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venerdì, 30 maggio 2008

SOGNATORI, FINO ALL'ULTIMO ISTANTE

postato da carlocaccia alle 12:30 in nordamerica

TATSURO YAMADA E YUTO INOUE, ARRIVATI AD UN PASSO DALL'IMPRESA, RESTERANNO PER SEMPRE SUL McKINLEY

Non ne abbiamo parlato ieri sperando in un assai improbabile miracolo. Oggi, però, apprendiamo che le ricerche aeree di Tatsuro Yamada, 27 anni, e Yuto Inoue, 24, che sognavano la mitica Cassin (e qualcosa in più) sulla sud del McKinley sono state sospese. I due forti giapponesi, giunti al cospetto del Denali in aprile con gli amici Katsutaka Yokoyama, Yosuke Sato e Fumitaka Ichimura, autori del concatenamento di Isis Face e della Diretta Slovacca, avevano sfruttato i primi giorni di maggio per acclimatarsi a puntino lungo la via normale (West Buttress). Il loro progetto, infatti, era grandioso: raggiungere la Cassin dopo aver traversato (per la prima volta) i Kahiltna Peaks (3912 e 4096 m): le due cime principali della dorsale che, svolgendosi per diversi chilometri prima verso est e poi verso nord-est, divide i rami nord-est ed est del Kahiltna Glacier. La lunga cresta si abbassa in corrispondenza del Kahiltna Notch (3642 m): l'intaglio oltre il quale si impenna direttamente la Cassin Ridge.

Tatsuro e Yuto, che sono stati visti per l'ultima volta il 9 maggio, dovrebbero aver attaccato il giorno seguente: il ritorno al campo base era previsto non oltre il 22 maggio. Le ricerche sono cominciate il 23 e nei quattro giorni successivi il versante meridionale del McKinley è stato accuratamente setacciato: sia osservando direttamente sia scattando oltre 3000 fotografie, sulle quali si stanno ancora cercando altre tracce dei due giapponesi che, a quanto pare, sono davvero arrivati ad un passo dall'impresa. Il 28 maggio, infatti, durante un volo in elicottero a bassissima quota, i Rangers hanno scoperto le impronte di Yamada e Inoue lungo l'affilatissima e difficile cresta dei Kahiltna Peaks: le tracce seguivano tristemente il lungo crinale fino al Kahiltna Notch. Da lì Tatsuro e Yuto hanno attaccato la Cassin giungendo molto vicini alla vetta: una cordata alle loro spalle ha notato segni di passaggio fino a circa 5800 metri, compresi chiari indizi di un bivacco a quota 5200. Il resto, a parte la certezza che per i due ragazzi non c'è più speranza, è ancora un mistero: soltanto il ritrovamento dei corpi, di parte del materiale o di segni sulla neve indizio di caduta, potranno far luce su questa tragedia che ci ha inaspettatamente colpiti.

Tutto è nato qualche mese fa quando, scoperto l'indirizzo e-mail di Tatsuro Yamada, l'abbiamo contattato per avere qualche fotografia in alta risoluzione delle salite messe a segno l'anno scorso, sempre in Alaska, con gli amici Yosuke Sato e Fumitaka Ichimura (www.intotherocks.splinder.com/post/12707892). La risposta (e le immagini) non si sono fatte attendere: «Sono davvero felice di aiutarti inviandoti alcune delle mie foto – scriveva Tatsuro -, anche se la risoluzione è più bassa di quella richiesta. Mi spiace. Te le mando lo stesso, non si sa mai, allegandole a questa e ad altre due e-mail». Un contatto rapido a cui, vista la gentilezza e la disponibilità di Yamada, se il destino non avesse voluto diversamente ne sarebbe seguito un altro, tra pochi giorni... Il filo - in verità quasi invisibile ma reale - tra due persone lontane è stato spezzato dalle stesse montagne che l'avevano annodato... Restano quelle tre e-mail e le fotografie: immagini spettacolari, ricordi dei “giorni grandi” di un grande alpinista, che vogliamo condividere con tutti gli amici lettori di INTOtheROCKS.

A Tatsuro vetta piccola

Tatsuro Yamada, il 26 aprile 2007, esulta sulla vetta del Mount Church (2509 m) dopo la prima salita di Memorial Gate (1100 m, AI4+RX) sulla parete nord

A Yamada Church piccola

Yamada impegnato lungo Memorial Gate

A Fumitaka Ichimura leading 6th Pitch (AI4 RX) of Memorial  Gate piccola

Questa volta Tatsuro è l'autore della foto, in cui compare Fumitaka Ichimura in azione lungo il sesto tiro di Memorial Gate

A Yusuke Sato leading 2nd Pitch (M6) of Season of the  Sun piccola

Ancora uno scatto di Tatsuro: siamo sulla sud-est del Mount Bradley (2775 m), il 20 aprile 2007, con Yosuke Sato che conduce le operazioni lungo il secondo tiro di Season of the Sun (1400 m, WI4R e M6R)

A Tatsuro Yamada leading 14th pitch of The Ladder Tube piccola

30 aprile 2007: Tatsuro Yamada apre il 14esimo tiro di The Ladder Tube (900 m, VI+R, A3, WI4+R e M5) sulla nord del Mount Johnson (2579 m)

A Yusuke Sato leading 16th Pitch (A3, 5.10R) of The Ladder  Tube piccola

Ancora su The Ladder Tube: Yosuke Sato impegnato a risolvere la difficile 16esima lunghezza (A3 e VI+R)

