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martedì, 20 maggio 2008

MAXIME TURGEON FA IL BIS SUL MOUNT HUNTER

postato da carlocaccia alle 12:21 in nordamerica

IL CANADESE ANCORA SUL PILASTRO NORD: SUA LA QUARTA SALITA DI DEPRIVATION. CON LUI ZOE HART, PRIMA DONNA A SALIRE LA DIFFICILE VIA (2000 m, ED+) FIRMATA NEL 1994 DA SCOTT BACKES E MARK TWIGHT

Si sa: il Mount Hunter (4442 m), terza perla d'Alaska dopo il McKinley (6194 m) e il Foraker (5303 m) che lo fronteggia ad ovest, sull'altra sponda del ghiacciaio Kahiltna, non è un cliente facile. E diventa ancora più difficile se lo si vuole tentare da nord, violando quel pilastro di quasi due chilometri dove la linea più ambita resta Moonflower Buttress (Mugs Stump e Paul Aubrey, 1981, fino all'ultima fascia rocciosa, 1800 m, WI6 e M7). Nei giorni scorsi, subito dopo la prima ascensione assoluta del Bat's Ears, anche Maxime Turgeon, Ben Gilmore e Freddie Wilkinson non hanno resistito alla tentazione e in 52 ore complessive (salita e discesa) hanno firmato una delle rare salite, proseguendo fino alla vetta del Mount Hunter, di quella magica linea (www.intotherocks.splinder.com/post/17111622). Ma attenzione: pochi giorni dopo, in compagnia della forte Zoe Hart, Turgeon si è aggiudicato un bis da incorniciare, tornando a quota 4442 per un'altra via di alto livello, sempre sul pilastro nord ma lungo il suo settore destro (nord-ovest).

Il giovane Maxime, il cui curriculum alaskano è ormai piuttosto consistente – tra le sue creazioni: Space Factory (1600 m, VI+, M7 e WI5, 2005, con Louis-Philippe Ménard) sulla nord del Mount Bradley, una via (1700 m, WI5+, M6 e A0, 2006, con Will Mayo) sulla sud del Foraker e la Canadian Direct (2400 m, VI, M6 e AI4, 2006, ancora con Ménard) sulla sud del McKinley -, ha messo a segno la probabile quarta salita di Deprivation (2000 m, 90°, ED+, grado 6 nella scala alaskana), aperta tra il 15 e il 17 maggio 1994 da Scott Backes e Mark Twight. Da notare che per Zoe Hart, che aveva già tentato di passare lassù due anni fa in cordata con Sue Nott (che sarebbe scomparsa poco dopo, con Karen McNeill, lungo l'Infinite Spur del Foraker), si tratta della prima femminile dell'itinerario. Lasciato il campo alle 2.30, Maxime e Zoe hanno attaccato la via alle 4.00, scalando quasi sempre di conserva a parte alcune lunghezze particolarmente impegnative, “tirate” da Turgeon («Era più veloce» ha spiegato la compagna...). Ventitré ore dopo la partenza ecco il bivacco e poi, dopo tre ore di sonno e un po' di tempo per preparare le bevande, le ultime due ore e mezza di fatica per raggiungere la vetta. La discesa si è quindi svolta lungo Moonflower Buttress, approfittando delle calate preparate dallo stesso Turgeon pochi giorni prima: «Siamo scesi abbastanza velocemente – ha commentato Zoe – con una sola doppia incastrata».

Deprivation 1

Maxime Turgeon in azione lungo Deprivation (arch. Zoe Hart, www.alpinist.com)

Deprivation Zoe and Sue

Zoe Hart (a sinistra) e Sue Nott (www.forums.climbing.com)

Deprivation Maxime

Maxime Turgeon in un momento di riposo (www.grivelnorthamerica.com)

Deprivation e altre vie

Il pilastro nord del Mount Hunter con le vie (da sinistra a destra): Grison-Tedeschi (1984), Child-Kennedy (1994), Bibler-Klewin (1983), Stump-Aubrey (“Moonflower Buttress”, 1981, a destra l'attacco originale), Backes-Twight (“Deprivation”, 1994) e Ireland-Björnberg (1980). Foto di Bradford Washburn tratta dall'American Alpine Journal (1995, p. 13)

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lunedì, 19 maggio 2008

LEOPOLD SULOVSKY NON VA IN PENSIONE

postato da carlocaccia alle 13:00 in sudamerica

L'ALPINISTA CECO, A 28 ANNI DALLA PRIMA SALITA DEL GRAN DIEDRO SULLA NORD-OVEST DEL BADILE E A 17 DAL SUCCESSO SULLA NORD DELL'EVEREST CON L'INDIMENTICABILE BATTISTINO BONALI, LASCIA LA SUA FIRMA ANCHE SULLA OVEST DELL'ACONCAGUA

Leopold Sulovsky: 53 anni, ceco, non è mai finito direttamente sotto la luce dei riflettori. Eppure, da tre decenni, è uno dei fortissimi dell'alpinismo mondiale. Lo ricordiamo, il 21 agosto 1980, sulla selvaggia nord-ovest del Badile. Quella volta, con Jiri Benes, mise a segno la prima salita del Gran diedro (550 m, VI e A1), tra il Pilastro a Goccia e il settore principale della parete: una via assai avventurosa, ripetuta per la prima volta nel 1986 con alcune varianti dai valmadreresi Alberto Tegiacchi (scomparso sul Chaukhamba II nel 1993) e Domenico Chindamo e, da allora, ripresa non più di due o tre volte. Poco più di un anno dopo, il 19 settembre 1981, lo ritroviamo sulla vetta del Nanda Devi (7816 m) in compagnia di Josef Rakoncaj: ai loro piedi una via nuova sullo sperone della parete nord-est, un successo corale (il 16 settembre la cima era già stata raggiunta da Otokar Srovnal, Bohumil Kadlčík, Leoš Horka, Ludvík Paleček e Kamil Karafa) con difficoltà di V+ e A3 a quota 7500. Dieci anni più tardi, il 17 maggio 1991, Leopold è con Battistino Bonali sulla vetta dell'Everest: il ceco e il camuno, senza corde fisse e ossigeno supplementare, riescono a tracciare una variante diretta (con passaggi di V ad oltre 8300 metri) al Great (Norton) Couloir, dopo che Fausto De Stefani e Giuliano De Marchi (membri della stessa spedizione, guidata da Oreste Forno) erano rimasti bloccati per più giorni sotto il punto chiave dalla salita. Nel 1993 ecco un tentativo fino a 7600 metri sulla ovest del Makalu (8463 m) ancora con Oreste Forno e inoltre con Salvatore Panzeri, Dario Spreafico, Floriano Castelnuovo, Bruno Pennati, Riccardo Milani, Fabio Iacchini, Fabrizio Manoni, Graziano Bianchi, Antonio Prestini, Wolfgang Tomaseth e Slavko Svetičič (Sulovsky - con Panzeri, Spreafico, Manoni e Svetičič - riesce a raggiungere la vetta per la via normale) e quindi, nel 1996, tocca alla sud del Pumori (7145 m) per una linea nuova in stile alpino con Zdenek Michalec (l'itinerario presenta dei tratti in comune con vie aperte in precedenza). È infine del 2007 un tentativo sul K2. Ricordiamo poi che nel 1993, quando Battistino Bonali e Giandomenico Ducoli precipitarono dalla nord del Nevado Huascarán Norte (6655 m), probabilmente travolti da una scarica quando si trovavano a poche decine di metri dall'uscita della mitica Casarotto, Leopold non esitò a partire per il Perù, per cercare gli amici scomparsi, in compagnia di Oreste Forno, Andrea Sarchi, Rino Ferri, Guglielmo Guzza, Guido Cominelli, Guido Selvetti, Gino Baccanelli e Giovanni Ducoli.

