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venerdì, 21 dicembre 2007

BUON NATALE

postato da carlocaccia alle 12:21 in varia

Rubiamo un pensiero a Marco Furlani, alpinista trentino dalla “vita in salita”. Poche righe soltanto, da meditare...

«Secchi come chiodi ma tenaci, forse l'ultimo sparuto drappello di una generazione abituata ad una dignitosa povertà, dove il sacrificio per ottenere qualcosa era ancora un prezzo elevato da pagare. Ricchi dentro non avevamo niente, eppure contenti di tutto, in netto contrasto con il vivere delle odierne generazioni, dove tutti hanno tutto e nessuno è contento di niente».

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giovedì, 20 dicembre 2007

BROAD PEAK: MORO CI RIPROVA

postato da carlocaccia alle 09:23 in karakoram

SECONDO TENTATIVO INVERNALE DEL BERGAMASCO SULLA “CIMA LARGA” DEL KARAKORAM: PARTENZA IL 30 DICEMBRE E RIENTRO PREVISTO PER IL 17 MARZO. COMPAGNO DI CORDATA, ANCORA UNA VOLTA, IL PAKISTANO SHAHEEN BAIG

Simone Moro non molla e rilancia la sfida. Tra dieci giorni, il 30 dicembre, il bergamasco partirà ancora una volta per il Pakistan con il medesimo obiettivo di qualche mese fa: salire in prima invernale gli 8047 metri del Broad Peak. Con lui, in questa avventura che si concluderà entro il 17 marzo, il forte pakistano Shaheen Baig: lo stesso compagno con cui durante l'inverno scorso, sempre sul Broad Peak, Moro si era spinto fino a quota 7150 (per ulteriori informazioni si vedano i post del 2, 9, 22 e 26 febbraio). L'intenzione di Simone, nei limiti imposti dal tipo di salita, è di procedere in maniera più pulita possibile, piazzando le corde fisse soltanto dove veramente indispensabili (come durante il primo tentativo). Ricordiamo che, ad oggi, sono soltanto otto gli Ottomila (scusate il bisticcio...) saliti in inverno: all'appello mancano il Makalu e tutti i colossi pakistani (K2, Gasherbrum I e II, Broad Peak e Nanga Parbat). La serie di salite invernali sulle 14 montagne più alte della terra è cominciata il 19 febbraio 1980 sull'Everest (8848 m), la cui vetta fu raggiunta da Krzysztof Wielicki e Leszek Chichy. È poi arrivato il turno del Manaslu (8163 m), sul quale il 12 gennaio 1984 ebbero la meglio Maciej Berbeka e Ryszard Gajewski; del Dhaulagiri (8167 m), vinto il 21 gennaio 1985 da Jerzy Kukuczka e Andrzej Czok; del Cho Oyu (8202 m), che il 12 febbraio 1985 vide il bis di Berbeka con Maciej Pawlikowski; del Kanchenjunga (8586 m), scalato l’11 gennaio 1986 dalla formidabile cordata Kukuczka-Wielicki; dell’Annapurna (8091 m), dove il 3 febbraio 1987 con Kukuckza salì Artur Hajzer; del Lhotse (8516 m), con un solitario Krzysztof Wielicki in vetta il 31 dicembre 1988 e infine, facendo un balzo di ben 16 anni e incontrando il primo alpinista non polacco (anche se in compagnia di un polacco...), dello Shisha Pangma (8046 m), la cui cima è stata raggiunta il 14 gennaio 2005 da Simone Moro e Piotr Morawski. Per Simone, comunque, le invernali sulle grandi montagne extraeuropee sono un'autentica fissa, visto che nelle prossime settimane – a dieci anni dal dramma del 25 dicembre 1997 sull'Annapurna, quando perse la vita il formidabile Anatolij Bukreev – il determinato bergamasco si cimenterà per la nona volta in una salita del genere. Ma ecco l'elenco completo: Aconcagua (1993, vetta), Cerro Mirador (1993, vetta), Annapurna (1997, tentativo e tragedia), Marble Wall (2001, vetta), Shisha Pangma (2003/04, tentativo: stop a quota 7800), Shisha Pangma (2004/05, vetta), Cerro Torre (2005, tentativo), Broad Peak (2006/07, tentativo: stop a quota 7150) e ancora Broad Peak (2007/08, aspettiamo...).

Simone and Shaheen piccola

Simone Moro e Shaheen Baig al campo base del Broad Peak, in occasione del loro primo tentativo invernale (arch. Moro)

Broad peak winter piccola

Il Broad Peak in veste invernale (arch. Moro)

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mercoledì, 19 dicembre 2007

ALLA CORTE DEL KANCHENJUNGA

postato da carlocaccia alle 11:43 in himalaya

GIOVANI SLOVENI SCATENATI IN NEPAL: ELOGIO DEL BELLO STILE E POKER DI PRIME (DROHMO, DROHMO EST, PEAK 6630 E PATHIBARA) AL COSPETTO DELLA PARETE NORD DEL COLOSSO DI 8586 METRI

Il sogno era il Kangbachen (7903 m), già tentato nel 1965 da una spedizione iugoslava diretta da Joze Govekar (bloccata a quota 7550) e scalato una volta soltanto, il 26 maggio 1974, da un team polacco. Le condizioni della morena del Ramtang Glacier, non percorribile dai portatori, hanno tuttavia costretto la giovane squadra slovena diretta dal veterano Tone Škarja e composta da Aleš Koželj, Mitja Šorn, Tine Cuder, Matej Kladnik, Miha Valič e Boris Lorenčič, con il medico Damijan Meško (un altro veterano), a rinunciare alla cima più occidentale del massiccio del Kanchenjunga e a cercare altri obiettivi, partendo dal campo base sul Pangpema Plateau al cospetto della grandiosa parete nord del colosso di 8586 metri. E durante lo scorso mese di ottobre, in quell'angolo all'estremità orientale del Nepal, nei pressi del confine con l'India (Sikkim), i successi non sono mancati.