Denali 6

Il settore sud-occidentale del McKinley. Tra il ramo nord-est (sopra) e il ramo est del Kahiltna Glacier si nota, al centro della carta, la lunga cresta percorsa da Yamada e Inoue. I pallini indicano, da sinistra a destra, i Kahiltna Peaks occidentale e orientale, il Kahiltna Notch (alla base della Cassin Ridge) e la vetta. Il Kahiltna Peak occidentale e il Kahiltna Notch distano tra loro circa 5 chilometri

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giovedì, 29 maggio 2008

McKINLEY: SUPERIMPRESA MADE IN JAPAN

postato da carlocaccia alle 12:58 in nordamerica

KATSUTAKA YOKOYAMA, YOSUKE SATO E FUMITAKA ICHIMURA IN VETTA AL DENALI COME NESSUNO PRIMA DI LORO: CONCATENATE IN 8 GIORNI ISIS FACE SULLA PARETE SUD-EST (TERZA SALITA) E LA DIRETTA SLOVACCA SULLA PARETE SUD (QUARTA SALITA). UN'ODISSEA VERTICALE DI 5 CHILOMETRI (SENZA CONTARE I 1200 METRI DI DIFFICILE DISCESA LUNGO LA RAMP ROUTE DEL SOUTH BUTTRESS PER RAGGIUNGERE L'ATTACCO DELLA DIRETTA SLOVACCA) CHE PER ROLANDO GARIBOTTI È LA PIÙ GRANDE SALITA ALASKANA DI TUTTI I TEMPI

La notizia è di quelle che lasciano il segno, che non si dimenticano: un picco meraviglioso che svetta altissimo tra cime più o meno indistinte. Roba da matti, follia pura quasi, abbiamo pensato quando Erik Lambert di Alpinist (www.alpinist.com) ce l'ha segnalata parlando di «wild new from Denali». Perché subito ci è venuto in mente il racconto di Mark Twight: quelle imperdibili ultime pagine di Confessioni di un serial climber (Versante Sud, Milano 2004) dove l'eroe a stelle e strisce spara a tutto volume il resoconto della salita che lo ha cambiato per sempre. La Diretta Slovacca sulla sud del McKinley, scalata in 60 ore di furibonda azione ininterrotta con Steve House (che non era ancora così famoso) e Scott Backes, per Mark è stata il vertice della parabola, una sfida nel segno del verbo di Friedrich Nietzsche: «Metto alla prova la forza di volontà basandomi sulla resistenza che è in grado di offrire e sulla quantità di dolore e tortura che può sopportare. E a quel punto so come volgerla a mio vantaggio». La sintesi di quell'esperienza pazzesca, della terza salita – tra il 24 e il 26 giugno 2000 – di una via di 3000 metri con difficoltà di M6, WI5+ e A2? Eccola direttamente da Twight: «Siamo andati a nord, abbiamo ripreso la fiaccola di Mugs (www.intotherocks.splinder.com/post/10994862) e abbiamo portato la sua vivida luce nel lungo corridoio del possibile. Chi farà il prossimo passo?».

La risposta è arrivata nei giorni scorsi quando Katsutaka Yokoyama, Yosuke Sato e Fumitaka Ichimura, le cui imprese alaskane non si contano più (www.intotherocks.splinder.com/post/12707892 e www.intotherocks.splinder.com/post/13105976), hanno messo a segno la quarta salita del capolavoro risolto tra il 13 e il 23 maggio 1984 da Blažej Adam, Tono Križo e František Korl e ripetuto per la prima volta tra il 23 e il 29 maggio 2000 (quindi un mese prima della “corsa” di Twight e soci) da Ben Gilmore e Kevin Mahoney (in stile alpino). Ma attenzione: se la Diretta Slovacca sulla parete sud, appena a destra della mitica Cassin, ha impegnato il terzetto nipponico dal 15 al 18 maggio scorsi, l'avventura era cominciata quattro giorni prima ai piedi del versante sud-est del colosso nordamericano, assai complesso e caratterizzato da un gigantesco sperone (South Buttress) le cui pareti precipitano per circa 2000 metri sul ramo occidentale (West Fork) del Ruth Glacier e terminano, in alto, con una cresta quasi pianeggiante attorno ai 4600 metri di quota. La parete sud-est del South Buttress è caratterizzata da due evidenti nervature: quella a sinistra, eccezionale, è la Ridge of no return salita da Renato Casarotto tra il 29 aprile e l'11 maggio 1984 (pochi giorni prima dell'impresa degli slovacchi sulla parete sud) mentre quella a destra, relativamente meno potente, è stata risolta nel 1982, in 8 giorni di scalata in stile alpino, da Jack Tackle e Dave Stutzman (che come Casarotto, giunti in cresta, rinunciarono alla vetta). È lungo questa via, la leggendaria Isis Face (2200 m, V+, A1, M4 e 60°, fino a poche settimane fa contava una sola ripetizione), che Yokoyama, Sato e Ichimura hanno cominciato la loro odissea per raggiungere i 6194 metri della sommità del McKinley.

I tre “samurai” hanno attaccato l'11 maggio salendo la prima parte di Isis Face e il giorno seguente, purtroppo, il maltempo ha impedito loro di proseguire. Il 13 maggio, raggiunta la cresta sommitale del South Buttress, la cordata ha percorso in discesa i 1200 metri del versante nord-occidentale dello sperone (lungo la Ramp Route di Masatsugu Kajiura, Hisazumi Nakamura e Shiro Nishimae che toccarono la cima il 3 luglio 1965) e ha così raggiunto il ramo est del Kahiltna Glacier e quindi, il 14 maggio in serata, la base della parete sud del Denali. Il 15 maggio, come già detto, è scattato l'attacco alla Diretta Slovacca: partenza alle 7 del mattino per raggiungere, il 17 maggio, l'intersezione con la Cassin (Riccardo Cassin, Luigi Airoldi, Gigi Alippi, Jack Canali, Romano Perego e Annibale Zucchi, 1961, 3000 m, V+, AI4 e 65°) e, il 18 maggio, la vetta e il Kahiltna Glacier dopo la lunghissima discesa.

