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lunedì, 30 aprile 2007

BARMASSE, NEL CUORE DEL CERVINO CON IL CERVINO NEL CUORE

postato da carlocaccia alle 10:01 in alpi occidentali

IMPRESA SULLA SUD DELLA "GRAN BECCA": PER HERVÉ PRIMA SOLITARIA E PRIMA RIPETIZIONE DELLA DIRETTISSIMA

Herve Autoscatto vetta AlpC'erano una volta gli ultimi tre problemi delle Alpi: le pareti nord del Cervino, dell'Eiger e delle Grandes Jorasses. Ma erano proprio gli "ultimi problemi"? Forse no, visto che quando i fratelli Franz e Toni Schmid vinsero la muraglia settentrionale del Matterhorn, tra il 31 luglio e il 1° agosto 1931, le altre pareti della magnifica piramide aspettavano ancora i primi salitori. Partiamo dal fondo: sulla ovest i primi a passare (fino all'Enjambée) furono Luigi Carrel e Carlo Taddei (dal 19 al 22 agosto 1947), la est fu scalata da Enzo Benedetti e Giuseppe Mazzotti con Luigi e Luciano Carrel, Maurizio Bich e Antonio Gaspard (tra il 18 e il 19 settembre 1932) e la sud fu appannaggio degli stessi Benedetti, Luigi Carrel e Bich (15 ottobre 1931). Colossale e magnifica, la sud del Cervino: la si contemplerebbe all'infinito ipnotizzati da quelle forme che ingannano, che da lontano non lasciano intendere che il simbolo dell'alpinismo, in realtà, è quasi un mucchio di rocce impilate una sull'altra. Ma c'è chi quelle rocce le ama, le sente proprie e non può resistere alla tentazione di avventurarsi lassù. È il protagonista della nostra storia e si chiama Hervé Barmasse, è nato nel 1977 ed è figlio d'arte, erede in ogni senso di quel Marco Barmasse che nel 1983, con Vittorio De Tuoni e Walter Cazzanelli, si lanciò nel cuore della parete meridionale della "Gran Becca" tracciando quella Direttissima che fino a pochi giorni fa, forse anche perché oggettivamente pericolosa, non contava nessuna ripetizione. Ecco dunque la notizia (scusate il lungo preambolo...): di padre in figlio, ci ha pensato proprio Hervé a togliere la polvere da quegli appigli dimenticati e a realizzare un sogno – covato per tre anni e per un motivo o per l'altro sempre rimandato – che la dice lunga della confidenza del giovane Barmasse con la "sua" montagna. Perché Hervé, il 16 aprile scorso, ha affrontato la Direttissima slegato, giocando con quegli appigli che lassù non sono poi così rari – i passaggi più difficili dei 1500 metri della via sono di V superiore – ma non sono neppure così solidi, visto che in qualche caso sono letteralmente rimasti in mano al nostro impavido eroe. Che una corda da 25 metri, in verità, l'aveva, ma soltanto per issare lo zaino e… per andare a recuperarlo quando quello ha pensato bene di incastrarsi. L'avventura in salita è durata 8 ore (dalle 7 alle 15) contro le 6 previste – il caldo ci ha messo lo zampino… - mentre quella in discesa, per la cresta dell'Hörnli e poi a piedi fino a Cervinia, ha impegnato Hervé fino alle 23. Alla fine, comunque, la soddisfazione è stata grande e ora, nel curriculum della ventinovenne guida valdostana, la solitaria della Direttissima fa buona compagnia a quelle – siamo sempre sulla sud Cervino – della Deffeyes e della Casarotto-Grassi al Pic Tyndall e alla prima invernale, nonché prima ripetizione assoluta in cordata con Massimo Farina, della difficile Padre Pio sul Pilier dei Fiori. "La Direttissima? Un'immensa gioia – spiega Hervé Barmasse -, un'esperienza forte, di quelle che restano nella memoria. Faceva troppo caldo, sì, per cui ho avuto qualche problema di troppo, ma non importa. In inverno la scalata sarebbe stata più sicura, vista la qualità della roccia, ma ancora non importa: sono contento per aver realizzato un sogno, per aver raggiunto un obiettivo che è un tassello in più nel mosaico della mia vita alpinistica". Ma com'è la linea? Hervé la ripercorre mentalmente: "Si attacca a circa 2900 metri, a sinistra della classica del 1931, e dopo un primo tratto su neve e misto, fino a quota 3500, ci si ritrova alle prese con il pilastro centrale della parete: più o meno 200 metri di scalata relativamente al sicuro dalle scariche. Segue un altro piccolo nevaio e quindi, dopo una serie di camini e diedri non difficili ma marci, piuttosto pericolosi anche per quello che ti può piombare addosso, si incrocia la classica, ci si ritrova ancora su neve e misto e si affronta quindi la "testa", scalandola nel mezzo fino alla cresta sommitale". In sintesi e per concludere: un'avventura totale, dove il senso della montagna (oggi in via di estinzione? oppure è sempre stato raro, un dono concesso a pochi?) ha avuto modo di scatenarsi, di librarsi verso l'alto senza alcun vincolo e nel segno della fantasia, animata dal desiderio insopprimibile di creare un autentico, stupefacente alpinismo.

