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Ci riferiamo alla nota vicenda di George Mallory ed Andrew Irvine sul versante settentrionale dell'Everest di cui, come di tante altre questioni che agitano questo nostro piccolo mondo alpinistico, si continuerà a parlare all'infinito. Stiamo dunque per aggiungere qualcosa a tutto ciò che è già stato detto? No. Vogliamo soltanto proporvi, per ora senza alcun commento, quello che Cesco Tomaselli scrisse nel 1924 – quindi appena dopo la tragedia – sulla Rivista mensile del Cai. Buona lettura.
«Dal campo 5, rivelati all'improvviso da un lacerarsi della nebbia, occhi umani scorsero, alle 12.30 dell'8 giugno 1924, Mallory e Irvine che salivano con grande alacrità verso la cima inviolata. Il teodolite determinò ch'essi erano a 8609 metri sul livello del mare. Poi, repentina come s'era offerta, l'affascinante visione svanì. La nebbia tornò a calare il suo grigio sipario sul gran dramma in azione. Da quel momento non si seppe più nulla. Allo sgomento dell'anima nostra nessuna parola rivelatrice verrà mai sussurrata. Solo rimane, fermata nella pupilla, la sovrumana apparizione: due macchioline nere, due minuscole forme, due molecole che ascendevano come in un'apoteosi il dorso smagliante della montagna. Sulla cima, oramai sovrastante di 273 metri, essi avrebbero dovuto giungere, secondo i calcoli di Odell, unico testimonio, alle ore 16. Per il ritorno restavano dunque cinque ore di luce. La vita dei due sublimi disperati era misurata da cinque giri di quadrante. La loro evasione dalle atmosfere dell'esistenza era così irreparabile ch'essi non vivevano oramai che per il sole. Creature solari, il sole declinando amministrava i loro destini. Odell, fra le varie congetture, propende per quella che, raggiunta la vetta, essi abbiano sostato affranti durante la discesa: e li abbia colti il gelo di una morte notturna, senza dolore, serena. Trasgredendo alle leggi del sole, trapassarono così nei regni dell'ombra, incapaci di risorgere dalla sosta fatale. Questa interpretazione della tragedia è di una bellezza che abbacina. Accettiamola, diffondiamola, ripetiamola a quanti hanno in comune con noi la venerazione della montagna. Il nostro vangelo proclama un'altra volta l'immutabile splendore delle mete a cui si ascende soltanto per un compenso dell'anima. È concesso dunque spender la vita per un nulla? Mallory ed Irvine ci insegnano che sì: purché questo nulla sia un bagliore di luce che da remote altitudini propaghi le sue vibrazioni su ogni vertice del mondo. Salire allora non è che ritrovare un atomo di quel bagliore».
GABARROU E DUMAREST: PELLEGRINAGGIO NEL SANTUARIO DEL FRÊNEY - LEGGI GRANDE VIA NUOVA (800 m, VIII+ e A1) SUL PILONE NASCOSTO - PER RICORDARE IL SOGNATORE JEAN-CHRI
«Per la prima volta mi affacciai sul versante del Frêney. Neanche nei sogni avevo immaginato un mondo così selvaggio, puro e fantastico. Senza fiatare, fermo, sentendomi immensamente piccolo, cominciai con lo sguardo a percorrere il ghiacciaio sottostante, tutto una crepa, tutto un buco, e poi su, su fino a incontrare una parete perfetta, immensa, dove tre pilastri di rosso protogino sorreggevano una volta invisibile, la stessa cupola del cielo dal blu impenetrabile, la cupola di una cattedrale gotica fatta di ghiaccio e di granito». Così Gian Piero Motti nell'introduzione alla sua monumentale, visionaria monografia (Scandere, 1979) sui Piloni del Frêney del Monte Bianco: un santuario dell'alpinismo, un luogo separato dove entrare con rispetto pensando a Giusto Gervasutti e Paolo Bollini, ad Andrea Oggioni, Antoine Vieille, Robert Guillaume e Pierre Kohlmann. E poi a René Desmaison, Renato Casarotto, Jöri Bardill, John Harlin e al piccolo-grande Jean-Christophe Lafaille che lassù, tra il 14 e il 15 agosto 1991, passò senza compagni per una via nuova (L'écume des jours sul Pilone Centrale) dopo aver salito, nei tre giorni precedenti, la parete est del Grand Pilier d'Angle. Lo sguardo di
Jean-Christophe, però, era finito anche un po' più a sinistra, sul Pilone Nascosto (Pilier Dérobé) che nei primi due giorni di agosto del 1963 aveva visto la memorabile salita di Harlin e Tom Frost: una creazione fantastica (800 m, VI e A3 o VII+ in un ambiente severissimo) ripetuta per la prima volta tra il 18 e il 19 luglio 1969 dagli sloveni S. Belak e B. Krivic, per la seconda il 4 agosto 1981 da un solitario Marco Bernardi e poi, in inverno, dalla cordata di Eric Escoffier (23 e 24 gennaio 1983). Il sogno di Jean-Christophe stava a destra del capolavoro degli americani: un'altra linea da favola nel santuario del santuario, visto che il Pilone Nascosto – furono i suoi primi salitori a battezzarlo così: Hidden Buttress – se ne sta incassato, in posizione arretrata, tra quello Sud a sinistra e quello Centrale a destra. Un mondo a sé, insomma, separato dal caos del ghiacciaio da un lungo e pericoloso canalone che è la porta dell'angolo magico, lontano e segreto (Dérobé). Tutti i sogni, però, possono trasformarsi in realtà. Passando dal “volere” al “desiderare ardentemente”, con tutte le proprie forze, si avrà in mano la chiave di ogni porta: compresa quella del Pilone Nascosto, del sogno di Lafaille in uno degli angoli più remoti del massiccio del Monte Bianco. È così che lassù, quando l'ultima estate volgeva ormai al termine, due uomini hanno raggiunto l'obiettivo; sono riusciti a trovare una compagna alla Frost-Harlin rendendo concreta un'idea chiamata poi, semplicemente e affettuosamente, Jean-Chri. Come se fosse un gioco, niente di più, mentre in realtà è qualcosa di difficile, di molto difficile: un'altra moneta d'oro nel già pesante forziere del più “anziano” dei due artefici. Patrick Gabarrou ha colpito ancora: con il giovane Christophe Dumarest, di cui abbiamo parlato qualche giorno fa, l'instancabile maestro ha lasciato la sua firma anche sul Pilone Nascosto del Frêney. Ci ha provato una prima volta, poi una seconda ed è passato: a 56 anni suonati, 35 anni dopo aver ripercorso le orme di Bonatti sul Petit Dru, 34 anni dopo la laurea in filosofia alla Sorbona e il
brevetto di guida alpina, 32 anni dopo il Supercouloir del Mont Blanc du Tacul, 23 anni dopo Divine Providence sul Grand Pilier d'Angle, 22 anni dopo essere salito leggermente più a sinistra, nell'orrida gola tra il Pilone Sud e il Pilone Nascosto, e, facendo un balzo, un anno dopo il Gran diedro della parete est delle Grandes Jorasses (con Dumarest). La cronaca dell'ultimo successo, come detto poco fa, comprende un primo tentativo bloccato dal maltempo all'inizio delle difficoltà, dove Patrick e Christophe hanno lasciato uno zaino di materiale. Poche settimane più tardi la cordata si è rimessa all'opera: dai bivacchi Eccles (sono due, poco distanti l'uno dell'altro), a 3850 metri nei pressi della cresta dell'Innominata, i due amici hanno raggiunto il ghiacciaio del Frêney, hanno risalito per la seconda volta il canale d'accesso ai 350 metri del Pilone e, recuperato lo zaino, hanno cominciato l'arrampicata “vera” sul lato destro del grande obelisco granitico (a quota 4200). Ad un certo punto, dopo alcune lunghezze di corda, hanno traversato a sinistra per forzare la sezione chiave - i 150 metri del “Muro rosso” - e lì il maestro ha lasciato scatenare l'allievo. Dumarest, in testa alla cordata, è salito in parte in libera (fino all'VIII+) e in parte in artificiale, con l'impressione che il suo A1 potrebbe un giorno trasformarsi, a tu per tu con un ripetitore piuttosto preparato (siamo a più di 4400 metri...), in un magnifico IX (7c/7c+). E finalmente, a più di 600 metri dalla crepaccia terminale, ecco la sommità del Pilone e il bivacco (all'aperto, questa volta). Il giorno seguente, in piena bufera, Patrick e Christophe hanno raggiunto la cresta del Brouillard e con il vento a più di 100 chilometri l'ora, procedendo carponi con entrambe le piccozze per non essere strappati dalla montagna, hanno concluso il loro arduo pellegrinaggio tra terra e cielo a quota 4807, sulla placida vetta del Monte Bianco.

