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venerdì, 29 giugno 2007

SPIGOLANDO/6

postato da carlocaccia alle 09:45 in frammenti di storia

"CON TUTTO QUEL VUOTO INTORNO MI SEMBRA QUASI DI ESSERE UN ASTRONAUTA NEL COSMO"

Un titolo che non è un titolo. Una frase efficace, però. "Con tutto quel vuoto intorno mi sembra quasi di essere un astronauta nel cosmo": parola di Bepi de Francesch (così, con la "d" minuscola) che oggi vogliamo ricordare a modo nostro. Avremmo potuto lasciarlo in pace fino al 9 novembre, visto che proprio quel giorno ricorrerà il decennale della sua scomparsa, ma avremmo vissuto i prossimi mesi come una sorta di "conto alla rovescia", in attesa della data esatta (e col rischio di passare oltre, vista la nostra abitudine di "tenere a mente" senza mai pigliare appunti...). Ma come vogliamo ricordarlo? Semplice: andando a pescare, dalle pagine della Rivista mensile del Cai (1969), quello che l'"alpinista con le mani da strapiombi" (T. MAGALOTTI, Mani da strapiombi. Bepi de Francesch: un volto, una storia, Nuovi Sentieri, Belluno 2001) disse in quel di Trento durante la "Tavola rotonda" dell'edizione 1967 del Festival, giusto quarant'anni fa. Ricordiamo che al dibattito, che sarebbe dovuto svolgersi sul tema "Attualità e forme nuove dell'alpinismo classico" ma che finì col percorrere anche altre strade, oltre a Bepi presero parte, tra gli altri, Piero Nava, Toni Hiebeler, Carlo Mauri, Pierre Mazeaud, Carlo Graffigna, Michel Vaucher, André Contamine, Alfonso Bernardi, Nino Oppio, Silvia Metzeltin, Fulvio Campiotti, Paolo Consiglio, Franco Alletto, Emanuele Cassarà, Richard Goedecke, Heini Holzer, Reinhold Messner e Guido Tonella. Torniamo però a de Francesch: per chi volesse conoscerlo da vicino il citato volume di Magalotti è un'opera da non perdere, quasi monumentale. Per gli altri, invece, ricordiamo che il grande alpinista nacque il 6 marzo 1924 a Cugnan di Ponte nelle Alpi (Belluno) e che, prima Istruttore nazionale di alpinismo (1955) e poi Guida alpina (1957), fino al 1980 prestò servizio presso la Scuola alpina delle Fiamme Oro di Moena. E tra le sue circa 50 creazioni sulle muraglie dolomitiche segnaliamo, in quanto modelli di uno stile e di un'epoca – quella dell'artificialismo spinto alle sue estreme conseguenze –, la via (350 m, V+ e A2) sulla parete meridionale della Cima Sud dei Mugoni (2793 m, Catinaccio) aperta con Franz Innerkofler tra il 2 e il 3 agosto 1954, la via "Olimpia" (250 m, V+ e A2) sulla parete est del Catinaccio (2981 m) scalata con Quinto Romanin dal 1° al 3 settembre 1960, la via "Italia '61" (480 m, V e A2) nel settore sinistro della parete sud del Piz de Ciavazes (2831 m, Sella) risolta con Cesare Franceschetti, Quinto Romanin ed Emiliano Vuerich dal 12 al 14 settembre 1961, la "Via del Concilio" (400 m, V, A2 e A3) nel cuore della parete ovest della Roda de Vaèl (2806 m, Catinaccio) salita con il terzetto appena menzionato dal 6 al 9 settembre 1962, la via (740 m, VI e A2) sulla parete nord della Cima De Gasperi (2994 m, Civetta) aperta con Georges e Sonia Livanos, Jean Belleville, Jacques Martin e Maurice Negri tra il 26 e il 27 agosto 1963, la via "Vittorio Veneto" (350 m, VI e A1) sulla parete sud, lato est, del Piccolo Vernel (3098 m, Marmolada) salita con Cesare Franceschetti dal 10 al 14 luglio 1968 e la via "Fiamme Oro" (200 m, VI e A3) sulla parete sud-ovest della Torre Margherita (Catinaccio) superata con Fiorenzo Vanzetta tra il 3 e il 4 agosto 1971. La celebrità, per de Francesch, era comunque arrivata dopo la breve linea (80 m, VI e A2) aperta con Franz Innerkofler sul Fungo d'Ombretta (2653 m, Marmolada): era il 14 luglio 1956 e il nostro protagonista, trovandosi a tu per tu con un liscio strapiombo, lo superò utilizzando quei chiodi a pressione che, oggetto di infinite discussioni, caratterizzarono non poca parte del suo alpinismo. Ma sia chiaro: dicendo questo non vogliamo assolutamente sminuire il personaggio, quell'indimenticabile Bepi de Francesch che fu arrampicatore completo sotto ogni punto di vista, abilissimo in libera, esperto solitario e, soprattutto, uomo schivo e modesto, capace di fornire in silenzio il suo apporto determinante ad uno dei più grandi successi che la storia dell'alpinismo ricordi: la prima salita del fantastico Gasherbrum IV (7925 m, Karakoram) riuscita a Walter Bonatti e a Carlo Mauri, il 6 agosto 1958, per una via ancora oggi irripetuta. 

