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A CURA DI CARLO CACCIA >> REDAZIONE  redazione@intraisass.it >> LECCO-VICENZA ITALY

sabato, 30 agosto 2008

«SO SOLTANTO CHE ANCH'IO STO PIANGENDO...»

postato da carlocaccia alle 15:45 in varia, frammenti di storia

Daniele Chiappa, il giovanissimo della parete ovest del Cerro Torre, che il 13 gennaio 1974 sbucò in vetta al “grido di pietra” con Casimiro Ferrari, Pino Negri e Mario Conti, questa volta non ce l'ha fatta: un male incurabile, contro cui lottava da un anno, lo ha strappato per sempre alle sue montagne. Ciapìn, come era chiamato nell'ambiente lecchese, se n'è andato questa mattina: nato il 28 ottobre 1951, aveva 57 anni.

Era una forza, Daniele (nella foto sotto, a sinistra, con Renato Casarotto dopo la salita dello Spigolo Vinci al Cengalo), di quelli che si buttano a capofitto nelle cose in cui credono. Di Casimiro Ferrari diceva che era un “panda”, ossia appartenente ad una specie in via di estinzione, e di lui si potrebbe dire lo stesso. Ciapìn era fatto così: un cuore immenso, una passione che non si poteva misurare, una forza d'animo che anche negli ultimi mesi, prima che la malattia avesse definitivamente il sopravvento, lasciava senza parole. L'alpinista, alla fine, di fronte a tutto questo, passa in secondo piano: è l'uomo, piuttosto, che esce nella sua dignitosa compostezza, nella sua granitica capacità di accettare il destino, di guardarlo in faccia senza timore come quel giorno, nell'aprile scorso, ai funerali di Antonio Rusconi. Se ne sono andati allo stesso modo, Ciapìn e Togn, per lo stesso maledetto male. In Daniele, che a tredici anni mise le mani Daniele Chiappasulla roccia, la voglia di vivere è sempre stata al massimo: come quella volta lungo il Philipp, più vicino alla vetta che alla base della “parete delle pareti”, quando un appiglio cedette e lui volò per settanta (!!!) metri. Se la cavò con un paio di fratture, dopo una difficile ritirata aiutato da uno di quei “grandi silenziosi” che in montagna si vorrebbero sempre accanto, Alberto Montanelli. Ragno e poi Gamma, accademico del Cai, Daniele Chiappa raccontava le sue storie con un misto di gioia e di malinconia, addirittura troppo sincero, e temeva (paura più che fondata) di perdere i grandi di un tempo senza riuscire a fissare in qualche modo le loro testimonianze. Così, un giorno, anche lui si decise a scrivere e dalle sue mani, capaci di imparare in fretta a maneggiare pure la penna, è uscito un libro che poteva essere soltanto suo: Nell'ombra della luna. Storie di soccorso alpino. Già, perché il grande alpinista, con la montagna nel cuore, non concepiva che qualcuno potesse ammazzarsi dove lui aveva vissuto i momenti più belli. Il 13 gennaio 2004, a trent'anni dall'impresa del Torre, la nostra chiacchierata più lunga – alcune ore dimenticando di pranzare... - e più “viva”: il tutto nato per passione ed amicizia, finito poi sulla carta stampata e, in questo giorno triste, affidato anche all'impalpabile realtà del web, in cui Daniele credeva fermamente.

Daniele Renato

"LE MIE PRIGIONI": DANIELE CHIAPPA E IL SUO CERRO TORRE

 

«Daniele, sai che giorno è oggi?»

«Eh, sì…»

«Son passati trent'anni giusti giusti…»

«Lo so, accidenti…»

«E cosa pensi?»

«Penso che… sono qui, in casa, con il diario di quell'incredibile avventura aperto davanti: ogni giorno volto una pagina e ad ogni riga è una stretta al cuore. Ma non è il caso di parlarne al telefono… hai voglia di venire a trovarmi?»

Detto fatto. Eccomi a tu per tu con Ciapìn, al secolo Daniele Chiappa, che mi accoglie in un salotto dove si respira aria di montagna, dove in ogni angolo c'è qualcosa che ha a che fare con cime e pareti. Ecco i fogli dattiloscritti del famoso diario, in bella mostra sul tavolo; ecco due fotografie che parlano di sogni cullati, di scalate infinite e di epici bivacchi in compagnia di amici dal folto pelo sullo stomaco. Ed ecco infine, meraviglia delle meraviglie, una collezione di “pezzi unici” da contemplare e poi cullare tra le mani, per risvegliare la memoria o l'immaginazione e condurle - l'emozione è forte… - in luoghi impervi e lontani. Una piccozza dipinta di rosso e dalla becca particolare, un chiodo da ghiaccio di dimensioni e fattura inconsuete e poi un discensore, moschettoni più o meno pesanti, un vecchio cuneo di legno e alcuni chiodi da roccia che non nascondono la loro lunga e tribolata carriera…

«Guarda che roba! Questo, vecchissimo, l'ho recuperato sul Resegone… chi l'avrà piantato? E questi due… sai da dove arrivano?»

«Non ne ho idea. Ma svelami il mistero…»

«Dal diedro Philipp-Flamm! Un “baltone” di quelli che non si dimenticano e… peng, peng, sono saltati come due molle!»

«Saranno dei primi salitori?»

«Non so… sono artigianali, quasi identici, e uno dei due è spezzato.»