Detto questo passiamo alla cronaca, ossia alla via aperta da Sulovsky e Josef Lukas, dal 28 al 30 gennaio 2008, sulla parete ovest dell'Aconcagua (6962 m): il tetto delle Americhe. Leopold e Josef, inizialmente, pensavano di tentare la celebre parete sud tuttavia, dopo aver valutato le condizioni, hanno preferito cimentarsi sulla ovest. La via nuova, comunque, non è stata una passeggiata: il freddo (-40 gradi!) e il vento fortissimo (che hanno causato ad entrambi gli alpinisti dei leggeri congelamenti), gli zaini pesanti (25-27 kg) e la pessima qualità della roccia (con numerosi blocchi instabili e continue scariche) hanno complicato parecchio la vita alla cordata. La via, risolta scalando quasi sempre di conserva, con un primo bivacco a quota 5300 e un secondo mille metri più in alto, si svolge inizialmente su neve e quindi, quando la parete diventa più ripida, su roccia con difficoltà di IV e V grado. Purtroppo non siamo in possesso di informazioni precise sulla sua “collocazione”, anche in rapporto agli altri itinerari esistenti sulla parete tra i quali segnaliamo la Ruta de la Tapia de Felipe (dal IV al VI e ghiaccio verticale) conclusa l'11 gennaio 1988 dagli argentini Daniel Alessio e Daniel Rodríguez e la Esteban Escaiola (è la diretta del versante: IV+ e ghiaccio verticale) aperta nel febbraio 1991 da Antonio Mir e Carlos Varela.

Aconcagua parete ovest

La parete ovest dell'Aconcagua (www.picasaweb.google.com)

Sulovsky

Dopo il successo del 1991 sulla nord dell'Everest: Graziano Bianchi (a sinistra), Battistino Bonali, Leopold Sulovsky e Oreste Forno (foto tratta da O. FORNO, Battistino Bonali. Grazie montagna, Grafica Sovico, Biassono 1994, p. 99)

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venerdì, 16 maggio 2008

GLI OTTOMILA, TRA CIÒ CHE È STATO E CIÒ CHE POTREBBE ESSERE

postato da carlocaccia alle 12:54 in varia, himalaya, karakoram

La fantasia, anche in alpinismo, si basa sulla conoscenza. Sugli Ottomila, per uscire dalle strade più battute, occorre sapere dove passano le altre: per ripercorrerle, magari perfezionando lo stile dei primi salitori, oppure per guardare oltre e cercare le proprie vie. Perché sui quattordici colossi della terra molto resta da fare: da linee originali su pareti già scalate a versanti ancora inviolati, come la est del Kangchenjunga. Non manca neppure una cima secondaria, il Lhotse Middle Est (8376 m), ancora in attesa dei primi salitori. Altri problemi, poi, sono le creste: quella del Mazeno, spartiacque tra i versanti Diamir (settentrionale) e Rupal (meridionale) del Nanga Parbat, è ancora una sfida aperta. Tra il 12 e il 18 agosto 2004, in stile alpino, gli americani Doug Chabot e Steve Swenson riuscirono a percorrerne un lunghissimo tratto ma, giunti all'intersezione con la via Schell, furono fermati dalla stanchezza e dal peggioramento delle condizioni meteorologiche. Questo tentativo, svoltosi in contemporanea a quello di Steve House e Bruce Miller sulla medesima montagna, lungo la linea che lo stesso House avrebbe completato l'anno seguente in compagnia di Vince Anderson, ci suggerisce che non tutti gli sguardi sono fissati sulla collezione dei quattordici colossi. Ma ci fa anche capire, vista la sua scarsa risonanza, che la creatività non sempre paga e la colpa, in fondo, è ancora una volta della mancanza di conoscenza.

Sulle cause di questa “malattia” non è il caso di dilungarsi: conviene piuttosto parlare della cura che, come spesso accade in casi del genere, è un “semplice” libro. Pubblicato dall'editore Grafica & Arte di Bergamo, 8000 metri di vita è l'ultima fatica di Simone Moro: un volume che fa il punto dell'alpinismo sui giganti della terra dall'Everest allo Shisha Pangma. Con le parole e, soprattutto, con le immagini, l'autore presenta ciò che è stato e suggerisce ciò che potrebbe essere. Così, se le fotografie della prima parte del libro sono in gran parte solcate da numerose linee colorate, ognuna delle quali è un capitolo di storia, un tassello del mosaico dell'esplorazione verticale, quelle della seconda parte sono “pulite”, da guardare a bocca aperta ma anche con occhio attento. Qualche esempio? Lo scatto alle pagine 106 e 107 con la già ricordata est del Kangchenjunga, quello a pagina 126 (in alto) dove la ovest del Cho Oyu appare in tutta la sua imponenza e quello alla pagine 146 e 147 con il pilastro centrale della parete nord dell'Annapurna.

«Ho avuto bisogno di attingere a tutto il mio archivio fotografico – spiega Simone Moro nell'introduzione -: diapositive, fotografie e immagini digitali. Ho però dovuto chiedere aiuto anche ad amici e colleghi che avevano visto e fotografato ciò che né io né altri avevamo potuto ammirare». Tra coloro che hanno collaborato alla buona riuscita dell'opera troviamo quindi, tra gli altri, Damien Benegas, Ralf Dujmovits, Alessandro Gogna, Gerlinde Kaltenbrunner, Pavle Kozjek, Janusz Kurczab, Nives Meroi, Silvio Mondinelli, Iñaki Ochoa, Roby Piantoni, Vadim Popovich, Pavel Shabalin, Karl Unterkircher, Denis Urubko, Ed Viesturs e Ed Webster. «Tutto questo lavoro di contatti e raccolta – continua Simone – è stato tutt'altro che facile. Tracciare tutte le vie di salita realizzate sino ad oggi è stato ancora più difficile e sicuramente avrò commesso errori ma è solo non agendo, non tentando di fare qualcosa, che si evita di fallire. Spero di ricevere critiche, suggerimenti e correzioni costruttive da parte di coloro che, con competenza e testimonianze dirette, sapranno proporre eventuali modifiche o integrazioni. Sarà l'occasione, per costoro, di partecipare al lavoro che ho dovuto fare da solo ma che, in futuro, spero diventi comune».

L'occasione per un primo confronto, per conoscere ciò che sta alla base di 8000 metri di vita direttamente dalla voce dell'autore, sarà questa sera alle 18.30 presso il Palamonti in via Pizzo della Presolana 15 a Bergamo. L'incontro, ad ingresso libero, è stato organizzato dalla sezione orobica del Club alpino italiano.