Bepi de Francesch«Sono uno dei pochi ad aver praticato sia l'alpinismo dell'arrampicata libera sia l'alpinismo dell'arrampicata artificiale. Ora posso dire che sia l'uno sia l'altro mi hanno dato delle grandi soddisfazioni. Il primo per l'ascensione compiuta con i miei mezzi: mani, piedi, sfruttando quelle asperità che trovo nella roccia, appigli, appoggi. Nell'alpinismo artificiale è invece diverso. In una intervistina (sic) alla TV con Nino Oppio, gli ho sentito dire: "Ci siamo trovati in un momento (egli parla della sua epoca, poiché è uno dei grandi esponenti del sesto grado e dell'arrampicata libera) in cui non si poteva più salire con i nostri mezzi. C'erano delle 'chiusure', e così abbiamo fatto uso dei chiodi per passare oltre". Ed io ho detto: "Noi giovani, più giovani di diversi anni, ci siamo trovati di fronte a delle altre pareti, quelle in cui non c'erano 'chiusure', perché erano tutte lisce e levigate. Pertanto, per poterle salire, abbiamo dovuto far uso di un altro mezzo, cioè dei chiodi o a pressione o ad espansione". Ed ho detto ancora: "Anche questo genere di salite a noi dà grandi soddisfazioni, perché mentre mi trovo sotto dei tetti o degli strapiombi, su delle pareti vertiginose, con tutto quel vuoto intorno mi sembra di essere un astronauta nel cosmo". Dal canto suo l'amico Graffigna ha detto: "È meglio cercare un mondo nuovo invece che andare a cercare una tecnica raffinata". E allora rispondo che a noi questa tecnica raffinata serve appunto per cercare un mondo nuovo. Per noi questo mondo nuovo era rappresentato dalle nuove vie da percorrere. Non potevamo salire nuovamente la via Vinatzer della Marmolada e riprovare le stesse sensazioni di quelli che ci avevano preceduto, perché queste vie erano già fatte. Non era un mondo nuovo, perché si seguivano le tracce altrui. E allora si sono cercate vie nuove, vie di arrampicata estrema. Lascio agli altri il compito di stabilire se questa arrampicata estrema la si possa chiamare classica, se questo sia alpinismo classico o non classico. Lascio da parte il problema dell'alpinismo occidentale, penso che arrampicata classica si possa ritenere quella che parte dal quarto grado e arriva fino al sesto; al sesto, cioè a quel sesto dove i chiodi servono esclusivamente a dare sicurezza, e non per poter avanzare. Su una parete in artificiale sono il primo a dire che non arrampico, ma salgo, salgo di chiodo in chiodo. A volte salgo per dieci metri e magari la roccia non la tocco nemmeno, perché sono sempre fuori nel vuoto. Se questa sia una arrampicata classica o no, lo si dirà forse tra dieci anni... Poiché, come è stato rilevato, le arrampicate di Cassin non erano classiche, ma poi lo divennero. Speriamo che anche le nostre diventino classiche! Quando, invece, si è parlato dell'alpinismo himalayano, dell'alpinismo extra-europeo, si è detto che quello è un alpinismo classico. Ma io lo chiamerei ancora alpinismo pionieristico, perché una spedizione himalayana su un 8000 metri non mi sembra che oggi sia classica. È un alpinismo da pionieri. Un giorno, quando anche nell'Himalaya non si aggirerà la montagna per trovare la via più facile, ma si andrà per risolvere il problema di un parete, di uno spigolo, allora anche quello potrà diventare alpinismo classico. Parlando sempre dell'artificiale, di alpinismo classico o non classico, vorrei concludere leggendo le ultime righe della relazione di Nava (Piero, ndr) che dice: "L'alpinismo, quando sia praticato con animo limpido e nobiltà d'intenti, non avrà mai fine, perché troverà nel cuore degli uomini la possibilità di un continuo rinnovo". Ora, io vi voglio dire: quando si affronta la montagna con animo limpido e nobiltà di intenzioni, si fa sempre dell'alpinismo classico».

Sopra, Bepi de Francesch in posa "da alpinista" (immagine tratta da: TOMMASO MAGALOTTI, Mani da strapiombi. Bepi de Francesch: un volto, una storia, Nuovi Sentieri, Belluno 2001)

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giovedì, 28 giugno 2007

PANBARI HIMAL, I GIAPPONESI FANNO CENTRO AL PRIMO COLPO

postato da carlocaccia alle 09:03 in himalaya

PRIMA ASSOLUTA DELLA CIMA NEPALESE DI 6905 METRI, MAI TENTATA IN PRECEDENZA, PER LA SPEDIZIONE GUIDATA DA YOSHIMI KATO

Panbari Tamotsu NakamuraLa notizia non è freschissima ma, visto che si tratta di una prima assoluta, non possiamo trascurarla. Stiamo parlando del successo del 29 settembre 2006 sul Panbari Himal – poco nota montagna himalayana di 6905 metri a nord del Manaslu, nei pressi del confine tibetano - firmato dalla squadra giapponese guidata dalla giovane Yoshimi Kato. In vetta, per la cresta nord-est, oltre a Yoshimi sono arrivati anche Gakuto Komiya, Sayaka Koyama, Kenro Nakajima e Yousuke Urabe (la spedizione al completo). Piazzato il campo base a 4865 metri sul Fukan Glacier, il gruppo nipponico ha sferrato l'attacco decisivo dal campo 3, collocato a quota 6280 ai piedi della cresta nord-est. Dalle ultime tende il quintetto ha raggiunto il colle tra il Panbari Himal e una cima senza nome (quotata 6767) e dal valico ha proseguito lungo la cresta che, pur con neve profonda, si è rivelata comoda e tecnicamente non impegnativa. Da sottolineare che, aperto agli alpinisti soltanto nel 2002 e prima della “conquista” giapponese mai tentato, il Panbari Himal dovrebbe essere la terza montagna nepalese scalata in prima assoluta durante la stagione postmonsonica.

Nella foto: la squadra giapponese a circa 6000 metri di quota lungo il Fukan Glacier, verso il campo 3 del Panbari Himal (6905m) salito per l'evidente cresta che si staglia a destra contro il cielo (arch. Tamotsu Nakamura)

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mercoledì, 27 giugno 2007

«COME SULLO JANNU!»

