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KARAKORAM 2008: LE PRIME SPEDIZIONI ANNUNCIATE
Chi tenterà i colossi del Karakoram durante la prossima stagione estiva? I primi nomi sono già in circolazione. Il K2 (8611 m), per ora, è nel mirino di quattro spedizioni: quella olandese di Wilco van Rooijen (6 alpinisti, partenza il 18 maggio), quella coreana di Kim Jae-Soo (8 alpinisti che tenteranno la via normale per lo sperone Abruzzi, partenza il 26 maggio),quella internazionale diretta dall'americano Michael Farris (6 alpinisti, partenza il 10 giugno) e quella di Singapore diretta da Robert Goh Ee Kiat (4 alpinisti). Da segnalare quindi la spedizione polacco-slovacca guidata da Dodo Kopold (10 alpinisti tra cui Piotr Pustelnik, Piotr Morawski e Peter Hamor) che punta ai Gasherbrum I (8068 m), II (8035 m) e III (7952 m) e al Broad Peak (8047 m, partenza in 15 maggio), quella russa di Valery Babanov (attualmente impegnato sulla ovest del Dhaulagiri con Nickolay Totmjanin) che tenterà le stesse montagne escluso il Gasherbrum III (partenza il 5 giugno) e quella bielorussa diretta da Uladzimir Tsialpuk che si cimenterà sul Broad Peak (8 alpinisti, partenza il 10 giugno). Tornando al Gasherbrum I: se la parete nord sarà tentata dagli italiani Karl Unterkircher, Daniele Bernasconi, Michele Compagnoni e Walter Nones, sull'altro versante ci saranno una spedizione internazionale di 7 elementi diretta da Jan Elleby e una relativamente numerosa squadra polacca (14 alpinisti) guidata da Ryszard Jan Pawlowski (queste ultime due spedizioni hanno il permesso anche per Gasherbrum II).
SOTTO GLI OTTOMILA. I giovani e meno giovani talenti russi di Krasnoyarsk guidati da Nickolay Zakharov, forti dell'esperienza maturata sulla nord dell'Ak-Su in inverno (www.intotherocks.splinder.com/post/11031819) e sulla Grande Torre di Trango (www.intotherocks.splinder.com/post/13135500), il 4 giugno partiranno alla volta del Skyang Kangri (7545 m, che conta una sola salita, del 1976). E se gli sloveni Pavle Kozjek, Grega Kresal e Dejan Miškovic sognano il gran colpaccio, in bello stile, sulla Muztagh Tower (7273 m, che conta quattro salite), i loro connazionali Aleš e Nejc Česen (figli d'arte), Rok Blagus, Rok Šisernik e Mihael Hrastelj puntano al celebre K7 (6934 m, tre salite). Il Diran (7257 m) sarà l'obiettivo dei giapponesi diretti da Hiroshi Kawasaki, mentre gli americani Steve Swenson e Mark Richey, dopo l'insuccesso del 2007 sulla cresta nord del Latok I (www.intotherocks.splinder.com/post/13808719) puntano al Link Sar (7041 m) e al K13 (6666 m). E il Link Sar, già tentato dallo stesso Swenson nel 2001 e ancora inviolato, sarà nel mirino anche degli italiani Maurizio Giordani, Gianluca Maspes e Massimo Faletti. Chiudiamo segnalando la spedizione austriaca allo Spantik (7027 m) e quella (mini) della neozelandese Patricia Deavoll che con Malcom Bass, dopo il colpo a vuoto dello scorso anno, si cimenterà ancora sul Bekka Brakai Chhok (6940 m).

