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giovedì, 31 maggio 2007

BIGIO: OLTRE L'ALPINISMO, VERSO LA LIBERTÀ

postato da carlocaccia alle 08:59 in frammenti di storia

VENTICINQUE ANNI FA, IL 31 MAGGIO 1982, UN INFARTO FERMAVA PER SEMPRE CARLO MAURI, INSTANCABILE ESPLORATORE DEL MONDO E DEGLI UOMINI

Gasherbrum IV«Mentre Bonatti bisognava vederlo in azione per apprezzarne le capacità, le quasi sovrumane determinazione e resistenza, Carlo s'imponeva alla mente dal primissimo colpo d'occhio, e sarebbe stato di spicco in qualsiasi folla».

FOSCO MARAINI

Nel suo celebre I giorni grandi, raccontando della salita alla Punta Whymper delle Grandes Jorasses per la parete nord, Walter Bonatti spiega che oltre al compagno che l'aveva accompagnato in quella grande avventura – il ginevrino Michel Vaucher – soltanto altri due alpinisti sapevano dargli tranquillità mentre erano in testa alla cordata: Pierre Mazeaud e Carlo Mauri. Un'affermazione importante, che a 25 anni esatti dalla scomparsa di Mauri, fermato per sempre da un infarto il 31 maggio 1982, mentre stava risalendo la frequentata ferrata del Pizzo d'Erna, sopra Lecco, fa riflettere sulla classe immensa del Bigio che proprio con Bonatti, il 6 agosto 1958, con la prima salita del Gasherbrum IV, la “splendida cima” del Karakoram, firmò la pagina più luminosa della sua carriera alpinistica. Ma Carlo Mauri, nato a Rancio di Lecco il 25 marzo 1930, non fu semplicemente un alpinista: la sua insaziabile sete di conoscenza lo portò ad esplorare il mondo e gli uomini, a muoversi in spazi sconosciuti e a rendere partecipi gli altri delle sue esperienze. Ecco allora la sua virtù: la capacità di comunicare e di aprirsi ai più vasti orizzonti, come un novello cercatore del Graal. E quando il destino sembrò accanirsi contro di lui, quando per una caduta sugli sci si procurò una frattura alla gamba destra alla quale seguì una serie incredibile di complicazioni, egli non si diede mai per vinto fino a recarsi, nel 1980, in Unione Sovietica, per farsi operare da Gavril Abramovich Ilizarov, ideatore di una tecnica speciale in grado di risolvere casi come il suo. L'operazione ebbe successo e Mauri, senza pensarci, si prodigò per portare anche in Italia la nuova metodologia.

RICORDI

Cassin e Mauri Bivacco Craveri«Sentiamo tutti la sua mancanza – dichiara Giorgio Redaelli, il “re del Civetta” nonché tra i compagni del Bigio in occasione della prima ripetizione della Bonatti sul pilastro sud-ovest del Petit Dru -. Oggi, nell'ambiente alpinistico lecchese, un personaggio come lui sarebbe una presenza molto positiva, stimolante. Per me è stato un maestro: difficile dire quanto mi ha insegnato. Ma non tanto dal punto di vista della tecnica alpinistica: mi riferisco soprattutto alla capacità di comunicare, di rapportarsi con la gente. Perché Carlo Mauri non era il solito alpinista, di poche parole: fu un precursore, un “uomo immagine” in anticipo sui tempi che volle e seppe vivere di montagna. Ricordo che già sul Petit Dru, nel 1956, aveva con sé una cinepresa con cui documentò tutte le fasi della scalata». Aldo Anghileri, invece, mise a segno con Mauri l'ambita Direttissima sulla parete est del Grand Capucin. «Era il 1968 – racconta l'Aldino – e oggi, ripensando a quella scalata, mi accorgo che di quel gruppo di cinque “guerrieri” siamo rimasti soltanto in due: il sottoscritto e Guerino Cariboni. Gli altri se ne sono andati: il Bigio, Casimiro Ferrari e Pino Negri. Carlo? Era fantastico: un talento che aveva il mondo dentro. Noi giovani, a quei tempi, eravamo forse un po' “grezzi” e, quando lui parlava, non capivamo tutto… Era più facile trovare l'intesa in parete, dove liberava completamente la sua forza interiore. Quante volte abbiamo salito la Cassin o la Boga in Medale! Erano il nostro rifugio, per lui come delle parentesi tra un viaggio e l'altro». Illuminanti e bellissime le parole - risalgono al 1985 - di Fosco Maraini, che lo conobbe nel corso della spedizione al Gasherbrum IV: «Carlo Mauri polarizza uno scintillio di miti e di sogni, è come la bandiera di una gioventù senza confini. La sua vita troppo breve, ma tutta qualità, si direbbe segni la finale liberazione dalla tirannia degli orari e dei regolamenti, dei moduli e delle tessere, da quelle forze occulte e mostruose, sempre più invadenti e cattive, che vorrebbero soffocarci in un reticolo mummificante di lacci. Essere moderni va bene, se però questo significa trasformarsi in schiavi, meglio un salto deciso all'indietro, un tuffo nell'arcaico e nel primordiale! Carlo sapeva combinare queste due, come dire?, marce dell'esistenza in modo invidiabilmente felice. Faceva uso spigliato di aerei e di elicotteri, s'appoggiava a reti televisive ed a sponsors del mondo industriale, manipolava da maestro le diavolerie tecniche di ogni genere nell'equipaggiamento, nel vestiario, nei cibi, nei mezzi di registrazione e di comunicazione di parole e di immagini, senza però divenirne schiavo. La fiamma dello spirito brillava sempre intatta e gioiosa. Sapeva essere uomo delle caverne e uomo dei computers con uguale eleganza e successo». Ma cosa cercava Carlo Mauri con il suo continuo peregrinare? Forse la risposta sta nelle parole del suo concittadino Sergio Gavardi: per lui il Bigio agì sempre «nel segno della libertà. Perché, al di là delle sovrastrutture, era ciò a cui Carlo anelava, la traccia del suo muoversi. Una libertà piena e assoluta, senza compromessi».