postato da carlocaccia alle 11:36 in karakoram

K2, PARETE OVEST, QUOTA 7150: I RUSSI NEL CUORE DEL PROBLEMA

K2 grande dal basso

È battaglia sulla parete ovest del K2. Il 25 giugno, dopo aver superato ben 150 metri in un solo giorno, la squadra di Nickolay Totmjanin della spedizione nazionale russa diretta da Viktor Kozlov ha piazzato il campo 3 provvisorio a quota 7150, ormai nel cuore del gran problema: il gigantesco bastione roccioso che caratterizza la repulsiva west face Korobkovdella seconda montagna della terra da quota 6750 (dove si trova il campo 2) a quota 8150. «La parte inferiore della grande sezione rocciosa – ha raccontato Alexey Bolotov, tornato al campo base dopo 6 giorni di lavoro in parete – è molto ripida, estremamente difficile, con un "muro" che strapiomba di circa 3 metri, scalato da Alexander Korobkov (nella foto a destra, www.k2-8611.ru)». Ma i russi, organizzatissimi, non hanno nessuna intenzione di mollare e già ieri, dopo aver passato la notte al campo 3 provvisorio, Totmjanin e compagni dovrebbero aver guadagnato qualche altra decina di metri. Da incorniciare l'esclamazione di Gennady Kirievsky (nella foto sotto, www.k2-8611.ru) che il 22 giugno, alle prese con un netto strapiombo, non ha potuto trattenere un magnifico: «Wow! Sembra di essere sulla nord dello Jannu!». Ma torniamo indietro di qualche settimana per ricordare che la spedizione, partita da Mosca il 20 maggio, dieci giorni dopo raggiungeva Askole e il 6 giugno il campo base: la mattina dopo (7 giugno) un gruppo di sei alpinisti era già in ricognizione sul Savoia Glacier. Le due tende del campo base avanzato, a 5600 metri, sono state piazzate il 10 giugno da Pavel Shabalin, Iljas Tukhvatullin, Andrey KirievskijMariev, Gennady Kirievsky, Alexander Korobkov e Vadim Popovitch. Il campo 1, collocato inizialmente a 6000 metri, il 19 giugno è stato spostato a quota 6200 (dove il termometro, nel giro di 12 ore, è stato capace di balzare da –13°durante la notte a +49° a mezzogiorno!) e il giorno seguente, grazie ad un miglioramento del tempo, Tukhvatullin e Mariev sono riusciti a fissare altre cinque corde. Il 21 giugno gli alpinisti hanno raggiunto la base della bastionata rocciosa e, individuato il luogo adatto al campo 2, Bolotov e Kirievsky si sono fermati lassù (6750 m) per la notte. Grande notizia, anche se non proprio alpinistica, il 22 giugno: il mitico Pavel Shabalin (classe 1961) è diventato nonno di un bel maschietto di quasi 4 chili e 2 etti. Intanto, in parete, Kirievsky e Bolotov avevano la meglio, ovviamente in artificiale, con un diedro "al di là della verticale" e il 23 e 24 giugno, preso il posto di Kirievsky in testa al gruppo, Korobkov superava il già menzionato difficile tratto strapiombante, toccava quota 7000 e, al termine della "gran fatica", lasciava a sua volta il comando a Totmjanin. Che il 25 giugno, come annunciato all’inizio, ha raggiunto il luogo del campo 3 provvisorio.

K2 west face grandeNella foto in alto: la parete ovest del K2 vista dal basso, con la via seguita dai russi fino a quota 7000 (www.k2-8611.ru). Qui sopra: la veduta aerea evidenzia il poderoso bastione roccioso, alto circa 1400 metri, che caratterizza la parete da quota 6750 a quota 8150 (a sinistra, in rosso, la via russa e a destra, in giallo, la via dei giapponesi del 1981, www.k2-8611.ru)

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martedì, 26 giugno 2007

BABANOV, SPEDIZIONE FINITA

postato da carlocaccia alle 10:13 in karakoram

CROLLO MENTALE DI PATRICK DELANEY: VALERY DEVE RINUNCIARE AL KUNYANG CHHISH EST

BabanovIl messaggio dal campo base del Kunyang Chhish Est (Hispar Muztagh, Karakoram, Pakistan) è breve ma chiarissimo: «La spedizione – spiega Valery Babanov – è stata improvvisamente interrotta. Non abbiamo neppure cominciato la via. Perché? Bella domanda… Il mio compagno, Patrick Delaney, ha deciso di mollare: non è psicologicamente pronto alla vita di spedizione. Ho cercato di persuaderlo ma non c'è stato nulla da fare. Sta bene ma vuole tornare a casa. Il resto lo racconterò un'altra volta». Così il 24 giugno, esattamente un mese dopo la loro partenza dalla capitale pakistana, Valery e Patrick erano nuovamente ad Islamabad. I loro obiettivi, come avevamo annunciato qualche giorno fa, erano la parete sud-ovest dell'inviolato Kunyang Chhish Est (7400 m) e la parete sud del Pumari Chhish Sud (7350 m), risolta tra l'altro nei giorni scorsi dai francesi Yannick Graziani e Christian Trommsdorff. Che dire? Cose che capitano: in spedizione, specialmente nel severissimo Karakoram, può succedere di tutto. Semplice e allo stesso tempo assai difficile indovinare i pensieri che si stanno agitando nella testa di Valery, fuoriclasse modesto per il quale siamo davvero molto, molto dispiaciuti.

Nella foto sopra, Valery Babanov; qui sotto, Patrick Delaney (arch. Babanov)

Delaney

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lunedì, 25 giugno 2007

ARWA TOWER: BIS INDIANO DA BRIVIDO PER IL TRIS D'ASSI SVIZZERO

postato da carlocaccia alle 10:02 in himalaya

STEPHAN SIEGRIST, DENIS BURDET E THOMAS SENF, ISPIRATI DA UNA FOTOGRAFIA DI MICK FOWLER, SOFFRONO E LA SPUNTANO SUI 900 METRI DI ROCCIA E GHIACCIO DELLA NORD-EST DELLA MAGNIFICA CIMA DELL'HIMALAYA DEL GARHWAL

