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NEW YORK 26/12/08
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A CURA DI CARLO CACCIA >> REDAZIONE redazione@intraisass.it >> LECCO-VICENZA ITALY
MAKALU, INVERNO 1980-81: CASAROTTO, CURNIS & C. SFIDANO IL “GRANDE NERO” DURANTE LA STAGIONE DELLE OMBRE LUNGHE. ARRIVANO A QUOTA 7200, LUNGO LA CRESTA SUD-EST, FIRMANDO IL PRIMO CAPITOLO DI UNA STORIA NON ANCORA CONCLUSA
Nepal: 28 novembre 1980, esattamente ventotto anni fa (scusate la ripetizione). Renato Casarotto e sua moglie Goretta, con Mario Curnis e gli svizzeri Romolo Nottaris, Claudio Zimmermann e Giorgio Senaldi (oltre a 147 portatori) sono in cammino da tre giorni verso il campo base del Makalu (8463 m). Il superamento del Barun La, un valico quotato 4300 metri, non crea problemi particolari («Poteva essere difficile con vento e neve ma il tempo era bello» spiega Casarotto) e il 10 dicembre tutti sono al campo base: il vero punto di partenza, a 4900 metri, del primo tentativo invernale della quinta montagna della terra.
Renato, Mario & C. vogliono fare le cose in grande: rinunciare alla via normale, aperta nel 1955 dai francesi Lionel Terray e Jean Couzy sui versanti occidentale e settentrionale, e puntare alla cresta sud-est, salita nel maggio 1970 dai giapponesi Hajime Tanaka e Yuichi Ozaki (membri di una numerosa spedizione guidata da Masao Kumazawa, Yohei Itoh e Makoto Hara).
Le operazioni cominciano bene: il 14 dicembre viene piazzato il campo 1 (5900 m) alla base della cresta (la cui non breve parte inferiore era stata bypassata dai nipponici che avevano raggiunto il crinale, risalendone il fianco ovest, a quota 7100) e il 20 dicembre, dopo aver collocato qualche corda fissa – notare: la via si svolge su rocce e neve cattiva -, è la volta del campo 2 (6300 m, appena sotto il filo della cresta per stare al riparo dai forti venti settentrionali). Avanti ancora su neve e ghiaccio e finalmente, il 30 dicembre, il campo 3 è realtà a quota 6800, poco prima del colle sud-est che si nota un centinaio di metri più in basso. L'anno nuovo porta tempo pessimo: vento, grande freddo e una sola, lunghissima nevicata (dodici giorni senza smettere!). I nostri, tuttavia, sono gente dal folto pelo sullo stomaco e, nonostante tutto, riescono a concludere la loro variante raggiungendo la via originale (notevolmente “perfezionata”) e proseguendo fino a quota 7200 (il 15 gennaio). Più avanti è impossibile andare e il 23 gennaio, dopo aver forzatamente abbandonato gran parte del materiale, Casarotto e compagni lasciano il campo base con una sconfitta che forse non brucia così tanto. Soltanto sei giorni più tardi, dopo altre centoquaranta ore in balia del terribile inverno himalayano, ecco la prima abitazione: un piccolo rifugio per i reduci, vinti, della battaglia dei giganti.
28 novembre 2008: il Makalu, il “grande nero” che per un motivo o per l'altro turba i sogni di tanta gente, tra il 21 dicembre e il 21 marzo, in ventotto anni, non ha ancora perso una partita...

