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the sad smoky mountains
accensione, mediante simboli e pensieri, del cuore infranto delle montagne e di chi le percorrE
>> Throughout the world in proximity of the arrival of the Olympic torch on the summit of Mount Everest + the inauguration of the Olympics in Peking >>
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venerdì, 29 febbraio 2008

GLI ANNI DEI LUNGHI INVERNI

Nel 1968 la Piussi-Redaelli sulla Torre Trieste, nel 1969 la Via del delle guide sul Crozzon di Brenta, nel 1970 la Via del Fratello sulla nord-est del Badile, nel 1971 la Attilio Piacco sulla nord del Cengalo, nel 1972 la Via dei cinque di Valmadrera sulla nord-ovest del Civetta e nel 1973, sulla stessa parete, il Diedro Philipp-Flamm. Sei anni e sei prime invernali, senza perdere un colpo e senza dimenticare che in tre occasioni – Badile, Cengalo e Civetta '72 – si è trattato addirittura di vie nuove. Alla base di tutto la determinazione – o la fede incrollabile? – di Gianni Rusconi: lui era la mente, l'organizzatore, il leader che riusciva a gestire perfettamente ogni cosa. Gianni sapeva cosa chiedere ai propri compagni, ai quali affidava dei compiti precisi in funzione delle loro capacità: ruoli diversi ma nessuna gerarchia, nessuna primadonna, soltanto un gruppo unito che puntava all'obiettivo (niente retorica, amici lettori: è la pura realtà). Erano gli anni dei lunghi inverni che rivivono nei ricordi e nelle immagini, fotografie e filmati, e i protagonisti di quelle epiche avventure – oltre a Gianni suo fratello Antonio, Gianbattista Crimella, Gianbattista Villa, Giorgio Tessari, Giuliano Fabbrica, Gianluigi Lanfranchi, Roberto Chiappa e Hainz Steinkötter – sono felici di averle vissute, ripensandole oggi in un misto di sensazioni che varia a seconda degli uomini. E Antonio Rusconi, per una salita o per l'altra, conclude sempre con lo stesso ritornello: «È stata dura. Quella volta non credevo proprio di farcela». Poche parole – perché Togn Palféri, come lo chiamano a Valmadrera, non è uno che ama mettersi in mostra – che racchiudono la semplicità di un personaggio unico e poi un mondo andato, fatto di slanci che oggi fatichiamo a capire. Grandissimo Antonio! Peccato che sul Philipp, giusto 25 anni fa, lui non c'era: lavorava in fonderia e la montagna era un passatempo di lusso. Gli artefici di quel successo furono così Gianni, Crimella, Tessari e Fabbrica che, tra il 7 e il 12 febbraio 1973, colsero una «prima invernale ambitissima dai migliori scalatori d'Europa. Durante quest'impresa le corde fisse furono usate solo in un tratto della parete iniziale; dunque essa va inserita tra le massime realizzazioni dell'alpinismo invernale e testimonia il valore alpinistico dei lecchesi» (Gian Piero Motti). Volete conoscere da vicino tutto questo? Cercare di cogliere l'atmosfera di questa e delle altre salite del “battaglione Rusconi”? Ecco tre consigli. Il primo: guardate e leggete quanto sta qui sotto, con Gianbattista Crimella impegnato a raccontare l'invernale del Diedro Philipp (il brano è tratto dall'Annuario del Club alpino accademico italiano, edizione 1981). Il secondo: non perdete il Dvd Gli anni dei lunghi inverni (www.intraisass.it/multivision). Il terzo: domani sera (sabato 1° marzo) fate un giro al ristorante di Marco Anghileri – che si chiama 2184 e si trova al Pian dei Resinelli, ai piedi della Grignetta – dove Gianni e compagni racconteranno (anche con le immagini, che valgono più delle parole) le loro straordinarie odissee invernali.

* * * * * * *

INVERNALE ALLA PUNTA TISSI

di Gianbattista Crimella

«È ormai da parecchi giorni che sono tornato a casa, alla vita quotidiana, in questo mondo sempre più apatico verso le conquiste umane. È una bella giornata: dalla finestra vedo i familiari profili delle Grigne e, piano piano, nella mia mente si accavallano i ricordi di questo lungo, rigidissimo inverno.

Le feste natalizie sono consacrate alla famiglia poi, verso la metà di gennaio, andiamo nel gruppo del Monte Bianco. Ritorniamo dopo sette giorni con niente di fatto nelle mani ma carichi di una grossa ed indimenticabile esperienza. Il nostro più grosso progetto è quello di ritornare in Civetta per ripetere in invernale il diedro Philipp-Flamm. Partiamo il 27 gennaio. Siamo in quattro: io, Gianni Rusconi, Giorgio Tessari e Giuliano Fabbrica. Il giorno dopo saliamo al rifugio Tissi constatando che la neve, rispetto all'anno precedente, è molto scarsa. Il 29 attacchiamo la parete. Le condizioni della stessa e il tempo favorevole ci permettono di salire in media tre tiri di corda al giorno. Passiamo quattro giorni ad andare su e giù e riusciamo a raggiungere la cengia. Tira un vento molto forte, foriero di brutto tempo: il giorno dopo constatiamo con grande amarezza che sta nevicando. È venerdì: decidiamo di tornare a casa ad aspettare il bel tempo. Non aspettiamo molto. Il lunedì sera, dopo un inenarrabile trambusto per aspettare Antonio che poi alla fine non riesce a liberarsi dagli impegni di lavoro, riusciamo a partire alle 23.30.

