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RIVEDUTA E CORRETTA LA LISTA DELLE RIPETIZIONI: LA SECONDA, DEL 1979, PORTA LE FIRME DEI CECOSLOVACCHI MROZEK E SPLICHAL E L'OTTAVA, DEL 2007, È RIUSCITA A NEIL BRODIE E MARC CHALLAMEL
Nell'inverno 1980 uno squadrone di cecoslovacchi assediò la nord-ovest del Civetta: gli eroi dell'est tornarono a casa con le prime invernali della Bellenzier sulla Torre d'Alleghe (Jan Doubal, Joska Nezerka e Stano Silkan, 28-29 febbraio), della Via degli amici (gli stessi con Zuzana Charvatova, 2-5 marzo) e della Via dei Fodomi alla Punta Civetta (Miroslav Smid e Honza Fulka, 3-7 marzo). Ma non è tutto: dal 2 al 12 marzo, sulla nord della Piccola Civetta, Jan Porvaznik e Peter Valovic si scatenarono lungo una linea nuova di 1400 metri, con difficoltà di V+ e A3. La fama di Porvaznik è tuttavia legata ad un'altra creazione: la celebre No siesta tracciata nel 1986, con Stanislav Glejdura, sulla nord delle Grandes Jorasses. Su quella parete i cecoslovacchi avevano già lasciato il segno nel 1979, aprendo un'altra via da paura: Rolling stones. In quei giorni, però, sullo Sperone Walker, Kutil, Prochaska, Slechta e Svejda non erano soli. Come avrebbero fatto l'anno seguente sulla “Parete delle pareti”, anche sulle Jorasses gli uomini dell'est si erano divisi i compiti: mentre il “gruppone” risolveva la via nuova, leggermente più a sinistra, dopo aver salito con i compagni le prime lunghezze di corda, la cordata composta da Boh Mrozek e Jurek Splichal, dal 25 al 28 luglio, metteva a segno la seconda ripetizione della Desmaison-Gousseault. L'informazione, che arriva da colui che oggi è probabilmente il più profondo conoscitore della storia alpinistica delle Grandes Jorasses, Luca Signorelli, giunge in seguito alla renaissance della Desmaison-Gousseault, culminata nell'autunno scorso con una dichiarazione di Pete Benson e Guy Robertson. I due veterani scozzesi, dopo averla ripetuta, hanno infatti definito questa salita «the best mixed climb in the world»: la migliore via di misto del mondo. Ma attenzione: annunciando il successo di Benson e Robertson (www.intotherocks.splinder.com/post/14519548) abbiamo erroneamente attribuito loro la prima ascensione in libera di quello che, oggi più che mai, è il capolavoro del mitico René. La storia, incredibile ma vero (si parla 6b/6c e M6/M7), è però diversa. I primi a passare in libera lassù furono proprio i primi ripetitori, nel lontano 1977: l'americano Tobin Sorenson (www.intotherocks.splinder.com/post/16607212) e lo scozzese Gordon Smith, autori tra l'altro della variante iniziale (più semplice dell'originale) che due anni dopo sarebbe diventata anche il primo tratto di Rolling stones. Tutto qui? Nossignori. Come abbiamo già scritto (www.intotherocks.splinder.com/post/14785010), dopo la ripetizione di Benson e Robertson, la Desmaison-Gousseault è stata ripercorsa dai francesi Pierre Labbre, Romain Wagner e Mathieu Detrie e subito prima di loro, come abbiamo scoperto pochi giorni fa e ora vi annunciamo, da Neil Brodie (sua la sesta ripetizione della Bonatti-Vaucher sulla stessa parete, www.intotherocks.splinder.com/post/14601855) e Marc Challamel. La lista completa delle ascensioni della Desmaison-Gousseault è dunque la seguente:
1ª. René Desmaison, Giorgio Bertone e Michel Claret, 10-17 febbraio 1973
2ª. Tobin Sorenson e Gordon Smith, 7-9 settembre 1977 (con variante iniziale diretta)
3ª. Boh Mrozek e Jurek Splichal, 25-28 luglio 1979 (con variante Sorenson-Smith)
4ª. Stéphane Benoîst e Patrice Glairon-Rappaz, 13-18 gennaio 2000 (originale)
5ª. Patrick Bérhault e Philipp Magnin, 24-25 ottobre 2000 (salita parziale: la cordata è salita per il Linceul raggiungendo la Desmaison-Gousseault in corrispondenza della 15ª delle 36 lunghezze di corda)
6ª. François Marsigny e Olivier Larios, in 4 giorni, marzo 2003 (con variante Sorenson-Smith)
7ª. Benoît Drouillat, Pascal Ducroz e Franck Henry, 7-11 gennaio 2006 (originale)
8ª. Pete Benson e Guy Robertson, 13-16 ottobre 2007 (con variante Sorenson-Smith)
9ª. Neil Brodie e Marc Challamel, 1-2 novembre 2007 (con variante Sorenson-Smith)
10ª. Pierre Labbre, Romain Wagner e Mathieu Détrie, 3-6 novembre 2007 (originale)
ALPINISMO DI RICERCA NELLE ALPI APUANE: NUOVA VIA SULLA NORD DEL MONTE CONTRARIO PER SIMONE FAGGI & C.