La magnifica Muztagh Tower, obiettivo del fuoriclasse sloveno Pavle Kozjek (arch. Hayyain Joo)
MOUNT TEMPLE: HOUSE E STRONG A TUTTA VELOCITÀ SULLA GREENWOOD-JONES. MOUNT CHEPHREN: SLAWINSKI E DARBELLAY RISOLVONO IL DOGLEG COULOIR
Quando Steve House si aggira tra le loro montagne, alla guida di un camper sulla cui ruota di scorta sta scritto “Bonatti is God”, gli assi canadesi non dormono sonni tranquilli. Sanno che il colpaccio, ancora una volta, è nell'aria, e loro non potranno farci niente: House, sbandierando il suo slogan che ha un significato preciso, sta per avventarsi sulla preda prescelta, che avrà poche possibilità di scampo. E l'ultima vittima è stata la Greenwood-Jones (Brian Greenwood e James Jones, 1969, 1300 m, VI in estate, M6 in inverno) sulla parete nord del Mount Temple (3543 m, Canadian Rockies), che l'eroe della parete Rupal del Nanga Parbat, in cordata con Roger Strong, ha salito in seconda invernale tra il 20 e il 21 marzo 2008. Come? Domandate dove sta la notizia, visto che non si tratta di una “prima”? Ebbene: la prima invernale della Greenwood-Jones porta le firme dei canadesi Raphael Slawinski, Eamonn Walsh e Ian Welsted che pochi giorni prima di House e Strong, per la precisione dall'8 al 10 marzo (www.intotherocks.splinder.com/post/16371623), erano riusciti ad aver ragione di quel vione «carichi di tutti i confort casalinghi» (Slawinski) e impiegando così, per la sola salita, circa 28 ore. Steve e Roger, visto il successo di Raphael e soci, hanno quindi deciso di tentare l'avventura in a single push, senza preventivare un bivacco, e hanno dissotterrato l'ascia di guerra alle 5.45 del mattino. Alle 6.40 hanno cominciato la lotta con la roccia e il ghiaccio, a mezzanotte hanno raggiunto la cresta, alle 2 del mattino del secondo giorno erano in vetta e alle 7.15, dopo la discesa per la lunga cresta sud-ovest, sono rientrati nella loro tendina. Dunque: una corsa ininterrotta di 25 ore e mezza che, a detta di Slawinski, è stata un autentica impresa. Positivo (naturalmente?) anche il commento di House che - nonostante un volo a causa della rottura di un appiglio, mentre al buio stava cercando si salire in libera, con le mani gelate, uno degli ultimi tratti impegnativi - ha parlato di una via varia e divertente, non sempre facilmente individuabile, su «roccia buona, roccia rotta e con incastri di mano, passaggi delicati sui piedi e drytooling». Subito dopo, tra il 22 e il 24 marzo, è comunque arrivata la rivincita di Slawinski. Il canadese, infatti, insieme allo svizzero Pierre Darbellay (anche House avrebbe dovuto essere della partita ma pure a lui, come a tutti i mortali, capita di ammalarsi...) è riuscito a mettere a segno la prima salita del più volte tentato Dogleg Couloir (1300 m, M7 e A1) sulla parete nord-est del Mount Chephren (3307 m, siamo sempre nelle Canadian Rockies). Il primo giorno, senza eccessivi problemi, i due amici hanno salito il lungo canalone che caratterizza i primi due terzi della parete, raggiungendo una grotta di neve. Sopra, il secondo giorno, li aspettava il tratto chiave della via: alcuni tiri di misto, assai impegnativi, lungo una serie di camini “sporchi” nei quali, più la cordata saliva, più i funghi di neve diventavano imponenti, tanto da ricordare il Cerro Torre. E anche Raphael, giusto per pareggiare il conto con Steve, è riuscito a cadere: «Uno di questi funghi – racconta il protagonista – ha ceduto sotto il mio (non indifferente...) peso e io ho fatto un discreto volo». I due amici, non trovando un posto decente per il bivacco, hanno dovuto proseguire ad oltranza e – udite! - lungo l'ultimo tiro di corda Raphael è stato costretto a precedere per un tratto in artificiale. Il suo commento? Eccolo: «Sì, ho tirato alcuni ancoraggi... mi sento molto imbarazzato per questo. La mia scusa è la seguente: erano le 3 del mattino, ero stanco e in quel momento volevo soltanto arrivare in cima. Barry Blanchard, comunque, ha apprezzato l'“M7 e A1”, definendolo la versione moderna del vecchio “VI e A2” delle Canadian Rockies». Tre ore dopo il misfatto, alle 6 del mattino del 24 marzo, dopo 18 ore di azione ininterrotta, Slawinski e Darbellay hanno raggiunto la vetta del Mount Chephren e cominciato la discesa per il versante sud. Tutto qui, per oggi? Nossignori. Manca ancora la spiegazione dello slogan di House: “Bonatti is God” (“Bonatti è un dio”). È lo stesso Steve a sciogliere il mistero: «Ho scritto quella frase, piazzandola in bella mostra sulla ruota di scorta del mio camper, in occasione di una trasferta in Canada. Perché i canadesi sono convinti che il misto moderno, sportivo, protetto a spit, sia automaticamente esportabile in montagna. Ma si tratta di parole (forse non sempre, come abbiamo appena visto, ndr). Così ho voluto additare loro Bonatti, che ha molto influenzato il mio alpinismo, come esempio di stile».