Prendo allora tra le mani, come se fossero le reliquie di chissà quale illustre martire, quei ferri arrugginiti, e comincio un'analisi minuziosa, millimetro per millimetro… fino a quando, dopo qualche secondo, indico al Ciapìn una sigla inequivocabile, incisa nei pressi dell'anello di uno dei due “fratelli”.

«Oh, Daniele!»

«Che c'è?»

«Leggi un po' qui…»

«Cosa?»

«La firma che cercavamo! PW, che sta per…»

«Philipp Walter!»

«Che roba! Due dei quaranta chiodi del Philipp… hai la storia in casa!»

«Forse sì… ma dai un occhio a questa piccozza…»

Daniele mi porge l'attrezzo dipinto di rosso al quale accennavo poco fa e dopo un attimo di silenzio, come una pausa di riflessione per ridurre il discorso all'essenziale, libera i ricordi ed entra nel vivo del nostro incontro.

«È la piccozza del Cerro Torre, arrivata fino in cima. Era un attrezzo comune finché un giorno, colpito dalle novità che si stavano diffondendo tra gli alpinisti transalpini, ormai in procinto di partire per la spedizione decisi di modificarla e di sostituire la becca tradizionale, diritta, con una ricurva, e di fissarvi sopra una sorta di “aletta” orizzontale, che avrebbe favorito la tenuta nel ghiaccio poroso. Ricordo che Casimiro non la poteva sopportare: se la mia “invenzione” gli fosse capitata tra le mani, sarebbe finita in pochi secondi alla base della parete…»

Daniele prende fiato, si accomoda in poltrona con una tazza di caffè fumante in mano e poi, stando ben attento a non combinare un irreparabile disastro, passa in rassegna le pagine del diario. Fuori il tempo è inclemente e se qui, alle porte di Lecco, piove fitto fitto senza lasciar sperare in una ragionevole pausa, soltanto poco più in alto le monotone goccioline si trasformano in una varietà infinita di cristalli, come se la Patagonia si fosse spinta fin quassù per alimentare a modo suo – con l'acqua! – il fuoco dei ricordi.

«Allora, Daniele, cosa mi racconti?»

«Bella domanda! Ma sai qual è il problema?»

«Qual è?»

«Che sono passati trent'anni ma quell'avventura è ancora lì davanti, nitida, con tutti i suoi protagonisti e le sue emozioni: per cui non so da che parte cominciare… E credo che quel 13 gennaio 1974, quando con Casimiro Ferrari, Mario Conti e Pino Negri calcai la vetta del Cerro Torre, ecco… credo quel giorno sia stato la vera chiave di volta dell'alpinismo lecchese. Mi spiego: non fu soltanto il vertice della parabola, il risultato di un lungo lavoro, ma anche il momento nel quale venne gettato il seme per altre grandi imprese. Quello sulla Ovest del Torre fu, in altre parole, il successo che permise agli scalatori nostrani di uscire dal guscio e di guadagnarsi un posto di prestigio nel moderno alpinismo mondiale. Altri tempi, altre teste…»

«Cosa vuoi dire?»

«Che oggi – e penso di poter allargare tranquillamente il discorso ai più ampi orizzonti – sono di moda altre idee, si seguono altre tendenze. La salita del Cerro Torre fu una sorta di “cubo magico”, un mosaico nel quale ogni tassello finì come per magia al proprio posto e che costringe, volenti o nolenti, a riflettere sull'evoluzione subita dall'alpinismo negli ultimi anni.»

Ciapìn si ferma per un breve istante, mi fissa da dietro gli occhiali e mi lascia intendere che il dado ormai è tratto: la lingua si è sciolta e il discorso destinato a svilupparsi lungamente, come una sinfonia dall'incipit da eseguirsi pianissimo seguito dell'esplosione senza freni dell'intera massa orchestrale.

«Oggi – è un bel paradosso! – le parole dell'alpinismo non sono altro che… numeri, sigle sempre più indecifrabili, i famigerati gradi. Ebbene: la nostra avventura fu l'antitesi di tutto ciò. Fu un successo reso possibile innanzitutto dall'autorità di Casimiro, che all'epoca aveva soltanto trentatré anni, e poi dalla squadra alle sue spalle. E persino dalle pecore uccise e cucinate durante la salita, dalla grotta nel ghiaccio dell'Elmo - nella quale potemmo piazzare l'ultimo campo - e infine da altri fattori che, se non fossero stati a nostro favore, ci avrebbero certamente impedito di raggiungere la vetta. Quel diabolico Cerro Torre ci regalò un'avventura umana in senso pieno, ci permise di essere protagonisti di un evento che, al nostro ritorno a Lecco, fu festeggiato come una vittoria ai mondiali di calcio! Ma ora, purtroppo, siamo lontani anni luce da quello spirito: non si ha più voglia di far veramente fatica, vige l'imperativo di non impantanarsi in certe situazioni - anche perché mancherebbe la testardaggine per uscirne – e, in ultima analisi, si dà retta a chi urla di più e meglio…»

Ennesima pausa e profondo respiro: siamo sulla soglia del tempio, il diario della spedizione che Daniele ci ha generosamente regalat… pardon, fotocopiato, e che, una volta tra le nostre mani, possiamo leggere e rileggere con calma. E sapete come si intitola quel bel malloppo? No? Bene: allora riveliamo che è stato solennemente battezzato come nessun altro racconto di eroiche imprese alpinistiche ossia, pur senza alcuna pretesa letteraria - precisazione, questa, dell'autore - come il gran memoriale di Silvio Pellico: Le mie prigioni. Detto questo crediamo di aver stimolato a sufficienza la curiosità dei nostri lettori che, se ci seguiranno, potranno conoscerne alcuni passaggi decisamente interessanti, discreti testimoni di un'umanità che, nel gran circo dell'alpinismo, sembra del tutto passata di moda.

