riusciti a spuntarla dappertutto, aggiungendo alla già consistente collezione anche il Cerro Torre, il Mocho e la Torre de la Media Luna. Totale: dieci salite complete (più una parziale ma non troppo) che, in una stagione patagonica come quella appena conclusa, meno ricca di successi rispetto a quelle del 2005 e del 2006, la dicono lunga delle capacità della cordata elvetica. Sul Fitz Roy (3445 m), in entrambe le occasioni con Ivan Tresch, i due amici hanno raggiunto la vetta per la classica Franco-Argentina (650 m, 6a e A1) mentre lungo la Casarotto (per l'ormai abituale variante Kearney-Knight, 1200 m, 6b) hanno dovuto rinunciare al punto più alto a causa di una tempesta, toccando comunque la sommità del pilastro. 
Hanno quindi scalato (procediamo da sud a nord) l'Aguja de la S (2335 m), l'Aguja Saint-Exupéry (2558 m) per la via Claro de Luna (750 m, 6b e A1) sulla parete ovest (con la variante Super-Trek, 6b+/6c), l'Aguja Rafael Juárez (2482 m) per la via Corallo (600 m, 7a+ e A0) sulla parete ovest, l'Aguja Poincenot (3002 m), l'Aguja Mermoz (2732 m) per la via Red pillar (600 m, 7a/7a+) sulla parete est e l'Aguja Guillaumet (2579 m). Da segnalare che sull'Aguja de la S, l'Aguja Saint-Exupéry e l'Aguja Rafael Juárez si è cimentato anche il fratello di Simon Anthamatten, il ventenne Samuel, che ha "rinforzato" la cordata anche sul Cerro Torre (3102 m), salito in undici ore per la Via del compressore (1100 m, 6b, A1 e 65°), e sul Mocho (1953 m), rinunciando però alla Torre de la Media Luna (ricordiamo che le due ultime "piccole" cime si innalzano a est del Cerro Torre, nei pressi della base del gigante). E, a proposito della Via del compressore, i due pimpanti talenti svizzeri hanno dichiarato, dopo la scalata, che i chiodi a pressione svalutano incredibilmente una cima del genere, "raggiungibile con troppa facilità e senza soddisfazione".
Nella foto in alto: Cyrille Berthod (www.snowcompany.ch). Qui sopra, a sinistra, Simon Anthamatten e, a destra, suo fratello Samuel (www.newrocksport.ch)