I Piloni del Frêney (la freccia indica il Pilone Nascosto, tra il Pilone Sud e il Pilone Centrale). Nel testo, dall'alto: Patrick Gabarrou (arch. V. Neirinck, www.mountainwilderness.com) e Christophe Dumarest (www.shiningwall.com)
Attenzione amici lettori: Ermanno Salvaterra, Alessandro Beltrami, Mirko Masè e Fabio Salvadei, durante la loro recentissima traversata dal Cerro Standhardt al Colle della Conquista (post del 26 e 27 novembre), non erano soli. Di quella finestra di bel tempo, dal 21 al 23 novembre, hanno infatti approfittato anche Rolando Garibotti e Hans Johnstone che, salito il Cerro Standhardt per la via Festerville, hanno continuato sulla Punta Herron (Spigolo dei bimbi), sulla Torre Egger e poi, dal Colle della Conquista, sul Cerro Torre, salendo più in alto del quartetto italiano (che sul “grido di pietra” ha scalato soltanto una lunghezza di corda). L'informazione, importante, arriva da Erik Lambert del prestigioso periodico americano Alpinist (www.alpinist.com/doc/web07f/newswire-patagonia-ultimate-traverse) che, due giorni fa, ci aveva contattati per avere informazioni riguardo la salita dei trentini. Ricordiamo che esattamente un anno fa, tentando la medesima traversata, Ermanno Salvaterra, Alessandro Beltrami e Rolando Garibotti non erano riusciti ad andare oltre la vetta del Cerro Standhardt (raggiunta per la via Festerville).

Foto: arch. Salvaterra
TREDICI CANDIDATI, GIURIA ASSAI SINGOLARE E SUL GRADINO PIÙ ALTO DEL PODIO LA DIRETTA SULLA OVEST DEL K2. AL SECONDO POSTO LO JANNU DI BABANOV E KOFANOV E AL TERZO LO SHINGU CHARPA DI KLENOV, DAVY E SHABUNIN
Non soltanto il vecchio campionato di alpinismo con tutte le sue categorie. I russi, quest'anno, hanno inventato anche il premio unico, il titolo assoluto, e lo hanno chiamato, naturalmente, Piolet d'or (anche se molti non erano d'accordo...). La premiazione, dopo la valutazione da parte della giuria composta dagli stessi leader delle tredici salite candidate, si è svolta sabato 24 novembre a Mosca e il riconoscimento è andato - come da copione? - alla via diretta sulla parete ovest del K2, della quale non stiamo a ripetere i dettagli (trovate tutto nei post del 21 e 24 maggio, del 27 giugno, del 20 e 31 luglio, del 10, 19, 20, 21 e 22 agosto e, infine, del 17 e 23 ottobre). Al secondo posto il magnifico successo in stile alpino di Valery Babanov e Sergey Kofanov sul pilastro ovest dello Jannu (14-21 ottobre, sviluppo 4500 m, WI4+ e M5; post del 22 ottobre) e al terzo la prima salita della parete est dello Shingu Charpa (5600 m, Karakoram) da parte di Alexander Klenov, Mikhail Davy e Alexander Shabunin (4-24 agosto, sviluppo 2360 m, VIII, A3 e M5; post del 17 settembre). Ecco quindi, in ordine cronologico, le altre scalate finaliste:
- prima ripetizione di Golazo (1200 m, VI+ e A4+, Steve Schneider in solitaria, 1999) sulla parete est della Torre Centrale del Paine (2454 m, Patagonia): Timur Achmedhanov, Arkadij Seregin, Igor Pechterev, Sergej Kovalev e Sergej Tretiakov in stile capsula tra il 14 gennaio e il 2 febbraio (post del 6 marzo);
- prima invernale della Ruchkin-Odintsov (1700 m, 6B nella scala russa, Alexander Ruchkin e Alexander Odintsov, 1996) sulla parete nord dell'Ak-Su (5217 m, Pamir-Alai): Oleg Khvostenko, Denis Prokof'ev, Boris Rodikov, Vladimir Gun'ko, Evgeny Belyaev e Igor Loginov in stile capsula tra il 27 gennaio e il 4 febbraio (post del 19 febbraio);
- ripetizione della Bonington (700 m, VI e A2, Chris Bonington e Don Whillans, 1963) sul versante nord della Torre Centrale del Paine (2454 m, Patagonia): Alexander Ruchkin, Alexander Odintsov, Denis Provalov, Vladimir Kachkov e Valery Rozov tra il 21 e il 22 febbraio, con Base jump di Rozov (post del 27 febbraio);
- via nuova in inverno (6A nella scala russa) sul pilastro centrale della parete nord del Peak Alexander Blok (5239 m, Pamir-Alai): Alexander Korobkov, Andrey Litvinov, Sergey Timofeev, Sergey Dashkevich, Bobrov e Ravilov dal 5 al 18 marzo;
- prima ripetizione, fino in vetta, della Via Ucraina (2000 m, VII+ e A4, 6B nella scala russa, Lavrinenko, Mogila, Yarichveski e Zhilin, 2003) sulla parete ovest della Grande Torre di Trango (6286 m, Karakoram): Oleg Khvostenko, Vladimir Arkhipov, Andrey Litvinov, Yuri Glazyrin, Serguey Cherezov, Denis Prokof'ev e Alexander Yanushevich in stile capsula dal 6 al 16 luglio (post del 19 luglio);
- via nuova (2000 m, 6B nella scala russa) nel settore destro della parete ovest della Grande Torre di Trango (6286 m, Karakoram): Alexander Mikhalicyn, Evgeny Belyaev, Igor Loginov e Alexey Kommissarov in stile capsula, senza vetta, dal 7 al 12 luglio (post del 19 luglio);
- via nuova (Fragments of freedom, sviluppo 1450 m, A4 e VII) sulla parete sud-est dell'Haina Brakk o Shipton Spire (5852 m, Karakoram): Denis Savel'ev, Andrey Muryshev, Evgeny Korol e Sergey Nilov dal 18 al 30 luglio (post del 2 agosto e del 6 settembre);
- ripetizione della via Chunovkin (2300 m, 6B nella scala russa) sul pilastro centrale della parete nord-est del Peak Engels (6510 m, Pamir-Alai): R. Nagaev, R. Kirichenko, O. Koltunov, D. Krasnov e Ivanov dal 30 luglio all'8 agosto;
- parete ovest (1200 m, 6B nella scala russa) del Peak 4810 (4810 m, Pamir-Alai): Grigory Kochetkov, Soshnikov e Kozlov dall'8 al 14 agosto;
- via nuova (1500 m, 6B nella scala russa) sulla parete sud-est del Kyzyl Asker (5842 m, Tien Shan): Alexander Odintsov, Alexander Ruchkin e Mikhail Mikhailov in stile alpino dal 5 al 13 settembre (post del 29 ottobre).
Dopo le parole, pubblicate ieri, ecco le fotografie: il racconto da guardare della grande traversata patagonica, dal Cerro Standhardt al Colle della Conquista, riuscita dal 21 al 23 novembre ai “nostri” Salvaterra, Beltrami, Masè e Salvadei.