LE SUE PAROLE

Mauri e Bonatti sulla Ferrata del Pizzo dMonte Bianco, 13 settembre 1959: Walter Bonatti e Carlo Mauri firmano due imprese che, in verità, sono un'impresa sola, perché all'origine delle due scalate simultanee, la prima solitaria della Major e la prima solitaria della più difficile Poire, sta un'unica idea. «Io e Walter Bonatti – scrive Mauri nel suo Quando il rischio è vita, del 1975 – avevamo preparato un ambizioso programma. Due ascensioni solitarie sul Monte Bianco: Walter per la via Major e io per la via della Poire. Avevamo portato una corda ciascuno, pur sapendo che non l'avremmo usata per legarci insieme. Essa però c'era: una bella corda che mi dava sicurezza e rappresentava la confidenza che strettamente mi legava a Walter. Con lui mi univano l'amicizia, la confidenza e tanta fiducia, e questo mi bastava». Ma perché, si chiede ad un certo punto Carlo, «io e Walter siamo quassù a scalare una parete tanto difficile, mettendo in gioco la vita per una meta resa importante, forse, dalla nostra volontà, dal nostro orgoglio di raggiungerla?». Ma l'azione, ad un tratto, soppianta i dubbi: «Parto come un Tarzan, cacciando via tutti i pensieri, tutte le nostalgie. Mi sento un purosangue appena sellato. Arrivo alle rocce che affiorano, quelle che formano la Poire. Sono lanciato e continuo a salire con perfetta armonia e tranquillità. Mi guardo attorno e mi sento così lontano da tutti. “Carlo…”: una voce mi chiama. Percorro con lo sguardo il muro ghiacciato della Major e scorgo Bonatti, piccolo piccolo. Sono le 10 quando metto piede sulla vetta. Mi fermo ad aspettare Walter. Non vedo l'ora di incontrarlo per dirgli che ce l'abbiamo fatta…». Settembre 1976: Gian Piero Motti pubblica sulla Rivista Fila un articolo “dei suoi”, un Incontro con Carlo Mauri dove il Bigio si racconta così: «Sono stanco. Sono stanco di tutto questo mondo che invece di andare avanti torna indietro, sono stanco delle città industriali, dei luoghi comuni, di una certa politica, dell'ipocrisia borghese che rende complicate le cose semplici. Sono stanco di un alpinismo che ha in sé tutti i germi negativi della cultura occidentale: competizione, conquista, superamento costante, insoddisfazione, montagna vissuta come nemica da conquistare. Io non so se quest'alpinismo di tipo occidentale avrà vita lunga: certo mi pare un po' stanco, esaurito. Mi sembra che certe realizzazioni – invernali, solitarie, spedizioni extraeuropee – ormai siano un po' scontate e non esprimano nulla di nuovo, se non una più profonda insoddisfazione da parte degli alpinisti».

Nelle foto, dall'alto: 6 agosto 1958, Carlo Mauri sulla vetta del Gasherbrum IV; Carlo Mauri con Riccardo Cassin al bivacco Craveri lungo la Cresta di Peuterey (Monte Bianco); Carlo Mauri e Walter Bonatti lungo la ferrata del Pizzo d'Erna, nei pressi di Lecco

PORTFOLIO

Carlo alpinista esploratore fotografo

Carlo Mauri, il Bigio: alpinista, esploratore, fotografo

Arizona Monument Valley

Arizona, Monument Valley

Marco Polo 1972

Sulle tracce di Marco Polo, nel 1972

Iraq

Iraq

Kirghisi dell

Afghanistan, i Kirghisi

Transiberiana

Transiberiana

Australia - Aborigeni

Australia

Il Tigris sull

Il Tigris nell'Oceano Indiano

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mercoledì, 30 maggio 2007

SIMNANG HIMAL, BELLO E IMPOSSIBILE

postato da carlocaccia alle 10:08 in himalaya

LA SPEDIZIONE NAZIONALE UCRAINA, DOPO OLTRE 1000 METRI DI SCALATA, MOLLA LA PRESA SULLA PARETE SUD DEL PEAK P3

P3Niente bis, purtroppo. La spedizione nazionale ucraina in Nepal, dopo il notevole successo sulla nord-est dell'Himal Chuli (ne abbiamo parlato il 23 maggio), ha dovuto cedere all'assai problematica parete sud del Peak P3 del Simnang Himal, affacciata sul Lidanda Glacier nei pressi del Manaslu (una decina di chilometri a sud-est rispetto al colosso di 8163 metri). Ma andiamo con ordine, anche perché le ultime notizie rettificano in parte quanto pubblicato nei giorni scorsi. Piazzato, il 21 maggio, il campo 3 a quota 5800, il giorno seguente la squadra diretta da Vladimir Mogila è salita di un altro centinaio di metri su roccia ghiacciata (e verticale): impossibile procedere più in fretta. Durante il decimo giorno di scalata, però, la situazione meteorologica è drammaticamente peggiorata: le scariche di neve hanno invaso la parete rendendola temporaneamente inscalabile e, impossibilitati ad attendere condizioni accettabili vista la partenza ormai vicina, gli alpinisti hanno deciso di ritirarsi. «Il tentativo – spiega Mstislav Gorbenko – si è arenato dopo 1050 metri di progressione in parete, con la ripida cresta ghiacciata sommitale ormai a portata di mano. Ma ci è mancato il tempo necessario».

Nella foto, la parete sud del Peak P3 del Simnang Himal (www.day.kiev.ua)

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martedì, 29 maggio 2007

OTTOMILAOTTOCENTOQUARANTOTTO

postato da carlocaccia alle 09:52 in himalaya, frammenti di storia

Un numero magico, l'ultimo numero, la fine della terra, il grande sogno…

Everest_sud-ovest

«Nel 1953 si riuscì finalmente a realizzare l'impresa intorno a cui ci si era tanto affaticati. Il merito toccò alla spedizione britannica e del Commonwealth guidata da J. Hunt e composta da C.G. Wylie, W. Noyce, T.D. Bourdillon, A. Gregory, G.C. Band, E.P. Hillary, R.C. Evans, G. Lowe, M. Westmancott, M. Ward, L.G.C. Pugh, T. Stobart e Tensing Norkey come sirdar. La carovana, partita da Katmandu, giunse il 26 marzo a Tengpoche (Thyenboche) e vi rimase tre settimane per acclimatarsi, compiendo scalate in zona a montagne minori. A metà aprile il campo base fu posto a m 5336 e furono installati 8 campi fino al Colle Sud ed il campo IX sul crestone che adduce alla Cima Sud. Ben 34 sherpa d'altitudine contribuirono al trasporto ed alla installazione delle sette tonnellate di materiale di equipaggiamento alpinistico. Il 26 maggio, Evans e Bourdillon avanzarono fino a toccare la Cima Sud (m 8765), riuscendo così a vedere i m 250-300 di cresta che li separavano dalla vetta principale. Il giorno 28, Hillary e Tensing, appoggiati da Lowe, Gregory e Ang Nyima, partirono per la tenda del campo IX, che sostituirono, e vi trascorsero la notte preparando bevande su un fornelletto. Il 29 mattina partirono per l'attacco; alle ore 9 erano già sulla Cima Sud ed alle ore 11.30 raggiunsero la cima principale (m 8848), sostandovi per una quindicina di minuti, togliendo i respiratori e facendo fotografie. Il sogno di 32 anni di tentativi era stato finalmente realizzato. Tutto il mondo esultò» (dalla voce "Everest" dell'enciclopedia La montagna, Istituto Geografico De Agostini, Novara 1975-1977, vol. IV, pp. 56-57).

buzzati www provincia belluno itMa «c'è da essere contenti che sia stato conquistato l'Everest? È il 29 maggio 1953 veramente un giorno lieto per l'umanità? Era l'ultima occasione della nostra fantasia, la superstite rocca dell'ignoto, il residuo frammento di impossibile che la terra conservava… E adesso? Che resta da fare? La Terra non sembra diventata all'improvviso più angusta e squallida?» (così Dino Buzzati sul Corriere della Sera scrivendo della storica scalata, che oggi compie 54 anni). Come rispondere a tutte queste domande? Potremmo rifarci alle ultimissime di cronaca dal tetto del mondo. Oppure – meglio – lasciare la parola a Thomas F. Hornbein, citando qua e là dalla prefazione alla seconda edizione (1998) del suo Everest. The West Ridge ("Everest. La cresta ovest"), pubblicato in italiano nel 2003 dall'editore torinese Cda&Vivalda.