Il sovrano e la sua corte: l'Aguja de la S (1), l'Aguja Saint-Exupéry (2), l'Aguja Rafael Juárez (3), l'Aguja Poincenot (4), il Cerro Fitz Roy (5), l'Aguja Mermoz (6) e l'Aguja Guillaumet (7)
AGUJA DE LA S, PARETE SUD: CRYSTAL DAVIS-ROBBINS, DOPO I SUCCESSI SULL'AGUJA QUATRO DEDOS E SUL DOMO BLANCO, APRE CON RYAN NELSON THE ART OF WAR
Una ragazzina in Patagonia. Sulle pareti della Patagonia. E da capocordata, sulle pareti della Patagonia. Si chiama Crystal Davis-Robbins, ha 24 anni, vive a Durango nel Colorado, l'anno scorso (al suo quarto tentativo) ha messo ha segno la prima femminile del Pilastro Casarotto del Fitz Roy (con Jon Walsh) e poche settimane fa ha risolto il vertiginoso problema della parete sud dell'Aguja de la S (2335 m) tracciando The art of war ("L'arte della guerra") che si sviluppa per 1000 metri con difficoltà di 7a (VIII+) e A2. Con lei il forte Ryan Nelson, alla sua prima esperienza patagonica. Avventura al via alle 3.30 dell'11 febbraio scorso e attacco sul versante ovest della montagna, lungo un monolitico pilastro verticale. "Abbiamo quindi superato un diedro di A2 e, dopo un tratto attorno al VII grado – spiega Nelson –, abbiamo seguito per un paio di lunghezze più semplici la via del 2004 di Leo Houlding, Kevin Thaw e Cedar Wright (1300 m, VI, ndr) e quindi, lungo una cengia, ci siamo spostati alla base della parete vera e propria, che da lì si innalza come un'onda strapiombante". Partenza in libera, con Crystal scatenata lungo una fessura offwidth di VIII+, e il resto in artificiale (a causa dell'arrivo del buio e della roccia bagnata). "Ad un tratto ci siamo trovati in una situazione delicata – racconta ancora Ryan -: bagnati fradici e con una tempesta in arrivo". Ritirarsi? Faccenda complicata, vista la parete strapiombante, e allora avanti tutta, fino alla vetta raggiunta nelle prime ore del mattino del giorno seguente. Il vento ormai era fortissimo e la discesa si è trasformata in un'autentica fuga: l'epilogo da brivido di un'avventura durata 35 ore su quella che, se da est è la meno appariscente delle guglie "satelliti" del Fitz Roy, dominata a nord dall'Aguja Saint-Exupéry (2558 m), a ovest si innalza potente dal ghiacciaio – proprio di fronte al Cerro Torre – e a sud mette in mostra quella che, non più inviolata, resta la parete più strapiombante dell'intera zona. Ma attenzione: la stagione patagonica di Crystal Davis-Robbins non sta tutta nel colpaccio sferrato all'Aguja de la S. Neppure un mese prima, in cordata con Chris Brazeau e Jon Walsh, la nostra determinata protagonista aveva alzato la voce anche sull'Aguja Quatro Dedos (2281 m, a nord del Cerro Torre dopo la Torre Egger, la Punta Herron, il Cerro Standhardt e l'Aguja Bifida) e sul poco distante Domo Blanco (2507 m, appena a sud del Cerro Piergiorgio). Il successo sull'Aguja Quatro Dedos risale al 15 gennaio (probabile prima assoluta della cresta nord-est, 500 m, VII) mentre quello sul Domo Blanco a pochi giorni dopo (19 e 20 gennaio, via nuova sulla parete sud, 600 m, VII e A1) con la colonnina di mercurio piuttosto alta e la cordata presa di mira da poco graditi proiettili: sassi e ghiaccio finiti addosso a Crystal, ritrovatasi con qualche ammaccatura di troppo ma, per fortuna, senza ferite gravi.
Nella foto sopra, Crystal Davis-Robbins (www.alpinist.com)

Il tracciato della via sull'Aguja de la S. Evidenti, oltre alla strapiombante parete sud vera e propria, anche il pilastro iniziale e la cengia mediana (www.alpinist.com)

Crystal Davis-Robbins in azione lungo The art of war (www.alpinist.com)

Il settore meridionale del gruppo del Fitz Roy con l'Aguja de la S (1, 2335 m), l'Aguja Saint-Exupéry (2, 2558 m), l'Aguja Rafael Juárez (3, 2482 m), l'Aguja Poincenot (4, 3002 m) e il Cerro Fitz Roy (5, 3445 m)

