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STORICO CAPOLAVORO NEL GRUPPO DEL GRAN SASSO: RIUSCITA LA PRIMA SOLITARIA INVERNALE - TERZA INVERNALE ASSOLUTA - DELLA TEMUTA NORD DEL MONTE CAMICIA
Signori, giù il cappello. Perché Andrea Di Donato, il 28 gennaio 2008, ha salito in prima solitaria invernale la terribile parete nord del Monte Camicia (2564 m), che domina il piccolo paese di Castelli nel settore orientale del gruppo del Gran Sasso, nel cuore degli Appennini. Andrea ha attaccato alle 6.50 e dopo cinque ore e mezza di arrampicata, sempre slegato, era già in vetta: sotto di lui quel salto di 1200 metri, superato per la prima volta il 20 settembre 1934 da Bruno Marsilii e Antonio Panza, dove la roccia è friabile e l'assicurazione aleatoria se non impossibile. Così la nord del Camicia non è mai diventata di moda e, come ha scritto Enrico Bernieri su Alp (n. 167, marzo 1999, p. 41), «rimane, come poche altre, una parete d'altri tempi, per nulla ammansita dalle ripetizioni, dagli sviluppi tecnici e dai mutamenti della mentalità». Andrea Di Donato, tuttavia, sembra nutrire per essa una predilezione particolare, visto che già il 4 settembre 2004, per celebrare i settant'anni dell'impresa di Marsilii e Panza, l'aveva superata senza compagni (fu la seconda solitaria assoluta, dopo quella di Marco Florio del 30 settembre 1982). E se oltre alle solitarie consideriamo anche le invernali – due soltanto fino a pochi giorni fa: quella di Domenico Alessandri, Carlo Leone e Piergiorgio De Paulis (scomparso durante la scalata) del 21-24 dicembre 1974 e quella di Tiziano Cantalamessa e Franchino Franceschi del 22-23 dicembre 1987 – ci “accorgiamo” che la prima solitaria invernale di Di Donato non è stata “soltanto” la terza solitaria ma anche, a più di vent'anni dalla seconda, la terza invernale assoluta della grande parete (che conta in tutto non più di trenta ascensioni). Soltanto numeri? In parte sì. Tuttavia, non di rado, i numeri rendono assai bene anche i concetti più importanti.

La tetra parete nord del Monte Camicia: 1200 metri di roccia di pessima qualità che, con le temperature non troppo rigide dei giorni scorsi, non erano certamente in condizioni ideali (www.isoladelgransasso.it)

Così la nord del Camicia, il 28 gennaio 2008, ha dato il benvenuto ad Andrea Di Donato (www.primadanoi.it)

Andrea esultante dopo la scalata (www.primadanoi.it)
CAUCASO: SUCCESSO SULLA NORD DEL GESTOLA PER ALEXANDER GUKOV E COMPAGNI
Da San Pietroburgo al Caucaso per scalare la nord del Gestola in inverno: una lunga trasferta che non ha lasciato i suoi protagonisti a mani vuote. Alexander Gukov (leader), Alik Izotov, Viktor Koval e Sergey Kondrashin, nelle scorse settimane, hanno attaccato la parete per la via Khergiani (5B ex 6A nella scala russa, che corrispondono rispettivamente a TD+ ed ED in quella occidentale), cogliendo un bel successo sulla cima che, salita per la prima volta alla fine dell'Ottocento, tocca quota 4860 nella valle di Bezengi (Caucaso centrale). Ricordiamo che in quella zona, poche decine di chilometri a sud-est dell'Elbrus (5642 m), si innalzano anche la seconda e la terza cima della catena: il Dyhtau (5198 m) e il Koshtantau (5150 m).
SULLE TRACCE DEL MAESTRO: I FRANCESI AYMERIC CLOUET E CHRISTOPHE DUMAREST RIPETONO LA MITICA AFANASSIEFF REGALANDOSI UNA DIFFICILE VARIANTE INIZIALE (400 m, 7b/c)