Nella foto sopra: autoscatto di Hervé Barmasse in vetta al Cervino dopo la solitaria (arch. Barmasse)

Herve solo sud per Alp

Hervé Barmasse intento a recuperare lo zaino lungo la Direttissima sulla sud del Cervino (arch. Barmasse)

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venerdì, 27 aprile 2007

SPIGOLANDO/4

postato da carlocaccia alle 10:28 in frammenti di storia

"OCCHIO ALLE MONTATURE"

Dei rapporti tra alpinismo e regimi nazionalisti molto è stato scritto e molto si scriverà ancora. Noi, per ora, ci limitiamo a proporre un documento d'epoca: un interessante e curioso commento ricco di spunti (anche per il presente), firmato da tale "Scarpone" e tratto dall'edizione del 12 dicembre 1936 del settimanale fascista Il Popolo di Lecco. Aggiungiamo soltanto che nelle colonne di quel giornale l'alpinismo occupò sempre un posto rilevante, come abbiamo già fatto notare in un vasto contributo pubblicato alle pagine 56-63 del numero 267 (agosto-settembre 2003) della Rivista della montagna, al quale rimandiamo i lettori più curiosi. Attenzione: i corsivi e le parentesi nel testo sono nostri.

Il Popolo di Lecco 2«L'alpinismo sta attraversando un periodo che assomiglia molto a ciò che si usa chiamare decadenza (l'alpinismo è morto: ritornello eterno...). Troppa gente si è data alla montagna in questi ultimi anni (ma oggi non ci lamentiamo del contrario?) e forse quello che si riteneva un bene è stato in realtà un male. Il numero dei buoni non è affatto aumentato in proporzione parallela e gli alpinisti veramente di polso sono sempre rari. Per contro si contano a centinaia i fanfaroni che ad ogni piè sospinto trovano il 6° grado, l'estremamente difficile, l'al di là delle possibilità umane a loro disposizione. La droga più in uso oggi per eccitare il lettore sportivo consiste nel chiudere una data relazione con questo prezioso avvertimento: inutilmente tentata da altri. Non importa far sapere chi sono questi vinti, questi umiliati dalla sovrumana perizia dei nuovi arrivati. Quello che interessa è di mettere bene in chiaro che la scalata tale o talaltra è stata compiuta in una zona battuta da campioni autentici e di riconosciuto valore, perché si conta molto sull'istinto divinatorio dei lettori. Si tratta, per esempio, di una parete – difficoltà estrema naturalmente – che dovrebbe trovarsi a portata del comodo e frequentatissimo Colle Valsecchi, in Grignetta? Il lettore non potrà che concludere così: se un Cassin, un Dell'Oro ecc. non furono capaci di beccare quei 100 metri (largo agli zeri tanto... non valgono nulla) di... strapiombo, deve proprio trattarsi di una ascensione tremenda. Naturalmente la parete... vergine o non esiste affatto o porta le tracce delle più... eretiche violazioni. Così recentemente abbiamo appreso – fra l'altro Il Popolo di Lecco– la notizia di una prima... assoluta nientemeno che sulla modesta Pala. Si tratta, viceversa, di una semplice ripetizione perché la vera prima ascensione – un 4° grado appena, ad essere generosi – venne compiuta oltre 15 anni fa e con mezzi tecnici primitivi. Un riflesso di questa spiacevole tendenza a crearsi una gloriuzza a spese degli incompetenti (usanza ancora molto diffusa, specialmente in epoca di vacche magre) lo abbiamo in questi giorni rilevato nella stampa prettamente alpinistica in occasione di una polemica, imperniata appunto attorno ad un esemplare di questo genere che, aiutato dalle fanfaronate dei corrispondenti compiacenti, era salito ai sette cieli della gloria alpinistica. Un altro idolo che... cade: in ritardo però perché già si sapeva che si trattava di un'abile gonfiatura della stampa. Ma il caso non è isolato. Un giorno abbiamo chiesto ad una personalità del mondo alpinistico se fra le centinaia di... accademici si poteva contare una ottantina di... sestogradisti o per lo meno di ottimi alpinisti. L'egregio amico ci guardò sorridente e non rispose. Gli spiaceva sbottonarsi, forse perché la realtà è molto più... prosaica e modesta. Abbiamo messo il dito nella piaga ma confessiamo che siamo scettici circa i rimedi. Inutile perdere tempo per studiare un nuovo tipo di graduatoria delle difficoltà. Meglio aprire uno spaccio di diplomi a un tanto l'uno. In quanto all'arrampicamento, constatata la sua indiscutibile utilità dal punto di vista nazionale, lo si consideri materia di insegnamento pre e post militare (ecco il contesto storico...) e se ne affidi l'incarico esclusivamente alle scuole degne di questo nome. Tanto, fra breve di pareti vergini non si parlerà più e si può giurare che anche la passione di certi eroi della sesta giornata scemerà rapidamente per mancanza di... materia prima. In quanto a quelli che amano la montagna per le purissime gioie che essa procura sapranno sempre mantenersi al di sopra delle montature (sempre vero, sempre più vero, e ci viene in mente... vi lasciamo indovinare!). Le vicende dell'alpinismo, quello autentico, è meglio viverle che raccontarle o farle raccontare (quasi sempre vero...). Tanto chi non l'ha provata almeno una volta non può capire cosa significhi un'ora, una sola, di tormento, vissuta aggrappato col compagno ad un filo di roccia, oltre i tremila metri (sembra di sentire Gervasutti... però anche Casarotto scrisse qualcosa di simile). Sarà l'unico modo per salvare quello che è ancora possibile salvare. Perché non si può negare che si comincia a diventar ridicoli con la mania di gonfiare».

NOTA. L'autore parla della "modesta Pala". Si tratta di un torrione bifido della Grigna Meridionale, quotato 1621 metri, che si innalza oltre uno spuntone senza nome a sud dell'imponente Torre Cecilia. Riguardo la questione della "prima assoluta", crediamo che il cronista (lecchese...) si riferisca alla scalata di Mario Molteni e Giuseppe Valsecchi (comaschi...), che salirono la Pala il 1° novembre 1936 per la parete sud-ovest (70 m, prob. IV e V). E se è vero che il torrione era già stato scalato da ignoti per la crestina nord-ovest (40 m, II e III) è altrettanto vero che la via di Molteni e Valsecchi, pur non esaltante, fu un'autentica "prima".

