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venerdì, 28 settembre 2007

CENT'ANNI FA, SUL CAMPANILE DI VAL MONTANAIA

postato da carlocaccia alle 10:13 in frammenti di storia

«LA PIÙ LUNGA CALATA DI CORDA FINORA COMPIUTA SULLE MONTAGNE»

CampanileAntonio Berti lo definisce «strano, mostruoso e imponente». Una creatura attorno alla quale «le crode si levano nude, a corona, più alte, quasi a difendere la cosa meravigliosa. Sopra un fusto quadrangolare, che si slancia nell'aria per 200 e più metri, un ballatoio; sopra il ballatoio una cuspide, alta ed aguzza. Sotto il ballatoio le pareti ovest ed est precipitano più che verticali; la parete sud cade ripidissima, ma presenta qua e là qualche tratto scabro, qualche ruga, qualche prominenza, e per essi si sale; la parete nord precipita con due salti, strapiombando, e per essa... si scende. E anche... si sale. Da tutti i versanti, sopra il fusto sottile e diritto, il ballatoio strapiomba. È “il monte più illogico” di Compton, “il Santuario delle Alpi Clautane” di Hübel, “la pietrificazione dell'urlo di un dannato” di Cozzi, “il mostro roccioso” di Bleier, “il campanile più bello del mondo” di Casara». È il Campanile di Val Montanaia. L'obelisco dei Monfalconi, quotato 2173 metri, fu salito per la prima volta il 17 settembre 1902, per le pareti sud e ovest, da Victor Wolf von Glanvell e Karl Günther von Saar: la cordata, in una vicenda che ricorda quella della prima ascensione di un'altra celebre guglia calcarea, il Campanile Basso di Brenta, risolse il problema dopo il tentativo di Napoleone Cozzi e Alberto Zanutti che, il 7 settembre, si erano fermati pochi metri sotto il ballatoio. Quattro anni più tardi, precisamente il 28 luglio 1906, si cimentò con le rocce del Campanile di Val Montanaia il grande Tita Piaz. Il “Diavolo delle Dolomiti”, che quel giorno era in compagnia di F. Barth, F. Sladek, H. Pfleumer e B. Trier, volle però “distinguersi” dai suoi precedessori. Una volta giunto in vetta, lui che aveva già compiuto la “rivoluzionaria” traversata aerea dal Campanile di Misurina alla Guglia De Amicis, scese per la via di salita fino al ballatoio, lo percorse verso nord e si calò lungo la strapiombante parete settentrionale, compiendo «la più lunga discesa a corda doppia completamente nel vuoto (37 m) osata fino allora nelle Alpi» (A. e C. BERTI, Dolomiti orientali (vol. II), collana “Guida dei Monti d'Italia”, Cai-Tci, Milano 1982). La prima replica della vertiginosa esibizione fu data il 18 giugno 1907: sotto i riflettori, questa volta, insieme a Piaz c'era Ugo De Amicis che, non essendo come Tita suddito di Francesco Giuseppe, fu il primo italiano a calcare la sommità del fantastico torrione. E Ugo – figlio del più celebre Edmondo – si premurò di raccontare per bene l'avventura (con tanto di fotografie) sulle pagine dell'ultimo numero del 1907 della Rivista mensile del Club alpino italiano. L'articolo di De Amicis, che si intitola Nel Cadore e nel Trentino. Prime salite italiane, comprende in realtà anche altre relazioni: oggi, con la promessa che presto o tardi vi proporremo anche il resto, accontentatevi della prima della serie.