Lascia o raddoppia? I giovani francesi Aymeric Clouet e Christophe Dumarest non ci hanno pensato due volte: dopo il successo del 17 gennaio 2008, in 15 ore, sul Fitz Roy (3445 m) per la classica Supercanaleta (aperta in stile alpino, dal 14 al 16 gennaio 1965, da Carlos Comesaña e José Luis Fonrouge, 1600 m, VI+ e 90°), il 21 gennaio sono tornati da quelle parti, alla base dei poderosi pilastri che chiudono a sinistra il mitico canalone, per tentare l'impresa sulle tracce di un grande maestro. E il 23 gennaio alle 23, mentre Garibotti e Haley stavano passando una poco confortevole nottata a poche decine di metri dalla vetta del Cerro Torre (si vedano i post del 27 e 29 gennaio 2008), Clouet e Dumarest hanno nuovamente esultato sul punto più alto del Fitz Roy, raggiunto per la lunghissima Afanassieff (2300 m, V+ e A2) resa assai più interessante da una nuova variante iniziale battezzata Chercheurs d'absolu: 400 metri (9 lunghezze, di cui 2 attrezzate con le corde fisse) fino al 7b/c, a destra dell'itinerario originale. Aymeric e Christophe hanno in linea di massima ripreso il doppio tentativo portato nel 2004 e nel 2005 da Pierrick Keller, Jérôme Huet, Nicolas Fabbri e Véronique Barbier, che si fermarono a circa 700 metri dalla base. Tuttavia, una volta salito il primo pilastro (più a destra rispetto ai connazionali), hanno deciso di non forzare, piegando subito a sinistra verso la Afanassieff. «Il 22 gennaio – racconta Clouet – abbiamo salito il pilastro iniziale per una linea diretta, lungo un'evidente serie di fessure. Attorno alle 22 abbiamo raggiunto un posto adatto al bivacco, sul fianco sinistro della cresta nord-ovest: una vecchia bomboletta di gas ci ha fatto capire che avevamo raggiunto la Afanassieff. Il giorno dopo, seguendo gli evidenti punti deboli della montagna, siamo andati avanti fino alla vetta: eravamo stanchi e anche stupiti, avevamo scalato il Fitz Roy due volte nel giro di una settimana! L'avventura, comunque, non era ancora finita: ci aspettava, dopo un bivacco in cima senza un filo di vento, la lunga discesa per la Supercanaleta. Che, visto il considerevole aumento delle temperature, si è rivelata una pessima idea: il canale era ormai una pietraia in movimento. Ci siamo anche imbattuti nel corpo di un alpinista belga, caduto in circostanze poco chiare, e poco più in basso siamo stati investiti da una scarica di sassi: gli zaini, per fortuna, ci hanno riparato». Dalla cronaca alla storia per dire che il 28 gennaio 1977, durante la prima ripetizione della Supercanaleta con l'americano Mike Weiss, il francese Jean Afanassief notò a sinistra del canalone la possibilità di una via grandiosa: il primo tentativo, però, si concluse con un nulla di fatto. Il successo arrivò due anni dopo, nel 1979: Jean tornò al Fitz Roy con il fratello Michel e altri tre compagni, piazzò 300 metri di corde fisse e quindi, in cinque giorni, risolse il problema toccando la vetta il 27 dicembre. Ad oggi la Afanassieff conta una sola ripetizione integrale, riuscita nel febbraio 2006 all'argentino Gabriel Otero con i brasiliani Edemilson Padilha e Valdesir Machado. Due, invece, le ripetizioni parziali: oltre al recentissimo successo di Clouet e Dumarest, è da ricordare quello di un anno fa (27 e 28 gennaio 2007) degli sloveni Tomaž Jakofčič e Grega Lacen, costretti a cercare il “facile” lungo l'itinerario del 1979 dopo aver aperto una difficile linea di 600 metri sulla vicina parete nord (si veda il post del 6 febbraio 2007).