 

«Sabato 17 novembre 1973. Partenza da Linate su un Dc 9 dell'Air France»: attacco asciutto, degno di un rude arrampicatore… ma la musica è destinata a cambiare! Non ci credete? Ascoltate un po'… «Lunedì 26 novembre. Spesso e volentieri mi ritrovo a pensare alla mia casa e alla morosa, ma capisco che non devo lasciarmi andare». Un proposito importante, indispensabile per concentrarsi sulla salita, ma… «Martedì 27 novembre. Oggi ho riflettuto molto, giungendo ad alcune conclusioni: forse è vero quello che mi sentivo dire prima della partenza, ossia che per imprese come questa ci vogliono persone anziane e non giovani come me. Sto facendo di tutto per non pensare a casa, alla mamma, a Lucia (che mi manca tanto) e a tutti gli altri. E spero che, se tornerò indietro intero, un giorno mi verrà la voglia di rileggere queste righe, per evitare di incappare nuovamente in imprese superiori al mio carattere. Penso sempre più alle comodità, a mille altre cose - ossessivamente - ma non al Cerro Torre».

I giorni passano, le condizioni meteorologiche non sono esattamente ideali, e Daniele sembra ancora piuttosto disorientato: «Domenica 2 dicembre. Stanotte non ha smesso un istante di piovere, nella tendina [al campo base, ndr] si galleggiava, si è bagnata molta roba e non sono riuscito a chiudere occhio, pregando che qualcuno facesse smettere di piovere. Domani saliamo al Paso del Viento con un altro carico […]. Mercoledì 5 dicembre. Ogni tanto (sempre) penso a casa e alla Lucia. In testa mi passano idee strane: che stia impazzendo? Boh![…]. Lunedì 10 dicembre [al campo 1, ndr]. Ore 21.20: capita sempre qualcuno a rompere… uno che vuole il pane, l'altro i biscotti, un altro ancora il cioccolato. Accidenti, non ne posso più! Speriamo che se ne vadano a dormire… in questo momento, a Lecco, è notte inoltrata. Penso a Lucia, non vedo l'ora di riabbracciarla. Quanto tempo è passato… e ne deve passare ancora!».

Ma, soltanto due giorni dopo, ecco una piacevole sorpresa… «Mercoledì 12 dicembre. Casimiro mi comunica di preparare il sacco: vuole che lo segua in avanscoperta fino alla base del Torre. Rimango perplesso, dubbioso: non credevo di avere conquistato la sua fiducia e mi chiedo perché abbia scelto proprio me. Da quanto ho avuto modo di vedere, però, quello è una gran volpe e il suo comportamento è di una freddezza magistrale. E domani si sale al Filo Rosso! Evviva!».

La spedizione, malgrado tutto, sta entrando nelle sue fasi cruciali e gli occhi scivolano sempre più velocemente lungo le righe dattiloscritte. Allora vorremmo riportare ogni riflessione, ogni aneddoto significativo, ma lo spazio è tiranno e siamo costretti a limitarci a poche battute… «20 dicembre [al Filo Rosso, ndr]. Da una decina di giorni sto fumando come un disperato: mi sento teso, nervoso. Non tanto per il tempo cattivo, quanto per il resto… la casa, i parenti, la morosa. Gli amici di Lecco avranno già calzato gli sci… io invece sono qui bloccato, in tenda, con un ansia corrosiva dentro, in attesa del bel tempo […]. 21 dicembre. Ha piovuto tutto il giorno: i pensieri sono gli stessi di ieri […]. 24 dicembre. È la vigilia di Natale, il tempo è magnifico. Miro e Angelino salgono per attrezzare le rocce che portano al canale e, mentre Acquistapace e Lafranconi scavano nell'igloo, io e gli altri scendiamo al Filo Rosso. Il pensiero dei parenti a casa è diventato un'ossessione – è la prima volta che passo il Natale lontano da loro – e continua a venirmi in mente Lucia: speriamo che mi voglia sempre bene […]. 26 dicembre. L'unico animale visto negli ultimi venti giorni è stato un uccellino… ma morto, portato fin sul ghiacciaio dal vento e poi ucciso dal freddo e dalla fame. Un terribile presentimento si agita in tutti noi... ma arriviamo al colle: Casimiro e Mariolino stanno salendo il ripidissimo scivolo ghiacciato che conduce alla spalla dell'Elmo […]. 28 dicembre. Questa mattina avrei dovuto partire in cordata con Pino, ma nevicava ancora. Così l'amico mi ha confidato che vorrebbe tanto rivedere suo figlio, per sapere se ha finalmente imparato ad andare con il triciclo […]. 29 dicembre. Si parla sempre meno dei parenti rimasti a casa e si pensa sempre più a tornare […]. 30 dicembre. Ho già riposto da tempo la speranza di scalare il Cerro Torre: spero soltanto in una giornata di bel tempo per salire fino all'Elmo e poter recuperare le tende. Sono molto demoralizzato: mi sento come un bambino appena nato, mi ritrovo a chiamare la mamma. Ma anche Pino parla di suo figlio, anche lui chiama sua madre… Mariolino è quello più su di morale, non se la prende […]. 31 dicembre. Vengo a sapere della decisione di Casimiro, cioè di restare ancora una decina di giorni. Penso che non sia una scelta del tutto sbagliata… soltanto che andrei molto più volentieri a casa, perché la mia fiducia nel tempo non è più la stessa dei primi giorni […]. 8 gennaio [al campo dell'Elmo, ndr]. Il brutto tempo non cessa, non ci sono accenni di miglioramento. Ma in questi giorni mi è difficile anche pensare ai miei cari e a Lucia perché, ora, abbiamo un'idea fissa: arrivare in cima. E giuro che sarà una liberazione […]. 12 gennaio. Oggi ho mangiato in tenda con il Miro. Mi sembrava decisamente alterato e continuava a ripetere che non dovevamo rimproverarci niente, che era inutile stare in ansia. Questa sera però il vento è cessato e abbiamo visto la vetta: sembra quasi anormale non sentire più quel caos. Miro ha di nuovo fiducia, io la penso diversamente: spero soltanto che finisca tutto alla svelta […]. Domenica 13 gennaio 1974. Casimiro e Mariolino proseguono accelerando all'impossibile… io salgo come un automa, il ghiaccio è friabilissimo. Proseguo nella nebbia finché non trovo più nulla davanti al muso. Vedo il Miro che viene verso di me piangendo, poi mi abbraccia forte… non riesco bene a capire cosa stia succedendo, il valore di tutto questo, so soltanto che anch'io sto piangendo… fino a quando Casimiro mi dice: “Hai visto, Ciapìn, che ce l'abbiamo fatta…”».

