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mercoledì, 31 ottobre 2007

«THE BEST MIXED CLIMB IN THE WORLD»

postato da carlocaccia alle 10:46 in alpi occidentali

SCOZZESI IN GRANDE SPOLVERO SULLE GRANDES JORASSES: GUY ROBERTSON E PETE BENSON FIRMANO LA PRIMA SALITA IN LIBERA (SESTA RIPETIZIONE) DEL CAPOLAVORO DI RENÉ DESMAISON SULLA PARETE NORD-EST DELLO SPERONE WALKER

Jorasses 1 sito

Guy Robertson e Pete Benson, scozzesi, sono due weekenders: scalatori del fine settimana, che per realizzare i loro sogni verticali devono far buon uso delle ferie. Eppure, per la seconda volta in pochi mesi, dobbiamo parlare di loro. Il 20 marzo avevamo raccontato della loro creazione (Shining Wall, 600 m, IV/5, novembre 2006) sulla parete nord della Pointe 3650, nel massiccio del Monte Bianco, e ora li ritroviamo a poca distanza, felici e soddisfatti dopo la prima salita in libera (e soltanto sesta ripetizione assoluta) della leggendaria Serge Gousseault sulla parete nord-est dello Sperone Walker delle Grandes Jorasses. Così oggi il capolavoro di René Desmaison, una linea di 1200 metri completata dal 10 al 17 gennaio 1973 con Giorgio Bertone e Michel Claret dopo il tragico tentativo (11-25 febbraio 1971: le famose 342 ore sulle Grandes Jorasses) che costò la vita al giovane Serge Gousseault, in sigle non suona più soltanto 6a e A1/A2 ma anche, per chi è capace, 6c e M5/M6. Da un paio d'anni, ormai, Robertson e Benson tenevano d'occhio quella linea da favola e all'inizio di ottobre, una settimana dopo la scomparsa del grande René, hanno deciso di provare. La scalata, con la Variante Scozzese-Americana iniziale (che secondo lo stesso Robertson e François Marsigny è il modo più logico per cominciare la grande avventura), ha impegnato i due amici per quattro giorni. E se la storica Guida Vallot definisce la Serge Gousseault un «itinéraire rocheux d'une envergure exceptionnelle, un des plus durs des Alpes Occidentales», per Robertson e Benson è probabilmente «the best mixed climb in the world» ossia «la migliore via di misto del mondo». La prima ripetizione di questa fantastica creazione, proiettata nel futuro, riuscì nell'agosto 1977, in due giorni e mezzo, a Gordon Smith e Tobin Sorenson (gli autori dell'appena menzionata Variante Scozzese-Americana che, dal 1979, è anche il primo tratto di Rolling Stones). La seconda ripetizione (prima invernale nonché integrale) porta invece le firme dei francesi Stéphane Benoist e Patrice Glairon-Rappaz che, attaccata la parete alle 14.20 del 13 gennaio 2000 (quel giorno, in due ore e mezza, furono saliti circa 100 metri), sbucarono in vetta all'una di notte del 18 gennaio, dopo 47 ore effettive di scalata (le ultime 16 consecutive). Pochi mesi dopo ecco la terza ripetizione (parziale): Patrick Bérhault e Philippe Magnin, tra il 24 e il 25 ottobre 2000, salirono la parte inferiore del Linceul e raggiunsero la Serge Gousseault soltanto all'inizio della seconda rampa (quindi piuttosto in alto, in corrispondenza della 15ª delle 36 lunghezze di corda) per poi bivaccare in discesa, lungo la via normale, appena sotto la vetta (ecco quindi spiegati i soli due giorni in parete). Ancora francese la quarta ripetizione: autori della scalata, in quattro giorni nel marzo 2003, François Marsigny e Olivier Larios (che seguirono la Variante Scozzese-Americana). E chiudiamo ricordando la quinta ripetizione, riuscita in pieno inverno (dal 7 all'11 gennaio 2006), senza varianti, a Benoît Drouillat, Pascal Ducroz e Franck Henry. Tirando le somme: se la Serge Gousseault, in 34 anni, è stata salita in tutto da sette cordate (soltanto due, però, le ripetizioni integrali), gli alpinisti che l'hanno percorsa sono stati complessivamente 16, dei quali 11 francesi, 3 britannici (scozzesi), uno statunitense (Sorenson) e un italiano (Bertone).

Sopra: lo Sperone Walker della parete nord delle Grandes Jorasses con la via Serge Gousseault (in rosso) e le varianti Scozzese-Americana (fucsia, seguita anche da Guy Robertson e Pete Benson) e del Linceul (percorsa soltanto da Patrick Bérhault e Philippe Magnin). I puntini verdi indicano i bivacchi di Robertson e Benson

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Guy Robertson all'inizio della grande avventura (prima lunghezza)

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Il massimo del divertimento: Benson lungo uno dei tiri più semplici della Gousseault

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Robertson, invece, è alle prese con una lunghezza assai scorbutica (la prima di una serie di tre) ormai al termine della seconda giornata in parete

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La salita continua assai complicata...

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Come sopra: Benson, assai impegnato, raggiunge Robertson in sosta

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Secondo bivacco: i due amici hanno scovato questo posticino, più che decente, a poca distanza dalla linea di salita

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Si riparte: uno dei tiri chiave

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Verso la parte superiore della parete. E alle spalle di Robertson precipita il Linceul

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Ghiaccio sottile: qui, assicurano i due scozzesi, l'arrampicata è da favola

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La cresta sommitale si avvicina...

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Ghiaccio perfetto e ottime protezioni: il massimo per gli amanti del misto. Ma anche un pensiero oscuro: siamo vicini al punto in cui si consumò la tragedia del 1971

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Le ultime difficoltà

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Grandes Jorasses, parete nord, via Serge Gousseault (1200 m, 6c e M5/M6): ormai è fatta!