Himalaya 35 piccola

La zona del Kanchenjunga, tra Nepal e Sikkim (tutte le cime menzionate nel testo e riportate sulla cartina sono evidenziate)

Pangpema base camp foto Valic piccola

Il campo base sloveno sul Pangpema Plateau, al cospetto della grande parete nord del Kanchenjunga (arch. Valič)

LA CRONACA. Aleš Koželj e Mitja Šorn, tra il 15 e il 16 ottobre, hanno tracciato una linea di 800 metri (80°) sul pilastro sud del Drohmo, pochi chilometri a nord del Kanchenjunga. La via slovena si svolge inizialmente a destra di quella aperta tra il 4 e il 9 ottobre 1998 da Doug Scott e Roger Mear, la raggiunge e la segue per un tratto (già piuttosto in alto) per proseguire infine alla sua sinistra sino alla cresta sommitale. Koželj e Šorn, come i loro predecessori, si sono fermati su un'anticima quotata dai britannici 6855 metri: la cima vera e propria del Drohmo (6886 m) è quindi rimasta inviolata. Durante la discesa, all'inizio del tratto in comune con la Scott-Mear, Aleš e Mitja hanno deciso di approfittare delle buone condizioni del pendio nevoso a destra (guardando la parete) del pilastro appena scalato, tornando così alla base della montagna per una linea in gran parte diversa (circa 500 metri) da quella percorsa in salita (raggiunta piuttosto in basso, con un lungo traverso in diagonale). Koželj e compagni hanno quindi tentato la parete nord del Wedge Peak o Ramtang Chang (6812 m, la montagna si innalza qualche chilometro a nord-ovest del Kanchenjunga, interamente in territorio nepalese, fronteggiando il Drohmo sull'altro lato del Kanchenjunga Glacier) e poi il Kirat Chuli, noto anche come Tent Peak o Tharpu Chuli (7365 m, a nord del Kanchenjunga, sul confine indo-nepalese). Il secondo risultato, però, è arrivato ancora una volta sul versante meridionale del “solito” Drohmo. Il 25 ottobre, con Šorn bloccato al campo base dal mal di denti, Koželj, Cuder e Kladnik hanno attaccato la montagna molto più a destra rispetto alla linea tracciata qualche giorno prima e in 8 ore – le condizioni erano relativamente buone – hanno risolto il problema raggiungendo la vetta del Drohmo Est (6695 m), quasi sicuramente mai salita in precedenza, per una linea di 900 metri battezzata Smrdljiva sled (“Scia puzzolente”, VI/4+ e M4). Ed eccoci, finalmente, a raccontare le gesta di Miha Valič e Boris Lorenčič che, dopo essersi cimentati sul Pangpema Peak (6068 m), il 15 ottobre hanno fatto propria la prima salita assoluta del Peak 6630, che si innalza lungo la cresta sud-est del Pathibara: notevole cima di 7123 metri, nota anche come Pyramid Peak, situata sul confine indo-nepalese a circa 15 chilometri dal Kanchenjunga. E proprio sul Pathibara, dopo aver atteso per qualche giorno il bel tempo, tra il 23 e il 24 ottobre Valič e Lorenčič hanno messo a segno il colpaccio (in bello stile): la prima salita dei 1200 metri della parete sud-ovest. I due amici, dopo un bivacco sul Pyramid Glacier, hanno cominciato ad arrampicare su pendii nevosi non troppo impegnativi (50-60°) fino a raggiungere una stretta cengia, adatta per il bivacco, sotto una fascia rocciosa alta circa 20 metri a quota 6900. Il giorno seguente, superato il salto di roccia (IV), i due alpinisti hanno raggiunto in poche ore la vetta, completando così la seconda ascensione assoluta del Pathibara dopo quella, dal versante opposto (nord-est, Sikkim), firmata nell'aprile 1993 da una grossa spedizione indo-giapponese.