Alessandro Beltrami alle prese con i tiri difficili di Otra vez sulla ovest del Cerro Standhardt

Ancora Alessandro, assai impegnato lungo Otra vez (tredicesimo tiro)

Cerro Standhardt, parete ovest: è tutto molto ripido...

Il luogo del primo bivacco, nei pressi della vetta del Cerro Standhardt

Ermanno sul fungo sommitale del Cerro Standhardt

Ripresa ravvicinata...

La vetta del Cerro Standhardt: ancora pochi passi ed Ermanno la calpesterà per la quinta volta

Mirko Masè in cima al Cerro Standhardt

Al Colle dei Sogni: Ermanno impegnato sul primo tiro della Punta Herron

Ermanno Salvaterra sulle tracce di... Ermanno Salvaterra, lungo lo Spigolo dei bimbi della Punta Herron

Alle spalle dei nostri eroi impegnati sulla Punta Herron: il fungo sommitale del Cerro Standhardt

Fabio Salvadei tra i funghi di ghiaccio della Punta Herron

Avanti con discrezione, tra giganti dalle forme stranissime che osservano quel piccolo uomo che fa loro il solletico

Avanti ancora: un altro passo nel mondo a due colori della Punta Herron

Fabio si riposa...

A tu per tu col gigante di ghiaccio

Punta Herron: penultimo tiro per Fabio

Punta Herron: verso l'uscita del labirinto di ghiaccio

Il “vecchio” pensa alla vetta vicina...

Punta Herron: Alessandro in cima

Dalla Punta Herron alla Torre Egger: Alessandro all'inizio della doppia del grande spavento

Dalla Torre Egger: la Punta Herron calpestata (si riconosce il “naso” roccioso della foto precedente)

Bivacco di lusso appena sotto la cima della Torre Egger

La Punta Herron, che sembra fatta di panna montata, e il Cerro Standhardt illuminato dall'ultimo sole

Alessandro, il Fitz Roy e - sorpresa! - il Cerro Torre

Ermanno e il “suo” Cerro Torre...