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Punta Walker, quota 4206: Robertson (a sinistra) e Benson felici per il sogno realizzato

Foto: arch. Pete Benson. Ringraziamo inoltre Luca Signorelli, profondo conoscitore delle Grandes Jorasses e di tutti i loro segreti, per la preziosa collaborazione

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martedì, 30 ottobre 2007

EIGER: IL RITORNO DI CHRISTOPH HAINZ

postato da carlocaccia alle 09:31 in alpi occidentali

SI CHIAMA MAGIC MUSHROOM LA VIA TRACCIATA NELLE SCORSE SETTIMANE SULLA NORD DELL'“ORCO” DAL FORTE ALTOATESINO. CON LUI, ANCORA UNA VOLTA, LO SVIZZERO ROGER SCHÄLI

Christoph HainzAncora la nord dell'Eiger. Però, questa volta, non di corsa in 4 ore e mezza per la storica Heckmair. Christoph Hainz, nelle ultime settimane, per nulla invidioso del record stabilito il 21 febbraio scorso da Ueli Steck – che, ricordiamo, ha salito la leggendaria parete dell'Oberland in 3 ore e 54 minuti -, è tornato lassù per tracciare una via nuova. E così, in compagnia del ventinovenne svizzero Roger Schäli, veterano dell'Eigerwand con cui nel luglio 2004 aveva già firmato Donnafugata sulla sud della Torre Trieste (Civetta), è riuscito ad aprire Magic Mushroom. La nuova creazione, risolta in sei giorni con chiodi (pochi) e spit a causa dell'estrema compattezza della roccia (per una ripetizione è inutile portare dadi e friend...), sale nel settore destro della parete, a destra di un “progetto” ungherese fermo a metà dell'opera e a sinistra di Yeti, aperta nel 1998 da Andrea Forlini e Gianni Faggiana. Hainz e Schäli, in apertura, hanno salito in libera circa metà dei 20 tiri della via (toccando il 7a) mentre per gli altri, più impegnativi (dovrebbero raggiungere il 7c), hanno rinviato l'appuntamento all'anno prossimo. «Il lavoro di guida alpina mi lascia ormai poco tempo per le “mie cose” – spiega Hainz – e di conseguenza sono molto contento per questo successo. L'avventura era partita male, con la parete innevata. Tuttavia, dopo tre giorni, la pioggia ha ripulito la roccia che, fortunatamente, è asciugata in fretta. In seguito le condizioni meteorologiche sono state dalla nostra parte (anche se non è mancato il freddo) e siamo riusciti a completare l'opera: una via assai interessante, su ottimo calcare in parte leggermente appoggiato e poi, nei 400 metri superiori, sempre verticale e strapiombante». Così oggi, con l'ultima nata, sono in tutto una trentina le vie sulla nord dell'Eiger: una ragnatela di linee dove, secondo Hainz, qualcosa da fare resta ancora(soprattutto nel settore sinistro della muraglia). Christoph, che l'ha scalata in tutto cinque volte, conosce bene la grande parete e ne parla con rispetto: «Tre volte mi sono cimentato lassù lungo la via classica. La prima fu tra il 28 e il 29 marzo 1989: avevamo valutato male le condizioni, la progressione fu lenta e con qualche errore di percorso e così il buio ci sorprese prima dalla vetta. Quella notte fu piuttosto difficile: un bivacco invernale lunghissimo, senza sacco a pelo, osservando le automobili in basso, a Grindelwald, che svoltavano a destra e a sinistra... Arrivò poi il momento della solitaria in velocità, durante la quale mi autoassicurai in una sola occasione e, ancora una volta, non scalai per errore la Fessura difficile, percorrendo senza saperlo un tratto della Via dei giapponesi. Soltanto in seguito, durante la mia terza salita, Roger Schäli mi avrebbe spiegato dove passava la via originale... La Heckmair, comunque, nonostante i primati e l'abbondanza di ripetizioni sul finire dell'ultima stagione invernale (le condizioni erano assolutamente perfette!), resta un'avventura assai seria, da affrontare con la giusta carica psicologica. Perché basta poco, anche soltanto un leggero cambiamento del tempo, per rovinare la festa: gli incidenti sull'Eigerwand, purtroppo, sono ancora all'ordine del giorno».

Sopra: Christoph Hainz in sosta sulla nord dell'Eiger

Christoph in apertura

Hainz in apertura

Roccia compatta

La roccia compattissima di Magic Mushroom

Foto: arch. Christoph Hainz (www.christoph-hainz.com)

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lunedì, 29 ottobre 2007

DALLO JANNU AL KYZYL ASKER: I VETERANI RUSSI NON VANNO IN PENSIONE

postato da carlocaccia alle 09:59 in tien shan

PROIBITIVA VIA NUOVA DI 1500 METRI, IN STILE ALPINO, SULLA SUD-EST DELLA MAGNIFICA CIMA DEL TIEN SHAN PER ALEXANDER ODINTSOV, ALEXANDER RUCHKIN E MIKHAIL MIKHAILOV

prima

«I migliori alpinisti russi, oggi, sono quelli cresciuti alla scuola sovietica: Babanov, Ruchkin, Odintsov, Koshelenko, Pogorelov, Klenov, Davy, Tarasov, Tukhvatullin». Così Pavel Shabalin, nel 2000, sul The American Alpine Journal. E nel 2007? Se, fortunatamente, non pochi giovani stanno facendo vedere di che pasta sono fatti, i veterani non hanno alcuna intenzione di andare in pensione. Basti pensare a Valery Babanov che ha appena dato il meglio di sé sullo Jannu (con il ventinovenne Sergey Kofanov: si veda il post del 22 ottobre), ad Alexander Klenov e Mikhail Davy che in agosto l'hanno spuntata sulla parete est dello Shingu Charpa (con il venticinquenne Alexander Shabunin: ne abbiamo parlato il 17 settembre), a Iljas Tukhvatullin e allo stesso Shabalin sulla ovest del K2 e poi ad Alexander Odintsov e Alexander Ruchkin che nelle scorse settimane, precisamente dal 5 al 13 settembre, hanno tracciato in stile alpino una splendida via, di grandissimo impegno, sulla parete sud-est del Kyzyl Asker (5842 m, Kokshaal Too occidentale, Tien Shan, tra Kyrgyzstan e Cina). Con loro, rispettivamente capospedizione e primo uomo in vetta sulla nord dello Jannu nel 2004, un altro protagonista di quella storica avventura: Mikhail Mikhailov. La parete sud-est del Kyzyl Asker – il toponimo significa, letteralmente, “Il cavaliere (soldato) rosso” - è caratterizzata da una serie di evidenti pilastri granitici: da destra a sinistra è un continuo crescendo, all'insegna della perfezione geometrica, che culmina nel grandioso bastione scalato esattamente nel mezzo dal terzetto russo. Aggiungiamo che, immediatamente a sinistra del “pilastro maggiore”, si nota il lungo e ripido couloir tentato nel 2002 dai britannici Guy Robertson ed Es Tresidder (che giunsero più o meno a metà parete). La via di Odintsov e compagni, classificata 6B (il massimo) nella scala russa, si sviluppa per 35 tiri di corda (1500 metri di dislivello) ed è suddivisibile in tre sezioni, ben distinte, che in quanto a lunghezza più o meno si equivalgono. E se la prima, la più semplice, presenta un'arrampicata su ghiaccio lungo un couloir, la seconda (sempre strapiombante) e la terza sono caratterizzate da notevoli e continue difficoltà su roccia monolitica, interrotte soltanto dalla cengia nevosa che divide le sezioni stesse. A detta di Odintsov, condizioni meteorologhe permettendo, la maggior parte della via è superabile in arrampicata libera (8a?). I tre amici, una volta toccata la vetta, sono scesi per i pericolosi pendii innevati del versante opposto della montagna (quindi in Kyrgyzstan), impiegando quasi due giorni (13 e 14 settembre) per raggiungere il fondovalle.