Campanile pagina Rivista«Il Campanile di Val Montanaia si trova nel Cadore italiano [...]. Da Demegge (il toponimo corretto è Domegge, ndr), vicino a Pieve di Cadore, si risale la Val di Toro, e in due ore e mezzo si arriva alla “casera” Pra di Toro, dove si può far bollire la pentola e dormire sul pagliccio. La mattina dopo si continua la montata erbosa, poi per un canalone di neve si raggiunge una forcella, e quindi la Valle Montanaia, su cui impera il Campanile: una torre di duecento metri, cupa, piantata in mezzo al verde, sola; donde l'altro suo nome di Campanile, illogico perché senza tempio e lontano da ogni abitazione. In tre ore e mezzo dalla “casera” si è alla parete nord del Campanile; girandolo verso destra, si scende a sud, dove senz'altro principia l'arrampicata, una delle più ardite del Cadore e del Trentino. Si sale la parete sud per oltre due terzi, fin dove aggetta una cengia, facilmente discernibile anche nella fotografia [...]; e uno dei passi più noti, che si devono sormontare per giungere fin lassù, è il Cozziritz, una spaccatura scomoda nell'attacco (Ritz, in tedesco, significa proprio “spaccatura, fessura”, ndr). Quella cengia, che va da destra a sinistra, e sopra la quale il versante sud è insuperabile, respinse parecchi valorosi arrampicatori, e solo il 17 settembre 1902 il dottor Victor Wolff (sic) von Glanvell con bell'audacia la tentò e la fece (era l'epoca delle scalate lungo i camini, dove il capocordata poteva incastrarsi e trattenere un'eventuale caduta del secondo: la parete aperta faceva ancora molta paura, ndr). Questa traversata e quella sulla parete sud della Tofana di Rozes (lungo la classica via Dimai, del 1901, ndr) sono considerate come le due più precipitose delle dolomiti (sic); ma io (sono il solo che le ha fatte tutte e due) trovo più vertiginosa la prima. Per un tratto bisogna inginocchiarsi e strisciare col fianco destro e poi col petto lungo la roccia, Campanile pagina Rivista 3cercando d'appiattirvisi. Dopo questa traversata un cammino (sic), che in parte strapiomba, segna la fine delle difficoltà gravi, e in un quarto d'ora su per la parete ovest si tocca la cima. Dalla base noi s'impiegò due ore, andando però celermente. Sulla cima leggemmo tre cartelli portati lassù da alcuni alpinisti, pertinaci dell'umorismo come nell'acrobatica: due li avevan presi in un carrozzone ferroviario, e recavano stampato: “Non sputare” - “Non sporgersi”. Ma il più fine era il terzo: “Caccia riservata”. Per traversare il Campanile si discende il tratto della parete ovest già salito, guardandosi dai sassi movibili, che ad un alpinista reso troppo fiducioso dalla compattezza delle dolomiti tendono gravi insidie; poi si gira sul versante sud (nord, ndr), dove subito ci s'affaccia al primo strapiombo di quaranta metri, per cui bisogna portare una corda supplementare di oltre ottanta metri. La traversata del Campanile venne fatta un'altra volta soltanto, e con lo stesso G.B. Piaz di Val di Fassa, perché nessun altro si arrischiò come ultimo in questa, che è la più lunga calata di corda compiuta finora sulle montagne, e che è originalissima in ciò: discendendo il primo con la corda semplice, e distando dalla parete parecchi metri, gira continuamente su se stesso nel vuoto, assai rapidamente, ed è già arrivato in fondo che gli altri monti in cerchio si rincorrono ancora. Le dita devono reggere a uno sforzo veramente straordinario. La guida Piaz passò la corda in un ferro con anello, che aveva fissato quando compì la prima traversata. V'è poi una discesa nel vuoto come la prima, ma di soli diciotto metri, e con ciò ogni difficoltà è terminata».

Campanile pagina Rivista 2

Le immagini: il Campanile di Val Montanaia, la prima e la seconda pagina dell'articolo di Ugo De Amicis apparso nel 1907 sulla Rivista mensile del Cai e, infine, la storica fotografia della seconda discesa in corda doppia lungo gli strapiombi nord della fantastica guglia dei Monfalconi

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giovedì, 27 settembre 2007

«ABBIAMO DECISO DI COMBATTERE»

postato da carlocaccia alle 11:15 in karakoram

URUBKO E SAMOILOV: ATTACCO ALLA NORD DEL K2

Il momento è arrivato: Denis Urubko e Serguey Samoilov, in queste ore, potrebbero essere già in azione sulla parete nord del K2. L'ultimo messaggio di Denis, datato 24 settembre, suonava così: «Ci stiamo arrostendo davanti al fuoco, ascoltando “La voce della Russia” alla radio. Il tempo è leggermente migliorato e abbiamo deciso di combattere. Dopodomani (il 26 settembre, ndr) lasceremo il campo base e ci porteremo alla base della montagna. Cibo, gas e salute: tutto ok!». Nel meno pimpante messaggio del giorno precedente il fuoriclasse kazako ci forniva altri “dettagli”: «Sono stufo di tutto questo far niente al campo base. Ma il vento è forte, non si vede un accidente, fa freddo e piove: che noia! Mi sembra di essere un animale in gabbia. Intanto Serguey si dà alle riparazioni, mangia e dorme». Urubko e Samoilov sono giunti al campo base del versante settentrionale del K2 esattamente un mese fa, il 26 agosto. Il 2 settembre, per acclimatarsi, si sono spinti sullo spigolo nord-ovest fino a quota 6600 ma il giorno dopo Serguey si è ammalato. Il 12 settembre, seconda giornata di bel tempo, i due “guerrieri” sono saliti fino al campo 1 e domenica 16 hanno raggiunto quota 8300, oltre il campo 4 (sempre sullo spigolo nord-ovest). Avevano intenzione di proseguire fino in vetta ma la grande quantità di neve, con il conseguente forte rischio di valanghe, ha imposto loro la ritirata. Così, il 18 settembre, erano nuovamente al campo base, perfettamente acclimatati e pronti per la grande sfida. Per ulteriori informazioni: trovate tutto nel post del 2 marzo scorso.

 

 

K2 parete nord

Il versante settentrionale del K2: in verde la via dei giapponesi (1982) lungo lo spigolo nord-ovest, in rosso il sogno di Denis e Serguey (arch. Denis Urubko)

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mercoledì, 26 settembre 2007