Il tunnel finale della Torre Egger attende Fabio

Salvaterra ormai in vetta alla Torre Egger

Ermanno, finalmente, sul punto più alto della Torre Egger

Doppie allucinanti sul versante meridionale della Egger, verso il Colle della Conquista
L'INARRESTABILE TRENTINO, CON IL “SOLITO” ALESSANDRO BELTRAMI E CON I GIOVANI MIRKO MASÈ E FABIO SALVADEI, HA CONCATENATO CERRO STANDHARDT, PUNTA HERRON E TORRE EGGER, È SCESO AL COLLE DELLA CONQUISTA ED È RIUSCITO A SALIRE PER UN BREVE TRATTO SUL CERRO TORRE
Un passo, anzi un balzo, verso il grande sogno patagonico. Dal 21 al 23 novembre, approfittando come falchi di una breve finestra di bel tempo, Ermanno Salvaterra, Alessandro Beltrami, Mirko Masè e Fabio Salvadei sono riusciti in un'impresa che, in precedenza (2005), era stata appannaggio esclusivo di Thomas Huber e Andi Schnarf: salire in successione il Cerro Standhardt (2730 m), la Punta Herron (2750 m) e la Torre Egger (2850 m). Anzi: il “vecchio” e i suoi tre giovani compagni hanno fatto ancora di più. Perché se Huber e socio, dalla Torre Egger, si calarono lungo Titanic lasciando il Cerro Torre a giorni migliori, il quartetto di Salvaterra ha raggiunto il Colle della Conquista e da lì ha messo le mani sul “grido di pietra”, salendone per un breve tratto (una lunghezza di corda) il versante settentrionale. Così oggi, al di là della magnifica cavalcata sulle prime tre cime del gruppo, la “traversata delle traversate” dell'emisfero meridionale sembra davvero possibile. Ermanno ci aveva già provato più volte, spingendosi al massimo fino alla Punta Herron (era il 1991), ma questa volta è riuscito a fare il gran balzo, bussando con forza alla porta dell'ultima stanza del castello da cui, ora, filtra uno spiraglio di luce. L'avventura, in verità, era cominciata piuttosto male, con Salvaterra colpito alla schiena da due blocchi di ghiaccio che sembravano averlo messo completamente fuori gioco (era il 10 novembre, lungo Exocet sul Cerro Standhardt di cui, comunque, l'11 novembre il quartetto al completo ha raggiunto la vetta). Il nostro protagonista, però, è un tipo che non si ferma davanti a nulla (o quasi) e dopo qualche giorno si è sentito nuovamente pronto per la grande sfida. Un'illuminazione? Chi lo sa... Avanti ancora, dunque, anche se con un inizio diverso. Ermanno e compagni hanno rinunciato a Exocet (Jim Bridwell, Greg Smith e Jay Smith, in vetta il 29 gennaio 1988, 800 m, VI+ e WI6, prima assoluta del Cerro Standhardt) preferendole, sul versante opposto della montagna (ossia sulla parete ovest) Otra vez: una creazione del 1989 del mitico terzetto Salvaterra-Orlandi-Giarolli (1100 m, VII-, A1 e 80°, seconda assoluta del Cerro Standhardt). Così, dopo un bivacco e la vetta del Cerro Standhardt (22 novembre, senza pasticci particolari), il capitano e suoi tre giovani soldati si sono calati fino al Colle dei Sogni e hanno attaccato i 400 metri (VII- e 90°) dello Spigolo dei bimbi - un'altra creazione di Ermanno che quella volta (1991) era con Adriano Cavallaro e Ferruccio Vidi - della Punta Herron. Avanti tutta, secondo bivacco, vetta e ancora giù, fino alla base della parete terminale della Torre Egger dove, nel 1980, erano passati per primi Bruno De Donà e Giuliano Giongo (la loro - per una via di 1000 metri di VI+, A2 e 85-90° - fu la seconda assoluta della Torre Egger). Il resto, amici lettori, l'abbiamo già detto sopra. Se tuttavia siete particolarmente curiosi, desiderosi di conoscere altri particolari della spedizione, il diario di Ermanno Salvaterra, arrivato a INTOtheROCKS soltanto poche ore dopo il ritorno dei nostri eroi al Chaltén, vi aspetta qui sotto.
PRELUDIO - 2 novembre 2007. La nostra storia ha inizio. Ieri sera, alle 22, ci siamo trovati a El Chaltén con i nostri soci Fabio e Mirko. Oggi il tempo non è tanto brutto ma le montagne sono coperte e c'è abbastanza vento. Stiamo preparando tutta la roba perché domani abbiamo intenzione di andare alla base della parete e costruire la nostra truna. Abbiamo guardato le previsioni e per i prossimi giorni non danno niente di buono. 3 novembre. Stamattina ci siamo alzati alle 5.30 e il cielo era tutto azzurro. Alle 6 siamo partiti, di ottimo umore. Dopo circa tre ore siamo arrivati al deposito del materiale, sul ghiacciaio. Non c'era un filo di vento ed il Cerro Torre sembrava quasi finto, tanto era bello. Dopo alcune ore siamo arrivati alla base del Cerro Standhardt, dove già lo scorso anno avevamo scavato la truna. Altre quattro ore di lavoro per costruire la nostra nuova casetta bianca e poi, finalmente, qualcosa da mettere sotto i denti. Ora però il cielo è coperto. 4 novembre. Mi sveglio alle 3. Il telo rosso che chiude la porta sbatte e c'è la neve che è passata tra le fessure. Continuiamo a dormire: soltanto verso le 7 ci alziamo a guardare fuori. Nevica e c'è vento. Attorno alle 10 decidiamo di andare verso il Cerro Standhardt, dove inizia la via di salita. Il nostro primo obiettivo è la via Exocet, aperta da Jim Bridwell e soci nel 1988. Il vento è abbastanza forte e il freddo pungente: decidiamo di lasciare il materiale e scendere a El Chaltén. 5 novembre. Il cielo è grigio, il vento soffia e piove. La giornata sta trascorrendo nell'ozio più totale. Ci dedichiamo al dolce far niente, al bucato, ai nostri diari. 6 novembre. Le montagne sono avvolte dalle nubi. Però, qui al Chaltén, c'è il sole e non fa così freddo. 7 novembre. Un'altra giornata sta volgendo al termine e non ci sono buone nuove. Qui al Chaltén, verso sera, si è messo a piovere a dirotto: cosa piuttosto inusuale da queste parti. La pioggia, mista a neve, non cadeva come da noi ma quasi in orizzontale. Questa mattina Alessandro ha fatto un giro su una montagnetta, appena sopra il Chaltén, e si è ritrovato con un puma a una decina di metri: è scappato giù più veloce che poteva e, arrivato a casa, era piuttosto scosso. 8 novembre. Sveglia presto. Tempo, se non brutto, molto incerto: decidiamo, a malincuore, di rimandare tutto a domani. 9 novembre. La sveglia suona alle 5 ma io sono già in piedi da qualche minuto. Chiamo gli altri ma odo soltanto un brontolio: so cosa significa. Alle 5.30 parto da solo verso la truna. Raggiungo la casetta bianca alle 12 e devo lavorare un'oretta per ritrovare l'ingresso: tutto è stato nascosto alla neve. La giornata è bella e soltanto nel pomeriggio qualche nube copre le nostre montagne. Dopo un po' arrivano anche gli altri.