C'è il Monte Analogo di René Daumal, che sta comodo sugli scaffali di una libreria, e c'è il Monte Contrario delle Alpi Apuane, che tocca quota 1790 in fondo alla val Serenaia, a poca distanza dal celebre Pizzo d'Uccello (1781 m) con la sua parete settentrionale di 700 metri, salita nel 1940 da Nino Oppio e Serafino Colnaghi. Ma anche il Monte Contrario possiede una parete nord: non paragonabile a quella dell'illustre vicino, d'accordo, ma pur sempre interessante, meritevole di una visita. Così, il 26 gennaio 2008, Simone Faggi e Paola Corsini della scuola di alpinismo “Tita Piaz” dell'antica – è stata fondata nel 1868 – sezione di Firenze del Cai, con Cosimo Di Nuccio e Martino Donnini, l'hanno salita per una linea nuova battezzata Via del baco. Lunga 250 metri (6 lunghezze di corda), la recente creazione invernale si svolge a sinistra della Via dei Chiavaresi (con cui condivide i primi metri) su pendii di ghiaccio e neve fino a 60° e, dopo aver superato anche un breve risalto verticale, sbuca poco a destra della cima.

La nord del Monte Contrario con la Via del baco (www.cnsasa.it)
RIUSCITA A JASON KRUK E A WILL STANHOPE LA PRIMA SALITA INTEGRALE DELLA CRESTA OVEST DELLA CELEBRE AGUJA PATAGONICA
Da sud-est è proprio una favola, con quel magico spigolo salito nel 1986 dagli italiani Adriano Carnati, Alessio Bortoli e Massimo Colombo e con quella parete impressionante, risolta soltanto nel 1995 da una cordata internazionale (composta dagli svizzeri Andreas Maag e Michel Schwitter, dal brasiliano Alexandre Portela e dal giapponese Makoto Ishibe). Ma anche da ovest la patagonica Aguja Poincenot (3002 m), il principale dei “satelliti” del Fitz Roy (3445 m), è una montagna poderosa, con quella lunga cresta percorsa integralmente per la prima volta soltanto tre mesi fa, dal 22 al 24 gennaio 2008. Autori della scalata, che ha opposto difficoltà di VII+ e A1, Jason Kruk e Will Stanhope. I due amici, dopo aver salito un torrione già tentato da un team polacco, hanno continuato fino in vetta intersecando la tortuosa Southern Cross (Jonathan Copp e Dylan Taylor, 2002, 1100 m, VII+ e A1). La nuova via è stata battezzata Dnv Direct.
Dall'Aguja Poincenot, con un balzo a ovest scavalcando il ghiacciaio del Torre, ci spostiamo quindi sull'Aguja Bifida (2394 m) dove, nel dicembre scorso, gli 800 metri della parete est sono caduti in giornata sotto i colpi dell'americana Crystal Davis-Robbins (ormai una veterana della Patagonia) e del cileno Nico Gutierrez. Tuttavia, a parte una variante iniziale di 2 lunghezze a sinistra dell'originale e altre piccole differenze, la linea percorsa (con difficoltà di VII+ e A1) coincide con Cogan, firmata nel 1993 dagli austriaci Paul Bruckner e Georg Schörghofer (a sua volta coincidente, nella parte finale, con la via tracciata da Tommy Bonapace e Toni Ponholzer nel 1990). Da notare, comunque, che Crystal e Nico, a differenza di Paul e Georg, hanno continuato fino alla vetta meridionale dell'Aguja, completandone la prima ascensione lungo questa linea.