Cosa pretendere di più? O meglio, citando Mark Twight: «Chi farà il prossimo passo?». Riuscirà qualcuno, un giorno, a salire la Diretta Slovacca dopo aver lasciato l'anima (o quasi) lungo la Ridge of no return? Chissà... A dar retta a Yokoyama - secondo cui la parte più difficile del monumentale concatenamento è stata la discesa lungo la Ramp Route (assai pericolosa e difficile da individuare), Isis Face è stata una bella esperienza, più semplice del previsto e gustata così tutta di conserva e, infine, la Diretta Slovacca è stata «veramente divertente», su ghiaccio buono e roccia solida – pare proprio che il limite sia ancora da raggiungere. Anche perché Rolando Garibotti, che ha parlato senza mezzi termini di «più grande impresa alaskana di tutti i tempi», ci ha scritto che i tre cavalieri del Sol Levante, incontrati al termine del loro incredibile combattimento – più di 5 chilometri di scalata ad alto livello! - non sembravano per nulla stanchi.

Ecco alcune immagini di Bradford Washburn (tranne la seconda, che è di Jack Tackle) tratte dal The American Alpine Journal che permettono di cogliere l'effettiva portata dell'impresa del terzetto giapponese

Denali 4

Il McKinley da sud-est. In primo piano, evidente, la Ridge of no return che si conclude a quota 4600 sul crinale principale del South Buttress il cui versante opposto (nord-ovest, nella terza foto) precipita per circa 1200 metri sul ramo est del Kahiltna Glacier (dal quale si impenna la parete sud). A destra della Ridge of no return si notano i 2000 metri dello sperone di Isis Face, tracciata in rosso. Dopo aver raggiunto per questa via la “tranquilla” cresta del South Buttress, Yokoyama e compagni sono scesi dall'altra parte (fino al citato ramo est del Kahiltna Glacier) per attaccare la Diretta Slovacca sulla parete sud, la cui parte superiore è tracciata in giallo a destra dello sperone Cassin (AAJ, 1994, p. 115)

Denali 3

Particolare: il settore della parete sud-est del South Buttress con la nervatura di Isis Face, tracciata in rosso con i 7 bivacchi dei primi salitori (AAJ, 1983, p. 140)

Denali 2

Il versante nord-ovest del South Buttress con, al centro, l'evidente “rampa” lungo la quale Yokoyama e compagni hanno raggiunto, in discesa, il ramo est del Kahiltna Glacier e quindi l'attacco della Diretta Slovacca (AAJ, 1989, p. 136)

Denali 01

La parete sud del McKinley con il magnifico sperone salito da Riccardo Cassin e compagni nel 1961. Alla sua destra, in rosso, la Diretta Slovacca (AAJ, 1990, p. 51)

Denali 5

Particolare della carta del McKinley con il monumentale concatenamento del terzetto giapponese. Isis Face è indicata in rosso, il traverso lungo la cresta del South Buttress in rosso tratteggiato, la Ramp Route (percorsa in discesa) in giallo e la Diretta Slovacca in fucsia

Denali piccola 1

Steve House, nel 2000, lungo il 41esimo tiro della Diretta Slovacca (arch. House)

Denali piccola 2

E per finire: ancora House lungo il 43esimo tiro della stessa via (arch. House)

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mercoledì, 28 maggio 2008

I NUMERI DEI GIGANTI

postato da carlocaccia alle 15:29 in sudamerica, himalaya

ACONCAGUA

Torniamo sul tetto delle Americhe dopo aver raccontato della via nuova sulla parete ovest firmata dai cechi Leopold Sulovsky e Josef Lukas (www.intotherocks.splinder.com/post/17159686). Questa volta, però, diamo un po' di numeri cominciando dai permessi di scalata rilasciati per l'ultima estate australe (2007-2008) che sono stati in tutto 4548. Ressa in vetta, dunque? Diciamo di sì. Inferiore, tuttavia, a quanto il numero appena riportato potrebbe far pensare. Perché a quota 6962, ossia sul punto più alto della terra al di fuori dei confini asiatici, sono giunte “soltanto” 1400 persone. Tra di loro Jordan Romero: un ragazzino di 11 anni che, oggi, è il più giovane salitore dell'Aconcagua. Jordan, in occasione del suo nono compleanno, ha chiesto come regalo – udite udite! - l'autorizzazione (e i soldini?) a salire le Seven summits. Così, dopo l'Elbrus e il Kilimangiaro, ha messo in bacheca il colosso sudamericano. Gli ossi duri, però, lo aspettano ancora...