Arwa Tower www mountainfilm co ukAmano la lotta verticale, gli elvetici Stephan Siegrist, Denis Burdet e Thomas Senf. Amano, in altre parole, arrampicare dove i problemi si sommano ai problemi e dove, senza nervi a prova di bomba, si salterebbe in aria facilmente. Così nel settembre 2004 sulla cresta nord-ovest del Thalay Sagar (6904 m, Himalaya del Garhwal, India), che con il suo Purgatory pillar è un po' l'intrusa nel bel film di Peter Mortimer (First ascent) premiato a Trento poche settimane fa, e così nei giorni scorsi sulla vertiginosa parete nord-est dell'Arwa Tower (6352 m): un altro "monumento" dell'Himalaya del Garhwal, nei pressi di quel confine che India e Cina vorrebbero la prima da una parte e la seconda da un'altra. Ma non divaghiamo. La nuova via di Siegrist e compagni, rimasta senza nome, in numeri suona davvero molto bene: 900 metri di VI, A3 e M5, brillantemente risolti tra il 1° e il 7 giugno scorsi dopo un assedio estenuante, con il tempo che non voleva concedere nulla e che ha costretto il terzetto elvetico a posticipare la data del rientro. «Era l'inizio dell'anno – racconta Denis Burdet –: a Stephan, Thomas e al sottoscritto venne voglia di partire insieme in spedizione». Ma con quale obiettivo? «La fotografia dell'Arwa Tower, quella di Mick Fowler (pubblicata nel 2000 sulla copertina dell'American Alpine Journal, ndr), è stata determinante per la nostra scelta: la montagna era magnifica. E se quella cima era per noi un mistero, l'impressione era che si trovasse in un regno incredibile di pareti vergini». Bando agli indugi, dunque: la spedizione parte il 28 aprile e, con i tre eroi del Thalay Sagar, ci sono anche Ines Papert e Anita Kolar, che vorrebbero salire la via francese sulla parete nord-ovest della montagna (si veda qui sotto per ulteriori informazioni). Una volta in India, però, il tempo è inclemente, terribile, e la muraglia rimane nascosta fino al 7 maggio. «I giorni seguenti – continua Burdet – li passiamo ad attrezzare i pendii nevosi: i proiettili di ghiaccio sono frequenti e non è facile schivarli. Dal 18 al 22 maggio, piazzata la portaledge al campo 1, nonostante tutto (neve e ancora neve!) continuiamo ad arrampicare: le notti sono infernali, sotto scariche infinite». Che fare? Le corde per attrezzare la via non mancano e, dopo essere tornati al campo base dove in tre giorni cadono 80 centimetri di neve, i tre amici decidono di non mollare: prolungano il permesso, rinviano la data della partenza e il 1° giugno attaccano nuovamente, questa volta decisi a tutto. Finalmente il "meccanismo" comincia a girare a dovere e sei giorni dopo, giovedì 7 giugno 2007, ecco la vetta dell'Arwa Tower: sono le 14.30, non c'è un filo di vento e il sole regna incontrastato. Sotto, lungo la grande parete, su quel severissimo bastione rivolto a nord-est dove la AAJ 2000determinazione incandescente (voglia di soffrire...) era stata la chiave per aprire tutte le porte, il capolavoro ad un tempo astratto e concreto, una linea con tutti i peggiori (o migliori) ingredienti - misto con neve pessima da levare per poter proseguire, fessure offwidth e poi minuscole guadagnate in artificiale, roccia spesso poco solida -, il capolavoro, dicevamo, è realtà: una via da penitenti - un'altra volta - conclusa con tre spalle ferite su sei (soltanto Siegrist è rimasto miracolosamente illeso). Cosa aggiungere? Le "solite" annotazioni storiche, cominciando col ricordare che la prima salita dell'Arwa Tower risale al 1999 e porta le firme dei "pionieri" britannici Mick Fowler e Steve Sustad che, non senza qualche difficoltà nell'individuare la montagna, dal 7 al 14 maggio la salirono per la linea più debole della parete nord-ovest (1000 m, VI- e A3, V/VI scozzese). In seguito, nel 2002, l'Arwa Tower (con le vicine Arwa Spire, 6193 m, e Arwa Crest, 6196 m), finì nel mirino di una spedizione del GMHM (Groupe Militaire de Haute Montagne) francese, fondato nel 1976 da Jean-Claude Marmier. La squadra transalpina, "ispirata dalle foto di Mick Fowler" (così esordisce il capospedizione Antoine de Choudens nell'articolo Arwa Tower, Spire and Crest, pubblicato nel 2003 sul The American Alpine Club Journal), e favorita da 15 giorni di bel tempo, riuscì a compiere la seconda e la terza salita dell'Arwa Tower e, in entrambi i casi, si trattò di due vie nuove: l'11 maggio furono Emmanuel Pellissier e François Savary a risolvere un divertente couloir sulla parete sud (500 m, V, M5, 80°), mentre il 16 maggio toccò a Dimitry Munoz, Grégory Muffat Joly, Laurent Miston e ad Antoine de Choudens cimentarsi con la parete nord-ovest (a sinistra della via britannica) per risolvere una linea di 500 metri con difficoltà fino al VII grado. Pochi mesi dopo, il 7 ottobre dello stesso anno, l'Arwa Tower si lasciò conquistare per la quarta volta (per la quarta via diversa…): in vetta, dopo 17 ore di scalata in bello stile per la parete nord e la cresta est, giunsero gli svizzeri Frédéric Roux, Gabriel Basson e Benoît Jean-Paul Darbellay. Da allora, fino al 7 giugno 2007, più nulla. Che significa? Ovvio. Significa che quella di Siegrist, Burdet e Senf è stata la quinta salita (per la quinta via diversa…) della fantastica, irresistibilmente tentatrice Arwa Tower.

Nelle foto, dall'alto: la parete nord-est dell'Arwa Tower con il tracciato della via di Siegrist e soci (arch. Mick Fowler, www.mountainfilm.co.uk) e la copertina dell'American Alpine Journal (2000) con l'immagine all'origine di tanti sogni

arwa_trio

Il terzetto svizzero in vetta all'Arwa Tower. Da sinistra: Denis Burdet, Thomas Senf e Stephan Siegrist (arch. Denis Burdet)