L'altissima parete ovest del Fitz Roy con la via Afanassieff (in rosso, la parte mediana non è visibile), il tentativo di Pierrick Keller e compagni (in nero) e la variante di Clouet e Dumarest (in azzurro). Foto di Rolando Garibotti

Il Fitz Roy da nord-ovest con la via Afanassieff (in rosso) e l'evidente Supercanaleta (freccia blu). Foto: www.kairn.com

Aymeric Clouet lungo il primo tiro della variante iniziale (400 m, 7b/c) alla storica Afanassieff

Secondo giorno: la variante è finita. Dumarest alle prese con i primi metri della via del 1979, che conta una sola ripetizione integrale

L'ambiente strepitoso della Afanassieff. L'alpinista è Christophe Dumarest

Nel cuore del Fitz Roy: Dumarest, con lo zaino pesante, sta per raggiungere Clouet in sosta

Aymeric Clouet (a sinistra) e Christophe Dumarest in vetta al Fitz Roy
Foto d'azione: arch. Clouet-Dumarest (http://clouclouclimb.spaces.live.com)
a cura di Rolando Garibotti e Colin Haley
La traversata del Torre: una cavalcata da nord a sud, lungo una linea tra la terra e il cielo, dal Cerro Standhardt per la Punta Herron e la Torre Egger fino al Cerro Torre. In tutto, più o meno, 2200 metri di scalata verticale. L'idea nacque dalla fantasia degli italiani Andrea Sarchi, Maurizio Giarolli, Elio Orlandi ed Ermanno Salvaterra, che la tentarono più volte tra gli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso. Nel 1991, con Adriano Cavallaro e Ferruccio Vidi, Salvaterra riuscì a concatenare il Cerro Standhardt con la Punta Herron, compiendo la probabile prima ascensione di quest'ultima. Ermanno salì la Herron per la cresta nord, aprendo l'estetico Spigolo dei bimbi. All'inizio del 2005 furono il tedesco Thomas Huber e lo svizzero Andi Schnarf a proseguire fino alla Torre Egger. Thomas e Andi, in realtà, pensavano di limitarsi alla salita del Cerro Standhardt per la via Festerville ma, una volta in vetta, decisero di continuare: leggeri e veloci completarono la prima parte della traversata in complessive 38 ore, scendendo dalla Torre Egger per la via Titanic lungo lo spigolo est. Pochi mesi dopo, nel novembre 2005, Ermanno Salvaterra, Alessandro Beltrami e Rolando Garibotti trovarono il secondo pezzo del puzzle salendo il Cerro Torre da nord per la via El arca de los vientos e nel 2006, sapendo cosa li aspettava dal Colle della Conquista alla vetta del Cerro Torre, tornarono laggiù intenzionati a completare l'opera. Tuttavia, ostacolati dal maltempo, non riuscirono ad andare oltre la vetta del Cerro Standhardt. Ed eccoci al 2007: per nulla scoraggiato, Salvaterra ritenta la l'impresa con il “solito” Beltrami, Mirko Masè e Fabio Salvadei. I quattro amici salgono il Cerro Standhardt per la via Otra vez (una creazione dello stesso Salvaterra con Elio Orlandi e Maurizio Giarolli), continuano sulla Herron e sulla Egger, si calano al Colle della Conquista, salgono un tiro sul Cerro Torre e decidono di ritirarsi. Negli stessi giorni di bel tempo (21-23 novembre, ndr) anche Rolando Garibotti e Hans Johnstone decidono di tentare la traversata: salgono il Cerro Standhardt per la via Festerville, continuano fino al Colle della Conquista e salgono la prima metà della parte inferiore de El arca de los vientos, facendo dietrofront a causa di un fungo di ghiaccio. Garibotti, che ora conosce l'intera traversata, non vuole mollare: decide di rimanere al Chaltén per tentare un'altra volta. Scala con numerosi compagni, tra i quali Bruce Miller e Bean Bowers, ma è soltanto quando incontra Colin Haley che si apre la finestra di bel tempo utile per un nuovo tentativo. Da notare che Haley, che ha sospeso per un semestre i suoi studi universitari per rimanere in Patagonia più a lungo, ha già in bacheca il primo e più volte tentato concatenamento sul Torre, avendo salito con Kelly Cordes, tra il 5 e il 6 gennaio 2007, À la recherche du temps perdu sulla parete sud e, dal Colle della Speranza, la parte superiore della Ferrari sulla parete ovest (si veda in proposito il post del 29 gennaio 2007, ndr). Questa volta il successo non manca: Garibotti e Haley, tra il 21 e il 24 gennaio 2008, riescono a completare la grande traversata (raccontata nel post precedente a questo, ndr). Per essere il più efficaci possibile, Rolando e Colin si sono divisi la conduzione della cordata in base alle loro “specialità”. Così, se Haley è stato in testa sul ghiaccio puro e sul particolare ghiaccio patagonico, a Garibotti sono toccati i tiri di roccia, puliti o ghiacciati. Il secondo saliva sempre lungo la corda con lo zaino pesante mentre il capocordata, a seconda della difficoltà dei tiri, o portava il sacco in spalla o lo lasciava in sosta per poi issarlo. Purtroppo, a causa delle cattive condizioni delle pareti, la scalata è stata più lenta del previsto e Rolando e Colin sono giunti in cima al Torre senza cibo: con il tempo e le condizioni ideali, oltre che con l'ultimo tiro della Ferrari già scavato, la traversata sarebbe stata molto più veloce. Anche perché, sebbene un successo del genere resti sempre assai “sfuggente” - sia per la strategia da adottare sia i capricci meteorologici -, la traversata presenta soltanto pochi tratti tecnicamente molto impegnativi: le difficoltà non sono mai oltre il VII+ e l'A1 e, escluso l'ultimo della Ferrari, non ci sono