Dal Cerro Torre (1, 3102 m) verso nord incontriamo la Torre Egger (2, 2850 m), la Punta Herron (3, 2750 m), il Cerro Standhardt (4, 2730 m), l'Aguja Bifida (5, 2394 m) e l'Aguja Quatro Dedos (6, 2281 m). La catena prosegue, sempre verso nord, con l'Aguja Cat, il Domo Blanco, il Cerro Piergiorgio, il Cerro Pollone, il Gendarme Pollone e il Cerro Loma Blanca. Sull'Aguja Quatro Dedos è indicato il tracciato della via lungo la cresta nord-est (www.climbing.com)
GINO BUSCAINI RIVIVE A VALMADRERA. DA DOMANI IN MOSTRA LE FOTOGRAFIE, I DISEGNI E GLI STRUMENTI DI LAVORO DEL MAESTRO DELLA "GUIDA DEI MONTI D'ITALIA"
Esplorazione uguale azione più contemplazione. Un gioco di parole? Nossignori. Un dato di fatto. Perché non basta muoversi per esplorare. Ad un certo punto occorre anche fermarsi e mettere ordine: fissare una volta per tutte (e magari interpretare) le proprie scoperte o quelle degli altri. Un gioco complicato, certamente, che richiede pazienza e concentrazione: una gioia e una croce, che si vorrebbe scaraventare lontano ma che si continua a portare, senza lasciarsi vincere dalle domande. Informarsi, capire, compilare, raccontare: le risposte, forse, stanno nel lavoro stesso, basato su quell'ésprit de géometrie inteso come virtù e non come limite, come l'espressione della volontà di dimostrare a se stessi, attraverso un sistema di coordinate precise e calcolate, la validità di quello che si sta facendo. Raccontiamo l'alpinismo per dare una ragione all'alpinismo stesso e lo descriviamo in un certo modo, cercando un ordine che può anche stare al di fuori della nostra arte, per dare una ragione al raccontare, alla descrizione. E di tanto in tanto, anche se gli alpinisti non stanno mai fermi e ne combinano di tutti i colori, abbiamo bisogno di respirare, di tirare le fila del lunghissimo discorso: il venerdì, come forse avrete notato, ci sembra il giorno più indicato. Due settimane fa abbiamo chiesto aiuto all'autorevole e illuminante Pierre Mazeaud. Ci siamo poi divertiti sulla giostra della storia, raccontando della Via dei Cinque di Valmadrera sulla nord-ovest del Civetta (in occasione del suo trentacinquesimo compleanno). E infine oggi, restando a Valmadrera, incontreremo un maestro dell'arte dell'esplorazione come l'abbiamo presentata all'inizio: Gino Buscaini. Il nostro ragionamento, pazienti lettori, in realtà è partito proprio da lui – scusate se non ve l'abbiamo detto subito – e a lui ritorna perché domani alle 17, nella cittadina dei famosi "cinque" alle porte di Lecco, sarà inaugurata, a cura della locale sezione del Cai, una mostra integralmente dedicata al maestro della "Guida dei monti d'Italia". L'appuntamento con le fotografie, i disegni e gli strumenti di lavoro di Buscaini è al Centro culturale Fatebenefratelli (Valmadrera, via Fatebenefratelli 6), dove sarà presente anche Silvia Metzeltin, moglie di Gino e come il marito amica di vecchia data di Gianbattista Magistris, regista dell'evento. Alcuni dettagli "tecnici": la mostra, ad ingresso libero, rimarrà aperta fino al 2 aprile (orari: domenica 25 marzo dalle 10 alle 12.30 e dalle 15 alle 19, da lunedì 26 a venerdì 30 marzo dalle 18 alle 22, da sabato 31 marzo a lunedì 2 aprile dalle 10 alle 12.30 e dalle 15 alle 19) e sarà in seguito trasferita a Trento, in occasione del Filmfestival. Ma cosa sappiamo di Gino Buscaini? Come si sviluppò la sua passione per le montagne, per il disegno, per la documentazione? Esiste un "segreto" della sua paradigmatica precisione? Di quel senso della misura, dell'equilibrio e dell'eleganza che sembra purtroppo in via di estinzione (non soltanto in montagna)? Il compito di sciogliere i dubbi lo affidiamo, fiduciosi, alle parole che seguono.
MONTAGNE VISSUTE, MONTAGNE RAPPRESENTATE
(con il contributo di Silvia Metzeltin)
Gino Buscaini nacque a Varese il 30 agosto 1931. Era il quarto di cinque figli, in una famiglia originaria del Milanese. Dal padre, sarto di professione, molto industrioso e abile nelle più disparate attività artigianali, aveva ereditato anche la bontà e la discrezione. Da parte materna, invece, gli era derivato un raffinato senso della bellezza. La famiglia Buscaini viveva, oltre che con le scarse entrate "ordinarie", anche grazie al pollice verde del padre, che coltivava un grande orto. Il nostro ragazzino dimostrò presto di amare la vita all'aria aperta, fatta di giochi tra gli alberi e di escursioni alla ricerca di funghi e castagne. Diplomatosi disegnatore meccanico, a 17 anni Gino entrò nell'Aeronautica militare e vi rimase come sottufficiale di carriera. Conseguì il brevetto di pilota di primo grado e restò affascinato tanto dalla tecnica quanto dall'estetica del volo: anche in seguito, abbandonata la divisa, amava fermarsi ad osservare le evoluzioni degli uccelli. La