Salendo attraverso la val Corpassa si parla del più e del meno, si discute animatamente del piano studiato per poter conquistare la vetta, si guarda la valle che ora è tutta un manto di ghiaccio. Il giorno dopo (7 febbraio, ndr) saliamo in parete e raggiungiamo la cengia. Abbiamo con noi viveri per molti giorni, il che vuol dire che non scenderemo più: piuttosto ci metteremo in lotta col tempo. Questa è l'idea di Gianni: Giorgio e Giuliano non so di che parere siano, il mio è di certo negativo. Comunque si vedrà. Il mattino seguente (8 febbraio, ndr) ci alziamo abbastanza presto perché vogliamo salire almeno quattro tiri dei dieci di cui il diedro centrale è composto. Durante il giorno, mentre io e Gianni saliamo, Giorgio e Giuliano scendono a prendere il materiale e lo portano su. Riusciamo con nostro grande stupore a salire sette tiri di corda. La sera, tutti contenti, torniamo a bivaccare in cengia. Il giorno dopo (9 febbraio, ndr) partiamo per salire sopra il diedro ed entrare nella parte finale della via. Nevischia leggermente: restiamo perciò indecisi sul da farsi. Questa volta è Giorgio che ci sprona ad andare avanti. Alla fine della giornata, dopo aver recuperato tutto il materiale e gli zaini con i viveri, riusciamo a sistemarci sopra la torre gialla del diedro. C'è un fortissimo vento che butta a valle molta neve. Siamo in tenda ben seduti e sì, diciamolo, pure contenti. L'unica piccola nota amara è che Livio, durante il collegamento, ci avverte del sopraggiungere di una piccola perturbazione. Comunque, per questa volta, il morale tiene e cantiamo tutta la sera. Anche Gianni canta, lui che non ha mai gradito le canzoni di Battisti. Il giorno seguente (10 febbraio, ndr) nevica, però partiamo ugualmente. Riusciamo ad arrivare alla base dei camini finali. Poi la furia delle slavine ci fa indietreggiare. La mattina seguente (11 febbraio, ndr) il tempo è di nuovo bello. Arrampichiamo tutto il giorno. Tra l'altro qui effettuo il mio solito “volo” di 7-8 metri, per fortuna senza conseguenze. La sera, su un magnifico terrazzo, bivacchiamo molto soddisfatti: siamo giunti a sette tiri dalla vetta. Guardiamo nella valle le colorate luci di Alleghe durante una partita di hockey. Al collegamento, Livio ci informa che sono arrivati al rifugio il fratello di Gianni, Luigi, Antonio Sacchi e Dionigi Canali. Purtroppo ci comunica anche che è in arrivo una grossa perturbazione. Così, con un po' di timore, ci rifugiamo nei sacchi a pelo e ci assopiamo. L'indomani mattina (12 febbraio, ndr) ci mettiamo in marcia molto presto. Sono le 4.30: saliamo, io e Gianni, recuperiamo gli zaini e ne abbandoniamo uno per essere più leggeri. Arrampichiamo tutto il giorno sbattuti qua e là da un vento fortissimo e solo verso le 16, con un grido di immensa gioia, annuncio la vetta. Una gioia incontenibile ci assale. Preghiamo e cantiamo insieme.

Il vento è tanto forte che ci fa desistere dal restare a lungo sulla vetta. Partiamo decisi per arrivare prima di notte al rifugio Torrani. Purtroppo, dopo due tiri di corda, la neve si fa infida e pericolosa. Visto che il cielo è limpido, anche se con vento, decidiamo di bivaccare ancora una volta. Al mattino (13 febbraio, ndr), purtroppo, dobbiamo constatare che una nebbia fittissima ci ha avvolti. Sulla cengia che porta al rifugio Torrani rimaniamo avvolti da una fortissima tormenta. Continuiamo: io però sono molto demoralizzato. Durante le fermate cerco di scacciare certi pensieri, pensando a casa, agli amici, alle belle serate che si passano in compagnia (Crimella, al tempo della salita, aveva appena compiuto 20 anni, ndr): ogni tanto prego e riesco anche a rimanere calmo facendo considerazioni sull'alpinismo. Poi d'un tratto la corda tira e si torna alla realtà. Verso le 14 arriviamo in un punto oltre il quale non si può più proseguire. Decidiamo quindi di piantare la tenda che sarà la nostra salvezza. La tormenta non cessa un attimo. Rimaniamo fermi fino al mattino seguente (14 febbraio, ndr), quando Gianni, mettendo fuori la testa, riesce a vedere a 200 metri il cavalletto della teleferica che si trova a 20 metri dal rifugio. Immediatamente scattiamo in piedi e partiamo. Ci vorranno ben tre ore per superare quegli interminabili 200 metri, anche perché si scatena l'ennesima tormenta. Durante la bufera del giorno precedente, senza che me ne accorgessi, mi si era rotta una ghetta: della neve era entrata nella scarpetta interna ed ora ho il piede insensibile. Ci vuole circa un'ora per liberare un po' di spazio nel rifugio, pieno di mattoni e legna. Poi, mentre Giuliano e Giorgio fanno bollire del tè, Gianni mi massaggia per due ore il piede. Pensiamo agli amici che da due giorni ci stanno aspettando. Beviamo molto, ci imbottiamo bene e, sotto un cielo ancora minaccioso, partiamo per la ferrata Tissi. Due ore dopo raggiungiamo il Van delle Sasse. Qui esultiamo, scoprendo che la pista di discesa è battuta. Ricominciamo la discesa: ora il cielo è sereno. Penso a quando incontreremo gli amici per rassicurarli. Piano piano ritorniamo verso la civiltà, verso quel dono meraviglioso di Dio che è la vita. Raggiungiamo il paese che sono le nove di sera, avvisiamo gli amici per telefono che stiamo arrivando. Sono pianti e gioia da parte di persone che da sempre ci aiutano. Esco dalla sala: sono solo nella strada deserta, istintivamente guardo il cielo e vedo le stelle che questa sera sono tantissime, bellissime, evanescenti...».