In alto: il pilastro centrale della parete sud-est del Kyzyl Asker con la via di Odintsov, Ruchkin e Mikhailov. Evidente, a sinistra della via russa, il couloir tentato nel 2002 dai britannici Robertson e Tresidder

seconda

La parete sud-est del Kyzyl Asker (5842 m, Tien Shan) con i suoi magnifici pilastri

terza

Il campo della piccola spedizione russa, nel regno del silenzio

quarta

Al termine della prima sezione della via

quinta

Mikhail Mikhailov all'inizio della difficile, sempre strapiombante, seconda sezione della via

sesta

Ancora Mikhailov, qualche metro più in alto

settima

Il magnifico granito del Kyzyl Asker

ottava

Anche il ghiaccio, però, non è niente male...

nona

Roccia solidissima e poco rassicuranti stalattiti di ghiaccio incombenti sui nostri protagonisti

decima

Un diedro perfetto

undicesima

In contemplazione (1)

dodicesima

In contemplazione (2)

Foto: arch. Odintsov-Ruchkin-Mikhailov (www.mountain.ru)

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venerdì, 26 ottobre 2007

“MY CLIMBS IN THE ALPS AND CAUCASUS”

postato da carlocaccia alle 10:58 in frammenti di storia

Si intitola così, come noto, l'autobiografia alpinistica di Albert Frederick Mummery (1856-1895): un libro che ha 112 anni ma non li dimostra. Gian Piero Motti, nella sua Storia dell'alpinismo (1977), lo definì «sempre fresco e attuale», un'opera che «si rilegge sempre volentieri, scoprendo ogni volta qualcosa di nuovo». Il Principe, due righe dopo, aggiunge che «davanti alla squallida pianificazione dei giorni nostri, che ormai lascia ben poco spazio all'avventura individuale», la conoscenza delle azioni e dei pensieri di Mummery e compagni «desta un fascino straordinario, unito però ad un senso di malinconia. Forse il segreto di queste imprese e di questi uomini stava proprio nella semplicità estrema con cui essi agivano e pensavano». Ma come venne accolto all'epoca, in Italia, Le mie scalate nelle Alpi e nel Caucaso? Una risposta, interessante, arriva dalle pagine della Rivista mensile del Club alpino italiano sulla quale, nel numero di ottobre del 1895, appena prima della notizia della scomparsa del grande alpinista britannico sul Nanga Parbat, compare una recensione di ben tre pagine e mezza (siglata “G.R.” che sta, verosimilmente, per Guido Rey) del suo libro. La recensione italiana, basata ovviamente sull'edizione originale di My climbs in the Alps and Caucasus (pubblicato nella primavera precedente dall'editore londinese T. Fisher Unwin e tradotto nella nostra lingua, da Adolfo Balliano, soltanto nel 1930), segue di un paio di mesi quella di Clinton Dent sull'Alpine Journal: cinque pagine (uno spazio superiore alla norma) lusinghiere, che si concludono con l'augurio al «signor Mummery» di «scrivere un altro libro altrettanto bello». Il destino, purtroppo, volle diversamente, visto che il 24 agosto 1895, contemporaneamente all'uscita del “pezzo” di Dent, il grande Albert Frederick fu visto per l'ultima volta, con due fidati portatori, diretto ad un colle tra il versante Diamir e il versante Rakhiot del gigante di 8125 metri dell'Himalaya del Punjab. Detto questo, giusto per “incorniciare” la questione, torniamo alla “nostra” domanda e all'annunciata risposta proponendone, viste le sue considerevoli dimensioni, i passi più significativi.