sua passione per le scalate maturò gradualmente, anche in funzione dei trasferimenti in vari aeroporti: un simile "peregrinare", purtroppo, impedì un legame stabile con un preciso ambiente alpinistico. La sezione di Varese del Cai, comunque, rimase sempre il suo punto di riferimento. Dopo aver accompagnato le sorelle maggiori in soggiorni estivi nelle Dolomiti e dopo aver compiuto alcune scalate con dei compagni occasionali, Gino, entrato in possesso di una Vespa, ebbe la possibilità di puntare a montagne di sua scelta, che frequentava anche d'inverno con gli sci, trasportati infilandoli in due ritagli praticati nelle lamiere anteriori del mezzo a due ruote. Fu la passione per le possenti vette coperte di ghiacci a spingerlo verso il Monte Rosa dove, prima da solo e poi con amici varesini, aprì diversi itinerari. Il crescendo del suo alpinismo, caratterizzato da una serie di scalate senza compagni in diversi gruppi montuosi e culminato nella prima solitaria della Bonatti sul Grand Capucin, richiamò su di lui i riflettori: questo nonostante la sua proverbiale modestia e il fatto che le sue scelte ricadessero su cime dalle forme attraenti e originali piuttosto che sulla "rilevanza" delle ascensioni. Le montagne, però, offrivano a Gino anche la possibilità di esprimere la sua vena artistica tramite la fotografia (che lo appassionava) e il disegno a matita e a carboncino. Dalla fotografia in bianco e nero passò rapidamente alle diapositive a colori, con riprese allora insolite anche durante scalate di alta difficoltà. Negli anni Sessanta del secolo scorso Gino espresse le sue notevoli
potenzialità alpinistiche con un gran numero di ascensioni: con lui, sempre più spesso, c'era Silvia Metzeltin, che nel 1967 divenne sua moglie. Risale a quel periodo anche la svolta professionale: Gino accettò l'invito dell'allora presidente generale del Club alpino italiano, Renato Chabod, che lo invitò ad occuparsi della "Guida dei monti d'Italia", pubblicata dal Cai e dal Tci. Lasciata l'Aeronautica militare, Buscaini ebbe così la grande occasione di applicare le sue doti di precisione e di rigore in un contesto che gli era più congeniale, in un modo più libero e creativo, con incrollabile determinazione e assoluta dedizione. Dal punto di vista dell'alpinismo "pratico" ecco invece oltre 1300 cime, raggiunte lungo itinerari di ogni tipo e impegno: dalle Alpi ai monti del Sahara fino alla Turchia, all'Iran, al Pakistan, all'India, alla Corea e al Giappone. Ma il maggior numero di spedizioni, addirittura 22, Gino lo effettuò in Patagonia: terra alla quale, a quattro mani con la moglie Silvia, dedicò un volume che è tuttora un punto di riferimento obbligato. Ogni sua opera editoriale si distingueva (e si distingue) per la cura della corrispondenza tra le relazioni tecniche e i tracciati. Le sue riprese fotografiche erano studiate per una visione senza distorsioni, privilegiando le luci che evidenziassero le strutture naturali e ponendo in risalto le caratteristiche morfologiche offerte dalla montagna al passaggio dell'uomo. Dirigendo la collana "Guida dei monti d'Italia", della quale ben 7 volumi portano la sua firma, Buscaini maturò un'eccezionale competenza tanto nelle descrizioni tecniche quanto nella rappresentazione figurativa e cartografica delle montagne e degli itinerari. Il tutto con un grande senso di responsabilità, all'insegna della correttezza e dell'obiettività delle informazioni, con il fine di suggerire agli appassionati le salite più adatte alle loro intenzioni e capacità. Ed è con lo stesso criterio di "suggerimento responsabile" che Gino amava scegliere anche le ascensioni da condividere con gli amici: lo fece per molti anni fino all'ultima scalata sulla Terza Grande, nelle Alpi Carniche, a pochi giorni dalla morte che lo colse, improvvisamente, il 14 settembre 2002.
Nelle foto sopra, dall'alto: un disegno "patagonico" di Gino Buscaini. Pubblicato nel volume Patagonia. Terra magica per viaggiatori e alpinisti (Corbaccio, Milano 1998) si intitola Traversando lo Hielo Patagonico Sur (ma non gli starebbe bene il titolo Esplorazione?). Seguono Gino nelle Dolomiti con l'inseparabile apparecchio fotografico e un disegno della parete nord delle Grandes Jorasses (arch. Silvia Metzeltin Buscaini) a proposito del quale, sul catalogo della mostra, si legge: «Di questo disegno a penna del 1966 è disponibile soltanto la fotocopia perché l'originale era stato regalato da Gino a Renato Chabod (autore, con Giusto Gervasutti, Raymond Lambert e Loulou Boulaz, della prima ripetizione dello Sperone Croz, ndr). Il disegno valse a Buscaini la proposta di occuparsi della "Guida dei monti d'Italia", iniziando con il completamento del volume Monte Bianco II in cui compaiono i suoi primi schizzi (ma non questo)»