EVEREST

Dalla montagna più alta della terra Asia esclusa eccoci alla montagna più alta della terra Asia compresa. Giusto per dire, dopo divieti, fiaccole e termometri, che anche sull'Everest nei giorni scorsi sono arrivati i soliti record. Da dove cominciare? C'è soltanto l'imbarazzo della scelta. Ecco: visto che sopra abbiamo parlato del più giovane salitore dell'Aconcagua, partiamo con il più anziano conquistatore dell'ex Dea Madre della Terra. Il nostro protagonista ha 76 anni (tra poco ne festeggerà 77), è nepalese e si chiama Min Bahadur Sherchan. È arrivato a quota 8848 domenica 25 maggio, strappando il primato a Katsusuke Yanagisawa, in vetta l'anno scorso a 71 anni suonati. Da notare che se il tentativo di Min Bahadur Sherchan non fosse riuscito, il povero Yanagisawa avrebbe comunque perso il posto: lunedì 26 maggio, alle 7.33 in punto, è infatti tornato in cima all'Everest l'oggi settantacinquenne Yuichiro Miura, già primatista nel 2003. Insomma: i giapponesi, in montagna, ci sanno proprio fare (a proposito: vi consigliamo di non perdere l'appuntamento di domani con INTOtheROCKS, visto che parleremo di tre “samurai” che su un'altra delle Seven summits, tra l'11 e il 18 maggio scorsi, l'hanno davvero combinata grossa). Ma restiamo sull'Everest con tutto il suo corteo di record. Tra gli sherpa, a quanto pare, la classifica dei salitori più assidui vede in testa Apa (www.intotherocks.splinder.com/post/10758435) con 18 passaggi in vetta. Ma anche Chuwang Nima (15 salite), Lhakpa Gelu (13), Phurba Tashi (13), Big Dorje (13), Mingma Tshering (13), Chuldim Ang Dorje (12), Nga Temba (12) e Nima Gombu (12) si difendono assai bene. Tra le guide occidentali spiccano invece gli 8 successi di Willie (Guillermo) Benegas, prossimamente in azione sul Batura II con il fratello Damien, Simone Moro ed Hervé Barmasse (www.intotherocks.splinder.com/post/16685028). Il totale dei salitori del Chomolungma forse lo faremo più avanti (il nostro conto più aggiornato lo trovate qui: www.intotherocks.splinder.com/post/12495151 e www.intotherocks.splinder.com/post/12544929): per ora ci limitiamo a dire che il 22 maggio 2008 ben 74 persone (attuale dato ufficiale: in verità potrebbero essere anche una decina in più), hanno violato il “terzo polo” (da notare che in 26 anni, dal 1953 al 1978 compresi, le salite dell'Everest sono state in tutto 84). Tra i magnifici 74 di giovedì scorso sono da segnalare i primi tre vietnamiti giunti sul tetto del mondo: Bùi Van Ngoi (25 anni, studente di educazione fisica), Phan Thanh Nhiên (23, idem) e Nguyên Mâu Linh (31, pugile professionista). Più grande ancora, forse, l'impresa di Farouq Saad Hamad Al-Zuman (noto come “The Edmund Hillary of Saudi Arabia”) che il 21 maggio, senza connazionali, ha portato finalmente a quota 8848 la bandiera del suo paese. E chiudiamo al femminile in compagnia delle australiane Cheryl Bart e Nicole “Nikki” Bart che il 24 maggio hanno reclamato la medaglia d'oro nella speciale classifica, da loro inaugurata, “madre e figlia in cima all'Everest” (la lista “padri e figli” è invece già abbastanza numerosa).

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domenica, 25 maggio 2008

“IN CORPORE VILI”

postato da carlocaccia alle 21:53 in frammenti di storia

Eccoci ancora in compagnia di Eugenio Fasana e del suo Per tutti e per nessuno, pubblicato nel 1934 sulla Rivista del Cai. L'articolo, ricordiamo, è in realtà una serie di brani riguardanti temi diversi, ciascuno con un proprio titolo. E oggi, dopo Opinioni (www.intotherocks.splinder.com/post/15758550) e Dell'illusione (www.intotherocks.splinder.com/post/16430452) proponiamo il non meno interessante In corpore vili.

 

C'è una linea di demarcazione, nota ai provetti alpinisti, che distingue i rischi ben definiti dai pericoli ordinariamente impreveduti di una data salita. Molti di noi li abbiamo provati su rocce difficili, su ghiaccio o neve; e ciò fu non senza utilità ai fini della nostra esperienza.

Così un alpinista molto evoluto uscì a dire una volta:

«Non per il gusto del pericolo, ma per averne la coscienza soggettiva, è bene che chi s'inizia all'alpinismo si sottoponga deliberatamente a queste prove».

Disse uno dei presenti:

«Ciò che lei afferma è alquanto sconcertante, e mi ricorda la storiella paradossale, narrata da Heine, di una scimmia seduta presso il focolare davanti a una marmitta nella quale cuoceva la propria coda. Essa seguiva, con evidente interesse, la bollitura della sua appendice, giacché pensava che la vera arte culinaria non consistesse soltanto nel cuocere oggettivamente, ma nell'avere la coscienza soggettiva della cottura».

A tale proposito, si narra che Mevio e Caio alpinisti, scalando una parete giudicata esposta a cadute di sassi, non riuscissero a mettersi d'accordo su questo particolare, affermando il primo con ostinazione che nulla si dovesse temere, il contrario asserendo il secondo.

A un certo punto, quando più alto era il fervore della disputa, un sasso curioso, sportosi un po' troppo dal suo alloggiamento, perse l'equilibrio; ma prima di cadere in terra, pensò di fare una sosta sulla testa di Mevio alpinista. Vi fece anche un bernoccolo.

«Ho sempre creduto», disse allora Caio, «che non fosse possibile, tra alpinisti, raggiungere un accordo sulla vessata questione dei pericoli oggettivi; ma credo che quando c'entrano di mezzo ragionamenti così contundenti sia molto più facile».

«Che tu possa aver ragione mi duole assai, come vedi», rispose Mevio l'ostinato, soffregandosi quel grosso bitorzolo paonazzo che gli era spuntato a sommo della fronte. «Ma oramai, ecco qua: il sasso mi ha fatto la conoscenza soggettiva del pericolo. Mi è d'uopo dunque convenire, mio malgrado, che sei nel giusto. A calci, si riconosce il mulo».

Con questo post domenicale INTOtheROCKS si prende due giorni di pausa. L'appuntamento con le ultime notizie di alpinismo esplorativo è per mercoledì 28 maggio.