Drohmo central foto Sorn piccola

Il pilastro sud del Drohmo con la via slovena (in rosso, in verde la variante seguita in discesa) e la Scott-Mear (arch. Šorn)

Drohmo Stinking trail foto Cuder piccola

Il versante meridionale del Drohmo con la via slovena al Drohmo Est (arch. Cuder)

Wedge Peak attempt foto Sorn piccola

La parete nord del Wedge Peak con il tentativo di Koželj e compagni (arch. Šorn)

Patibara SW face foto Valic piccola

I 1200 metri della sud-ovest del Pathibara con la linea tracciata da Valič e Lorenčič (arch. Valič)

Foto Scott

Dal versante nord del Kanchenjunga: la freccia rossa indica il Wedge Peak, quella gialla il Drohmo (arch. Doug Scott, The American Alpine Journal, 1999, p. 119)

CONSIDERAZIONI. L'alpinismo sloveno ha trovato energia nuova: ormai non ci sono più dubbi. Se lunedì, raccontando della salita di Pavle Kozjek sul Puscanturpa Este, ci siamo soffermati per un istante sul passato, citando la “generazione d'oro” dei vari Česen e Svetičič, oggi i riflettori sono finiti su un gruppo di ragazzi che non guardano più con paralizzante soggezione ai capolavori dei padri ma, al contrario, sembrano addirittura stimolati dalle imprese di un tempo. Perché, al cospetto della parete nord del Kanchenjunga, i nostri giovani talenti non possono non aver pensato al drammatico successo del 1985 sullo Yalung Kang (8505 m). Quella volta, a sfidare la difficile cima ovest della terza montagna della terra, c'era una classica spedizione nazionale: un concentrato di autentici campioni – tra gli altri: Janez Jeglič, Silvo Karo, Franček Knez, Peter Podgornik e i già ricordati Kozjek e Svetičič – che agguantò disperatamente il successo grazie a Tomo Česen e a Borut Bergant, che rimase lassù. Ma chi stava a capo di quella “nazionale delle nazionali”? Ieri come oggi, a dirigere le operazioni dal campo base sul Pangpema Plateau, c'era lui: Tone Škarja. E il medico? Sempre lo stesso: Damijan Meško. Il filo che unisce passato, presente e futuro dell'alpinismo sloveno è dunque fatto di luoghi e di persone: di grandi montagne e di formidabili scalatori che oggi, a quasi 40 anni dal pionieristico tentativo sul Kangbachen, rispondono ai nomi di Aleš Koželj (nel 2003 con Tomaž Humar sulla sud dell'Aconcagua), Miha Valič (l'uomo degli 82 Quattromila delle Alpi, si veda il post del 19 aprile), Boris Lorenčič (in bacheca un'impresa da Piolet d'or sul Chomo Lhari, con Marko Prezelj), Tine Cuder e Matej Kladnik (al Chomo Lhari, l'anno scorso, c'erano anche loro...) e Mitja Šorn.

GALLERIA: PILASTRO SUD DEL DROHMO

Drohmo Central 1 foto Kozelj piccola

Mitja Šorn in azione (arch. Koželj)

Drohmo Central 2 foto Kozelj piccola

Come sopra... (arch. Koželj)

Drohmo Central 1 foto Sorn piccola

Un attimo di pausa (arch. Šorn)

Drohmo Central 2 foto Sorn piccola

Koželj raggiunge Šorn lungo un magnifico canale di neve (arch. Šorn)

Drohmo Central 3 foto Kozelj piccola

Verso il cielo... (arch. Koželj)

Drohmo Central descent foto Kozelj piccola

La variante seguita in discesa (arch. Koželj)

* * * * *

PARETE SUD DEL DROHMO EST

Drohmo East Stinking trail foto Cuder piccola

Avanti tutta... (arch. Cuder)

Drohmo East foto Cuder piccola

In vetta: tutta la gioia di Kladnik e Koželj, “incorniciati” dalle pareti nord del Kanchenjunga (a sinistra) e dello Jannu (arch. Cuder)

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PARETE SUD-OVEST DEL PATHIBARA

Patibara 1 foto Valic piccola

Il perfetto scivolo iniziale (arch. Valič)

Patibara 2 foto Valic piccola

Verso la fascia rocciosa a 6900 metri (arch. Valič)

Patibara summit foto Valic piccola

In cima: a destra del casco di Valič sbuca lo Yalung Kang (arch. Valič)

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martedì, 18 dicembre 2007

FLASH

postato da carlocaccia alle 10:26 in himalaya, europa meridionale

Il tempo è tiranno, purtroppo. Così oggi siamo costretti a salvarci in corner, con un paio di notizie piccine piccine (in attesa di proporvi, nei prossimi giorni, alcune storie assai interessanti: il nostro regalo di Natale...). Prima notizia: dopo la salita degli argentini Alfredo Cevallos e Federico Sacchi, in vetta il 4 ottobre 2007 (post del 12 dicembre), durante l'ultima stagione postmonsonica la Via britannica sulla parete sud dello Shisha Pangma (8046 m) è stata ripetuta anche da Kim Jae-Soo, Go Mi-Sun (coreani), Tarke Sherpa, Tshering Jangbu Sherpa e Jumic Bhote, giunti in cima il 5 ottobre. Tre giorni dopo ecco quindi il successo dei baschi José Ramón “Koke” Lasa e Alex Txikon. Con gli spagnoli potrebbe essere salito anche Josef Moravec ma il suo arrivo in vetta non è stato ancora confermato. Anche la seconda notizia ci porta ad un post dei giorni scorsi (quello del 6 dicembre) e lo aggiorna con una scalata che ci era “sfuggita”. Perché, oltre a quelle già segnalate, esiste un'altra recente linea di Alexander Lavrinenko di Odessa sulle pareti della Crimea. Si chiama Ne tuda! (“Non quella via!”) e, aperta nel febbraio scorso da Lavrinenko e Taras Tsushko sul Mshatka-Kaja, è in pratica una variante superiore di circa 150 metri (VII e A3) a Treugolnik sleva (“Triangolo a sinistra”), con la quale ha in comune le prime lunghezze di corda. Alexander e socio, in realtà, pensavano di superare direttamente il grande tetto che chiude in alto la parete ma, una volta a tu per tu con quel notevole “naso”, hanno subito la beffa: ciò che dal basso sembrava una fessura, la chiave del problema, era in realtà il segno lasciato dalla caduta di un blocco di roccia. Ai due amici non è quindi rimasto altro da fare che traversare a destra, aggirando bravamente l'ostacolo.