Hornbein www members cox net«In questo momento di "Everestmania" – scrive Hornbein –, le cose che mi ricordano di esserci stato davvero, sull'Everest, mi si ripresentano continuamente. Dal 1963 parecchie cose sono cambiate. Anche la montagna è cambiata. I gipeti, volando in cerchio, non possono non notare dall'alto il numero crescente di minuscole creature multicolori che stanno abbarbicate ai suoi fianchi. La notorietà ha modificato il rapporto tra l'Everest e l'uomo. Quando Willi e io raggiungemmo la vetta, il 22 maggio 1963 (per la parete sud-ovest, la cresta ovest e la parete nord lungo quello che oggi è noto come Hornbein Couloir, ndr), eravamo soli. Potevamo contare soltanto su noi stessi e dovevamo preoccuparci soltanto di noi. I miei sentimenti nei confronti di questo nuovo Everest sono ambivalenti. Se la mente riconosce l'inevitabilità di ciò che sta accadendo, il cuore si rattrista di fronte ad una tale evoluzione e rimpiange che dal luogo più alto della Terra sia scomparso il prezioso senso dell'avventura spirituale».

Nelle foto, dall'alto: l'Everest dal Nepal con la parete nord, la cresta ovest e la parete sud-ovest), Dino Buzzati (www.provincia.belluno.it) e Thomas F. Hornbein (www.members.cox.net)

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lunedì, 28 maggio 2007

MOUNT HUNTER, DOVE L'ALPINISMO RESPIRA A PIENI POLMONI

postato da carlocaccia alle 10:23 in nordamerica

IMPRESA DI BRACEY E HOUSEMAN SULLA PRESTIGIOSA CIMA ALSKANA: SECONDA SALITA DELLA VIA DEI FRANCESI SUL NORTH BUTTRESS

Summit-bracey-housemanJon Bracey, 30 anni, e Andrew Houseman, 25: li ricordate? Il primo lo abbiamo incontrato il 31 gennaio (in compagnia di Nick Bullock), del secondo abbiamo parlato il 13 febbraio (sempre con Bullock). Ora li ritroviamo insieme, freschi autori di un'impresa da antologia sul formidabile Mount Hunter, nel cuore di quell'Alaska dove l'alpinismo respira ancora a pieni polmoni. L'Everest? Ai cavalieri senza divisa e senza stendardo nulla importa di quella roba, mai e poi mani si sognerebbero di perdere tempo in quella bolgia, in quel girone dantesco che concede a piene mani momenti di vera bruttezza. L'alpinismo, ormai, si è rifugiato altrove e Bracey e Houseman l'hanno scovato lungo la Via dei francesi del North Buttress del gigante del Nordamerica, mettendo a segno la prima ripetizione di una linea fantastica aperta nel 1984 (in 4 giorni più 2 per la discesa lungo la cresta ovest, nella tempesta) dai transalpini Benoît Grison e Yves Tedeschi. Attaccata la via l'8 maggio, con tempo non eccezionale, quello stesso giorno Jon e Andrew sono riusciti a superare il couloir iniziale, "sfuggendogli" per una difficile lunghezza con tratti di ghiaccio strapiombante e proseguendo quindi per altri due tiri, fino ad un pendio nevoso. Impegnativa e lunghissima la seconda "giornata" in parete: una difficile scalata su misto ha rallentato la cordata e la mancanza di un posto adatto per passare la notte l'ha costretta a proseguire al buio fino alla sommità della headwall Andy-couloir-day-1(raggiunta alle 4 del mattino del 10 maggio). Avanti ancora, pausa pranzo (un paio d'ore) e poi sempre verso l'alto nonostante la stanchezza e finalmente, alle 21, ecco la vetta. L'11 maggio, come Grison e Tedeschi 23 anni fa, anche Bracey e Houseman sono tornati al campo base per la lunga e non semplice cresta ovest (l'itinerario della prima salita del Mount Hunter, riuscita a Fred Beckey, Heinrich Harrer ed Henry Meybohm nel 1954). Ricordiamo che il Mount Hunter, alto 4441 metri, si innalza poco a sud (13 chilometri) del Mount McKinley, appena a ovest (8 chilometri) del Mount Huntington e a est (15 chilometri) del Mount Foraker, dal quale lo separa la grandiosa lingua glaciale del Kahiltna Glacier. La Via dei francesi supera i 1200 metri del North Buttress a sinistra della celebre ed assai ambita Moonflower Buttress (Stump e Aubrey, 1981, fino all’ultima fascia rocciosa; Bibler e Klewin, 1983, con la cima; la via, ad oggi, risulta salita una ventina di volte fino alla sommità del pilastro e soltanto otto fino alla vetta della montagna: 1800 metri il dislivello complessivo con difficoltà di VI-, A3 e AI6). E attenzione: proprio a causa dell'illustre vicina, la Via dei francesi è stata per così dire "dimenticata" (la storica guida High Alaska la definisce "variante"), salvo destare l'attenzione di personaggi del calibro di Mark Westman che, dopo aver ripetuto la Moonflower Buttress in compagnia di Eamonn Walsh (rinunciando ai 4441 metri della vetta per la troppa neve), ha dichiarato che «la Via dei francesi, non soltanto secondo il sottoscritto, è la più superba e paurosa linea della parete. Lo dicono chiaramente anche i 23 anni trascorsi tra le due sue uniche salite».