IL PRELUDIO DI UN CAPOLAVORO MAI SCRITTO

postato da carlocaccia alle 10:08 in cina

CHANGPING VALLEY: RIUSCITA A JOE PURYEAR, CHAD KELLOGG E JAY JANOUSEK LA PRIMA SALITA DEL LARA SHAN

Lara Shan alpinist com

Changping Valley: ne abbiamo parlato lunedì e ne riparliamo oggi, segnalando così ai nostri lettori, per il terzo giorno consecutivo, una significativa prima ascensione assoluta (l'alpinismo non è morto!). Dunque: in quella splendida valle del Sichuan (Cina) dove, come abbiamo già scritto, “la grande avventura attende ancora i suoi cavalieri”, il 18 aprile scorso è stata finalmente salita una cima senza nome di 5700 metri, già tentata dai cinesi e da Charlie Fowler e chiamata dai suoi “conquistatori” Lara Shan. Autori della “conquista”, per una complessa via battezzata American Standard (1100 m, 65°) sulla parete ovest, i forti Joe Puryear e Chad Kellogg con l'amico Jay Janousek. Giunti in Cina il 4 aprile e piazzato il campo base nella Changping Valley a circa 3600 metri di quota, i tre alpinisti hanno subito adocchiato la “loro” montagna, che si innalza appena a nord del Siguniang (6250 m): magnifica e difficile cima che era il vero obiettivo della spedizione (e che Puryear e Kellogg, con Stoney Richards, avevano già tentato nell'ottobre 2005, per la parete nord-ovest, arrivando a quota 5500). L'attacco al Lara Shan è partito dal campo alto, a 4600 metri: da lì uno stretto canale nevoso, lungo circa 200 metri, ha permesso di raggiungere la parete principale, alta 650 metri. «Se i crepacci non ci hanno creato troppi problemi – ha spiegato Puryear -, una notevole seraccata nella parte inferiore del versante ci ha creato qualche pensiero. Ma anche più in alto ci siamo ritrovati nel mirino di due giganti di ghiaccio: davvero enormi ma apparentemente tranquilli. Superando alcuni ripidi (ma brevi) risalti ghiacciati abbiamo quindi raggiunto il termine della parete vera e propria, a circa 5500 metri di quota, e poi la vetta, dove l'aria era tanto limpida e tranquilla che siamo riusciti a scorgere il Gonnga Shan, che con i suoi 7556 metri è la più alta montagna del Sichuan. Abbiamo rimesso piede al campo alto al tramonto, dopo dodici doppie da 60 metri e alcuni tratti di arrampicata». Qualche giorno dopo, cessati gli applausi al bel preludio del potenziale capolavoro sul Siguniang, il sipario si è bruscamente chiuso con una notizia terribile, che ha travolto i tre amici come il più smisurato dei seracchi, imponendo loro un desolato ritorno a casa: il 23 aprile, mentre si stava ritirando in doppia dal Mount Wake (2774 m, Ruth Gorge, Alaska) tentato con Jed Brown, Lara Karena Kellogg, 38 anni, moglie di Chad, era precipitata senza speranza. Per questo, oggi, quella maestosa cima non più inviolata della Changping Valley, nel lontano Sichuan, si chiama Lara Shan.

Sopra: la parete ovest del Lara Shan (5700 m) con la via dei primi salitori (arch. Joe Puryear, www.alpinist.com)

Lara Shan Chad Kellogg Joe Puryear climbing com

Chad Kellogg sui muri di ghiaccio del Lara Shan (arch. Joe Puryear, www.climbing.com)

Lara Kellog fs fed us

Lara Karena Kellogg (www.fs.fed.us)

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martedì, 25 settembre 2007

VITTORIA E RINUNCIA NELLA CHARAKUSA VALLEY

postato da carlocaccia alle 09:58 in karakoram

PRIMA ASSOLUTA DEL K7 OVEST PER MARKO PREZELJ, STEVE HOUSE E VINCE ANDERSON. RESTA PERÒ PROIBITO (E NON DAL GOVERNO PAKISTANO...) IL K6 OVEST

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Ci aveva già provato dal 24 al 26 luglio 2004 con Jeff Hollenbaugh e Steve Swenson. Le cattive condizioni della montagna, però, lo avevano fermato a circa 200 metri dalla vetta, dopo oltre due chilometri di fatica con difficoltà di M6 e WI4. Ma Marko Prezelj è una testa dura e quest'anno, con Steve House e Vince Anderson, è tornato nella Charakusa Valley (Karakoram, Pakistan) e ha raggiunto il suo obiettivo - la prima ascensione assoluta del K7 Ovest (6858 m), riuscita per una linea diversa da quella tentata tre anni fa – precedendo (amichevolmente) Kelly Cordes e Scott DeCapio, arrivati al campo base il 28 agosto. Il successo dello sloveno e dei due guerrieri della parete Rupal del Nanga Parbat (attenzione: tre alpinisti, tre Piolet d'or...) è arrivato il 3 settembre attorno alle 16, per la parete ovest. Attaccata la montagna il 1° settembre, il terzetto è salito per sfasciumi fino a raggiungere uno sperone granitico, liquidato con sette lunghezze di corda fino al VI+. Ecco quindi una larga cengia, dove è stata lasciata buona parte del materiale da roccia, poi un breve traverso, un canale di neve e infine un comodo posto per il primo bivacco. Il secondo giorno, dopo un lungo tratto di conserva, Anderson ha preso il comando delle operazioni, risolvendo quelle che, a detta di House, sono le migliori lunghezze della via (misto "doc"). Le sezioni seguenti sono quindi toccate a Marko (alcuni tiri su ghiaccio di fusione) e a Steve (che ha condotto fino al luogo del bivacco). Terzo giorno: tempo non proprio ideale ma neppure cattivo. I nostri hanno cominciato a traversare, lungamente e senza troppi problemi, fino a raggiungere un tratto più impegnativo (tre lunghezze con salti rocciosi), un pendio ghiacciato (inclinato tra i 60 e i 70 gradi), poi la cresta sommitale e infine la vetta (nel vento e con la visibilità ridotta a zero). Tutti a casa felici e contenti, dunque? No, perché l'obiettivo principale della spedizione non era il K7 Ovest: Prezelj e compagni, questa volta, puntavano soprattutto all'inviolata cima occidentale (7100 m) del K6 che, con i suoi 7281 metri, è la montagna più alta della Charakusa Valley (è stata salita soltanto una volta, il 17 luglio 1970, dai giovani austriaci Eduard Koblmüller, Gerd Pressl, Gerhard Haberl e Christian von der Hecken, che risolsero la cresta sud-est). Il K6 Ovest, magnifico ed estremamente difficile, è però rimasto proibito (e non, come negli anni scorsi, dal governo pakistano): le pessime condizioni della superba parete nord-ovest della montagna, nel mirino dei tre moschettieri Prezelj, House e Anderson, hanno imposto loro una saggia rinuncia prima ancora che il duello avesse inizio. Piccola nota storica finale, per chiudere in bellezza: era il 1969 quando una spedizione italiana, composta da Luigi Barbuscia (leader), Guido Machetto, Carlo Leone, Nicola Mercatante, Domenico Alessandri e Bruno Marsilii (medico) tentò il K6 per i 2000 metri della parete ovest, sulla quale furono piazzati campi a 5100, 5600, 5800 e 6400 metri. Naturalmente anche allora il maltempo non rimase a guardare ma, udite udite, non riuscì ad impedire ad Alessandri e Leone di spingersi fino a quota 7050, sfiorando quello che sarebbe stato, senza alcun dubbio, uno dei più grandi successi dell'alpinismo extraeuropeo made in Italy.

