Blogger: intrablog
Nome: © ANTERSASS CASA EDITRICE - Concept, credits & disclaimer by Alberto Peruffo + www.intraisass.it -> community

the sad smoky mountains
accensione, mediante simboli e pensieri, del cuore infranto delle montagne e di chi le percorrE
>> Throughout the world in proximity of the arrival of the Olympic torch on the summit of Mount Everest + the inauguration of the Olympics in Peking >>
ignition, through the use of symbols and thoughts, of broken hearted mountains as well as broken hearts of those who go across them

sostenitori
ricerca STORICO-CULTURALE


>> 56a EDIZIONE
>> 22a MontagnaLibri


Spedizioni e trekking
IN TUTTO IL MONDO

>> RUSSIA
>> PARTENZE PRIMAVERA


NEWS + nuovi prodotti
>> Armour
>> Moqui Cr


S.C.A.R.P.A.
>> Skiing
>> Climbing

 

eXplorazioni verticali
DVD + booklet


cinema ed esplorazione
MULTIMEDIALE

Partecipano



Bottoni

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami


  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder

Contatore

visitato *loading* volte
martedì, 31 luglio 2007

COME UN CARRO ARMATO

postato da carlocaccia alle 11:40 in karakoram

K2, PARETE OVEST: I RUSSI HANNO SUPERATO IL GRANDE BASTIONE ROCCIOSO

sokolov-2shabalin-4La strada resta lunga ma il più è fatto: ieri, lunedì 30 luglio, la spedizione nazionale russa sulla ovest del K2 ha chiuso i conti con il gigantesco bastione roccioso. Dopo il soccorso di Vitaly Ivanov (ne abbiamo parlato il 20 luglio) e dopo aver piazzato, il 19 luglio, il campo 5 a circa 7500 metri, il 29 luglio alle 16 le cordate di Gleb Sokolov (foto a sinistra, www.k2-8611.ru) e Pavel Shabalin (a destra, idem) hanno raggiunto la fine delle corde fisse, riuscendo ad attrezzare un'altra lunghezza e mezza. Ieri, quindi, ecco il gran balzo: su per 6 tiri e mezzo fino all'inizio della più “semplice” sezione finale della “diretta”. E oggi? L'obiettivo è doppio: salire il più possibile e piazzare il campo 6 in un luogo sicuro, sotto una fascia rocciosa. Intanto, sabato 28 luglio, anche Dodo Kopold, Peter Hamor e Piotr Morawski hanno raggiunto il campo base del K2: il sogno del terzetto, come già annunciato, è quello di tracciare un'altra via sulla straordinaria parete occidentale del colosso del Karakoram. Lo stile, però, sarà diverso da quello dei russi e, in proposito, vale la pena riportare alcune parole di Kopold: «I russi stanno letteralmente costruendo una nuova via, diretta, sulla parete ovest. E lasceranno la montagna soltanto a lavoro finito».

Russi campo 5

L'immagine più recente della nuova linea russa sul bastione roccioso della parete ovest del K2 (www.russianclimb.com)

link al post | categoria karakoram
lunedì, 30 luglio 2007

LE IDEE BALZANE DI IAN E ANDY

postato da carlocaccia alle 10:25 in sudamerica

ANCORA VACANZE “ESTIVE” IN PATAGONIA PER I BRITANNICI PARNELL E KIRKPATRICK CHE SOGNANO LA PRIMA INVERNALE DELLA TORRE EGGER

Ian Parnell e Andy Kirkpatrick sono tornati in Patagonia. I due britannici, che nell'agosto 2002 riuscirono a mettere a segno la prima invernale (e prima ripetizione) della via Vol de Nuit (600 m, 90° e A2, Andy Parkin in solitaria, 21 febbraio 1993, senza raggiungere la cima) sulla parete est dell'Aguja Mermoz (2732 m), quest'anno sognano addirittura la prima invernale assoluta della Torre Egger (2850 m) per la via Titanic (1100 m, VI+, A2 e 90°), aperta sulla parete est della magnifica guglia tra il 2 e il 5 novembre 1987 dai trentini Elio Orlandi e Maurizio Giarolli. L'obiettivo è indubbiamente ambizioso e a quanto pare, se la situazione dovesse complicarsi troppo, Parnell e Kirkpatrick potrebbero ripiegare su una linea di ghiaccio di 600 metri sul vicino Cerro Standhardt (2730 m).

Ian Parnell 4

Ian Parnell, a typical English mountaineer (arch. Parnell)

link al post | categoria sudamerica
martedì, 24 luglio 2007

GASHERBRUM II, STORICO SUCCESSO OLTRE LA FOLLA

postato da carlocaccia alle 10:03 in karakoram

IMPRESA DI DANIELE BERNASCONI E KARL UNTERKIRCHER: PRIMA SALITA DELLO SPIGOLO NORD DEL COLOSSO DEL KARAKORAM. MICHELE COMPAGNONI COSTRETTO A RINUNCIARE A MENO DI 200 METRI DALLA VETTA

G2 spigoloLo spigolo nord del Gasherbrum II (8035 m): punta magnifico al cielo ed è un invito a salire. Una linea perfetta, un sogno oltre la folla (quella del versante meridionale della quattordicesima montagna della terra) che il lecchese Daniele Bernasconi - 36 anni, del gruppo Ragni, uomo tanto da colossi di 8000 metri quanto da 8b in falesia – e il gardenese Karl Unterkircher – pure lui 36 anni, membro dei Catores e autore di numerose prime sulle Dolomiti – senza dimenticare il valtellinese Michele Compagnoni – 34 anni, in vetta al K2 senza ossigeno nel 2004 e che questa volta ha dovuto rinunciare a quota 7850 – hanno trasformato in realtà. L'impresa, condotta in parziale stile alpino, è riuscita il 20 luglio alle 20 ora locale: «Siamo in cima. Il tempo è bellissimo e vediamo la vetta del K2» hanno annunciato Daniele e Karl. Sotto le punte dei loro ramponi stava un nuovo tassello del grande mosaico dell'alpinismo himalayano: un itinerario di oltre 3000 metri, dei quali i primi 1200 lungo un pilastro roccioso e il resto sullo spigolo vero e proprio, lungo quella linea elegantissima inclinata fino a 50-55 gradi, nel cuore del selvaggio versante settentrionale del GII. La prima parte della via, che presenta difficoltà di quarto grado con un paio di lunghezze di quinto, è stata superata in 3 giorni a fine giugno: alcuni chiodi, dadi e friend, oltre a più di 1000 metri di corde fisse, hanno permesso al terzetto tricolore di aver ragione del poderoso bastione roccioso, in qualche punto friabile ma non verticale, che termina a circa 6000 metri di quota (dove è stato piazzato il primo campo). La discesa, invece, si è svolta lungo la via normale del versante sud: Compagnoni, costretto a rinunciare quando ormai le difficoltà tecniche erano superate (terminano, a quanto pare, a 7500 metri), ha raggiunto i compagni sulla parete opposta superando la sella ovest. «Un bellissimo risultato – ha commentato Agostino Da Polenza, ideatore della spedizione -. Un sogno che si realizza dopo 24 anni. Avevo visto la nord del Gasherbrum II dopo la salita della parete settentrionale del K2, nel 1983. E avevo promesso a me stesso che l'avrei scalata per primo. Ho mantenuto la promessa a metà: organizzando la spedizione sono riuscito a mandare in vetta questi splendidi alpinisti. Avrei voluto essere al campo base per godere di questi momenti, ma va bene anche così (Da Polenza ha seguito quotidianamente la spedizione dal suo "quartier generale" di Bergamo, ndr). L'importante è che ce l'abbiano fatta: l'impresa di Bernasconi, Unterkircher e Compagnoni è un tassello importante nella storia dell'alpinismo».