altri tiri veramente estremi. Il futuro dell'alpinismo in Patagonia, in verità, più che nei concatenamenti e nelle traversate sta probabilmente nella ripetizione in stile alpino delle gigantesche vie degli anni Ottanta del secolo scorso, come quella degli sloveni Silvo Karo e Janez Jeglič sulla parete sud del Torre (1200 m, VII, A4, 75°, aperta tra il 1987 e il 1988, ndr) o la Direttissima del diavolo sulla parete est della medesima montagna (1000 m, VIII+, A4, 95°, vetta raggiunta il 16 gennaio 1986 dagli stessi Karo e Jeglič con i connazionali Franček Knez, Peter Podgornik, Pavle Kozjek e Matjaž Fistravec, ndr). Un'ultima cosa. Essendosi sentito responsabile di un ritardo nella carriera universitaria di Haley, Garibotti ha provato un grande sollievo quando, tornato con l'amico al bivacco nella valle del Torre, lo ha sentito esclamare: «La traversata è stata meglio di un compito di mineralogia!».
L'impresa patagonica più ambita e forse più folle è finalmente realtà: Rolando Garibotti e Colin Haley, dal 21 al 24 gennaio 2008, sono riusciti a realizzare la traversata delle traversate, un'odissea in stile impeccabile, in condizioni per nulla ideali, tra la roccia, il ghiaccio e il cielo, dal Cerro Standhardt per la Punta Herron e la Torre Egger fino al Cerro Torre. Il “grido di pietra” ha ceduto: il sogno che sembrava irrealizzabile è ora davanti agli occhi di tutti. Lo riviviamo, senza aggiungere altro, attraverso le parole dei suoi due protagonisti: Rolando, 36 anni, il veterano argentino, e Colin, 23, la grande promessa americana.
«A metà gennaio Alex e Thomas Huber, con lo svizzero Stephan Siegrist, sono arrivati al Chaltén con l'obiettivo di tentare la grande traversata. Il 21 gennaio il tempo e le condizioni erano tutt'altro che ideali: i fratelli Huber e Siegrist hanno deciso di rinunciare, noi abbiamo attaccato. Abbiamo salito il Cerro Standhardt per la via Exocet, raggiungendo la vetta poco dopo mezzogiorno. Ci siamo quindi calati al Colle dei Sogni tra lo Standhardt e la Punta Herron. Sullo Spigolo dei Bimbi di quest'ultima abbiamo trovato dei tratti ghiacciati, che ci hanno costretti ad alcune varianti (lungo il secondo, il terzo e il quarto tiro). Rallentati dalla neve e dal vento abbiamo bivaccato ai piedi dei funghi della Herron. Il 22 gennaio, con il tempo perfetto ma stranamente stanchi (probabilmente a causa del monossido di carbonio sviluppatosi all'interno del sacco da bivacco), abbiamo continuato fino in cima alla Punta Herron e alla Torre Egger: anche sullo spigolo settentrionale della Egger abbiamo dovuto effettuare alcune varianti a causa della roccia ghiacciata. Con il bel tempo la temperatura si è alzata e così, poco sopra il Colle della Conquista, tra la Torre Egger e il Cerro Torre, abbiamo dovuto cercare un posto riparato dalle cadute di ghiaccio, fermandoci a bivaccare attorno alle 17 sotto uno strapiombo roccioso. Il giorno dopo, 23 gennaio, ecco una piacevole sorpresa: il fungo di ghiaccio che aveva bloccato il tentativo del novembre scorso era caduto. Abbiamo trovato la parte superiore de El Arca de los Vientos in condizioni peggiori rispetto al 2005, dovendo così lavorare parecchio per liberare le fessure dal ghiaccio. Abbiamo anche dovuto piantare uno spit in corrispondenza del pendolo per evitare un altro fungo. Ormai molto stanchi, con alle spalle due giorni di scalata, e rallentati dalle condizioni della montagna, alle 17 avevamo la nord del Torre sotto i nostri piedi: ci aspettavano i tiri finali della Ferrari sulla parete ovest. Siamo saliti per due lunghezze attraverso dei tunnel nel ghiaccio, giungendo a tu per tu con il terribile tiro finale, famoso per aver costretto alla resa molti alpinisti. Possiamo dire che, avendolo già salito entrambi (Garibotti in occasione dell'apertura de El Arca de los Vientos, nel novembre 2005, Haley durante il grande concatenamento di À la recherche du temps perdu e della parte superiore della Ferrari, nel gennaio 2007, ndr), era in condizioni mai viste: terribili. Lo si supera laboriosamente, scavando un passaggio verticale nel ghiaccio... Non essendo stato tentato da nessuno durante l'ultima stagione, ci siamo ritrovati davanti 50 metri di ghiaccio spaventoso, tutto da scavare! Colin ha tentato subito: in un'ora, scavando, è salito di una decina di metri ma, essendo ormai sera, ha rinunciato. In compagnia della luna piena abbiamo bivaccato ad una lunghezza di corda dalle vetta del Cerro Torre... “Riposato” dopo una lunga notte di brividi, Colin ha attaccato nuovamente: in tre ore ha scavato un tunnel di 20 metri nel fungo sommitale, finendo in un tunnel naturale. A mezzogiorno del 24 gennaio eravamo in vetta al Cerro Torre: la fantastica traversata era realtà. Abbiamo tirato un attimo il fiato e siamo scesi per la Via del compressore, lungo lo spigolo sud-est, raggiungendo il ghiacciaio quando era ormai sera. Un grande grazie va al “Maestro” (in italiano nell'originale, ndr), ad Ermanno Salvaterra per l'idea, lo stimolo e perché continua, da vent'anni, a mostrare la strada».
Per altre informazioni sugli alpinisti, sulle montagne e sulla traversata, in attesa di un approfondimento specifico, rimandiamo ai post del 29 gennaio, 22 marzo, 11 giugno, 17 luglio, 26, 27 e 28 novembre e 11 dicembre 2007.