link al post | categoria varia, frammenti di storia
sabato, 23 agosto 2008

SCACCO MATTO AL BEKKA BRAKAI CHHOK

postato da carlocaccia alle 09:48 in karakoram

DOPO IL DOPPIO TENTATIVO DELLA NEOZELANDESE PATRICIA DEAVOLL, NEL 2007 CON LYDIA BRADEY E QUEST'ANNO CON MALCOM BASS, LA NOTEVOLE CIMA DI 6940 METRI DEL KARAKORAM OCCIDENTALE È STATA SALITA IN PRIMA ASSOLUTA IN BELLO STILE, TRA IL 31 LUGLIO E IL 1° AGOSTO, DA SIMONE MORO ED HERVÉ BARMASSE

Poco più di un mese fa (www.intotherocks.splinder.com/post/17836619) annunciavamo la decisione di Simone Moro ed Hervé Barmasse di rinunciare al Batura II (7762 m, Karakoram occidentale): una spedizione coreana era già impegnata sulla stessa montagna e non era il caso di cominciare una poco edificante competizione. Per il bergamasco e il valdostano si imponeva dunque un cambio di obiettivo: cosa tentare? La scelta è caduta su un'altra notevole cima inviolata: il Bekka Brakai Chhok. Un ripiego? Non proprio, visti gli almeno tre tentativi a vuoto su quella bella vetta, che tocca quota 6940 a nord-ovest dei Batura.

UN PO' DI STORIA. Il primo a mettere le mani sul Bekka Brakai Chhok, escludendo un non accertato tentativo giapponese, è stato un solitario britannico che, dal Batura Glacier, ha forzato un ripido sperone ghiacciato salendo alla quota 6315 della cresta nord-ovest e poi ai 6830 metri del Bekka Brakai Nord. È quindi arrivata la doppia giocata a vuoto di Patricia Deavoll. La neozelandese, nel 2007, si è cimentata sul Bekka Brakai Chhok con la connazionale Lydia Bradey: le due ragazze, piazzato il campo base sul Baltar Glacier, sono salite direttamente per un tratto (più o meno lungo la verticale della vetta) e hanno quindi traversato a sinistra raggiungendo lo sperone sud-est. Ritrovatesi alla base di una fascia rocciosa a destra di un gigantesco seracco (dopo cinque campi, l'ultimo dei quali a quota 6000), hanno deciso di mollare la presa. Ma era soltanto una tregua: Pat è tornata sulla montagna dei suoi sogni nel giugno scorso, questa volta in compagnia di Malcom Bass (con cui aveva già salito in prima assoluta l'Haizi Shan: www.intotherocks.splinder.com/post/15519929). La cordata ha individuato una linea a sinistra (ossia più a sud, sempre sul versante sud-orientale) rispetto a quella del 2007: la nuova soluzione, attaccata in stile alpino, si svolgeva prima per un tormentato pendio glaciale e poi per la cresta meridionale. Anche questa volta, però, non c'è stato niente da fare: le difficoltà del crinale, reso eccessivamente pericoloso dalle condizioni della neve, hanno nuovamente imposto la discesa anticipata. È quindi arrivato il turno di Moro e Barmasse che il 1° agosto 2008, attorno alle 14.30, si sono trovati esultanti sulla non più inviolata cima del Bekka Brakai Chhok. La via seguita? Quella del secondo tentativo della Deavoll, abbandonata però in discesa a vantaggio di una linea più a destra (osservando la parete).