Crimea

La parete del Mshatka-Kaja (Crimea) con Ne tuda! (in blu), variante superiore di Treugolnik sleva (arch. Lavrinenko, www.mountain.ru)

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lunedì, 17 dicembre 2007

L'OTTAVO CAPOLAVORO

postato da carlocaccia alle 11:08 in sudamerica

PAVLE KOZJEK COLPISCE ANCORA: RISOLTA IN GIORNATA LA PARETE EST DEL PUSCANTURPA ESTE

Rapido ed efficace, come sempre: Pavle Kozjek non si è smentito neppure sulla parete est del Puscanturpa Este (5410 m, Cordillera Huayhuash, Perù). Ha attaccato, il 6 luglio scorso, ed ha risolto il problema in giornata, tracciando una via di 600 metri (VII+ e 70°) battezzata Stonehenge. Con lui, come tra il 18 e il 19 luglio 1993 sulla est del Chacraraju Este (6001 m, via nuova di 700 metri, VII e A2), il connazionale Grega Kresal. L'avventura sul Puscanturpa Este, montagna remota e pochissimo frequentata, è cominciata alle 5 del mattino su un “tranquillo” pendio di ghiaccio di circa 200 metri che ha portato i due amici a tu per tu con la roccia. Ma che tipo di roccia? Vulcanica, amici lettori: qualcosa di molto speciale. Spiega Kozjek: «L'aderenza era eccellente, le fessure pulite e gli appoggi, molto netti, sembravano fatti apposta per arrampicare con gli scarponi. Avevo le scarpette, certo, ma le ho lasciate nello zaino. Alcuni tratti della nostra via, comunque, sono “insaporiti” da blocchi instabili di notevoli di dimensioni». Ecco quindi Pavle e Grega subito alle prese con ripide placche e fessure: 120 metri – due tiri piuttosto lunghi, V e VI - che hanno portato la cordata su un'evidente cengione, oltre il quale un sistema di fessure e diedri indicava la via di salita. Avanti, dunque, fino al quinto tiro (VII, roccia perfetta con buone possibilità di protezione) e quindi al sesto, di cui occorre rivelare un paio di cosette. Innanzitutto la difficoltà – un buon VII+ - e poi le caratteristiche dei primi 10 metri: un diedro “sfasciato” dove tutto era mobile, tanto che un prezioso Camalot ha rischiato di finire tristemente schiacciato. Kozjek e Kresal, fortunatamente, sono riusciti a traversare a destra fino ad un altro diedro, più solido, e dopo un altro paio di lunghezze (sempre di 60 metri: VI e V), hanno raggiunto la cresta sommitale e la vetta: quasi sicuramente era dal 1986, ossia dalla prima ascensione assoluta del Puscanturpa Este (per la cresta ovest), che nessuno metteva più piede lassù. Attorno alle 18, giusto in tempo per la cena, Pavle e Grega erano già di ritorno al loro piccolo campo base (sono scesi in doppia per la via appena aperta).

IL PRINCIPE DELLE ANDE (MA NON SOLO)