Simone copertina

La copertina del volume di Simone Moro, con Mario Curnis a pochi metri dalla vetta dell'Everest. Qui sotto, invece, alcune delle immagini pubblicate nel libro

Simone - K2 vie

Il versante sud-occidentale del K2 con le vie (da sinistra a destra): Giapponese-Pakistana (1981), Magic Line (1986), Kukuczka-Piotrowski (1986), Česen (1986), Italiana per lo Sperone Abruzzi (1954)

Simone - Kang est

L'inviolata parete est del Kangchenjunga

Simone - Kang cresta

Veduta aerea della cresta tra la vetta principale del Kangchenjunga e lo Yalung Kang

Simone - Cho Oyu ovest

L'impressionante parete ovest del Cho Oyu, dalla vetta dello Jasamba

Simone - GI nord

Il tormentato versante cinese del Gasherbrum I

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giovedì, 15 maggio 2008

ALASKA: PRIMA ASSOLUTA AL COSPETTO DEL MOUNT FORAKER

postato da carlocaccia alle 11:27 in nordamerica

SUCCESSO SUL BAT'S EARS PER BEN GILMORE, FREDDIE WILKINSON E MAXIME TURGEON: VETTA RAGGIUNTA PER LA PARETE SUD LUNGO UNA VIA DI 1000 METRI CON DIFFICOLTÀ DI WI4+ E M5+

Con i suoi 3366 metri, il Bat's Ears (“Orecchie del pipistrello”), era forse la più alta cima alaskana in attesa dei primi salitori. Ben Gilmore e Freddie Wilkinson l'avevano notata nel 2007, in occasione della bella salita sulla “Pinna” (The Fin, 4200 m) del Mount Foraker (www.intotherocks.splinder.com/post/12201545) e nei giorni scorsi, in compagnia di Maxime Turgeon, sono tornati lassù per tentarne la scalata. Il successo è arrivato il 1° maggio: il terzetto è salito per i 1000 metri della parete sud, tracciando una via su ghiaccio (WI4+) e misto (M5+) con tratti, a detta di Gilmore, davvero entusiasmanti. La discesa si è quindi svolta per la cresta sud-ovest, chiudendo in bellezza un'avventura di 23 ore complessive dal campo base alla cima e ritorno.

Il Bat's Ears si innalza nel poco visitato settore sud-occidentale del massiccio del Mount Foraker (5303 m), tra i ghiacciai Yentna e Lacuna, e dal suo punto più alto la parete orientale della “Pinna” appare in tutta la sua imponenza. Così, visto che nel 2007 Gilmore e soci l'avevano superata integralmente senza però raggiungere la vetta, dopo la “conquista” del Bat's Ears l'intenzione era quella di tornare sulla Fin Wall per tracciarvi un'altra via. Le condizioni meteo, tuttavia, hanno convinto i tre amici a rinunciare: il tempo era troppo instabile per intraprendere una scalata così impegnativa, che avrebbe richiesto almeno tre giorni.

Che fare, dunque? Semplice: raggiungere in aereo il campo sul ghiacciaio Kahiltna, guardarsi attorno e scoprire che il celebre Moonflower Buttress (Stump e Aubrey, 1981, fino all'ultima fascia rocciosa; Bibler e Klewin, 1983, con la cima; 1800 m, WI6 e M7) del Mount Hunter (4442 m) era in condizioni accettabili. Gilmore e soci l'hanno quindi attaccato e, scalando sempre in libera ad eccezione di un pendolo (soltanto per i secondi, però, perché Turgeon in testa alla cordata non ha potuto sfruttare la tensione della corda), il primo giorno hanno superato due terzi del pilastro e il secondo giorno, con il tempo cattivo, hanno scalato il resto del Moonflower Buttress vero e proprio, proseguendo per altri 600 metri fino alla vetta del Mount Hunter (firmando così quella che dovrebbe essere la nona ascensione integrale della via). La discesa, che ha concluso un “viaggio” di 52 ore complessive, si è svolta per l'itinerario di salita, prima arrampicando e poi con 26 corde doppie.

Bat 1

Il Bat's Ears (3366 m) con le vie di salita (linea continua) e di discesa (linea tratteggiata) di Gilmore, Wilkinson e Turgeon

Bat 2

Maxime Turgeon in azione sulla sud del Bat's Ears

Bat 3

Il comando delle operazioni è passato a Freddie Wilkinson...

Bat 4

Freddie (a sinistra) e Maxime in vetta: alle loro spalle si nota la poderosa parete est della “Pinna” (The Fin) del Mount Foraker

Foto: arch. Ben Gilmore (www.climbing.com)

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mercoledì, 14 maggio 2008

GIOVANI FRANCESI IN ALASKA: COLLEZIONE DI SALITE

postato da carlocaccia alle 12:08 in nordamerica

PRIMA ASCENSIONE DELLA CRESTA NORD-EST DEL MOUNT DICKEY (1600 m, ED, 6 GIORNI DI SCALATA) E 4 RIPETIZIONI TRA CUI LA ROBERTS-ROWELL-WARD SULLA STESSA MONTAGNA: È POSITIVO IL BILANCIO DELLA SPEDIZIONE DEI RAGAZZI E RAGAZZE DEI GROUPES EXELLENCE DELLA FFCAM GUIDATI DA CHRISTOPHE MOULIN & C. DOMANI IL RITORNO AD ANCHORAGE

Meno di un mese fa, giungendo da casa ad Anchorage (www.intotherocks.splinder.com/post/16776556), sognavano scalate a non finire. Domani, tornando dal Ruth Glacier ad Anchorage, ripenseranno ai loro sogni diventati realtà. I ragazzi e ragazze dei Groupes excellence della Ffcam (“Fédération française des clubs alpins et de montagne”), in trasferta in Alaska dopo mesi di preparazione ad alto livello, non hanno deluso: Sébastien Ratel (20 anni), Mathieu Détrie (23), Sébastien Ibanez (24), Jean-Baptiste Deareck (23), Basile Ferran (22), Damien Tomasi (20), François Delas (21), Benoît Montfort (24), Mathieu Maynadier (23), Laure Gaudin (25 anni), Cécile Chauvin (26), Aurélie Lévêque (26) e Julie Gerber (26), sotto la guida del mitico Christophe Moulin e inoltre di Patrick Pessi, Frédéric Gentet e Stéphane Benoîst, in tre settimane hanno messo a segno ben cinque salite tra cui una difficile prima assoluta, una seconda ripetizione di gran classe e altre tre scalate. In verità alcuni degli obiettivi dichiarati prima della partenza, come Blood from the stone (Ueli Steck e Sean Easton, 2002, 1600 m, M7+, WI6+X, VI e A1) sulla est del Mount Dickey e Wine bottle (Andreas Orgler e Tommy Bonapace, 1988, 1600 m, VII, A3+ e ghiaccio) sulla stessa parete, sono rimasti irraggiungibili, tuttavia non è il caso di cercare il pelo nell'uovo: in queste avventure una cosa è il programma iniziale, pensato stando attorno ad un tavolo leggendo e guardando fotografie, un'altra è la realtà dei fatti, di cui ci si può rendere conto soltanto a tu per tu con le montagne. LA CRONACA. Lo squadrone transalpino ha raggiunto il Ruth Glacier il 22 aprile e due giorni dopo, con Christophe Moulin, le ragazze hanno salito la classica Ham and eggs (Jon Krakauer, Thomas Davies e Nate Zinsser, 1975, 850 m, VI e AI4) sulla parete sud del Moose's Tooth (3150 m). Laure, Cécile, Aurélie e Julie, il 2 maggio, si sono quindi ripetute sulla stessa parete, superando in 11 ore Shaken, not stirred (950 m, AI5) mentre i ragazzi hanno colto un successo di classe sul Mount Dickey (2909 m). Frédéric Gentet, Damien Tomasi, François Delas e Sébastien Ratel hanno infatti messo a segno, in quattro giorni, la seconda ripetizione della Roberts-Rowell-Ward (David Roberts, Galen Rowell e Ed Ward, 14 e 17-19 luglio 1974, 1600 m, VI e A2) sull'altissimo pilastro sud-est della montagna, seguendo le tracce illustri di Steve House e Jeff “Pouche” Hollenbaugh: gli autori della prima ripetizione, firmata tra il 23 e il 25 settembre 2003. Ed ecco, finalmente, la via nuova, a proposito della quale le informazioni sono per ora piuttosto scarse. Sappiamo soltanto che Mathieu Détrie, Mathieu Maynadier e Sébastien Ibanes, con Patrick Pessi, sono riusciti a violare in sei giorni i 1600 metri (ED) della cresta nord-est del “solito” Mount Dickey sul quale, giusto per non stare a guardare, le ragazze hanno ripetuto in 30 ore i 1250 metri (più 150 metri per raggiungere la vetta) della goulotte Johnson.