La traversata delle traversate (Rolando Garibotti e Colin Haley, 21-24 gennaio 2008): Cerro Standhardt per la via Exocet, discesa al Colle dei Sogni, Punta Herron per lo Spigolo dei Bimbi, discesa al Col de Lux, Torre Egger per la via Huber-Schnarf, discesa al Colle della Conquista, Cerro Torre per le vie El arca de los vientos e Ferrari, discesa finale per la Via del compressore

Haley raggiunge Garibotti lungo lo Spigolo dei Bimbi della Punta Herron: le condizioni non sono per nulla ottimali...

Ancora Haley: il talento americano, questa volta, è impegnato lungo la parte superiore de El Arca de los Vientos, sulla parete nord del Cerro Torre
Pazzia patagonica: Haley in piena azione lungo l'ultimo, allucinante tiro della Ferrari. La vetta, l'ultima, quella vera, è vicina...

È fatta: Colin Haley (a sinistra) e Rolando Garibotti in cima al Cerro Torre
I diritti di tutte le foto pubblicate sono di Rolando Garibotti
Il venerdì è il giorno della fantasia, che ci porta a scovare storie di ogni sorta da proporre ai nostri lettori. Così oggi, dopo che ieri abbiamo raccontato di Thomas Tivadar e Gabor Berecz sul Picco Darwin della val di Mello, scoperto da Ivan Guerini e compagni più di trent'anni fa, vogliamo tornare a quei tempi magici, la cui autentica atmosfera si è dissolta, non esiste più. Abbiamo tra le mani un volumetto, tanto diverso dalle moderne guide di arrampicata... Il gioco-arrampicata della val di Mello, comunque, è una guida vera, come dichiarato già in copertina, nel sottotitolo: Guida alle più belle ascensioni della valle. Ma è anche una guida “lenta”, all'insegna delle parole che tutti possono leggere e capire, di disegni che sono come racconti, schizzi emozionanti che suggeriscono uno stato d'animo o un altro. È difficile spiegare l'essenza del libro di Ivan Guerini, di quelle ottanta pagine ordinate, geometriche, che finirono in libreria nel 1979 “in edizione Zanichelli” e quindi in compagnia de La grande Civetta di Alfonso Bernardi, Le mie montagne di Walter Bonatti, Tra zero e ottomila di Kurt Diemberger e Il massiccio del Monte Bianco. Le 100 più belle ascensioni di Gaston Rébuffat. Il gioco-arrampicata della val di Mello lo si capisce davvero soltanto tenendolo fra le mani, sfogliandolo e osservandolo, leggendo nel silenzio quanto Ivan (e Monica) hanno voluto dirci. Il prologo, La fiaba della val di Mello, è un impalpabile proclama da cui lasciarsi conquistare, come un sogno dolce e forte a cui non si può opporre alcuna resistenza.
«La val di Mello... un'ampia, tiepida, sinuosa conca. Nasce dove l'ombra e il buio della notte si concedono alla luce dell'alba. E si distende come un enorme e mite rettile, fino a sbocciare molto lontano, in un incredibile sconfinato anfiteatro, che si distende fino alle propaggini nevose del Monte Disgrazia. In questo luogo è nata una fiaba, fatta da una sintesi arcana di “magia” e preistoria. Ed è proprio nelle stagioni del “trapasso” [...] che in questo luogo di incredibili contrasti si ha un'immediata sensazione del significato e del valore della vita. Per “immediata” intendo la spiegazione dell'esistenza e dell'universo senza il peso delle “parole” [...], senza nessuna costruzione di pensieri [...]. In molti casi, quando non ci si può spiegare il significato degli oggetti con la “razionalità” e con le possibilità proprie della scienza, ci si rivolge ad altre strade; forse meno logiche e coerenti, ma proprio per questo meno limitate, strade che si sgretolano sui “deserti dell'irrazionale”, balzano nella dimensione dell'istinto, si polverizzano nell'indefinito oceano della creazione... Più che in una “rigida stanza” di dati e nozioni, si precipita nell'abisso liquido dell'immagine [...]. Spesso sono la “visione” e il “paesaggio” a trasmettere le “sensazioni” di quiete e serenità, e noi siamo soltanto i riceventi di questo messaggio... Spesso sono i paesaggi contemplativi, dalla grande dimensione, dagli ampi spazi, dai profili morbidi e dolci, a suggerire identici stati d'animo! Non è difficile osservare che in questi casi l'elemento della roccia non è preponderante, non prevale affatto sull'ambiente che lo circonda. Anzi: è proprio la sua mancanza a determinare l'immagine di pace. Poi abbiamo l'esempio opposto, in cui la presenza della pietra è predominante; in questo caso l'ambiente circostante è stritolato in “celle asimmetriche” dove è ristretta la vita vegetale e animale [...]. Ed è proprio per mantenere questi incredibili “equilibri” che la natura stacca dalla terra e proietta verso lo spazio la pietra [...]. Una cosa è certa: l'effervescenza dell'elemento minerale suscita nell'uomo un desiderio di azione, che può essere un modo di ribellarsi alla paura antica che la “roccia” rappresenta, come impedimento. Tutta questa mancanza di armonia si trasmette spesso in un desiderio di sfida (con la natura e fra le persone) o di conquista. Ne deriva un rapporto aggressivo, di apparente prevaricazione dell'uomo nei confronti dell'ambiente che lo circonda. Ma tutto questo è frutto di un superficiale desiderio di difendersi, che nasconde al di sotto paure ben più profonde. La paura popola la nostra fantasia ed il nostro mondo interiore di ombre e di spettri [...]. La paura ci fa diventare sordi e ciechi, ci paralizza. Così passiamo il nostro tempo a difenderci, anziché a lasciarci andare, ad “ascoltare” ciò che ci circonda [...]