Nelle foto, dall'alto: Jon Bracey e Andy Houseman in vetta al Mount Hunter dopo la prima ripetizione della Via dei francesi sul North Buttress (www.climbing.com); 8 maggio 2007: Andy impegnato lungo il couloir iniziale della via (www.climbing.com)

Andy-crux-overhangingice

Andy Houseman supera la strapiombante lunghezza chiave (l'ultima) del couloir iniziale della via (www.climbing.com)

Jon-second-pitch-headwall

Jon lungo la difficile headwall della Via dei francesi (www.climbing.com)

Mount Hunter www supertopo com

Il selvaggio e complesso versante nordoccidentale del Mount Hunter, con il tracciato della via "normale" lungo la cresta ovest e, all'estrema sinistra, il profilo del North Buttress (www.supertopo.com)

North Buttress

Veduta "frontale" dei 1200 metri del North Buttress del Mount Hunter: evidenziata la celebre Moonflower Buttress con le varianti d'attacco. Alla sua sinistra sale la Via dei Francesi (www.supertopo.com)

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venerdì, 25 maggio 2007

IL LIBRO D'ORO DELL'ALPINISMO/1

postato da carlocaccia alle 09:50 in frammenti di storia

CIMA OVEST DI LAVAREDO (2973 m), PARETE NORD, VIA CASSIN-RATTI (1935)

Cassin Ovest 1PREMESSA - Molti lettori potrebbero aver pensato che la nostra fatica quotidiana sia tutta per loro. Ecco: non è vero. Lo scopo principale del nostro lavoro è un altro: fare chiarezza nella nostra testa. Proprio così: prima che per gli altri, scriviamo per noi stessi. Un esempio. Due giorni fa raccontavamo della spedizione nazionale ucraina all'Himal Chuli e al Peak P3, corredando il tutto con un paio di cartine. Perché? Per i lettori, sì, ma soprattutto per noi, nel segno di una ricerca personale che riempie di gioia, che è come un castello al quale ogni giorno si aggiunge un mattone. Vi siete arrabbiati? Vi sentite per caso improvvisamente messi da parte? Trascurati? Se le cose stanno così vi chiediamo umilmente scusa. Ma continueremo lungo la nostra strada, lungo una via che proprio oggi è arrivata ad una tappa importante: la prima "puntata" di una rubrica che, comunque, speriamo di vostro gradimento. Il nome l'avete già letto qui sopra e allora non ci resta che spiegare di cosa si tratta. Ebbene: di tanto in tanto (il venerdì, naturalmente) sceglieremo una grande – ma non sempre, visto che anche nelle piccole cose si nascondono spesso particolari interessanti... – via delle Alpi e andremo a scoprirne i salitori. Non i primi, però, ma i secondi, i terzi, i quarti... fino a dove, di volta in volta, ci sarà concesso. Temete di annoiarvi? In tutta sincerità pensiamo proprio che sia una paura infondata anche perché, da parte nostra, non vi risparmieremo commenti e osservazioni (di ogni genere), tralasciando quando possibile tutto ciò che, in qualche modo, è già stato detto. Da dove cominciare, dunque? Tornate sopra e leggete: dalla Cassin-Ratti sulla parete nord della Cima Ovest di Lavaredo. Un capolavoro, una pietra miliare dell'alpinismo dolomitico che ci è sembrata un buon trampolino per la nostra rubrica, un'ottima scusa per riempire la prima pagina del nostro "libro d'oro". E vi confessiamo che, passando dalle lontane vette dell'Himalaya e del Karakoram ai più familiari monti pallidi, il cuore e la mente provano qualcosa che è difficile da spiegare: l'aria, a 3000 metri, è molto più piena e gustosa che 5 o quasi 6 chilometri più in alto... Ma non indugiamo (ci attende una grande avventura!) e andiamo immediatamente a leggere le parole di Gino Buscaini a pagina 222 del suo Le Dolomiti Orientali. Le 100 più belle ascensioni ed escursioni (Zanichelli, Bologna 1984), nel quale la Cassin-Ratti sulla nord della Cima Ovest di Lavaredo, a braccetto con la Couzy sulla stessa muraglia, occupa la 95esima posizione (le 100 proposte sono in ordine crescente di difficoltà).

Cassin OvestLA VIA - «La risoluzione del problema della prima ascensione della parete – scrive Buscaini – avvenne sotto il segno della concorrenza. Tedeschi attendati addirittura ai piedi della parete, italiani che attaccarono nella nebbia, gara di scalata con pendoli e varianti per arrivare primi al punto chiave, alla famosa lunghezza obliqua il cui passaggio costò a Cassin sette ore di sforzo per quaranta metri di arrampicata. Chi va a ripetere questa via oggi ha in genere un po' di tempo anche per riflettere su questi lati dell'alpinismo». Segue il commento tecnico: «Dislivello: 450 m. Difficoltà: ED-. Bella e arditissima arrampicata in gran parte libera, estremamente esposta, su roccia buona. Le maggiori difficoltà sono concentrate in 8 lunghezze di corda».

Cassin Ovest 3I NOMI E LE DATE – 1ª. Riccardo Cassin e Vittorio Ratti, 28-30 agosto 1935, in 54 ore di cui 27 (o 29?) di arrampicata effettiva, piantando 60 chiodi e lasciandone 45; 2ª. Hans Hintermeier e Sepp Meindl (si tratta dei "rivali" che inseguirono per un tratto Cassin e Ratti durante la prima ascensione), 2-3 settembre 1935, in 27 ore; 3ª. Gino Soldà e Raffaele Carlesso, agosto 1936, in 22 ore; 4ª. Fritz Kasparek (uno dei primi salitori della nord dell'Eiger) e Richard Reinagl, 12-13 agosto 1937, in 18 ore (con variante mediana, ultima salita prima della parentesi bellica, ); 5ª. Ettore Costantini e Luigi Ghedina, 29 luglio 1945, in 13 ore (prima salita senza bivacco); 6ª. Albino Alverà e Ugo Pompanin, 27-28 agosto 1945, in 18 ore (seconda salita realizzata da cortinesi; fu Pompanin, a quanto pare, ad appendere lungo la via il dissacrante cartellino "È pericoloso sporgersi", volando subito dopo per 20 metri con rottura parziale della corda); 7ª. Otto Eisenstecken ed Erich Abram, 11-12 settembre 1949, in 15 ore; 8ª. Andrea Oggioni e Josve Aiazzi, 30 giugno e 1° luglio 1950, in 15 ore; 9ª. Marino Stenico e C. Claus, 22-23 luglio 1950, in 16 ore; 10ª. Erich Waschak e Leo Forstenlechner, 8 agosto 1950, in 10 ore e 45 minuti (seconda salita senza bivacco; la cordata austriaca, nello stesso anno, mise a segno la quarta salita – con una variante prima della "Traversata degli dei" – della nord dell'Eiger); 11ª. M. Lobenhofer e R. Scheiter, 7-8 agosto 1950, in 20 ore; 12ª. Georges Livanos e Robert Gabriel, 7-8 agosto 1950, in 22 ore; 13ª. Gino Soldà e Vanno Moretti, 24 agosto 1950, in 9 ore e 30 minuti (terza salita senza bivacco: mai nessuno era stato così veloce; Soldà diventa il primo alpinista ad aver percorso due volte la via); 14ª. Martin Schliessler e Karl Sohler, 24-25 agosto 1950, in 14 ore; 15ª. Hermann Buhl e Kuno Rainer, 8-9 ottobre 1950, in 11 ore (salita compiuta a stagione avanzata, con la parete in condizioni pressoché invernali); 16ª. Raimund Heinzel e J. Nemeth, 4 luglio 1951; 17ª. Hans Gselmann e Sepp Huber, 29 e 30 agosto 1951 (prima ripetizione integrale: la cordata percorse anche il tratto iniziale originale, che dopo la prima ascensione non era mai stato ripreso); 18ª. Lino Lacedelli e Albino Michielli; Guido Lorenzi e Beniamino Franceschi, 9 settembre 1951; 19ª. Erich Abram e Florian Rabanser, 16 settembre 1951, in 7 ore e 30 minuti (nuovo "record" di velocità che scalza quello di Soldà; Abram diventa il secondo alpinista ad aver percorso due volte la via: nel 1955 sarebbe diventato il primo ad averla percorsa tre volte); 20ª. Hans Wörndl e S. Doll, 19 luglio 1952, in 14 ore e 30 minuti; 21ª. Walter Bonatti e Carlo Mauri, 22-24 febbraio 1953 (prima ascensione invernale); 22ª. Hans Wörndl e Konrad Hollerieth, 15-16 marzo 1953 (seconda ascensione invernale e seconda personale per Wörndl); 23ª. Gaetano Maggioni, Carlo Rusconi e tale Bianchi, 12-13 agosto 1953; 24ª. Toni Egger e Gottfried Meyer, luglio 1954; 25ª. W. Fleischmann e Max Niedermann, 4 agosto 1954, in 11 ore (probabile seconda ripetizione integrale, con attacco originale dei primi salitori).