Dickey

Il Mount Dickey da nord-est. Le linee rossa e gialla indicano, approssimativamente, Blood from the stone e Wine bottle, la linea blu dovrebbe essere la via nuova lungo la cresta nord-est e la linea fucsia è un sogno rimasto tale sulla parete nord. La Roberts-Rowell-Ward sale invece lungo l'evidente pilastro all'estrema sinistra della montagna (www.ffcam.fr)

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martedì, 13 maggio 2008

BRUNO DETASSIS – OPERA OMNIA (2)

postato da carlocaccia alle 12:26 in frammenti di storia

Dopo le 32 vie aperte dal 1932 al 1942 (si veda il post precedente), ecco le altre creazioni di Bruno Detassis nelle Dolomiti di Brenta: 23 itinerari risolti dal 1945 al 1976.

1945: MONOTIRO SUL SASSO DELL'AQUILA

33. Torre Lancieri (2350 m, Corna Rossa, massiccio del Grostè), camino di sinistra, con Natale Vidi e due militari Lancieri, settembre 1945 – 200 m, III e un passaggio di IV+

34. Sasso dell'Aquila (massiccio del Grostè), paretina ovest, con Natale Vidi, settembre 1945 – 25 m, VI-

1947: BEL COLPO, CON MARINO STENICO, SULLA EST DELLA CIMA BRENTA

35. Corna Rossa (2350 m, massiccio del Grostè), spigolo sud-est, con Natale Vidi, agosto 1946 – 200 m, IV+

36. Cima Falkner (2999 m, massiccio del Grostè), parete ovest-sud-ovest, con Ferruccio Ferretti e Sandro Serafini, 21 giugno 1947 – 350 m, V- con passaggi di V+

37. Cima Brenta (3150 m, massiccio di Cima Brenta), parete est, Via Detassis-Stenico, con Marino Stenico, Carlo Sebastiani e Marco Franceschini, 27 luglio 1947. La via sale a sinistra del poderoso e strapiombante Pilastro rosso, lungo uno spigolo poco accennato interrotto da numerosi strapiombi – 450 m (600 m fino in vetta), V e VI, usati 8 chiodi

38. Torre Città di Monza (massiccio del Grostè), prima ascensione assoluta, con Gianvittorio Fossati Bellani, Silvio Colombo, Luigi Galbiati e Natale Vidi, 14 settembre 1947 – 260 m, IV e passaggi di V

1948: UNA PRIMA ASSOLUTA CON DEDICA

39. Rocca delle Val Perse (2907 m, massiccio del Grostè), cresta sud-est, con Enrico Bozzi e Gianvittorio Fossati Bellani, 18 agosto 1948. Bella arrampicata su roccia in genere solida (friabile nei primi 60 metri) – 400 m, III e passaggi di IV

40. Torre Lidia (massiccio del Grostè), prima ascensione assoluta, con Serafino Serafini, 29 settembre 1948. Il nome della torre ricorda la sorella di Serafini – 160 m, IV con 10 metri di VI

1951: UNA VIA COL FRATELLO

41. XII Torre di Cima Brenta (2990 m circa, massiccio di Cima Brenta), spigolo nord-est, con Catullo Detassis, 1° agosto 1951. Arrampicata di eccezionale eleganza ed esposizione lungo uno spigolo affilatissimo, su roccia ottima – 280 m, V e un passaggio di V+, usati 18 chiodi e un cuneo

1952: RITORNO ALLA CIMA TOSA

42. Cima Tosa (3173 m, massiccio della Tosa), parete ovest, con Catullo Detassis e Marino Stenico, 3 luglio 1952. La via si svolge fra i due torrioni che caratterizzano la parete nella sua parte più settentrionale – 450 m, IV

1953: ANCORA COL FRATELLO CATULLO

43. Torre Nardelli (2680 m circa, catena degli Sfùlmini), parete nord, con Catullo Detassis e Ada Gizzi, 8 agosto 1953. La via, su roccia ottima, supera il profondo camino nero che caratterizza la parete - 170 m, IV e V, usati 4 chiodi

44. Cima Brenta (3150 m, massiccio di Cima Brenta), parete sud-sud-ovest, con Catullo Detassis, Gianvittorio Fossati Bellani ed Enrico Bozzi, 30 agosto 1953. Arrampicata interessante, anche per l'ambiente, su roccia ottima – 450 m, III e IV con un passo di V-

1954: LA RICERCA NON SI FERMA

45. Cima Mandron (3040 m, massiccio di Cima Brenta), Spigolo del Barbacan, con Catullo Detassis, 4 luglio 1954. La via supera lo spigolo arrotondato che sporge a sinistra del Campanile Caigo, già visibile dal rifugio Brentei. Bella ed esposta arrampicata su roccia solida – 250 m, IV e V

46. Spallone Irene (2372 m, massiccio di Cima Brenta), parete nord, con Irene Bozzi, Catullo Detassis, Gino Tonelli e Luigi Zubani, 31 agosto 1954 – III e IV

1955: UNA PICCOLA CREAZIONE DALL'INCIPIT CATTIVISSIMO

47. I Gemelli (2691 m, catena degli Sfùlmini), al Figlio del Gemello Inferiore per il camino sud-ovest, con Filippo Bozzi e Giovanni Ventura, 2 agosto 1955 - 130 m, VI e poi IV, usati 10 chiodi

1962: LA VIA DEI FRATELLI

48. Cima Molveno (2917 m, catena degli Sfùlmini), cresta sud dell'anticima sud, con Sergio Petrolati, Raffaele Cozzi, Catullo Detassis e C. Zanini, 8 luglio 1962 – 200 m, III e IV

49. Cima Tosa (3173 m, massiccio della Tosa), parete nord-est, Via fratelli Detassis, con Catullo e Giordano Detassis, 12 settembre 1962. Bella arrampicata, di soddisfazione e di notevole interesse alpinistico. In qualche tratto (traversate), l'itinerario non è semplice da trovare. Roccia ottima, salvo nella parte inferiore. Salita da effettuarsi a fine stagione, quando le fessure e i camini sono più asciutti – 700 m, V continuo, usati 27 chiodi