Gino Buscaini e Silvia Metzeltin ai tempi delle loro peregrinazioni in coppia sulle montagne del mondo (arch. Silvia Metzeltin Buscaini)

Il Grand Capucin secondo la matita e il carboncino di Buscaini. Si tratta di una delle opere esposte a Valmadrera, realizzata nel 1966 e premiata con la medaglia del sindaco di Torino alla "Rassegna nazionale di pittura d'alta montagna", svoltasi nel capoluogo piemontese tra il 1974 e il 1975 (arch. Silvia Metzeltin Buscaini)

La Torre Trieste, parete sud: un'altra tavola a matita di Gino sotto i riflettori a Valmadrera. L'opera è stata realizzata per Silvia, nel 1962, dopo la ripetizione della via Carlesso (arch. Silvia Metzeltin Buscaini)

Ultimo disegno della nostra piccola serie: questa volta è la parete nord delle Grandes Jorasses, così come appare nel volume La chaîne du Mont Blanc IV, pubblicato nella collana "Guide Vallot" (Editions Arthaud, Paris 1979)

E per finire una fotografia: il Sass Maor, accarezzato dal sole, che sbuca tra le nebbie (arch. Silvia Metzeltin Buscaini)
SUL MOUNT HUNTINGTON UN'INVERNALE DA RECORD
Probabile prima invernale del Mount Huntington, superba montagna che tocca quota 3731 nel cuore dell'Alaska, a 13 chilometri in direzione sud-sud-est dal McKinley, e che durante la stagione fredda era già stata tentata nel 1991, 1994 e 2005. La bella impresa porta le firme di Jed Brown e Colin Haley che, raggiunto il ghiacciaio Tokositna il 10 marzo, due giorni dopo hanno approfittato delle ottime condizioni risolvendo la salita in meno di 15 ore: partenza alle 7.35, gelida scalata dei 1000 metri di ghiaccio fino a 85° del West Face Couloir (lungo il quale, nel 2001, Kelly Cordes e Scott DeCapio realizzarono la prima salita in giornata della montagna, impiegando però più tempo di Brown e Haley), avanti fino in vetta e ritorno al campo alle 22.20. Per Jed e Colin, recentemente sotto i riflettori rispettivamente in Antartide e in Patagonia (ricordiamo che Haley, proprio con Kelly Cordes, tra il 5 e il 6 gennaio 2007 ha salito il
Cerro Torre concatenando À la recherche du temps perdu e la Via dei Ragni: si veda l'articolo del 29 gennaio scorso), si tratta di un nuovo grande successo “di coppia” in terra alaskana, dopo la superlativa Entropy wall (2400 m, 5.9, A2 e WI4+) aperta dal 10 al 13 luglio 2006 sulla nord del Mount Moffit (3968 m, Hayes Range) risolvendo il poderoso settore roccioso (alto 1200 metri) della parete. Per i più curiosi: il Mount Huntington, che deve il proprio nome ad Archer Milton Huntington, storico presidente dell'American Geographical Society, è stato salito per la prima volta nel 1964 da una spedizione francese guidata da Lionel Terray, che colse il successo lungo l'elegante cresta nord-ovest (French Ridge). La prima ascensione del West Face Couloir, che si insinua nel settore destro di quella che è la parete più fotografata della montagna, è stata invece reclamata da James Quirk e Dave Nettle che nel 1989, percorso integralmente il canale (che termina piuttosto in basso rispetto alla cima), a differenza delle cordate che li avevano preceduti hanno continuato fino alla vetta.
Nelle foto sopra (www.climbing.com): Colin Haley (a sinistra) e Jed Brown in vetta al Mount Huntington e un momento della salita, appena sotto l'imbocco del canale vero e proprio

Veduta del Mount Huntington, con le pareti ovest e sud-ovest. Si notano il West Face Couloir e, a sinistra, la French Ridge (www.cascadeimages.com)

Veduta aerea della montagna: in rosso la French Ridge, in verde il West Face Couloir (www.aai.cc)