Mummery

«A.F. Mummery: My Climbs in the Alps and Caucasus. - Un elegante volume di pag. 360 con 21 disegni nel testo e 11 tavole in fototipia e fotoincisione. - Londra, T. Fisher Unwin, editore. Or son due mesi ebbi fra le mani questo nuovo libro inglese di alpinismo. Lo apersi con avida curiosità e con l'emozione di chi si aspetta molto dal titolo, e più ancora dal nome dell'autore. Il Mummery è infatti de' più ardimentosi alpinisti d'Europa, e ben io ricordava averne udita vantare l'esperienza ed il valore da S.A. il Duca degli Abruzzi, che lo ebbe per guida nella sua salita al Cervino per il versante di Zmutt, compita lo scorso anno. L'autore, nella breve introduzione, scusatosi di esser caduto vittima anche lui del “furor scribendi” che, un giorno o l'altro, invade ogni alpinista, si affretta a dichiarare che nessun contributo alle scienze e alla topografia, né ad altro ramo di sapere si troverà “sandwiched” frammezzo alle sue storie di rupi e di seracche, di tempo sereno e di burrasche, e indirizza perciò le sue pagine a quelli solamente che con lui considerano l'alpinismo “as unmixed play” il che vuol dire, poco su poco giù, un godimento che basta a se stesso. Alpinismo puro? Chiesi a me stesso come si possa fare tuttora un volume di 360 pagine col semplice racconto di salite alpine, effettuate per la maggior parte in gruppi notissimi di montagne, quali sono il Cervino e il Monte Bianco. Il libro rispose vittoriosamente alla mia domanda. Di queste antiche montagne, tanto conosciute, esso sa rivelarci segreti nuovi, narrandoci esplorazioni originali, imprese sfuggite finora alle ricerche acute di tanti alpinisti, o non osate, e tutte di vera, intrinseca importanza per ciò che ha tratto alle difficoltà, e talora al pericolo superato. E fa meraviglia il trovarsi innanzi, in questi anni che diciamo di penuria, a undici salite o valichi nuovissimi, e fra i più difficili delle nostre Alpi, compiuti fra il 1879 e il 1892, scelti da un vero raffinato. Ma questo libro rivela anche un'altra cosa buona per l'alpinismo, che cioè un vivo e possente interesse può nascere dal puro racconto di imprese alpine, benché questo sia privo di ogni sfoggio di erudizione, e senza ricerca di stile o di effetti, ma fatto con bella naturalezza: un racconto ove i ricordi vengono dettati spontaneamente alla penna dello scrittore dalle forti emozioni provate in momenti seri di lotta, e dalle immagini luminose e profondamente impresse del grande spettacolo della alta montagna [...]. Di [...] trovate piene di “humour” è infiorato il racconto delle avventure del Mummery, e gli imprimono vivacità e varietà. Sembra che il valente e sicuro alpinista ami ridersi delle difficoltà, pur conoscendole: e della balda serenità con cui egli le ha affrontate, resta l'eco fedele nel racconto, ove spesso, nella descrizione d'un passo difficile, agli aggettivi o superlativi consueti, è sostituito il sale dello scherzo [...]. Così anche i particolari prosaici della vita alpina, che il Mummery non disdegna di narrare, riescono a destare interesse, e sorgon fuori gli aneddoti come sprazzi di allegria, e in tutto il libro si sente la vita vissuta e goduta intensamente dell'alta montagna [...]. Non è possibile riassumere il contenuto abbondantissimo di quest'opera [...]. L'ultimo capitolo [...] del suo libro accoglie le sue teorie a proposito di questioni interessantissime, pratiche ed essenzialmente tecniche dell'alpinismo moderno. Ed a quest'ultimo capitolo ci sarebbe da soffermarsi a lungo, perché è come il succo dell'esperienza dell'autore acquisita nelle sue salite; e per quanto alcuni suoi dettami siano molto personali, né possano essere generalizzati, pure sono rispettabili, poiché sono l'espressione di chi ha provato ed è riuscito, e l'ardimento delle conclusioni è giustificato dell'ardimento delle premesse, che stanno nella serie brillantissima delle imprese prima narrate. Questo capitolo vorrebbe essere tradotto da capo a fondo [...]. Evidentemente il Mummery qui e altrove non parla che per e ad alpinisti eccezionalmente esperti e sicuri, e specialmente ad alpinisti senza guide [...]. Il Mummery svolge le sue idee sull'opportunità che la carovana in salite difficili sia composta di due sole persone, contrariamente al parere autorevole di altri che vorrebbe fissato il minimo a tre persone. E, nel pesare i vantaggi e gli svantaggi delle comitive di due o di quelle di più alpinisti, conclude saviamente che il numero dei componenti dev'essere adatto alla natura dell'impresa, e che una regola fissa non si può imporre. Alla principale obbiezione, poi, che si fa alla comitiva di due, cioè che in caso di caduta di uno degli alpinisti in un crepaccio riesca impossibile al compagno di trarnelo fuori, egli incomincia scherzosamente a rispondere che non vede ragione speciale per cui si debba cadere in un crepaccio, incidente non necessario [...]. Dove poi si rivela più intensamente l'indole del Mummery alpinista è nell'opinione sua che non vi sia salita degna di un vero alpinista se non è una nuova salita, nell'elogio continuo che egli fa dell'alpinismo senza guide, e in un cenno breve e circospetto che ci dà dell'alpinismo solitario [...]. Sentite come conclude a questo proposito: “L'alpinista solitario è il migliore elemento per formare una guida, il fatto che un uomo ha acquistato abitudine a salire da solo, significa che la legge della selezione della specie più adatta ha avuto piena ed ampia opportunità di svolgersi e di eliminarlo, nel caso che fosse stato un alpinista disattento od incapace”. Ma in queste conclusioni [...] sarebbe imprudenza seguirlo, come pure non lo seguiremo nel cordiale disprezzo che egli dimostra per gli alpinisti che vanno con guide [...]. Conchiudendo: questo libro, scritto da chi ha acquistato nella tecnica e nell'esperienza del salire i monti il sommo grado che forse fino ad oggi sia stato raggiunto, definisce bene per noi il punto al quale è giunta la tecnica dell'alpinismo moderno; e se a' suoi tempi il libro di Whymper causò una viva emozione fra gli amanti della montagna, questo libro del Mummery segna un altro stadio importante nella storia dell'alpinismo e desta il massimo interesse. È un libro che gli avversari dell'alpinismo potranno a buon diritto chiamare pernicioso. Per fortuna gli avversari non lo leggeranno. Lo leggano gli alpinisti, lo leggano, col dovuto criterio, prima di partire per l'alta montagna: è una scuola superiore di coraggio, di sangue freddo e di giudizio; è uno squillo di tromba che eccita al cimento. E quanti saranno suscettibili all'emozione, all'eccitamento che si sprigiona da quelle pagine, potranno dire dinanzi a quest'opera: “Anch'io sono alpinista!” come quell'artista antico sclamava dinanzi all'opera di un maestro: “Anch'io son pittore!”. Questa, per lo meno, è l'impressione che è rimasta in me dalla lettura del libro del Mummery. G.R.».

Nell'immagine: Albert Frederick Mummery

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giovedì, 25 ottobre 2007

MAGIA D'AUTUNNO SUL PIZZO D'EGHEN

postato da carlocaccia alle 09:57 in alpi centrali

IVO FERRARI FIRMA LA PRIMA SOLITARIA DI SIDDHARTA SULLA PIÙ REMOTA PARETE DELLE GRIGNE

siddharta

Ci sono cose difficili da spiegare, per le quali non si trovano mai le parole giuste. Cose che, più che “capite”, vanno “sentite”, colte nella loro calda immediatezza. Salite fatte col cuore, nate da un bisogno che è desiderio di pienezza nel segno di un'esclamazione perentoria: io esisto! La Montagna può fare anche questi regali. Raccontare, poi, diventa un problema perché significa togliere qualcosa alla magia dell'esperienza vissuta: significa interrompere la musica dell'anima, guastare irrimediabilmente il giocattolo meraviglioso. Non sempre, però. Qualche volta al bisogno di salire subentra la necessità di liberare le emozioni dell'avventura, di comunicarle agli altri perché ne siano arricchiti. E se il bisogno è sincero, se il racconto arriva dal cuore ed è quasi parte della scalata, allora la magia continua: dalle rocce alla carta. Ma l'alpinismo del cuore, oggi, pochi lo conoscono. Perché ogni “via del cuore” è anche una “via del silenzio” e il silenzio, purtroppo, non è più di moda. Ivo Ferrari, invece, ama il silenzio e così, se udiamo la sua voce, sappiamo che ha qualcosa di importante da raccontarci. Nel mare della cronaca, in un universo di salite che sembrano fatte apposta per essere date in pasto al pubblico, tutte o quasi con lo stesso sapore, ad un tratto compare qualcosa che spicca per la sua pulsante umanità, per la sua semplicità, per la gigantesca passione che sta alla base dell'azione. Le salite di Ivo ci lasciano ogni volta stupiti per ciò che le caratterizza nel profondo, per quel fuoco che in esse brucia e che le rende uniche e preziose, talmente emozionanti che quando dobbiamo parlarne non sappiamo da dove cominciare. Sono inni alla gioia e alla vita, ad un alpinismo che, nella sua impetuosa immediatezza, si trasforma in autentica arte perché frutto della mano di un autentico artista: un alpinista che vuole vedere a fondo nelle cose, che non si accontenta delle apparenze e delle vacue opinioni e che non teme di andare controcorrente. Le parole di Ivo - poche e sincere, dolci e decise – ci fanno davvero respirare.