Anche l'alpinismo, qualche volta, è giunto all'universale. Ci vengono in mente Hermann Buhl sul Nanga Parbat, Walter Bonatti sul Petit Dru e sul Cervino, Reinhold Messner da solo, durante il monsone, sull'Everest e Renato Casarotto con il suo Trittico del Frêney. L'universale, quindi, è un'esclusiva dei solitari? No. Dai confini dell'alpinismo sono usciti, dal 13 al 23 luglio 1985, anche il polacco Wojciech Kurtyka e l'austriaco Robert Schauer, protagonisti di una scalata incredibile sulla “parete lucente” - ossia la ovest – dello splendido Gasherbrum IV (7925 m). Esiste un'evoluzione dell'alpinismo? Pare di sì. Tuttavia, di fronte a quella salita – roba di 23 anni fa, giudicata dalla rivista Climbing come la più grande impresa del XX secolo in Himalaya e Karakoram -, il presente non ha molto da aggiungere. Kurtyka e Schauer, superando quella parete in condizioni pazzesche, raggiungendo la cresta sommitale nei pressi della cima nord (7900 m), rinunciando al punto più alto per ragioni di sopravvivenza e scendendo quindi per la cresta nord-ovest (una via di assoluto rispetto, percorsa in salita nel 1986 dagli australiani Greg Child e Timothy Macartney-Snape e dello statunitense Thomas Hargis), Kurtyka e Schauer, dicevamo, hanno realizzato un gigantesco capolavoro che per molti aspetti non ha paragoni, tanto dal punto di vista alpinistico quanto dal punto di vista umano. Noi l'abbiamo scoperta, poco più che ragazzini, ad una delle rare serate di Sergio Martini: l'uomo degli Ottomila (ma anche della nord-ovest del Civetta e della sud della Marmolada...) stava presentando la sua collezione (a quel tempo ancora incompleta) e ad un tratto ecco quella parete. «La ovest del Gasherbrum IV, salita da Kurtyka e Schauer...». Come si dice: è stato un fulmine, un amore a prima vista cresciuto leggendo prima il racconto di Schauer (Vicino alla morte, vicino al piacere) e poi quello di Kurtyka che, in testa ad uno scritto per nulla convenzionale, ha piazzato un titolo assolutamente normale: La parete lucente del Gasherbrum IV. Pubblicato nel 1986 sulle primissime pagine (1-7) del The American Alpine Journal, l'articolo del leggendario polacco (classe 1947, Schauer è invece del 1953) merita sicuramente una rilettura ed è con grande piacere, grazie all'autorizzazione di John Harlin III, direttore del prestigioso periodico del Club alpino americano (nonché figlio del sognatore della diretta dell'Eigerwand), che lo proponiamo in traduzione integrale.
* * * * * * *
LA PARETE LUCENTE DEL GASHERBRUM IV
di Wojciech Kurtyka
Dal 13 al 20 luglio ho salito con l'austriaco Robert Schauer l'inviolata parete ovest del Gasherbrum IV. Pur avendo raggiunto la cresta sommitale, non abbiamo tuttavia toccato il punto più alto della montagna. La discesa si è svolta dal 20 al 23 luglio lungo la cresta nord. Quella muraglia di 2500 metri, chiamata “parete lucente”, è considerata una delle più belle e impegnative della terra ed era già stata tentata cinque volte da forti spedizioni americane, giapponesi e britanniche. Siamo saliti nel più puro stile alpino, dopo esserci acclimatati lungo la cresta nord raggiungendo quota 7100: lì abbiamo lasciato un deposito di viveri. La situazione drammatica creatasi nelle ultime fasi della scalata ci ha tuttavia impedito, una volta superata la parete, di raggiungere la vera cima. Il tempo spaventoso e le condizioni della montagna ci hanno molto rallentati: la salita è pericolosamente durata assai più del previsto ed abbiamo sofferto la fame e la sete. Il 20 luglio, arrivati sfiniti sulla cresta sommitale, abbiamo rinunciato all'apparentemente semplice e orizzontale traversata verso la vetta cominciando subito le calate lungo la cresta nord. Sulla montagna sembrava aleggiare uno spirito ostile che si opponeva ad ogni nostra azione e, addirittura, ad ogni nostra intenzione: uno spirito che, incredibilmente, ha smesso di tormentare le nostre menti annebbiate appena cominciata la discesa. La parete ci ha tuttavia lasciati in vita: la nostra è stata una scalata ideale, assai istruttiva su tutti i possibili rischi e imprevisti dello stile alpino in alta quota. Ecco alcuni significativi esempi.