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venerdì, 23 maggio 2008

IÑAKI OCHOA NON CE L'HA FATTA

postato da carlocaccia alle 13:59 in himalaya

La notizia è arrivata questa mattina da Horia Colibasanu. Dopo quattro notti in condizioni molto gravi al campo 4 (7400 m) sulla sud dell'Annapurna, il forte himalaysta spagnolo ci ha lasciati. Ueli Steck, giunto ieri sera al fianco di Ochoa, ha parlato di edema polmonare e di una lesione cerebrale con conseguenti problemi respiratori. I tentativi di rianimazione non hanno dato alcun esito. Se Ochoa avesse resistito ancora quattro ore, sarebbe stato raggiunto anche da Denis Urubko, che portava con sé le bombole dell'ossigeno. Sulla sud dell'Annapurna, per salvare Ochoa, si erano raccolti ben 14 alpinisti di nazionalità diverse.

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mercoledì, 21 maggio 2008

ANNAPURNA: IÑAKI OCHOA BLOCCATO SULLA SUD

postato da carlocaccia alle 11:01 in himalaya

LA SITUAZIONE È GRAVE. GIÀ SCATTATA L'OPERAZIONE DI SOCCORSO: UELI STECK E SIMON ANTHAMATTEN STANNO CERCANDO DI RAGGIUNGERE LO SPAGNOLO, COLPITO DA EDEMA, E IL SUO COMPAGNO HORIA COLIBASANU. NESSUNA NOTIZIA DI ALEXEY BOLOTOV

Dramma sulla sud dell'Annapurna. Lo spagnolo Iñaki Ochoa e il rumeno Horia Colibasanu, che lunedì avevano tentato la cima (8091 m) della montagna insieme al russo Alexey Bolotov per una variante alla via di Tomaž Humar nel settore destro della parete, sono bloccati al campo 4 a 7400 metri: le condizioni di Ochoa, che presenta congelamenti alle mani e sintomi di edema (vomito, tosse e incoscienza), non consentono ai due alpinisti di muoversi. Nessuna notizia invece di Bolotov che a 100 metri dalla vetta, quando Ochoa e Colibasanu avevano deciso di rinunciare, aveva continuato la sua scalata (Bolotov era già stato sulla cima est, 8029 m, per la stessa via, il 7 maggio). Colibasanu è riuscito a dare l'allarme con il telefono satellitare: le batterie scariche, però, impediscono ora ogni comunicazione. L'appello lanciato agli alpinisti che si trovano nella zona ha trovato pronta risposta da parte degli svizzeri Ueli Steck e Simon Anthamatten che, dopo un tentativo a vuoto di via nuova nel settore sinistro della grande parete, flagellato dalle valanghe, ieri hanno attaccato l'itinerario di Ochoa e stanno cercando di raggiungere lo sfortunato spagnolo (oggi alle 10 ora italiana, le 13.45 in Nepal, Ueli e Simon stavano salendo verso il campo 3, a 6900 m). Da Kathmandu, intanto, è partito un elicottero con tre alpinisti (probabilmente russi) che giunti al campo base saliranno immediatamente sulla montagna.

AGGIORNAMENTO (ore 11.40): Alexey Bolotov, colpito da edema polmonare, è tornato al campo 4, dove le condizioni di Ochoa restano molto gravi.

Ochoa

Iñaki Ochoa, di Pamplona, 41 anni il prossimo 29 maggio, che ha già salito 12 Ottomila (www.navarra8000.com)

Per aggiornamenti in tempo reale (in spagnolo): www.diariodenavarra.es 

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martedì, 20 maggio 2008

MAXIME TURGEON FA IL BIS SUL MOUNT HUNTER

postato da carlocaccia alle 12:21 in nordamerica

IL CANADESE ANCORA SUL PILASTRO NORD: SUA LA QUARTA SALITA DI DEPRIVATION. CON LUI ZOE HART, PRIMA DONNA A SALIRE LA DIFFICILE VIA (2000 m, ED+) FIRMATA NEL 1994 DA SCOTT BACKES E MARK TWIGHT

Si sa: il Mount Hunter (4442 m), terza perla d'Alaska dopo il McKinley (6194 m) e il Foraker (5303 m) che lo fronteggia ad ovest, sull'altra sponda del ghiacciaio Kahiltna, non è un cliente facile. E diventa ancora più difficile se lo si vuole tentare da nord, violando quel pilastro di quasi due chilometri dove la linea più ambita resta Moonflower Buttress (Mugs Stump e Paul Aubrey, 1981, fino all'ultima fascia rocciosa, 1800 m, WI6 e M7). Nei giorni scorsi, subito dopo la prima ascensione assoluta del Bat's Ears, anche Maxime Turgeon, Ben Gilmore e Freddie Wilkinson non hanno resistito alla tentazione e in 52 ore complessive (salita e discesa) hanno firmato una delle rare salite, proseguendo fino alla vetta del Mount Hunter, di quella magica linea (www.intotherocks.splinder.com/post/17111622). Ma attenzione: pochi giorni dopo, in compagnia della forte Zoe Hart, Turgeon si è aggiudicato un bis da incorniciare, tornando a quota 4442 per un'altra via di alto livello, sempre sul pilastro nord ma lungo il suo settore destro (nord-ovest).