Pavle 1Kozjek, nato nel 1959 nei pressi di Lubiana, ha così messo in bacheca l'ennesimo successo di una carriera alpinistica straordinaria, che sembra ben lontana dal concludersi. Tra gli esponenti della “generazione d'oro” dell'alpinismo sloveno – quella, per intenderci, di Tomo Česen e Slavko Svetičič -, Pavle ha cominciato ad arrampicare nel 1978 e non si è più fermato, cimentandosi praticamente dappertutto: dalla nord del Triglav (2864 m, la montagna simbolo del suo paese) alle Dolomiti fino alle Alpi Occidentali. Ecco quindi il Gangapurna (7455 m, Himalaya) per i 2000 metri della parete nord (1983), The Shield su El Capitan con Svetičič (1984), la spedizione della primavera 1985 allo Yalung Kang (8505 m, cima secondaria del Kangchenjunga: Kozjek toccò quota 8100), ancora El Capitan (The North America Wall con Peter Podgornik, settembre 1985), la Direttissima dell'inferno sulla est del Cerro Torre (con Knez, Karo, Jeglič, Svetičič e Podgornik, 1986), il Broad Peak (8047 m) e il Gasherbrum II (8035 m) in una settimana (1986), il tentativo lungo la Magic Line del K2 (1988), lo Shisha Pangma (8046 m) per lo sperone centrale della parete sud (via nuova di 2200 m, V e 65°, in stile alpino con Andrej Štremfelj, 1989), l'Everest senza ossigeno (1997) e il capolavoro del 2 ottobre 2006 – via nuova in solitaria, in 14 ore di scalata ininterrotta dalla base alla vetta – lungo la parete sud-ovest e la cresta ovest del Cho Oyu (8201 m). Le Ande peruviane le abbiamo lasciate in fondo: Pavle le ha scoperte nel 1990 ed è stato amore a prima vista. Il nostro protagonista, di professione ingegnere informatico, al grande alpinismo ad un certo punto ha potuto dedicare soltanto le ferie e, incredibile ma vero, quelle montagne sembravano fatte apposta per lui. «Negli ultimi anni - ci spiegava nel corso di un'intervista – il mio terreno di gioco preferito sono state le cime andine: non richiedono permessi, sono ricche di possibilità e una spedizione si risolve in tre settimane. Tra lavoro e famiglia ho sempre i giorni contati... Poi mi piace l'atmosfera dell'America Latina: una vera ricarica delle batterie, in vista della stressante vita europea». La “collezione peruviana” di Pavle è così cominciata il 14 giugno 1990 con la parete sud del Chacraraju Este (6001 m, prima solitaria della Richey-Brewer, 900 m, 85°). Il 13 e 14 luglio dell'anno successivo è stata la volta della nord del Huascarán Sur (6768 m, via nuova fino quota 6100, V e 65°) seguita, nel 1993, dalla già ricordata impresa sulla est del Chacraraju Este. Ecco poi, il 9 agosto 1995, l'Oro del Inca: via nuova di 1000 metri (VI e 85°), in solitaria, sulla parete nord-est del Huandoy Sur (6166 m). Si chiama invece Mirton Novice Extreme la linea di 800 metri (V+ e 90°) che Pavle ha risolto il 20 luglio 1998 sulla nord-ovest del Chopicalqui (6354 m). Nessuna nuova creazione nel 1999: Pavle si è “limitato” a superare in prima solitaria (in tre ore, il 24 luglio) i 1000 metri della Scandinavian Direct sulla nord del Ranrapalca (6162 m). L'ennesima “opera originale” porta la data del 4 luglio 2001: Kozjek, sempre da solo, ha attaccato per la seconda volta la nord-est del Huandoy Sur, a destra della via del 1995, e dopo sette ore di scalata spesso assai difficile è sbucato in vetta. Il nome del capolavoro? No fiesta hoy dia: una dimostrazione di classe immensa, una prova di forza di 1000 metri all'insegna del ghiaccio (AI6+ e WI5) e del misto (M5/M6). Esattamente un anno dopo, il 3 luglio 2002, è arrivata la nord-est del Siulá Grande (6356 m) dove Pavle, non più solo ma con il connazionale Marjan Kovač e il basco Aritza Monasterio, ha aperto in otto ore Los rapidos (1000 m, 90°). E con Monasterio (e con i “rinforzi” Miha Lampreht e Branko Ivanek), il nostro si è ripetuto il 10 luglio 2005 sulla sud del Trapecio (5644 m) completando, a vent'anni dal tentativo di Jeff Lowe che aveva gettato la spugna a 250 metri dalla vetta, una splendida linea di 800 metri (AI6, M5 e A2). Cosa aggiungere? Un'osservazione soltanto (anche per spiegare il titolo del post). Tirate le somme, con l'ultima creazione sulla est del Puscanturpa Este, le vie tracciate da Kozjek sulle Ande peruviane sono addirittura otto: un'incredibile serie di imprese nel segno della leggerezza e della velocità all'ennesima potenza, due “qualità” che Pavle ha saputo portare anche oltre quota 8000. Ma perché tutto questo? Ce lo siamo domandati e lo abbiamo domandato anche all'interessato. La sua risposta è stata chiarissima: «Le montagne mi appagano, mi rendono soddisfatto. Qualche volta, durante una salita, anche a me è capitato di chiedermi: ma è necessario tutto questo? La risposta è sempre arrivata alla fine, con un senso di gioia e di pace. Arrampicare mi viene naturale e credo che, nella vita, ognuno debba mettere a frutto i propri talenti. Non farlo sarebbe una specie di peccato».

TACCUINO

Pavle Kozjek si racconta: l'appuntamento è per giovedì 27 marzo 2008, alle 21, in sala Ticozzi (via Ongania) a Lecco. Le mie grandi, veloci arrampicate il tema della serata, organizzata dalla locale sezione dell'Uoei (Unione operaia escursionisti italiani) e dal Gruppo Gamma nell'ambito del ciclo che comincerà il 31 gennaio con Ines Papert e proseguirà il 23 ottobre con Stephan Siegrist e il 27 novembre con Leo Houlding. Da non perdere anche l'evento del 23 maggio quando, in occasione della premiazione dei vincitori del concorso di narrativa “Carlo Mauri”, sarà presente a Lecco il francese Lionel Daudet.