Il 18 luglio, sesto giorno di scalata, appena sotto la cima, a 7800 metri, ormai senza cibo e combustibile, siamo stati bloccati da una spaventosa tempesta. Riparati soltanto da un modesto sacco da bivacco, abbiamo passato due difficili notti su una minuscola cengia di neve, investiti dalle valanghe e dall'uragano. Masse di neve ci seppellivano, schiacciavano e soffocavano in continuazione. Il vento impazzito, accecante, era talmente violento che potevamo difenderci dalla neve soltanto rimanendo carponi.
Grazie, cielo in collera, perché durante la seconda notte sei tornato sereno!
I bivacchi sono stati penosi. La seconda e la terza notte le abbiamo passate separati, quasi senza dormire, seduti assai scomodamente su due aguzzi spuntoni rocciosi. Tra noi e il cielo gelido c'erano soltanto i sacchi a pelo.
Grazie, Karakoram, perché durante quelle notti il vento ha riposato!
Tutte le notti seguenti sono state sconvolte da venti furiosi, da raffiche micidiali. E noi, nei nostri sacchi da bivacco, sepolti su dei ripiani scavati nel ghiaccio, abbiamo dormito pochissimo.
Chi ha sonno? Cosa ha sonno? Dov'è questo dormiglione?
La parete si è rivelata molto difficile e pericolosa. La roccia era o completamente marcia o perfettamente marmorea e non permetteva di proteggersi decentemente. A causa della totale mancanza di protezioni, i tiri erano in genere lunghi dai 40 agli 80 metri, sebbene alcuni di essi presentassero difficoltà sostenute di quinto grado. In tutto abbiamo superato quattro lunghezze di quinto, due delle quali a 7100 e 7300 metri su roccia compattissima, tecnicamente molto dura, senza una sola protezione. La vera seccatura era la neve assai profonda sul terreno misto, dove siamo passati scavando in verticale, con un lavoro complicato.
Quanto era bella quella corda spaventosamente lunga, che dondolava libera lontano!
Le condizioni della parete ci hanno imposto un ritmo più lento del previsto. Avevamo con noi cibo per quattro bivacchi e combustibile e bevande per cinque giorni: l'avventura, invece, è durata in tutto undici giorni. Siamo stati salvati dai viveri lasciati sulla cresta nord, a 7100 metri, durante l'acclimatazione e ritrovati la sera del nono giorno. Abbiamo resistito per quattro giorni senza mangiare e per tre senza bere.
Oh, quanto era liquido il tè, quanto erano dolci quelle trenta caramelle!
L'esaurimento fisico, la fame, la sete e la mancanza di sonno hanno causato in noi una serie di sorprendenti sensazioni psichiche. Incredibile, soprattutto, un fenomeno sperimentato anche da altri in alta quota: la percezione della presenza dell'“uomo che non c'è”, di una “terza persona”. Era così intensa che a volte, entrambi, aspettavamo istintivamente le reazioni e i movimenti di quella “terza persona”.
Perché, caro amico, non ti sei fatto vedere?
Per lunghi momenti ho sentito degli strani suoni: come una musica, un cinguettare di uccelli o un parlare sottovoce. Qualche volta mi è stato facile capire che si trattava di rumori reali modificati e individuare così la loro origine. Ad esempio: una bella e intensa voce femminile, qualcosa tra Barbra Streisand e Santana, che ho udito alle cinque del pomeriggio dell'ultimo giorno, arrivava dallo sfregamento della corda, ritmato dai nostri passi, sulla ruvida superficie nevosa.
Non avrei mai pensato che tu, Barbra Streisand, saresti potuta sbucare dalla neve ruvida!