1964: L'ALPINISMO, UN AFFARE DI FAMIGLIA

50. Cima degli Armi (2951 m, catena degli Sfùlmini), versante sud-sud-ovest, Via diretta, con Catullo e Claudio Detassis, 9 settembre 1964. Arrampicata libera sostenuta, su roccia ottima – 220 m, dal IV al V+, usati 22 chiodi

51. Cima Molveno (2917 m, catena degli Sfùlmini), parete sud-ovest, con Raffaele Cozzi, Catullo e Claudio Detassis, 13 settembre 1964. Via dedicata all'alpinista milanese Umberto Quintavalle. Salita molto divertente su roccia sicura – 250 m, IV

1966: UN OMAGGIO ALLA NIPOTE STELLA

52. Torre Mandron (massiccio di Cima Brenta), prima assoluta (per la cresta sud-est), con Catullo Detassis e Melchiorre Foresti, 8 settembre 1966. I primi salitori proposero di chiamare la cima Torre Stella, in omaggio a una figlia di Catullo Detassis – 400 m, III e IV

1970: RICORDANDO ETTORE CASTIGLIONI E VITALE BRAMANI

53. Torre Nardelli (2680 m circa, catena degli Sfùlmini), parete sud, con Catullo Detassis, Melchiorre Foresti e Riccardo Tabarelli de Fatis, 25 agosto 1970. Via dedicata alla memoria di Ettore Castiglioni e Vitale Bramani – V, usati 10 chiodi

1975: UN'ALTRA DEDICA...

54. Campanile dei Brentei (massiccio di Cima Brenta), parete sud-ovest, con Ugo Lorenzi, Catullo e Claudio Detassis, 10 settembre 1975. Via dedicata all'alpinista accademico Mario Bisaccia. Bella arrampicata esposta, su roccia solida, specialmente nella parte superiore – 300 m, IV e V

1976: CORO FINALE PER TRE GENERAZIONI

55. Punta di Campiglio Occidentale (2876 m, massiccio di Cima Brenta), parete sud, Via delle tre generazioni, con Catullo e Claudio Detassis, Cesare Maestri ed Ezio Alimonta, 26 agosto 1976. Arrampicata esposta ed elegante, su roccia ottima – 350 m, IV e V

Guardare, scoprire, creare: l'alpinismo di Bruno Detassis non ha mai abbandonato questo motto. Oltre 50 prime ascensioni sulle sue montagne, dal 1932 al 1976, con almeno una via nuova all'anno dal 1932 al 1942, non lasciano dubbi sulla capacità del Re del Brenta di sentire i richiami della montagna. Le pareti sapevano che lui, arrampicatore sopraffino, non le avrebbe martoriate a suon di chiodi, sapevano che il grande Bruno avrebbe afferrato il martello soltanto per la propria (e dei compagni) sicurezza e che, a parte quella volta sulla Brenta Alta, di notte le avrebbe lasciate in pace, preferendo dormire nel proprio letto. Cosa dire ancora? Potremmo aggiungere che Bruno Detassis si è divertito tanto sulle pareti più imponenti, come la nord-est del Crozzon, quanto su strutture decisamente più piccole, come quel Sasso dell'Aquila che non è una cima ma soltanto un gran pietrone cubico, altro circa 25 metri, che si trova sui ghiaioni ai piedi del Quinto Torrione della Corna Rossa, nel massiccio del Grostè. Ma andiamo con ordine: se sulla Cima Tosa, punto culminante delle Dolomiti di Brenta, Detassis ha lasciato ben cinque volte la sua firma, due sono le creazioni che portano il suo nome sul vicino Crozzon. Il Re del Brenta ha poi fatto altri bis importanti: sulla Cima Brenta, sulla Brenta Alta e sul Croz dell'Altissimo. Tra i compagni se ne incontrano di ogni tipo e capacità. Ricordiamo Gino Corrà (4 salite insieme, tutte nel 1932), Ettore Castiglioni (4 salite, in pochi giorni nel 1933), Ulisse Battistata (3 salite, tra cui il capolavoro sulla Brenta Alta), Enrico Giordani (5 salite, tra cui quella appena citata sulla Brenta Alta e la Via delle guide sul Crozzon), Giorgio Graffer (una salita: il difficile pilastro di destra della parete est della Cima Tosa), Pino Fox (2 salite), Marino Stenico (2 salite) e Cesare Maestri (una salita: la Via delle tre generazioni del 1976). Da sottolineare, infine, che in ben 4 occasioni il Re del Brenta si è legato in cordata con il figlio Claudio e che il compagno con cui ha tracciato il maggior numero di vie (addirittura 16!) è stato il fratello Catullo. Tra gli itinerari, oltre a quello sulla parete nord-est della Brenta Alta e alla Via delle guide sul Crozzon, volendo fare una selezione dobbiamo evidenziare i due sul Croz dell'Altissimo (1932 e 1936, rispettivamente con Corrà e Giordani), quello sulla parete nord del Dos di Dalun (1933, con Castiglioni), quelli sulla ovest del Crozzon e sulla nord-est della Cima Tosa (1933, sempre con Castiglioni), quello sulla est della Cima Tosa (1937, con Giorgio Graffer), quello sulla sud-ovest della Torre di Brenta (1938, con Costazza), quello sulla est-nord-est del Castello di Vallesinella (1940, con Paolo Graffer e Sigerio Ruffo), quello sulla sud-sud-ovest della Punta di Campiglio Orientale (1941, con Scotoni), quello sulla est della Cima Brenta (1947, con Stenico, Sebastiani e Franceschini), quello sulla XII Torre di Cima Brenta (1951, con il fratello Catullo), la Via dei fratelli Detassis sulla nord-est della Cima Tosa (1962, con i fratelli Catullo e Giordano), la Via diretta sulla sud-sud-ovest della Cima degli Armi (1964, con il figlio Claudio) e la Via delle tre generazioni sulla sud della Punta di Campiglio Occidentale (1976, con il figlio Claudio, il fratello Catullo, Maestri e Alimonta).

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lunedì, 12 maggio 2008

BRUNO DETASSIS – OPERA OMNIA (1)

postato da carlocaccia alle 14:23 in frammenti di storia

Era il Re del Brenta, Bruno Detassis: sia per l'aspetto sia, soprattutto, per le sue creazioni in quel fantastico gruppo montuoso. Scorrendo con attenzione la guida Dolomiti di Brenta di Gino Buscaini ed Ettore Castiglioni, pubblicata nel 1977 nella collana “Guida dei monti d'Italia” del Cai-Tci, ne abbiamo contate in tutto 55 (!), dai capolavori sulla Brenta Alta e sul Crozzon ad altre meno rilevanti. Così, per celebrare attraverso le opere il grande maestro che ci ha lasciato pochi giorni fa (post del 9 maggio 2008), abbiamo pensato di ricordare in ordine cronologico i suoi itinerari sulle sue montagne, con le note (in qualche caso leggermente modificate) che le accompagnano nella guida citata. L'elenco – del quale domani pubblicheremo la seconda parte con alcune osservazioni – è fonte di non poche sorprese e non vuole essere soltanto un insieme di informazioni ma anche uno stimolo, la molla per una riscoperta di uno dei personaggi più luminosi della storia dell'alpinismo.