OSSERVAZIONI – È interessante un confronto tra la Cassin-Ratti sulla Cima Ovest e la Comici-Dimai sulla Cima Grande, visto che quest'ultima, allo scoppio della seconda guerra mondiale, contava già oltre 30 salite (tra cui la prima solitaria, la prima invernale e la prima femminile) contro le 4 della "cugina". Aggiungiamo che la Cassin-Ratti, nel 1950, conobbe un successo fino a quel momento negatole, essendo stata percorsa 8 Cassin ovest 2volte contro le 7 dei 15 anni precedenti. Da notare inoltre i pochi successi senza bivacco, il fatto che fino alla 23esima salita non compaia nessuna cordata di tre alpinisti, l'unica ascensione francese (quella di Livanos e Gabriel) e le due invernali in meno di un mese. Una breve nota (cattivella ma assai illuminante...) pubblicata nel 1956 sulla Rivista del Club alpino italiano ci fa sapere che «le salite di quest'anno (1955, ndr) fanno ammontare il numero totale a circa 40. Al principio dell'estate un gruppo degli "Scoiattoli" di Cortina ha tolto 65 chiodi. E. Abram ha compiuto la sua terza scalata di questa parete; però ha dovuto bivaccare, mentre precedentemente aveva compiuta la salita in ore 7.30, prima delle schiodature». Ultime informazioni, per finire in bellezza: la probabile prima solitaria, del 21 agosto 1955, porta la firma di Hans Frisch; l'autore della seconda (20 settembre 1959) e della terza (24 luglio 1961) salita senza compagni è stato il belga Claudio Barbier; la prima femminile, del 24 agosto 1961, è stata appannaggio di Graziella Cesarin in cordata con Gianni Mazzenga; la prima salita in libera (6c/7a) è riuscita al francese Jean-Claude Droyer (era il 1979) e la prima libera a vista, slegato, resta uno dei capolavori dell'austriaco Much Mayr (29 luglio 2002).

Nelle immagini, dall'alto: lo schizzo della parete nord della Cima Ovest di Lavaredo come appare nella guida, di Antonio Berti, Le Dolomiti Orientali (volume I, parte 2ª) della collana "Guida dei monti d'Italia" (Cai-Tci, 1973); la parete, con il tracciato della Cassin-Ratti (foto tratta dal volume Vie e vicende in Dolomiti, di Ivo Rabanser e Orietta Bonaldo, pubblicato dalle Edizioni Versante Sud nel 2005); Vittorio Ratti (a sinistra) e Riccardo Cassin dopo la prima ascensione e, infine, uno scatto d'epoca dell'esposto traverso sopra i tetti

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giovedì, 24 maggio 2007

DUE AGGIORNAMENTI (DAI MAGNIFICI OTTOMILA)

postato da carlocaccia alle 09:12 in himalaya, karakoram

K2: IL CATALOGO È QUESTO

K2 logoPer i più curiosi: ecco la lista dei membri della spedizione nazionale russa alla parete ovest del K2, partita da Mosca il 20 maggio (ne abbiamo parlato lunedì 21). Il leader (in realtà già annunciato): Viktor Kozlov (nel 2004 sulla nord dell'Everest). Il preparatore: Nickolay Cherny (nel 2004 sulla nord dell'Everest). Gli alpinisti: Serguey Penzov (da Severodvinsk), Viktor Volodin (da Mosca, nel 2004 sulla nord dell'Everest), Valery Shamalo (da San Pietroburgo), Dmitry Komarov (da Mosca), Pavel Shabalin (da Kirov, nel 2004 sulla nord dell'Everest), Iljas Tukhvatullin (da Podolsk, nel 2004 sulla nord dell'Everest), Andrey Mariev (da Togliatti, nel 2004 sulla nord dell'Everest), Vadim Popovitch (da Nizhny Tagil), Gleb Sokolov (da Novosibirsk, nel 2004 sulla nord dell'Everest), Vitaly Ivanov (da Novosibirsk), Vitaly Gorelik (da Novosibirsk), Eugeny Vinogradsky (da Yekaterinburg, nel 2004 sulla nord dell'Everest), Alexey Bolotov (da Yekaterinburg, nel 2004 sulla nord dello Jannu), Nickolay Totmjanin (da San Pietroburgo, nel 2004 sulla nord dello Jannu), Gennady Kirievsky (da Magnitogorsk, nel 2004 sulla nord dello Jannu) e Alexander Korobkov (da Nizhny Tagil). Il medico: Serguey Bychkovsky (da Yekaterinburg, nel 2004 sulla nord dell'Everest). Gli addetti alle riprese video: Igor Borisenko (da Mosca, nel 2004 sulla nord dell'Everest) e Vladimir Kochurov (da Kirov). Il fotografo: Vladimir Kuptsov (da Mosca, nel 2004 sulla nord dell'Everest). Il corrispondente televisivo: Oleg Ushakov. E per finire il responsabile del comitato organizzatore: Viktor Pleskachevsky (da Mosca). Vista la portata del progetto, nel classico stile russo, vi promettiamo fin d'ora precisi aggiornamenti periodici.