Insolitamente insistenti e quasi moleste sono state la tendenza e l'abilità, davvero straordinarie, ad associare le rocce, la neve e le nubi a figure umane e ad altre forme. Tutto era trasformato in immagini reali che sembravano frutto dell'azione di uno spirito nascosto e misterioso.
Chi vi ha create, incantevoli e silenziose figure?
Particolarmente esasperante, a causa della grande mancanza di sonno, era il cadere improvvisamente addormentati, senza possibilità di opporsi, quando ci trovavamo in sosta. E poi risvegliarci violentemente, allo stesso modo, con un senso di terrore.
Oh, è così bello dormire!
Ugualmente spiacevole era la tortura delle allucinazioni: cibo e roba da bere.
Oh, tu riso, tu pane!
Sebbene questa sia stata la più straordinaria e misteriosa salita che abbia mai fatto, mi sento infelice per non essere riuscito a raggiungere la cima. Perché questa montagna meravigliosa e la sua “parete lucente” sono troppo speciali e perfette per pensare che una scalata su di loro senza raggiungere il punto essenziale – la vetta – sia una scalata veramente completa.
* * * * * * *
Sopra: Wojciech Kurtyka (www.climbandmore.com)

Robert Schauer (foto tratta da A. SALKELD, Atlante dell'alpinismo, De Agostini, Novara 1999, p. 296)

I 2500 metri della ovest del Gasherbrum IV (7925 m) con la via di Kurtyka e Schauer, la discesa lungo la cresta nord-ovest (tratteggiata) e i luoghi dei bivacchi (www.klausdierks.com)

Kurtyka in azione sulla parete ovest del Gasherbrum IV (foto tratta da A. SALKELD, Atlante dell'alpinismo, De Agostini, Novara 1999, p. 230)

Niente da fare, per ora, sulla cresta ovest del Dhaulagiri (8167 m). Le condizioni meteorologiche, estremamente instabili con nevicate quotidiane e vento attorno ai 100 chilometri l'ora oltre quota 7000, hanno costretto Valery Babanov e Nickolay Totmjanin a tornare al campo base dopo due giorni di scalata (fino a 5000 metri). «Una via del genere, lunga e impegnativa, affrontata in stile alpino da una cordata di due persone, richiede un tempo molto più stabile – ha spiegato Valery -. Diversamente, tutto diventa assai pericoloso. Ora stiamo valutando il da farsi».
Per altre informazioni:
www.intotherocks.splinder.com/post/16336276
www.intotherocks.splinder.com/post/16471680
Classe 1920, di Malè, ci ha lasciati poche ore fa, vittima di un male incurabile. Aveva definito la sua vita “una piccola avventura fortunata”.
«Sospeso a testa in giù sopra un vuoto smisurato, con i piedi bloccati dalle espertissime mani della comare – la levatrice del paese – finalmente, con un grido di disapprovazione, arrivai anch'io sul pianeta Terra. Era una luminosissima giornata del mese di giugno: il giorno undici, che ufficialmente, per via della lenta procedura della registrazione nella parrocchia del paese prima, e in Comune poi, divenne il dodici dell'Anno Domini 1920. Un'annata veramente particolare quel 1920: la guerra, la prima Grande Guerra, era terminata da due anni. Ecco come si spiega il fenomenale incremento demografico di quel 1920: quarantaquattro nascite in un comune di poco più di mille anime, vecchi e bambini compresi! Venni al mondo con il pettorale n° 10. Il numero di Platini, Pelè, Maradona... Un numero magico dunque. Io ero il decimo nato, però eravamo solo in nove fratelli: mancava Natalia, che mi aveva preceduto di quattordici anni ed era morta dopo pochi mesi dalla nascita, subito sostituita da un'altra Natalia che oggi (1999, ndr) ha ottantacinque anni. Nascere, vivere e morire a quei tempi erano eventi che si accettavano con rassegnazione e dignità. Contro l'appendicite, la scarlattina, la broncopolmonite, il tetano, la tibicì e altre malattie non c'era niente da fare. Si moriva e basta. La selezione era inesorabilmente naturale: sopravviveva il più forte e il più fortunato» (C. FAVA, Patagonia. Terra di sogni infranti, Cda, Torino 1999, p. 13).