TOCCATA E FUGA - 10 novembre. Ci alziamo alle 3 e lasciamo la truna alle 4.20. Raggiungiamo la parete e attacchiamo. La montagna è abbastanza imbiancata: mi trovo obbligato a salire la prima parte del tiro a destra anziché a sinistra. Altri otto tiri, non difficili, mi portano alla base della famosa goulotte di Exocet. Non siamo molto veloci ma tutto procede bene ed il tempo è bello. Salgo il primo tiro della goulotte e poco dopo mi raggiunge Alessandro, che prosegue. Il canalino di ghiaccio è verticale ed Ale sale bene: soltanto pochi pezzi di ghiaccio cadono ogni tanto. Ho solo il suo zainetto sopra di me: cerco di starci sotto tutto, per proteggermi. Ale è a circa trenta metri: mi dice di stare attento. Poi urla: «Ocio!». Nel piantare la picca si è formata una grossa rosa di ghiaccio: due blocchi cadono. Mi caccio il più possibile sotto lo zainetto ma la schiena non è protetta: i due pezzi di ghiaccio mi colpiscono. La sosta era scomoda ma, appoggiando un rampone su una piccola sporgenza rocciosa, riuscivo a non stare completamente appeso. Ora sono su come un salame. Mi sento subito male: la schiena, all'altezza delle scapole, mi duole tantissimo. Sento un gran dolore anche davanti e mi sembra che il cuore scoppi. A stento riesco a respirare. La vita se ne sta andando, sono alla fine! Piango! Sento Ale che mi chiama ma non riesco a rispondergli: non so nemmeno se lui sente i miei lamenti. Poi riprendo a respirare un po' meglio ed esco dall'incubo. Credo di avere le scapole rotte o forse qualche costola, non so. Penso alla discesa: sarà dura per me e per loro che mi dovranno accompagnare. Cerco di tranquillizzare Alessandro. Ora ho “soltanto” un gran dolore, che mi impedisce di sollevare il braccio sinistro. Proseguire, sì, ma ce la farò? Sento che il mio grande sogno si sta infrangendo... Mi raggiunge Mirko, che cerca di rincuorarmi. Sistemiamo i due zaini sopra le nostre teste e Ale può proseguire fino al termine della corda. Devo farmi forza e salire con le jumar. Alessandro continua, cercando di essere il più delicato possibile. Finalmente siamo fuori dalla goulotte. Il tempo, però, è peggiorato. Dobbiamo trovare un posto per passare la notte. Riusciamo a scavare un doppio gradino in una cornice sotto un fungo di ghiaccio: lì possiamo sistemarci, seduti l'uno accanto all'altro. 11 novembre. Al mattino gli zaini sono coperti dalla neve e lo sforzo per tirarci fuori dai sacchi e ripartire è notevole. Per fortuna la schiena va meglio. Con altri due tiri siamo alla base del fungo terminale e poi in cima. Non c'è tempo: ci attende una lunga discesa. Scendiamo verso il Colle dei Sogni alla base della Punta Herron, la cui parete è tutta bianca: anche se ci fosse il sole sarebbe impossibile salirla. Dobbiamo attrezzare metà delle almeno 20 corde doppie: non riusciamo a trovare quelle già esistenti. Ad un certo punto, mentre Ale mi sta calando, vedo alla mia destra una sosta attrezzata. Cerco allora di raggiungerla ma, con la sosta ormai a meno di un metro, un piede scivola e volo, sbattendo sulla parete dopo qualche metro e continuando a pendolare a sinistra. Il piede sinistro si è “girato” e mi fa male la caviglia... Le ultime otto doppie, sotto il seracco della Egger, e poi il ghiacciaio con l'adorata truna. Beviamo, mangiamo, ci infiliamo nei sacchi e cadiamo in un sonno profondo.
INTERMEZZO - 12 novembre. Per me la storia è finita: il morale è a terra, la schiena non va troppo bene e la caviglia non è nelle migliori condizioni. Dopo oltre otto ore siamo nuovamente a El Chaltén. 13 novembre. Giornata tranquilla, passata facendo asciugare tutta la roba bagnata. Domani, forse, Alessandro e Mirko ripartiranno di nuovo per salire, dopodomani, la via Chiaro di luna sull'Aguja Saint-Exupéry. 14 novembre. Alessandro e Mirko sono partiti. Io e Fabio, intanto, aspettiamo che Miguel ci dica se è possibile anticipare il volo di ritorno. Ma oggi il “vecchio” sta decisamente meglio e un'idea comincia a balenare nella sua testa... 15 novembre. Lascio El Chaltén alle 7.32 precise con uno “zainetto” di una ventina di chili. Lentamente raggiungo il deposito sotto il Mocho, dove aspetterò il ritorno di Alessandro e Mirko. Verso le 13 li vedo arrivare dalla Saint-Exupéry. Vado loro incontro e a fatica - non trovo le parole - espongo la mia idea: ritentare il nostro progetto. Un po' di titubanza e poi, con entusiasmo, la risposta è... sì! Lasciamo tutto il materiale che abbiamo ed in cinque ore siamo di ritorno a El Chaltén. La cena è succulenta e l'entusiasmo alle stelle. Ora, comunque, dobbiamo assolutamente riposare. 16 novembre. Oggi il tempo fa proprio schifo. Qui al Chaltén, ogni tanto, c'è un po' di sole ma di montagne proprio non se ne parla. 17 novembre. Tempo come ieri. Unica differenza: il vento è più forte. 18 novembre. Il vento ha soffiato con violenza tutta la notte e anche durante il giorno non dà tregua. Forse il 20 potremo andare: decideremo domani. Non vogliamo perdere nemmeno un giorno e quindi, quando partiremo, non ci fermeremo alla truna ma andremo direttamente in parete. 19 novembre. Niente da fare: il vento non dà tregua. 20 novembre. Lasciamo il Chaltén verso le 13.30: la giornata non è male e le previsioni danno due giorni di bello. Verso le 18 siamo al nostro deposito sotto il Mocho e proseguiamo ancora un po' fino alle ultime rocce prima del ghiacciaio.
FINALE: ALLEGRO ASSAI - 21 novembre. All'una sveglio i miei soci che mi chiedono se sono matto a voler partire così presto (una serie di belle parole accompagna la loro opinione). La partenza è così rimandata di tre ore. La giornata è fantastica: al buio saliamo alla base del Cerro Standhardt dove avevamo la truna. Questa volta, però, non seguiremo la via Exocet: dopo quel che è successo non tanto tempo fa non vogliamo rischiare. Saliremo per la via Otra vez, aperta dal sottoscritto con Elio Orlandi e Maurizio Giarolli nel 1989. Il progetto, allora, era lo stesso di oggi e Otra vez, sulla parete ovest del Cerro Standhardt, non è mai stata ripetuta. Lungo la via troviamo soltanto due chiodi e verso la fine, sbagliando, percorriamo due tiri difficili che ci portano, ormai col buio, poco sotto la cima. Siamo molto stanchi ma soddisfatti, anche se ci aspetta ancora un bel po' di lavoro per crearci un ripiano nella neve dei funghi terminali e poterci mettere seduti a dormire. Non siamo tranquilli ed abbiamo l'impressione che andrà a finire come la volta scorsa: il cielo si è coperto e cade qualche fiocco di neve. 22 novembre. Invece