RALF DUJMOVITS HA FATTO DODICI

Poche righe, giusto per rivedere la classifica (pubblicata il 28 marzo) dei salitori di almeno 10 Ottomila. Il 19 maggio, dopo un primo tentativo fermato dalla troppa neve, il tedesco Ralf Dujmovits ha raggiunto la vetta del Manaslu (8163 m), sua dodicesima perla della “corona dell'Himalaya”. Con lui il giapponese Hirotaka Takeuchi, che adesso vanta in bacheca 9 dei 14 colossi, e poi un nutrito gruppo di amici (come le vecchie gite del Cai, quelle meravigliose uscite di una volta col pullman “gran turismo”...). Scherzi a parte: alla collezione di Ralf, che nelle prossime settimane tenterà il bis personale sul K2 (8611 m) in cordata con la compagna, anche nella vita di tutti i giorni, Gerlinde Kaltenbrunner, ora mancano soltanto il Lhotse (8516 m) e il Makalu (8463 m).

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mercoledì, 23 maggio 2007

HIMAL CHULI, LA VITTORIA DEI GUERRIERI DELL'EST

postato da carlocaccia alle 09:32 in himalaya

VETTA E VIA NUOVA PER LA SPEDIZIONE NAZIONALE UCRAINA, CHE FA SUA LA PRIMA ASSOLUTA DELLA PARETE NORD-EST DEL COLOSSO HIMALAYANO

Himal Chuli www bergdias deIl primo sogno è diventato realtà: sabato 19 maggio 2007, alle 9.30, gli ucraini Serguey Pugatchev, Andrey Kinko, Maxim Perevalov, Serguey Boublik, Vladimir Roshko e Yuri Kilichenko hanno raggiunto, senza ossigeno supplementare, la vetta dell'Himal Chuli, che con i suoi 7893 metri è la diciottesima montagna più alta della terra. Ai loro piedi stava una via nuova sulla problematica e finalmente non più inviolata parete nord-est del colosso himalayano, che si innalza a sud-est del Manaslu (da cui dista poco meno di 20 chilometri). LE FASI FINALI DELLA SCALATA - Il 17 maggio, superato il punto massimo toccato in occasione di precedenti tentativi, Boublik e Roshko riuscivano a piazzare le corde fisse sul dente roccioso a 7500 metri, oltre il quale la via presentava camini di ghiaccio inclinati fino a 70 gradi. Il giorno seguente, partiti alle 3.30, Pugatchev e soci risalivano le fisse, per sbucare a quota 7700 sulla cresta sommitale. Da lì alla vetta è Gorbenko e Simonenko www day kiev ua"bastato" un balzo di 193 metri: l'ultimo sforzo per completare una linea grandiosa che, oltre ad una sezione di 1000 metri caratterizzata da un'inclinazione media di 60°, presenta un dislivello complessivo di oltre 4 chilometri. LA DISCESA - Toccata la cima la squadra si è concessa un attimo di riposo, senza però indugiare: alle 10.10 i "guerrieri" ucraini si sono lanciati a ritroso lungo l'itinerario appena aperto, raggiungendo il campo 5 e quindi, alle 20, il campo 4, situato in un luogo sicuro a 6800 metri sulla "grande barriera". Il mattino seguente gli alpinisti si sono poi diretti verso il campo 3, a quota 6200 sul plateau superiore della montagna, e quindi a valle. IL SECONDO SOGNO - Ma attenzione: la Spedizione nazionale ucraina 2007 - guidata da Valentin Simonenko e composta inoltre da Mstislav Gorbenko, Vladimir Mogila, Vladimir Klebansky, Alexander Lavrinenko e Taras Tsushko – ha anche un secondo sogno, P3probabilmente più "innovativo" della nord-est dell'Himal Chuli. Si tratta (ne abbiamo parlato il 4 aprile) della rocciosa parete sud del Peak P3 del Simnang Himal, dalla quale siamo in attesa di ulteriori notizie. Per ora sappiamo che, superati 170 metri di compatta muraglia verticale tra il 17 e il 18 maggio, gli alpinisti hanno continuato oltre quota 5800, portando in alto il necessario per attrezzare il campo 2. Ma dove si trova il Peak P3? È presto detto. Dalla vetta del Manaslu (8163 m), procedendo per 5 chilometri lungo la cresta sud, si scende fino al Punggyen Col (5650 m) e si risale fino al Peak 29 (o Dakura), alto 7835 metri. A ovest il Peak 29 scende fino al Thulagi Glacier, luogo del campo base della spedizione del 1972 alla parete sud-ovest del Manaslu (in vetta giunse Reinhold Messner), mentre a est presenta una cresta che, segnalata come Simnang Himal su alcune carte nepalesi, oltre a dividere il Punggyen Glacier a nord dal Lidanda Glacier a sud, è caratterizzata da tre cime chiamate, da ovest a est, P1, P2 (6251 m) e P3. Quest'ultima, con la sua notevole parete sud che precipita sul Lidanda Glacier, si trova quindi ad appena 9,5 chilometri, in direzione sud-est, dalla vetta del Manaslu, a metà strada tra l'ottava montagna del pianeta e l'Himal Chuli.

Nelle foto, dall'alto: l'Himal Chuli (www.bergdias.de), Mstislav Gorbenko (a sinistra) e Valentin Simonenko prima della partenza della spedizione (www.day.kiev.ua) e la parete sud del Peak P3 (www.day.kiev.ua)

Himal Chuli

Per orientarsi. Qui sopra, il gruppo del Manaslu (8163 m) con il Peak 29 (7835 m) e l'Himal Chuli (7893 m). Sotto, "particolare" della stessa zona con, evidenziati, il Manaslu, il Punggyen Col, il Peak 29 e il P1, il P2 e il P3