Cominciamo col dire che la salita lampo, il 17 febbraio scorso e quindi in invernale, della Cassin sulla nord-est del Badile, non è stata messa a segno, come scritto nel post del 26 febbraio (www.intotherocks.splinder.com/post/16103537), da Roger Schäli e Christoph Hainz. Con Schäli, più volte in cordata con Hainz – l'ultimo successo di rilievo dei due amici è stata Magic mushroom sulla nord dell'Eiger (www.intotherocks.splinder.com/post/14502684) -, sulla “lavagna della Bondasca” c'era un altro altoatesino: Simon Gietl (23 anni). Da notare, comunque, che con il fratello Manuel (24), Simon ha la fissa delle vie dolomitiche di Christoph, avendo ripetuto linee assai avventurose come Zauberlehrling (750 m di sviluppo, IX ossia 7b+/7c, solo chiodi normali, roccia a tratti marcia) aperta da Hainz con Oswald Celva nel 1990 sulla parete sud-ovest della Cima Scotoni. La cordata Schäli-Gietl, durante l'inverno scorso, non si è però “limitata” a salire in giornata la nord-est del Badile. I due fuoriclasse, rispettivamente l'8 gennaio e il 22 febbraio, hanno superato anche la nord della Cima Grande di Lavaredo per la Camillotto Pellissier (E. Mauro e M. Minuzzo, 20-29 luglio 1967, all'insegna dell'artificiale totale, in libera la via presenta difficoltà di 8b) e la nord del Cervino, in 6 ore e mezza, per la storica via Schmidt (F. e T. Schmidt, 31 luglio-1° agosto 1931). Schäli, inoltre, ha fatto sue le pareti nord dei Drus per il couloir Cecchinel-Jager (W. Cecchinel e C. Jager, 28-31 dicembre 1973), dell'Eiger per la Heckmair (A. Heckmair, L. Vörg, H. Harrer e F. Kasparek, 20-24 luglio 1938) e delle Grandes Jorasses per il Linceul (R. Desmaison e R. Flematty, 17-25 gennaio 1968). Sui Drus Roger è salito con Bernd Rathmayer (21 gennaio), sull'Eiger con Simon Anthamatten (28 gennaio, in 6 ore e 50 minuti) e sulle Grandes Jorasses con Marianne Ebneter (8 febbraio). Aggiungiamo che il 25 febbraio, questa volta con un cliente, l'instancabile svizzero è passato nuovamente sull'Eigerwand. Restiamo sulla nord dell'Eiger ma torniamo a Christoph Hainz: il simpatico altoatesino, il 18 febbraio (difficile, quindi, che il giorno precedente fosse sul Badile...), ha attaccato la mitica parete con due clienti d'eccezione. Il primo si chiama Dietmar Kastning e scala sull'ottavo grado (l'anno scorso era sul Fitz Roy) e il secondo, di nome Johann Wenin, è un frate francescano appassionatissimo di montagna, con il sogno di salire la “parete assassina”. La scalata, senza incidenti a parte la perdita di qualche “pezzo” dell'equipaggiamento, è terminata in vetta alle 16 del 19 febbraio: «Il tempo – ha commentato Hainz – era ancora divino... e non poteva essere altrimenti!».

Roger Schäli, il 17 febbraio scorso, sulla nord-est del Badile (arch. Simon Gietl)

Johann Wenin in abito alpinistico sulla nord dell'Eiger (www.christoph-hainz.com)

Johann con l'abito di tutti i giorni (www.christoph-hainz.com)
Valery Rozov, alla sua seconda trasferta patagonica, avrebbe voluto buttarsi dalla vetta del Cerro Torre con la tuta alare. Il “grido di pietra”, però, non ha acconsentito. Il mago russo del BASE Jump ha dovuto accontentarsi di un primo balzo, il 25 febbraio scorso, da un terrazzino appena sotto il gran traverso della Via del compressore e poi, qualche giorno dopo (di ritorno dalla vetta, raggiunta alle 13 del 5 marzo con i connazionali Alexander Ruchkin, Oleg Khvostenko, Denis Provalov e Alexander Lastochkin), del bis dallo stesso punto. Perché in cima il quintetto dell'est ha cercato a lungo un punto adatto al lancio ma, complice anche il tempo che stava cambiando, la ricerca non ha dato alcun risultato. Che farà Rozov? Ritenterà l'anno prossimo? Non lo sappiamo. Forse, anche considerando il suo magnifico balzo dalla Torre Centrale del Paine – era il 24 febbraio 2007 (www.intotherocks.splinder.com/post/11142363) – e viste le tante montagne del mondo adatte alla sua specialità, Valery metterà da parte la Patagonia e cercherà un nuovo trampolino da un'altra parte. Il nostro protagonista, finora, si è lanciato anche dal Great Sail Peak (Isola di Baffin, Canada) dopo averlo salito per la nuova via Rubikon (1300 m, 6B nella scala russa, A4 e 90°) con Alexander Odintsov e soci (2002), dal Nalumasortoq (Groenlandia, 2003), dall'Amin Brakk (Karakoram) dopo l'apertura in 22 giorni di una via di 1250 metri (2004) e dalla parete nord delle Grandes Jorasses (2006).