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venerdì, 22 giugno 2007

KANJUT SAR: C'ERA UNA VOLTA L'ESPLORAZIONE MADE IN ITALY

postato da carlocaccia alle 09:58 in frammenti di storia, karakoram

In verità, oggi, pensavamo di parlare d'altro... Poi, però, sfogliando un libro "di una volta", quel Tricolore sulle più alte vette firmato da Mario Fantin e pubblicato dal Cai nel 1975, in cui sono presentate le 52 più alte montagne salite fino a quel momento dagli italiani, ci siamo imbattuti nel Kanjut Sar (7760 m). E così, visto innanzitutto uno dei temi dominanti dell'ultima settimana – il Karakoram -, vista poi la vicinanza del Kanjut Sar al Pumari Chhish Sud (7350 m) salito dai francesi Graziani e Trommsdorff nei giorni scorsi e al Kunyang Chhish Est (7400 m) sul quale è attualmente impegnato Valery Babanov e vista, infine, la storia alpinistica del Kanjut Sar, scalato per la prima volta nel 1959 da una spedizione italiana guidata da Guido Monzino e tentato nel 2003 anche dagli assi transalpini appena citati, abbiamo deciso di dedicargli il nostro spazio del venerdì. Il Kanjut Sar, la 26ª montagna più alta della terra e l'11ª del Pakistan, si innalza nella zona dell'Hispar Muztagh (Karakoram occidentale), percorsa nel 1892 da William Martin Conway, nel 1903 dai coniugi Workman e nel 1908 dal topografo Cesare Calciati, che si avventurò lungo il ghiacciaio Khani Basa (che confluisce nel più grande Hispar). Lo stesso ghiacciaio (Khani Basa), nel medesimo anno, fu visitato anche da Adolphe Rey durante la sua seconda spedizione, dopo quella del 1906, con i "soliti" coniugi Workman. Tra il 1939 e il 1940 fu Eric Earle Shipton ad avviare un lavoro esplorativo della regione e dopo il secondo conflitto mondiale, rispettivamente nel 1954 e nel 1955, furono Ardito Desio e l'antropologo giapponese Kinji Himanishi a percorrere il ghiacciaio Hispar. Nessun alpinista, prima della spedizione italiana del 1959, aveva dunque tentato il Kanjut Sar. La squadra di Monzino, composta da Jean Bich, Marcello e Leonardo Carrel, Marcello Lombard, Lorenzo Marimonti, Piero Nava, Camillo Pellissier, Pacifico e Pierino Pession, Lino Tamone e dal medico Paolo Cerretelli, individuò nella cresta sud del colosso la via più agevole per la salita: il campo base fu piazzato a quota 5000 sul ghiacciaio Khani Basa e, dopo una prima ricognizione sulla montagna (21 giugno), furono installati altri 6 campi (a 5520, 5700, 6110, 6340, 6670 e 7060 metri) che permisero il grandioso, commovente successo solitario di Camillo Pellissier (19 luglio). Il Kanjut Sar, "dimenticato" per anni, fu quindi salito una seconda volta nel 1981, per la parete ovest, da una spedizione giapponese condotta da Masayoshi Fujii: in vetta, il 4 agosto, giunsero Masashi Teramoto, Hiroshi Sakai e tre portatori, seguiti nei due giorni successivi da Koichi Fujii con Masanobu Kaneko e dallo stesso capospedizione con Nobuaki Miyano e Koji Shibuya. Nel 1985 la difficile parete sud finì nel mirino degli svizzeri Toni Spirig, Daria Vezzoli, Ueli Stahel, Richi Ott e Hans Peter Achtnich che, saliti in stile alpino fino a 5700 metri (il 5 luglio), furono però costretti a fuggire per le valanghe. Ma torniamo al 1959 per rivivere, attraverso la parole di Mario Fantin (dal volume citato), uno dei momenti più luminosi dell'alpinismo esplorativo nostrano: la prima delle due gemme tricolori extraeuropee di quell'anno, certamente memorabile ma anche, in ogni senso, assai lontano (l'altra "gemma", ricordiamo, fu la prima assoluta dei 7349 metri del Saraghrar, colosso dell'Hindukush – siamo sempre in Pakistan - salito il 24 agosto da Franco Alletto, Giancarlo Castelli, Paolo Consiglio e Carlo Alberto Pinelli).

Kanjut Sar«Nel 1959 un largo numero di cime molto alte ed ancora vergini si eleva a nord del ghiacciaio Hispar, in quel settore del Karakorùm che prende il nome di Hispar Muztagh; fra queste è il Kanjut Sar che nessuno ha mai tentato ed è stato solo e sommariamente descritto da alcuni esploratori. La spedizione è diretta da Guido Monzino ed è composta in prevalenza da guide e portatori della Valtournanche. Il permesso di accedere alla montagna prescelta giunge dal Pakistan con molto ritardo; per non pregiudicare l'esito dell'impresa vien deciso per la prima volta nella storia delle spedizioni himalayane il trasporto di uomini e materiali per via aerea fino al Gilgit, piccola capitale di un distretto pakistano. Vista l'imponenza dell'obiettivo, la spedizione è a carattere pesante con 12 tonnellate di materiale. Lasciata Milano l'8 aprile, vari contrattempi anche meteorologici fanno giungere il materiale a Gilgit il 13 maggio; il materiale prosegue per Minapin autotrasportato ed infine someggiato per essere ammassato a Nagar. La folla di portatori scende da ogni valle e ne vengon scelti 450 per trasportare ogni cosa al campo-base, sul ghiacciaio Khani Basa. A mezza giornata di distanza dalla meta i portatori scioperano ed occorreranno vari giorni prima di ristabilire i trasporti; il 12 giugno il processo viene accelerato ed il giorno 21 vien compiuta una prima ricognizione sulla montagna. Malgrado tutto ciò che è stato predisposto, la stagione è già un poco in ritardo; qualche coda di monsone può arrivare anche nell'Hispar, con conseguenti nevicate. Un incidente mortale occorso ad un portatore turba un poco gli animi ma ugualmente la posa dei campi prosegue con decisione. All'inizio di luglio il maltempo blocca gli uomini nei campi fino al III, per indurli poi a scendere al campo-base. Un inatteso ritorno del bel tempo permette di riguadagnar quota, piazzare i campi IV, V e VI. Quest'ultimo si trova ad una quota di 7060 metri, considerata ideale per sferrare l'attacco decisivo. È il 19 luglio; l'alba è Kanjut Sar tracciatogelida ma promettente; Jean Bich e Camillo Pellissier che hanno pernottato in quell'unica tenda si avviano lentamente verso il ripidissimo pendio che li porta al canalone centrale. Jean Bich, ad un certo punto, preso da crampi gastrici, ritorna indietro. Quel giorno si può effettuare l'unico tentativo possibile perché già la radio ha annunciato brutto tempo per parecchi giorni. Camillo Pellissier prosegue da solo, lentamente, tracciando gradini con la piccozza nella neve dura e comprende che sul suo spirito di sacrificio è posta la riuscita della spedizione. Egli è al vertice di una piramide di uomini, di materiali, e di sforzi compiuti da tutti per portarlo in quella posizione privilegiata di marciare verso la vetta della montagna. Si sente terribilmente solo, nella grandiosità che lo circonda, ma non si perde d'animo; scava i gradini agendo con entrambe le braccia ed ogni tanto si riposa, misura con lo sguardo la distanza che ancora lo divide dalla cresta sommitale. Pensa di farcela. Dal campo-base e da tutti i campi i binocoli sono puntati su di lui ed egli prova la sensazione di essere osservato. Un nuovo sprone per poter continuare, ignorando la fatica. Raggiunge infine la cresta e si dirige verso nord ove essa appare più alta; una piccola delusione vien provata quando giunge ad una lieve altura che gli copre la vetta ancor lontana. Giunge sfinito sul punto più elevato, scatta qualche foto e gira mezzo metro di film col tricolore legato alla piccozza. Ha vinto! La notizia rimbalza per radio da un campo all'altro; Camillotto è riuscito da solo! Rientra all'ultimo campo, poi scende ancora più in basso, accolto dai compagni e da confortanti bevande calde: la maschera di ghiaccio che aveva sul volto e sulla barba si dissolve. Anche il Mir di Nagar vuol premiare il generoso gesto d'un eroe solitario con una decorazione. Poi la marcia di ritorno, un veloce ritorno al vivere civile che rende ancora più valida, quasi incredibile l'impresa di Camillo Pellissier».