La parete nord-est del Mount Chephren (Canadian Rockies) con la nuova via di Slawinski e Darbellay (arch. Raphael Slawinski)
Il tempo, oggi come altre volte, è tiranno. Così la storia che avevamo in mente ve la racconteremo domani, rinviando a venerdì prossimo l'appuntamento settimanale con l'alpinismo del tempo che fu. Per non lasciarvi a bocca asciutta, però, abbiamo frugato nel nostro sacco pescando l'intervista a Pavle Kozjek – vista la conferenza in programma questa sera a Lecco - pubblicata sul numero 238 (gennaio 2007) di Alp. Qualcuno l'ha già letta? Gli chiediamo scusa. Agli altri, invece, potrebbe risultare assai interessante...
KOZJEK, LAMPO SOLITARIO SUL CHO OYU
Da una parte la folla, dall'altra un solitario impenitente. Da una parte una selva di tendine colorate e campi che sembrano campeggi, dall'altra lui e il suo zaino. Di là la monotonia del già detto e del già fatto, di qua, sulla parete sud-ovest del Cho Oyu, l'impresa di Pavle Kozjek. Che in quelle 14 ore, il 2 ottobre 2006, è stato un lampo dalla base alla vetta: via nuova al primo tentativo, in stile alpino, su un colosso di 8201 metri. La notizia arriva in sordina, come una favola, ma a tu per tu con Pavle prende una forma molto concreta.
È stata un'impresa nata quasi per caso...
«Mi sono aggregato ad un gruppo di amici, meno di un mese prima della partenza. Sapevo, grazie alle informazioni del giapponese Yasushi Yamanoi, che sulla sud-ovest del Cho Oyu c'era una possibilità importante e ho deciso di provare».
Quando hai pensato di tentare da solo? Perché?
«Prima di partire. Volevo salire veloce e leggero, come avevo già fatto sulle Ande. La mia prima volta senza compagni (e senza ossigeno) fu sull'Everest nel 1997: mi trovai benissimo. Da allora ho continuato lungo questa strada».
Come vedi la tua impresa?
«La via, nel complesso, non è estremamente difficile, anche se a 7200 metri presenta una lunghezza molto dura. Lì esistono due possibilità: affrontare una cascata di ghiaccio verticale o un muro di roccia. Temendo la neve farinosa al termine della colata, ho scelto la seconda opzione. Comunque, più che per la sua difficoltà, credo che la mia salita sia da segnalare per lo stile adottato, che sugli Ottomila è ancora rivoluzionario».
Hai dimostrato qualcosa?
«Sì. Che anche sui giganti himalayani lo stile superleggero non è un'utopia».
Anche sulla nord dello Jannu?
«Su pareti del genere, prevalentemente rocciose, non è possibile correre troppo. Ma sono sicuro che, in futuro, anche su quelle muraglie la velocità aumenterà sensibilmente».
Quando conta lo stile?
«Per me è tutto. Da quindici anni, con le idee e la pratica, sono un alfiere del fast and light e credo nel futuro di questo stile. Perché mette in luce le capacità fisiche e mentali dell'alpinista, lasciandogli delle profonde impressioni. Salire lentamente da un campo all'altro, anche su terreno tecnicamente più impegnativo, non potrà mai regalare le stesse sensazioni».
Yosemite Valley, Ande, Himalaya: cosa preferisci?
«Ho provato tutto e... mi piace tutto. El Capitan è stato un'eccellente palestra per il Cerro Torre e sulle Ande peruviane ho imparato molto per l'Himalaya. Negli ultimi anni, comunque, il mio terreno di gioco preferito sono state proprio le cime andine: non richiedono permessi, sono ricche di possibilità e una spedizione si risolve in tre settimane. Tra lavoro e famiglia ho sempre i giorni contati... Poi mi piace l'atmosfera dell'America latina: una vera ricarica delle batterie, in vista della stressante vita europea».
Che progetti hai?
«Ho in mente tre belle linee, sulle cime peruviane. L'estate prossima, quindi, spero di essere laggiù (www.intotherocks.splinder.com/post/15163342). Poi, ecco... sogno sempre salite come quella sul Cho Oyu. Ma penso anche a mia moglie e a mia figlia, che mi vorrebbero a casa. Sono entrambe sportive – Nada, mia moglie, pratica il triathlon, Ana Karin, mia figlia, fa parte della nazionale giovanile slovena di nuoto – ma temono che mi possa accadere qualcosa. E io le capisco».
Un'ultima domanda: cosa cerchi in montagna?
«Domanda difficile... Le montagne mi appagano, mi rendono soddisfatto. Qualche volta, durante una salita, mi capita di chiedermi: ma è necessario tutto questo? La risposta arriva alla fine, con un senso di gioia e di pace. Arrampicare mi viene naturale e credo che, nella vita, ognuno debba mettere a frutto i propri talenti. Non farlo sarebbe una specie di peccato».
* * * * * * *
LA SCHEDA DEL CAPOLAVORO - Il 2 ottobre 2006, alle 18, lo sloveno Pavle Kozjek ha calcato la vetta del Cho Oyu (8201 m) per una nuova linea sulla parete sud-ovest – a sinistra della via Yamanoi (1994), a sua volta a sinistra della Kurtyka-Loretan-Troillet (1990) – e seguendo l'ultimo tratto della cresta ovest (salita da una spedizione polacca, 1986). Senza ricognizioni preventive, acclimatato lungo la via normale, Kozjek ha lasciato il campo base alle 3.30 del mattino, raggiungendo la cresta alle 10 e completando la scalata “a vista” in poco più di 14 ore. Il giorno stesso è sceso al campo 2 (7000 m) lungo la normale. La nuova via si sviluppa per 1100 metri in parete e per 900 metri in cresta, con un difficile tratto roccioso (V-) a quota 7200, superato da Pavle senza autoassicurazione. Zaino leggerissimo per il fuoriclasse sloveno: 3 thermos di liquidi, 6 barrette energetiche, guanti di ricambio, sacco da bivacco e macchina fotografica. Alle sue spalle, lo stesso giorno, si sono mossi anche altri quattro componenti della spedizione - Emil e Aljaž Tratnik, Uroš Samec e Marjan Kovač – che, ripetuta la linea sulla parete sud-ovest e raggiunta quindi la via normale, sono giunti in vetta il giorno seguente, dopo un bivacco. I quattro, dove Kozjek ha preferito affrontare il muro roccioso di V-, hanno salito (potendo assicurarsi) la colata di ghiaccio verticale.