LA CORDATA RUSSA È IN AZIONE DA POCHE ORE LUNGO GLI INVIOLATI (E MAI TENTATI) 5 CHILOMETRI DELLA CRESTA OVEST DEL COLOSSO DI 8167 METRI: UNA SFIDA IN STILE ALPINO CHE DOVREBBE CONCLUDERSI TRA 7-8 GIORNI
Il dado è tratto: terminata l'acclimatazione (hanno raggiunto quota 7100 lungo la via normale) Valery Babanov e Nickolay Totmjanin hanno attaccato oggi la lunga, inviolata e finora intentata cresta ovest del Dhaulagiri. Linea elegantissima e sicuramente difficile, la cresta si impenna per 4 chilometri e mezzo (lo sviluppo è superiore) dai 3700 metri del campo base agli 8167 della vetta, chiudendo a sinistra la parete occidentale: una muraglia impressionante salita nel 1991 da una forte squadra kazaka (www.intotherocks.splinder.com/post/16336276) e in precedenza, nel 1984, da una spedizione cecoslovacca (in vetta, il 23 ottobre, giunsero Jan Šimon – morto durante la discesa -, Karel Jakeš e Jaromír Stejskal). I cecoslovacchi superarono il settore sinistro della parete, raggiungendo la cresta nord-ovest a quota 7600 (dove piazzarono il campo V) e da lì proseguirono lungo la via giapponese del 1982 (Via della pera per la parete nord e la cresta nord-ovest, conclusa il 18 ottobre da Noboru Yamada, Kozu Komatsu e Yasuhira Saito, che vinsero gli ultimi 600 metri usando l'ossigeno supplementare). Babanov e Totmjanin hanno spiegato che, come i cecoslovacchi, raggiungeranno la via giapponese a quota 7600 (e da lì la vetta, per scendere lungo la via normale) ma non hanno chiarito cosa faranno prima. L'impressione, comunque, è che tenteranno il poderoso bastione roccioso, alto circa 1500 metri, che dal campo base porta nel cuore della montagna e quindi, dal termine dello sperone, cercheranno di raggiungere la cresta principale (nord-ovest) per seguirla fino in cima. Un'avventura impressionante, che a detta dei suoi ideatori dovrebbe tenerli impegnati per 7-8 giorni: il tutto in leggerissimo stile alpino, senza corde fisse, campi intermedi e – elemento non trascurabile – la certezza di non trovare alcuna traccia di passaggio che avrebbe potuto facilitare la salita (che, non essendo mai stata tentata, conserva tutte le sue incognite).