LA CRONACA. «Il Bekka Brakai Chhok è stato davvero un osso duro: una scalata impegnativa, a cinque stelle – racconta Simone Moro -. Siamo passati in stile alpino, in poco meno di 48 ore tra salita e discesa. Lasciata la base della parete (4750 m), alle 5 del mattino del 31 luglio, abbiamo affrontato un'ascensione difficile e, inizialmente, anche pericolosa. Siamo saliti di conserva fino a circa 6000 metri, affrontando ghiaccio verticale (e in qualche punto strapiombante) e tratti di misto. Da quella quota abbiamo quindi cominciato un lungo e delicatissimo traverso – 5 tiri da 60 metri – fino ad un ampio plateau, attraversato obliquamente fino alla base della piramide sommitale della montagna, a 6500 metri. Ma erano ormai le 21.30 e bisognava bivaccare. Riparandoci sotto un seracco e in un piccolo crepaccio, abbiamo passato la notte senza sacco a pelo, senza tenda, senza fornelletto... La mattina seguente siamo stati un'ora al sole per scaldarci e abbiamo quindi attaccato gli ultimi 400 metri, che presentavano ancora difficoltà sostenute con due tiri di misto pressoché verticali e poco proteggibili». Attorno alle 14.30, come abbiamo già detto, ecco la vetta: «Stretta di mano, foto di rito, riprese video e poi giù di corsa. Sapevamo – continua Simone - che la discesa sarebbe stata ostica e pericolosa: è per questo che non abbiamo voluto perdere troppo tempo in cima. Abbiamo seguito un itinerario nuovo: diretto e veloce ma anche pericoloso per la presenza di grossi seracchi. Per questo ci siamo mossi il più in fretta possibile, con le orecchie dritte per evitare eventuali crolli. Tutto, in effetti, è andato per il verso giusto: a mezzanotte eravamo nuovamente nella nostra tendina, il nostro rifugio alla base della montagna».

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Gli oltre duemila metri del versante sud-est del Bekka Brakai Chhok. In rosso la via di salita di Moro e Barmasse, in verde la via seguita in discesa, in fucsia la linea (approssimativa) del tentativo di Patricia Deavoll e Lydia Bradey (2007)

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L'avventura sul Bekka Brakai Chhok è appena cominciata: Simone Moro sale nella notte il ghiaccio ripido della prima parte della parete

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Verso la cresta sud: terreno ripidissimo anche per Hervé Barmasse

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La delicata, aerea cresta del Bekka Brakai Chhok

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Avanti su misto: la vetta ormai è vicina...

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Hervé a pochi metri dalla cima, lungo una fragilissima cresta di neve

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Una visione irreale: la vetta del Bekka Brakai Chhok

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Autoscatto a quota 6940: il BBC non è più inviolato

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Si torna a casa, senza perdere un minuto di tempo

Foto: arch. Simone Moro

AI LETTORI. La prossima settimana saremo in vacanza. Arrivederci al 1° settembre!

link al post | categoria karakoram
venerdì, 22 agosto 2008

SI DIA INIZIO AI NUOVI POST - IO TRASMIGRO

postato da intrablog alle 18:29 in editoriale
ssm_paris_080808_art1cari amici & blogger [di Alberto Peruffo],

a seguito del grande segnale di affetto ricevuto da più parti dopo il mio editoriale e sotto diversi aspetti, non ultimo la straordinaria partecipazione a
Sad Smoky Mountains, ritornando da Parigi ho deciso di compiere un ulteriore sforzo. Manterrò attiva, cercando nuove forme di coinvolgimento, la rete dei nostri blog. Tuttavia non scriverò più di alpinismo, perlomeno sotto forme consuete (i miei detrattori, paurosi, tutti pronti a scrivermi, quasi a giustificarsi, ne saranno contenti. In verità, che non mi appartiene, ho già scritto abbastanza: pensate che il conduttore radio mi ha pure attribuito un saggio che non ho mai scritto e mi domando ancora dove abbia pescato la mia citazione, deviando completamente la mia attenzione, già di per sé piuttosto deviata, da quel che speravo la trasmissione fosse: un dibattito sull’attualità, non dei monologhi, seppur seri e di grande interesse, sui massimi sistemi della montagna). Insomma, da oggi io, agli occhi degli alpinisti, scompaio, o meglio trasmigro. Dalle montagne reali... sorveglierò la rete e non scriverò più di alpinismo se non nella forma che avevo intrapreso qualche anno fa e che ora vorrei definitivamente portare a termine. L’ultima spedizione di Bruno Brunelt.

Si dia inizio ai nuovi post ;-)
link al post | categoria editoriale
mercoledì, 20 agosto 2008

BABANOV, L'IRRESISTIBILE FORZA DELLA MENTE

postato da carlocaccia alle 23:59 in karakoram

DUE VIE NUOVE SU ALTRETTANTI OTTOMILA IN MENO DI UN MESE: DAL 9 AL 17 LUGLIO E DAL 29 LUGLIO AL 1° AGOSTO, IL PICCOLO-GRANDE RUSSO, CON VIKTOR AFANASIEF, HA LASCIATO IL SEGNO IN STILE ALPINO SULLO SPERONE OVEST (3000 m, WI5 e M6) DEL BROAD PEAK E SULLA PARETE SUD-OVEST (2300 m, WI4 e M5) DEL GAHSERBRUM I