PAVLE KOZJEK OSPITE A LECCO: DOMANI ALLE 21 APPUNTAMENTO DA NON PERDERE IN SALA TICOZZI. URBAN GOLOB, CHE SARÀ PRESENTE ALLA SERATA, RACCONTA A INTOtheROCKS LA SUA ULTIMA AVVENTURA CON IL SOLITARIO DELLA SUD-OVEST DEL CHO OYU
Pavle Kozjek, 49 anni, sloveno: alpinismo allo stato puro. Dalle Alpi alla Patagonia, dalla Yosemite Valley agli Ottomila (in stile insuperabile), dalle Ande Peruviane (le sue montagne preferite?) per tornare alle cime di casa: avventure incredibili, di cui abbiamo già parlato (www.intotherocks.splinder.com/post/15163342) e che dobbiamo ricordare. Perché domani sera (27 marzo), alle 21, il fuoriclasse di Lubiana, campione del fast and light, sarà protagonista in sala Ticozzi (via Ongania) a Lecco. Il titolo della serata, organizzata ancora una volta dal gruppo Gamma e dalla sezione cittadina dell'Uoei (ingresso 5 euro), è semplice e chiarissimo: “Le mie grandi, veloci arrampicate”. L'abbiamo già detto: alpinismo allo stato puro, un confronto tra due protagonisti – la montagna e l'uomo – che quando si incontrano danno vita a storie che non ci stancheremo di ascoltare. Così, in attesa dell'incontro di domani, abbiamo invitato Urban Golob, amico e compagno di cordata di Pavle, alpinista e fotografo (www.urbangolob.com), a raccontarci tra le altre cose Lepotica je zver (“La bella è la bestia”): una storia che in realtà è una via (550 m, VI+ e A1) tracciata il 9 settembre 2007 – da Pavle e Urban, naturalmente - sul Pilastro del Diavolo della parete nord-ovest del Prisojnik (o Prisank, 2547 m), complessa montagna delle Alpi Slovene che si innalza pochi chilometri a sud di Kranjska gora, nel gruppo del Razor (2601 m), a nord-ovest del celebre Triglav (2863 m).
UNA PARETE PIUTTOSTO INTERESSANTE
di Urban Golob
«La parete nord-ovest del Prisank (o Prisojnik, ndr) è piuttosto interessante. Imponente, si alza appena sopra la strada che da Kranjska gora porta al passo Vršič e quindi nella valle Trenta. Durante l'estate la carrozzabile è invasa dai turisti, dai ciclisti e dai motociclisti. Gli arrampicatori, invece, capitano da quelle parti soprattutto in inverno per salire le cascate ai piedi della parete, che non è troppo ambita dagli alpinisti moderni. Si tratta, infatti, di una muraglia molto vasta, dalla roccia non sempre compatta. Non mancano tuttavia alcuni settori verticali meritevoli di attenzione, dove la roccia è migliore. Gli avvicinamenti sono più lunghi, d'accordo, ma non si tratta di un vero problema: un climber in forma può raggiungere senza difficoltà in meno di due ore, grazie alle ferrate e alle larghe cenge, anche gli angoli più remoti della parete. Le possibilità di nuove vie sul Prisank non mancano e, negli ultimi anni, due alpinisti sloveni sono rimasti affascinati da questa montagna: Pavle Kozjek e il sottoscritto. La mia prima via nuova lassù risale al 1999 e supera quel settore di parete – ripido e caratterizzato da roccia bianca – chiamato Mala Goličica. La via è di media difficoltà – 350 metri di IV e V con un pizzico di VI+ - ma la prima ascensione fu una vera avventura. Ero con una ragazza che, reduce da una frattura ad una caviglia, due tiri prima della vetta si ritrovò con l'articolazione bloccata. In qualche modo, comunque, terminammo la salita per cominciare subito la lunga, lunghissima discesa (su terreno ripido e senza traccia). Il buio non si fece attendere troppo e, senza lampada frontale, fui costretto a trasportare e a calare alla cieca la mia compagna. Raggiungemmo l'automobile alle 2 del mattino! Cinque anni dopo proposi ad Aljaž Anderle di tracciare una linea nel settore superiore della parete. Delle placche chiare, ancora una volta, ci riservarono un'arrampicata più semplice del previsto: 400 metri fino al VI ma prevalentemente IV e V. Nel 2007 ho sentito ancora il richiamo della nord-ovest del Prisank: sono tornato lassù riuscendo a risolvere una via di V+ (più facile delle due precedenti) nel settore Skofova glava. La parete, nel frattempo, era nuovamente finita nel mirino di Pavle Kozjek che, dopo due “prime” risalenti ai primi anni Ottanta, aveva tracciato una via sul Pilastro del Diavolo – il settore più interessante della muraglia – e ripetuto una creazione del leggendario Franček Knez. Pavle, notata una bella possibilità nel cuore del pilastro, mi ha invitato a seguirlo. Era il 9 settembre ma faceva assai freddo: non è mancata neppure la neve. La via, che ci è costata dieci ore di fatica e abbiamo chiamato La bella è la bestia, si svolge inizialmente su roccia solida, con placche e fessure. Oltre un diedro strapiombante, con un tratto di A1, ci si ritrova su rocce rotte: una decina di metri per nulla piacevoli (“la bestia”) dopo i quali il terreno torna solido fino al termine. Ma ecco il commento di Pavle: “Siamo riusciti a scalare un'altra linea, davvero molto bella, su quel versante. E credo, nonostante le pareti principali delle Alpi Giulie siano state salite dappertutto e sia quindi difficile trovare “spazi bianchi” dove tracciare altri itinerari importanti, che sulla nord-ovest del Prisank non sia stata ancora detta l'ultima parola”».
In alto, Pavle Kozjek (arch. Kozjek). Qui sopra, Urban Golob (arch. Golob)