Sopra: Pavle Kozjek al campo base del Cho Oyu dopo la grande impresa solitaria del 2 ottobre 2006

Pavle 2

Il Puscanturpa Este con la via di Kozjek e Kresal

Pavle 3

Kresal lungo i primi metri, da paura, della sesta lunghezza di Stonehenge

Foto: arch. Pavle Kozjek e www.alpinist.com

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venerdì, 14 dicembre 2007

CONSIGLI A BASSA VOCE

postato da carlocaccia alle 09:41 in frammenti di storia

di JULIUS KUGY (1858-1944)

kugy«Vorrei ripetere sempre: ricordate coloro che prima di voi hanno avuta la gioia dei monti. E non sia solo un bisogno del vostro cuore, ma un dovere di gratitudine. Non dimenticate che oggi con la vostra tecnica e con le vostre capacità moderne, vi rizzate sulle spalle di quelli. Confrontate modestamente la vostra arrampicata su un nuovo dente di roccia o su una nuova parete, con le prestazioni dei nostri vecchi che, senza precursori, senza guide scritte, senza l'aiuto dei mezzi di comunicazione, delle strade, dei ricoveri odierni, senza le comodità che voi godete in grazia loro, con mezzi insufficienti e carte imperfette, con equipaggiamento primitivo, andavano ad esplorare le regioni vergini, verso l'ignoto prospettato loro a colori foschi e terribili. Leggete i buoni libri alpini. Ben altrimenti comprenderete e godrete la montagna. Le relazioni tra la montagna e l'uomo, la concatenazione di destini umani con la storia dei monti vi daranno un vasto campo di serie considerazioni e vi porgeranno gli elementi per non poche conclusioni istruttive, abbraccianti un mondo anche più largo di quello della vita alpina» (Die Julischen Alpen im Bilde, Leykam Verlag, Graz 1934).

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giovedì, 13 dicembre 2007

UNA RINUNCIA PROVVIDENZIALE

postato da carlocaccia alle 09:25 in sudamerica

IL CERRO TORRE DICE NO AGLI SPAGNOLI ÁLVARO NOVELLÓN, ÓSCAR PÉREZ, DANI ASCASO E SANTI PADRÓS. IL QUARTETTO PUNTA ALLORA ALLA PARETE EST DEL VICINO CERRO ADELA E FIRMA UNA “PRIMA” DI GRAN CLASSE

Erano laggiù, in Patagonia, per una “semplice” ripetizione e sono tornati a casa con una via nuova. Il Cerro Torre li ha cacciati in malo modo, da par suo, ma il Cerro Adela non è stato a guardare e per una volta, meritatamente, è finito sotto i riflettori al posto dell'illustre vicino. I protagonisti della nostra storia sono Álvaro Novellón, Óscar Pérez, Dani Ascaso e Santi Padrós: un quartetto iberico di tutto rispetto visto che, come abbiamo scritto nel post del 21 novembre (annunciando quello di oggi), tra le altre cose Novellón e Pérez hanno brillantemente firmato, dal 22 al 28 luglio 2006, la terza salita della cresta sud-ovest (1700 m, VI e A2) del Latok III (6949 m, Karakoram). Il team spagnolo, questa volta, sognava invece di ripetere le gesta di Kelly Cordes e Colin Haley: i due americani che nel gennaio scorso, realizzando un'impresa più volte tentata (anche dallo stesso Dani Ascaso, con Pepe Chaverri, nel novembre 1994), erano sbucati in cima al Cerro Torre scalando À la recherche du temps perdu (François Marsigny e Andy Parkin, 23 e 24 febbraio 1994) sulla parete sud e quindi la parte superiore della Via dei Ragni (Casimiro Ferrari, Mario Conti, Pino Negri e Daniele Chiappa, in vetta il 13 gennaio 1974) sulla parete ovest. L'attacco di Novellón e soci al “grido di pietra” è scattato alle 4 in punto del 7 ottobre scorso: «Siamo saliti rapidamente – raccontano -, arrampicando di conserva per perdere il minor tempo possibile. Ma, mentre eravamo ormai all'inizio dei tiri di misto, dal seracco che incombe sulla via si è staccata una gran massa di ghiaccio e neve». Il peggio, però, doveva ancora arrivare: una seconda valanga, più consistente della prima, ha spazzato poco dopo buona parte della parete, costringendo i quattro alpinisti alla ritirata. Che fare? Il tempo non accennava a peggiorare (miracolo!) e la est del Cerro Adela, di cui i nostri protagonisti non conoscevano nulla, se ne stava lì tentatrice, ostentando una magnifica linea di ghiaccio diretta al colle tra l'Adela Central (2938 m, la vetta principale, a sinistra) e l'Adela Norte (2825 m, a destra). La nuova avventura è cominciata alle 2.30 del 10 ottobre e la prima parte della salita – un canale di neve e ghiaccio con risalti fino a 80°, nel complesso non troppo impegnativo – è stata superata velocemente (di conserva). La faccenda si è invece fatta assai complicata una volta raggiunta la parte superiore della parete. Il quartetto, come in un gioco, si è diviso in due cordate che hanno trovato altrettante soluzioni al problema: Ascaso e Padrós hanno proseguito direttamente, salendo tre impegnative lunghezze di misto (M5+) e ghiaccio (95°), mentre Novellón e Pérez si sono spostati a sinistra su ghiaccio (95°) e roccia cattiva (IV+). Alle 17, dopo quasi 15 ore (e 1000 metri) di scalata ininterrotta, i quattro amici si sono ritrovati insieme sul punto più alto del Cerro Adela Central. La discesa si è rivelata assai laboriosa: prima una traversata a sud lungo i fianchi del Cerro Adela Sur (2840 m) fino al colle tra quest'ultimo e il Cerro Ñato (2797 m) e poi, con la notte ormai alle porte, giù per il tormentato ghiacciaio orientale, dove il buio ha sorpreso i nostri eroi obbligandoli ad un poco piacevole bivacco. Questa la cronaca: per chiudere in bellezza, però, proponiamo ai nostri lettori anche qualche noticina storica... Le prime salite del Cerro Adela Central e del Cerro Adela Sur portano entrambe la firma di Walter Bonatti e Carlo Mauri, giunti lassù il 7 febbraio 1958 (esattamente sei mesi prima del loro magnifico successo sul Gasherbrum IV, 7925 m, in Karakoram, il 6 agosto dello stesso anno). L'interessante problema della parete est del Cerro Adela Central, invece, ha trovato soluzione soltanto il 26 dicembre 1987: autore della scalata, di notte e in solitaria, il forte argentino Sebastián de la Cruz che pochi giorni prima, con gli spagnoli Ramón Portillo e Antonio Trabado, si era cimentato con successo anche sul Cerro Torre. La seconda linea sulla stessa parete risale invece al 5 luglio 1991, in pieno inverno australe. Autore dell'impresa, ancora una volta di notte e in solitaria, lo sloveno Peter Podgornik (che era probabilmente l'unico alpinista nella zona, senza compagno a causa della guerra nel suo paese). La via di Podgornik, risolta in 7 ore e battezzata Gringo en la noche (1200 m, misto e ghiaccio fino a 70-80°), si svolge nello stesso settore di quella di Sebastián de la Cruz (ossia a sinistra rispetto alla recente creazione spagnola) e la interseca due volte, attaccando ed uscendo alla sua destra. Ancora più a sinistra, sulla nord-est del Cerro Adela Sur, resta invece uno dei monumenti di Giancarlo Grassi. Il leggendario ghiacciatore, in cordata con Mauro Rossi, fece suoi quei 1000 metri tra il 9 e il 10 dicembre 1986 salendo dal ghiacciaio fino a due salti verticali, aggirando sulla destra una fascia rocciosa e proseguendo poi su ghiaccio (anche verticale) fino alla cresta sommitale, raggiunta poco a destra della vetta.