Il versante sud del Makalu. Contro il cielo, a destra della vetta, la parte superiore della cresta sud-est: in rosso la via dei giapponesi e in giallo l'ultimo tratto, appena prima e dopo il colle sud-est, della variante di Casarotto & C. Il pallino (giallo) indica il punto massimo (7200 m) raggiunto il 15 gennaio 1981 (Foto: www.russianclimb.com)
SARÀ IL COLOSSO DI 8463 METRI, CHE ATTENDE ANCORA LA PRIMA SALITA INVERNALE, IL PROSSIMO OBIETTIVO DI SIMONE MORO E DENIS URUBKO: I DUE AMICI, NUOVAMENTE INSIEME DOPO IL SUCCESSO DEL 2004 SUL BARUNTSE NORD, PARTIRANNO PER IL NEPAL NEL PERIODO NATALIZIO
Il Broad Peak (8047 m), durante il prossimo inverno, sarà pane (duro) per i polacchi Artur Hajzer e Robert Szymczak e per il canadese Don Bowie: Simone Moro, dopo averlo tentato a vuoto due volte (precisiamo: nella stagione fredda), ha pensato di girargli alla larga e di puntare a qualcos'altro. Di più facile, giusto per tornare a casa con il sacco pieno? Non si direbbe, visto che il bergamasco ha deciso di giocare le sue carte sul Makalu (8463 m) che, in inverno, ha già tirato brutti scherzi a un bel po' di personaggi per niente sprovveduti. Tra gli ultimi, proprio quest'anno, anche Denis Urubko (www.intotherocks.splinder.com/post/15616674 e www.intotherocks.splinder.com/post/15798157): un tipo che non si arrende facilmente e che, per avere la rivincita, sarà ancora una volta l'altra metà della cordata di Simone. I due amici, a quasi cinque anni dal successo sul Baruntse Nord (2004),
partiranno per il Nepal durante il periodo natalizio e, dopo una fase di acclimatazione nella valle del Khumbu, raggiungeranno il campo base del Makalu. La via di salita? La prima opzione resta la normale ma Moro non esclude di salire più a destra, ripercorrendo la linea seguita da Jerzy Kukuczka in solitaria nell'ottobre 1981 e in precedenza, nell'ottobre 1980, da Roger Baxter-Jones (che si fermò al Makalu La: il colle tra il Makalu e il Makalu II o Kangchungtse). Lo stile: niente ossigeno supplementare, niente portatori d'alta quota e possibilmente niente corde fisse (il cui impiego sarà comunque limitato).
Nelle foto, dall'alto: Simone Moro e Denis Urubko (arch. Moro)
L'hanno lanciata i cechi Jan Krabec (35 anni), Milan Wlasák (35) e Pavel Krupička (33). Il cargo con il materiale è già in Nepal: il terzetto lo ritroverà l'8 dicembre nel villaggio di Sama, l'ultimo avamposto prima del campo base del colosso di 8163 metri.
Ricordiamo che la prima invernale del Manaslu (secondo Ottomila, dopo l'Everest, ad essere salito durante la stagione fredda) risale al 1984: in vetta, il 12 gennaio, giunsero i polacchi Maciej Berbeka e Ryszard Gajewski, membri della spedizione diretta da Lech Korniszewski e composta inoltre da Marek Danielak, Stanisław Jaworski, Andrzej Machnik, Zbigniew Młynarczyk, Andrzej Osika, Maciej Pawlikowski, Bogusław Probulski e Włodzimierz Stoiński. I polacchi, lasciata da parte la via normale della montagna, aperta nel 1956 sul versante nord-est dai giapponesi (in vetta, rispettivamente il 9 e l'11 maggio, arrivarono prima Toshio Imanishi e lo Sherpa Gyaltsen Norbu e poi Minoru Higeta e Kiichiro Kato), puntarono a quella risolta nel 1972, sulla parete sud-ovest, dalla spedizione tirolese guidata da Wolfgang Nairz, con Reinhold Messner solitario in cima il 25 aprile (secondo Ottomila per lui e terza salita assoluta della montagna: la seconda era riuscita l'anno precedente ad un'altra squadra giapponese, per la difficile parete ovest). E come nel 1972, quando la scalata costò la vita a Franz Jäger e Andi Schlick, anche il successo del 1984 fu segnato da una tragedia.