Urban Golob in azione sulla nord-ovest del Prisank (arch. Kozjek)

Ancora Urban impegnato sul Pilastro del Diavolo: in questo tratto de La bella è la bestia la roccia è ottima (arch. Kozjek)

Pavle Kozjek alle prese con “la bestia”: dieci metri di strana arrampicata su roccia tutt'altro che solida (arch. Golob)

Il Pilastro del Diavolo della parete nord-ovest del Prisank con le vie: Baebler-Župančič (1936, 450 m, V-, puntini blu), La bella è la bestia (in verde), la Via dell'Angelo (Knez e compagni, in blu) e un'altra creazione di Kozjek (in rosso, arch. Kozjek)

La bella è la bestia dalla base del Pilastro del Diavolo (arch. Kozjek)

La vasta e complessa parete nord-ovest del Prisank. La freccia indica il Pilastro del Diavolo (arch. Golob)
Giacomo Rossetti ci ha lasciati.
www.vallesabbianews.it/PaeseDettaglio.asp?NumArt=4321

Cerro Torre, parete est, via Quinque anni ad Paradisum – Ermanno Salvaterra, Alessandro Beltrami e Giacomo Rossetti, novembre 2004
RAGGIUNTO IL CAMPO BASE DELLA OVEST DEL DHAULAGIRI E COMINCIATO L'ACCLIMATAMENTO (FINO A QUOTA 5000). OGGI GIORNO DI RIPOSO
Giunti a Kathmandu il 15 marzo (www.intotherocks.splinder.com/post/16336276), Valery Babanov e Nickolay Totmjanin hanno subito sbrigato, in un paio di giorni, tutte le faccende relative alla loro avventura sulla ovest del Dhaulagiri. Si sono anche incontrati con Elizabeth Hawley che, nata nel 1923 a Chicago e dal 1963 in Nepal, non è ancora stanca di raccogliere le informazioni relative alle decine, se non centinaia, di spedizioni che ogni anno si cimentano con i colossi himalayani. Il 18 marzo i nostri protagonisti hanno cominciato l'avvicinamento al campo base (3650 m), raggiunto quattro giorni dopo: «La ovest del Dhaulagiri è proprio sopra di noi – ha scritto Babanov nel suo sito web – ed appare davvero impressionante». Il 23 marzo, alle 9, il campo è stato ufficialmente aperto e consacrato con il rito chiamato pudjia. Così ieri, approfittando del tempo relativamente buono (nonostante le quotidiane nevicate pomeridiane), Valery e Nickolay hanno cominciato l'acclimatamento spingendosi fino a quota 5000. Anche il programma odierno è assai interessante: riposo al campo base. A proposito di Totmjanin: nei giorni scorsi (www.intotherocks.splinder.com/post/16336276), presentando le sue salite principali, abbiamo tralasciato di segnalare la prima invernale (terza ripetizione assoluta) di Sueños de invierno (600 m, VI+ e A4) sulla parete ovest del Naranjo de Bulnes (2519 m, Picos de Europa, Cordillera Cantábrica, Spagna). L'importanza della scalata, riuscita a Totmjanin in cordata con Anatoly Moshnikov, Alexander Klenov e Viktor Volodin (cinque giorni in parete nel febbraio 2001) dipende sia delle difficoltà della via (che ai primi salitori - Miguel Ángel Díez e José Luis García Gallego - richiese ben 69 giorni di permanenza ininterrotta in parete, dal 1° marzo all'8 maggio 1983!) sia dalle condizioni in cui viene a trovarsi il Naranjo de Bulnes durante la stagione fredda, con notevolissime nevicate e vento terribile (costante fino a 120 km/h).

Gita in Nepal, da Kathmandu al campo base della ovest del Dhaulagiri. Da notare, nello zaino del simpatico signore russo dai capelli grigi, l'utilissimo vecchio parapioggia (www.babanov.com)
Ecco un altro brano, dopo Opinioni (www.intotherocks.splinder.com/post/15758550), tratto dall'articolo Per tutti e per nessuno (Rivista del Cai, 1934) di Eugenio Fasana. Da meditare, come sempre.
«Se si pensa che i monti sono ineguaglianze della superficie terrestre le quali non assumono nemmeno l'importanza che hanno le rughe sui nostri volti, per cui l'alpinista che raggiunga una vetta si avvicinerebbe alla divinità quanto una formica, salendo su un sassolino, s'avvicina al sole, allora non resterebbe da dire altro che l'unico significato della montagna è di essere montagna. Ma se tutto nella natura alpina è silenzio, e l'armonia che noi crediamo di scoprirvi è inganno dei sensi esaltati, non è divina questa facoltà dell'alpinista che suscita dal nulla l'ebbrezza? Ricordo un delizioso episodio dei “Fioretti” in cui si vede San Francesco già quasi cieco chiedere conforto alla musica. Siccome frate Egidio non osava andare in cerca di una cetra per timore di uno scandalo, il Santo si procurò l'illusione della musica trasformando in un violino immaginario due pezzi di legno e mettendosi a fare il gesto del suonatore. Il suo volto si illuminò perché egli udiva nel suo segreto la musica divina dello spirito. Anche l'alpinismo, come ogni attività umana, contiene dunque la sua parte di illusione. Esso dà emozione di felicità, cioè un'illusione di felicità; e questa, a sua volta, insegna ad “andare al fuoco” e drammatizza la vicenda dello spirito in montagna con l'illusione della conquista, senza farci pensare che tutto è vano, che la meta ci sfuggirà sempre. Ma in ciò appunto sono anche la forza e il segreto delle virtù antiche. Il che torna a significare che se l'alpinismo ha molti pregi non è tanto nella conquista – in sé e per sé un po' sterile o almeno imperfetta – quanto in tutte quelle attività che consentono il rischio e la speranza. Questo è nella sua ultima essenza il vero piacere dell'alpinismo: piacere intenso e prezioso, che rende la vita più bella e più degna di essere vissuta; poiché tutto il piano della natura intorno alla vita umana si aggira sopra la gran legge di distrazione, illusione e dimenticanza. Quanto più questa legge è svigorita, tanto più il mondo va in perdizione».