1932: UN ESORDIO IN GRANDE STILE E ALTRE TRE VIE CON GINO CORRÀ

1. Croz dell'Altissimo (2339 m, sottogruppo della Gaiarda e dell'Altissimo), parete ovest, variante nella gola alla Dibona (Angelo Dibona, Luigi Rizzi, Guido e Max Mayer, 16 agosto 1910), con Gino Corrà, luglio 1932. L'itinerario si svolge interamente per la grande gola centrale della parete, seguendo cioè nel primo tratto la via Dibona e continuando poi per la gola fino in vetta. Si tratta dunque di una variante di notevole importanza e ben più diretta della via originale. Le difficoltà non sono superiori a quelle della via Dibona tuttavia sono più continue - 450 m (1000 m con la Dibona), IV e V+

2. Brenta Alta (2960 , catena degli Sfùlmini), diedro della parete sud, con Gino Corrà, 14 agosto 1932. Sale il grande diedro obliquo da sinistra a destra, sormontato da alti strapiombi gialli, un poco a destra del centro della parete – V-

3. Monte Daino (2695 m, sottogruppo del Monte Daino), parete nord-est, con Gino Corrà, 16 agosto 1932. La via si svolge in quel grande canale che solca nel mezzo tutta la larga parete rivolta al Croz dell'Altissimo. L'arrampicata è poco attraente per la cattiva qualità della roccia - 400 m, V

4. Cima Margherita (2845 m, massiccio della Tosa), parete sud-sud-ovest, Fessura Detassis, con Nello Bianchini, Maria Casè e Gino Corrà, 28 agosto 1932. Arrampicata molto esposta ed elegante, che si svolge lungo quella sottile fessura verticale che incide la parete poco a sinistra della vetta - 280 m, V- e un tratto di V


1933: SPLENDIDO POKER CON ETTORE CASTIGLIONI

5. Dos di Dalun (2680 m, sottogruppo del Ghez), parete nord, con Ettore Castiglioni, 24 luglio 1933. La via si svolge per la fessura-diedro verticale che delimita a destra il grosso pilastro arrotondato della parete nord. Arrampicata libera bellissima ed elegante, su roccia solida con appigli minimi e pungenti. Data la compattezza della roccia è quasi impossibile piantare chiodi, anche ai punti di sosta – 450 m, V molto sostenuto

6. Cima Tosa (3173 m, massiccio della Tosa), parete sud-sud-ovest, con Ettore Castiglioni, 1° agosto 1933. Arrampicata molto divertente che supera quell'elegante parete verticale che si eleva sopra la testata della Vedretta dei Camosci, proprio di fronte alla Bocchetta dei Camosci, lungo una marcata riga nera – 300 m, IV

7. Crozzon di Brenta (3135 m, massiccio della Tosa), parete ovest, con Ettore Castiglioni, 2 agosto 1933. L’itinerario si svolge in corrispondenza della Cima di mezzo del Crozzon e offre un'arrampicata libera di grande interesse, molto esposta ed elegante – 800 m, IV con un passaggio di V

8. Cima Tosa (3173 m, massiccio della Tosa), parete nord-est, Via diretta, con Ettore Castiglioni, 4 agosto 1933. L'itinerario si svolge per quella lunga serie di camini che, scendendo dall'intaglio della Torre Gilberti, solcano tutta la parete incrociando a circa metà altezza la via Piaz (G.B. Piaz e M. Michelson, 28 luglio 1911) ed evitandone i tratti ghiacciati e più pericolosi. La roccia friabile e il pericolo di sassi sono limitati ai primi 100 metri dell'arrampicata. La lunghezza, la varietà e l'impegno quasi continuo fanno di questa scalata una delle più interessanti che si possano effettuare sulla nord-est della Cima Tosa – 750 m, IV e V


1934: IL CAPOLAVORO, CON BIVACCO, SULLA BRENTA ALTA

9. Brenta Alta (2960 , catena degli Sfùlmini), parete nord-est, con Ulisse Battistata ed Enrico Giordani, 14-15 agosto 1934. L'itinerario si svolge lungo quella stupenda muraglia verticale, di eccezionale uniformità e compattezza, che domina la parte più alta della Busa degli Sfùlmini. Arrampicata libera arditissima, molto esposta ed elegante, forse la più ardua (1977) del Gruppo di Brenta, su roccia molto compatta che rende talvolta assai precario l'uso dei chiodi. È più sostenuta del Pilastro dei Francesi sul Crozzon – 500 m, VI-, usati 17 chiodi escluse le soste

10. Torre di Brenta (3014 m, catena degli Sfùlmini), parete sud-ovest, con Ulisse Battistata, Enrico Giordani e Pompeo Marimonti, 23 agosto 1934. Arrampicata esposta, molto elegante e di soddisfazione, su roccia ottima, che si svolge per quella bella parete verticale a destra della cresta ovest-nord-ovest – IV+ e V


1935: LA VIA DELLE GUIDE SUL CROZZON

11. Piccolo Dos di Dalun (2583 m, sottogruppo del Ghez), parete nord, con Enrico Giordani, 29 luglio 1935. La via, piuttosto complicata, entra da destra in parete sopra gli enormi strapiombi inferiori e percorre una lunga fessura leggermente curva che porta in vetta – 400 m, V

12. Piccolo Dos di Dalun (2583 m, sottogruppo del Ghez), parete nord, con Catullo Detassis e Pino Fox. Si ha solo notizia di questo tentativo di via diretta alla parete, risolto poi con una breve via al limite sinistro (est) della stessa. Mancano particolari.

13. Crozzon di Brenta (3135 m, massiccio della Tosa), parete est-nord-est, Via delle guide, con Enrico Giordani, 2 agosto 1935. La via supera con mirabile dirittura la compatta muraglia del Crozzon, seguendo nel tratto mediano quella di destra delle due evidenti strisce nere che caratterizzano la parete est-nord-est. Itinerario arditissimo in arrampicata libera, uno dei più interessanti e noti non solo nel gruppo di Brenta. L'arrampicata è molto bella e sostenuta nel tratto mediano, su roccia ottima e compatta – 800 m, V+

14. Croz del Rifugio (2615 m, sottogruppo del Monte Daino), spigolo sud-ovest del Campanile Teresa, con Pino Fox, 13 settembre 1935. Arrampicata assai esposta ed elegante, che supera il marcato e ripido spigolo che si profila guardando dal rifugio Pedrotti – IV


1936: IMPRESA SUL CROZ DELL’ALTISSIMO

15. Croz dell'Altissimo (2339 m, sottogruppo della Gaiarda e dell'Altissimo), parete sud-sud-ovest della cima nord-ovest, con Enrico Giordani, 30 luglio 1936. L'ardito itinerario si svolge lungo una serie di diedri e fessure che solcano obliquamente tutta la grandiosa parete. Arrampicata libera a tratti sostenuta, su roccia in parte levigata; come tipo di salita e difficoltà è simile alla Solleder-Lettenbauer (Emil Solleder e Gustav Lettenbauer, 7 agosto 1925) sulla nord-ovest della Civetta – 820 m (sviluppo 950 m), V+ con passaggi di VI-, usati 14 chiodi