La cresta occidentale dal Dhaulagiri (alla sua destra la parete ovest). La freccia indica il bastione roccioso menzionato nell'articolo, il cerchietto l'intersezione con la via dei giapponesi a quota 7600

Valery e Nickolay durante l'acclimatazione, ai piedi del versante settentrionale del Dhaulagiri
Foto: arch. Valery Babanov (www.babanov.com)
PARTIRANNO DOMANI PER IL MOUNT DICKEY E IL MOOSE'S TOOTH I TREDICI GIOVANI ALPINISTI DEI “GRUPPI DI ECCELLENZA” DELLA FFCAM. ALLA GUIDA DELLA SPEDIZIONE, CHE CHIUDERÀ UN PERIODO DI FORMAZIONE AD ALTO LIVELLO, FRÉDÉRIC GENTET, STÉPHANE BENOÎST, PATRICK PESSI E CHRISOPHE MOULIN
L'idea, frutto della collaborazione tra il Caf (Club alpin français) e il Ghm (Groupe de haute montagne), ha quasi vent'anni ma non li dimostra: selezionare alcuni giovani talenti, curare per un biennio la loro formazione alpinistica e chiudere il tutto in bellezza con una spedizione. Dai Groupes excellence, dal 1991 ad oggi, sono usciti personaggi del calibro di Lionel Daudet, Yann Mimet, Martial Dumas, Jean-Yves Fredriksen (www.intotherocks.splinder.com/post/10884247 e www.intotherocks.splinder.com/post/13925547), Olivier Larios e Patrice Glairon-Rappaz. Gli enfants terribles – ragazzi e ragazze – dell'ultimo ciclo (2007/08) si chiamano invece Laure Gaudin (25 anni), Cécile Chauvin (26), Aurélie Lévêque (26), Julie Gerber (26), Sébastien Ratel (20), Mathieu Détrie (23), Sébastien Ibanez (24), Jean-Baptiste Deareck (23), Basile Ferran (22), Damien Tomasi (20), François Delas (21), Benoît Montfort (24) e Mathieu Maynadier (23). Saranno loro, con quattro coach d'eccezione – Frédéric Gentet, Stéphane Benoîst, Patrick Pessi e Christophe Moulin –, i protagonisti della spedizione che partirà domani alla volta dell'Alaska (Ruth Gorge) con l'obiettivo di ripetere o tracciare, in poco più di un mese (il rientro è previsto per il 22 maggio), ben sei linee sul Mount Dickey (2909 m) e sul Moose's Tooth (3150 m). Ma cosa tenteranno, precisamente, i nostri pimpanti transalpini? Sul Mount Dickey sognano in grande, visto che puntano innanzitutto a Blood from the stone: il capolavoro (1600 m, M7+, WI6+X, VI e A1) riuscito sulla parete est, tra il 18 e il 20 marzo 2002, in stile alpino, a Ueli Steck e Sean Easton. Ma anche l'altro obiettivo, sulla stessa parete, è di altissimo livello, essendo la storica Wine bottle (1600 m, VII, A3+ e ghiaccio) tracciata dal 10 al 15 luglio 1988 da Andreas Orgler – scomparso il 4 gennaio 2007 (www.intotherocks.splinder.com/post/12014152) – con Tommy Bonapace. Sul Moose's Tooth, invece, gli obiettivi sono un po' più abbordabili: si tratta delle goulottes “sorelle”, sulla parete sud, Shaken, not stirred (950 m, AI5) e Ham and eggs (850 m, VI e AI4) che, rimasta per 24 anni senza ripetizioni, è oggi tra le grandi classiche alaskane. Ma a quando risale la prima salita di Ham and eggs? E chi sono i suoi autori? La via, tracciata dal 16 al 18 luglio 1975 in occasione della seconda ascensione assoluta del Moose's Tooth, porta la firma di Jon Krakauer che, con Thomas Davies e Nate Zinsser, mise a segno un successo per quei tempi davvero notevole. Tornando al Mount Dickey: su questa poderosa montagna i giovani francesi sognano anche due vie nuove. La prima lungo i 1800 metri della cresta nord-est e la seconda sulla parete nord (1000 m). Chiudiamo ricordando che pochi mesi fa, in parte nell'ambito delle attività dei Groupes excellence, Basile Ferran, Damien Tomasi, Sébastien Ratel e Mathieu Détrie hanno lasciato il segno sulla nord delle Grandes Jorasses salendo No siesta (settima ripetizione per Ferran e Tomasi con Patrick Pessi, ottava per Ratel con Stéphane Benoîst, www.intotherocks.splinder.com/post/14686302) e inoltre la Serge Gousseault (settima o forse ottava ripetizione per Détrie con Pierre Labbre e Romain Wagner, www.intotherocks.splinder.com/post/14785010).

La parete est del Mount Dickey con il tracciato di Blood from the stone (foto di Sean Easton tratta dall'American Alpine Journal, 2003, p. 14)

Ueli Steck in azione lungo Blood from the stone (foto di Sean Easton tratta dall'American Alpine Journal, 2003, p. 17)

La magnifica parete sud del Moose's Tooth (Dente dell'alce) con le goulottes Shaken, not stirred (A) e Ham and eggs (B). Foto: www.mtncommunity.org