Nella foto sopra: il magnifico spigolo nord del Gasherbrum II (www.evk2cnr.org)

G2terzetto

Il terzetto dell'impresa sul GII: da sinistra, Daniele Bernasconi, Karl Unterkircher e Michele Compagnoni (www.evk2cnr.org)

G2azione

Un momento della salita lungo lo spigolo nord del Gasherbrum II, nel cuore di un versante dove pochissimi hanno osato cacciare il naso (www.evk2cnr.org)

AI LETTORI

Seconda comunicazione di servizio in pochi giorni (scusate...). Da domani saremo impegnati al festival Cervino Cinemountain di Breuil-Cervinia e Valtournenche per cui, purtroppo, l'appuntamento con le notizie di INTOtheROCKS è rinviato alla prossima settimana, alla prima delle nostre news in "formato estivo" (perché anche noi dobbiamo prendere un po' fiato…). A presto! C.C.

link al post | categoria karakoram
lunedì, 23 luglio 2007

LA TELEFONATA DI NICO

postato da carlocaccia alle 09:56 in alpi orientali

RIZZOTTO COLPISCE ANCORA: PRIMA RIPETIZIONE DELLA GINO BARTALI SULLA TORRE DI LAGUNAZ E PRIMA SOLITARIA DI ONIX SUL SASS MAOR

Nico RizzottoPausa pranzo, tempo per telefonare: così per Nico Rizzotto (nella foto), che il pane quotidiano se lo guadagna facendo il meccanico e le montagne le vede soltanto il sabato e la domenica. Ma non importa: se la passione non manca – anzi: se è dirompente – per fare grandi cosi bastano due giorni su sette. Ma andiamo ai fatti. L'altro giorno, come suo solito dopo aver combinato qualcosa di "potente", Nico ci ha chiamati al telefono e ci ha raccontato che, tra il 30 giugno e il 1° luglio scorsi, in compagnia dell'amico Federico Rosa (fedele secondo di cordata), è riuscito a salire la via Gino Bartali sulla parete ovest della Torre di Lagunaz (2296 m), nel gruppo dolomitico delle Pale di San Lucano proprio alle spalle (a nord) del celebre Spiz di Lagunaz (2338 m). La mitica guida di Ettore De Biasio (Pale di San Lucano, Luca Visentini Editore, Cimolais 2004) ad un certo punto parla addirittura di "anime gemelle": la Torre e lo Spiz, giganti indivisibili messi a formare un'unica entità che domina altissima il Boral di Lagunaz. Ma torniamo a Rizzotto e alla Gino Bartali. La salita del veronese, probabilmente, è la prima ripetizione di quella via di 1300 metri (compresi i 600 dello zoccolo) firmata dall'indimenticabile Lorenzo Massarotto, in cordata con Gianluca Bellin, tra l'8 e il 9 giugno 1996. Non trascendentale dal punto di vista tecnico, con un assaggio di VI- poco prima della lunga cengia obliqua che incide la montagna a metà e permette ai piccoli uomini di evitare la seconda fascia di strapiombi, a detta di Nico la Gino Bartali è una scalata impegnativa, in ambiente grandioso e un po' da "cercare" (la roccia, comunque, è sempre di eccellente qualità). Ma andiamo avanti o, meglio, torniamo indietro, perché la telefonata di Nico, in realtà, è partita proprio da qui: «Tra il 14 e il 15 luglio – citiamo, "limando" qua e là, le sue parole – ho salito in prima solitaria, ovviamente autoassicurato, Onix sulla sud-est del Sass Maor. Ho attaccato alle 5 del mattino e, arrivato alle 15.30 al cosiddetto Castello di Onix (a circa due terzi della via), mi sono fermato per un comodo bivacco. Il giorno dopo alle 14, assetatissimo visto il gran caldo, ero già in cima, felice per aver completato un trittico a cui tenevo molto». Cosa significa? Semplice: dopo quelle di Supermatita (di qualche anno fa) e Masada (del settembre scorso), quella di Onix – 1200 metri aperti (o attrezzati?) da Samuele Scalet e Gianni Fellin tra l'ottobre 2001 e il luglio 2002, valutazione complessiva ED – è la terza solitaria di Rizzotto sulla fantastica muraglia del Sass Maor, che si innalza fino a 2814 metri nel gruppo delle Pale di San Martino. Ma se non siamo troppo lontani, dal punto di vista spaziale, dalla selvaggia Torre di Lagunaz, dal punto di vista alpinistico la sobria e pochissimo chiodata Gino Bartali e la spittata Onix sono agli antipodi. Per rendersene conto è sufficiente leggere poche righe del bel racconto di Orietta Bonaldo che il 15 luglio 2004, esattamente tre anni prima della solitaria di Rizzotto, impegnata sulla famosa Scalet-Biasin lungo la stessa rinomata parete del Sass Maor, ad un tratto nota alcune «placchette inox che che si avvicinano pericolosamente alla via che stiamo percorrendo, quasi a irriderla. Ora ricordo, la via accanto è Onix: "Via ben protetta a spit nei tratti più impegnativi, nella parte alta sono state lasciate delle corde fisse per agevolare un'eventuale ritirata [...]". Leggendo non ci avevo fatto caso ma ora, di fronte a quel triste spettacolo, mi meraviglio che sia opera della stessa persona che quasi quarant'anni prima aveva tentennato prima di piantare qualche chiodo a pressione per superare un breve tratto impercorribile in una via che avrebbe segnato la storia» (I. RABANSER e O. BONALDO, Vie e vicende in Dolomiti, Edizioni Versante Sud, Milano 2005).

Torre e Spiz di Lagunaz web

Le "anime gemelle": Torre (a sinistra) e Spiz di Lagunaz (con il magnifico Diedro Casarotto) nel gruppo delle Pale di San Lucano. Sulla Torre di Lagunaz è evidenziata la via Gino Bartali di Lorenzo Massarotto, ripetuta nei giorni scorsi da Nico Rizzotto e Federico Rosa (foto di Ettore De Biasio tratta dal libro-capolavoro dello stesso: E. DE BIASIO, Pale di San Lucano, Luca Visentini Editore, Cimolais 2004)

link al post | categoria alpi orientali
venerdì, 20 luglio 2007

ULTIMISSIME DALLA “PARETE DELLE PARETI”

postato da carlocaccia alle 19:01 in alpi orientali

IN DIRETTA DAL RIFUGIO TISSI

La cordata di Alessandro Baù è nuovamente ad un passo dall'impresa: mentre scriviamo il giovane padovano sta scalando l'ultimo tiro della via Eliana, a sinistra della storica Andrich, sulla parete nord-ovest del Civetta. La via, 600 metri di sviluppo fino al VI+ con un tratto di VIII+ (7a+) da superare in libera (più 330 metri di zoccolo), è stata aperta il 27 luglio 1995 dopo diversi (pare 6) tentativi da Renato Panciera e Mauro Valmassoi e in 12 anni non era mai stata ripetuta. Ma non è finita: nei giorni scorsi, con un solo bivacco, lo stesso Baù ha fatto sua anche la seconda salita di Nuvole barocche, il capolavoro di Venturino De Bona (in cordata con Piero Bez, estate 1999) nel cuore della “Parete delle pareti”: 1300 metri strepitosi tra il diedro Philipp-Flamm a sinistra e la Via dei cinque di Valmadrera a destra, con difficoltà di IX- (7b) obbligatorio e A2 (8b in libera?). In breve: la via più tosta del Civetta e una delle più poderose creazioni di tutti i tempi dell'intero arco alpino. Da notare che Alessandro Baù, che forse ora sarà già in cresta (più veloce lui ad arrampicare che noi a scrivere?), aveva cominciato la sua splendida triade sulla nord-ovest per antonomasia tra il 29 e il 30 luglio 2005, mettendo a segno (con Enrico Marini) la prima ripetizione di Viva Mexico Cabrones: 1150 metri fino al VII+/VIII- (senza spit) firmati nell'estate 2001 da un solitario Venturino De Bona (sempre lui...).