Peak P3

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martedì, 22 maggio 2007

EVEREST, TRAGEDIA SULLA SUD-OVEST

postato da carlocaccia alle 09:50 in himalaya

I COREANI OH HEE-JOON E LEE HYUN-JO, DELLA SPEDIZIONE DI PARK YOUNG-SEOK, PRECIPITATI SENZA SCAMPO DA QUOTA 8250

Oh Hee-JoonEd eccoci (rieccoci) all'Everest: non friggevamo dalla voglia di parlarne (altre novità dalle montagne del mondo, ben più intriganti, sono in lista d'attesa) ma l'ostacolo, data la sua gran mole, non poteva essere evitato. Non siamo però qui per raccontare dei successi, per elencare nomi e nazionalità (magari lo faremo più avanti, visto che il Chomolungma finirà ancora sotto i nostri riflettori). La "nostra" notizia di oggi, pescata nel caos infernale di chiacchiere in diretta quotidiana dalla ex Dea Madre della Terra, è che i coreani Oh Hee-Joon, 37 anni (nella foto, www.mounteverest.net), e Lee Hyun-Jo, 34, tra i sette membri della spedizione di Park Young-Seok alla parete sud-ovest della più alta montagna del pianeta, il 17 maggio sono precipitati senza scampo da quota 8250. I due alpinisti, in base alle informazioni in nostro possesso, superata la parete vera e propria per una linea nuova (fino a quota 7700), stavano procedendo lungo la difficile cresta ovest, salita per la prima volta nel 1979 dagli sloveni Stremfelj e Zaplotnik (per ulteriori informazioni rimandiamo all'articolo del 14 maggio), ma qualcosa è andato storto. Oh Hee-Joon, tra i migliori alpinisti del suo paese e grande amico di Park Young-Seok (l'ottavo uomo al mondo riuscito a completare la serie dei 14 giganti dell'Himalaya e del Karakoram), vantava la salita di ben 10 Ottomila, 4 dei quali scalati nel 2006: l'Everest (da nord) l'11 maggio, i due Gasherbrum durante l'estate e il Manaslu il 20 ottobre. E proprio per questa "rincorsa", terminata ad autunno inoltrato e della quale non ci eravamo accorti (scusate...), il forte coreano non figura nell'elenco dei salitori di almeno 10 Ottomila che abbiamo pubblicato nelle scorse settimane e che, tra qualche mese, aggiorneremo con tutte le novità del 2007. Ricordiamo, per finire, che durante la prossima stagione estiva Oh Hee-Joon avrebbe tentato il Nanga Parbat: il gigante di 8125 metri che con il Kangchenjunga (8586 m), il Makalu (8463 m) e il Dhaulagiri (8167 m), gli mancava per chiudere la più invidiata - anche se ormai assai poco originale: perdonate la pedanteria... - "collezione" di cime.

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lunedì, 21 maggio 2007

K2, IL DADO È TRATTO

postato da carlocaccia alle 09:35 in karakoram

RIFLETTORI PUNTATI SULLE PARETI OVEST, NORD E SUD DEL GIGANTE DEL KARAKORAM: DOPO GLI ANNIVERSARI, LONTANO DALLA FOLLA DELL'EVEREST, L'ALPINISMO VERO STA PER ALZARE LA VOCE

K2 parete ovestLa spedizione russa alla parete ovest del K2 ha mollato gli ormeggi. La squadra di 16 alpinisti, guidata dal veterano Viktor Kozlov, già leader delle vittorie sul Lhotse Middle nel 2001 e sulla nord dell'Everest nel 2004, è partita ieri, domenica 20 maggio, da Mosca alla volta di Islamabad. L'obiettivo è chiaro: forzare il cuore del versante occidentale della seconda vetta del pianeta, superando i 1200 metri della ripida muraglia rocciosa che caratterizza la parete da quota 7000 a quota 8200. La squadra, composta sia da uomini che sugli Ottomila sono di casa sia da "novizi" cresciuti sui Settemila dell'ex Unione Sovietica, si dividerà in quattro cordate di altrettanti alpinisti ciascuna, che lavoreranno senza l'aiuto di portatori, senza ossigeno supplementare ma piazzando le corde fisse e i campi d'alta quota: la ricetta giusta, secondo il capospedizione, per non fallire. Lo stesso Kozlov, con Pavel Shabalin, Piotr Kuznetsov e Vassily Yelagin, ha già compiuto un sopralluogo per verificare l'accesso e la linea di salita. Shabalin, in un'intervista ad Alp (n. 240, marzo 2007), ha dichiarato che "la roccia sembra simile a quella delle Torri di Trango, molto solida. Non abbiamo visto niente che si staccava dalla parete. A quota 8200 la pendenza diminuisce leggermente ma, fino a quell'altezza, le difficoltà rimangono elevatissime. Il tracciato che abbiamo individuato non incrocia altre vie e non è mai stato tentato". Ma i 16 russi, sulla ovest del Chogorì, non saranno soli: a tentare la grande parete, come abbiamo dettagliatamente raccontato il 9 marzo, ci sarà anche il terzetto composto dal polacco Piotr Moravski e dagli slovacchi Peter Hámor e Dodo Kopold (che nelle ultime settimane si è già mangiato il Cho Oyu e lo Shisha Pangma). Il terzetto – riprendiamo quanto già scritto – partirà il 18 giugno alla volta del Pakistan dove, per acclimatarsi, punterà innanzitutto alla Kinshofer sulla parete Diamir del Nanga Parbat. L'attacco al K2 è quindi previsto per metà luglio. Lo stile: "La nostra sarà una scalata veloce – ha spiegato Morawski –, in quanto la parete è piuttosto pericolosa. Il tutto senza portatori d'alta quota, ossigeno supplementare e con le corde fisse ridotte al minimo indispensabile".

K2_North_Face

Restiamo sul K2 ma passiamo dalla parete ovest alla nord - terribile soltanto a vederla, a sinistra dello spigolo dei giapponesi - per ricordare l'obiettivo da favola dei kazaki Denis Urubko e Serguey Samoilov che puntano ad una scalata in velocità, in puro stile alpino, sfruttando l'esperienza maturata nel 2005 sul Broad Peak e nel 2006 sul Manaslu. Così Denis, sognando ad occhi aperti, il 23 febbraio scorso: "Ora sento che il momento è arrivato: quest'estate sarò ai piedi della grande montagna e arriverò in cima per la parete nord. Serguey mi ha detto che con un pazzo come me è pronto ad arrampicare ovunque. Ci divertiremo un mondo! In sintesi: K2 (8611 m), parete nord, Denis Urubko e Serguey Samoilov in stile alpino, attacco a 5300 metri, dislivello 3300 metri, M6 (circa), 6b su roccia (circa), tratto più tecnico la parete rocciosa quasi verticale tra 6600 e 7000 metri, tratto più difficile la cresta da 8000 metri alla vetta, nessun tentativo precedente. Questo è tutto".

K2

E per finire eccoci a tu per tu con la parete meridionale, dove una magnifica triade di vie – Magic Line, Kukuczka-Piotrowski e ÄŒesen – è il lato incredibilmente, spaventosamente, paradossalmente luminoso dell'annata più nera della storia del K2: quel 1986 che, concedendo quei tre magnifici successi, non lasciò però sfuggire dai fianchi della grande montagna John Smolich, Alan Pennington, Liliane Barrard, Maurice Barrard, lo stesso Tadeusz Piotrowski, Renato Casarotto, Wojciech Wroz, Mohammed Ali, Julie Tullis, Alan Rouse, Alfred Imitzer, Hannes Wieser e Dobroslawa Wolf. A tutto questo gli uomini dell'est, che sognano le pareti ovest e nord, avranno forse pensato e, probabilmente, ci avranno pensato anche gli uomini dell'ovest, che sognano la parete sud: sono gli americani Bill Pierson e Fabrizio Zangrilli, intenzionati a salire una linea diretta, a destra della Magic Line fino ad incrociarla, per poi proseguire sul versante occidentale. Il loro sogno, in stile alpino, passa per una headwall di 600 metri (tra quota 7400 e quota 8000) e, dopo l'esperienza del 2005 quando la cordata superò quasi 2000 dei 3000 metri della via, potrebbe finalmente diventare realtà.