SOTTO LA LENTE: I 34 GIORNI DI SOLITUDINE DI DAVE TURNER SULLA EST DEL CERRO ESCUDO
Un lampo nel cielo dell'alpinismo: la notizia della solitaria di Dave Turner, ventiseienne di Sacramento (California), sulla est del Cerro Escudo (2440 m, Patagonia) ha lasciato tutti a bocca aperta. Perché nessuno, da quelle parti, era mai riuscito a rimanere 34 giorni in parete ad aprire in splendido stile una grandiosa via nuova, battezzata Taste the Paine: l'impresa di Turner – svoltasi dal 23 dicembre 2007 al 25 gennaio 2008 - si colloca nel solco di quelle di Renato Casarotto sul pilastro nord del Fitz Roy (1979) e di Steve “Shipoopi” Schneider sulla parete est della Torre Centrale del Paine (1999, per altre informazioni: www.intotherocks.splinder.com/post/11238172). «Mentre Dave era in parete – racconta Schneider, che ha salito El Capitan 90 volte... - ho passato parecchio tempo laggiù e ho parlato con lui via radio, la prima volta durante il quindicesimo giorno di scalata. Nessuno prima di me, urla escluse, si era ancora messo in contatto con Dave. “Non ci posso credere – mi ha detto – questa è l'avventura della mia vita, la via della mia vita”. Durante la scalata ho accompagnato mia madre in un tour patagonico di 12 giorni, ho esplorato un nuovo percorso nella zona del Paine e sono stato in Turchia 10 giorni per lavoro... Per tutti gli alpinisti che si aggiravano da quelle parti la salita di Dave è stata uno spettacolo eccezionale, una fonte di meraviglia».
La est del Cerro Escudo è un muro compattissimo e strapiombante: un gigante di granito alto circa 1200 metri. Nessuno, prima di Turner, era riuscito a raggiungere la vetta della montagna salendo da quella parte. Nel dicembre 1992 gli inglesi Jerry Gore e Andrew Perkins salirono lo spigolo nord, rinunciando alla cima a causa delle rocce sfasciate della cresta sommitale. Il settore destro della parete est fu quindi tentato tra il 1° e il 28 gennaio 1994 da una spedizione tedesca: i 10 alpinisti, guidati da Günther Manz, salirono per 850 metri (22 lunghezze di corda) giungendo forse ad una cinquantina di metri dalla via di Gore e Perkins. Pochi mesi dopo arrivarono ai piedi dell'Escudo gli americani Brad Jarrett, Christian Santelices e Chris Breemer: il terzetto sferrò l'attacco decisivo il 17 dicembre 1994 (dopo aver attrezzato la parte inferiore della parete) e il 4 gennaio 1995 toccò la cresta sommitale. The Dream (“Il sogno”, 1200 m, VI+ e A4+) era realtà: la parete est del Cerro Escudo era stata finalmente superata. Tuttavia, come Gore e Perkins, anche Jarrett e soci, «esausti dopo 19 giorni consecutivi di scalata» (The American Alpine Journal, 1995, p. 222), preferirono rinunciare alla vetta. All'inizio del 1997 la parete finì quindi nel mirino degli svizzeri Jean-Daniel Nicolet, Yann Smith, Pierre Robert e Régis Dubois: il tentativo, nell'estremo settore destro della muraglia tra la linea incompiuta dei tedeschi e lo spigolo nord, fu ripreso tra il 2 e il 24 dicembre del medesimo anno dallo stesso Nicolet e da Jean-Michel Zweiacker che, costretti a tornare indietro ad un passo dalla spalla (per uscire dalla parete mancavano loro poche decine di metri valutate attorno al V+: la parte ripida era ormai superata), hanno deciso di dare ugualmente un nome alla loro creazione (Et si le soleil ne revenait pas..., 900 m, VI+ e A4). E nelle scorse settimane è arrivato il turno di Dave che, forte di sei anni di durissimi cimenti su El Capitan (dove nel 2005, rispettivamente in 18 e 20 giorni, ha tracciato in solitaria sulla parete sud-est Block Party e Atlantis: per entrambe si parla di A4+...) e fresco di una via nuova sulla nord del Taulliraju (per saperne di più: www.intotherocks.splinder.com/post/14115264), ha realizzato il suo capolavoro nel bel mezzo dell'Escudo, raggiungendo un obiettivo a cui puntava da anni e che ha già lasciato il posto ad un altro, folle sogno: salire in inverno (ossia tra pochi mesi...), ancora una volta senza compagni, la parete meridionale della Torre Sud del Paine.