* * * * * * *

DIEDRO PHILIPP-FLAMM: LE IMMAGINI

Piccola Crimella sale lungo il Philipp 1

Crimella in piena azione

Piccola Crimella sale lungo il Philipp 2

Come sopra: il giovane Crimella conduce le operazioni sulla “parete delle pareti”

Piccola Crimella sul Philipp

Qui è davvero pericoloso sporgersi (nella foto, il “solito” Crimella)

Piccola Fabbrica nel buco del Philipp

Giuliano Fabbrica nel famoso “buco”

Piccola Philipp, la parete dall

Carlo Mauri direbbe: «Bestia, che ambient!»

Piccola Philipp vetta

I quattro eroi del Philipp in inverno: Tessari, Crimella, Gianni Rusconi e Fabbrica

Foto: arch. Gianni Rusconi

giovedì, 28 febbraio 2008

SIACHEN: L'INDIA RIAPRE LE PORTE

postato da carlocaccia alle 12:05 in karakoram

DA SEGNALARE, INOLTRE, LA SECONDA SALITA DEL CHONG KUMDAN I (7071 m, VIA NUOVA) E LA SESTA DEL MAMOSTONG KANGRI (7516 m)

La zona del Siachen Glacier (Karakoram orientale), che India e Pakistan si contendono da decenni, non è più territorio proibito. Il governo di Nuova Delhi, infatti, ha recentemente annunciato la totale apertura dell'area ai trekkers e agli alpinisti stranieri, che non dovranno più appoggiarsi a squadre indiane per ottenere i permessi di scalata. Durante l'estate scorsa, comunque, le spedizioni sono state ancora congiunte e ad un team indo-americano è riuscita la seconda salita assoluta, per una via nuova lungo la cresta est-nord-est, del Chong Kumdan I (7071 m), scalato per la prima volta il 4 agosto 1991 da una spedizione indo-britannica guidata da Harish Kapadia e David Wilkinson (in vetta, per la parete ovest e la cresta nord-ovest, giunsero lo stesso Wilkinson, John Porter, Neil McAdie e William Church). L'obiettivo della squadra indo-americana – la prima, dopo quella del successo appena menzionato, ad inoltrarsi lungo il Chong Kumdan Glacier – era in realtà la prima ascensione del Chong Kumdan II (7004 m), lasciata da parte a causa della lunghezza dell'avvicinamento sul ghiacciaio. Sempre durante l'estate scorsa, sul poco lontano Mamostong Kangri (7516 m), si è invece cimentata una spedizione indo-francese a cui è riuscita la sesta salita assoluta della montagna (per la via dei primi salitori, lungo la cresta sud-est). I precedenti successi sul Mamostong Kangri, dalla splendida e inviolata parete nord (2000 metri di neve e ghiaccio), risalgono al 1984 (spedizione indo-giapponese), al 1988 (parete est, spedizione indiana), al 1989 (via normale, spedizione indiana), al 1990 (idem) e al 1992 (via normale, spedizione femminile indiana).

siachen-1

La piramide sommitale del Chong Kumdan I (arch. Lindsay Griffin)

siachen-2

I 2000 metri dell'inviolata parete nord del Mamostong Kangri (arch. Lindsay Griffin)

Cartina Siachen

La contesa area del Siachen (cartina tratta da M. CASELLA, Cime di guerra. Il Gasherbrum IV nel conflitto tra India e Pakistan, Cda & Vivalda editori, Torino 2004, p. 12)

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mercoledì, 27 febbraio 2008

DUECENTO METRI IN TRE GIORNI

postato da carlocaccia alle 11:53 in alpi occidentali

GRAN LAVORO IN ARTIFICIALE SULLA OVEST DEL GRAND PIC DE LA LAUZIÈRE PER MANU PELLISSIER, SÉBASTIEN RATEL E DIMITRI MESSINA