Sul Dhaulagiri (8167 m), nell'aprile scorso, Valery Babanov sognava una via grandiosa lungo la cresta ovest. Con lui c'era Nickolay Totmjanin, un altro indiscutibile titano dell'alpinismo dell'Est. Il maltempo, però, ci ha messo lo zampino e i due amici si sono dovuti accontentare della vetta per la via normale (www.intotherocks.splinder.com/post/16336276, www.intotherocks.splinder.com/post/16471680, www.intotherocks.splinder.com/post/16638459, www.intotherocks.splinder.com/post/16787862, www.intotherocks.splinder.com/post/16849036 e www.intotherocks.splinder.com/post/17029744). Successo mancato e tempo per respirare? Assolutamente no. Dopo poche settimane di pausa in quel di Chamonix, Valery è ripartito per le grandi montagne (in Pakistan, questa volta) con un progetto da far accapponare la pelle: tracciare tre vie nuove su altrettanti Ottomila ossia, per la precisione, sul Broad Peak (8047 m), sul Gasherbrum I (8068 m) e sul Gasherbrum II (8035 m). Fantasia? Non proprio, visto che in compagnia di Viktor Afanasief il nostro piccolo-grande russo, dopo il colpaccio sullo Jannu (7710 m) dell'ottobre scorso, ha portato a casa una doppietta che lascia senza parole. D'accordo: il GII è rimasto un sogno. Sul Broad Peak e sul GI, però, Valery ha dimostrato ancora una volta di aver raggiunto uno stato di grazia che ce lo fa sembrare simile a quei campioni che ammazzano le competizioni: come se i giganti del Karakoram fossero il Giro d'Italia, il Tour de France, la Sanremo o la Roubaix e Babanov la versione alpinistica di Eddy Merckx.

Il primo successo, quello sul Broad Peak, lo avevamo annunciato già un mese fa (www.intotherocks.splinder.com/post/17862724), promettendo dettagli in merito. Cominciamo dunque col dire che Valery e Viktor hanno salito l'evidente sperone della parete ovest che, innalzandosi a sinistra della via normale, culmina nella vetta centrale (8016 m) della montagna. Attorno a quota 7000, ormai sul nevaio terminale, la nuova via piega quindi a destra (lasciando lo sperone) e si dirige verso quella del 1957, raggiunta a quota 7800 in corrispondenza della sella tra la vetta centrale e quella principale. Il tutto, complicato dalle condizioni meteo avverse, ha richiesto ben nove giorni di fatica: un'avventura di 3000 metri in stile alpino, dal 9 al 17 luglio 2008, durante la quale Valery e Viktor hanno superato grandi difficoltà su ghiaccio (WI5) e misto (M6).

Discesa, qualche giorno di riposo e poi ancora all'attacco. Nel mirino di “V&V” un settore inviolato della parete sud-ovest del Gasherbrum I: lo scivolo di ghiaccio a destra della via jugoslava (in cresta) del 1977 e a sinistra della linea tracciata nel 1983 da Jerzy Kukuczka e Wojciech Kurtyka. Da notare che, pochi giorni prima dell'impresa sul GI, anche i due polacchi d'acciaio, nello stesso stile di Babanov e Afanasief, avevano salito un altro Ottomila per una via nuova. Sotto le punte dei loro ramponi, dopo la lunghissima cavalcata della cresta est - dal Gasherbrum La (6500 m) passando per il Gasherbrum II Est (7772 m) -, era finita la vetta del Gasherbrum II (“K&K”, venticinque anni fa, avevano parecchio da dire...). Ma torniamo all'attualità. Dopo i numeri dell'ultima creazione sul GI - 2300 metri con difficoltà di WI4 e M5, saliti dal 29 luglio al 1° agosto 2008 – riveliamo che una pietra, finita in testa a Viktor (che stava dormendo) nella notte tra il 30 e il 31 luglio, ha rischiato di cacciare a valle anzitempo i due compagni. Tuttavia, raggiunta la cresta della via jugoslava (tornare indietro per la via appena percorsa sarebbe stato troppo pericoloso), Afanasief non ha voluto mollare e il 1° agosto attorno alle 15 si è ritrovato a quota 8068, oltre che con Babanov, anche con gli amici Valery Shamalo (attualmente impegnato sul Latok III, www.intotherocks.splinder.com/post/18078840), Pavel Chochia e la bravissima Elizabeth Revol (al suo terzo Ottomila, dopo il Broad Peak e il Gasherbrum II, in due settimane!).

Broad Peak Babanov

La parete ovest del Broad Peak con lo sperone salito da Babanov e Afanasief (www.babanov.com)

Gasherbrum I Babanov

La parete sud-ovest del Gasherbrum I con la via di Babanov e Afanasief (www.babanov.com)

Babanov vetta GI

Viktor Afanasief (a sinistra) e Valery Babanov in vetta al Gasherbrum I (www.babanov.com)

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lunedì, 18 agosto 2008

KARAKORAM: BANDIERA BIANCA PER I RUSSI SULLO SKYANG KANGRI

postato da carlocaccia alle 22:41 in karakoram

NIENTE DA FARE SUL COLOSSO DI 7544 METRI PER I RAGAZZI DI KRASNOYARSK DIRETTI DA NIKOLAY ZAKHAROV. LA RITIRATA DOPO AVER SUPERATO QUOTA 7000 SULLA PARETE OVEST