no. Sveglia alle 4: la giornata si prospetta bellissima. Ci prepariamo e via: un traverso facile su ghiaccio e poi il fungo che porta in cima. Di nuovo qui: per me è la quinta volta... Ricordo quando perdemmo il saccone poco sotto la cima e il bivacco che seguì, senza niente da mangiare. Tutto era nel saccone: sigarette comprese. Ricordo poi quel lungo bivacco, sessanta ore, seduti uno accanto all'altro: con me c'erano Andrea Sarchi, Elio Orlandi e Maurizio Giarolli e il progetto era sempre lo stesso. Nel 1991, con Adriano Cavallaro e Ferruccio Vidi, riuscii a raggiungere la cima del Cerro Standhardt e poi a scendere al colle fra lo stesso e la Punta Herron. Lo chiamai Colle dei Sogni perché da qualche anno era proprio un sogno, quasi un'ossessione. Il giorno dopo percorremmo la sperone nord della Punta Herron lungo una nuova via: lo Spigolo dei bimbi. Ma torniamo al presente. La discesa a corde doppie ci porta ancora al Colle dei Sogni. Seguono diversi tiri difficili per salire la parete della Herron fino ai funghi terminali. Una lunghezza non difficile su ghiaccio ed un'altra molto impegnativa ci portano in cima. Per raggiungere il colle tra la Herron e la Egger scendiamo facilmente il primo tratto dal fungo sommitale e poi ci è sufficiente una corda doppia. La partenza è scomodissima ed allucinante. Scendo per primo e dietro di me si prepara Alessandro. Quando si appende alla sosta, ormai con tutto il corpo nel vuoto, sfioriamo il dramma. La fettuccia, alla quale sono assicurati Mirko e Fabio, si sfila dalla scaglia che la reggeva. Alessandro rimane appeso ad un solo chiodo e passa un brutto momento. Ora abbiamo davanti la parete della Torre Egger. Non sappiamo quasi nulla di essa, a parte qualche aneddoto non molto positivo. Impossibile affrontare direttamente il fungo che sta sopra di noi. Siamo così obbligati ad un traverso a sinistra, in discesa, con pendolo finale. Saliamo tra funghi giganteschi e strapiombanti fino alla base del fungo terminale ed il posto ci piace tantissimo. Non ci saremmo mai aspettati di trovare un angolo simile su una montagna così: scaviamo un ripiano e riusciamo a sdraiarci. Il tramonto è indescrivibile. 23 novembre. Sveglia e via, lungo l'ultimo tiro in un tunnel nel ghiaccio. Infine, senza nessuna difficoltà, saliamo i 20 metri che ci portano al punto più alto della Torre Egger. La cima è molto piccola, come quelle disegnate dai bambini, e l'emozione è forte perché delle quattro sorelle - Torre, Egger, Herron e Standhardt - questa era quella che ancora mi mancava. La discesa verso il Colle della Conquista, fra la Torre Egger e il Cerro Torre, è tutt'altro che semplice. Corde doppie allucinanti riportano il nostro pensiero ai fortissimi americani Jim Donini, John Bragg e Jay Wilson che, nel 1976, salirono poco a sinistra rispetto a dove stiamo scendendo. Raggiungiamo il Colle della Conquista, saliamo un tiro sul Torre e poi, a sei ore dalla partenza, facciamo due chiacchiere. Siamo molto stanchi ma estremamente soddisfatti. Poi: proseguire con questo caldo significherebbe affrontare il grande pericolo dei funghi della parete ovest. Decidiamo di scendere sulla parete est, che per fortuna conosciamo molto bene, e prima delle 18 siamo sul ghiacciaio. Un'impressionante scarica di ghiaccio, larga forse 200 metri e lunga 300 o 400, ci fa alzare lo sguardo verso il seracco della Torre Egger... Arriviamo al Chaltén: in casa abbiamo poco ma due litri di birra sono più che sufficienti per farci tirare le 3.30 prima di metterci a dormire. Soltanto ora cominciamo a renderci conto di aver combinato una bella cosetta... 24 novembre. La dormita è breve perché alle 7 sono già in piedi. Sono molto agitato e penso ai giorni scorsi, alla fortuna avuta e al bel tempo. Oggi è brutto e le montagne sono coperte. C'è anche molto vento e siamo contenti di essere scesi. Ora dobbiamo soltanto riposare.
Nelle foto, dall'alto: il Cerro Torre e la sua corte, Ermanno Salvaterra, Alessandro Beltrami, Mirko Masè e Fabio Salvadei (arch. Salvaterra)
Nei giorni scorsi, consultando l'edizione del 1998 dell'Annuario del Club alpino accademico italiano (che coincide con il centesimo numero del Bollettino del Cai, con cui è “gemellato” dal 1981), abbiamo avuto occasione di rileggere uno scritto di Anne Lise Rochat a proposito del meeting di donne alpiniste svoltosi in Galles, nove anni fa, grazie al British Mountaineering Council (BMC). E subito abbiamo pensato di pubblicare su INTOtheROCKS alcuni passaggi di quell'articolo visto che, nonostante il tempo passato, le considerazioni di Anne Lise sono ancora valide e interessanti, oltre che “chiavi” per entrare nel mondo del mountaineering d'Oltremanica che con l'alpinismo continentale, non di rado, ha davvero poco a che fare. Il secondo termine, insomma, non è esattamente la traduzione del primo perché, tanto in Italia quanto in Francia e nei paesi di lingua tedesca, non si è mai sviluppato lo spirito con cui i sudditi di sua maestà britannica si sono sempre accostati prima alle Alpi e poi alle montagne extraeuropee. Illuminanti, in questo senso, sono le parole di Leslie Stephen, che nelle ultime pagine de Il terreno di gioco dell'Europa (1871) scrive che «l'andare in montagna è uno sport. Uno sport che, come la pesca o la caccia, porta a contatto con gli aspetti più sublimi della natura e, senza fare di ciò lo scopo ultimo, aiuta ad assorbire la loro influenza, e ad esserne pervasi. In ogni caso, è pur sempre uno sport, tanto quanto il cricket o il canottaggio. Si vince quando si arriva in cima; si perde quando si è obbligati a ritirarsi». Semplice ed efficace, certo: una premessa da antologia alle parole della nostra ospite.