Le immagini: in alto, la testata de Il Popolo di Lecco (edizione del 15 giugno 1940, che annuncia l'entrata in guerra dell'Italia); sotto, ritaglio del giornale con l'"attacco" del pezzo citato

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giovedì, 26 aprile 2007

IMPROVVISAZIONE GLACIALE

postato da carlocaccia alle 09:41 in nordamerica

CANADIAN ROCKIES: PER MIKE VERWEY NUOVA LINEA FUORI PROGRAMMA SUL MOUNT WILSON

L'idea era un'altra: salire in solitaria Ice nine, 95 metri di ghiaccio tosto (WI6), e poi tornare a casa. Ma una volta in alto, con la grande colata ai suoi piedi – «via molto estetica e difficile» secondo la guida di Joe Josephson – e un'intera parete sopra la testa, l'americano Mike Verwey ha pensato di continuare ad arrampicare. Così, da qualche settimana, sul Mount Wilson (3260 m, Canadian Rockies, salito per la prima volta nel 1902 da James Outram con la guida Christian Kaufmann), esiste una linea nuova, nata quasi per caso. È un'improvvisazione su ghiaccio e misto battezzata, con un gioco di parole, Malice in Wonderland (traduciamo soltanto la seconda parte: “Malice nel paese delle meraviglie”): 500 metri complessivi con difficoltà di M5 e WI6 che, con un secondo tratto in comune con una linea preesistente (Eh spring chicken named Logan di Dave Marra ed Eamonn Walsh, 500 m, VI- R, WI5), raggiunge una cengia nei pressi della sommità della parete. Con il materiale ridotto all'osso – piccozze, ramponi, una corda per le doppie e un paio di viti da ghiaccio – Verwey è stato costretto ad arrampicare in discesa per buona parte dell'itinerario appena salito, arrivando all'auto alle 20 ossia più di due ore dopo il tramonto del sole (notiamo che, oltre a non avere con sé chiodi da roccia per attrezzare le calate, il nostro era pure senza lampada frontale…).

Mount Wilson

Nella foto (arch. Rob Owens, www.alpinist.com), il Mount Wilson con il tracciato della nuova linea di Mike Verwey. In rosso è evidenziata Ice nine, il tratto in comune con Eh spring chicken named Logan è in giallo e tutto il resto, in blu, è originale

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martedì, 24 aprile 2007

GIARDINAGGIO VERTICALE SOTTO LA PIOGGIA

postato da carlocaccia alle 09:46 in sudamerica

ALLEANZA ANGLO-TEDESCA IN CILE E BATTAGLIA VINTA (ANCHE CON LA VEGETAZIONE) SUL CERRO TRINIDAD: VIA NUOVA (840 m, 7b+ e A1) SULLA PARETE NORD-OVEST

Cerro Trinidad wwwclimbing-croatiacomAl Bianco o in Civetta certe cose non si imparano. Bisogna cacciarsi altrove per capire, per trovarsi davvero nei pasticci. Stiamo delirando? No. Perché lassù, nel regno del grande alpinismo, la roccia è signora e per aprire una via nuova "basta" la normale attrezzatura alpinistica. Non come sulle pareti dei "ravanatori", dove in estate si rischia di finire arrosto (vista la quota non proprio stratosferica) e dove, se volete tirare una linea nuova (o ripeterne una non troppo frequentata), vi conviene portare tutto quello che di solito usate nell'orto o in giardino per trasformare magicamente quel cespuglio in una buona maniglia, quella ragnatela d'edera in una placchetta coi buchi e quell'angolo di spine in un diedro arrampicabile (per ogni operazione, naturalmente, l'omaggio è una dose completa di terra negli occhi, in bocca e nelle orecchie e, per i più fortunati, la danza-spettacolo delle formiche incattivite). Ma attenzione: questi piaceri non sono esclusivi delle Prealpi Lombarde, di quegli angoli che ci è capitato di raggiungere in bicicletta (o a piedi) da casa. Se proprio non avete voglia di pedalare (o camminare) potete prendere anche l'aereo… In Cile, ad esempio, precisamente nella valle di Cochamo, un centinaio di chilometri a est di Puerto Montt (grande città costiera, 900 chilometri a sud di Santiago), si trova il Cerro Trinidad con la sua gigantesca parete nord-ovest (nella foto, www.climbing-croatia.com). È proprio lì che, durante lo scorso mese di febbraio, una nutrita squadra anglo-tedesca è stata costretta ad una poderosa opera di giardinaggio. Ma ne è valsa la pena, visto che a Michael Bänsch, Jürgen Becher, Andreas Dippe, Rüdiger Helling, Andreas Polster, Jens Richter e Olga Skachkova (tutti della zona di Dresda), con i "rinforzi" Sarah e Tony Whitehouse (di Sheffield), è riuscita una superba linea di 840 metri di sviluppo (18 lunghezze di corda, attrezzate con 110 spit compresi quelli di sosta) e con difficoltà di 7b+ e A1 (7a obbl.). La nuova creazione comincia seguendo per un tratto Sundance (7a e A2+, aperta nel 1998 da Grant Farquhar e Simon Nadin) ma, quando quest'ultima piega a destra per evitare un impressionante "naso", procede invece direttamente, per ritrovare Sundance nel settore superiore della parete. Ed è proprio lassù che se ne sta l'unica lunghezza che ha resistito ad ogni tentativo di salita in libera: una sottile fessura che, a detta dell'esperto Helling, con l'aggiunta di uno spit di protezione potrebbe raggiungere il 7c/7c+. La salita, pur risolta impiegando le corde fisse, ha dato non poco filo da torcere ai suoi artefici, ostacolati da un maltempo che da quelle parti, in febbraio (la via è stata terminata il giorno 23), non si vedeva da almeno 15 anni: la pioggia ha reso la scalata molto pericolosa e Richter, ad un certo punto, ha seriamente rischiato di annegare. Cosa gli è successo? Semplice: durante una rocambolesca ritirata, con l'acqua fino alla vita, è rimasto bloccato per alcuni minuti prima di riuscire a passare da una corda fissa all'altra. Quella anglo-tedesca è la diciassettesima linea sul Cerro Trinidad, la cui storia alpinistica è "vecchia" di appena una decina d'anni: fu il britannico Crispin Waddy, nel 1997, il primo a cacciare il naso da queste parti (attraversando in tre giorni la foresta) e ad aggiudicarsi poco dopo, con il connazionale Simon Nadin e lo statunitense Tim Dolan, la prima salita della montagna (per la cresta nord-est, VI). Ma il boom arrivò soltanto l'anno seguente. Nel 1998, infatti, con l'impiego di corde fisse e un grande lavoro di pulizia, sulla grande parete videro la luce Megalanic clods. Welcome to the jungle (degli statunitensi Nathan Martin e Steve Quinlan, A3 e 6c), The ides of march (dei britannici Noel Craine, Dave Kendall e dello "scopritore" Waddy, A3+ e 6c) e la già ricordata Sundance.