Ulteriori notizie dolomitiche, direttamente dalla voce dei protagonisti, nei prossimi giorni su INTOtheROCKS!

Civetta1

Alessandro Baù, Venturino De Bona ed Enrico Marini dopo la prima ripetizione di Viva Mexico Cabrones (www.planetmountain.com)

link al post | categoria alpi orientali

K2, PARETE OVEST, QUOTA 7500: SOCCORSO RIUSCITO NELLA BUFERA

postato da carlocaccia alle 09:45 in karakoram

MA ORA IL TEMPO È MIGLIORATO E LA SCALATA DEI RUSSI PROSEGUE

Vitaly IvanovLo sapevano, i veterani russi della ovest del K2, che prima o poi qualche problema sarebbe arrivato. Il 15 luglio, quarto giorno consecutivo di maltempo sui giganti del Karakoram, con fitte nevicate e forte vento a tutte le quote, mentre la cordata di Gleb Sokolov stava ritirandosi dal campo 4, dal cuore del pilastro roccioso della parete occidentale della seconda montagna più alta della terra, è scattato l'allarme: Vitaly Ivanov (nella foto, www.russianclimb.com), malato e sfinito, non era più in grado di scendere da solo. L'operazione di soccorso è partita immediatamente e Ivanov, giunto al campo 3, ha potuto beneficiare dell'ossigeno supplementare portato lassù dalla cordata di Pavel Shabalin, salita dal campo 1. Il giorno dopo le condizioni di salute di Vitaly sono ulteriormente peggiorate: i suoi compagni hanno fatto di tutto per condurlo in basso, al campo base avanzato, e la fatica è terminata con successo soltanto in serata, quando l'alpinista di Novosibirsk è stato visitato e curato dal medico della spedizione, Serguey Bychkovsky. Ultimo atto dell'operazione di soccorso martedì 17 luglio quando Ivanov, dopo essere sceso prima su una slitta e poi, dove il ghiacciaio si presentava più crepacciato, sulle sue gambe aiutato dai compagni, alle due del pomeriggio è arrivato al campo base. Lo stesso giorno, con il maltempo finalmente agli sgoccioli, la squadra di Alexey Bolotov è salita dal campo 1 al campo 2 (6750 m), Andrey Mariev ha raggiunto il campo 3, e infine Pavel Shabalin, Iljas Tukhvatullin e Vadim Popovitch hanno "ripopolato" il campo 4 (a circa 7500 m). Le ultime notizie dalla ovest del K2 sono del 18 luglio: alle 8 del mattino, tornato il bel tempo, un elicottero ha potuto condurre Ivanov e il cameraman Vladimir Kokurov a Skardu mentre in parete, se il gruppo di Bolotov è arrivato al campo 3, quello di Shabalin ha proseguito il "lavoro" oltre il campo 4. «La spedizione continua – ha spiegato il leader Viktor Kozlov – e noi siamo riconoscenti a tutti coloro che credono nella nostra squadra e ci sostengono».

Russi K2 16-07-07

La linea dei russi sul bastione roccioso della parete ovest del K2: la spedizione diretta da Viktor Kozlov sembra avere energie da vendere... (per la foto: www.russianclimb.com)

AI LETTORI

Questa settimana, vista la corposa "celebrazione" di lunedì della prima salita della parete nord-est del Badile, abbiamo preferito sospendere il consueto appuntamento del venerdì con la storia. Precisazione superflua? Forse... ma abbiamo voluto farla ugualmente. Buona domenica a tutti!

link al post | categoria karakoram
giovedì, 19 luglio 2007

QUELLI DI KRASNOYARSK: IL RITORNO

postato da carlocaccia alle 10:03 in karakoram

DOPPIO SUCCESSO SULLA NORD-OVEST DELLA GRANDE TORRE DI TRANGO PER I GIOVANI RUSSI GUIDATI DA NICKOLAY ZAKHAROV

Russi Trango arrampicata 5

Due chilometri di granito verticale e strapiombante, a quanto pare la più alta big-wall del pianeta: è la nord-ovest della Grande Torre di Trango (6286 m, Karakoram) che, finita nel mirino di quella «squadra molto forte formata da ragazzi molto giovani di Krasnoyarsk» (parola di Pavel Shabalin, corsivi nostri), non ha potuto resistere alla determinazione di quei formidabili siberiani, alcuni poco più che ventenni, che nelle scorse settimane vi hanno colto un doppio successo da antologia, che si aggiunge a quello dei mesi scorsi (in inverno...) sulla nord dell'Ak-Su (5217 m, Pamir-Alai) per la Ruchkin-Odintsov (ne abbiamo parlato il 19 febbraio) e alla tripletta del 2006 (sempre durante la stagione fredda) sulle pareti nord dell'Eiger, del Cervino e delle Grandes Jorasses. Grande ritorno, quindi, per i “ragazzini terribili” di Krasnoyarsk che, guidati dai soliti infaticabili veterani, hanno fatto capire una volta per tutte di che pasta sono fatti, non accontentandosi di una salita (che comunque non sarebbe stata poca cosa, vista la parete in questione) ma mettendone a segno addirittura due. Se da una parte la squadra di Oleg Khvostenko, Vladimir Arkhipov, Andrey Litvinov, Yuri Glazyrin, Serguey Cherezov, Denis Prokof'ev e Alexander Yanushevich, tra il 6 e il 16 luglio scorsi, è riuscita a completare la Via Ucraina del 2003 (non ce la sentiamo di parlare di tentativo e tra poco capirete il perché), dall'altra il team composto da Alexander Mikhalicyn, Evgeny Belyaev, Igor Loginov e Alexey Kommissarov, dal 7 al 12 luglio, ha messo a segno una via nuova nel settore destro della parete. Ovviamente, a complicare ulteriormente ogni problema, non è mancato il maltempo.

DIARIO. 20 giugno: partenza da Mosca. 21 giugno: arrivo a Islamabad. 23 giugno: la spedizione giunge a Skardu. 30 giugno: primo giorno al campo base, gli alpinisti cominciano l'acclimatazione. 6 luglio: la squadra di Khvostenko, nonostante il tempo imprevedibile (sole al mattino, neve alla sera...) attacca la Via Ucraina e sale 15 lunghezze, piazzando la portaledge al termine della quattordicesima. 7 luglio: nonostante il tempo pessimo la seconda squadra, con Belyaev e Loginov che si alternano al comando, risolve i primi 11 tiri della via nuova (bivaccando però al termine del settimo) mentre Khvostenko e compagni avanzano di 4 lunghezze (totale 19). 8 luglio: pioggia nella notte, cascate in parete e vento. Ma gli alpinisti non si fermano: la squadra dalla Via Ucraina prosegue per altre 6 lunghezze (totale 25) mentre l'altra (Belyaev e Kommissarov in testa) aggiunge 3 tiri al lavoro già fatto (totale 14, la portaledge si trova al termine della dodicesima lunghezza). 9 luglio: Khvostenko e compagni risolvono altri 5 durissimi tiri (totale 30) senza però spostare il posto del bivacco. Dall'altra parte 7 ulteriori lunghezze (totale 21) portano la squadra al termine della prima metà della big-wall, alla base del primo ripido pilastro. 10 e 11 luglio: bel tempo, finalmente. Entrambi i team avanzano bene. 12 luglio: la via nuova è realtà. Mikhalicyn, Belyaev, Loginov e Kommissarov raggiungono la vetta e, con la tempesta in agguato, scendono rapidissimi al campo base, lasciando parte del materiale sulla montagna. Khvostenko e compagni, intanto, superano altre 4 lunghezze (purtroppo non siamo più in grado di fornirvi il totale dei tiri saliti). 13 luglio: nonostante il tempo orribile le operazioni lungo la Via Ucraina procedono. 14 luglio: bouldering al campo base per gli uomini della via nuova e gran fatica in alto per Khvostenko e Cherezov che, lottando con la neve, raggiungono la cresta sommitale e preparano così la puntata decisiva. 15 luglio: la forma è buona, il cibo e il gas non mancano ma la neve impedisce di muoversi. In serata le nubi si aprono: domani, forse... 16 luglio: la tempesta si placa e i ragazzi di Krasnoyarsk ne approfittano. Alle 11 ora locale la Via Ucraina è finalmente completata: Khvostenko, Arkhipov, Litvinov, Glazyrin, Cherezov, Prokof'ev e Yanushevich sono in vetta alla Grande Torre di Trango.