Sopra: il K7 Ovest con la via firmata da Prezelj, House e Anderson. In giallo i bivacchi (arch. Marko Prezelj)

cartina K7 aaj 2005 p 32

La Charakusa Valley con la sua corona di cime straordinarie (immagine tratta dal The American Alpine Journal, 2005, p.32)

karakoram

La Charakusa Valley rispetto agli altri colossi del Karakoram (immagine tratta dal The American Alpine Journal, 2005, p.32)

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lunedì, 24 settembre 2007

EVVIVA IL MADE IN CHINA

postato da carlocaccia alle 10:17 in cina

ESPLORAZIONE "DOC" NELLA CHANGPING VALLEY (SICHUAN) PER SILVESTRO STUCCHI, ELENA DAVILA, GIOVANNI MORETTI E RICCARDO REDAELLI: RIUSCITA LA PRIMA SALITA DEL PEAK 4764 (BERGAMO PEAK)

Sulle montagne cinesi, cari lettori, non circolano soltanto Mick Fowler e i suoi amici inglesi. Sulle montagne cinesi, con le loro valli inesplorate, può capitare anche di incontrare dei bergamaschi colmi fino all'orlo di fantasia, che sognano strade nuove e che, coerenti con se stessi, non temono di percorrerle. Personaggi che preferiscono stare nell'ombra, che non amano i fastidiosi fasci dei riflettori ma che, come Silvestro Stucchi – lo ricordate sul Pilastro dei Bellunesi dello Spiz di Lagunaz in compagnia di Ivo Ferrari? - sono tra gli alfieri di quell'alpinismo "resistente" che è come un fiume sotterraneo: un flusso invisibile ma anche inestinguibile che di tanto in tanto alza la voce (e si fa sentire). Ma andiamo avanti. Con Stucchi, durante lo scorso mese di agosto, gli altri bergamaschi impegnati sulle montagne cinesi erano Elena Davila, Giovanni Moretti e Riccardo Redaelli. E al quartetto, recatosi nell'inesplorata Changping Valley (Sichuan) per ricordare il cinquantesimo di fondazione della scuola "Leone Pelliccioli" della sezione del Cai del capoluogo orobico, il 23 agosto è riuscita la prima salita assoluta del Peak 4764 (Bergamo Peak): una montagna che si innalza in un autentico paradiso verticale, ricco di alte pareti inviolate (e intentate...) e dove, di conseguenza, la grande avventura attende ancora i suoi cavalieri. La scalata di Stucchi e compagni, un "viaggio" di 12 ore tra andata e ritorno, si è svolta per lo cinaspigolo sud-est: una linea di 400 metri con difficoltà fino al VI (con un passo di A0) battezzata Xie-Xie ("Grazie"). Il successo – e concludiamo – è stato letteralmente rubato al maltempo, trasformandosi nella pietra preziosa di una spedizione a tutta velocità – il tour è durato in tutto poco più di una settimana – e cominciata con parecchie incognite: un esempio di made in China che non fa paura, un gioco per chi, rimasto un po' bambino, con spirito antico sogna ancora cose nuove e le vuole vedere, conoscere, toccare con le mani e coi piedi.

Stucchi 2

Il quartetto orobico, il 23 agosto scorso, sulla vetta del Peak 4764, ribattezzato Bergamo Peak (arch. Silvestro Stucchi, www.planetmountain.com)

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venerdì, 21 settembre 2007

IL LIBRO D'ORO DELL'ALPINISMO/2

postato da carlocaccia alle 08:44 in frammenti di storia

CIMA SU ALTO (2951 m), PARETE NORD-OVEST, GRAN DIEDRO LIVANOS-GABRIEL (1951)

Su Alto Kelemina 1 ridotta

PREMESSA – Eccoci alla seconda pagina del nostro “libro d'oro” dell'alpinismo. Questa volta, dopo la Cassin-Ratti sulla parete nord della Cima Ovest di Lavaredo (ne abbiamo parlato il 25 maggio) abbiamo deciso di presentarvi la Livanos-Gabriel sulla parete nord-ovest della Cima Su Alto (2951 m). Perché? Per passare, grazie ad un “denominatore comune” che tra poco scopriremo, da un diedro all'altro della “grande Civetta”: dal Philipp-Flamm (sotto i riflettori di INTOtheROCKS il 7 ma anche il 14 settembre) a quello dei marsigliesi, autentico punto di svolta nella storia dell'arrampicata dolomitica.