Piazzati il campo base (il 2 dicembre 1983, a 4000 metri) e il campo base avanzato (nei giorni immediatamente successivi, a 4400 metri), lo squadrone polacco attaccò il gran pilastro roccioso iniziale (500 m, V e A2), lo attrezzò con le fisse e il 5 dicembre piazzò il campo 1 a quota 5650. Il dramma arrivò l'11 dicembre quando, per il cedimento di una corda colpita da una pietra, Jaworski – che stava scendendo lungo il pilastro iniziale – precipitò senza speranza. Che fare? Non senza discussioni la spedizione andò avanti, collocando il campo 2 a quota 6400 oltre la seraccata, nella cosiddetta “Conca delle farfalle” (il giorno dell'incidente) e poi il campo 3 a 7100 metri (il 21 dicembre). Dal 23 al 26 dicembre tutte le operazioni in parete si fermarono per celebrare il Natale al campo base e nei giorni seguenti, purtroppo, il tempo volse al peggio: al campo 3, le cui tende erano state spazzate via dal vento, il termometro segnava -25°C. Soltanto l'11 gennaio Berbeka e Gajewski riuscirono a piazzare il campo 4 a quota 7700, sul plateau sotto la cima. Quella notte, nella tenda, la colonnina di mercurio scese fino a -32°C ma Maciej e Ryszard non mollarono: la mattina dopo partirono alla volta della vetta, raggiungendola alle 11. Durante la discesa una furiosa tormenta li mise a dura prova, procurando congelamenti ad entrambi. Il 14 gennaio anche Pawlikowski e Probulski tentarono di giocare le loro carte ma, dopo aver lasciato il campo 3, non riuscendo ad individuare il successivo, furono costretti ad arrendersi.

Il versante nord-est del Manaslu, lungo cui si svolge la via del 1956 (www.peakware.com)

La parte superiore della parete sud-ovest del Manaslu, superata da Reinhold Messner nel 1972 e in inverno, dai polacchi, tra il 1983 e il 1984 (www.trekearth.com)
ANDE PERUVIANE: NUOVA VIA SUL CHOPICALQUI (6354 m) PER GLI SLOVENI VLADIMIR MAKAROVIČ, MATIČ OBID, PAVEL FERJANČIČ E MITJA GLESCIC
Il signore dei giganti peruviani, l'indimenticabile sloveno Pavle Kozjek (www.intotherocks.splinder.com/post/18236799), guardando il Chopicalqui (6354 m, Cordillera Blanca, Perù) era rimasto colpito dalla sua parete nord-ovest e l'aveva salita da solo, il 20 luglio 1998, aprendo Mirton Novice Extreme: una linea di 800 metri con difficoltà di V+ su roccia e ghiaccio a 80°. Dieci anni dopo, nel giugno 2008, quattro suoi connazionali – Vladimir Makarovič, Matič Obid, Pavel Ferjančič e Mitja Glescic – hanno osservato la stessa montagna ed è stata la parete est a farli sognare. Avanti, allora, ad aprire nello stile di Kozjek – in a single push – una via nuova di 600 metri: una corsa di 10 ore, fino a quota 6000 (sulla cresta) che nei primi due terzi ha visto il quartetto impegnato su neve e roccia (60-70°) mentre più in alto, se la roccia è rimasta come ingrediente di un ottimo misto (M5), la polvere bianca ha ceduto il posto al ghiaccio. L'ultimo atto dell'avventura è stata la discesa, su abalakov, per la via appena percorsa.