SILENZIO

di Ivo Ferrari

PICT6342 piccola«Silenzio, colori, fresco isolamento, fatica e gioia: questo è stato il Pizzo d'Eghen, oggi, 13 ottobre, per me. Si dice che ottobre sia il mese dei ripensamenti. Può darsi: visto che mi ero promesso di scalare soltanto in falesia aspettando l'inverno. Ma come è già capitato non ho mantenuto il mio proposito e, dopo aver letto attentamente la nuova guida di Pietro Buzzoni sugli angoli più belli e selvaggi delle montagne lecchesi, la scelta è caduta sull'imponente Pizzo d'Eghen. L'alpinismo solitario è tornato a bussare alla porta, il richiamo si è fatto sempre più forte: oggi dovevo andare! Ho camminato verso la base, piano, piano, non volevo stancarmi; ho respirato l'aria autunnale con calma, l'ho spinta dolcemente nei polmoni mentre gli occhi osservavano i colori e le tinte di questo mese fantastico, che saluta l'estate e ci porta dolcemente verso l'inverno... L'unico ad aver scalato il Pizzo da solo era stato il fortissimo Rossano Libera, lungo il Camino Cassin, la via più evidente e logica dell'intera parete: questa mattina mi sono alzato per essere il secondo. Alla base ho messo le scarpette, ho appeso due rinvii, due friend e uno spezzone di corda lungo dieci metri all'imbragatura e sono partito lungo lo zoccolo, sempre più su, sempre più concentrato sul mio gioco. Ho scalato come desideravo scalare: mai al limite ma cercando un limite, diedri, fessure, lame... L'Eghen non si sale tanto facilmente. L'Eghen ti spreme lasciandoti dentro qualcosa di indescrivibile, ti toglie ogni goccia di sudore, ti secca la gola e ti gonfia a dismisura i poveri avambracci. L'Eghen è una bellissima montagna lecchese dal difficile accesso. L'Eghen ti regala l'alternanza della roccia: fantastica e unica, friabile e pericolosa. Sono felice di essermi seduto sulla sua cima, felice di essermi ritrovato, di aver deciso da solo, felice del mio egoismo. Sono felice perché mentre salivo ho pensato di dedicare la mia selvaggia ripetizione ad un Amico, un Grande, un Leader, un Genio, un Ragazzo... Giorgio Anghileri. Perché leggendo i giornali, in queste settimane, ho capito una cosa: merita di più! 13 ottobre 2007, Pizzo d'Eghen, via Siddharta, Ivo solo».

NOTA STORICO-GEOGRAFICA

Il Pizzo d'Eghen (1832 m) è la cima più remota del gruppo delle Grigne, caratterizzata da un lungo e difficile accesso e da una poderosa parete nord-ovest, alta circa 600 metri e solcata nel mezzo dall'evidente Camino Cassin (Riccardo Cassin e Giuseppe Comi, 4 settembre 1932, 500 m, V+ e A1). Riscoperto in anni recenti dopo gli impressionanti cimenti dei pionieri (primo tra tutti Pietro Pensa), il Pizzo d'Eghen meriterebbe più spazio di quello che gli dedichiamo oggi. Per ora ci limitiamo a dire che il 16 luglio 2005, credendo di ripetere la Diretta Battaglione Morbegno tracciata da Pensa e Mario Bertarini il 26 settembre 1936, i “locali” Pietro Buzzoni (autore della recente guida Calcare d'autore, interamente dedicata alla Grigna Settentrionale: ne parleremo), Lorenzo Festorazzi e Francesco Galperti hanno in realtà aperto una linea in gran parte nuova, battezzandola Siddharta (500 m compreso lo zoccolo, VI+). La prima ripetizione è arrivata poco meno di un anno dopo, il 1° luglio 2006, firmata da Ivo Ferrari e Fabio Valseschini (che confermavano la bellezza dell'itinerario). Da quel giorno, fino al 13 ottobre scorso, più nessuno ha cacciato le mani da quelle parti, per cui la prima solitaria di Ivo (ecco chiaramente la notizia, nell'ultima riga dell'articolo: qualche volta ci piace giocare...) è stata anche la seconda ripetizione assoluta della via.

In alto: la selvaggia parete del Pizzo d'Eghen con il tracciato di Siddharta. Sopra: Ivo Ferrari dopo la sua “solitaria d'autunno”

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Un'occhiata in basso, verso il delicato zoccolo

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La scalata solitaria: il “cammino della libertà” (Gian Piero Motti)

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Lo zaino: silenzioso, docile compagno di cordata

Tutte le foto sono di Ivo Ferrari. Per altre immagini: www.orme.tv/portfolio/ivo-eghen/index2.html

link al post | categoria alpi centrali
mercoledì, 24 ottobre 2007

PAKISTAN: I SETTEMILA RESTANO PROIBITI

postato da carlocaccia alle 09:37 in himalaya, karakoram

ECCO I NUMERI UFFICIALI DELL'ESTATE 2007: 154 SUCCESSI SUGLI OTTOMILA, 44 SULLO SPANTIK E 3 SUL K7 OVEST. NESSUN ALPINISTA IN VETTA ALLE ALTRE MONTAGNE TRA I 6500 E GLI 8000 METRI