LA VIA – La “vecchia” guida di Oscar Kelemina, del 1986, è assai chiara. Dopo aver annunciato difficoltà di V, VI, A1 e A2 e un tempo di salita tra le 12 e le 15 ore (in funzione dello stato della chiodatura), parla di una «via molto impegnativa, una delle più difficili del gruppo. Il percorso è particolarmente evidente perché segue la verticale passante per la vetta ed è caratterizzato nella zona centrale da un grande diedro giallo, ben visibile dal basso». Quel diedro, come scrive Alessandro Gogna in Sentieri verticali (Zanichelli, Bologna 1987), all'inizio degli anni Cinquanta del secolo scorso era il grande problema del Civetta: «400 metri di strapiombi gialli e friabili in appoggio su altri 400 metri di zoccolo, a sinistra del bell'itinerario di Ratti e Vitali». L'avevano tentato, invano, anche il minuscolo ma fortissimo Ercole Esposito e Gino Soldà: chi sarebbe riuscito a passare lassù?

I NOMI E LE DATE – 1ª. Georges Livanos e Robert Gabriel (da Marsiglia), 10-12 settembre 1951, in 28 ore di arrampicata effettiva, piantando 125 chiodi di cui 99 di passaggio e 26 di sosta; 2ª. Andrea Oggioni e Josve Aiazzi (da Monza), 30 giugno e 1° luglio 1952; 3ª. Erich Abram e Matthias Maier (da Bolzano), 3-4 luglio 1952; 4ª. Lino Lacedelli e Beniamino Franceschi (da Cortina d'Ampezzo), 6-7 agosto 1952; 5ª. Jean Couzy e Martin Schliessler (da Parigi e da Heidelberg), 3-5 settembre 1953; 6ª. Marcel Bron ed Eric Gauchat (da Ginevra), 25 luglio 1954 (in 13 ore e mezza, prima salita in giornata); 7ª. F. Gast e H. Müller (da Norimberga), 6-7 agosto 1955 (pochi giorni prima, tra il 31 luglio e il 1° agosto, gli stessi si erano già aggiudicati la sesta salita della Carlesso sulla Torre Trieste); 8ª. Armando Aste e Fausto Susatti (da Rovereto e da Trento), 12-15 luglio 1956 (la cordata fu sorpresa dal cattivo tempo, con pioggia e neve); 9ª. Don Whillans e Pete Greenwood, agosto 1956 (prima britannica, in 14 ore con bivacco in vetta); 10ª. Walter Philipp e R. Ruf (da Vienna), 31 agosto e 1° settembre 1956; 11ª. Nadja Fajdiga e Ante Mahkota (da Lubiana), 1-3 settembre 1956 (prima femminile). Ricordiamo quindi la prima invernale, firmata dal 19 al 22 febbraio 1962 da Roberto Sorgato, Giorgio Ronchi e Giorgio Redaelli; la prima solitaria, riuscita esattamente 25 anni fa, tra il 16 e il 17 settembre 1982, a Lorenzo Massarotto (che nel 1989 avrebbe salito in prima solitaria invernale il Philipp: è dunque lui, il grande “Mass”, il “denominatore comune” tra i due mitici diedri) e infine la relativamente recente (17-20 febbraio 2001) prima solitaria invernale, capolavoro del silenzioso ma determinatissimo Claudio Moretto.

OSSERVAZIONI – Prima curiosità: le prime tre ripetizioni della Livanos-Gabriel sulla Cima Su Alto sono riuscite in poco più di un mese, dal 30 giugno al 7 agosto 1952. In seguito, però, il “successo” della via dei marsigliesi calò decisamente visto che nel 1953, 1954 e 1955 venne percorsa soltanto una volta per stagione. L'anno della “ripresa” fu quindi il 1956, con ben quattro ripetizioni tra cui la prima femminile (da parte di Nadja Fajdiga) e quella, molto veloce, dei britannici Don Whillans (che nel 1959 avrebbe percorso a tempo di record un'altra creazione di Livanos & C.: ne abbiamo parlato il 7 settembre) e Pete Greenwood. Piccola interessante divagazione: Pete «era uno scalatore raffinato e competitivo» con «all'attivo molte belle vie in Gran Bretagna. La sua base era il Lake District e i racconti delle sue cadute dalle falesie di casa fanno parte degli aneddoti della storia dell'arrampicata. Era assolutamente contrario alla presenza di chiodi sulle pareti» e «per afferrare un appiglio a volte addirittura saltava. Non era comunque del tutto incosciente dato che riuscì a sopravvivere e a diventare un noto uomo d'affari» (D. WHILLANS e A. ORMEROD, Don Whillans. Ritratto di un alpinista, Cda & Vivalda, Torino 2001). Tuttavia, salvo errori nella nostra preziosa fonte, ancora più veloci di Don e Pete erano stati, nel luglio 1954, gli svizzeri Bron e Gauchat: il primo noto per la bella e difficile via aperta con Claude Asper, Mario Grossi e Marcel Morel, dal 24 al 26 luglio 1956, sulla parete sud del Grand Capucin (Monte Bianco), il secondo per aver salito in prima assoluta, con Raymond Lambert e Claude Kogan Troullet (1955), i 7406 metri del Ganesh Himal.