DOPO SEI GIORNI IN PARETE, FINO A QUOTA 6400, RITIRATA INEVITABILE PER IL FUORICLASSE BRITANNICO, IN CORDATA CON PAUL RAMSDEN, SULLA CIMA DI 6792 METRI DELL'HIMALAYA DEL GARHWAL
Se anche loro, Mick Fowler (nella foto) e Paul Ramsden, quelli del capolavoro da Piolet d'Or sul Siguniang (2002) e della prima salita assoluta del Menamcho (2007, www.intotherocks.splinder.com/post/12133540), hanno mollato la presa, significa che non c'era proprio niente da fare. Significa che il cattivo tempo e il freddo, sul Vasuki Parbat, che tocca quota 6792 nell'Himalaya del Garhwal, appena a est dei Bhagirathi (Gangotri Glacier), nelle scorse settimane erano davvero fuori misura. In verità Fowler e Ramsden, che puntavano alla terza salita assoluta della montagna (dopo quella del 2 ottobre 1973 da parte di Tej Singh, Ang Puri e Nima Futar e quella del 15 settembre 1980 riuscita a Keisuke Nakae, Masahiro Nomura e Hiroshi Nomura) e in particolare alla prima della parete ovest, non sono rimasti a guardare, salendo fino a 400 metri dalla vetta. Il gioco, però, non poteva durare di più. Anche perché, accompagnati al campo base (4900 m) da una tempesta di 48 ore, i due britannici si sono ritrovati in un regno imbiancato, capendo al volo che, con quelle condizioni, sarebbe stato piuttosto difficile raggiungere un'acclimatazione decente. Comunque, come abbiamo detto, Mick e Paul hanno giocato le loro carte, attaccando la montagna e restando lassù per sette giorni: i primi cinque e mezzo per salire due terzi di parete, il resto per tornare a valle. Più precisamente: durante i primi tre giorni, lentamente, i due amici sono giunti più o meno a metà del loro sogno. Lì è cominciato un crescendo tecnico e il quinto giorno, vista la ridotta velocità di progressione, i dubbi hanno cominciato a scavalcare le forse già deboli certezze: il freddo, in poche parole, era ormai insopportabile, molto pericoloso. Così il giorno successivo, da quota 6400, con l'impressione che il peggio dal punto di vista tecnico fosse ormai passato ma convinti che proseguire sarebbe stato un terribile errore, Fowler e Ramsden hanno cominciato la ritirata, condita da un ennesimo bivacco e resa eccitante da una pietra che, piombata da chissà dove, ha strappato la tenda finendo diritta sul fornello.
SI CHIAMA COSÌ LA NOTEVOLE VIA DI 1800 METRI (M5+ E AI5+) APERTA TRA IL 29 SETTEMBRE E IL 5 OTTOBRE 2008 DAL GIAPPONESE KAZUYA HIRAIDE CON LA COMPAGNA KEI TANIGUCHI, IN STILE ALPINO, SULL'INVIOLATA (E INTENTATA) PARETE SUD-EST DEL KAMET (7756 m, HIMALAYA DEL GARHWAL)
Ventinove anni lui, trentasei lei, Kazuya e Kei hanno aggiunto un nuovo, bellissimo capitolo alla lunga storia alpinistica della terza montagna più alta dell'India, alle spalle soltanto del Nanda Devi (7816 m) e del Kangchenjunga (8586 m, sul confine con il Nepal). La cordata nipponica ha puntato al cuore della parete (dove c'era una linea “che chiamava”) e dopo una “gita” esplorativa all'inizio di settembre, fino a quota 5750, ha completato l'acclimatazione salendo fino a circa 7200 metri (appena sopra il Colle Meade, raggiunto già nel 1913 da Charles Francis Meade con la guida Pierre Blanc) lungo la via normale (che si svolge sul versante nord-est e, non banale, è un classico obiettivo delle grosse spedizioni indiane).
Ricordiamo subito che la prima salita del Kamet porta le firme di Francis Sidney Smythe, Eric Earle Shipton, R.L. Holdsworth e di Lewa Sherpa, che piazzarono tre campi e dall'ultimo, a quota 6300, lanciarono l'attacco decisivo per la vetta (dove Holdsworth si concesse il lusso di fumare la pipa): era il 21 maggio 1931 e, nessuno, prima di allora, aveva raggiunto una cima tanto alta.