16. Bimbo di Monaco (2530 m, catena degli Sfùlmini), parete nord-est, con Paolo Graffer e V. Larcher, 29 agosto 1936 - 30 m, VI, usati 3 chiodi


1937: ALTA DIFFICOLTÀ SULLA CIMA TOSA

17. Cima Tosa (3173 m, massiccio della Tosa), parete est, pilastro di destra, con Giorgio Graffer, 13 agosto 1937. L'ardito itinerario si svolge per quello di destra dei due grossi pilastri giallastri che sporgono dal versante est, separati da uno stretto canale. Bella arrampicata libera di notevole interesse, con tratti di estrema difficoltà – 300 m, VI-, usati 20 chiodi

18. Castelletto Basso di Mezzo (massiccio del Grostè), prima ascensione assoluta, con Rizieri Costazza, agosto 1937. Bella e divertente arrampicata, adatta per allenamento – 180 m, III con passaggi di IV


1938: ALTRE VIE CON RIZIERI COSTAZZA

19. Torre di Brenta (3014 m, catena degli Sfùlmini), parete sud-ovest, con Rizieri Costazza, 20 luglio 1938. Breve e interessante arrampicata libera che si svolge su quella stretta parete rossastra che si innalza verticale sopra al canalone che scende verso ovest dalla Bocchetta Alta degli Sfùlmini – 180 m, V e un tratto di VI-

20. Cima Brenta Bassa (2809 m, massiccio della Tosa), parete sud, Via dei camini, con Ulisse Battistata e Rizieri Costazza, 25 luglio 1938. Arrampicata abbastanza interessante, specialmente nel tratto superiore, che si svolge per quello stretto camino verticale al margine destro (est) della grande fascia gialla strapiombante, sul lato rivolto alla Pozza Tramontana – III con passaggi di IV

21. Torre Prati (2680 m circa, catena degli Sfùlmini), camino nord, con Natale Vidi, estate 1938 (?). La via supera il gran caminone nero che sale diritto fino alla forcella tra la Torre Bianchi e la Torre Prati – 170 m, III


1939: DUE PRIME CON ZISA DE GRANDI E I 18 CHIODI DEL CAMINO DELLA PUNTA DI CAMPIGLIO OCCIDENTALE

22. Quarto Campanile degli Armi (2660 m, catena degli Sfùlmini), spigolo nord-est, con Zisa De Grandi, Paolo Graffer e Vittorio Tranquillini, 1° agosto 1939. Elegante arrampicata, molto esposta, su roccia ottima – 200 m, IV

23. Castelletto di Mezzo (2571 m, massiccio del Grostè), parete sud, con Rizieri Costazza, Zisa De Grandi e E. Lomazzo, 9 agosto 1939. La via si svolge per il marcato camino che delimita a destra la gialla parete. Arrampicata molto interessante – 200 m, IV

24. Punta di Campiglio Occidentale (2876 m, massiccio di Cima Brenta), Camino Detassis, con Sigerio Ruffo, agosto 1939. Arrampicata di interesse accademico che si svolge nel camino nero a sinistra del camino della via Agostini (Silvio Agostini e Virgilio Neri, estate 1931) e che si interrompe circa 80 metri sopra la base della parete – VI, usati 18 chiodi


1940: UNA VIA DI “GRANDE INTERESSE SPORTIVO”

25. Castello di Vallesinella (2782 m, massiccio del Grostè), parete est-nord-est, con Paolo Graffer e Sigerio Ruffo, 2 settembre 1940. La via, dedicata a Gabriella Ruffo, è di grande difficoltà e di notevole interesse sportivo. Si svolge per un sottile diedro e un camino bagnato che incidono la parete gialla, strapiombante sopra la Vedretta di Vallesinella Inferiore – 230 m, V+ e passaggi di VI, usati 30 chiodi


1941: LA GUERRA NON FERMA IL GRANDE BRUNO

26. Torrione Est (massiccio del Grostè), prima ascensione assoluta (per lo spigolo sud), con B. Dallagiacoma e Zisa De Grandi, 14 luglio 1941 IV

27. Torre Zisa (massiccio del Grostè), prima ascensione assoluta, con B. Dallagiacoma e Zisa De Grandi, 13 luglio 1941 V-

28. Torrione di Vallesinella (2462 m, massiccio del Grostè), parete ovest, con B. Dallagiacoma e Zisa De Grandi, 17 luglio 1941. La via si svolge lungo un'evidente fessura nella metà sinistra della parete e offre un'arrampicata divertente, su roccia ottima – IV

29. Punta di Campiglio Orientale (2969 m, massiccio di Cima Brenta), parete sud-sud-ovest, con Cesare Scotoni, 8 agosto 1941. Via dedicata alla memoria di Giorgio Graffer. Arrampicata varia ed interessante, che si svolge in parete fino al cengione a metà altezza, poi passa per un breve tratto nel canale che separa le due Punte di Campiglio e ritorna quindi a destra nel centro della parete, che viene superata lungo un profondo caminone, dove si incontrano difficoltà estreme – 550 m, VI

30. Torrione Comici (catena degli Sfùlmini), parete ovest, con Sandro Disertori, Renzo Graffer, Cesare Scotoni e W. Sgorbati, 24 agosto 1941. La via si svolge per quel sottile ed elegante diedro-camino, poco marcato, che incide l'alta parete verticale soprastante il Sentiero dei Brentei. Arrampicata divertente e di soddisfazione – 250 m, V+


1942: DUE PICCOLE CREAZIONI (PRIMA DI DUE ANNI DI SILENZIO)

31. Cima degli Armi Bassa (2706 m, catena degli Sfùlmini), cresta est, Bruno Detassis e Renata Sutter, 28 luglio 1942. Arrampicata varia e abbastanza divertente, in ambiente solitario – 220 m, III con un passaggio di IV-

32. Torrione Sat (2350 m, Corna Rossa, massiccio del Grostè), spigolo sud-est, con Nella Detassis, 20 settembre 1942 200 m, IV

Domani l’appuntamento con le 23 vie “postbelliche”, tracciate da Detassis dal settembre 1945 al 26 agosto 1976.

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venerdì, 09 maggio 2008

BRUNO DETASSIS (1910-2008)

postato da carlocaccia alle 19:26 in varia

«NATO AI PIEDI DELLE MONTAGNE, NE HO SEMPRE SUBITO LA PREPOTENTE ATTRAZIONE»

«Dopo le tante discussioni anche di carattere filosofico che già si sono avute su questo argomento, ecco che oggi ci ridomandiamo “perché l'alpinismo?”. E noi alpinisti anziani chiediamo a noi stessi per quali ragioni continuiamo ad andare in montagna. Evidentemente non è soltanto perché la nostra vita s'identifica ormai col lato pratico dell'alpinismo, ma perché grazie alla montagna abbiamo potuto darle un senso completo. Nato ai piedi delle montagne, ne ho sempre subìto la prepotente attrazione. Inizialmente esse sono state per me come un ginnasio per saggiare i miei ardori giovanili. Ma anche più in là negli anni constatai che la montagna è il banco di prova più adatto per misurare le nostre possibilità: nella lotta contro le forze della natura, talvolta benigne, talvolta ostili, che però lasciano sempre all'uomo la capacità di resistere con intelligenza ed anche di vincere. In queste parole, “anche vincere”, è il nocciolo della questione. Si può vincere anche con umiltà e modestia. Per ottenere questa vittoria non basta aver coraggio: occorre aver imparato, occorre spesso tutta una vita di sacrifici. Si comprende il valore di questa lunga conquista che è il risultato della maestria e del controllo di se stessi. E credo che per sfuggire talvolta alla supremazia ingiusta e crudele degli uomini, molti si rivolgono con amore alla montagna e all'alpinismo, attratti da un'attività, da una forma di lotta in cui possono affermare la parte migliore di loro stessi. La montagna si rivela così un autentico aiuto morale».