Un chiodo dopo l'altro, in inverno, i francesi Manu Pellissier, Sébastien Ratel e Dimitri Messina hanno vinto la partita della pazienza sulla parete ovest del Grand Pic de la Lauzière che, con i suoi 2829 metri, è la cima più alta del piccolo omonimo massiccio delle Alpi francesi, situato a sud di Albertville, tra i fiumi Isère (a est e a nord) e Arc (a ovest) e geograficamente poco distinto dal più famoso massiccio della Vanoise (in Savoia, tra la Tarentaise a nord e la Maurienne a sud). Il terzetto ha impiegato ben tre giorni (anche se non “pieni”), dall'8 al 10 febbraio 2008, per completare Si ça t'arrive en vrai: una linea di 200 metri, già tentata nel 2004, risolta quasi esclusivamente in artificiale (la relazione parla di sette lunghezze di corda valutate, nell'ordine, A2+, A3, A3+, VI/A2, A3+, A2/VI e VI+). «Dopo quattro ore di cammino – racconta Manu Pellissier – abbiamo attaccato la parete nel primo pomeriggio, ritrovando le vecchie corde fisse. Abbiamo tuttavia raggiunto la prima sosta per una fessura diagonale, evitando il diedro originale. Lungo il secondo tiro, dopo una decina di metri, Dimitri si è regalato un bel volo, facendo precipitare un blocco di circa un quintale che ha tranciato, proprio a metà, la corda fissata sotto». Bivacco alla base della parete, in una truna, e il giorno dopo avanti, guadagnando quattro difficili lunghezze seguendo una vena di quarzo. «La seconda notte – continua Pellissier – l'abbiamo passata in parete, nelle portaledge, e il terzo giorno, dopo un volo (niente di eccezionale) di Sébastien, Dimitri ha risolto in libera l'ultima lunghezza. In sintesi: una bella via, che sognavo da tempo, e tre giornate fantastiche in buona compagnia». Piccola nota finale: ricordiamo che il giovane Sébastien Ratel, tra il 22 e il 24 settembre 2007, ha messo a segno con l'esperto Stéphane Benoist l'ottava ripetizione di No siesta (Jan Porvaznik e Stanislav Glejdura, 21-23 luglio 1986, 1100 m, VI+ e A2, M6, 90°) sullo Sperone Croz della parete nord delle Grandes Jorasses (www.intotherocks.splinder.com/post/14686302).

Lauziere 4

La parete ovest del Grand Pic de la Lauzière con il tracciato di Si ça t'arrive en vrai

Lauziere 1

Manu Pellissier risale e schioda la seconda lunghezza di corda

Lauziere 2

Sébastien Ratel impegnato sul terzo tiro

Lauziere 3

Ancora Sébastien: ultima sosta, la vetta è vicina

Foto: www.gmhm.terre.defense.gouv.fr

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martedì, 26 febbraio 2008

NOTTE STELLATA SUL BADILE

postato da carlocaccia alle 13:48 in alpi centrali

ROSSANO LIBERA RACCONTA

Due uomini e una montagna. Storie che si intrecciano sul gigante di granito delle Alpi Centrali e fanno ancora sognare. Perché sono storie fatte di passione e di volontà, fuori dal tempo e contro il tempo, contro l'oggi che va da un'altra parte. Lassù, sulla lavagna della Bondasca, l'antico e il moderno si sono abbracciati: l'epopea delle invernali di una volta brilla ancora grazie alla luce nuova dei solitari. Alpinismo puro. Punto. Qualcosa che vive nei cuori, oltre le chiacchiere e le vacue opinioni, e che tuttavia ci sembra anche di poter toccare, senza più alcuna retorica e ridotto alla sua essenzialità: al confronto sportivo tra l'uomo, tra due uomini, e la montagna. E tutto questo è bello: è una carica di ottimismo che fa sperare, è gioia per Fabio e Rossano che hanno raggiunto il traguardo ed è gioia per noi, spettatori che applaudono dopo la meraviglia di una doppia, magistrale esecuzione.

I recenti fatti del Badile sono noti: dal 17 al 20 febbraio 2008 Fabio Valseschini da Lecco ha salito in prima solitaria invernale la Via degli inglesi sulla parete est-nord-est (grande bis dopo l'analogo successo lungo la vicina Via del Fratello) e tra il 22 e il 23 febbraio Rossano Libera da Novate Mezzola, in provincia di Sondrio, ha fatto lo stesso lungo la Cassin sulla nord-est (anche per lui grande bis dopo il colpaccio solitario, sempre in inverno, lungo Ringo star sulla nord-ovest). Fabio, però, non vuole raccontare: questa volta preferisce tenere tutto per sé. E Rossano? Lui, solitamente schivo, silenzioso come pochissimi altri, quasi misterioso con le sue cavalcate solitarie – alcune incredibili e mai rivelate – sulle montagne predilette, ha ceduto alla nostra insistenza e ci ha regalato l'ultimo capitolo del suo libro di avventure sul Badile. Un capitolo che segue quello, appena ricordato, ambientato in inverno sulla parete nord-ovest e poi quelli che parlano della prima ascensione di Hiroshima, delle prime salite in libera della Diretta del popolo (VIII) e della Via degli inglesi (idem), della prima ripetizione di Favola ribelle e Ringhio (senza dimenticare la seconda di Jumar Iscariota) e, per finire, della prima solitaria della recentissima Ribelli del tempo.