Il giovane Maxime, il cui curriculum alaskano è ormai piuttosto consistente – tra le sue creazioni: Space Factory (1600 m, VI+, M7 e WI5, 2005, con Louis-Philippe Ménard) sulla nord del Mount Bradley, una via (1700 m, WI5+, M6 e A0, 2006, con Will Mayo) sulla sud del Foraker e la Canadian Direct (2400 m, VI, M6 e AI4, 2006, ancora con Ménard) sulla sud del McKinley -, ha messo a segno la probabile quarta salita di Deprivation (2000 m, 90°, ED+, grado 6 nella scala alaskana), aperta tra il 15 e il 17 maggio 1994 da Scott Backes e Mark Twight. Da notare che per Zoe Hart, che aveva già tentato di passare lassù due anni fa in cordata con Sue Nott (che sarebbe scomparsa poco dopo, con Karen McNeill, lungo l'Infinite Spur del Foraker), si tratta della prima femminile dell'itinerario. Lasciato il campo alle 2.30, Maxime e Zoe hanno attaccato la via alle 4.00, scalando quasi sempre di conserva a parte alcune lunghezze particolarmente impegnative, “tirate” da Turgeon («Era più veloce» ha spiegato la compagna...). Ventitré ore dopo la partenza ecco il bivacco e poi, dopo tre ore di sonno e un po' di tempo per preparare le bevande, le ultime due ore e mezza di fatica per raggiungere la vetta. La discesa si è quindi svolta lungo Moonflower Buttress, approfittando delle calate preparate dallo stesso Turgeon pochi giorni prima: «Siamo scesi abbastanza velocemente – ha commentato Zoe – con una sola doppia incastrata».

Deprivation 1

Maxime Turgeon in azione lungo Deprivation (arch. Zoe Hart, www.alpinist.com)

Deprivation Zoe and Sue

Zoe Hart (a sinistra) e Sue Nott (www.forums.climbing.com)

Deprivation Maxime

Maxime Turgeon in un momento di riposo (www.grivelnorthamerica.com)

Deprivation e altre vie

Il pilastro nord del Mount Hunter con le vie (da sinistra a destra): Grison-Tedeschi (1984), Child-Kennedy (1994), Bibler-Klewin (1983), Stump-Aubrey (“Moonflower Buttress”, 1981, a destra l'attacco originale), Backes-Twight (“Deprivation”, 1994) e Ireland-Björnberg (1980). Foto di Bradford Washburn tratta dall'American Alpine Journal (1995, p. 13)

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lunedì, 19 maggio 2008

LEOPOLD SULOVSKY NON VA IN PENSIONE

postato da carlocaccia alle 13:00 in sudamerica

L'ALPINISTA CECO, A 28 ANNI DALLA PRIMA SALITA DEL GRAN DIEDRO SULLA NORD-OVEST DEL BADILE E A 17 DAL SUCCESSO SULLA NORD DELL'EVEREST CON L'INDIMENTICABILE BATTISTINO BONALI, LASCIA LA SUA FIRMA ANCHE SULLA OVEST DELL'ACONCAGUA

Leopold Sulovsky: 53 anni, ceco, non è mai finito direttamente sotto la luce dei riflettori. Eppure, da tre decenni, è uno dei fortissimi dell'alpinismo mondiale. Lo ricordiamo, il 21 agosto 1980, sulla selvaggia nord-ovest del Badile. Quella volta, con Jiri Benes, mise a segno la prima salita del Gran diedro (550 m, VI e A1), tra il Pilastro a Goccia e il settore principale della parete: una via assai avventurosa, ripetuta per la prima volta nel 1986 con alcune varianti dai valmadreresi Alberto Tegiacchi (scomparso sul Chaukhamba II nel 1993) e Domenico Chindamo e, da allora, ripresa non più di due o tre volte. Poco più di un anno dopo, il 19 settembre 1981, lo ritroviamo sulla vetta del Nanda Devi (7816 m) in compagnia di Josef Rakoncaj: ai loro piedi una via nuova sullo sperone della parete nord-est, un successo corale (il 16 settembre la cima era già stata raggiunta da Otokar Srovnal, Bohumil Kadlčík, Leoš Horka, Ludvík Paleček e Kamil Karafa) con difficoltà di V+ e A3 a quota 7500. Dieci anni più tardi, il 17 maggio 1991, Leopold è con Battistino Bonali sulla vetta dell'Everest: il ceco e il camuno, senza corde fisse e ossigeno supplementare, riescono a tracciare una variante diretta (con passaggi di V ad oltre 8300 metri) al Great (Norton) Couloir, dopo che Fausto De Stefani e Giuliano De Marchi (membri della stessa spedizione, guidata da Oreste Forno) erano rimasti bloccati per più giorni sotto il punto chiave dalla salita. Nel 1993 ecco un tentativo fino a 7600 metri sulla ovest del Makalu (8463 m) ancora con Oreste Forno e inoltre con Salvatore Panzeri, Dario Spreafico, Floriano Castelnuovo, Bruno Pennati, Riccardo Milani, Fabio Iacchini, Fabrizio Manoni, Graziano Bianchi, Antonio Prestini, Wolfgang Tomaseth e Slavko Svetičič (Sulovsky - con Panzeri, Spreafico, Manoni e Svetičič - riesce a raggiungere la vetta per la via normale) e quindi, nel 1996, tocca alla sud del Pumori (7145 m) per una linea nuova in stile alpino con Zdenek Michalec (l'itinerario presenta dei tratti in comune con vie aperte in precedenza). È infine del 2007 un tentativo sul K2. Ricordiamo poi che nel 1993, quando Battistino Bonali e Giandomenico Ducoli precipitarono dalla nord del Nevado Huascarán Norte (6655 m), probabilmente travolti da una scarica quando si trovavano a poche decine di metri dall'uscita della mitica Casarotto, Leopold non esitò a partire per il Perù, per cercare gli amici scomparsi, in compagnia di Oreste Forno, Andrea Sarchi, Rino Ferri, Guglielmo Guzza, Guido Cominelli, Guido Selvetti, Gino Baccanelli e Giovanni Ducoli.