 Nelle foto, dall'alto: il K2 da ovest (con l'impressionante fascia rocciosa, www.russianclimb.com), da nord e da sud

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venerdì, 18 maggio 2007

SPIGOLANDO/5

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CASSARÀ E PIUSSI, UNA CORDATA IRRIPETIBILE

cassaraplanet«Di notte (di giorno non ne avevo il tempo e la calma) scrissi di René Desmaison, Carlo Mauri, Adolfo Rey, Alessio e Attilio Ollier, Michel Darbellay e Ignazio Piussi»: così il compianto Emanuele Cassarà (1929-2005) parlando delle sue “Storie di montagna”, apparse nel 1967 sulla “terza pagina” del quotidiano Tuttosport. Il faccia a faccia con Piussi, l'indomabile friulano classe 1935, uscì il 18 maggio, esattamente 40 anni fa: come potevamo lasciarci scappare una “ricorrenza” del genere? Impossibile. Così eccoci a proporre un esempio di quello che fu il giornalismo d'assalto di Cassarà, un pezzo dal ritmo incalzante e senza mezze misure, con qualche dettaglio (e qualcosa in più…) da rivedere, ma che vale comunque la pena rileggere. Giusto perché documento originale firmato da un «testimone degli ultimi intensi bagliori di un alpinismo fatto a mano, dove i protagonisti erano individui ben caratterizzati, spesso isolati, quasi sempre originali» (così scrive Enrico Camanni nella prefazione del volume Un alpinismo irripetibile, antologia degli scritti di Cassarà pubblicata dalle Arti Grafiche San Rocco nel 1996). «Le cronache di Cassarà – citiamo ancora Camanni – sono sanguigne e prorompenti, segnate dalle iperboli e dalla passione, talvolta delicate e profondamente umane, quasi mai neutrali. Il suo giornalismo – come i suoi personaggi – è figlio di un'epoca dove non sembra esserci spazio per azioni mediocri, per tiepidi sentimenti, per facili rinunce». Ma, e ora tocca a Cassarà, «erano tempi così, eravamo così. Potrebbero ritornare tremila persone ad attendere un Walter Bonatti in Val Ferret (dopo le Jorasses)? E potrebbero partire cento giornalisti per Katmandu, per ascoltare le parole di un Reinhold Messner (dopo il suo ultimo “ottomila”)?». Pensieri su cui meditare... Prima, però, come fecero 40 anni fa decine di migliaia di lettori (della carta stampata), noi che oggi siamo soltanto alcune centinaia (e ci troviamo davanti al computer), siamo invitati a fare conoscenza con Ignazio Piussi, il “fuocatore”.

piussi www tarvisiano org«Ignazio Piussi di Tarvisio. Dobbiamo rendergli giustizia. Lavora all'Enel di Pieve di Cadore, è sposato, ha un figlio di un anno. È alto un metro e ottantadue, le mani larghe come la faccia e la modestia di un ex cavatore. La sua specialità è accendere il fuoco sulle pareti a strapiombo. Un fuocatore. Per scaldarsi si porta la legna da ardere. È l'alpinista più bravo che abbiamo in Italia, una carriera di vittorie, però lui si nasconde, la gente non lo conosce, i giornali lo ignorano, lui fa l'impiegato all'Enel e alla domenica apre difficili vie di sesto grado sulle Dolomiti. L'hobby dei suoi week-end. Va a ripetere la Scotoni […]. La “prima” era stata degli Scoiattoli di Cortina, Lorenzi, Ghedina e Lacedelli. C'è un passaggio inaccessibile. Gli Scoiattoli s'erano messi in tre, uno sulle spalle dell'altro, piramide umana, per trovare l'appiglio buono […]. “Ma tu non hai dovuto fare la piramide, col tuo compagno?”. “Quale piramide, non so niente di piramidi, io. Con un po' di calma sono passato”. Con Julien aveva tentato il Pilone, nell'estate del '61. Ma il sacchetto dei chiodi era volato. Ignazio s'aggirava per Courmayeur, le ferie stavano per terminare. Incontrò Desmaison […] e ripartirono. Si imbatterono in una cordata […] capeggiata da Bonington […]. Fu gara esplicita sulla parete. Piussi e Desmaison arrivarono ufficialmente “secondi”. Ma che importa? Importa, invece, che per l'intera salita a guidare la cordata – di cui faceva parte il campionissimo francese Desmaison – fu Ignazio Piussi […]. Gigante buono e semplice, friulano come Primo Carnera, Ignazio ha risolto anche l'antico dilemma se sono più difficili le Alpi Occidentali o le Dolomiti. Dopo la Scotoni, ecco la direttissima alla Torre Trieste, poi […] la direttissima al Piccolo Mangart; quindi le Lavaredo. Infine è venuto a Courmayeur ed ha scalato il Grand Capucin e il Dru di Bonatti, poi il Pilone. Così ora siamo tutti d'accordo, dolomitisti e occidentalisti, su Piussi, naturalmente. Che parla poco. Bisogna strappargli certi particolari. Come alcuni dettagli esemplari sulla sua salita invernale alla Nord Ovest della Civetta, via Solleder. Toni Hiebeler, tedesco famoso […], si dimentica di dire che alla Civetta chi ce l'ha portato è stato Ignazio Piussi. Portato, letteralmente. Erano in tre, c'era anche Redaelli. Doveva esserci Sorgato […]. Piussi prese, come si dice in gergo ciclistico, la testa del gruppo e non la mollò più. Non me la fecero mollare, si lamenta il nostro. Era febbraio, trenta sotto zero. Lui non la sa raccontare bene, bisogna accontentarsi. “Quando sono volato si prese una bella paura…”. “Chi?”. “Hiebeler, dovetti confortarlo un bel po'”. “Ma non fu lei a volare?”. “Sì, ma mi fermai dopo quattro metri, frenai a quattro zampe. Se avessi dato lo strappo, con quei due chiodini infilati male, sarebbe finito tutto lì”. “Cosa si prova a volare?”. “Niente. Quando ci si ferma si è contenti. Non ci sono idee in testa, non si pensa. Si è soddisfatti di essere fermi. Ma fu prima che soffrimmo”. “Perché?”. “Ci mancò la benzina per i fornelletti. Senza benzina niente acqua e senza acqua si muore o si torna indietro, se si può”. “Allora?”. “Avevo i cunei di legno. Con un cuneo si può scaldare l'acqua, così si beve e si mangia”. “Mi spieghi”. “C'è poco da spiegare. Si prende il cuneo e col coltello si ritagliano piccole schegge, sottili, degli stecchini. Se ne fa un mucchietto, si accendono e l'acqua si scalda. Col fuoco e l'acqua la vita continua. In parete basta un gradino, per il fornello. Avevo molti cunei di legno. Me ne porto sempre, non si sa mai…”».

Nella foto in alto, Emanuele Cassarà (www.planetmountain.com). Qui sopra, Ignazio Piussi al vertice della parabola (www.tarvisiano.org)

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