UN PO' DI STORIA. Obiettivo ambitissimo, la parete nord-ovest della Grande Torre di Trango è stata salita per la prima volta nel 1999. Autori dell'impresa, lungo la linea più logica della muraglia (nettamente divisa in due settori, dei quali il superiore è assai più tosto dell'altro), i forti e a quanto pare sponsorizzatissimi Alex Lowe, Jared Ogden e Mark Synnott. La loro via, tracciata dal 2 luglio al 1° agosto, è stata battezzata Parallel Worlds (“Universi paralleli”, 2000 m, 5.11 e A4). Contemporaneamente agli statunitensi, dal 15 luglio al 10 agosto, ha operato sulla parete la squadra del Russian Big Wall Project composta da Alexander Odintsov, Yuri Koshelenko, Igor Potankin e Ivan Samoilenko. «Poiché la via più logica e di facile lettura era già occupata dagli americani – ha spiegato in seguito Koshelenko – a noi restava una sola possibilità: tentare la più aggettante e liscia sezione a destra, sulla sinistra del pancione strapiombante» (Yuri Koshelenko, Eclisse di Trango, in “Alp” n. 177, gennaio 2000). Il risultato non è mancato: da quei giorni The Russian Direct è una via strepitosa di 2700 metri, con difficoltà, anche in questo caso, di 5.11 e A4. Ma attenzione: il 25 luglio 1999, dopo gli americani e i russi, è giunto alla base della Grande Torre di Trango anche il tedesco Thomas Tivadar che, con Gabor Berecz, Oskar Nadasdi e Peter Schäffler, sognava la prima assoluta della parete. Ma era arrivato in ritardo... Che fare? Naturale: trovare un'altra possibilità oltre alle due già “occupate”. Così Tivadar e soci hanno attaccato a sinistra rispetto alla via di Lowe, Ogden e Synnott e, in circa un mese, hanno tracciato Lost Butterfly: una linea in gran parte originale (1400 m, 5.10 e A4+) che raggiunge quella americana a 10 lunghezze dalla vetta (Tivadar, lungo quest'ultima, si è spinto fino a quota 6000, in pratica a una sessantina di metri dalla cresta sommitale). Ma eccoci, finalmente, alla Via Ucraina del 2003, rimasta incompiuta dopo 46 lunghezze di 5.11 e A4 (con soli 12 spit di passaggio) a circa 100 metri dalla vetta. Il motivo della rinuncia? La mancanza di cibo e di combustibile (ecco perché non l'abbiamo chiamata tentativo). Autori (anche se non al cento per cento...) della notevole linea che si svolge lungo il settore sinistro della parete, andando a forzare il poderoso ed estetico pilastro a sinistra dell'evidente chiazza nevosa mediana, Alexander Lavrinenko, Vladimir Mogila, Vitali Yarichveski e Alexey Zhilin.

Nella foto in alto: strapiombi da paura e piccoli uomini sulla nord-ovest della Grande Torre di Trango (www.mountain.ru)

Grande Torre di Trango parete nord-ovest 2

Nella foto (www.russianclimb.com), i 2000 metri della parete nord-ovest della Grande Torre di Trango (6286 m) con le vie, da sinistra, Ucraina (5.11 e A4, Lavrinenko, Mogila, Yarichveski e Zhilin, 2003, completata nel 2007 da Khvostenko, Arkhipov, Litvinov, Glazyrin, Cherezov, Prokof'ev e Yanushevich), Lost Butterfly (5.10 e A4, Tivadar, Berecz, Nadasdi e Schäffler, 1999), Parallel Worlds (5.11 e A4, Lowe, Ogden e Synnott, 1999), The Russian Direct (5.11 e A4, Odintsov, Koshelenko, Potankin e Samoilenko, 1999) e dei giovani di Krasnoyarsk (Mikhalicyn, Belyaev, Loginov e Kommissarov, 2007)

Khvostenko conduce Trango

Oleg Khvostenko conduce le operazioni lungo la Via Ucraina della parete nord-ovest della Grande Torre di Trango. Notare in basso le portaledges (www.russianclimb.com)

Russi Trango arrampicata 6

La squadra di Khvostenko avanza lungo la Via Ucraina (www.russianclimb.com)

Russi Trango arrampicata 2

Lungo la parte bassa della via nuova (www.mountain.ru)

Russi Trango nuova via

I "ragazzini terribili" di Krasnoyarsk alle prese con gli strapiombi della via nuova sulla parete nord-ovest della Grande Torre di Trango (www.russianclimb.com)

link al post | categoria karakoram
mercoledì, 18 luglio 2007

DODO KOPOLD: NON C'È DUE SENZA TRE

postato da carlocaccia alle 09:27 in himalaya

DOPO IL CHO OYU E LO SHISHA PANGMA ANCHE IL NANGA PARBAT CEDE AL FUORICLASSE SLOVACCO: ORA TUTTO È PRONTO PER LA OVEST DEL K2

dodokopold climbandmore comDomenica 15 luglio, alle 13.40 ora locale, il fuoriclasse slovacco Josef "Dodo" Kopold, classe 1980, ha raggiunto la vetta del Nanga Parbat (8125 m) per la via Kinshofer. Per Dodo, autore negli anni scorsi di non poche salite di gran classe sui colossi granitici del Karakoram e alla sua prima stagione sulle più alte montagne della terra, si tratta del terzo successo in poche settimane su un Ottomila. Così, anche per lui, vale la domanda di ieri, quella che ci facevamo a proposito di Colin Haley: "Dove arriverà?". Cominciata la collezione il 31 marzo scorso con il Cho Oyu (8201 m), il giovane talento dell'Est ha messo a segno il secondo colpo neppure un mese dopo, il 24 aprile, facendo sua la parete sud dello Shisha Pangma (8046 m) e ora, dopo il Nanga Parbat, è pronto per il vero, grandioso obiettivo della stagione: una via nuova, in stile alpino, sulla parete ovest del K2 (8611 m). Con Kopold, sulla seconda montagna più alta della terra, ci saranno gli stessi compagni dell'ultimo, fresco successo: il suo connazionale Peter Hamor e il polacco Piotr Morawski. Aggiungiamo, per la cronaca, che dopo un primo tentativo lanciato appena dopo l'arrivo al campo base e bloccato dal maltempo, il terzetto ha salito il Nanga Parbat al secondo attacco: la scalata, caratterizzata da abbondanti nevicate e forte vento (oltre che, ad un certo punto, dalla mancanza di cibo: pare che Dodo, negli ultimi tre giorni, abbia mangiato soltanto una fetta di salame!) è stata decisamente impegnativa.