Il settore destro della parete ovest del Mount Huntington. In blu è evidenziato il West Face Couloir che, come si nota, termina molto in basso rispetto alla vetta (www.supertopo.com)
NIENTE DA FARE PER VALERY BABANOV E PAVEL DOBRINSKY SULLA "NUOVA" OVEST DEL GIGANTE DI GRANITO: FUGA SOTTO LE SCARICHE DI SASSI
Ci ha provato ancora una volta, Valery Babanov (nella foto a lato, www.babanov.com). Ma dopo l’impresa del 1998, quando tra il 10 e il 16 febbraio, con Yuri Koshelenko, riuscì a tracciare Lena (VII e A3) sulla ovest del Petit Dru (3733 m, Monte Bianco) "fresca" di un gigantesco crollo, nei giorni scorsi il formidabile russo, quasi all’insegna del motto "Se il Dru frana, Babanov arriva", è stato costretto alla fuga. La stessa parete, nuovamente devastata e sconvolta da una frana di proporzioni colossali il 29 giugno 2005, non gli ha concesso il bis, nonostante la presenza di un "eccellente diedro" che sembrava suggerire la via di salita. Valery, equipaggiato con 90 chili di materiale, ha attaccato il 13 marzo in compagnia di Pavel Dobrinsky ma dopo sei lunghezze la cordata è stata presa di mira da una prima scarica di pietre e, non trovando un posto sicuro dove rifugiarsi, non ha potuto fare altro che ritirarsi in tutta fretta (comunque con grandi rischi, tanto che l’ultima "salva" ha sorpreso i due alpinisti quando erano ormai sul ghiacciaio, lasciandoli indenni per un pelo). Ricordiamo che la prima assoluta nella "nuova" ovest del Petit Dru porta le firme dei giovani francesi Martial Dumas e Jean-Yves Fredriksen, che l’hanno risolta poche settimane fa, tra il 28 gennaio e il 4 febbraio 2007 (si veda in proposito l’articolo Petit Dru, primi uomini sulla "nuova" ovest, pubblicato in questo sito l’8 febbraio).

La parete ovest del Petit Dru dopo il primo grande crollo, con il tracciato della via Lena (1998) di Babanov e Koshelenko (www.babanov.com)
POINTE 3650: COLPACCIO DI PETE BENSON E GUY ROBERTSON SULLA NORD "DIMENTICATA"