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lunedì, 23 aprile 2007

VALSESCHINI GIOCA E VINCE IN CASA

postato da carlocaccia alle 09:47 in alpi centrali

CORNA DI MEDALE: PRIMA SOLITARIA (CON DUE VOLI E UN BIVACCO) DELLA PROIBITIVA E DIMENTICATA VIA FORMICA

Medale e AntimedaleUno e due in Medale: qualche mese fa è toccato alla via dei Ragni, nei giorni scorsi (17 e 18 aprile) alla Formica. A una e all'altra, ora, non manca più la prima solitaria e la "colpa" è tutta di Fabio Valseschini. L'uomo della via del Fratello sul Badile le ha salite entrambe senza compagni e dell'ultima avventura ha molto da raccontare perché la Formica, che supera la celebre parete alta sopra la città di Lecco a destra della classicissima Cassin e a sinistra della Bianchi, lo ha impegnato parecchio, costringendolo ad un bivacco e regalandogli un paio di discreti voli: il primo di una decina di metri (sulla sosta…) e il secondo più breve (circa 5 metri). «Perché la Formica da solo? Perché, come la via del Fratello, avrei voluto salirla con Marco Perego, un grande amico che ci ha lasciati – spiega Valseschini -. È una via tosta, poco frequentata e per nove lunghezze bellissima, con una sezione centrale strapiombante molto impegnativa. Soltanto in alto diventa un po' difficile da "decifrare", con la vegetazione che complica abbastanza la scalata. Il problema maggiore, comunque, anche lungo i primi tiri, sono le protezioni: chiodi mancanti, chiodi marci, chiodi ad espansione arcaici, senza piastrina e... filo di ferro un po' dappertutto, persino in sosta. Insomma: tutta roba che richiede molta attenzione, che ti può "fregare" quando vuole come ha fatto con me…». Eccoci dunque ai voli: «La prima volta sono "partito" a causa di una maledetta zolla erbosa. Ho appoggiato il piede e... via! Ero in traverso, appena sopra la sosta, e nel Grigri è scorsa un bel po' di corda… Il secondo volo, invece, è stato con il chiodo in mano. Anzi, no: con l'anello del chiodo in mano, visto che quel ferraccio si è spezzato e la lama è rimasta nella roccia. Le IMG_4379conseguenze delle cadute? Niente più di un dito spelato: ero sempre in pieno strapiombo…». Ma ripartiamo dall'inizio: Fabio ha attaccato attorno alle 9.30 e, il primo giorno, ha arrampicato fino al buio. Bivacco e poi avanti, alle 8.30 circa, per arrivare in cima poco dopo mezzogiorno: complessivamente una gran sfacchinata, specialmente lungo la quarta lunghezza della quale Valseschini conferma i «passaggi scabrosi» menzionati nella "guida grigia" del Cai dedicata alle Grigne. «Roba dura quella filata di corda – racconta il nostro protagonista – : c'è chi parla di 7a+ e A1 ma anche non cercando la libera si è piuttosto indaffarati per non saltare giù… Neppure il Marco Ballerini dei tempi d'oro, a quanto pare, lì è riuscito a fare a meno di tutti i chiodi». E a questo punto non possiamo evitare una domanda che, nel nostro caso. non è uno scherzo: peggio i Ragni o la Formica? Risposta (testuali parole): «La Formica. La via dei Ragni è un lusso… è più difficile da trovare, sicuramente, ma almeno le protezioni in loco sono decenti. Se la Formica fosse attrezzata meglio – credo salga un settore di parete dove i chiodi, per chissà quale ragione, si rovinano facilmente - sarebbe un grande banco di prova per i superliberisti». L'appena citata "guida grigia" del Cai, grande fatica di Eugenio Pesci che della Corna di Medale conosce ogni piega, parla di via «talora ripetuta sino alla S9»: cosa significa? Diciamo che non solo un solitario, ma anche una "normale" cordata, sui 420 metri di VI e A2 della Formica farebbe notizia, visto che in base a quanto si legge sul libro di via, posto al termine del sesto tiro e che Fabio ha velocemente sfogliato, l'ultima ripetizione risalirebbe al 1998 o, addirittura, al 1989 (Valseschini non ricorda l'ordine delle ultime due cifre…). Ma attenzione: abbiamo tanto parlato della via che stavano quasi dimenticando i suoi artefici. Eccoli: il vulcanico inventore Gigi Ballabio e gli amici Maurizio Riva e Dario Tonoli, che la risolsero dopo vari tentativi tra il 3 e il 4 dicembre 1977.