Dopo gli americani – leggi Jeff Lowe e Michael Kennedy: era il 1980 – i quasi duemila metri della parete ovest dello Skyang Kangri (7544 m) hanno cacciato anche i russi. Partita alla volta del Karakoram il 4 giugno scorso, la squadra di Krasnoyarsk diretta da Nikolay Zakharov e composta da Alexander Mikhaylitsyn, Vladimir Arkhipov, Evgeny Belyaev, Igor Loginov, Serguey Cherezov e dal medico Alexander Kukharev, il 23 giugno ha piazzato il campo alla base della montagna e, dopo alcuni giorni di cattivo tempo, ha potuto mettere finalmente le mani sul proprio obiettivo. Il gigante di roccia e ghiaccio, però, non ha voluto concedersi. Raggiunta in quattro giorni, tra il 4 e il 7 luglio, quota 7000, i russi hanno subìto un nuovo peggioramento delle condizioni meteorologiche: le neve, che cadeva fitta e senza pause, si infilava tra la loro tenda e la parete, costringendoli ad una notte in bianco (per evitare che il riparo precipitasse dal ripiano che lo ospitava). Il giorno dopo ecco una doppia sorpresa: se Belyaev era febbricitante e faticava a respirare anche Loginov non stava troppo bene. Che fare? Continuare, naturalmente. Ad un certo punto, tuttavia, la ritirata è apparsa l'unica possibilità di salvezza e così, oggi, la seconda ascensione assoluta dello Skyang Kangri (scalato nel 1976 da una spedizione giapponese, www.intotherocks.splinder.com/post/17421507) è ancora un bel sogno da realizzare.

russi skyang kangri 2008

Un momento del recente tentativo russo sulla parete ovest dello Skyang Kangri (www.mountain.ru)

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mercoledì, 13 agosto 2008

I RUSSI SFIDANO IL KARAKORAM PIÙ DURO

postato da carlocaccia alle 23:29 in karakoram

GIOCHI APERTI SUL BAINTHA BRAKK (7285 m) E SUL LATOK III (6949 m) PER GLI UOMINI DI NIZHNY TAGIL E DI SAN PIETROBURGO

Il Baintha Brakk (7285 m), più noto come Ogre, e il Latok III (6949 m), sono due delle più difficili montagne del pianeta. Fanno parte del Panmah Muztagh, nel cuore del Karakoram, a est del grande ghiacciaio Biafo, e contano in tutto sei salite: due il Baintha Brakk (nel 1977 da parte di Chris Bonington e Doug Scott, per il pilastro sud-ovest e la cresta ovest, e nel 2001 da parte di Thomas Huber, Iwan Wolf e Urs Stöcker, per il pilastro sud) e quattro, tutte per la cresta sud-ovest, il Latok III (nel 1979 da parte dei giapponesi Kazushige Takami e Sakae Mori, nel 1988 da parte degli italiani Marco Forcatura, Marco Marciano ed Enrico Rosso, nel 2006 da parte degli spagnoli Álvaro Novellón e Óscar Pérez e nel 2007 da parte dei francesi Roch Malnuit e Julien Herry, www.intotherocks.splinder.com/post/14813780). Le due liste, tuttavia, nelle prossime settimane potrebbero allungarsi, visto che sia il Baintha Brakk sia il Latok III sono finiti nel mirino dei fuoriclasse russi.

Sul Baintha Brakk (non sappiamo, per ora, su quale versante) è in azione in stile capsula una squadra di Nizhny Tagil (città dei Monti Urali) composta da Sergey Timofeev, Alexander Korobkov, Vadim Popovich (il 21 agosto 2007 in vetta al K2 per la parete ovest), Sergey Dashkevich, Kirill Litvinov e Andrey Vilisov. Le ultime notizie, dell'11 agosto, parlano di 10 lunghezze salite (5 su ghiaccio e altrettante su roccia), della portaledge fissata in corrispondenza dell'ottavo tiro e di condizioni meteorologiche poco favorevoli. Passando al Latok III: i russi, lasciando da parte la cresta sud-ovest, proprio ieri (12 agosto) hanno rimesso le mani sui due chilometri della pazzesca parete occidentale, già tentata nel 2000 da Alexander Odintsov, Sergey Efimov, Alexander Ruchkin, Yuri Koshelenko e Mikhail Bakin e nel 2001, fino a 6200 metri, dagli stessi Odintsov e Ruchkin con Alexander Klenov, Mikhail Davy, Sergey Khadzhinov e Igor Barikhin (precipitato senza scampo). Questa volta ci stanno provando Valery Shamalo, Alexey Gorbatenkov, Dmitry Krasnov, Ruslan Kirichenko e Oleg Koltunov (tutti di San Pietroburgo) che questa mattina (13 agosto) al posto di continuare la scalata, erano però tranquillamente seduti al campo base a gustare tè e frittelle in attesa di condizioni meteorologiche decenti.