«Quando mi è stato proposto di partecipare al Simposio Internazionale di donne alpiniste, organizzato dal British Mountaineering Council in Galles dal 10 al 17 maggio (1998, ndr), devo ammettere di aver avuto un attimo di perplessità. Al di là infatti dei dubbi sulla mia sufficiente competenza, temevo che l'incontro potesse risolversi in un Meeting con accenti vetero-femministi o con rivendicazioni di separatezza. Per mia fortuna nulla di tutto ciò è accaduto [...]. Un primo motivo di piacere è stato indubbiamente il clima, l'atmosfera che si è immediatamente creata. La presenza infatti di un centinaio di donne provenienti da 27 paesi [...] ha permesso il confronto e la conoscenza di realtà diverse [...]. Il Meeting peraltro non era stato organizzato come incontro sportivo delle migliori alpiniste del mondo [...]. I primi giorni la presenza di alcune accompagnatrici-guide, in ogni gruppo, ha permesso a tutte le partecipanti di conoscere meglio la particolare roccia [...] e di verificare rapidamente le tecniche di progressione e di posizionamento delle protezioni. L'etica britannica [...] vieta infatti l'utilizzo di protezioni fisse [...]. Sicuramente anche per me e Daniela Consolaro [...] l'impatto con quel mondo e quell'etica è stato fonte di interesse e di stupore. Innanzitutto, già dopo pochi giorni, si percepisce come quell'etica [...] e il fatto che sia sopravvissuta al confronto con tutte le mode e gli stili, sia un fenomeno strettamente legato alla cultura anglosassone, al suo rispetto per la natura e per le cose [...]. Non è cioè frutto di un regolamento, di divieti applicati dall'esterno a un'attività o a un territorio, ma fa parte del sentire comune nei confronti dell'ambiente [...]. Dal punto di vista della pura tecnica di arrampicata, la necessità di autoproteggersi totalmente ha voluto dire, per me e Daniela, trovare, o ritrovare, il gusto di un'arrampicata più completa. Infatti la necessità di individuare l'itinerario, la ricerca e la valutazione della situazione migliore per piazzare le protezioni, la sicurezza necessaria nei confronti della propria tecnica e, non ultima, la certezza al termine della via di lasciare, a chi salirà dopo, un terreno di gioco non modificato, contribuiscono certamente a rendere più completo l'impegno e il piacere dell'arrampicata, non relegandola a una mera successione di gesti atletici [...]. Tutto questo insieme etico-tecnico mi pare che produca almeno tre effetti importanti. Il primo è che la non abolizione a priori del rischio fa sì che questo diventi una componente importante dell'arrampicata e che, quindi, chi sceglie di praticarla sia consapevole di dover affrontare anche quell'aspetto. Il secondo effetto è che, in conseguenza di questa scelta consapevole e non essendo gli arrampicatori anglosassoni maggiormente votati al suicidio di altri, diventi molto importante la fase di preparazione, di didattica, di accumulo d'esperienza per acquisire la preparazione tecnica sufficiente a intraprendere in sicurezza i percorsi. In sostanza, la necessità di saper valutare più attentamente e senza barare le proprie capacità [...]. Il terzo effetto è che, avendo sempre a disposizione pareti non modificate, è possibile per tutti provare la sensazione, le ansie e le gioie di una salita quasi fosse eternamente la prima. Fatto salvo ovviamente il sapere che quella via è già stata fatta e quindi è “possibile” [...]. Se, comunque, le giornate del Meeting ci vedevano partire di buon'ora e rientrare a sera dopo intense arrampicate e arricchenti nuove conoscenze, siamo sempre riuscite a trovare momenti collettivi di dibattito e di informazione [...]. Uno dei temi più discussi è stato il rapporto dei media con l'alpinismo femminile [...]. Oltre alle normali distorsioni a cui ci hanno abituati i mezzi di comunicazione quando affrontano il problema montagna, abbiamo potuto constatare come in generale sia poco accettata la figura dell'alpinista madre [...]. Non tenterò [...] in chiusura di sintetizzare i temi che sarebbe forse interessante riprendere all'interno dell'Accademico o del mondo alpinistico italiano, ma vorrei solamente farvi partecipi di impressioni ricevute durante una salita in Valle dell'Orco, poco dopo il mio ritorno dal Galles [...]. Sull'onda infatti dello slancio e del piacere dell'arrampicata che il Meeting mi aveva trasmesso, mi sono ritrovata sulla fin troppo conosciuta via Itaca-Tempi moderni al Caporal e l'incontro su questo storico itinerario col luccichio lusinghevole di spit freschi di semina mi ha sicuramente rattristata. In parte perché desideravo ritrovare su quella salita le sensazioni e il piacere che mi aveva da sempre offerto [...]. In parte perché quella via è uno dei classici esempi in cui si possono usare con soddisfazione e sicurezza strumenti di protezione non fissi. E infine perché mi è parso un vero e proprio affronto rispetto al valore storico e di riferimento di quella via, nonché una prevaricazione nei confronti dello spirito e delle capacità dei primi salitori. È un po', insomma, come se quell'intervento mi abbia riportato bruscamente coi piedi per terra, o meglio coi piedi sulle pareti sempre più spesso bucherellate di casa nostra [...]».
VIA NUOVA (650 m, VI E A1, IN INVERNO) SUL BAICHECHEKEY PER I RUSSI SERGEY DASHKEVICH E VITALY AKIMOV
Il 7 gennaio 2007, in 12 ore, i russi Sergey Dashkevich e Vitaly Akimov hanno aperto una via di 650 metri, con difficoltà di VI e A1, sulla parete ovest del Baichechekey (4515 m) nel Tien Shan centrale (Kyrgyzstan). La nuova linea, che supera il contrafforte sinistro della muraglia mantenendosi sempre poco a destra della classica Kuzmenko (1977), si svolge inizialmente per un facile pendio nevoso (300 m, 40°) e, raggiunta la bastionata rocciosa sulla verticale di un pronunciato strapiombo, traversa a sinistra per due lunghezze (aggirando così il grande tetto). Segue poi, una volta superato il tetto (A1), un diedro di 80 metri (V) oltre il quale, dopo un tratto più semplice, una lunghezza molto delicata (V+ su roccia pessima) conduce ai due tiri chiave: 90 metri di VI, con un tratto di A1, prima lungo un diedro e poi per un camino caratterizzato da numerosi blocchi instabili. Ecco quindi l'ultima breve lunghezza che, più facile (V) e meno delicata delle precedenti, porta sulla sommità della parete. «Si tratta di una via riservata ad alpinisti esperti, dotati però di un buon livello in arrampicata sportiva – spiega Dashkevich -. L'abbiamo risolta senza spit, in giornata, mettendo a frutto l'esperienza maturata durante le salite notturne in Crimea. Dalle 19 alle 24, ora in cui abbiamo raggiunto la vetta, abbiamo infatti arrampicato alla luce delle lampade frontali». La ovest del Baichechekey - che per l'avvicinamento breve, la quota relativamente modesta e le vie interessanti, è abbastanza frequentata - è caratterizzata da tre evidenti speroni: su quello sinistro, come già detto, oltre alla recente creazione di Dashkevich e Akimov si svolge anche una storica via di B. Kuzmenko, mentre quello centrale è stato salito nel 1983 da V. Poliak. La via più ripetuta della parete, tuttavia, è la Shvab sullo sperone destro che, come le precedenti, nella scala russa è valutata 5A (ossia TD/TD+).