Cerro Adela 1 piccola

Il Cerro Adela (con la nuova via spagnola) e il Cerro Torre

Cerro Adela 4 piccola

Il misto del Cerro Adela: la roccia non è della migliore qualità...

Cerro Adela 5 piccola

Le cordate si dividono: Ascaso e Padrós proseguono diritto, Novellón e Pérez decidono di tentare a sinistra

Cerro Adela 2 piccola

In vetta, “incorniciati” dal Cerro Torre e dal Fitz Roy

Foto: www.barrabes.com

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mercoledì, 12 dicembre 2007

A RITMO DI TANGO SULLO SHISHA PANGMA

postato da carlocaccia alle 09:18 in himalaya

PRIMA ARGENTINA, IN BELLO STILE, DEL COLOSSO DI 8046 METRI: IN VETTA, PER LA PARETE SUD, ALFREDO CEVALLOS E FEDERICO SACCHI

Il 4 ottobre 2007 gli argentini Alfredo Cevallos e Federico Sacchi, del Club andino Mercedario, hanno raggiunto gli 8046 metri della vetta dello Shisha Pangma. La notizia, che a prima vista potrebbe sembrare poco rilevante, merita attenzione per due ragioni. La prima (per gli amanti delle statistiche): Cevallos e Sacchi sono stati i primi alpinisti del loro paese a calcare la cima principale del colosso himalayano (Nicolás de la Cruz e Marcos Couch, nel 1993, erano riusciti a toccare la cima centrale). La seconda ragione, forse più rilevante, è invece questa: Cevallos e Sacchi non hanno percorso, come i loro “predecessori”, la relativamente semplice via normale per il versante settentrionale. Hanno invece puntato alla ripida parete sud, salendola lungo la splendida linea tracciata tra il 25 e il 28 maggio 1982 dai britannici Roger Baxter-Jones, Alex McIntyre e Doug Scott. La cordata argentina ha inoltre “rispettato” lo stile dei primi salitori, all'insegna della leggerezza. Ma ecco la cronaca della scalata. Attacco alle 22 del 2 ottobre con zaini leggerissimi (il contenuto: fornello, 8 barrette alla frutta, 2 ai cereali, la polvere per preparare 5 litri di bevanda e una pala, niente tendina e niente sacchi a pelo). Avanti tutta: Alfredo e Federico raggiungono il luogo del campo 1 - dove stanno passando la notte i portatori di altre due spedizioni impegnate sulla stessa via - e proseguono. Alle 12 del 3 ottobre gli argentini sono a quota 7200, ormai lungo il Pea pod (“Baccello di pisello”) couloir, che caratterizza la parte superiore della via: sono saliti abbastanza velocemente ma la vetta è ancora troppo lontana per sperare di raggiungerla prima del buio. Che fare? Semplice: mettere mano alla pala e scavare una grotta per il bivacco. Il giorno seguente, alle 6.15, l'azione riprende. La scalata diventa monotona e lenta – la quota non concede sconti – e soltanto nel pomeriggio la cordata è a tu per tu con la strozzatura che chiude in alto il canalone: ecco una breve variante a sinistra, con 5 metri di quarto grado a 8000 metri, e la vicinanza del traguardo si fa sentire... Gli ultimi momenti sono un crescendo inarrestabile di emozioni: alle 18.15 ora locale del 4 ottobre, abbracciato dall'amico Federico Sacchi, Alfredo Cevallos non riesce a trattenere le lacrime. Un sogno cullato per quasi due anni, il punto più alto dello Shisha Pangma per la grande via del 1982, è finalmente diventato realtà.