Rossano sognava la Cassin da solo, in inverno, da anni: non sa quante volte ci ha provato - forse 5 o magari 6 – arrivando a pensare che quella salita fosse troppo, che lui non era la persona giusta per farcela e che, prima o poi, sarebbe arrivato qualcuno “da fuori” che... Ma nessuno è arrivato: Rossano ha tenuto duro e pochi giorni fa, quasi improvvisando, ha tentato ancora ed è riuscito. Perché? I motivi sono profondi: la parete era nelle stesse condizioni dell'anno scorso, quando l'arrivo di una perturbazione costrinse l'alpinista a chiedere aiuto all'elicottero, e forse il segreto ultimo del successo sta proprio nell'uomo. Che in questi anni è cambiato, è cresciuto in ogni senso – parentesi: Rossano è nato nel 1969 – e che con gli attrezzi in mano ora si sente diverso, più preparato. «Ho acquisito una tecnica che non avevo – spiega -, che ai tempi della solitaria di Ringo star mi avrebbe permesso di salire in un paio di giorni al posto di cinque. Sulla nord-est, negli anni scorsi, ho provato a lottare per tre giorni senza arrivare al nevaio mediano. Questa volta, invece, sul nevaio ho fatto il primo bivacco, riuscendo persino a piazzare la corda lungo il tiro successivo per il giorno dopo».

Rossano (una precisazione non superflua: il cognome si pronuncia “Libéra”) ha attaccato la parete dal ghiacciaio, evitando però la rampa percorsa da Cassin e soci per salire direttamente lungo le placche, slegato, fino al Diedro Rébuffat. E a quel punto, evitando quella variante oggi comunemente seguita, ha imboccato la via originale salendo come un fulmine, approfittando dello zaino leggero (ecco, la leggerezza: un altro degli ingredienti del successo) e di uno stato mentale straordinario. Su e su, quasi sempre con le picche in mano, fino al nevaio e poi lungo i camini finali, con la loro splendida neve trasformata. Per cui misto da favola – M6, M7 e forse anche di più: Rossano conosce bene questi gradi, viste alcune precedenti esperienze come Bocconi amari risolta con Ezio Marlier sul Monte Emilius - e grande divertimento, quasi senza problemi, in una giornata in cui tutto sembrava filare miracolosamente (a parte la corda che di tanto in tanto si incastrava...) fino all'ultimo movimento, fino allo spigolo nord dove il nostro pensava di giungere soltanto domenica. Ci è arrivato, però, alle 19.30 di sabato e, vista la nottata meravigliosa, per sentire ancora vicina la Cassin ha deciso di non salire al bivacco fisso della vetta ma di starsene lì, più o meno riparato su una cengia. Il freddo? Risposta: «Sì, c'era. Ma dormo al caldo tutto l'anno e la Cassin da solo, in inverno, non la farò più...».

La luna e le stelle, lassù, e Rossano sul pulpito di granito a guardarle, in attesa del sole: momenti che l'alpinista non riesce a descrivere, che ancora oggi non gli risultano del tutto chiari perché tutto questo gli sembra incredibile. «Non l'avevo “preparata”, questa salita – confida -. Mi sono deciso soltanto la sera prima ed ogni cosa è stata come l'anno scorso, sulla nord del Ligoncio: una magia, quasi... Sono ancora un po' frastornato: tra una settimana, forse, tutto prenderà una forma più precisa. Ma adesso non so più cosa raccontare... Cioè no, ti dico un'altra cosa...». Cosa? Le antenne del cronista si raddrizzano... «Sai chi erano i due “anonimi” che domenica 17 febbraio hanno salito in giornata la Cassin e sono scesi, di notte senza sbagliare di un millimetro, per lo spigolo nord?». Sì: una guida svizzera e un cliente di Bolzano... «Sì e no: in parte è vero ma non del tutto...». Chi erano, allora? «Due guide. Una svizzera e una di Bolzano (più o meno): Roger Schäli e Christoph Hainz».

Rossano Alp

Non solo Badile: Rossano Libera su Lubna (7b) a Finale Ligure (copertina dell'ultimo numero di Alp)

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sabato, 23 febbraio 2008

OLTRE LA FORZA DELLA NATURA

postato da carlocaccia alle 21:51 in alpi centrali

SABATO 23 FEBBRAIO 2008, ORE 19.48, SMS DALLA CIMA DEL PIZZO BADILE: «CIAO CARLO. IL SOGNO SI È AVVERATO. ROSSANO»

Cosa dire? Le parole non bastano in queste occasioni: non si trovano mai quelle giuste. Perché erano anni che Rossano Libera ci stava provando: voleva riuscirci a tutti i costi e questa volta, come un fulmine, ce l'ha fatta. Da solo, in inverno, sulla nord-est del Badile: lungo la via “della parete”, la Cassin, con qualcosa in più. Il primo a riuscire senza compagni, per quella linea da favola, durante la stagione delle ombre lunghe? Opinioni autorevoli dicono di sì. Il sogno si è avverato e oggi possiamo parlare di un'avventura che ha preso il via nel primo pomeriggio di giovedì 21 febbraio, quando Rossano è uscito di casa per salire al cospetto della “sua” montagna, e che ha raggiunto l'apice poco fa, con un urlo liberatorio. Un capolavoro sulla nord-est che segue quello realizzato tra il 14 e il 18 febbraio 2004 sulla nord-ovest. E anche quella volta, per Rossano, fu prima solitaria invernale: della via – la mitica Ringo star di Tarcisio Fazzini con una variante “involontaria” di 7 lunghezze - e addirittura della parete. Prima, pochi giorni fa, Fabio Valseschini sulla est-nord-est lungo la Via degli inglesi (post del 21 febbraio) e subito dopo Rossano Libera: in meno di una settimana l'albo d'oro delle solitarie invernali sulle pareti settentrionali della leggendaria montagna del Masino-Bregaglia è raddoppiato – da due a quattro salite – ma i nomi sono sempre gli stessi. E tra le due pareti? Già: lo spigolo nord, non l'avevamo dimenticato. L'abbiamo lasciato in fondo per concludere queste righe su ciò che è stato nominando, con un groppo in gola, un fuoriclasse immenso: Giorgio Anghileri. Torniamo al presente, quindi: Rossano è in vetta, pensava di arrivare lassù soltanto domani ma è stato più veloce del suo stesso pensiero... E noi non vediamo l'ora di parlagli, di ascoltare la sua storia che, come tutte quelle scritte in inverno sul Badile, è - e resterà - una grande, grandissima storia.