Sopra: la Cima De Gasperi, la Cima Su Alto (con il tracciato della Livanos-Gabriel) e la Cima della Terranova dal rifugio Tissi (foto di Oscar Kelemina tratta da: O. KELEMINA, Civetta, Oscar Kelemina Editore, Cordenons 1986)

Su Alto Kelemina 2 ridotta

Il versante nord-ovest della mitica triade (Cime De Gasperi, Su Alto e della Terranova): la parte superiore della Livanos-Gabriel si presenta in tutta la sua potenza (foto di Oscar Kelemina tratta dal volume citato)

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giovedì, 20 settembre 2007

IL CANADA PARLA ANCORA FRANCESE

postato da carlocaccia alle 10:25 in nordamerica

ISOLA DI BAFFIN: SAM BEAUGEY, MARTIAL DUMAS, JEAN-YVES FREDRIKSEN, YANN MIMET E DAVID RAVANEL, IN DUE SETTIMANE DI “LAVORO” IN PARETE, FIRMANO NASSARIIT (650 m, A4)

Baffin 8Ancora lei, proprio così: la grande Isola di Baffin. Non ne avevamo mai parlato e abbiamo deciso di parlarne per due giorni consecutivi. Ma se ieri ci siamo cacciati nella Stewart Valley, tra il Sam Ford Fjord e il Gibbs Fjord, oggi ci spostiamo nel settore nord-occidentale della Scott Island (gli Inuit la chiamano Piliktua), che emerge come un vascello di roccia dalla Scott Inlet (Baia di Scott) in corrispondenza degli sbocchi del Clark Fjord e dell'appena menzionato Gibbs Fjord. Perché lì, durante il maggio scorso, mentre gli olandesi Fickweiler e van Veen erano impegnati sul Copier Pinnacle, un quintetto di giovani francesi (con un paio di nostre vecchie conoscenze...) ha tracciato in stile capsula su una muraglia rivolta a nord, a destra della Ship's Prow (dove, dal 23 aprile al 3 giugno 1999, Mike Libecki risolse in solitaria The Hinayana, 600 m, VI- e A3+), un itinerario di 650 metri (14 lunghezze di corda) con difficoltà di A3 e A4. La nuova via, che i suoi artefici Sam Beaugey (34 anni), Martial Dumas (31), Jean-Yves Fredricksen (31), Yann Mimet (32) e David Ravanel (37), hanno battezzato Nassariit (che nella lingua degli Inuit significa “Mettiti la mantella”) ha richiesto complessivamente 13 giorni di fatica (sei per la preparazione e sette per la salita finale) e due campi in parete (a 350 e a 500 metri dalla base) a una temperatura di -20° e in compagnia degli orsi polari. Le intenzioni iniziali della squadra transalpina erano però più ambiziose. Beaugey e compagni, infatti, sognavano una magica doppietta sulla stessa muraglia e, giunti ai suoi piedi, si sono immediatamente divisi attaccando due linee diverse: la seconda, però, si è presto rivelata assai “fragile e pericolosa” e quindi abbandonata. È stato invece raggiunto in pieno l'obiettivo di una doppia... discesa, visto che Dumas, Fredricksen e Ravanel si sono “tranquillamente” calati lungo la via appena conclusa, mentre il resto della combriccola (Beaugey e Mimet) ha optato per un più rapido Base Jump dalla vetta. Ricordiamo, comunque, che anche Dumas e Fredricksen (le nostre vecchie conoscenze...) non sono proprio degli scolaretti sempre in ordine, quieti e timorosi. Non ci credete? Se volete cancellare ogni dubbio andate, subito, a rileggere il post dell'8 febbraio scorso.

In alto: sul mare ghiacciato, verso la parete

Baffin 6

I 650 metri di mondo verticale dove i giovani francesi hanno “trovato” la loro via

Baffin 4

Altre meraviglie nelle vicinanze...

Baffin 1

In azione!

Baffin 5

Pausa di riflessione

Baffin 3

Si decide il da farsi...

Baffin 2

Vita quotidiana in parete (ci si abitua a tutto)

Baffin 7

La seconda parte dell'avventura ha inizio...

Baffin 9

...per finire dolcemente pochi minuti dopo

Tutte le foto sono di David Ravanel (www.tvmountain.com)

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mercoledì, 19 settembre 2007