«Sono arrivato in Patagonia il 15 novembre – racconta Turner -, dopo aver trascinato da casa, a Sacramento, i miei cinque sacconi: un avventura! A Buenos Aires, in aeroporto, sono stato derubato. Fortunatamente sono riuscito a recuperare tutto il materiale: un bel peso, 70 mila dollari di roba! Dalla fine della strada alla parete ci sono 12 miglia: prima di cominciare ad arrampicare ho ripetuto quel tragitto 11 volte, per complessive 264 miglia. Per fortuna c'era l'iPod da 60 giga... Avevo due corde da 70 metri, più una statica per il recupero dei sacconi. Dopo aver piazzato le fisse lungo i primi 130 metri – placche non troppo difficili: IV e A3 – ho cominciato a portare il materiale in alto». Sfortunatamente, mentre era impegnato nel recupero di un saccone, Dave si è ritrovato sotto una pioggia di frammenti di ghiaccio e sassi: non ha potuto far altro che scendere di corsa, raggiungendo il campo e tornando poche ore dopo alla base della parete. Lì lo aspettava una sorpresa: «Una bella palla da basket di roccia, piombata dall'alto a tutta velocità, era finita proprio sul mio materiale. Parecchia roba era completamente distrutta e anche l'imbragatura era rovinata. Nessun problema per gli aggeggi da scalata – ne avevo di scorta – ma per l'imbragatura non potevo fare nulla». Dave, come detto, ha cominciato la sua odissea il 23 dicembre: sapeva che avrebbe trascorso il Natale, il Capodanno e... il compleanno aggrappato alla “sua” montagna. La prima notte sulla portaledge l'ha passata una lunghezza di corda sopra la larga cengia che attraversa la parte inferiore della parete: gli ancoraggi dell'amaca, come metà di tutti quelli di sosta, erano naturali. Spiega Dave: «Ho bucato il meno possibile e, quando l'ho fatto, ho usato due vecchi chiodi da un quarto di pollice per sosta, veloci da piantare e leggeri. Raccomando quindi ai secondi salitori (o al secondo salitore...) di portare con sé un mazzo di spit “veri” per sostituire i miei, lasciando inalterate le soste su ancoraggi naturali. Lungo i tiri, invece, ho bucato da nessuna a sei volte, esclusi due casi dove di buchi ne ho fatti 10 o 12. Non mi sembra male, considerando la lunghezza dei tiri – tra i 65 e i 70 metri – e l'inclinazione della parete». Insomma: Dave è davvero soddisfatto e non soltanto perché mai aveva affrontato una via tanto impegnativa. Taste the Paine è anche una linea bellissima, lungo strette fessure strapiombanti, senza fine, che incidono un granito eccellente in un posto da favola. Il tratto chiave della via si trova a circa 400 metri dalla base: «Dopo alcuni solidi chiodi – racconta il giovane fuoriclasse – si incontra una serie di 12-14 beaks che, se non è la più lunga della via, si trova però sopra un terrazzo. Molti di quegli aggeggi sono saltati mentre li provavo e tutti, tranne un paio, li ho levati con le mani...». Raggiunta una cengia larga 80 centimetri, Dave è stato sorpreso dal maltempo. Per due giorni e mezzo la tempesta non gli ha dato tregua e, incredibile ma vero, su quel minuscolo ripiano si sono depositati tre metri di neve! «Durante le prime tre settimane, lungo la prima metà della via, il tempo non è mai stato decente – spiega Turner -. Soltanto in seguito è migliorato, permettendomi di superare la parte superiore della parete, più difficile e strapiombante, in una quindicina di giorni. Ricordo che, risalendo lungo le corde, mi ritrovavo a 6-10 metri dalla roccia... A tre tiri dalla cresta sommitale, ancora inviolata, ho capito che l'odissea stava per finire. Tuttavia non sapevo che sarei passato da un granito da favola ad una cresta sfasciata...». Il trentatreesimo giorno, lasciata gran parte dell'attrezzatura in sosta, Dave ha salito l'ultimo tiro in artificiale, alle 11 si è avventurato lungo la rampa finale (due lunghezze) e ha raggiunto la cresta in corrispondenza di un intaglio. Una torre gli impediva di vedere il tratto che mancava alla vetta e quindi... avanti subito fino al punto più alto! Per la discesa la scelta è stata obbligata: dietrofront fino alla sosta col materiale e poi giù - 18 ore di doppie guastate dal vento - lungo la parete. Il commento finale di Dave? Semplice: «Il mio sogno era diventato realtà. Anzi, no: io l'avevo fatto diventare realtà!».