Badile

Pizzo Badile, parete nord-est: la lavagna della Bondasca

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venerdì, 22 febbraio 2008

PENSIERI

postato da carlocaccia alle 09:18 in varia, frammenti di storia

PIERRE MAZEAUD: «L'alpinismo è un metodo, è la possibilità di scalare le montagne. Se si considera l'evoluzione dal di fuori, è chiaro che non vi può essere un periodo più bello dell'altro. Stabilito dunque che non esiste un'età d'oro dell'alpinismo, ma semplicemente la scoperta della montagna, non vi sembra che un ragazzo nel portare a termine una prima ascensione oggi, possa riprovare le stesse emozioni di un Cassin quando vinse la Cima Ovest di Lavaredo?».

SYLVAIN JOUTY: «Nel 1880 alcuni trovavano già che niente era più come prima, che le Alpi erano esaurite, che lo sport alpino era traviato. Bisogna evitare di cadere nel tranello di dire che ciò che all'epoca erano fantasmi oggi è realtà. Ma non bisogna neppure dire che si tratta ancora di fantasmi. Bisogna piuttosto vedere che l'alpinismo avanza di sconfitta in sconfitta: ogni prima significa, per chi viene dopo, lo sbriciolamento di un patrimonio».

FAUSTO DE STEFANI: «L'alpinismo è uno specchio della società. Per cui, se la società è malata, l'alpinismo non può non essere malato. Il fiato metropolitano è giunto sulle grandi montagne e anche lassù, ora, più che l'essere conta l'avere: l'esperienza rigenerante ha ceduto il posto al desiderio di possesso. Occorre tornare alla lentezza».

MAURIZIO GIORDANI: «L'evoluzione dell'alpinismo sta nell'uomo, non nei materiali. Ma riusciamo, oggi, a fare a meno della tecnologia? E ne vale la pena? Le risposte stanno in ciò che cerchiamo. Se l'obiettivo è un'esperienza gratificante per noi stessi non serve barare. Se invece puntiamo ai grandi titoli sui mass media allora è diverso: occorre “sparare” montagne famose, gradi alti e tempi ridotti. Credo sarebbe opportuno fare un passo indietro e riscoprire nell'alpinismo quella cultura, filosofia e poesia che, con un atteggiamento più romantico, sarebbero molto più visibili».

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giovedì, 21 febbraio 2008

VALSESCHINI COLPISCE ANCORA

postato da carlocaccia alle 15:26 in alpi centrali

Impresa sul Badile: il lecchese Fabio Valseschini ha superato in prima solitaria invernale la Via degli inglesi sulla parete est-nord-est. Salito all'attacco sabato 16 febbraio, ha messo le mani sulla roccia il giorno dopo ed è arrivato in vetta ieri, mercoledì 20, alle 16. Per Fabio è un bis fantastico dopo l'analogo successo di poco più di un anno fa (26-31 dicembre 2006) lungo la vicina Via del Fratello.

A 26 anni dal capolavoro delle cecoslovacche Zuzana Hofmannová e Alena Stehlíková, che passarono lassù dall'11 al 15 febbraio 1982, quella di Valseschini è soltanto la seconda invernale assoluta della via tracciata da Mike Kosterlitz e Dick Isherwood nel 1968 e della quale (non a caso...) abbiamo parlato anche ieri. Aggiungiamo che domenica, mentre Fabio era impegnato con il suo gran problema, una guida svizzera (forse di Berna) con un cliente di Bolzano (i nomi non sono noti) ha salito in giornata la Cassin sulla nord-est la cui prima invernale, firmata da Paolo Armando, Gianni Calcagno, Alessandro Gogna, Camille Bournissen, Michel Darbellay e Daniel Troillet, aveva richiesto un assedio di 13 giorni (con 10 bivacchi in parete) dal 21 dicembre 1967 al 2 gennaio 1968. Dopo di loro, tra il 2 e il 4 gennaio 1981, furono gli svizzeri Danilo Gianinazzi, Marco Pedrini e Michel Piola a passare in stile alpino e verosimilmente, da allora fino al 17 febbraio scorso, nessuno è più arrivato in vetta al Badile, in inverno, per la grande via del 1937.

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PRECISAZIONI

postato da carlocaccia alle 12:39 in sudamerica

LORENZO FESTORAZZI A PROPOSITO DELL'ARTENSORAJU

Instancabile esploratore delle sue montagne, autore di numerose linee nuove sulle pareti più selvagge della Grigna Settentrionale, il “Ragno” lecchese Lorenzo Festorazzi ha al suo attivo anche alcune salite nelle Ande peruviane, tra cui una via diretta sulla sud-est dell'Artensoraju. Dalla foto di Lorenzo (pubblicata qui sotto) si nota chiaramente che la linea seguita l'anno scorso da Paolo Campostrini, Graziano Botturi e Andes Foliman Rojas su quella parete (ne abbiamo parlato il 19 febbraio) coincide in gran parte con quella percorsa da Festorazzi col trevigiano Giorgio Beraldo nel 2003, dalla quale si discosta soltanto nei pressi dell'attacco e, per un tratto, nella parte superiore.