. La val di Mello è una grandiosa sintesi degli elementi della terra. Il suo lato sinistro, sempre illuminato dalla prima luce dell'alba, è costituito dalle altissime pareti di fondovalle delle quali, se non vi fossero gli abeti, sarebbe difficile avere le proporzioni. Queste pareti dai settori lisci e impressionanti costituiscono il significato più riuscito di “impedimento” inteso come difficoltà, impossibilità, ostacolo. Ma nonostante questo le loro forme non sono una “sfida”: sono semplicemente ampi morbidi specchi, dove il mondo vegetale si arresta e li accarezza ai contorni, aggirandoli, nell'interminabile gioco che gli elementi compiono per equilibrarsi. Si è così di fronte ad uno dei rari casi in cui la preponderanza dell'elemento minerale si innesta incredibilmente nell'ambiente che lo circonda [...]. Forse per un “momento” nella nostra vita, ci si aprirà naturalmente all'armonia e agli equilibri. Senza iniezioni di “orientalismo” o di “discipline ginniche” per farci sentire vivi, per sentire che esistiamo! Per poter capire qual è il nostro posto [...]. Ricominciare a “sentire” attraverso il tatto, lo sguardo, l'olfatto tutto quanto ci circonda. E percepire non solo il tipo di realtà che ci viene sottoposta quotidianamente, ma bensì le diverse realtà di cui è composta l'esistenza. Non è cosa difficile comprendere, osservando le mutazioni delle stagioni, come esse hanno una similitudine con la nostra vita. La persona in linea di massima teme soprattutto ciò che non conosce, l'ignoto. Ma l'individuo moderno teme anche i “cambiamenti”, poiché non riesce a possederli, a determinarli, a comandarli... poiché non costituiscono certezze [...]. Il “passaggio” da una stagione a un'altra, il “passaggio” da questa vita a un'altra... forse sono solo passaggi [...]».
MASINO-BREGAGLIA: ARTIFICIALE ESTREMO PER THOMAS TIVADAR E GABOR BERECZ CON LA VIA DEGLI INVALIDI SULLA SUD-EST DEL PICCO DARWIN
I veterani Thomas Tivadar, 47 anni, e Gabor Berecz, 51, che abbiamo già incontrato parlando della Grande Torre di Trango (post del 19 luglio 2007), durante l'estate scorsa si sono cimentati con successo sulla parete sud-est del Picco Darwin (2442 m): splendido torrione granitico del gruppo del Masino-Bregaglia (Alpi Centrali, sul confine italo-svizzero), all'estremità meridionale della costiera che dal Pizzo Torrone Orientale (3333 m) scende verso sud dividendo la stretta val Torrone, a ovest, dalla più larga ma non meno selvaggia val Cameraccio, a est. Siamo quindi in fondo alla celebre val di Mello, che dall'altra parte confluisce nella val Masino in corrispondenza dell'abitato di San Martino e che dà il benvenuto a i suoi visitatori – famiglie in gita, camminatori, boulderisti, arrampicatori più o meno sportivi e alpinisti pronti a tutto – con l'eccelsa mole del Precipizio degli Asteroidi, dove dal 2 luglio 1977 l'Oceano irrazionale di Ivan Guerini e Mario Villa è una delle vie più ambite della zona. Gli stessi, nel 1974, avevano già salito lo sperone meridionale del Picco Darwin (V+ e A1) e un mese dopo Oceano irrazionale, tra il 3 e il 4 agosto 1977, riuscirono a scalarne la verticale parete sud-est in compagnia di Guido Merizzi e Vittorio Neri. E sul Picco Darwin, nelle profondità della val di Mello, fu Il naufragio degli Argonauti: 350 metri per i quali i primi salitori parlarono di VII e A5 (ricordiamo che Guerini e soci dovettero arrangiarsi con chiodi e bongs). Ma torniamo a Tivadar e Berecz. La loro creazione sul Picco Darwin, battezzata Via degli invalidi, si sviluppa per circa 380 metri nel settore sinistro della parete ed è stata aperta con l'aiuto delle corde fisse. I due amici, grazie al “cordone ombelicale”, scendevano ogni sera alla base per riposare comodamente e il giorno seguente risalivano per continuare il lavoraccio con quelle fessure assolutamente antipatiche: appena accennate, svasate e spesso infestate di terriccio e vegetazione. Di tanto in tanto, pulendo per bene, spuntava un buon angolino per un friend tuttavia, per venire a capo del problema, Tivadar e Berecz hanno dovuto fidarsi più e più volte dei ganci. Le operazioni si sono fermate per cinque giorni al termine della quinta lunghezza di corda (Thomas, dopo aver superato passaggi di VI+ e A3, si è ritrovato con un pollice fuori uso, bisognoso di riposo a San Martino) e sono poi andate avanti lungo una ripida e compatta headwall, superata con due lunghezze la seconda delle quali, visti gli 11 ganci e alcuni friend assai ballerini, è stata valutata A4-bc, dove le ultime due lettere, nella speciale scala proposta da Tivadar, indicano la pericolosità del tiro (la scala va da “a” fino a “dd” e se “a” significa lunghezza tranquilla, con voli di un paio di metri al massimo, “d” indica un tiro potenzialmente mortale per il capocordata e “dd” la possibilità che entrambi gli alpinisti precipitino). Il finale della via, comunque, non ha presentato problemi: una classica lunghezza di VI e A1 e poi roccette fino alla vetta. Ricordiamo che, oltre a tutte quelle già menzionate, sul Picco Darwin salgono altre tre (o quattro) vie. In ordine cronologico: Memorie del futuro di Umberto Villotta e Renato Comin (20 e 21 luglio 1985, 370 m, VI+ e A2) che segue l'evidente serie di fessure al centro della parete (a sinistra de Il naufragio degli Argonauti); Jimmy di Ivo Ferrari e Silvestro Stucchi (giugno 1991, 210 m + 100 m lungo una via già esistente di cui non si conoscono i primi salitori) che sale a destra e poi a sinistra della Via degli invalidi (e quindi a sinistra di Memorie del futuro) e, infine, Nessun pericolo per te di Simone Pedeferri e Stefano Pizzagalli (luglio 1996, 200 m, 7c) appena a destra de Il naufragio con cui si congiunge a poche lunghezze di corda dalla vetta.