La vertiginosa parete est del Cerro Escudo (arch. Dave Turner, www.climbing.com)

Dave in parete (arch. Mike Rayner, www.climbing.com)

Turner nel 2005 durante l'apertura (in solitaria) di Block Party su El Capitan (www.supertopo.com)

Ancora un momento della salita di Block Party. Gli altri personaggi nella foto sono impegnati lungo Tempest e Sea of Dreams (www.supertopo.com)
RAÚL COROMINAS, CATALANO, HA REALIZZATO UN SOGNO: LA LUNGHISSIMA TRAVERSATA, AFFRONTANDO BEN 50 MONTAGNE, DELLA SPINA DORSALE DEL SUDAMERICA
Tutti gli Ottomila? Le Seven summits? I Quattromila delle Alpi? No: il giovane catalano Raúl Corominas, da non confondere con il più celebre Jordi, sognava le Ande. Tutte le Ande, però, da cima a fondo (anzi: dal fondo alla cima), salendo le montagne più alte di ogni paese e non solo. La lunghissima traversata, a piedi e in autobus, gli è riuscita nel corso dell'intero 2007 e nei primi giorni del 2008: in tutto, Raúl, ha affrontato 50 vette tra cui 7 Seimila e 21 Cinquemila, alcuni dei quali probabilmente inviolati. «È stato un ottimo viaggio – ha commentato il protagonista – riuscito grazie a molta umiltà e fortuna. L'avventura è cominciata nel gennaio 2007 a Ushuaia, all'estremità meridionale del continente. Dal Cile sono passato in Bolivia e quindi in Perù, rinunciando ai percorsi più frequentati per inoltrarmi nella Cordillera de Vilcanota». Dopo la salita del Nevado Huascarán Sur è stata la volta delle montagne dell'Ecuador. Ecco quindi la Colombia: «Un paese tranquillo, con gente tranquilla, dove però non sono riuscito a salire la montagna più alta, il Pico Cristóbal Colón (5775 m). Ho così optato per il Ritak' Uwa Blanco». Il viaggio è continuato in Venezuela, dove Corominas ha scalato il Pico Bolívar per la parete sud, e si è concluso poche settimane fa sulla vetta dell'Aconcagua che, con i suoi 6959 metri, è la montagna più alta dell'intero continente americano. Ma ecco la lista completa delle cime affrontate (con 48 successi) dal giovane catalano: 1. Cerro Princesa (2121 m, Argentina); 2. Cerro Catedral Norte (2349 m, Argentina); 3. Cerro Cinco Hermanos (1371 m, Argentina); 4. Monte Olivia (1408 m, Argentina); 5. Cerro Huemul (2711 m, Argentina); 6. Volcán Lanin (3776 m, Cile); 7. Cerro Punta Flecha (3900 m, Argentina); 8. Cerro Rojo (4000 m, Argentina); 9. Cerro Torre Amarilla (4315 m, Argentina); 10. Cerro Leñas (4352 m, Argentina); 11. Cerro Frankie (5050 m, Argentina); 12. Cerro San Bernardo (4350 m, Argentina); 13. Ojos del Salado (6893 m, Cile); 14. Sajama (6543 m, Bolivia); 15. Tarija (5240 m, Bolivia); 16. Pequeño Alpamayo (5370 m, Bolivia); 17. Huayna Potosí (6080m, Bolivia, salito 5 volte); 18. Janko Pinti (5878 m, Bolivia); 19. Punta Gavarresa (5500 m, Bolivia, probabile prima ascensione assoluta); 20. Punta Relat (5500 m, Bolivia, probabile prima ascensione assoluta); 21. Ninaparko (5900 m, Perù); 22. Peak 15 Voltes (5400 m, Perù, probabile prima ascensione assoluta); 23. Punta de les Cigales (5400 m, Perù, probabile prima ascensione assoluta); 24. Maria Huamantilla (5500 m, Perù); 25. Yanahaha Sud-est (5700 m, Perù); 26. Warak Punta (5800 m, Perù, probabile prima ascensione assoluta); 27. Huascarán Sur (6768 m, Perù); 28. Cashan (5701 m, Perù, tentativo fino a quota 5370); 29. Sacas (5703 m, Perù, tentativo per la cresta ovest fino a quota 5400); 30. Condoriri Ala Sur (5482 m, Bolivia); 31. Condoriri Central (5696 m, Bolivia); 32. Punta Elisa (5505 m, Bolivia); 33. Punta Solitaria (5952 m, Bolivia); 34. Puca Punta (5900 m, Bolivia); 35. Huacana (6200 m, Bolivia); 36. Chimborazo (6310 m, Ecuador); 37. Cotopaxi (5897 m, Ecuador); 38. Ritak' Uwa Blanco (5330 m, Colombia, salito 2 volte); 39. Punta Frailejón (4600 m, Venezuela); 40. Pan de Azucar (4550 m, Venezuela); 41. Piedras Blancas (4780 m, Venezuela); 42. Pan de Sal (4600 m, Venezuela); 43. Taas Kupin (4550 m, Venezuela); 44. Punta Arenas (4710 m, Venezuela); 45. Cima Castillo (4680 m, Venezuela); 46. Pico Gavilan (4610 m, Venezuela); 47. Torre Soldados (4540 m, Venezuela); 48. Pico Bolívar (4980 m, Venezuela); 49. Nevado Humboldt (4942m, Venezuela); 50. Aconcagua (6959 m, Argentina).
PAMIR-ALAI: GRANDE INVERNALE SULLA PARETE NORD-OVEST DEL PEAK 4810 PER VALERY SHAMALO E COMPAGNI
Sulla ovest del K2, l'estate scorsa, Valery Shamalo aveva gettato la spugna poche ore prima del trionfo. Sulla nord-ovest del Peak 4810, pochi giorni fa, il campione di San Pietroburgo, classe 1965, ha invece colto un importante successo invernale in compagnia dei concittadini Rustem Nagaev, Dmitry Krasnov, Dmitry Polenov e inoltre di Galina Chibitok. La cordata, giunta in vetta il 14 marzo, dovrebbe aver seguito la difficile via Voronov (tracciata nel 1988, 6B nella scala russa, ED+ in quella occidentale). Ricordiamo, in attesa di altre informazioni, che il Peak 4810 è un magnifico monolito granitico, estremamente liscio, che si impenna per 1200 metri nel cuore del Pamir-Alai: un gigante più volte preso di mira dagli alpinisti dell'ex Unione Sovietica che vi hanno tracciato, anche in contemporanea, diversi itinerari di altissimo livello tecnico.

La nord-ovest del Peak 4810 con la via seguita da Shamalo e compagni

Valery Shamalo (www.k2-8611.ru)