Nelle foto (arch. Carlo Caccia): sopra, la parete della Corna di Medale (la più alta, a destra) e quella più tranquilla dell'Antimedale; sotto, Fabio Valseschini

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venerdì, 20 aprile 2007

LA NUMERO DUE...

postato da carlocaccia alle 10:10 in frammenti di storia

Della prima arrampicata della storia abbiamo già parlato (il 6 aprile). Anzi: abbiamo lasciato che fosse Quinto Curzio Rufo a raccontarcela, facendo intendere che vi avremmo proposto anche la seconda e la terza impresa del genere e che, infine, vi avremmo rivelato la fonte delle nostre informazioni. Eccoci allora a mantenere parte della la promessa, presentando la "numero due" (a cura di Tito Livio) e la "numero tre" (a cura di Sallustio). "Parte della promessa": perché? Semplice: il nostro informatore lo conoscerete un'altra volta, assieme ad un altro paio di "perle" arrampicatorie decisamente impolverate dal tempo. Ma andiamo avanti. La descrizione di quella che risulta essere la seconda scalata della storia compare nel XXVIII libro della fondamentale storia di Roma (Ab urbe condita libri) del già citato Tito Livio (Padova, 59 a.C. - 17 d.C., nell'immagine sotto), che cominciò il suo lavoro tra il 27 e il 25 a.C., lo continuò fino alla morte e lo lasciò incompiuto (al libro 142 dei 150 previsti). Il breve brano che proponiamo ci riporta al 215 a.C. - quando i Romani erano impegnati nella Seconda Guerra Punica – e fotografa un momento della battaglia presso la fortezza di Illiturgi (Spagna).

Tito Livio«Gli Africani videro difesa la parte più alta della città da un'altissima rupe e, da quel lato, nessuna opera di fortificazione né difensori. Gli uomini, molto snelli e rapidi nei movimenti per molto esercizio, portando con sé chiodi di ferro si inerpicarono per quelle parti della rupe che presentavano scabrosità (l'antica ricerca della via logica!, ndr) e, se la rupe in qualche tratto era troppo sporgente o liscia (oggi parleremmo di strapiombi e placche, ndr), vi ficcavano i chiodi a brevi intervalli a guisa di gradini: i primi aiutando con le mani quelli che seguivano e questi sospingendo quelli che precedevano, e giunsero infine in cima».

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...E LA NUMERO TRE

postato da carlocaccia alle 10:09 in frammenti di storia

Il gioco continua: dopo le poche righe di Tito Livio ecco un più corposo brano di Sallustio (Amiterno, 86 a.C. - 35 o 34 a.C., nell'immagine sotto) che fu fautore di Cesare, venne espulso dal Senato nel 50 a.C. per scostumatezza, divenne governatore nel 46 a.C. ed è ricordato per due monografie: La congiura di Catilina (del 43-42 a.C.) e La guerra di Giugurta o giugurtina (42-40 a.C.). Ed è proprio da quest'ultima opera, che narra il dispendioso conflitto del 111-106 a.C., che è tratta la nostra "numero tre": il racconto della terza arrampicata della storia in cui, udite udite, compare la prima guida di tutti i tempi. L'episodio risale all'ultimo anno della guerra ed è intitolato, sulla scia di quelli che già conosciamo, "Assalto ad una fortezza numidica". E detto questo ci domandiamo (per celia ma non troppo): viste le premesse dobbiamo proprio stupirci, oggi, quando leggiamo i classici dell'alpinismo e ci imbattiamo in "attacchi", "conquiste" e, naturalmente, "sconfitte"? Forse, una volta tanto, potremmo starcene anche zitti...

Sallustio«Un Ligure, semplice soldato delle coorti ausiliarie, era uscito fuori dal campo a prender acqua, non molto lontano dal lato del castello che era di fronte ai combattenti; egli vide tra i sassi delle chiocciole e così, raccogliendone ora una ora l'altra, a poco a poco si trovò quasi in cima al monte (ma cercava le chiocciole o sentiva qualcos'altro, un richiamo strano ed incomprensibile?, ndr). Quando s'accorse che lì non c'era nessuno, allora si sentì assalito nell'animo dalla bramosia di superare le difficoltà, il che è proprio dell'indole umana (il primo alpinista romantico!, ndr). Era cresciuto in quel luogo, in mezzo ai sassi, un gigantesco leccio: appoggiandosi ai suoi rami ed alle rocce sporgenti, il Ligure pervenne sul pianoro del castello. Esplorato per bene tutto quel che pensava che gli sarebbe stato utile vedere, egli ritornò per la medesima via, non però temerariamente come nella salita, ma tastando ben bene tutti gli appigli e guardando intorno. E subito andò da Mario e gli raccontò quel che aveva fatto. Mario allora scelse i cinque più svelti trombettieri e suonatori di corno e, insieme ad essi, quattro centurioni: a tutti comandò di obbedire al Ligure. Si fissò per l'impresa il giorno seguente. Quando, secondo l'ordine ricevuto, giunse il momento opportuno e fu preparata ogni cosa, il Ligure si avviò al luogo. Quelli che dovevano salire attesero la guida e cambiarono le armi e il vestito: si scoprirono la testa per poter veder meglio e si denudarono i piedi per arrampicare più facilmente su per quei dirupi; si misero sulla schiena le spade e gli scudi, che veramente erano di cuoio (secondo l'usanza numidica), e ciò perché pesassero meno e perché facessero meno rumore qualora urtassero in qualche cosa. Il Ligure, che era in testa, legò le corde ai sassi e alle radici più robuste che sorgevano all'intorno, in modo che, aiutandosi con quelle, i soldati fossero agevolati nella salita (accidenti: corde fisse e stile himalayano!, ndr). Egli talvolta sollevava con una mano quelli che erano paurosi per non essere avvezzi a tal genere di strada e là, dove la salita si faceva un po' più aspra, egli li mandava innanzi disarmati (notate: il capocordata già allora saliva senza "zaino", ndr) e poi seguiva colle loro armi. Dove invece la roccia appariva di dubbio appoggio, egli la tastava per primo e spesso ascendeva e discendeva più volte lo stesso tratto, tirandosi poi da un lato: così infondeva coraggio agli altri. Spossati per la lunga e dura fatica, finalmente essi raggiunsero il castello, che era deserto da quella parte perché tutti i difensori erano stati messi di fronte al nemico».