Nella foto, Josef "Dodo" Kopold (www.climbandmore.com)

link al post | categoria himalaya
martedì, 17 luglio 2007

COLIN HALEY: DOVE ARRIVERÀ?

postato da carlocaccia alle 09:51 in nordamerica

ENNESIMA IMPRESA IN POCHI MESI DEL TALENTO AMERICANO: RIPETIZIONE LAMPO, CON MARK WESTMAN, DELLA PROIBITIVA DENALI DIAMOND SULLA SUD DEL McKINLEY

Colin HaleyColin Haley (nella foto): in questi mesi ne abbiamo parlato e riparlato, ne parliamo oggi e ne riparleremo prossimamente. Ma non ne abbiamo mai rivelato l'età: sciogliamo il "mistero", allora. Questo fuoriclasse che ormai non ha più bisogno di conferme - visto che dal 10 al 13 luglio 2006 ha tracciato Entropy Wall sulla nord del Mount Moffit (Alaska, con Jed Brown), che tra il 5 e il 6 gennaio scorsi ha concatenato À la recherche du temps perdu e la Via dei Ragni sul Cerro Torre (con Kelly Cordes), che il 12 marzo ha messo a segno a tempo di record la prima invernale del Mount Huntington (Alaska, ancora con Brown), che il 25 maggio ha risolto una nuova linea sulla Emperor Face del Mount Robson (Canadian Rockies, con Steve House) e che nelle prossime settimane tenterà i 3200 metri del pilastro sud-ovest dell'Ultar Sar (7388 m, Karakoram) – questo fuoriclasse, dicevamo, è poco più di un ragazzino. Colin Haley, amici lettori, ha 22 anni, studia geologia all'università, non vuole sponsor e neppure diventare guida ed ha fatto riflettere persino Steve House: «In verità – ha dichiarato recentemente l'autore dell'ultimo capolavoro sulla parete Rupal del Nanga Parbat – le prime scalate di una certa importanza mi sono riuscite soltanto dopo i 25 anni...». Ma ecco l'ultima grande notizia, già anticipata nell'occhiello: esattamente un mese fa, tra il 17 e il 18 giugno 2007, in 45 ore e 40 minuti, in compagnia del veterano Mark Westman, Colin ha brillantemente messo a segno la quinta salita della proibitiva Denali Diamond sulla sud del McKinley (6194 m).

Denali

La via (in rosso nella foto di Bradford Washburn tratta dal The American Alpine Journal, 1984), una delle più difficili del colosso alaskano, una linea strepitosa che ai primi salitori - Bryan Becker e Rolf Graage - aveva richiesto ben 17 giorni di rocambolesca permanenza in parete dal 24 maggio al 9 giugno 1983, si svolge a sinistra della storica (1961, in giallo nella foto) Cassin (raggiunta a quota 5300) e appena a destra della Roberts-McCartney (1980, in blu) ed è caratterizzata da una difficile sezione rocciosa iniziale di circa 1000 metri, con difficoltà originarie di VI e A3 (in corrispondenza di un tetto di 8 metri, evitato da tutti i ripetitori). Haley e Westman hanno cominciato la loro preparazione a fine maggio, salendo in cima al Denali per il West Buttress (la via normale, Bradford Washburn e compagni, 1951) e, come se non bastasse, pochi giorni dopo Colin si è cimentato con successo anche lungo la più difficile West Rib (Breitenbach, Buckingham, Corbet e Sinclair, 1959), scendendo dalla vetta con un paio denalidiamond6di sci speciali e gli scarponi da alpinismo ai piedi. L'avventura lungo la Denali Diamond ha quindi preso il via con sei lunghezze di corda non troppo complicate, su neve e ghiaccio, dopo le quali la parete si è fatta ripida e fantastica. Gli ingredienti della via? Roccia meravigliosa e ghiaccio perfetto per un'arrampicata stellare (così Westman), con tanto di due lunghezze (WI5+ e M6, condotte da Colin) che a Mark hanno ricordato The Shaft lungo il Moonflower Buttress del Mount Hunter (a proposito di The Shaft rimandiamo al racconto di Raphael Slawinski pubblicato la scorsa settimana). Ecco poi il grande tetto, piuttosto opprimente e bravamente "scartato" da Haley sulla sinistra con una lunghezza di M6 e A1 (ben proteggibile, però: in libera dovrebbe essere M7 o M7+), due tiri di M5 fino al termine della sezione più impegnativa (scalata in 21 ore) e quindi, a circa 5000 metri di quota, il bivacco. Il giorno dopo, scalate le ultime centinaia di metri della Cassin, i due amici hanno toccato per l'ennesima volta in un mese la vetta del McKinley. E per concludere in bellezza, dopo aver ripetuto la domanda iniziale: «Colin Haley: dove arriverà?», ci rifugiamo come di consueto nei dettagli storici per ricordare tutti i predecessori di Colin e Mark sulle tracce di Bryan (Becker) e Rolf (Graage): nel 2002 Denali Diamond ha ceduto agli inglesi Ian Parnell e Kenton Cool (prima ripetizione, in 5 giorni) mentre nel 2005 è stata la volta dei giapponesi Fumitaka Ichimura e Katsutaka Yokoyama (anche loro, di cui abbiamo parlato il 18 giugno, hanno passato 5 giorni in parete) e poi di Chris Brazeau e Ian Welsted (in sole 44 ore, evitando però non soltanto il grande tetto ma anche, spostandosi molto a sinistra su terreno leggermente più facile, la variante di M6 e A1).

Nella foto sopra, Colin Haley all'inizio della lunghezza chiave (M6 e A1) di Denali Diamond (arch. Mark Westman, www.climbing.com)

denalidiamond1

Colin Haley lungo Denali Diamond: la fascia rocciosa è ormai superata (arch. Mark Westman, www.alpinist.com)

denalidiamond5

McKinley, parete sud, via Denali Diamond: la Cassin è ormai vicina (arch. Mark Westman, www.climbing.com)

link al post | categoria nordamerica
lunedì, 16 luglio 2007

PIZZO BADILE, PARETE NORD-EST, VIA CASSIN: SETTANTA CANDELINE PER UNA LEGGENDA DI GRANITO

postato da carlocaccia alle 10:01 in frammenti di storia

La grandiosità della parete e la bellezza dell'itinerario ne hanno fatto una delle più celebri vie delle Alpi: è la Cassin sulla nord-est del Badile (3308 m), una linea perfetta, esemplare, da settant'anni esatti sogno e banco di prova, quasi un passaggio obbligato, per innumerevoli alpinisti. Lassù, sulla "lavagna" della Bondasca, nel cuore del Masino-Bregaglia, il grande Riccardo realizzò uno dei suoi capolavori: con lui, dal 14 al 16 luglio 1937, i lecchesi Gino Esposito e Vittorio Ratti e i comaschi Mario Molteni e Giuseppe Valsecchi. La scalata fu epica, resa proibitiva dal maltempo, e durante la discesa Molteni e Valsecchi cedettero alla fatica.

Cassin mani

Oggi, a una vita intera da quei "giorni grandi", le mani di Riccardo sono placidamente appoggiate sul tavolo del salotto di casa sua. Quelle tenaglie che tastarono e strinsero appigli inviolati, che lottarono con la roccia quando l'alpinismo era questione di vita o di morte, ora si godono il meritato riposo.

Cassin Badile alle sue spalle

L'eroe, l'"uomo rupe" magistralmente raccontato da Fosco Maraini, il capocordata alle cui spalle campeggia un dipinto della nord-est per antonomasia, ha 98 anni e forse non ricorda più. Anzi, no: lui ricorda, ne siamo certi, ma vuole tenere tutto per sé, come quando al Pian dei Resinelli se ne sta ancora, per ore, a contemplare la "sua" Grignetta senza dir nulla. Sorride dolcemente, Riccardo, e la grandezza dell'alpinista cede il passo alla dignità dell'uomo, a quel mistero imperscrutabile che merita rispetto. Come "celebrare" la salita del Badile? Facciamo così: lasciamo la poesia e passiamo alla storia, ai documenti, e proponiamo ai nostri lettori un "pezzo d'antiquariato". Un regalo gradito? Speriamo... Lo proponiamo nella sua interezza, senza tagli, con tutti i suoi pregi e difetti come testimone di un'impresa e di un'epoca, e lo "abbelliamo" con le immagini di ieri e di oggi, che se ne stanno alle estremità opposte di una storia unica, nata dall'incontro di alcuni uomini con una montagna (scriveva William Blake: «Quando gli uomini e le montagne si incontrano vengono realizzate grandi cose, che non sono realizzabili nella calca delle strade»). Ma che cos'è questo regalo? Sveliamo il "mistero": è il poderoso articolo con il quale, sabato 24 luglio 1937, il settimanale locale (e fascista...) Il Popolo di Lecco (lo abbiamo già incontrato il 27 aprile) raccontò dettagliatamente la scalata e le sue "premesse". Buona lettura.