Più o meno è andata come nel 2006. I numeri diffusi nei giorni scorsi da Saad Tariq Siddiqi, segretario del locale club alpino, parlano chiaro: l'estate 2007 sulle grandi montagne pakistane ha fatto registrare non pochi successi sugli Ottomila (con qualche “anomalia”) mentre, escludendo il relativamente facile Spantik e il trio House-Anderson-Prezelj sul K7 Ovest, nessun alpinista è giunto in vetta agli altri giganti tra i 6500 e gli 8000 metri (che, come le cinque cime più alte, richiedono un permesso di salita). Le spedizioni sono state in tutto 83, per complessivi 102 permessi (88 nel 2006) su 23 montagne diverse (21 nel 2006) di cui 7 scalate (le stesse, a parte il K7 Ovest, del 2006) da 201 alpinisti (199 nel 2006). Ma scendiamo nei dettagli. È andata bene, rispetto al 2006, sul K2 (8611 m), dove si sono ritrovate ben 16 spedizioni (130 alpinisti) delle quali 8 hanno raggiunto l'obiettivo (29 gli alpinisti in vetta compresi, naturalmente, gli 11 russi saliti per la parete ovest). Anno singolare anche per il Nanga Parbat (8125 m), sul quale erano impegnate 5 spedizioni (32 alpinisti) tutte riuscite (17 uomini in cima). Bene anche sul Gasherbrum I (8068 m) dove su 10 spedizioni (96 alpinisti) ben 6 si sono concluse positivamente (27 uomini in vetta). Passando al Broad Peak (8047 m), di cui ricorreva il cinquantesimo anniversario della prima salita, dobbiamo segnalare addirittura 25 spedizioni (261 alpinisti) di cui 19 riuscite (il rapporto ufficiale parla di 77 uomini in vetta ma non sappiamo, vista la confusione di cui nessuno sembra accorgersi, se comprende anche qualche “furbo” che si è limitato a raggiungere l'anticima). Il 2007 è stato invece l'anno nero, sul versante pakistano, del Gasherbrum II (8035 m): 14 spedizioni (132 alpinisti) di cui una soltanto ha raggiunto il successo (4 gli alpinisti in cima). Ricordiamo che nel 2006, sulla stessa montagna, le squadre in azione erano state 18, con ben 126 successi personali. Sullo Spantik (7027 m) si sono cimentate 11 spedizioni (72 alpinisti) con 10 successi di squadra e, come detto, 44 personali. Ecco quindi, per concludere con le cime scalate, il K7 Ovest (6858 m), tentato da una sola spedizione (quella di House e compagni) giunta al completo in vetta. Il lungo elenco delle montagne tentate senza successo comprende quindi il Gasherbrum III (7952 m, spedizione del ceco Josef Nezerka), il Kunyang Chhish (7852 m, 2 spedizioni tra cui quella del giapponese Kazuo Tobita), il Masherbrum (7821 m, 2 spedizioni: internazionale guidata da Lev Loffe e giapponese guidata da Akira Kumekawa), il Rakaposhi (7788 m, spedizione del giapponese Ichiro Hosoda), lo Shispare (7611 m, spedizione del giapponese Kazuya Hiraide), il Pumari Chhish (7492 m, una spedizione americana), il Kunyang Chhish Est (7400 m, spedizione di Valery Babanov), l'Ultar Sar (7388 m, spedizione dello statunitense Colin Haley), il K6 (7282 m, spedizione di Steve House e compagni), il Diran (7257 m, due spedizioni tra cui quella del ceco Tomas Vleck), il Kampire Dior (7168 m, spedizione del polacco Piotr Pawlus), il Latok I (7145 m, 2 spedizioni tra cui quella dello statunitense Mark Richey), il Gasherbrum V (7133 m, una spedizione), il Pamir Sar (7016 m, spedizione del giapponese di Hiroshi Iwazaki), il Bekka Brakai Chhok (6882 m, spedizione delle neozelandesi Patricia Deavoll e Lydia Bradey) e infine lo Yashkuk Peak (6667 m, spedizione del polacco Piotr Pawlus). Una precisazione importante: il rapporto del Club alpino pakistano non comprende, in quanto svoltesi in territorio cinese, le salite di Daniele Bernasconi e Karl Unterkircher sulla nord del Gasherbrum II (con loro il totale dei salitori della montagna passa a 6) e di Denis Urubko e Serguey Samoilov sullo spigolo nord-ovest del K2 (sulla vetta del quale, nel corso del 2007, sono quindi giunte in tutto 31 persone).

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martedì, 23 ottobre 2007

RUSSI SUL K2: LE IMMAGINI (2)

postato da carlocaccia alle 10:48 in karakoram

Dopo l'impresa di Valery Babanov e Sergey Kofanov, che alle 2 ora locale della notte tra il 22 e il 23 ottobre hanno finalmente rimesso piede, stanchissimi, al campo base del versante nord dello Jannu, torniamo alla parete ovest del K2. E, come mercoledì scorso, lasciamo da parte le parole per dare spazio alle fotografie: quelle, assai significative, scattate da Pavel Shabalin durante la grande scalata dell'estate scorsa sulla seconda montagna della terra. Ricordiamo che tutte le notizie riguardanti la Diretta russa sulla parete ovest del K2 si trovano negli articoli pubblicati il 21 e 24 maggio, 27 giugno, 20 e 31 luglio e 10, 19, 20, 21 e 22 agosto.

Piccola 3 (dal C2 al C3)

K2, parete ovest: le maggiori difficoltà tecniche della Diretta russa si trovano attorno ai 7000 metri di quota, nella parte inferiore del gigantesco bastione roccioso, tra il campo 2 e il campo 3

Piccola 7 (dal C3 al C4)

Tra il campo 3 e il campo 4, a quasi 7500 metri: la roccia pura cede il passo al misto. Ma la parete resta ripidissima

Piccola 5 (Tukhvatullin 7600 m)

Iljas Tukhvatullin a quota 7600: la corda fissa è un sottile cordone ombelicale lungo placche verticali incrostate di ghiaccio. L'espressione di Iljas rende superfluo ogni commento

Piccola 8 (cima)

In vetta: Tukhvatullin e Shabalin, la grande cordata della nord del Khan Tengri in stile alpino, dopo due notti passate al campo 7 (8400 m, senza ossigeno supplementare), il 22 agosto 2007 alle 15 ha chiuso la “processione” russa a quota 8611. Nella foto, tutta la gioia di Tukhvatullin

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lunedì, 22 ottobre 2007

IMMENSO BABANOV SULLO JANNU

postato da carlocaccia alle 10:36 in himalaya

Ieri, 21 ottobre 2007, alle 9.10 ora locale, Valery Babanov e Sergey Kofanov hanno raggiunto la vetta dello Jannu (7710 m) per lo sperone occidentale della parete nord: una salita in magnifico stile alpino, in condizioni terribili, lungo una via fantastica, su una delle montagne più difficili del pianeta.