L'URNA RITROVATA

postato da carlocaccia alle 10:34 in nordamerica

ISOLA DI BAFFIN: RIUSCITA A MARTIN FICKWEILER E NIELS VAN VEEN LA PRIMA ASSOLUTA DEL COPIER PINNACLE

Copier 1 Fickweiler alpinist com

Eccoci finalmente a parlare di lei, dell'Isola di Baffin con le sue fantastiche pareti. E visto che, per i lettori di INTOtheROCKS, si tratta di una novità assoluta, non potevamo non raccontare di una (assai singolare) prima assoluta. La notizia è dunque questa: il 20 maggio scorso, dopo un tentativo di 300 metri compiuto nel 2006 con Roland Bekendam e Rens Horn, l'olandese Martin Fickweiler ha fatto sua la cima del Copier Pinnacle, che si innalza per 650 metri nella Stewart Valley della grande isola - 613mila chilometri quadrati di superficie dove vivono poco più di 2000 persone - dell'arcipelago canadese. Fickweiler, in cordata con il connazionale Niels van Veen, ha firmato il successo salendo lungo la compatta parete sud-est della montagna, dove ora esiste A little less conversation: una linea di 800 metri di sviluppo con difficoltà di A3 e di VII+. Il grande freddo non ha fermato i due amici che in otto giorni, in stile capsula e salendo perlopiù in artificiale (ma non sono mancati dei lunghi tratti in libera), hanno coronato il loro sogno, al quale Martin non avrebbe mai rinunciato. Perché lungo quella via, su una minuscola cengia, durante l'ultimo giorno del primo tentativo egli aveva lasciato un piccolo vaso, ritrovato esattamente dodici mesi dopo. Il nostro protagonista lo ha così rimesso con cura nello zaino e, una volta in vetta, come aveva promesso a se stesso lo ha deposto lassù, riparato all'interno di un ometto di sassi. Il piccolo contenitore, che resterà per sempre sul punto più alto del Copier Pinnacle, custodisce parte delle ceneri di Hans Copier: il migliore amico di Martin, toltosi la vita il 16 aprile 2006.

Sopra, la parete sud-est del Copier Pinnacle (Stewart Valley, Isola di Baffin, Canada) con il tracciato di A little less conversation (arch. Fickweiler, www.alpinist.com)

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martedì, 18 settembre 2007

L'ALLIEVO DAVANTI AL MAESTRO

postato da carlocaccia alle 11:22 in alpi centrali

MONTE DISGRAZIA: L'ESPLORAZIONE CONTINUA. IL VETERANO BENIGNO BALATTI FIRMA LA SUA DICIOTTESIMA “PRIMA” SUL GIGANTE DELLE ALPI CENTRALI. CON LUI – E NON A RIMORCHIO... – IL GIOVANE VALERIO CORTI

Tempo al tempo, signori miei: la pazienza risolve tutto, specialmente in montagna. Lo sa bene Benigno Balatti, 53 anni, lecchese (per la precisione di Abbadia Lariana), che un paio di giorni fa, il 16 settembre, ha messo a segno in 6 ore, dopo averla sognata a lungo, la sua diciottesima “prima” sul Monte Disgrazia (3678 m), celeberrima cima delle Alpi Centrali. La nuova creazione, una linea per alpinisti “completi”, si sviluppa per 450 metri sul versante settentrionale della montagna, nel mezzo di quel “triangolone” roccioso che spicca tra il Couloir Valsecchi a sinistra e il grande scivolo ghiacciato, con il suo evidente seracco centrale, a destra. E per una scalata del genere, che in cifre suona IV/4 e V+ e VI sostenuti su roccia, Balatti si è scelto un compagno coi fiocchi, talento ventottenne del gruppo “Corvi” di Mandello del Lario: Valerio Corti. Così, questa volta, il “Ben” ha potuto condividere la conduzione della cordata, invitando poi il cronista a mettere bene in risalto il ruolo dell'amico: «Cita il suo nome davanti al mio, mi raccomando, la via è una Corti-Balatti. Valerio si è dimostrato ancora una volta fortissimo: non va alla grande soltanto in falesia, dove mastica l'8a, ma anche in montagna, dove le protezioni sono lontane e si arrampica con gli scarponi pesanti. Con lui, come nelle scorse settimane lungo Ringo Star sulla nord-ovest del Badile, mi sono trovato davvero bene». L'avventura sul Disgrazia di Corti e Balatti è cominciata con un grosso punto interrogativo: il superamento della crepaccia terminale. «Sembrava non ci fossero possibilità – racconta Benigno -. Poi, per fortuna, Valerio ha individuato la soluzione, piuttosto a sinistra rispetto alla nostra linea. Così, una volta dall'altra parte, siamo stati costretti a traversare lungamente a destra, circa 40 metri: un bel numero, su ghiaccio inclinato da 70 a 80 gradi. Abbiamo poi imboccato la magnifica goulotte che caratterizza la prima parte della via: un nastro gelido di 4 lunghezze di corda a 75 gradi, fragile e in qualche punto molto stretto, non più di 40 centimetri. Il “primo tempo” è finito in corrispondenza di un terrazzo nevoso, oltre il quale ci aspettavano i due tiri su roccia, dove Valerio ha dimostrato di che pasta è fatto. Il serpentino era assai levigato, compatto, e non ci ha concesso troppe protezioni: quattro chiodi e qualche friend, nient'altro, e per la gioia dei ripetitori non abbiamo lasciato nulla. Più avanti la situazione si è fatta un po' più semplice: abbiamo forzato un pendio di misto inclinato fino a 70 gradi, tra uno sperone a sinistra e il grande seracco a destra, e siamo quindi sbucati in cresta a quota 3450, poco sotto la caratteristica Corda molla. La vetta? L'abbiamo lasciata in pace, scendendo subito a valle». Da notare che Combi – così Valerio, “incaricato” da Benigno, ha voluto battezzare la nuova via – è la terza creazione di Balatti sul “triangolone” della nord del Disgrazia: la serie era cominciata nel 1997 con The Ghost, tracciata con la moglie Giovanna Cavalli a destra di Combi (le due linee sono abbastanza vicine), per continuare l'11 giugno 2005 con la difficile Via degli amici, risolta con Alessandra Casiraghi a sinistra dell'ultima nata. «Lassù, in quell'angolo poco frequentato delle Alpi Centrali – conclude Benigno Balatti –, si respira aria di alpinismo vero. Quello che piace a me, che piace a Valerio e che piaceva ad un amico che non c'è più: Enrico Cattaneo. L'avevo conosciuto proprio da quelle parti, al rifugio Porro, ed era stata subito intesa: una scintilla che ci aveva portati, naturalmente, a sognare salite purtroppo mai realizzate. La nuova via è dedicata a lui».