Diapositiva37 piccola bis

La sud-est dell'Artensoraju: in rosso la linea salita da Lorenzo Festorazzi e Giorgio Beraldo nel 2003, in blu le varianti di Paolo Campostrini, Graziano Botturi e Andes Foliman Rojas

Diapositiva34 piccola

Sulla sud-est dell'Artensoraju: esplode la gioia dell'alpinista

Diapositiva36 piccola

Avanti tutta verso i seracchi della parte superiore della parete

Foto: arch. Lorenzo Festorazzi

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ELIO ORLANDI A PROPOSITO DELLA TORRE CENTRALE DEL PAINE

Tra quali “vecchie” vie passa la nuova creazione di Elio Orlandi, Rolando Larcher e Fabio Leoni sulla parete est della Torre Centrale del Paine? A guardare la foto (pubblicata il 15 febbraio) sembra tutto chiaro ma gli errori e le imprecisioni, in queste cose, sono sempre dietro l'angolo... Così abbiamo girato la domanda a Orlandi e questa è la sua risposta: «El gordo, el flaco y l'abuelito passa nel corridoio rimasto libero (anche perché molto difficile) tra Magico est a sinistra e Riders on the storm a destra, incrociando Magico est in corrispondenza del terzultimo tiro, al termine delle difficoltà, per poi continuare autonomamente fino in vetta lungo un canale a sinistra dell'uscita di Magico est».

Parete est tracciato bis

La parete est della Torre Centrale del Paine con le vie: Magico est (in verde) di Orlandi, Salvaterra e Giarolli (1986, 1200 m, VII- e A3), El gordo, el flaco y l'abuelito (in rosso) di Orlandi, Larcher e Leoni (2007, 1250 m, 7a+ e A3+) e Riders on the storm (in blu) di Güllich, Albert, Arnold, Bätz e Dittrich (1991, 1300 m, 7c e A3)

Foto: arch. Elio Orlandi

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mercoledì, 20 febbraio 2008

DICK ISHERWOOD NON VA IN PENSIONE

postato da carlocaccia alle 12:46 in cina, frammenti di storia

L'INOSSIDABILE INGLESE, A QUARANT'ANNI DAL CAPOLAVORO CON MIKE KOSTERLITZ SULLA EST-NORD-EST DEL BADILE, CERCA ANCORA L'AVVENTURA TRA LE SELVAGGE MONTAGNE DEL SICHUAN

Nati entrambi nel 1943, scozzese il primo e inglese il secondo, Mike Kosterlitz e Dick Isherwood si trovarono insieme per realizzare un capolavoro (senza saperlo...) sulla est-nord-est del Badile. I due, sulla mitica parete della Bondasca, puntavano alla prima ripetizione della via di Claudio Corti e Felice Battaglia (600 m, VI+ e A2, 17-18 agosto 1953) ma, “ingannati” dalla magnifica serie di fessure che continuava sopra le loro teste, al termine della terza lunghezza di corda proseguirono direttamente, senza traversare a sinistra. Nacque così, tra l'8 e il 9 luglio 1968, uno degli itinerari più belli e ambiti delle Alpi Centrali e non solo, quella Via degli inglesi (dei britannici, in verità...) che in 550 metri oppone difficoltà di VI e A2 (VIII in libera) e che i suoi artefici, ad opera conclusa, registrarono così sul libro di vetta: «Corti-Battaglia, 2nd ascent». L'anno seguente, però, le strade di Kosterlitz e Isherwood si divisero: Mike intraprese la carriera accademica (che da Torino lo portò negli Stati Uniti, dove oggi è un fisico affermato) mentre Dick, esperto in scienze agrarie, si trasferì a Bangkok e poi in Nepal, dove diresse un istituto di ricerca prima di curare diversi progetti di sanità pubblica (in Nepal e in Bangladesh). Non trascurò tuttavia l'alpinismo, visto che nel 1969 mise in bacheca due prime assolute nell'Hindu Raj e fece lo stesso il 17 e 18 settembre 1973 sul Parbati South (6127 m, Himachal Pradesh, India) per i 1000 metri della parete sud, il 27 aprile 1974 sul Lamjung Himal (6983 m, Nepal) per la cresta sud-est e nell'agosto 1979 sul Buni Zom (6551 m, Hindu Raj, Pakistan) per la parete sud. Da non dimenticare poi il successo del 16 ottobre 1976 sul Kanjiroba (6883 m, Nepal, via nuova per la parete sud e la cresta sud-est), il tentativo del 1978, in stile alpino con Rob Collister, sull'Annapurna II (7937 m) e la prima ascensione (non ufficiale in quanto compiuta senza permesso nel 1979) del Dorje Lhakpa (6966 m, Nepal). Ma non è finita. Nel 2005, tra settembre e ottobre, in compagnia di Toto Gronlund, Peter Rowat e Dave Wynne Jones, Isherwood ha tentato il Kawarani I (5992 m) e il Kawarani II (5928 m) - due cime della piccola catena Gongkala, nel Sichuan occidentale (Cina) – e l'Haizi Shan (5833 m, Daxue Shan), di cui il 3 maggio 2004 aveva già raggiunto la cima nord. Questa lunga “premessa” ci ha portati, viaggiando nel tempo e nello spazio, all'ultima notizia: l'avventura vissuta nell'ottobre 2007 da Isherwood - con Steve Hunt e gli appena menzionati Peter Rowat e Dave Wynne Jones – sull'inviolato Yangmolong (6066 m), cima del Shaluli Shan (Sichuan occidentale) a nord del massiccio del Genyen. Lo Yangmolong, già tentato dai giapponesi nel 1991, non ha concesso nulla neppure ai britannici e l'instancabile Dick, con alcuni problemi respiratori, questa volta non ha potuto neppure partecipare alla salita “di consolazione”: l'apertura di una via nuova sulla nord del Dangchezhengla (5833 m), già salito nel giugno 2002 dai giapponesi Kiyoaki Miyagawa e Junta Murayama e poi nel marzo 2007 da una squadra cinese. La nuova linea sulla nord, valutata nel complesso D, supera prima un pilastro roccioso e poi una cresta di neve che finisce sulla via dei primi salitori. La cresta finale ha riservato ai soci di Isherwood – che starà già pensando alla “rivincita”... - anche una lunghezza di 70 metri con neve profonda ed inconsistente, letteralmente scavata da Wynne Jones che sbucava dal manto bianco soltanto dalle spalle in su.