Dice bene Lindsay Griffin: "Una parete inviolata nel massiccio del Monte Bianco, oggi, è una rarità" (www.alpinist.com). Così, nel novembre scorso, gli scozzesi Pete Benson (qui a lato, a sinistra, www.scotlandonline.com) e Guy Robertson (qui a lato, a destra, www.scotlandonline.com) hanno prontamente approfittato della selvaggia meraviglia che avevano di fronte in quell'angolo sperduto del bacino d'Argentière, paradiso del ghiaccio e del misto, dove l'occhio e la fantasia sono travolti da una rassegna di pareti nord che ha pochi paragoni. Appena a est della maestosa Aiguille du Triolet (3870 m), a formare dall'altra parte il netto intaglio della Brèche du Triolet (3611 m), si innalza con decisa baldanza la Pointe 3650 sulla cui selvaggia nord, dopo un tentativo del 5 febbraio 2006 portato da Valery Babanov e Fabien Mayer (ritiratisi dopo 450 metri per le cattive condizioni del ghiaccio), Benson e Robertson sono stati due falchi a risolvere, con grande soddisfazione, Shining Wall (600 m, IV/5). La via scozzese segue una linea logica non molto diversa da quella individuata dall'asso russo e, a detta dei primi salitori, è divertente e non estrema, con un infido tratto di misto appena sotto la cresta sommitale, caratterizzata da neve inconsistente. Per questa ragione i due amici hanno preferito rinunciare alla vetta. Ricordiamo, restando nello stesso settore del bacino d'Argentière e procedendo da destra a sinistra (ossia allontanandoci progressivamente dalla nuova via scozzese), che il canale appena a ovest di Shining Wall e che raggiunge la Brèche du Triolet è stato risolto il 19 giugno 1960 da Desmaison e Pollet-Villard (è lungo 450 metri e, secondo la Guida Vallot, ha una pendenza media di 54°); che alla Brèche du Domino (da nord), tra la Pointe omonima e la Pointe 3650, sono saliti Charlet e Ducroz per una linea di 450 metri valutata III/4 e 6a (era il 1979); che sulla nord della Pointe du Domino (3648 m, a est della Pointe 3650) si svolge l'abbastanza frequentata "classica moderna" Petit Viking (500 m, III/4) aperta nel 1984 da Profit e compagni; che la via (550 m, D) lungo lo sperone nord-nord-ovest della stessa Pointe du Domino porta le firme di Gaston Rébuffat e Jean-Paul Charlet (12 giugno 1945) e che il couloir nord (400 m, 65-70°, TD-) che conduce alla Brèche est du Domino è stato superato per la prima volta da Reinhold Messner e Michel Marchal (27 giugno 1969).
Nella foto: la Pointe du Domino (3648 m), la Pointe 3650 e l'Aiguille du Triolet (3870 m) dal ghiacciaio d'Argentière. Sono indicate le vie, da destra a sinistra: Desmaison-Pollet Villard alla Brèche du Triolet (rosso), Shining Wall alla Pointe 3650 (fucsia), Charlet-Ducroz alla Brèche du Domino (giallo), Petit Viking (verde) e Rébuffat-Charlet (blu) alla Pointe du Domino e Messner-Marchal alla Brèche est du Domino (amaranto)
SUCCESSO INVERNALE DEI RUSSI SULLA GRANDE PARETE DEL DAGESTAN (CAUCASO)
Durante la seconda metà di febbraio, con una permanenza in parete di diversi giorni, una squadra del club alpinistico "Gornyak" di San Pietroburgo composta da D. Polenov, R. Nagaev, D. Krasnov, R. Kirichenko, O. Koltunov e D. Veyko ha coronato il proprio sogno: salire in invernale la difficile via Efimov (1000 m, 6A nella scala russa, del 1981) sulla poderosa parete nord-ovest dell'Erydag (3925 m, valle Chekhy-Tchay, Caucaso nord-orientale, tra il Dagestan e l'Azerbaijan). Si tratta di una larga bastionata, alta da 300 a 1000 metri, sulla quale gli alpinisti dell'ex Unione Sovietica, soprattutto negli anni Ottanta del secolo scorso, hanno tracciato numerose vie. E la Efimov, che si inoltra nello Zerkalo ("Lo specchio") della parte sinistra del settore centrale della parete, è una delle più impegnative, come le vicine Shchedrin (1000 m, 6A, 1981) e Babitsky (1000 m, 6A, 1981). Attaccata la bastionata e superata la sezione iniziale, gli alpinisti si sono trovati a tu per tu con lo "specchio": il compatto tratto chiave della scalata, lungo circa 200 metri. E, se durante il primo giorno di salita su quel muro liscio, il tempo si è mantenuto buono, in seguito le condizioni sono drasticamente peggiorate. Ma la squadra non ha mollato. Superando un paio di lunghezze al giorno, in artificiale, con il freddo e il vento a rendere ogni cosa assai complicata, gli irriducibili russi hanno risolto un problema alla volta giungendo, finalmente, alla base del "libro": un enorme diedro di 400 metri che incide tutta la parte superiore della muraglia ed è quindi, una volta superato lo "specchio", una sorta di via diretta verso la cima. Che è arrivata (probabilmente il 26 febbraio: non siamo in grado, purtroppo, di fornire una data certa) dopo altri giorni di maltempo e una sorpresa finale… Perché l'ultimo tiro della via, originariamente di quinto grado, in seguito alla caduta di un grosso blocco durante l'estate scorsa, si è trasformato in una tosta lunghezza di A3: giusto quello che ci voleva per chiudere in bellezza la festa, sulla sommità di una montagna che, nel mare magnum di Internet, è come un fantasma. Che significa? Semplice: se al potente motore di ricerca Google chiedete di scovarvi l'Erydag, scegliendo per curiosità o per qualsiasi altra ragione l'opzione "pagine in italiano", vi ritroverete davanti lo sconsolante messaggio "La ricerca nella lingua scelta non ha prodotto alcun risultato". E così è anche per questo, appassionati italici lettori, che ne abbiamo parlato molto volentieri.
Nella foto sopra, il settore della parete nord-ovest dell'Erydag con la via Efimov (www.mountain.ru)

Veduta complessiva della nord-ovest dell'Erydag, con i tracciati di tutte le vie e la Efimov evidenziata in rosso (www.mountain.ru)

Un'altra immagine della nord-ovest dell'Erydag con, illuminato dal sole, il settore della Efimov (www.mountain.ru)

In azione sullo "specchio" della Efimov durante una ripetizione estiva (www.mountain.ru)

Così si presenta, in estate, il superbo diedro finale di 400 metri ("Il libro") sulla nord-ovest dell'Erydag (www.mountain.ru)