Così rispose Bruno Detassis, nel 1965, alla domanda da lui stesso ricordata (Tavola rotonda del Festival di Trento, si veda in proposito la Rivista mensile del Cai, 1967, pp. 94-95). Il “Re del Brenta” si è spento ieri sera nella sua casa di Madonna di Campiglio (www.intraisass.splinder.com/post/17040701). Georges Livanos, nel suo Cassin. C'era una volta il sesto grado (Dall'Oglio, Milano 1984), gli rese omaggio a modo suo, in due righe che valgono più di un libro intero: «I “più forti” allora erano cinque, sei, sette... Volendo fare una classifica ex aequo, di questi grandi maestri non citerò che i più famosi: Andrich, Carlesso, Comici, Detassis, Soldà, Vinatzer e Cassin».

Profit e Detassis

Christophe Profit e Bruno Detassis al Festival di Trento (www.trentofestival.it)

Detassis Luisa

Bruno Detassis e le sue montagne secondo la disegnatrice lecchese Luisa Rota Sperti (il disegno è tratto dal ciclo Dalle cattedrali della terra ai sentieri del cielo, www.luisarotasperti.com)

Detassis Luisa 2

Bruno Detassis negli appunti di Luisa Rota Sperti (dal catalogo del ciclo Dalle cattedrali della terra ai sentieri del cielo)

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giovedì, 08 maggio 2008

OLTRE QUOTA 8000

postato da carlocaccia alle 15:03 in himalaya

ANNAPURNA

PARETE SUD. Giorni decisivi per la spedizione internazionale impegnata sulla parete sud dell'Annapurna (8091 m). La squadra, originariamente composta dallo spagnolo Iñaki Ochoa, dal rumeno Horia Colibasanu, dal canadese Don Bowie e dai russi Alexey Bolotov (in vetta al K2, nel 2007, per la parete ovest), Sergej Bogomolov, Emil Mamedov, Dmitry Sinev, Alexander Lutokhin, Ilya Rozhkov, Arcady Ryzhenko e Dmitry Frolenko, si è mossa nel settore destro della parete (il più basso e meno difficile), nei pressi della Via dei Polacchi (Jerzy Kukuczka e Artur Hajzer, 1988) e di quella risolta nell'autunno scorso, in solitaria, dallo sloveno Tomaž Humar. «Il 21 aprile – ha spiegato Ochoa – io ed Horia siamo saliti a quota 6500 lungo la via polacca, con la parete in condizioni accettabili. Il giorno successivo ci siamo quindi diretti verso la linea di Humar: si tratta di una via fantastica, logica e sicura. Ci siamo spinti fino a quasi 7000 metri, aprendo una variante di 800 metri». Ieri Ochoa e Colibisanu hanno sferrato un primo attacco alla cima salendo fino a 6200 metri ma oggi, a causa della molta neve caduta nella notte, hanno deciso di scendere al campo base: sperano di ritentare nei prossimi giorni. Purtroppo non sono chiare le notizie sul rapporto tra la cordata appena menzionata e il gruppo russo che il 4 maggio, ridotto a soli quattro elementi (nei giorni scorsi Mamedov, Sinev, Rozhkov e Ryzhenko hanno dato forfait), stava attrezzando con le corde fisse la parte superiore della parete (mentre Ochoa, Colibisanu e Bowie erano al campo 2, a quota 6200).

AGGIORNAMENTO. Giunge in questo momento la notizia che ieri, 7 maggio, il russo Alexey Bolotov, da solo, con il vento a 40 chilometri l'ora e una temperatura di -20 gradi, ha raggiunto la cima est (8029 m) dell'Annapurna. Ora si trova con i suoi compagni al campo 5, verosimilmente lungo la cresta sommitale, a quota 7300.

Via Ochoa

Il settore destro della sud dell'Annapurna con, da sinistra a destra, la via polacca, la recente variante e la via di Humar (www.navarra8000.com)

PARETE NORD-OVEST. La spedizione polacco-slovacca composta dai fuoriclasse Piotr Pustelnik, Piotr Morawski, Dariusz Zaluski e Peter Hamor, dopo aver raggiunto quota 7000 (il 28 aprile) ed essere stata cacciata in basso dal vento fortissimo, ha rinunciato al proprio obiettivo: la prima ripetizione della Via cecoslovacca, tracciata nel 1988 da un team di 15 alpinisti (in vetta, il 2 ottobre dal campo V, giunsero Jindrich Martis e Josef Nezerka) sulla parete nord-ovest dell'Annapurna. Pustelnik e compagni, colpiti da leggeri congelamenti, potrebbero aver già lasciato il campo base (in elicottero) alla volta di Pokhara.

Hamor Pustelnik Morawski

Peter Hamor, Piotr Pustelnik e Piotr Morawski (arch. Pustelnik)

* * * * * * * * *

DHAULAGIRI

Venti persone in un solo giorno in vetta al Dhaulagiri: la notizia è del 1° maggio scorso, quando a quota 8167 sono giunti i russi Valery Babanov e Nickolay Tomjanin, i cechi Radek Jaros e Zdenek Hruby, la polacca Kinga Baranowska, l'ecuadoriano Iván Vallejo, il colombiano Fernando González-Rubio, l'argentino Christian Vitri, l'austriaca Gerlinde Kaltenbrunner, il tedesco David Göttler, il nepalese Muptu Sherpa e gli spagnoli Edurne Pasabán, Ferrán Latorre, Ignacio Orviz, Asier Izaguirre, Alex Txicon, Carlos Pauner, Javier Pérez, Marta Alexandre e Jesús Morales. Tutti gli alpinisti hanno seguito la via normale per la parete nord e la cresta nord-est, tracciata nel 1960 da una spedizione svizzera diretta da Max Eiselin (i primi a toccare la cima, il 13 maggio, furono l'austriaco Kurt Diemberger, lo svizzero Albin Schelbert e il nepalese Nawang Dorje Sherpa). Diamo quindi la notizia soltanto per dire che per Babanov e Totmjanin questo successo è, in realtà, la conseguenza di un tentativo a vuoto lungo la cresta ovest della stessa montagna (post del 14 e 25 marzo e del 7, 18 e 23 aprile 2008), che per Gerlinde Kaltenbrunner ed Edurne Pasabán si tratta rispettivamente dell'undicesimo e del decimo Ottomila e che Iván Vallejo, con questa salita, ha finalmente completato la collezione delle quattordici montagne più alte della terra (è stato il quattordicesimo alpinista a raggiungere l'obiettivo e il settimo dopo Messner, Loretan, Oiarzabal, Iñurrategi, Viesturs e Mondinelli a riuscire senza mai usare l'ossigeno supplementare).

Vallejo 2

Iván Vallejo sulla vetta del Dhaulagiri, suo quattordicesimo Ottomila (