Per Valery, dopo la delusione dei mesi scorsi sul Kunyang Chhish Est (7400 m, vedi il post del 26 giugno), è un riscatto grandioso: un sogno a lungo cullato e realizzato, con forza e determinazione che hanno pochi eguali, al primo tentativo personale (dopo quelli francesi degli anni scorsi). Valery e Sergey, giunti al campo base il 30 settembre con tempo pessimo e la parete coperta di neve, nei giorni seguenti hanno individuato la linea di salita e, dopo aver scalato il Peak Merra (6334 m, 6 ottobre), il 14 ottobre hanno attaccato lo Jannu, bivaccando sul plateau a quota 5500. Il giorno seguente si sono spinti fino a 5930 metri e quindi, martedì 16, hanno raggiunto la sella a quota 6300. Il 19 ottobre, nonostante il vento e la neve, sono arrivati sulla spalla a 7400 metri. Il giorno dopo, riducendo l'equipaggiamento al minimo (tendina e gas) per procedere il più velocemente possibile, hanno guadagnato altri 200 metri, bivaccando quindi senza sacco a pelo a quota 7600. Il 21 ottobre, alle 6, l'attacco finale: in oltre tre ore di fatica Babanov e Kofanov hanno superato gli ultimi 100 metri e, come detto, alle 9.10 hanno toccato la vetta. La discesa, a quanto pare, si sta svolgendo per la via di salita, con un primo bivacco a quota 7400 sulla spalla ovest. Nei prossimi giorni ci aspettano tutti i dettagli di questa straordinaria, incredibile impresa che, secondo alcuni nostri autorevolissimi lettori, ha già chiuso ogni discussione sull'assegnazione del prossimo Piolet d'or.

Jannu 2

Nella foto: la parete nord dello Jannu. Evidente, a destra della vetta, il magnifico sperone ovest salito dal 14 al 21 ottobre 2007 da Valery Babanov e Sergey Kofanov

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CIVETTA: L'INCANTESIMO CONTINUA

postato da carlocaccia alle 09:37 in alpi orientali

PRIMA RIPETIZIONE DI TERAPIA D'URTO AL GUANACO SULLA CIMA SU ALTO PER BAÙ, BEBER E GEREMIA

Alessandro Baù ha colpito ancora: adesso sono quattro le prime ripetizioni sulla nord-ovest del Civetta che portano la sua firma. Dopo Viva Mexico Cabrones (salita tra il 29 e il 30 luglio 2005 con Enrico Marini), Nuvole barocche (risolta tra 15 e il 16 luglio 2007 con Alessandro Beber) ed Eliana (riuscita in giornata il 20 luglio 2007 con Matteo Della Bordella e Fabrizio Fratagnoli), il giovane padovano ha messo gli occhi sulla muraglia della Cima Su Alto e, dopo aver pensato alla Marino Stenico di Graziano Maffei e Paolo Leoni (aperta dal 2 al 5 settembre 1980, 720 m, VI+ e A4), su proposta dell'amico Daniele Geremia si è invece lanciato sulla Terapia d'urto al Guanaco, salendola il 16 agosto scorso (dopo un tentativo, qualche giorno prima, fermato dalla pioggia) con lo stesso Geremia e con il “solito” Alessandro Beber (i tre amici hanno superato la via alternandosi al comando della cordata). Era dal 1994 - quando i lecchesi Giorgio Anghileri, Manuele Panzeri, Rocco Ravà e Valerio Carotta (il “Guanaco”) realizzarono il loro sogno tra il Diedro Livanos a sinistra e la Marino Stenico a destra - che la Terapia d'urto attendeva i primi ripetitori. Il trio Baù-Beber-Geremia l'ha affrontata senza relazione, conoscendo soltanto i gradi dei singoli tiri. Ma quando la linea è logica, quando lo spirito è quello giusto e ci si sente una cordata affiatata, i problemi sembrano svanire: «Tutto – riassume Baù – diventa uno spasso». Terapia d'urto al Guanaco, a detta dei primi ripetitori, è una via elegante ed impegnativa, con roccia inizialmente mediocre (fino a metà parete) e poi marmorea. «Non sapevamo molto di Giorgio Anghileri – raccontano i tre amici – ma è bastato un tiro, VII+ in placca con l'ultima protezione decisamente lontana, a farci riflettere: Giorgio era semplicemente un fuoriclasse. Pensavano di avere sbagliato linea e soltanto un chiodo, in alto, ci ha fatto capire che non ci eravamo persi. Abbiamo percorso la via quasi completamente in libera, incontrando difficoltà di VIII+ e rinunciando soltanto al tiro di A3: una lunghezza assai tosta, che ci ha impegnati per tre lunghe ore e che non abbiamo riprovato per mancanza di tempo. Siamo infatti sbucati in cima alle 19.30 e lì è cominciata l'avventura. Perché la discesa dalla Cima Su Alto è complicata di giorno, figuriamoci di notte... In breve: passando dal bivacco Tomè siamo arrivati al Vazzoler a mezzanotte e mezza, per finire in Val di Zoldo ad un'ora imprecisabile».

LA MAGIA DELLE STORIE INTRECCIATE

Ma torniamo alla Marino Stenico. La prima (e unica) ripetizione di quel capolavoro, che fu anche la prima invernale, risale al 1992 e riuscì in cinque giorni all'altro dei fratelli Anghileri, Marco, con l'indimenticabile Lorenzo Mazzoleni, scomparso nel 1996 sul K2. E anche quella salita, nonostante il suo impegno, fu vissuta nel segno dell'amicizia, con i due compagni che, durante un bivacco, si misero a cantare a squarciagola: a Lorenzo, estroverso e sempre in cerca di nuove esperienze, piacevano le canzoni dei Pooh... Attenzione, però: sul libro d'oro della Cima Su Alto, oltre a quelle di Giorgio e Marco, compare in grande anche la firma di papà Aldo. La sua impresa sullo spigolo a sinistra del Diedro Livanos ha compiuto quarant'anni proprio mentre Baù, Beber e Geremia erano impegnati lungo Terapia d'urto, visto che fu dal 15 al 18 agosto 1967 che l'“Aldino”, con Ignazio Piussi, Alziro Molin, Ernesto Panzeri e Guerino Cariboni risolse il vertiginoso problema: una via di altissimo livello (530 metri più lo zoccolo, VI+ e A3 con 225 chiodi normali, 22 chiodi a espansione e 5 cunei) la cui prima (e per ora unica) ascensione solitaria ci riporta a Giorgio Anghileri (altra perla degna del suo autore). Aggiungiamo, per aggrovigliare ancora di più la matassa delle nostre storie, che l'appena citato Ernesto Panzeri è il padre di Manuele (uno degli artefici della Terapia d'urto). Basta? Nossignori. Uscendo dall'ambito “famigliare”, ricordando la storica linea di Vittorio Ratti e Gigi Vitali (21 e 22 agosto 1938), la prima invernale della stessa riuscita a Sergio Panzeri e Alberto Montanelli (11-14 gennaio 1975), la prima ripetizione dello Spigolo Piussi da parte di Gianni e Antonio Rusconi (con Alessandro Gogna e Gianni Calcagno, 13 e 14 agosto 1968) e la prima invernale del Diedro Livanos che vide, al seguito di Roberto Sorgato, Giorgio Redaelli e Giorgio Ronchi (19-22 febbraio 1962), ci accorgiamo di un legame singolare tra i lecchesi e la nord-ovest della Cima Su Alto, in un magico intreccio di vicende che meriterebbe di essere approfondito, magari in compagnia dei protagonisti di queste epiche avventure. Ma come fare? Ebbene: le occasioni, qualche volta, arrivano da sole...