LE GRANDI VITTORIE DELL'ALPINISMO. LA DRAMMATICA CONQUISTA DELLA PARETE NORD-EST DEL PIZZO BADILE

Badile e Cengalo da Soglio

L'alpinista che scende dal Pizzo della Duana (si tratta del Piz Duan, 3131 m, ndr) verso Promontogno, in Val Bregaglia, non manca di passare per il delizioso e pittoresco villaggio di Soglio dove il grande Segantini ha dipinto i suoi quadri più belli e suggestivi (il riferimento è al famoso La vita, primo capolavoro del Trittico delle Alpi, ndr). È questo, oltre che un bisogno dello spirito, un dovere per chiunque ami veramente la montagna e ne senta e comprenda la poesia infinita. In quel paradiso di pace il solitario e celebre pittore della montagna, vinto dal fascino della selvaggia catena alpina che divide politicamente l'Italia dalla Svizzera, aveva posato il sacco e la piccozza per il pennello. Da quell'incontro fra il maestro e le superbe vette sono sbocciati dei capolavori d'arte che rivelano e spiegano la forza irresistibile della passione che la montagna ispira agli audaci e ai poeti.

Nord-est del Badile più bella

LA SFINGE GRANITICA. Fra le numerose cime che, viste dai prati smeraldini di Soglio, si profilano arditamente contro il cielo turchino, il Pizzo Badile è indubbiamente quello che più di ogni altro colpisce per le sue lapidarie pareti di granito che si elevano dal ghiacciaio della Bondasca, impervie e nude, per oltre 900 metri, con spiccata tendenza alla verticalità. (Non si meravigli il lettore se non facciamo abuso di strapiombi. Gli eccitanti, in queste faccende, non sono consigliabili ed è forse venuto il momento di porre un freno alla pessima abitudine di meravigliare il pubblico con panzane inverosimili, frutto di fantasia eccitata. Novecento metri di parete liscia e... granitica rappresentano un problema già assai arduo anche a inclinazione moderata mentre gli autentici strapiombi si... girano al largo quando superano una decina di metri d'altezza privi del... conforto di fessure provvidenziali). La parete nord-est di questa enorme pala grigiastra non aveva colpito solamente la fantasia del bizzarro artista engadinese (in realtà Segantini era originario di Arco di Trento, ndr); come una sfinge misteriosa essa aveva attratto già da tempo l'attenzione dei campioni del 6° grado che sono pure essi un po' artisti, appartenenti ad una scuola specialissima, quella che insegna a "vivere pericolosamente". Un 6° grado però è un poema d'ardimento e di tecnica e chi, dopo anni di addestramento e di tentativi, riesce a superarlo ne custodisce in cuore il ricordo, pauroso sì, ma altrettanto caro e fiero. È una pagina di poesia rude vissuta nel segno di una quasi sovrumana audacia. Abbiamo avvicinati i due estremi – arte e alpinismo – per dimostrare agli scettici che non comprendono la bellezza delle conquiste alpinistiche, quanto sia grande il fascino della montagna e come questa riesca ugualmente a soggiogare i caratteri apparentemente più lontani e diversi nel grande culto della natura.

LA SUA STORIA. La storia alpinistica della parete nord-est del Pizzo Badile aveva sino a pochi giorni fa una sola pagina sulla quale era scritta una parola che per gli animi forti rappresenta un programma e un invito irresistibile: inviolabile! Quanti si sono portati, col segreto gelosamente custodito in cuore, sino alla sua base per tentare il supremo ardimento? Moltissimi, indubbiamente, e di ogni paese e fra i maggiori il famoso Echmayer (sic, si tratta, naturalmente, del tedesco Anderl Heckmair, ndr), il dominatore del non meno famoso Kaisergebirge. Nessuno però vi aveva impressi i segni dei disperati tentativi che tutte le pareti, appartenenti all'aristocrazia del 6° grado, avevano dovuto subire prima di cedere alla volontà dei vincitori (non è vero: anche la nord-est del Badile fu oggetto di alcuni tentativi, condotti inizialmente lungo la linea di fessure dell'odierna Via del Fratello, ndr). Solo due coraggiosi giovani comaschi, innamorati della montagna e tenaci nei loro propositi, avevano per tre anni consecutivi cullato il loro roseo proposito di issare lassù il tricolore unitamente al loro grande sogno di conquista (pure questa affermazione non è corretta, in quanto anche Hans Burgasser affrontò più volte la parete, ndr). Purtroppo la loro preparazione tecnica non era ancora tale da uguagliare le difficoltà dell'impresa disperata e forse anche le loro possibilità fisiche erano inferiori alla tremenda fatica, tenuto conto della frequenza delle bufere in quella zona tormentata. Per tutti gli altri alpinisti – bavaresi compresi – la nord-est del Badile rappresentava il termine di confine tra l'utopia e la realtà. La più spettacolosa parete di granito di tutta la cerchia alpina e forse anche delle montagne centro-europee (affermazione questa di Aldo Bonacossa, presidente del C.A.A.I.) pareva destinata a mortificare, con la sua orgogliosa immacolatezza, i raffinati campioni dell'arrampicamento che in questi ultimi anni avevano saputo domare i colossi dolomitici.

Cassin, Ratti ed Esposito dopo il Badile

LA SFIDA RACCOLTA DAI GIOVANI FASCISTI LECCHESI. Su questo giornale che, contro il parere dei più, ha, sin dall'inizio, incoraggiato ed esaltato il nuovo orientamento dell'alpinismo italiano, abbiamo diffusamente parlato della brillante attività svolta dagli arrampicatori lecchesi e della serietà e utilità della "scuola di roccia" istituita dal Manipolo arrampicatori fascisti ora trasformatosi in Centuria. Sono note, d'altra parte, le superbe vittorie conseguite fuori casa e precisamente nel regno delle Dolomiti dove i nostri migliori hanno saputo con le loro prodezze far rifulgere il valore dell'alpinismo lecchese in Italia e di quello italiano all'estero. Fra la incredulità degli immancabili scettici che, come sovente accade, sono sempre restii ad ammettere il valore dei campioni di casa, abbiamo anche affermato con chiare dimostrazioni come il metodo seguito dal Manipolo avesse creato una effettiva superiorità della scuola lecchese su molte fra le tante sorte in ogni angolo, conseguendo dei risultati pratici tali da autorizzare l'affermazione che a Lecco spetti la priorità non solamente dei singoli ma anche del numero. Quale altra società o scuola può infatti oggi allineare tanti "sestogradisti" quanti ne conta la nostra centuria? E si spiega così come solo i nostri migliori abbiano potuto raccogliere la tacita sfida della tetra parete e portare a compimento la drammatica conquista con una decisione e volontà degna delle imprese leggendarie (oggi, purtroppo, la situazione è assai differente: in quel di Lecco, nonostante tanti roboanti proclami, il grande alpinismo langue, ndr).