Nella foto in alto: il Kanjut Sar con, a destra, la cresta salita dagli italiani nel 1959 (www.summitpost.org). Sotto: uno schizzo del colosso pakistano (tratto dall'enciclopedia La montagna dell'Istituto Geografico De Agostini) con il tracciato della via e i campi

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giovedì, 21 giugno 2007

ALASKA: ECCO UN'ALTRA PERLA

postato da carlocaccia alle 08:54 in nordamerica

SI CHIAMA TOWER COULOIR (600 METRI, VII GRADO SCOZZESE) LA NUOVA VIA SALITA NELLA ZONA DEL RUTH GLACIER DA OLIVER METHERELL E JAMES MEHIGAN

MetherellAncora Alaska, ancora una grande prima ascensione. Questa volta i protagonisti sono i britannici Oliver Metherell e James Mehigan che nei primi giorni di aprile, nonostante il poco ghiaccio e la neve inconsistente, sono riusciti a risolvere il magnifico ed evidentissimo Tower couloir che si insinua tra la Werewolf Tower (2040 m) e la Hut Tower (1890 m) nella zona del Ruth Glacier, a sud-est del McKinley. La nuova via, risolta in 23 ore, si sviluppa per 600 metri con difficoltà di VII grado scozzese e A1 e il suo tratto chiave, in corrispondenza di un camino strapiombante trovato rivestito da un velo di neve polverosa, ha costretto i due alpinisti ad un'autentica lotta. Per Metherell il Tower couloir è il quarto successo del progetto “Super7”: il sogno di firmare una “prima” in ogni continente. Ma quali sono le altre salite che il ghiacciatore di Edimburgo ha già in bacheca? Si tratta di 24 hour party people (650 m, VII grado scozzese e A1), aperta nel gennaio 2005 con James Edwards e Kevin Neal sul Mount Aspiring (3033 m, Nuova Zelanda), della prima invernale di Sioux wall (200 m, VIII, 8) sul Ben Nevis (1344 m, Scozia), riuscita il 1° gennaio 2006 con Ian Parnell, e della cresta sud-ovest (600 m, VI su roccia) del Goya Peak (5230 m, Miyar Nala Valley, India), superata il 23 settembre 2006 con Michael van der Spek. Una curiosità: ricordate il titolo (e la conclusione) dell'articolo del 18 giugno (lunedì)? Ci domandavamo chi avrebbe potuto fermare i giapponesi… Ecco l'incredibile risposta: una corda rovinata dalle maniglie jumar. Tuttavia, durante la loro recente trasferta alaskana, i nipponici Ichimura, Satoh e Yamada, freschi autori di tre difficili salite sui Mount Bradley, Church e Johnson, si sono imbattuti in Metherell e Mehigan che, generosamente, hanno lasciato loro quello di cui avevano bisogno: una provvidenziale corda integra.

Metherell 2

Nelle foto: l'evidente Tower couloir e Mehigan e Metherell in Alaska (arch. Oliver Metherell)