Shisha Pangma parete sud via britannica

La parete sud dello Shisha Pangma con la via britannica del 1982. Il puntino blu indica il luogo del bivacco di Cevallos e Sacchi (www.alborde.com.ar)

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martedì, 11 dicembre 2007

LA PAROLA A ROLANDO GARIBOTTI

postato da carlocaccia alle 09:27 in varia, sudamerica

A proposito della traversata patagonica dal Cerro Standhardt al Colle della Conquista, riuscita nei giorni scorsi agli italiani Ermanno Salvaterra, Alessandro Beltrami, Mirko Masè e Fabio Salvadei e inoltre all'argentino Rolando Garibotti e all'americano Hans Johnstone (post del 26, 27 e 28 novembre), lo stesso Garibotti (nella foto sotto) ci ha inviato la seguente e-mail, chiedendoci di pubblicarla.

Garibotti«Ciao! Come va? Tutto bene, spero. Ho appena scoperto questa cosa: www.montagna.tv/?q=node/6546 e vorrei fare alcune precisazioni. Il titolo di questo articolo - “Patagonia: Salvaterra seguiva Garibotti” - è una stupidaggine. Forse sarebbe stato meglio scrivere: “Anche a Garibotti è riuscita la traversata grazie al fatto che Salvaterra era dietro di lui”. Sarebbe stata una valutazione molto più giusta. In effetti, io e Hans, con Ermanno dietro di noi, ci siamo sentiti molto al sicuro. La traversata è stata una bellissima esperienza e, anche se non abbiamo arrampicato insieme, c'è stato un bello esprit d'équipe. Credo che tutti abbiamo beneficiato della presenza degli altri anche se, in verità, il beneficio maggiore è stato per me e Hans, cordata di soli due alpinisti. Avere Ermanno alle spalle è stato un bell'aiuto... Senza dimenticare la discesa: Ermanno e i suoi compagni hanno riattrezzato tutte le doppie. E alla fine dell'avventura ci siamo calorosamente abbracciati. Nell'articolo citato si legge: “La notizia è arrivata nelle scorse ore, dopo l'annuncio della grande traversata di Salvaterra, e in un certo qual modo ridimensiona l'impresa degli italiani in Patagonia”. Io non capisco come si possa arrivare a una conclusione del genere. Senza dubbio la nostra impresa viene ridimensionata: Ermanno non ha bisogno di nessuno per fare quello che vuole sulle montagne patagoniche. Ti ringrazio se vorrai pubblicare queste due righe: Ermanno merita molto più rispetto. La sua carriera alpinistica è senza paragoni e oggi, a ormai 53 anni, è uno dei pochi in Italia che fanno del vero alpinismo. Tanti Auguri. Rolo».

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lunedì, 10 dicembre 2007

SOLUZIONE ALTERNATIVA

postato da carlocaccia alle 10:22 in nordamerica

ALASKA: PRIMA SALITA DELLA PARETE EST DEL MOUNT DAN BEARD

A Daniel Carter Beard (1850-1941), illustratore e tra i padri dello scoutismo negli Stati Uniti, è stata dedicata, come a molti altri personaggi del suo paese, una montagna. Ma dove si trova il Mount Dan Beard? Alto 3127 metri, si innalza in Alaska a sud-est del McKinley (altra dedica...), all'estremità settentrionale del Ruth Glacier. Singolare e complesso “isolotto”, la cui classica cresta sud-ovest è stata salita nel maggio 1974 da Peter Boardman e Roger O'Donovan, presenta una parete est facilmente accessibile e quindi potenzialmente nel mirino di numerose cordate. Tuttavia, fino a pochi mesi fa, lassù non passava neppure una via: tutta colpa di una grande fascia di seracchi, incombente sull'intero versante. Nella notte tra il 12 e il 13 aprile 2007, però, i britannici Gareth Hughes e Vivian Scott hanno giocato bene la loro carta: hanno attaccato la parete alla sua estremità destra per sfuggire alla minaccia che stava sopra le loro teste e, procedendo con la neve fino alla cintola e lungo brevi tratti di misto, hanno raggiunto una cresta nevosa, zigzagato tra i seracchi e alle 3 del mattino, dopo 8 ore di scalata, erano in vetta. La discesa, piuttosto lunga, si è svolta per il versante nord: Gareth e Vivian, che hanno battezzato la loro creazione Sideburn Rib (1300 m, IV grado scozzese, 75°), hanno rimesso piede al campo esattamente 24 ore dopo averlo lasciato. La cordata ha poi tentato un ripido couloir a destra di un pilastro roccioso della cresta sud-est dello stesso Mount Dan Beard ma, dopo aver superato alcune impegnative lunghezze (WI5+ e M4), è stata fermata dalla mancanza di ghiaccio.

Dan Beard - Verso l

La parete est del Mount Dan Beard, chiusa in alto dalla grande fascia di seracchi. La via di Gareth Hughes e Vivian Scott si svolge approssimativamente lungo la linea che si staglia contro il cielo (arch. Scott, www.climbing.com)

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