La parete ovest del Baichechekey con le vie, da sinistra a destra, Kuzmenko, Dashkevich-Akimov (in rosso), Poliak e Shvab

La sezione rocciosa (350 metri) della via di Dashkevich e Akimov

Aggiramento a sinistra del grande tetto, ben visibile nell'immagine precedente

L'estremità sinistra del grande tetto: anche qui la roccia non sembra il massimo...

Superamento del tetto: oltre l'ostacolo si trova il diedro di 80 metri

Lungo la parte superiore del diedro di 80 metri

Ultimi metri lungo il grande diedro
Foto: arch. Dashkevic-Akimov (www.mountain.ru)
BRILLANTE SUCCESSO IN KARAKORAM PER I GIOVANI TRANSALPINI ROCH MALNUIT E JULIEN HERRY: RIUSCITA, IN STILE ALPINO, LA QUARTA SALITA ASSOLUTA DEL GIGANTE DEL PANMAH MUZTAGH

Tentato e ritentato, il Latok III (6949 m, Panmah Muztagh, Karakoram, Pakistan), conta soltanto quattro salite, tutte per la difficile cresta sud-ovest (1700 m, VI e A2). Ma attenzione: se la prima, a suon di corde fisse, risale al 15 luglio 1979 (vetta raggiunta dai giapponesi Kazushige Takami e Sakae Mori, membri della spedizione guidata da Yoji Teranishi) e la seconda, in condizioni proibitive, al 20 giugno 1988 (importante successo italiano firmato da Marco Forcatura, Marco Marciano ed Enrico Rosso), la terza e la quarta sono arrivate in rapida successione nel 2006 e nel 2007. Autori del bel colpo dell'anno scorso – sette giorni sulla montagna, dal 22 al 28 luglio, dopo aver rinunciato alla sua fantastica e più volte tentata parete ovest – gli spagnoli Álvaro Novellón e Óscar Pérez (di cui riparleremo presto). Quest'anno, invece, sono finiti sotto i riflettori i giovani francesi Roch Malnuit e Julien Herry che, “dimenticati” dal Club alpino pakistano (nei dati ufficiali diffusi nelle scorse settimane – si veda il nostro post del 24 ottobre – della loro salita non c'è neppure l'ombra...), hanno realizzato in bello stile il loro sogno, su una montagna tra le più toste del pianeta e lungo una via complessa, i cui 300 metri chiave («The final rock wall» nella breve relazione pubblicata nel 1980 sul The American Alpine Journal) avevano richiesto ai primi salitori ben due giorni di fatica. Giunti a Islamabad il 26 agosto e ad Askole tre giorni dopo, Malnuit ed Herry hanno reclutato 25 portatori per trasportare al campo base la loro mezza tonnellata di materiale e cibo per cinque settimane e il 3 settembre, finalmente, si sono ritrovati al cospetto del Latok III. Via alle danze, allora, con un tentativo bloccato dalla neve profonda e dai seracchi sull'apparentemente facile Latok V (6190 m, prima salita: Doug Chabot, Mark Richey e Steve Swenson, 2006) e quindi con l'attacco al grande obiettivo. «Non eravamo ancora perfettamente acclimatati – spiega Malnuit – tuttavia le previsioni meteorologiche, che annunciavano una “finestra” di sette giorni di bel tempo, ci hanno convinti a tentare. L'11 settembre, attraversato in dodici ore il tormentato Lukpar Glacier, abbiamo raggiunto la base della parete, dove abbiamo passato la notte». Il giorno dopo (12 settembre) i due amici hanno velocemente risalito il non difficile pendio nevoso (con tratti di misto) che porta all'inizio della cresta vera e propria, all'estremità destra della ovest del Latok III, e dal luogo del secondo bivacco (5700 m), nei pressi della cresta, hanno avuto modo di contemplare quella ripidissima muraglia inviolata. Terzo giorno (13 settembre): Roch e Julien hanno superato ripidi tiri di misto, con ghiaccio sottilissimo e, dopo l'ennesimo bivacco, il 14 settembre hanno affrontato i 300 metri decisivi. La headwall granitica, forzata rispettando la sana filosofia del “cercare il facile nel difficile”, e poi un'altra fascia di seracchi, scaltramente aggirata, hanno portato la cordata a quota 6600: da lì, dopo una quarta notte sulla montagna, è partito il balzo verso la vetta. 15 settembre: lasciata al bivacco buona parte del materiale, Malnuit ed Herry hanno cominciato subito a lottare con la neve (cattiva e profonda) che li separava dal loro obiettivo e alle 11, con il cielo sgombro di nubi e un panorama sterminato in cui spiccavano i cinque Ottomila pakistani, si sono ritrovati a quota 6949, sentendosi all'improvviso «come due topolini in un caseificio». La discesa si è quindi svolta senza problemi: i nostri protagonisti, lasciata la vetta, hanno nuovamente raggiunto il luogo dell'ultimo bivacco e, cominciata la serie di doppie, in serata erano già a quota 5700. Da lì, il 16 settembre, hanno raggiunto il ghiacciaio e infine il campo base. «È stata una grande avventura – hanno commentato Roch e Julien - che ci ha richiesto di mettere a frutto, combinandole, le nostre precedenti esperienze – scalate assai tecniche nelle Alpi e meno tecniche sulle cime himalayane – per risolvere un difficile problema d'alta quota».
Sopra: il Latok III (6949 m) con la Via dei giapponesi lungo la cresta sud-ovest. A sinistra della cresta la poderosa parete ovest, alta circa 2000 metri: più volte tentata è però ancora inviolata (arch. Novellón-Pérez)

La cresta sud-ovest del Latok III (arch. Malnuit)

14 settembre 2007, quarto giorno di scalata: Roch Malnuit sta per affrontare il tratto chiave della salita (arch. Herry)

Lungo la headwall della cresta sud-ovest del Latok III: il granito è di ottima qualità (arch. Malnuit)
SI CHIAMA COSÌ LA VIA DI 1300 METRI (M6 E A1) APERTA TRA IL 29 SETTEMBRE E IL 1° OTTOBRE 2007 DAGLI SLOVACCHI ANDREJ KOLARIK E JURAJ SVINGAL SULLA MAGNIFICA PARETE NORD DEL RACHU TANGMU (MIYAR VALLEY, HIMALAYA INDIANO)

La prima salita del Rachu Tangmu, cima di 5930 metri nella Miyar Valley (Himalaya indiano), è cronaca di un paio d'anni fa: autori della scalata, per una via di 950 metri con difficoltà di M6 sulla parete nord della montagna, gli spagnoli Oriol Baró e Oscar Cacho. Ora, però, la creazione del duo iberico (che, ricordiamo, si chiama Antiparques) non è più sola: alla sua sinistra, tra il 29 settembre e il 1° ottobre 2007, gli slovacchi Andrej Kolarik e Juraj Svingal hanno tracciato Secret of thin ice (“Il segreto del ghiaccio sottile”). La nuova via, lunga circa 1300 metri con difficoltà di M6 e A1 (ED+ la valutazione complessiva), risolve il problema del pilastro centrale della parete. Kolarik e Svingal, superata la non difficile parte iniziale del pilastro, hanno raggiunto il cuore del problema – una ripida sezione centrale con ghiaccio sottile e neve non consolidata – attorno a mezzogiorno del primo giorno di scalata. Il 30 settembre, dopo un gelido bivacco, l'avventura è andata avanti senza un attimo di tregua: prima difficile terreno misto, poi ghiaccio nero – piuttosto intrattabile - e finalmente, dopo il tramonto, la cresta sommitale. Bivacco? No: avanti al buio, fino a mezzanotte, poi quattro ore di pausa e infine l'ultimo balzo, sino alla cima centrale. Fine della salita? Sì: la vetta principale, vista la presenza di due difficili e pericolanti torri lungo la cresta (e l'assenza di cibo negli zaini...), è rimasta un sogno. L'avventura di Andrej e Juraj sul Rachu Tangmu (“Corni gelati”: all'origine del toponimo, coniato proprio dai due slovacchi, la caratteristica forma della sommità della montagna) si è conclusa lo stesso giorno alle 22.30, nella tranquilla orizzontalità del campo base.
Sopra: la parete nord del Rachu Tangmu (5930 m, Miyar Valley, Himalaya indiano) con la via spagnola del 2005 (a destra) e la recente, difficile creazione degli slovacchi Andrej Kolarik e Juraj Svingal (arch. Kolarik-Svingal)