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mercoledì, 20 giugno 2007

PAKISTAN, ASSALTO AGLI OTTOMILA

postato da carlocaccia alle 10:27 in himalaya, karakoram

K2, GASHERBRUM I E II, BROAD PEAK, NANGA PARBAT: 5 MONTAGNE PER 50 SPEDIZIONI

K2 www mountain ruTorniamo oltre gli 8000 metri. Nel senso che, se giovedì scorso abbiamo presentato le spedizioni dirette in queste settimane alle montagne pakistane che non superano la quota fatidica (ma più alte di 6500 metri: quelle, insomma, per le quali occorre il permesso), oggi passiamo in rassegna le squadre a cui il governo di Islamabad ha concesso l'autorizzazione per tentare i cinque giganti: il K2 (8611 m), il Gasherbrum I (8068 m), il Gasherbrum II (8035 m), il Broad Peak (8047 m) e, passando dal Karakoram all'Himalaya, il Nanga Parbat (8125 m). E diciamo subito che, se le spedizioni sono addirittura 50 - contro le 21 che puntano ai Seimila "maggiori" e ai Settemila -, i tentativi di salita saranno in realtà molti di più, visto che non pochi gruppi sono titolari di più permessi. E se le autorizzazioni per il K2 sono in tutto 16, sono invece 12 quelle per il Gasherbrum I, 14 quelle per il Gasherbrum II, 21 quelle per il Broad Peak (l'affollamento è giustificato dal cinquantesimo anniversario della prima salita della montagna) e 5 quelle per il Nanga Parbat. Il totale ammonta così a 68 permessi. Ma ecco l'elenco completo delle spedizioni, che presentiamo divise per nazionalità partendo dalle 5 ITALIANE: quella di Giuseppe Pompili al K2 e al Broad Peak (9 componenti, Gasherbrum I www 8000metres compartita il 10 giugno), quella di Daniele Nardi al K2 (10 componenti, partita il 3 giugno), quelle di Silvio Mondinelli e Gianpaolo Gioia al Broad Peak (20 e 5 componenti, la prima partita il 13 giugno, la seconda partirà il 5 luglio) e quella di Roberto Piantoni ai Gasherbrum I e II (4 componenti, partita il 3 giugno). Ecco quindi i FRANCESI: Gilles Rousselier diretto al Gasherbrum I (12 componenti, partenza il 6 luglio) e Jean-Noël Urban che sogna il Nanga Parbat con gli sci (2 componenti, che partiranno domani). Tocca poi agli SVIZZERI: Bruno Rankwiler e Michael Nellen sul Gasherbrum II (12 e 7 componenti, la prima spedizione è partita l'11 giugno, la seconda partirà domani) e Jean Troillet sui Gasherbrum I e II (12 componenti, anche loro partiranno domani). Dopo gli svizzeri ecco la spedizione AUSTRIACA guidata da Gerfried Göschl sul Broad Peak (25 componenti, partita il 18 giugno) e quelle TEDESCHE di Dirk Groeger e Sorin Nistor al Gasherbrum II (13 e 9 componenti, partite l'11 maggio e il 13 giugno), di Ralf Dujmovits al K2 (4 componenti, partita il 14 giugno) e di Andreas Bucher al Broad Peak (14 componenti, partita il 25 maggio). Passando ai RUSSI troviamo la Gasherbrum II www skipressworld comsquadra di Aristov Lvan sul K2 e sul Broad Peak (15 componenti, partita il 1° giugno), quelle di Valery Evgrafov, Alexey Paskhin e Nikolay Zakharov sul Broad Peak (5, 16 e 15 componenti, la prima e la seconda sono partite il 15 e il 19 giugno, la terza partirà nei prossimi giorni) e quella di Viktor Kozlov sulla parete ovest del K2 (16 componenti, partita il 20 maggio). E dopo i BIELORUSSI che puntano al Nanga Parbat (10 componenti, partiti il 10 giugno) ecco le squadre dei CECHI: quella di Josef Nezerka diretta ai Gasherbrum I e II (22 componenti, partita il 20 maggio), quella con il medesimo capospedizione al Broad Peak (14 componenti, partita il 10 giugno), quella di Leopold Sulovsky al K2 e al Broad Peak (10 componenti, partita il 21 maggio) e quella di Pavel Matousek ai Gasherbrum I e II (12 componenti, partita il 13 giugno). Passiamo quindi agli SLOVACCHI Dodo Kopold sul Nanga Parbat e sul Broad Peak www mountain ruK2 (5 componenti, partiti il 20 giugno) e Petar Sperka sui Gasherbrum I e II (7 componenti, partiti il 28 maggio) e poi eccoci a tu per tu con i POLACCHI: Anna Czerwinska sul Broad Peak e sul K2 (12 componenti, partiti il 6 giugno) e l'inossidabile Krzysztof Wielicki sul Broad Peak (16 componenti, partenza il 22 giugno). Restando in Europa orientale ecco gli UNGHERESI di Lajos Kollar diretti al K2 e al Gasherbrum I (9 componenti, partiti il 13 giugno), gli SLOVENI guidati da Irtena Mark sul K2 e il Broad Peak (16 componenti, partenza il 27 giugno) e la squadra SERBA di Milivoj Erdeljan al Broad Peak (5 componenti, partita il 30 maggio). Non mancano i PORTOGHESI diretti al K2 (5 componenti, partenza il 6 luglio) e gli SPAGNOLI con le spedizioni di Sara Novell Auleda al K2 e al Gasherbrum II (6 componenti, partiti il 24 maggio) e di Carlos Pauner, Andoni Urbistondo e Blanca Esther Ardanaz al Broad Peak (6, 7 e 3 componenti, la prima e la seconda partite il Nanga Parbat www carlos pauner com2 e il 16 giugno, la terza partirà il 28 giugno). Dall'Europa all'Asia per ricordare la spedizione IRANIANA al Broad Peak (12 componenti, partita il 15 giugno), quelle COREANE al K2 (7 componenti, partita il 26 maggio) e al Nanga Parbat (7 componenti, partita il 3 giugno), quella GIAPPONESE ai Gasherbrum I e II (4 componenti, partenza l'8 luglio) e quella CINESE-PAKISTANA al Gasherbrum I (16 componenti, partita il 25 maggio). E se gli AUSTRALIANI puntano al Gasherbrum I (7 componenti, partiti il 13 giugno), i NEOZELANDESI guidati da James Stuart sognano sia il Gasherbrum I sia il Gasherbrum II (11 componenti, partiti il 17 giugno). Segnaliamo poi la spedizione CILENA al Nanga Parbat (9 componenti, partita il 28 maggio) e quelle STATUNITENSI al Broad Peak (10 componenti, partita il 1° giugno), al Gasherbrum II (12 componenti, partita il 1° giugno), al K2 diretta da Fabrizio Zangrilli (9 componenti, partita il 1° giugno) e al K2 e al Broad Peak (9 componenti, partita il 17 maggio). Chiude la lunga lista (scusate la monotonia...) la spedizione INTERNAZIONALE di Lars Svens ai Gasherbrum I e II (7 componenti, partiti il 1° giugno).

Nelle foto, dall'alto: il K2 (8611 m, www.mountain.ru), il Gasherbrum I (8068 m, www.8000metres.com), il Gasherbrum II (8035 m, www.skipressworld.com), il Broad Peak (8047 m, www.mountain.ru) e il Nanga Parbat (8125 m, www.carlospauner.com)

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martedì, 19 giugno 2007

IMPRESA DA ANTOLOGIA SUL PUMARI CHHISH SUD

postato da carlocaccia alle 09:57 in karakoram

I FRANCESI YANNICK GRAZIANI E CHRISTIAN TROMMSDORFF VINCONO LA DURISSIMA SFIDA CON LA PARETE MERIDIONALE DEL GIGANTE DI 7350 METRI DELL'HISPAR MUZTAGH