Dick Isherwood

Il giovane Dick Isherwood (foto tratta da: Marco Volken e Giuseppe Miotti, BADILE. CATTEDRALE DI GRANITO, Bellavite Editore, Missaglia (LC) 2007, p. 147)

Dangchezhengla

La cresta finale del Dangchezhengla (www.aack.or.jp) 

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martedì, 19 febbraio 2008

CORDILLERA BLANCA: FACCIAMO IL PUNTO

postato da carlocaccia alle 12:52 in sudamerica

VIE NUOVE SUL CHINCHEY CENTRALE E SULL'ARTENSORAJU. RIPETUTA LA DIFFICILE BOUCHARD SUL CHACRARAJU OESTE

Via dalla Patagonia (ci torneremo presto...) per fare un giro tra le cime della Cordillera Blanca (Ande peruviane). Dove nel 2007, oltre alle vie dei catalani Jordi Corominas e Oriol Baró (Turbera, 1200 m, TD+, sulla nord-est del Nevado Huascarán Sur e Mostro africano, 800 m, ED, sulla sud del Nevado Copa: http://intotherocks.splinder.com/post/12999604), sono state aperte linee nuove anche sul poco frequentato Nevado Chinchey Centrale (6222 m, prima salita: W. Brecht e H. Schweitzer, 1939) e sul Nevado Artensoraju (6025 m, prima salita: C. Hartman. E. Reiss, R. Schatz e S. Steiger, 1965). Sul Chinchey Centrale, durante il mese di maggio, si sono cimentati i peruviani Elías Flores, Michel Araya, Miguel Martínez e Quique Apolinario, autori di una bella Direttissima (750 m, D) sulla parete nord-est. Piazzato il campo base sulla morena a quota 4950, il 24 maggio i quattro amici si sono spinti fino a 5200 metri e da lì, dopo una pausa forzata per il maltempo, alle 2 del 26 maggio sono partiti per la vetta, l'hanno raggiunta alle 13.30 e, percorsa a ritroso la via appena tracciata, alle 21 erano di nuovo nella loro tenda. Porta invece le firme degli italiani Paolo Campostrini e Graziano Botturi, saliti con il peruviano Andes Foliman Rojas, l'ultimo itinerario risolto sull'Artensoraju, nel cuore della parete sud-est: uno scivolo di ghiaccio e neve di circa 1000 metri dove, dopo una decina di lunghezze dirette, Campostrini e compagni hanno dovuto superare un muro strapiombante e una fascia di seracchi (ormai nei pressi della vetta). Dall'Artensoraju al mitico Chacraraju Oeste (6112 m, prima salita: Lionel Terray e compagni, 1956) finito nel mirino dei cileni Felipe Gonzáles, Juan Enriquez e Armando Monaga. Il terzetto, in 50 ore tra salita e discesa, è riuscito a ripetere la difficile via diretta della parete sud, tracciata dall'8 al 10 luglio 1977 dall'americano John Bouchard e dalla francese Marie-Odile Meunier (che pochi giorni prima avevano messo a segno la prima ripetizione della cresta sud-est del Pisco Oeste). La Bouchard, lunga 800 metri (ED, ghiaccio fino a 95°), punta direttamente al punto più alto, mancato per pochi metri da Gonzáles e soci a causa di un pericoloso fungo sommitale.

chinchey

La parete nord-est del Chinchey Centrale con la via dei peruviani Flores, Araya, Martínez e Apolinario (foto: www.nuestramontana.com)

Artensoraju

Il Nevado Artensoraju: nel mezzo della parete sud-est sale la nuova via di Campostrini e compagni (foto: www.zero8mila.it)

Chacraraju

Il Chacraraju Oeste (a sinistra) e il Chacraraju Este da sud: in rosso la diretta tracciata da John Bouchard e Marie-Odile Meunier nel 1977 e ripetuta l'anno scorso dai cileni Gonzáles, Enriquez e Monaga (foto: H. Adams Carter, The American Alpine Journal, 1983, p. 193)

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