Detto questo passiamo alla cronaca, ossia alla via aperta da Sulovsky e Josef Lukas, dal 28 al 30 gennaio 2008, sulla parete ovest dell'Aconcagua (6962 m): il tetto delle Americhe. Leopold e Josef, inizialmente, pensavano di tentare la celebre parete sud tuttavia, dopo aver valutato le condizioni, hanno preferito cimentarsi sulla ovest. La via nuova, comunque, non è stata una passeggiata: il freddo (-40 gradi!) e il vento fortissimo (che hanno causato ad entrambi gli alpinisti dei leggeri congelamenti), gli zaini pesanti (25-27 kg) e la pessima qualità della roccia (con numerosi blocchi instabili e continue scariche) hanno complicato parecchio la vita alla cordata. La via, risolta scalando quasi sempre di conserva, con un primo bivacco a quota 5300 e un secondo mille metri più in alto, si svolge inizialmente su neve e quindi, quando la parete diventa più ripida, su roccia con difficoltà di IV e V grado. Purtroppo non siamo in possesso di informazioni precise sulla sua “collocazione”, anche in rapporto agli altri itinerari esistenti sulla parete tra i quali segnaliamo la Ruta de la Tapia de Felipe (dal IV al VI e ghiaccio verticale) conclusa l'11 gennaio 1988 dagli argentini Daniel Alessio e Daniel Rodríguez e la Esteban Escaiola (è la diretta del versante: IV+ e ghiaccio verticale) aperta nel febbraio 1991 da Antonio Mir e Carlos Varela.

Aconcagua parete ovest

La parete ovest dell'Aconcagua (www.picasaweb.google.com)

Sulovsky

Dopo il successo del 1991 sulla nord dell'Everest: Graziano Bianchi (a sinistra), Battistino Bonali, Leopold Sulovsky e Oreste Forno (foto tratta da O. FORNO, Battistino Bonali. Grazie montagna, Grafica Sovico, Biassono 1994, p. 99)

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venerdì, 16 maggio 2008

GLI OTTOMILA, TRA CIÒ CHE È STATO E CIÒ CHE POTREBBE ESSERE

postato da carlocaccia alle 12:54 in varia, himalaya, karakoram

La fantasia, anche in alpinismo, si basa sulla conoscenza. Sugli Ottomila, per uscire dalle strade più battute, occorre sapere dove passano le altre: per ripercorrerle, magari perfezionando lo stile dei primi salitori, oppure per guardare oltre e cercare le proprie vie. Perché sui quattordici colossi della terra molto resta da fare: da linee originali su pareti già scalate a versanti ancora inviolati, come la est del Kangchenjunga. Non manca neppure una cima secondaria, il Lhotse Middle Est (8376 m), ancora in attesa dei primi salitori. Altri problemi, poi, sono le creste: quella del Mazeno, spartiacque tra i versanti Diamir (settentrionale) e Rupal (meridionale) del Nanga Parbat, è ancora una sfida aperta. Tra il 12 e il 18 agosto 2004, in stile alpino, gli americani Doug Chabot e Steve Swenson riuscirono a percorrerne un lunghissimo tratto ma, giunti all'intersezione con la via Schell, furono fermati dalla stanchezza e dal peggioramento delle condizioni meteorologiche. Questo tentativo, svoltosi in contemporanea a quello di Steve House e Bruce Miller sulla medesima montagna, lungo la linea che lo stesso House avrebbe completato l'anno seguente in compagnia di Vince Anderson, ci suggerisce che non tutti gli sguardi sono fissati sulla collezione dei quattordici colossi. Ma ci fa anche capire, vista la sua scarsa risonanza, che la creatività non sempre paga e la colpa, in fondo, è ancora una volta della mancanza di conoscenza.

Sulle cause di questa “malattia” non è il caso di dilungarsi: conviene piuttosto parlare della cura che, come spesso accade in casi del genere, è un “semplice” libro. Pubblicato dall'editore Grafica & Arte di Bergamo, 8000 metri di vita è l'ultima fatica di Simone Moro: un volume che fa il punto dell'alpinismo sui giganti della terra dall'Everest allo Shisha Pangma. Con le parole e, soprattutto, con le immagini, l'autore presenta ciò che è stato e suggerisce ciò che potrebbe essere. Così, se le fotografie della prima parte del libro sono in gran parte solcate da numerose linee colorate, ognuna delle quali è un capitolo di storia, un tassello del mosaico dell'esplorazione verticale, quelle della seconda parte sono “pulite”, da guardare a bocca aperta ma anche con occhio attento. Qualche esempio? Lo scatto alle pagine 106 e 107 con la già ricordata est del Kangchenjunga, quello a pagina 126 (in alto) dove la ovest del Cho Oyu appare in tutta la sua imponenza e quello alla pagine 146 e 147 con il pilastro centrale della parete nord dell'Annapurna.