Il settore sinistro della parete sud-est del Picco Darwin con la via di Tivadar e Berecz (arch. Thomas Tivadar, www.alpinist.com)

Veduta d'insieme della parete con la Via degli invalidi (blu), Jimmy (verde), Memorie del futuro (rosso), Il naufragio degli argonauti (giallo) e Nessun pericolo per te (fucsia). Foto tratta da: MARIO SERTORI e GUIDO LISIGNOLI, Solo granito. Masino, Bregaglia, Disgrazia. Arrampicate classiche e moderne, Edizioni Versante Sud, Milano 2007, p. 216

Thomas Tivadar (a sinistra) e Gabor Berecz bivaccano ai piedi della parete del Picco Darwin (arch. Thomas Tivadar, www.alpinist.com)

E per finire: Ivan Guerini oggi, ormai privo della folta capigliatura degli anni d'oro della val di Mello e non solo (arch. Carlo Caccia)
UN ANNO DOPO LA RIPETIZIONE INVERNALE DE IL GRANDE INCUBO SULLA CELEBRE PARETE DELLA VALLE DEL SARCA, I RUSSI VLADIMIR BELOUSOV E ALEXANDER NOVIKOV HANNO APERTO CHICORY (1200 m, V+, M4, WI4) SULLA HUNGO FACE DEL SEIMILA DEL HIMALAYA DEL NEPAL
Dagli immani strapiombi rocciosi del Monte Brento, superati per la via più tosta – Il grande incubo di Diego Filippi e Andrea Zanetti -, al ghiaccio e al misto della parete nord (Hungo face) del Kwangde Lho, che tocca quota 6187 nell'Himalaya del Nepal, una decina di chilometri a ovest di Namche Bazar. Esattamente un anno dopo la loro invernale nella “nostra” valle del Sarca, riuscita dal 3 al 7 gennaio 2007 (ne abbiamo parlato l'8 ottobre), i moscoviti Vladimir Belousov e Alexander Novikov hanno preferito il Rolwaling Himal al Trentino e, dall'8 al 10 gennaio 2008, alla loro prima esperienza del genere, hanno aperto in bello stile Chicory (“Cicoria”): una linea che supera un dislivello di 1200 metri (lo sviluppo è però molto superiore: circa 2100 metri) con difficoltà massime di V+, M4 e WI4 sulla parete salita per la prima volta dagli americani Jeff Lowe e David Breashears nel dicembre 1982 (1200 m, WI6, la via statunitense è stata ripetuta una sola volta, nel 2001, da una cordata britannica). I due russi, dopo aver constatato la mancanza di ghiaccio nei settori centrale (il loro obiettivo iniziale, subito a destra della via di Lowe) e sinistro della parete, hanno notato una possibilità molto a destra: dal campo base a 4500 metri si sono così diretti verso la parete nord del Kwangde Nup (6011 m, è la cima più occidentale del gruppo, che comprende anche il Kwangde Shar, il Kwangde Centrale e il Kwangde Sud), hanno attraversato da destra a sinistra la sua parte inferiore e hanno così raggiunto lo sperone nord-ovest del Kwangde Lho. Arrivati alla base di una notevole fascia rocciosa, a metà parete, i due amici hanno verosimilmente incrociato Mandala (la via spagnola del 1985, di cui si hanno poche informazioni) e, dopo aver notato che proseguendo in cresta avrebbero incontrato roccia difficile, superabile in artificiale, sono quindi saliti più a destra, su misto, continuando in libera fino a raggiungere la cresta sud-ovest ad un centinaio di metri dalla cima. Il secondo bivacco, ormai in vista del traguardo, non è stato poca cosa, visto che il termometro segnava -20°, che il vento era impetuoso e che, proprio per questo, i due amici hanno dovuto rinunciare alla tendina (impossibile montarla). La lunga notte è così passata lottando con il freddo, massaggiando le mani e i piedi per evitare congelamenti. Il giorno seguente alle 9.30, sotto la cupola azzurra del cielo, Belousov e Novikov hanno finalmente raggiunto la vetta, da dove sono scesi per il versante opposto (lungo l'itinerario seguito da giapponesi e nepalesi in occasione della prima salita ufficiale della montagna, che risale al novembre 1978). Chiudiamo ricordando che Vladimir e Alexander avevano con sé soltanto il minimo indispensabile - attrezzatura personale, una corda da 8 millimetri, qualche friend, sei chiodi da ghiaccio, un paio di jumar, un solo sacco a pelo e la tendina da bivacco – e che l'ultimo successo sulla nord del Kwangde Lho, prima di quello che vi abbiamo appena raccontato, risaliva al 2006. Autori di quella salita (Les voies normales n'ont rien d'extraordinaire, 1150 m, WI5+, risolta dal 15 al 18 novembre, in stile alpino, a destra della linea di Lowe), i giovani francesi Stéphane Benoist e Frédéric Gottardi.

La Hungo face del Kwangde Lho con la via di Belousov e Novikov. Nei riquadri: i due amici in vetta e Novikov in azione lungo uno dei tiri chiave (WI4)

Vladimir Belousov in valle del Sarca

Alexander Novikov sulla parete del Monte Brento
Foto: arch. Belousov-Novikov
BROAD PEAK: SIMONE MORO NON HA ANCORA VISTO LA MONTAGNA
Avvio di spedizione ancora una volta problematico per il bergamasco, partito alla volta del Broad Peak (8047 m) il 30 dicembre scorso (si veda il post del 20 dicembre). La montagna, però, non c'entra niente. Ecco l'ultima pagina (21 gennaio 2008) del “diario” di Simone, che ci spiega direttamente, senza giri di parole, cosa sta succedendo da quelle parti.
«Abbiamo passato l'ultimo week-end a mangiarci il fegato, con il cielo sereno e mille palle che hanno tentato di giustificare l'inefficienza, mostruosa, di un paese che come una zattera galleggia trasportato dalla corrente del potere militare mal gestito. Si riducono i prezzi dei permessi per le scalate invernali ed estive ma, oltre a questo, si fa di tutto per far scappare i turisti, presentando una pessima immagine di questo paese con la bomba atomica e le pezze sul sedere (le eccezioni non contano). Sono ormai 23 i giorni passati dalla mia partenza (il tempo di una spedizione...) e sono ancora a Skardu, un villaggio che dall'Europa si può raggiungere in 48 ore. Oggi Leonhard Werth, il mio compagno alla sua prima esperienza di spedizione, è tornato ad Islamabad: domani rientrerà in Italia. Da 15 giorni aveva problemi allo stomaco e all'intestino e, nonostante tutti i farmaci specifici somministrati, la situazione non è migliorata. La lunga e snervante attesa ha poi fatto il resto. Bisogna essere masochisti per restare qua e tenere duro. Adesso, per me, è diventata una “questione di palle” (scusate il termine...): non mi muoverò dal Pakistan fino a quando non mi avranno portato al campo base, come concordato dopo che il sottoscritto ha lautamente pagato (circa 15.000 dollari, più altrettanti spesi per l'albergo - quasi un mese per sei persone! -, il cibo, gli spostamenti giornalieri in jeep, il gas per scaldarci e altro. La spedizione, ora, è composta da me, Shaheen, Qudrat, il cuoco Didar e il base camp manager (e sirdar) Amin. Tutte le mattine i miei amici sperano con me, sono convinti che si voli – visto che il tempo è perfetto... - poi arriva la scusa di turno ed allora mi guardano, temendo che esploda e cominci a menare qualcuno della base militare. Invece si sorprendono, vedendo che riesco a scherzarci sopra e a dire: vedremo, alla fine, chi la spunterà! Ci sono poi cose di cui ora non posso parlare ma che, a suo tempo, saprete. Simone».