Cassin oggi 1

LA PREPARAZIONE TECNICA, FISICA E MORALE. C'è nelle innumerevoli imprese ideate dai nostri formidabili campioni dell'alpinismo, uno stile che fa pensare subito ad un metodo e ad una scuola specialissima e di sicuro rendimento. Nessuna teatralità e niente tentativi a ripetizione. Le prove e gli addestramenti per una determinata impresa vengono, di regola, condotti in altra... sede. Sembra quasi che a questi audaci ripugni di dover ritornare non vittoriosi da una spedizione nel regno dell'inviolabile. Due anni fa Cassin e Dell'Oro (Mario Dell'Oro, detto Boga, ndr) sognavano di tracciare qualche nuova ardita via sulla regale "Torre Trieste" nel gruppo del Civetta. Erano nuovi all'ambiente e quindi sarebbe stato anche giustificato un assaggio preventivo. Niente affatto: piuttosto che perfezionare il proprio allenamento sulle scabre pareti del fantastico sperone, hanno preferito rifare la via Comici sulla parete sud-ovest (sic, ovviamente si tratta della nord-ovest, ndr) del massiccio. Prima misurare le proprie forze nelle imprese del maestro, tacitamente e alla chetichella. Quella prova portata a termine con perfetta tecnica dirà loro, senza dubbio alcuno, che i cadetti possono avanzare i propri diritti e portare anch'essi il contributo di una seria e rude preparazione ai valori nazionali nel campo dell'"estremamente difficile" (Cassin e Dell'Oro, tra l'11 e il 12 agosto 1935, misero a segno la terza salita della grandiosa via dell'asso triestino sulla "parete delle pareti"; la seconda era riuscita pochi giorni prima, tra l'8 e il 9 agosto, agli austriaci Fritz Kasparek e Josef Brunhuber, ndr). Ci sono delle persone che si chiedono stupite come si può resistere a parecchi bivacchi consecutivi in posizione penosissima e a quota proibitiva. Metodo anche qui. Seguiteli, i nostri giovani, in Grignetta dove essi vanno per... riposare dalle fatiche del lavoro. I rifugi non mancano lassù dove contano anche amicizie in ogni angolo. Ma essi non usano, quando sono in attività di allenamento, posare le stanche membra su un prosaico materasso, fra il cinguettio dei festaioli. Sono, per principio, nemici delle comodità in montagna e delle temperature normali. E allora fuori, all'aperto, su per il canale Porta o lungo la Direttissima (noto e frequentato sentiero attrezzato che collega direttamente i rifugi Carlo Porta e Rosalba, ndr) a dormire fra le pietre, ai piedi delle loro divinità protettrici; l'Angelina, il Teresita, il Costanza o il Sigaro (noti torrioni della Grignetta, ndr). Così hanno modo di saggiare le possibilità di resistenza fisica e il rendimento "in parete" dopo una notte insonne. Da queste premesse è possibile farsi un'idea del metodo seguito durante le esercitazioni "su roccia".

Cassin oggi 2

DALLA DOLOMIA AL GRANITO. Bisogna qui fare una confidenza. I nostri campioni non si erano mai misurati su di una parete di granito e questo fatto aveva contribuito a far credere che, tolti all'ambiente dolomitico, non sarebbero stati in grado di primeggiare, rendendosi necessaria una nuova preparazione tecnica. Il motto "rinnovarsi o perire" pareva fatto apposta per offuscare per qualche tempo la gloria del primato guadagnato con tante fatiche. Il problema era assillante anche per il fatto che si profilava all'orizzonte il pericolo di un prossimo tentativo straniero. Lasciarsi soffiare la parete del Badile dagli stranieri era cosa che né Cassin né i dirigenti della Centuria potevano... digerire. Rapida fu la decisione. In occasione delle feste dei SS. Pietro e Paolo si parte, come il solito, senza dir nulla a nessuno (Cassin, nell'articolo La parete Nord-Est del Pizzo Badile, pubblicato poco dopo la salita sulla Rivista mensile del Cai, precisa che la partenza avvenne il 28 giugno: data "confermata" nell'autobiografia Capocordata, Cda&Vivalda Editori, Torino 2001, dove, purtroppo, è stato erroneamente aggiunto che quel giorno era domenica quando, in realtà, era lunedì, ndr). Ma il tempo è decisamente sfavorevole e non si ha nemmeno il piacere di accarezzare la roccia... per fare i debiti confronti fra la dolomia e il granito. La volontà di spuntarla si acuisce ancor più e questo ritorno infruttuoso riconfermerà nel cuore dei nostri Giovani Fascisti il tacito impegno di spuntarla a breve scadenza. Una specie di cambiale in bianco alla quale Giove avrebbe segnata la data. Il giorno 12 (luglio, un altro lunedì, ndr) si parte, con ottimo tempo, verso la capanna Sciora che dista due ore dall'attacco della famosa e sospirata parete. Sul posto trovano una novità: i due camerati comaschi Molteni e Valsecchi per i quali la conquista era diventato un punto d'onore superiore ad ogni altra considerazione (in realtà, il 3 luglio, Cassin e compagni erano già tornati al cospetto della parete: quella volta, citiamo le parole di Riccardo pubblicate sullo storico periodico del Cai, "salimmo per circa 200 metri sullo spigolo Nord [...]. Il cielo, essendo ritornato minaccioso, ci decise al ritorno. Mentre stavamo per lasciare il Rifugio Sciora, giunsero sul posto [...] Molteni e Valsecchi". Per cui, il 12 luglio, i due comaschi non erano "una novità", ndr). Ma il martedì (13 luglio, ndr) il cielo s'offusca e qui fa capolino ancora una volta lo stile dei rocciatori lecchesi. Cassin non aveva mai provato il granito (a parte l'"assaggio" sullo spigolo della settimana precedente, ndr) e questa era la sua maggiore preoccupazione. Decisione rapida: in attesa del bel tempo si apre una sessione speciale di esami ultra-estivi e i tre (Cassin, Gino Esposito e Vittorio Ratti, ndr) ridiventano allievi e maestri. Soggetto di studio il famoso spigolo nord dello stesso Badile. La... lezione si limita a... 500 metri (una bazzecola) di scalata libera (cioè senza corda) dopo i quali i tre si guardano sorpresi e si scambiano le impressioni del caso. La conclusione è che, in fondo, il granito non è poi quella bestia nera descritta con foschi colori da rocciatori troppo impressionabili. La comitiva si rinfranca e il giorno dopo attacca la sfinge cento metri più in là del punto scelto dagli amici comaschi i quali erano anche partiti due ore prima.