Latok3

La grandiosa parete ovest del Latok III (www.bigwalls.net)

Latok 3 tentativo 2000

Sulla parete ovest del Latok III, durante il tentativo del 2000 (www.mountain.ru)

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martedì, 12 agosto 2008

GRAN FIESTA SUL GASHERBRUM IV

postato da carlocaccia alle 11:12 in karakoram

IL 1° AGOSTO 2008, A MEZZO SECOLO DALL'IMPRESA DI WALTER BONATTI E CARLO MAURI (6 AGOSTO 1958), GLI SPAGNOLI ALBERTO IÑURRATEGI, JOSÉ CARLOS TAMAYO, FERRÁN LATORRE, JUAN VALLEJO E MIKEL ZABALZA HANNO MESSO A SEGNO LA QUINTA SALITA ASSOLUTA DELLA “SPLENDIDA CIMA” DEL KARAKORAM

Cinquant'anni portati con la grinta di un ragazzino: il Gasherbrum IV, che con i suoi 7925 metri è la diciottesima montagna più alta della terra, nonostante l'anniversario è rimasto un gioiello per pochi. Le salite della “splendida cima” del Karakoram, violata per la prima volta il 6 agosto 1958 da Walter Bonatti e Carlo Mauri per la seraccata sud-est e la cresta nord-est nell'ambito della spedizione del Cai diretta da Riccardo Cassin (della squadra facevano parte anche Bepi de Francesch, Toni Gobbi, Fosco Maraini, Giuseppe Oberto e il medico Donato Zeni) – sono oggi soltanto cinque. L'ultima, di pochi giorni fa, porta le firme degli spagnoli Alberto Iñurrategi, José Carlos Tamayo, Ferrán Latorre, Juan Vallejo e Mikel Zabalza che il 1° agosto 2008, alle 17, hanno visto trasformarsi il loro sogno in realtà. Il quintetto iberico, costretto a rinunciare alla via degli italiani per un cambiamento del ghiacciaio che l'ha resa assai pericolosa, ha optato per la cresta nord-ovest, risolta nel 1986 dagli australiani Greg Child e Timothy Macartney-Snape con lo statunitense Thomas Hargis (il terzetto giunse in cima il 22 giugno, mettendo in bacheca la seconda salita assoluta del Gasherbrum IV) e già ripetuta dai coreani Yun Chi-Won e Kang Yeon-Ryong (in cima il 1° luglio 1999, quarta salita assoluta della montagna). Iñurrategi e compagni, attrezzati il campo base a quota 4700 ai piedi della strepitosa parete ovest e poi i campi 1 e 2 rispettivamente a 5500 e 6500 metri, il 29 luglio hanno sferrato l'attacco decisivo. Raggiunto il campo 2, il 30 luglio si sono spinti fino al campo 3 (6900 m), il giorno seguente hanno impiegato 8 ore per superare 500 metri di cresta fino al campo 4 (7400 m) e il 1° agosto, dopo altre 12 ore di fatica, è arrivata la vetta. Un incidente a Latorre, colpito da una pietra durante la discesa, non è riuscito a guastare la “gran fiesta” degli spagnoli che per Iñurrategi (salitore di tutti i 14 Ottomila) e Tamayo si aggiunge a quella del 25 luglio 2004, quando i due amici fecero propria anche la cima del vicino Gasherbrum III (7952 m, scalato soltanto due volte, la prima nel 1975). Da segnalare, per completare il quadro storico a proposito del Gasherbrum IV, il successo (terza ascensione assoluta) dei coreani lungo il pilastro centrale della parete ovest (2500 m, VI e A3; sul punto più alto, il 18 luglio 1997, arrivarono Yoo Hak-Yae, Kim Tong-Kwan e Bang Yung-Ho) e il capolavoro del polacco Wojciech Kurtyka e dell'austriaco Robert Schauer che, anche se non raggiunsero la cima, tra il 13 e il 20 luglio 1985 realizzarono un'impresa memorabile sulla parete ovest, per la quale rimandiamo al post del 24 aprile 2008 (www.intotherocks.splinder.com/post/16863806).

GIV parete ovest

La parete ovest del Gasherbrum IV con la via seguita da Iñurrategi e compagni (www.ferranlatorre.com)

Cima GIV

Il grande obiettivo è vicino: a pochi passi dalla vetta del Gasherbrum IV (www.ferranlatorre.com)

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domenica, 10 agosto 2008

UN PENSIERO PURO, PER RICOMINCIARE: «CAPIRE LA ROCCIA»

Vinatzer«Alla Furchetta avevo cinque o sei chiodi, tre o quattro moschettoni e un martello in due. Il chiodo che piantavi non lo recuperavi più. Quindi, prima di chiodare, ci pensavi ben due volte. Per le scarpette con le suole di corda, noi non avevamo i soldi. Su certe difficoltà, dove gli scarponi non davano garanzie, andavo scalzo. Alla Furchetta ero scalzo, sulla Marmolada ero scalzo. Solo che mi faceva male... L'istinto mi faceva vedere il passaggio prima dello strapiombo. Ero quasi sempre sicuro che il passaggio migliore era quello visto in partenza. Non pensavo al rischio e non amavo il rischio, arrampicavo in modo da poter sempre tornare indietro. Quello non è un rischio, se hai le mani buone. È vero che mettevo pochi chiodi. Finché ero sul facile non servivano. Quando ero sul punto che volevo un chiodo vicino, non avevo più le mani libere. Allora mi dicevo: ancora due metri, poi posso mettere un chiodo. Fatti i due metri, il passaggio era fatto e il chiodo non serviva più. Così sono diventato più bravo in libera. Se tu cominci a mettere un chiodo qui, un chiodo là... Il problema, invece, è capire la roccia».

GIOVANNI BATTISTA VINATZER