Simone Moro e Leonhard Werth in Pakistan (arch. Moro)

Un “elettricista” pakistano (arch. Moro)
MAKALU: VENTO A 200 ALL'ORA PER URUBKO, BENET E COMPAGNI
«Non ne posso più di questo vento terribile, che sembra diventare più forte ogni giorno che passa». Così Denis Urubko ieri, 21 gennaio 2008, bloccato al campo base del Makalu (8463 m) con i compagni di spedizione Serguey Samoilov, Eugeny Shutov, Gennady Durov e gli italiani Romano Benet, Nives Meroi e Luca Vuerich. Giunti ai piedi della montagna (4800 m) il 9 gennaio, il giorno seguente i quattro moschettieri kazaki si sono spinti fino a quota 5400. Il 14 gennaio sono giunti al campo base anche i “nostri” tarvisiani, mentre Urubko e soci riuscivano a portare del materiale a quota 6000, all'inizio del pendio che conduce al Makalu La (il colle nord del Makalu, quotato 7400, che separa la vetta principale dal Makalu II o Kangchungtse, alto 7640 metri). Tra il 17 e il 18 gennaio due membri della spedizione hanno passato la notte a quota 6800, guadagnando poi altri 200 metri: la via era in ottime condizioni. Lo stesso 18 gennaio, però, il tempo è peggiorato e la squadra è stata costretta a ritirarsi al campo base (non senza qualche problema). 19 gennaio: «Il vento fortissimo ha spazzato via le nubi – sono parole di Urubko – ma, nonostante il sole, per ora non possiamo fare nulla». 20 gennaio: «Le previsioni danno tempesta fino al 23 gennaio, con vento a 200 all'ora – ha spiegato Denis -. Così non possiamo fare altro che aspettare. Non abbiamo mai visto nuvole tanto veloci...».
TRA I PREMIATI ANCHE STEVE HOUSE, VINCE ANDERSON E MARKO PREZELJ: NEL MIRINO DEL TERZETTO LA OVEST DEL MAKALU IN STILE ALPINO
Da una parte il Piolet d'or in pausa di riflessione, dall'altra il Mugs Stump Award che continua a gonfie vele. Perché quest'anno sono ben sette i progetti alpinistici, annunciati il 16 gennaio scorso durante l'Ouray Ice Festival (Colorado), tra cui gli organizzatori del riconoscimento hanno deciso di suddividere i 30mila dollari a loro disposizione, assegnando ai diversi alfieri dello stile alpino, che trovate qui sotto, somme variabili dai 1000 ai 9000 dollari.
I MAGNIFICI SETTE
- Ryan Johnson, Sam Magro, Kyler Pallister, Erik Pallister e Mike Thompson, che cercheranno di risolvere alcune linee di ghiaccio e misto, lunghe tra gli 800 e i 1000 metri, sulle pareti nord delle poco frequentate Mendenhall Towers (Coastal Range, nel settore sudorientale dell'Alaska);
- Craig McGee e Brad White, che puntano ai 3000 metri dell'ancora inviolata cresta sud-est del Mount Logan (5959 m, Canada);
- Eric Decaria e Zack Smith, nel cui mirino ci sono i 2000 metri di roccia, misto e ghiaccio dello sperone centrale della parete est del Kedar Dome (6831 m, Himalaya del Garhwal, India);
- Jonny Copp e Micah Dash, il cui obiettivo e la prima ascensione assoluta del roccioso Dojitsenga (5800 m, Kangri Garpo Range, Tibet sudorientale) per i 1500 metri della ripida cresta est;
- Kevin Mahoney, Ben Gilmore e Freddie Wilkinson, che puntano ad una via diretta sulla parete nord del Kangtega (6799 m, Himalaya del Khumbu, Nepal);
- Steve House, Vince Anderson e Marko Prezelj, che sognano l'allucinante (rocciosa) parete ovest del Makalu (8463 m, Nepal), che è ancora uno dei grandi problemi dell'alpinismo himalayano;
- Dave Turner, intenzionato a salire in solitaria la parete sud della Torre Meridionale del Paine (2500 m, Patagonia, Cile).
Gli organizzatori del Mugs Stump Award mettono a disposizione annualmente, dal 1993, alcune migliaia di dollari da destinare a spedizioni leggere in linea con quello che fu l'alpinismo di Terrence “Mugs” Stump, l'eroe della Emperor Face del Mount Robson (si veda il post dell'11 giugno 2007) scomparso in Alaska nel 1992. Tra i premiati delle scorse edizioni ricordiamo Buhler, Kurtyka e Wielicki (1994, parete ovest del K2), Ogden, Spitzer e i fratelli Benegas (1997, parete nord dello Jannu), House, Garibotti e Twight (2000, parete est del Mount Foraker), House, Prezelj e Cartwright (2003, parete nord del Masherbrum), Chabot, Miller e Anker (2003, Shark's fin del Meru), Sue Nott e John Varco (2005, parete sud-est del Kamet), House ed Anderson (2005, parete Rupal del Nanga Parbat) e, dodici mesi fa come quest'anno, Mahoney, Gilmore e Wilkinson (The Fin del Mount Foraker, in Alaska: si vedano in proposito i post del 16 febbraio e del 15 maggio 2007).

Mugs Stump a circa 6100 metri durante il tentativo del 1983 sulla parete ovest del Gasherbrum IV (arch. Michael Kennedy)