IN PIENA BATTAGLIA SULLA PARETE. Per quanto ci dolga il farlo, dobbiamo qui dire la verità. Durante la prima giornata si avvertì la diversità di classe fra le due cordate, pur tenendo conto del disagio al quale i due camerati del C.A.I. comasco si erano esposti nei dieci giorni di attesa nel rifugio. La cordata Cassin-Esposito-Ratti, partita in notevole ritardo, filava con sicurezza e tecnica perfetta al punto da sorpassare ben presto gli amici di Como e giungere al punto del primo bivacco con notevole anticipo sull'altra cordata (occorre aggiungere che, avendo attaccato più a destra, Molteni e Valsecchi avevano seguito una linea più difficile di quella individuata da Cassin e soci, ndr). Nell'attesa i nostri rocciatori studiano la parete per circa 40 metri e vi lasciano le corde per il mattino di giovedì. La notte è tetra e uggiosa. Più tardi si metterà a piovere. Il mattino del giovedì, alla ripresa, il Molteni chiede decisamente a Cassin di accettare che di due cordate se ne formi una sola. È un momento grave. Si pensi alle conseguenze possibili di un rifiuto e, d'altra parte, si consideri in tutta la sua gravità la posizione di una cordata composta di due gruppi, non affiatati fra loro, impegnata in una parete asperrima e ancora inviolata, con tempo minaccioso. Date le condizioni evidenti dei due amici giunti a fatica dove la cordata Cassin-Esposito-Ratti s'era fermata per la sosta notturna, era temerario tanto l'accettarli quanto il respingerli. Il cuore decide: si faccia una sola cordata e via verso l'ignoto il più velocemente possibile. Qui ebbe inizio il dramma dei due comaschi, i quali si sono trovati a dover seguire la cordata lecchese con una andatura superiore alle loro possibilità. Bisogna tener presente questo tragico contrasto fra il desiderio di condividere la gioia della conquista, tanto lungamente agognata, e la fatica della scalata a ritmo accelerato, per spiegare il dramma che si concluderà tragicamente sulla vetta. Disgraziatamente sforniti di equipaggiamento invernale i due camerati di Como soffriranno ben più duramente anche le conseguenze del tempo che più avanti peggiorerà per raggiungere il massimo a cento metri dalla vittoria dove si scatenerà la tormenta. Le fasi della tremenda scalata hanno, via via, raggiunto una tale intensità drammatica da rendere assai arduo il compito del cronista il quale, di fronte al proverbiale mutismo dei protagonisti superstiti, ha l'impressione di dover risolvere anche esso un problema di... 6° grado... giornalistico. Alle ore 5 e mezzo di giovedì si riprende il duro duello con la roccia repulsiva e si prosegue con rapida manovra, ma il lavoro, se è aspro per il quadrato Cassin capo cordata, non è meno duro per il forte e audace Ratti e per l'Esposito che in questa severa prova darà intera la misura delle sue doti di campione di razza. Salendo, la parete si restringe e si avvicina al colatoio dal quale le scariche di pietre si susseguiranno impressionanti e ammonitrici. Si deve alla verticalità della roccia in quel punto se non si è prodotto un sinistro maggiore. Basta citare il caso del Molteni che ebbe il sacco sfondato da una pietra, per avere una pallida idea della titanica lotta. La pioggia intanto riprende e l'acqua cola a torrentelli lungo la squallida piodessa come un... lubrificante. Cassin ansima in cerca di appigli, accecato dal nevischio e dai ghiaccioli. Pure si sale in cerca di un lembo di piano dove sostare durante la notte che si annuncia piena di incognite. Il crepuscolo ombreggia già il cielo, il vento urla, la neve sostituisce a tratti la pioggia gelida e la salita si fa sempre più incerta e muta. Finalmente verso le 21 Cassin respira avendo scorto una breve cengia dove stabilire il secondo bivacco. Bivacco aereo tormentato dalle intemperie che si scatenano con furia selvaggia. Verso le 4 del venerdì le tenebre si diradano e verso est il sole riesce a rompere la nuvolaglia tetra. Ratti tenta di intonare l'inno a Roma.

O SOLE CHE SORGI... Ma non è il momento giusto; c'è aria di tragedia in vista e il silenzio in questi casi e l'unico conforto degli audaci. I camerati comaschi sono allo stremo e urge riprendere la via aspra, ignota, insidiata da uno scolo d'acqua gelida, dalle pietre, dalla neve. A cento metri dalla vetta la tormenta raggiunge la sua più alta tonalità. Si pensa col cuore in gola al disperato sforzo di Molteni e di Valsecchi per proseguire fra tanta ira degli elementi. Pur bisogna filare, esponendosi a tutti i pericoli per evitare il maggiore: quello di dover bivaccare ancora in parete prima di raggiungere la cima agognata.

LA VITTORIA ABBRUNATA. A Lecco e a Como si aveva quasi il presentimento di una sciagura e le voci che circolavano non erano certo incoraggianti. Dalla parete nessuno rispondeva più da molte ore. Chi, fra quel concerto di sibili e di scariche elettriche, poteva udire il richiamo degli amici? E, d'altra parte, cosa avrebbero potuto rispondere i nostri amici di rassicuramento? Lassù la battaglia si svolgeva in pieno fra la tenace volontà di cinque giovani decisi a tutto e la montagna gelosa della sua purità. Le ultime ore di questa lotta titanica devono essere state spaventosamente drammatiche e potrebbero formare materia per un volume di eccezionale valore psicologico. Quando finalmente, verso le 16 del venerdì, i cinque valorosi poterono gridare la loro gioia per la suprema vittoria conseguita, il destino aveva già compiuto la sua opera. I due più deboli fisicamente e meno preparati cedevano di schianto, a poca distanza uno dall'altro (chiariamo: Molteni e Valsecchi morirono durante la discesa, ndr), malgrado le amorose cure nei nostri. Il primo a cedere è il Molteni. Cassin vorrebbe trascinarlo sul nevaio verso la capanna Gianetti, ma è una pazzia. Anche la generosità deve avere un limite. Ratti intanto tenta l'impossibile per forzare la parete in discesa, ma sono fuori strada e di lì non passa nemmeno il diavolo. Il tempo infuria, le scariche elettriche sciabolano l'aria greve, squassata dalle raffiche e la luce accenna ad affievolire. Durante questi momenti di ricerche vane cade anche il Valsecchi, esausto. È giocoforza arrestare la vana discesa verso la salvezza. Il terzo bivacco, a 3308 metri (è la quota della vetta del Badile per cui, visto che il bivacco si svolse durante la discesa, non è corretta, ndr), con due cari camerati che più non rispondevano ai richiami fraterni, deve essere stato superiore ad ogni immaginazione. Con la gioia della splendida vittoria, soffocata in gola dalla presenza della morte, e con l'incognita di ciò che poteva capitare da un momento all'altro al più debole dei tre superstiti. A chi per primo sarebbe toccato di soccombere? Preoccupazione che nessuno osava esprimere a parole ma che premeva sul cuore d'ognuno. Ma i cuori hanno resistito e all'alba uno squarcio di luce attraverso il cielo fosco, ha permesso di indovinare la via e riprendere e concludere la memorabile scalata che ha dato all'alpinismo italiano la più fulgida vittoria in terra straniera. A. Zuliani

Cassin nel 1987 sul Badile (a colori)

PICCOLA APPENDICE: LE PRIME RIPETIZIONI DELLA VIA

La Cassin sulla nord-est del Badile fu ripetuta per la prima volta soltanto nel 1948: autori della scalata, dal 27 al 29 agosto, B. Pierre e G. Rébuffat. Ed ecco le altre salite, fino alla decima: 3ª- L. Castagna e C. Mauri (10-11 luglio 1949); 4ª- R. Ferlet, M. Herzog, J. Poincenot, G. Poulet, G. Bartesaghi e A. Tizzoni (31 luglio e 1° agosto 1949); 5ª- J. Aiazzi, B. Alini e A. Oggioni (1-4 agosto 1949); 6ª- L. Lachenal e L. Terray (9 agosto 1949); 7ª- F. Aubert e G. Magnone (12 luglio 1950); 8ª- R. Hechtel e H. Martini (6 agosto 1950); 9ª- L. George e V. Russenberger (6-7 agosto 1950); 10ª- H. Buhl in solitaria (6 luglio 1952). Da segnalare che nel corso del 1952, compresa quella di Buhl, le ripetizioni furono 16 e che la prima invernale arrivò tra il 21 dicembre 1967 e il 2 gennaio 1968 (P. Armando, G. Calcagno, A. Gogna, C. Bournissen, M. Darbellay e D. Troillet).

sciora badile

Nelle immagini, dall'alto: 1. le mani di Riccardo Cassin oggi; 2. Cassin nel salotto di casa sua con un dipinto del Badile alle sue spalle; 3. i giganti di granito della Bondasca dal bellissimo villaggio di Soglio; 4. la parete nord-est del Badile in uno scatto d'epoca; 5. Esposito, Cassin e Ratti dopo la salita; 6 e 7. Riccardo Cassin oggi, prima più serio e poi sorridente; 8. Riccardo Cassin sul Badile nel 1987, quando a 78 anni ripercorse la sua via sulla nord-est (in occasione del cinquantesimo anniversario della "prima"); 9. la nord-est del Badile "in versione moderna" dal rifugio Sciora

link al post | categoria frammenti di storia