monte-disgrazia umass edu 2

Il grandioso versante settentrionale del Monte Disgrazia con, evidenziato nel riquadro, il caratteristico “triangolone” roccioso a destra del Couloir Valsecchi e a sinistra del pendio nevoso con il potente seracco sulla verticale della vetta (www.umass.edu)

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lunedì, 17 settembre 2007

SHINGU CHARPA: QUESTA VOLTA NON CI SONO DUBBI

postato da carlocaccia alle 10:54 in karakoram

PRIMA SALITA DELLA PARETE EST DELLA MAGNIFICA CIMA DEL KARAKORAM PER I RUSSI KLENOV, DAVY E SHABUNIN

Shingu Charpa pareteCe l'hanno fatta al primo tentativo, passando in tutto 24 giorni in parete: 21 in salita e 3 in discesa. I russi Alexander Klenov, Mikhail Davy e Alexander Shabunin (con i suoi 25 anni il “ragazzino terribile” della compagnia) durante il mese di agosto hanno firmato – a quanto pare in limpido stile alpino - la prima salita della grandiosa parete est dello Shingu Charpa, cima granitica che si innalza per 1600 metri, fino a quota 5600, nella Nangma Valley (Karakoram, Pakistan). E questa volta non ci sono dubbi: a differenza degli ucraini Chaplinsky, Rodiontsev e Verbitsky, protagonisti nei mesi scorsi di una vicenda per certi aspetti incredibile (se volete “ripassarla” tornate al post del 3 aprile), Klenov e compagni hanno davvero raggiunto il punto più alto della bellissima montagna. Attenzione, quindi, amici lettori, perché ci troviamo di fronte ad un'impresa di prima grandezza: una scalata di 2360 metri di sviluppo (37 lunghezze di corda) con difficoltà di VIII (7a), A3 e M5. Ma i numeri e le sigle, a detta dei tre russi, significano poco o nulla perché Never more (“Mai più”: così è stata battezzata la nuova via, che supera la muraglia forzandone il settore destro sbucando sulla cresta nord a poca distanza dalla cima) è stata un incredibile concentrato di problemi. «Mai avevamo affrontato una scalata del genere – hanno spiegato i suoi artefici – e mai avremmo pensato che per salire quella parete avremmo impiegato più di 20 giorni». Ma lassù, aggrappati a quel granito che richiedeva continua attenzione (anche perché, non di rado, dall'alto arrivavano “pacchi regalo” di non indifferenti dimensioni) e con il tempo pessimo, non c'è stato nient'altro da fare: salire lentamente, rinunciando a soluzioni in libera a favore della più laboriosa (ma anche più sicura) progressione artificiale. Ricordiamo che la prima ascensione assoluta dello Shingu Charpa risale al 23 luglio 2000 (7 giorni tra salita e discesa): in vetta, per la parete ovest, con 700 metri di corde fisse fino a quota 4800 e superando difficoltà di VII+ e A2, giunsero i coreani Shin Dong-Chul, Bang Jung-Ho e Hwang Young-Soon. In seguito gli sforzi si sono concentrati sull'elegantissima cresta nord, con tentativi nel 2001 (statunitense, risolte in 5 giorni circa 20 lunghezze), nel 2004 (canadese, “aggiunte” due lunghezze al tentativo del 2001) e nel 2006 (in azione, a poche settimane di distanza, ucraini e statunitensi: entrambe le cordate sono giunte a poche decine di metri dalla vetta, nei pressi della quale la neve e il misto hanno impedito loro di proseguire, causa mancanza di materiale). Detto questo, non risultando altre salite (o tentativi), il successo di Klenov, Davy e Shabunin sulla parete est è anche la seconda ascensione assoluta dello Shingu Charpa.

Sopra: lo Shingu Charpa con il tracciato della via russa sulla parete est. Si nota, a destra della stessa, la linea perfetta della cresta nord (www.mountain.ru)

Shingu Charpa via completa

Veduta “ravvicinata” di buona parte della parete est dello Shingu Charpa: 1600 metri di granito, spesso di cattiva qualità, saliti in 21 giorni dai russi Klenov, Davy e Shabunin (www.mountain.ru)

Shingu Charpa sotto la cima

Lungo l'ultimo tratto della cresta nord (neve e misto) che l'anno scorso, per mancanza di materiale, aveva fermato sia gli ucraini Igor Chaplinsky, Andrey Rodiontsev e Orest Verbitsky sia gli statunitensi Kelly Cordes e Josh Wharton (www.mountain.ru)

Shingu Charpa vetta

Il terzetto russo sulla vetta dello Shingu Charpa: la seconda salita assoluta della bella cima del Karakoram è realtà (www.mountain.ru)

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