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giovedì, 19 aprile 2007

QUOTA 4000, ODISSEA NELLE ALPI

postato da carlocaccia alle 09:09 in alpi centrali, alpi occidentali

LO SLOVENO MIHA VALIČ REALIZZA IL SOGNO DI BÉRHAULT: SALITI GLI 82 GIGANTI DALLA BARRE DES ÉCRINS AL BERNINA

Valic in vetta alle Droites al termine dellL'eroe del giorno si chiama Miha Valič (il nome tradisce la nazionalità: slovena), è nato nel 1978, arrampica divinamente – uomo da 8b in falesia ma a suo agio anche sulla nord del Triglav, sul Capitan, sul Fitz Roy e sulle Torri di Trango – ed è pure laureato in biologia. È lui, amici lettori, il fuoriclasse che dal 27 dicembre 2006 al 7 aprile 2007 – in tutto 102 giorni – ha salito uno dopo l'altro tutti gli 82 Quattromila delle Alpi. Miha, in realtà, avrebbe voluto completare la “collezione” in 82 giorni, ossia entro il 18 marzo, ma a quella data le cime salite risultavano “soltanto” 74 (tutti i dettagli sono disponibili cliccando qui: www.mihavalic.net/4000.htm). L'impresa, come noto, era già stata tentata da Patrick Bérhault: il formidabile francese, con Philippe Magnin, era riuscito a toccare 65 cime prima di precipitare senza scampo, il 28 aprile 2004, dalla cresta che unisce il Täschhorn al Dom. Ma attenzione: i primi a provarci furono gli inglesi Martin Moran e Simon Jenkins che, durante l'estate 1993, scalarono 75 vette in 52 giorni. Da non dimenticare poi il tentativo dello scorso anno di Franco Nicolini e Michele Compagnoni che, ostacolati dal maltempo, abbandonarono il progetto dopo 25 cime (Nicolini, che avrebbe voluto ritentare l'impresa in queste settimane, non ha accolto con troppo entusiasmo la notizia del successo di Valič…). Ma chi ha accompagnato il determinato Miha durante la sua lunghissima avventura invernale? Al suo fianco si sono alternati Blaz Stres e Miha Valic in cima al Biancoben 15 amici, tra i quali alcune promesse (o già certezze?) del “ritrovato” alpinismo sloveno: Rok Blagus, Alenka Klemenčič, Blaž Grapar, Luka Kronegger, Boris Lorenčič (il vincitore, con Marko Prezelj, dell'ultimo Piolet d'or), Gašper Rak, Tina Di Batista, Miha Lampreht, Matevž Kramer, Tadej Debevec, Vesna Nikšič, Miha Maček, Blaž Stres, Klemen Gričar e Tomaž Jakofčič. «Se in estate le normali dei Quattromila sono prese d'assalto – spiega Valič –, durante l'inverno la musica cambia radicalmente. I rifugi sono chiusi o incustoditi e raggiungerli, con la neve, è un affare assai faticoso. Le giornate brevi, il grande freddo, il vento e le condizioni ambientali trasformano ogni situazione: sembra di essere sulle grandi montagne extraeuropee. Nessuna delle salite che ho compiuto, presa singolarmente, può essere considerata al top tuttavia alcune creste, come quella del Brouillard sul Monte Bianco, in inverno non sono assolutamente da sottovalutare. Resistere per 102 giorni, salendo 82 grandi montagne… Se è stato difficile dal punto di vista logistico e fisico, la vera sfida è stata a livello psicologico, per non perdere le motivazioni».

Nella foto in alto: Miha Valič sulla vetta delle Droites (Monte Bianco), l'ultima cima della lunghissima cavalcata alpina (arch. Miha Valič). Qui sopra: Blaž Stres e Valič in vetta al Tetto d'Europa (arch. Miha Valič)

Blaz Grapar sulle Droites

Ultimo giorno della grande avventura: Blaž Grapar verso la vetta delle Droites (arch. Miha Valič)

Blaz Stres verso la vetta del Bianco

Un altro momento della maratona sui Quattromila: Blaž Stres sale verso la cima del Monte Bianco (arch. Miha Valič)

Tomaz Jakofcic sullo Schreckhorn

E per finire: Tomaž Jakofčič impegnato sullo Schreckhorn (arch. Miha Valič)