Pumari Chhish

Il Karakoram? La fucina dei capolavori, delle imprese che lasciano senza fiato. Come quella, dei giorni scorsi, dei francesi Yannick Graziani e Christian Trommsdorff, che hanno messo a segno la prima, eccezionale salita della formidabile parete meridionale dell'ora non più inviolato Pumari Chhish Sud (7350 m), che si innalza per quasi tre chilometri nell'Hispar Muztagh (Karakoram, Pakistan). Lapidario il commento di Jean-Claude Marmier: "Un successo grandioso, in puro stile alpino". E in attesa di ogni dettaglio (Trommsdorff rientrerà in Francia il 22 giugno) ricordiamo che i due grazianifuoriclasse transalpini non sono nuovi ad imprese del genere, dopo gli exploit – con Patrick Wagnon - del 2004 sulla cresta est del Makalu (8463 m) e del 2005 sulla cima centrale del Chomo Lonzo (7540 m). Ricordiamo anche che la vetta principale del Pumari Chhish (7492 m), tentata per la prima volta nel 1974 da una spedizione austriaca composta da Alois Furtner, Georg Bachler, Robert Schauer, Hilmar Sturm, Hias Schreder e Sepp Portenkirchner, è stata vinta il 15 luglio 1979, per la cresta nord, dai giapponesi Hideo Yokoyama, Koichi Minami, Masaki Ohashi e Shigeki Chiba, seguiti due giorni dopo da Susumu Ogasawara, Yoshimasa Chiba, Michio Hayashi, Michihiro Kanno e Mitsuo Shiroishi. Il primo tentativo alla parete sud della cima meridionale risale invece al 1999 e porta le firme del britannico Roger Payne e della neozelandese Julie-Ann Clyma che, individuata una possibilità lungo lo sperone del settore sinistro della muraglia, dal campo base avanzato, a circa 4600 metri, si sono spinti in stile alpino, nella bufera e tra le valanghe, fino a quota 6200. Agli stessi andava peggio nel 2000, visto che il maltempo li costringeva a cedere trommsdorffaddirittura 900 metri più in basso. Ed eccoci al 2003 quando, dopo aver tentato in poche settimane una cima senza nome di 6181 metri, poi il Kunyang Chhish Est (7400 m) e infine il Kanjut Sar (7760 m), Yannick Graziani e Christian Trommsdorff sferrano il loro primo doppio attacco alla grande parete del Pumari Chhish Sud, decidendo di seguire la linea già individuata da Payne e compagna. I francesi salgono in due giorni fino a quota 6750, vengono ricacciati al campo base dal maltempo e, dopo una settimana di riposo, il 14 giugno ripartono. In tre giorni salgono per 2300 metri su neve a 60°, ghiaccio verticale, misto non banale (M6) e roccia difficile (VI+ e 20 metri di A2) ma, a 6900 metri, le terribili condizioni meteorologiche li obbligano nuovamente ad una rocambolesca ritirata. Il resto, compresa forse la delusione di Valery Babanov – si veda in proposito quanto abbiamo scritto il 1° giugno, anche se l'impressione è che l'obiettivo principale dell'asso russo sia sempre stato il Kunyang Chhish Est – è cronaca recentissima, che siamo in attesa di approfondire.

Nelle foto, dall'alto: la parete meridionale del Pumari Chhish Sud (arch. Yannick Graziani), Yannick Graziani (www.ffme.fr) e Christian Trommsdorff (www.kairn.com)

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lunedì, 18 giugno 2007

ALASKA, CHI FERMA I GIAPPONESI?

postato da carlocaccia alle 09:57 in nordamerica

VIE NUOVE SUL MOUNT BRADLEY, SUL MOUNT CHURCH E SUL MOUNT JOHNSON PER FUMITAKA ICHIMURA, YUKI SATOH E TATSURO YAMADA

Season of the SunL'abbiamo già scritto: in Alaska l'alpinismo respira a pieni polmoni (mentre sull'Everest non può fare a meno delle bombole…). Adesso, però, è il momento di aggiungere che non poco del merito per tanta buona salute, ultimamente, va agli alpinisti del Sol Levante, vista la prima solitaria invernale del Mount Foraker (5303 m) firmata da Masatoshi Kuriaki nelle prime settimane dell'anno (ne abbiamo parlato il 29 marzo) e le tre fresche vie nuove tracciate da Fumitaka Ichimura, Yuki Satoh e Tatsuro Yamada nella zona del Ruth Glacier, a sud-est del McKinley. Sul Mount Bradley (2775 m), il 20 aprile scorso, il terzetto nipponico ha messo a segno la prima salita della parete sud-est, tracciando in 15 ore Season of the sun: una linea di 1400 metri con difficoltà di WI4R ed M6R. Notevole anche il successo sulla nord del Mount Church (2509 m) dove il 26 aprile, dopo un tentativo a vuoto, è stato risolta in 19 ore, tra salita e discesa, Memorial gate (1100 metri di ripidi pendii nevosi seguiti da placche rocciose ricoperte di neve, AI4+R/X). La terza via nuova, invece, è stata una bella sorpresa. I tre amici, infatti, intendevano ripetere la difficile The elevator shaft (Jack Tackle e Doug Chabot, dal 31 maggio al 3 giugno 1995, V+, A3 e AI5+) sulla nord del Mount Johnson (2579 m) ma giunti a tu per tu con la parete, il 30 aprile, notando sulla destra una linea di ghiaccio semplicemente perfetta, non hanno resistito alla tentazione e hanno tracciato The ladder tube (900 m, VI+R, A3, WI4+R e M5). Da precisare che, arrivati sulla cresta sommitale, Ichimura e compagni hanno traversato per un buon tratto a sinistra fino a raggiungere la via di Tackle e Chabot e quindi, dopo un bivacco e 400 metri di facile arrampicata in cresta, il 1° maggio hanno potuto calcare il punto più alto del Mount Johnson. Per Ichimura si è trattato della terza positiva stagione alaskana, dopo l'apertura in stile alpino di Shi-Shi sul Mount Huntington (3731 m), riuscita nel 2005 in cordata con Katsutaka Yokoyama, e il doppio successo dello scorso anno, sempre con Yokoyama, sul Broken Tooth (2758 m, prima ascensione di Before the dawn, 1000 m, VI, M6 e WI4+) e sullo sperone nord del Mount Hunter (4442 m, terza ripetizione integrale di Deprivation di Twight e Backes). E per completare il quadro, facendo un balzo di qualche migliaio di chilometri, ricordiamo che nel giugno scorso il quartetto Ichimura-Yokoyama-Satoh-Yamada si è scatenato sulla parete sud dell'Illimani (6439 m, Cordillera Real, Ande boliviane) tracciando Phajsi face (1200 m, AI4+, Satoh e Yamada), Puerta del sol (1200 m, WI5R e M5, Ichimura e Yokoyama) e Inti Face (600 m, AI5, Satoh e Yamada), senza dimenticare Acalanto (950 m, WI5R, Ichimura e Yokoyama) sul vicino Pico Layca Khollu (6159 m). Il cerchio si chiude quindi con la domanda iniziale: chi fermerà questi fortissimi giapponesi?

Nella foto sopra, la parete sud-est del Mount Bradley con il tracciato di Season of the sun (arch. Yuki Satoh)

Memorial Gate

La parete nord del Mount Church solcata da Memorial gate (arch. Yuki Satoh)

The Ladder Tube

Mount Johnson, parete nord: sulla destra è evidenziata la difficile The ladder tube (arch. Yuki Satoh)

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