DALLE GRIGNE AL CIVETTA, DAL CIVETTA ALLE GRIGNE

L'idea è venuta a Marco Anghileri che, da qualche tempo, gestisce il ristorante 2184 al Pian dei Resinelli, ai piedi della Grignetta (la cui vetta tocca, appunto, quota 2184). Marco, tra una birra e l'altra durante i recenti festeggiamenti per le cinquanta candeline del Diedro Philipp-Flamm, ha appreso che sia Alessandro Baù sia Alessandro Beber erano totalmente digiuni di pareti lecchesi e, vista la “grave mancanza”, li ha invitati al cospetto della Corna di Medale, del Sasso Cavallo e di tutta quella selva di guglie e torrioni che osservano dall'alto le acque del Lario. La proposta è stata accettata e così sabato 27 ottobre alle 21.15, naturalmente al 2184, i due “ragazzini terribili” di Nuvole barocche e di Terapia d'urto al Guanaco presenteranno le loro salite ad un pubblico che, a quanto si sente in giro, dovrebbe essere assai “importante”. Da notare che la proiezione, alla quale tutti sono invitati, sarà preceduta, alle 20.00, da una cena “dolomitica” per festeggiare i due ospiti (informazioni e prenotazioni ai numeri 335.5680029 e 0341.590077). Aggiungiamo che, per il futuro, Marco ha già in cantiere altri appuntamenti del genere (il prossimo potrebbe essere sulla Yosemite Valley).

PER FINIRE: LA TERAPIA IN SEI IMMAGINI

terapia

All'inizio della grande avventura

terapia (1)

Lungo un diedro per sfuggire alle placche compatte (ossia: cercare il facile nel difficile)

terapia (2)

Avanti tutta, con il Diedro Livanos che controlla le operazioni

terapia (3)

Dall'alto: Baù, la parete, lo zoccolo, il ghiaione

terapia (4)

Al di là della verticale...

terapia (6)

Diedro con fessura: più logico di così...

Foto: Alessandro Baù, Alessandro Beber, Daniele Geremia

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venerdì, 19 ottobre 2007

PROFEZIE

postato da carlocaccia alle 09:54 in frammenti di storia

C'ERA UNA VOLTA L'ALPINISMO...

Alpinisti di una volta

E. RECLUS (1872): «Prima o poi le età eroiche dell'esplorazione dei monti avranno fine come quelle dell'esplorazione del pianeta stesso e il ricordo dei famosi salitori si trasformerà in leggenda. Le une dopo le altre, tutte le montagne delle contrade popolose saranno state scalate; sentieri facili saranno stati costruiti dalla base alla cima per facilitarne l'accesso anche agli oziosi e agli insipidi e i turisti si faranno issare lungo muri vertiginosi fumando il loro sigaro e chiacchierando di scandali. Per fortuna le montagne conservano ancora qualche dolce ritiro per coloro che fuggono le vie battute dalla moda. Per fortuna lungo tempo ancora ci si potrà appartare dal frivolo mondo e ritrovarci nella verità del pensiero, lungi dalle correnti volgari e artificiali che turbano e deviano gli spiriti anche più sinceri» (Histoire d'une montagne).

K. PLANCK (1911): «L'alpinismo è destinato a sicuro tramonto. Perché ce lo nascondiamo ancora? Tutti coloro che in questi ultimi tempi, con scritti forti e profondi, hanno studiato e proposto riforme o modi di arresto dell'inquinamento avanzante, sembrano illusi che ci sia ancora il più da salvare. Non posso pensare altrettanto. Non perché troppo vecchio o malato morrà l'alpinismo: esso conta nelle sue file parecchi uomini ancora senza macchia e senza paura. Ciò che porterà alla sua fine sarà la strapotente massa brutale dei suoi nemici. Da due lati lavorano questi a distruggerlo: dall'uno mediante le strade ferrate e gli alberghi, dall'altro mediante l'abbrutimento sportivo. Noi, che siamo giovani ancora, siamo la generazione ultima, forse, che conoscerà le grandi imprese sulle Alpi non come solo leggendarie imprese del passato. Dobbiamo essere consci e degni di questa grande fortuna che a noi soli rimane e valutarla appieno» (Die fernere Zukunft des Alpinismus).

K. GRUBER (1911): «Noi restiamo affascinati quando leggiamo gli scritti lasciatici da von Barth, da Zsigmondy, da Purtscheller, e seguiamo quelle grandi figure in ispirito nei circhi deserti e sulle creste frastagliate. Essi, e i compagni loro, hanno schiuso le Alpi Orientali e, indicando a migliaia di giovani la via delle altezze, hanno dimostrato con l'esempio quale dev'essere l'alpinista vero. I tempi sono, purtroppo, mutati. Il numero degli alpinisti, o meglio di quelli che ogni anno salgono le Alpi, dopo la scomparsa di quelle grandi figure si è moltiplicato enormemente, e il numero dei gruppi montuosi poco conosciuti si è invece ridotto ad un minimum; non un monte, degno di chiamarsi tale, rimane a custodire ancora il fascino della verginità primitiva» (Zur Erschliessung der Ostalpen).

A. VON MARTIN (1912): «L'epoca degli alpinisti, dei pochi nelle Alpi, è troppo presto scomparsa e, incoercibile, si è versata anche sui monti la corrente dei molti e dei troppi. Dovettero venire così i giorni del deturpamento e della profanazione dell'alta montagna. Ciò, cui noi oggi assistiamo, non è che l'ultima derivazione di una tendenza che è sorta con i primi rifugi, le prime strade, le prime ferrovie» (Alpina).

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