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mercoledì, 18 aprile 2007

NEL CUORE DELLE OROBIE, COME SI FACEVA UNA VOLTA

postato da carlocaccia alle 09:50 in alpi centrali

AVVENTURA D'ALTRI TEMPI SUL PIZZO RECASTELLO PER ENRICO CALVI ED ENRICO FASSI: PRIMA SALITA DEL COULOIR DEI RATTI

Recastello 5Voglia di montagna, voglia di alzarsi presto la mattina, voglia di cacciarsi dove non si incontra anima viva: cose d'altri tempi? Sì, perché la moda oggi predica un altro vangelo: meno genuino, meno spontaneo, più comodo e commerciale. Ma Enrico Calvi ed Enrico Fassi, 33 e 29 anni, bergamaschi di Treviglio (come Ivo Ferrari), non amano le salite preconfezionate e sabato scorso, 14 aprile, hanno deciso di fare conoscenza con il Pizzo Recastello (2888 m), che se ne sta nascosto nel cuore delle Orobie, pochi chilometri a sud-est del Pizzo di Coca (3052 m). Volevano salire il canalone nord, i due amici, una classica mediamente (ma non troppo) impegnativa ma, arrivati a tu per tu con la parete, si sono accorti che nel suo settore destro, tra le rocce, si insinuava qualcosa di interessante, una possibilità pare mai sfruttata in precedenza – ma loro non lo sapevano – e troppo invitante per lasciarla in pace (nella foto, in rosso). E allora in alto, senza corda e con una piccozza a testa, improvvisando alla ricerca di quelle emozioni che è difficile raccontare: avanti per 350 metri, su ghiaccio fino a 60°, fino a una selletta da cui, scendendo per una trentina di metri, è possibile raggiungere il canale classico per proseguire verso la vetta. Calvi e Fassi, però, dalla selletta hanno preferito continuare lungo una cresta nevosa fino alla sommità di un avancorpo, rinunciando alla punta principale. Del Pizzo Recastello, che fa parte del sottogruppo del Barbellino delle Orobie centrali, ci piace ora ricordare quello che scrisse Alfredo Corti nell'antica e fittissima guida Alpi Orobie, pubblicata nel 1957 nella collana (in via di estinzione?) "Guida dei monti d'Italia" del Cai-Tci. Corti lo definisce senza esitare «la più bella montagna della sinistra del Serio, fra le più interessanti di tutta la catena» e aggiunge che «domina con le sue pareti e le sue torri nere il Rif. Curò, dal quale sono brevi e comodi gli approcci a parecchi dei suoi migliori itinerari, sia facili e sia difficili». Ovviamente non manca la storia alpinistica, sintetica ma meritevole di attenzione: «1ª asc.: E. Torri con A. Baroni, alla vetta allora detta Corno dei Tre Confini, per il versante meridionale, 2 settembre 1876; 1ª asc. per parete SO: Gavazzeni, Pirovano e Stabilio, 20 settembre 1931; 1ª asc. per spigolo NO: Gavazzeni, Pirovano e Rigoli, 21 agosto 1931; 1ª asc. per parete N: P. Berizzi e B. Sala con A. Josi, 21 giugno 1908; 1ª asc. per canalone N: A. Marco, N. Corti e Peppo Perego, 18 luglio 1940; 1ª asc. per la Cresta dei Corni Neri: U. Combi e G. Pirovano, 13 luglio 1923; 1ª asc. per la parete E: P. Fasana e E. Mariani, 16 agosto 1911». Bei nomi, grandi nomi: autentici pionieri che avevano tutto lo spazio che volevano per liberare la propria voglia di avventura, quella fantasia particolare che, in fondo, è la stessa che ha mosso Calvi e Fassi. Dicevamo: è difficile raccontare certe cose, trasformare in parole determinate sensazioni. Ed è ancora più difficile se non le si è vissute in prima persona, se si cerca di immaginare cosa è passato nella testa di un alpinista caricatissimo a tu per tu con il suo sogno, con la sua porta da aprire. Ecco allora un'idea: stiamo zitti, per una volta, e lasciamo la parola a uno dei due protagonisti, Enrico Calvi, che proprio per noi ha fissato sulla carta la sua esperienza.

«Di solito provo a spiegare le mie emozioni alpestri ai colleghi di lavoro ai quali, ovviamente, non interessa neppure se hai fatto lo Sperone Walker in ciabatte, in dicembre, con la tormenta. Poi: scrivendo mi sento un filo a disagio. Ma la cronaca non dovrebbe occuparsi di quelli forti, coraggiosi, di quelli "veri" insomma? Io e il mio socio (Enrico Fassi, detto Taxi) siamo soltanto "aspiranti alpinisti classici (estremi)". Aspiranti, appunto. Scaliamo insieme da quasi dieci anni e il nostro terreno preferito è sempre stato il granito: val di Mello, valle dell'Orco, Masino-Bregaglia, qualche puntata al Bianco. Più recentemente ci siamo ricordati dell'esistenza delle Dolomiti (fingevamo che non ci fossero...) e abbiamo cercato di colmare le lacune. Le vie più dure che abbiamo salito? Boh… Noi cerchiamo belle linee, possibilmente ricche di storia, magari a chiodi: quelle, per intenderci, dove per orientarsi a metà parete, anziché cercare la piastrina successiva, ci si chiede dove passarono Gervasutti, Detassis, Cassin… con gli scarponi ai piedi e senza friend. Ma veniamo al sodo. Venerdì sera (il 13 aprile, ndr) siamo stati alla serata di Ivo (Ferrari) a Bergamo. Neve e ghiaccio: Pakistan in versione 6000 metri. Finita la proiezione siamo andati dal "nonno" per farci dare i compiti delle vacanze, pardon per il week-end. "Neve, ragazzi, neve: finché ce n'è ancora sulle nostre Orobie. Vi ispira il Pizzo Recastello?". Ok. Partiamo per Valbondione dove dormiamo sul furgone, decisi a salire in giornata il Recastello per il classico canalone nord: ci attendono 2000 metri di dislivello. La mattina sveglia alle 4.15, tè caldo e poi via. Raggiungiamo il rifugio Curò in un paio d'ore, verso le 6.45, e quindi puntiamo alla splendida montagna orobica. Nessuno di noi due è mai stato da quelle parti, così tiriamo diritto per pendii innevati. Prima di arrivare al vallone che caratterizza il versante nord della montagna e che porta al canale classico notiamo una bella linea bianca, che si infila sinuosa a ridosso di uno sperone roccioso. Decidiamo di salire di lì: la possibilità è davvero invitante. Il canalino non ci delude: neve dura, a tratti ghiaccio vivo, con pendenze che richiedono concentrazione. Ma saliamo veloci, quasi esaltati: che fortuna! Unico problema: abbiamo una sola picca a testa. Così una mano si arrangia, aggrappandosi alla roccia o usando la racchetta da sci come un pugnale. Ma va bene lo stesso. La linea ad un tratto finisce: alle 9.30 ci ritroviamo su una selletta di neve farinosa. Dall'altra parte, scendendo qualche metro lungo un altro canalino, si guadagna il vallone del canale classico. Noi, però, preferiamo salire una facile cresta nevosa che porta in cima ad un avancorpo del Recastello. Pacca sulle spalle e retromarcia fino alla selletta. Da qui giù nel vallone, per il "controcanalino". Abbiamo salito una linea nuova? Forse. Per noi, comunque, lo è stata. Nel canale, che abbiamo chiamato Couloir dei ratti, eravamo sulla parete Rupal del Nanga Parbat… Abbiamo vissuto una bella salita e il massimo della gratificazione è stato, una volta a casa, vedere il "nonno" tutto contento del sano lavoro dei suoi ragazzi».