«Ho avuto bisogno di attingere a tutto il mio archivio fotografico – spiega Simone Moro nell'introduzione -: diapositive, fotografie e immagini digitali. Ho però dovuto chiedere aiuto anche ad amici e colleghi che avevano visto e fotografato ciò che né io né altri avevamo potuto ammirare». Tra coloro che hanno collaborato alla buona riuscita dell'opera troviamo quindi, tra gli altri, Damien Benegas, Ralf Dujmovits, Alessandro Gogna, Gerlinde Kaltenbrunner, Pavle Kozjek, Janusz Kurczab, Nives Meroi, Silvio Mondinelli, Iñaki Ochoa, Roby Piantoni, Vadim Popovich, Pavel Shabalin, Karl Unterkircher, Denis Urubko, Ed Viesturs e Ed Webster. «Tutto questo lavoro di contatti e raccolta – continua Simone – è stato tutt'altro che facile. Tracciare tutte le vie di salita realizzate sino ad oggi è stato ancora più difficile e sicuramente avrò commesso errori ma è solo non agendo, non tentando di fare qualcosa, che si evita di fallire. Spero di ricevere critiche, suggerimenti e correzioni costruttive da parte di coloro che, con competenza e testimonianze dirette, sapranno proporre eventuali modifiche o integrazioni. Sarà l'occasione, per costoro, di partecipare al lavoro che ho dovuto fare da solo ma che, in futuro, spero diventi comune».

L'occasione per un primo confronto, per conoscere ciò che sta alla base di 8000 metri di vita direttamente dalla voce dell'autore, sarà questa sera alle 18.30 presso il Palamonti in via Pizzo della Presolana 15 a Bergamo. L'incontro, ad ingresso libero, è stato organizzato dalla sezione orobica del Club alpino italiano.

Simone copertina

La copertina del volume di Simone Moro, con Mario Curnis a pochi metri dalla vetta dell'Everest. Qui sotto, invece, alcune delle immagini pubblicate nel libro

Simone - K2 vie

Il versante sud-occidentale del K2 con le vie (da sinistra a destra): Giapponese-Pakistana (1981), Magic Line (1986), Kukuczka-Piotrowski (1986), Česen (1986), Italiana per lo Sperone Abruzzi (1954)

Simone - Kang est

L'inviolata parete est del Kangchenjunga

Simone - Kang cresta

Veduta aerea della cresta tra la vetta principale del Kangchenjunga e lo Yalung Kang

Simone - Cho Oyu ovest

L'impressionante parete ovest del Cho Oyu, dalla vetta dello Jasamba

Simone - GI nord

Il tormentato versante cinese del Gasherbrum I

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giovedì, 15 maggio 2008

ALASKA: PRIMA ASSOLUTA AL COSPETTO DEL MOUNT FORAKER

postato da carlocaccia alle 11:27 in nordamerica

SUCCESSO SUL BAT'S EARS PER BEN GILMORE, FREDDIE WILKINSON E MAXIME TURGEON: VETTA RAGGIUNTA PER LA PARETE SUD LUNGO UNA VIA DI 1000 METRI CON DIFFICOLTÀ DI WI4+ E M5+

Con i suoi 3366 metri, il Bat's Ears (“Orecchie del pipistrello”), era forse la più alta cima alaskana in attesa dei primi salitori. Ben Gilmore e Freddie Wilkinson l'avevano notata nel 2007, in occasione della bella salita sulla “Pinna” (The Fin, 4200 m) del Mount Foraker (www.intotherocks.splinder.com/post/12201545) e nei giorni scorsi, in compagnia di Maxime Turgeon, sono tornati lassù per tentarne la scalata. Il successo è arrivato il 1° maggio: il terzetto è salito per i 1000 metri della parete sud, tracciando una via su ghiaccio (WI4+) e misto (M5+) con tratti, a detta di Gilmore, davvero entusiasmanti. La discesa si è quindi svolta per la cresta sud-ovest, chiudendo in bellezza un'avventura di 23 ore complessive dal campo base alla cima e ritorno.

Il Bat's Ears si innalza nel poco visitato settore sud-occidentale del massiccio del Mount Foraker (5303 m), tra i ghiacciai Yentna e Lacuna, e dal suo punto più alto la parete orientale della “Pinna” appare in tutta la sua imponenza. Così, visto che nel 2007 Gilmore e soci l'avevano superata integralmente senza però raggiungere la vetta, dopo la “conquista” del Bat's Ears l'intenzione era quella di tornare sulla Fin Wall per tracciarvi un'altra via. Le condizioni meteo, tuttavia, hanno convinto i tre amici a rinunciare: il tempo era troppo instabile per intraprendere una scalata così impegnativa, che avrebbe richiesto almeno tre giorni.

Che fare, dunque? Semplice: raggiungere in aereo il campo sul ghiacciaio Kahiltna, guardarsi attorno e scoprire che il celebre Moonflower Buttress (Stump e Aubrey, 1981, fino all'ultima fascia rocciosa; Bibler e Klewin, 1983, con la cima; 1800 m, WI6 e M7) del Mount Hunter (4442 m) era in condizioni accettabili. Gilmore e soci l'hanno quindi attaccato e, scalando sempre in libera ad eccezione di un pendolo (soltanto per i secondi, però, perché Turgeon in testa alla cordata non ha potuto sfruttare la tensione della corda), il primo giorno hanno superato due terzi del pilastro e il secondo giorno, con il tempo cattivo, hanno scalato il resto del Moonflower Buttress vero e proprio, proseguendo per altri 600 metri fino alla vetta del Mount Hunter (firmando così quella che dovrebbe essere la nona ascensione integrale della via). La discesa, che ha concluso un “viaggio” di 52 ore complessive, si è svolta per l'itinerario di salita, prima arrampicando e poi con 26 corde doppie.

Bat 1

Il Bat's Ears (3366 m) con le vie di salita (linea continua) e di discesa (linea tratteggiata) di Gilmore, Wilkinson e Turgeon

Bat 2

Maxime Turgeon in azione sulla sud del Bat's Ears

Bat 3

Il comando delle operazioni è passato a Freddie Wilkinson...

Bat 4

Freddie (a sinistra) e Maxime in vetta: alle loro spalle si nota la poderosa parete est della “Pinna” (The Fin) del Mount Foraker

Foto: arch. Ben Gilmore (www.climbing.com)

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