Recastello 4

Ghiaccio orobico sul Pizzo Recastello (Couloir dei ratti, prima salita, foto arch. Salvi-Fassi)

Recastello 3

In una mano la picca, nell'altra la racchetta da sci e gli appigli neri del Recastello... (foto arch. Salvi-Fassi)

Recastello 2

La parete con il tracciato della via fino alla sommità dell'avancorpo (foto arch. Salvi-Fassi)

Recastello 1

Il Couloir dei ratti e la cresta nevosa che porta sulla cima dell'avancorpo. Ben visibile la selletta, con la freccina che indica la discesa verso il vallone della parete nord (foto arch. Salvi-Fassi)

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martedì, 17 aprile 2007

NEL SEGNO DEL "BIGIO"

postato da carlocaccia alle 09:47 in varia

PREMIO DI NARRATIVA "CARLO MAURI": ECCO I VINCITORI

Carlo MauriÈ Massimo Fontana, 36 anni, vicentino di Valdagno, il vincitore dell'undicesima edizione del premio di narrativa "Carlo Mauri", organizzato dalla sezione di Lecco dell'Uoei (Unione operaia escursionisti italiani) e dal gruppo alpinistico lecchese Gamma. «Da uno spunto originale scorre un racconto che si fa leggere speditamente, con avvincente curiosità verso i segreti della montagna e quelli più profondi dell'uomo lasciato solo»: ecco la motivazione con la quale la giuria, composta da Alberto Benini, don Agostino Butturini, Pino Capellini, Giuseppe Ciresa, Gianni Fodella, Alessandro Gogna, Eugenio Pesci, Roberto Serafin e Giorgio Spreafico, ha deciso di premiare il racconto di Fontana, dal titolo suggestivo: La mano fredda di Dio. Al secondo posto si è invece piazzata Anna Bortoletto, 29 anni, padovana di Cadoneghe, che da qualche mese gestisce uno dei più noti e frequentati rifugi delle montagne lecchesi: il "Grassi" al passo del Camisolo, al cospetto della magnifica piramide del Pizzo dei Tre Signori. Anna ha colpito la giuria con il suo Diario di una rifugista, che presenta «un'esperienza vissuta con una profonda passione per la montagna», dalla quale scaturiscono «con poesia e concretezza le tessere di un mosaico che incanta e che invita a mettersi in cammino». Terzo classificato è invece Gianpaolo Castellano, 40 anni, di Caselle Torinese, autore del «creativo e brioso» Le diecimila creste, nel quale non mancano «un pizzico di mistero e di struggente malinconia», con «il tempo che si ferma per ascoltare le cose essenziali della vita». Da segnalare anche il quarto posto di Walter Guglielmetti, 44 anni, di Novara, con L'ultimo abbraccio («Il racconto semplice e insieme commovente rivela la profonda conoscenza che l'autore ha della montagna, le sue emozioni e le sue passioni») e il quinto di Federico Sebastiani, 38 anni, di Monza, con Ultimo tiro: viaggio senza ritorno («Un racconto bello di un'avventura che, proprio perché finita male, causa una resurrezione interiore»). Il premio riservato ai giovani, infine, è andato ad Anna Maria Bottini, 19 anni, di Agno (Canton Ticino). Nel suo Storia di Marco «uno strano concorso di coincidenze fa incontrare una ragazza con la storia di un alpinista che subito suscita in lei sentimenti di ammirazione e di amicizia». Da notare che quella che si concluderà il prossimo 25 maggio alle 20.30 in piazza Cappuccini a Lecco, dove è in programma lo spettacolo di premiazione dei vincitori, è stata l'edizione record del premio di narrativa intitolato al grande Bigio. I partecipanti, infatti, sono stati ben 71 da tutta Italia e dall'estero: segno tangibile della validità di un'iniziativa che, nata in sordina, è progressivamente cresciuta per ricordare uno dei più significativi alpinisti e uomini di avventura di ogni tempo, un autentico esploratore che non ha mai taciuto, che ha saputo trasmettere agli altri le proprie esperienze e il cui ricordo è ancora vivo proprio grazie al concorso dell'Uoei e del gruppo Gamma. «Carlo Mauri – spiegano gli organizzatori del premio – continua a rimanere vivo non soltanto entro i confini del territorio lecchese. Uomo aperto ad ogni cultura, come scrisse Fosco Maraini "non si chiuse mai nel privato, nel particulare: si sentiva finestra sul mondo per gli altri, specialmente per i giovani, che lo seguivano incantati. Alla fine, più Carlo fu debole, affaticato, impedito, più lo si amò. E più andò trasformandosi in bandiera"».

Nella foto, Carlo Mauri durante uno dei suoi incredibili viaggi esplorativi (arch. premio Carlo Mauri)

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