Ma torniamo alla cronaca. Dal campo base a quota 4700, tra il 26 e il 28 settembre Kazuya e Kei si sono spostati al campo base avanzato (5900 m) e il 29 settembre hanno deciso di giocare le loro carte: la via era lì, piuttosto evidente nel mezzo della parete, e la voglia di salire era al punto giusto. Il primo giorno la cordata si è spinta fino a 6600 metri, su neve e ghiaccio in cattive condizioni. Ecco quindi ancora ghiaccio ma anche roccia, che il secondo giorno hanno rallentato l'andatura permettendo ai nostri protagonisti di guadagnare soltanto 150 metri. Avanti, comunque: misto per 250 metri e terzo bivacco a quota 7000. Il 2 ottobre la cordata ha fatto un altro piccolo passo, spingendosi a 7100 metri, il 3 (quinto giorno) ecco l'altimetro segnare 7250 metri e il 4 il progresso è stato leggermente superiore: 350 metri. Quindi bivacco a quota 7600 e il settimo giorno, ossia il 5 ottobre, è finalmente arrivata la vetta. Tutto finito? Nossignori. La discesa, per la via normale, ha impegnato Kazuya e Kei - che dopo il doppio successo del 2005 sul Muztagh Ata (prima ripetizione della cresta sud-est) e sullo Shivling (via in parte nuova sul versante settentrionale) questa volta hanno davvero alzato la voce – per altri altri due giorni.
Dicevamo, all'inizio, della lunga storia alpinistica del Kamet. Ebbene: prima del tentativo di Meade e della vittoria di Shipton e compagni, la montagna era già finita nel mirino di alcune spedizioni tra cui quella del 1855 dei fratelli Robert e Adolph Schlagintweit che si spinsero, cosa eccezionale per l'epoca, fino a 6780 metri (l'imponenza del Kamet «accese ben presto una gara per la sua conquista»: così l'Enciclopedia della montagna De Agostini). Nel 1907 fu quindi la volta di T.G. Longstaff, C.G. Bruce e A.L Mumm che, con le guide italiane Alexis ed Henri Brocherel, toccarono quota 6100. Nel 1910 entrò in scena il già ricordato Charles Francis Meade e in seguito ci provò, da ovest, anche A.M. Slingsby: nel 1911 raggiunse i 6730 metri e nel 1913 guadagnò addirittura quota 7000. Lungo la via di Slingsby, nel 1912, si cimentò anche Meade (in compagnia, tra gli altri, del leggendario Franz Lochmatter) e nel 1914, dopo il già menzionato tentativo del 1913 dello stesso Meade e Pierre Blanc, la palla passò a A.M. Kellas. Questi ritornò sul Kamet nel 1920, dopo la parentesi bellica, e con H.T. Morshead arrivò a circa 7200 metri, appena sopra il Colle Meade. Seguirono undici anni di pausa e quindi, nel 1931, la vittoriosa spedizione britannica.

I 1800 metri della parete sud-est del Kamet con la via dei giapponesi (www.moran-mountain.co.uk)
Michel Vaucher, ginevrino, uno dei più grandi alpinisti di ogni tempo, il 17 novembre ci ha lasciati. Avrebbe compiuto 72 anni tra otto giorni, il 27 novembre. «Non sono abituato ad arrampicarmi con una corda davanti, e generalmente non ho mai completa fiducia nel compagno pur abilissimo che si muove sopra di me; ma con Vaucher è diverso. Con Pierre Mazeaud e Carlo Mauri egli è il solo alpinista che sappia darmi tranquillità quando arriva il suo turno di capocordata; è esattamente come se mi trovassi io al suo posto»: parole pesanti, importanti, scritte da Walter Bonatti (I giorni grandi) che con Michel, tra il 6 e il 9 agosto 1964 ha tracciato sulla nervatura della Punta Whymper della parete nord delle Grandes Jorasses una via pazzesca, allucinante, dalla quale anche i migliori ancora oggi si tengono alla larga. Perché è una cosa difficilissima, quella scalata, e come se non bastasse è anche assai pericolosa, come poche altre. Soltanto dieci alpinisti, in 44 anni, hanno osato ripercorrerla e hanno trovato lungo, lunghissimo, sparando poi numeri tipo M6, 90°, 6a e A2. Lassù, in quei quattro giorni, Walter e Michel hanno visto di tutto: sono sopravvissuti alle scariche, a frane ciclopiche, hanno lottato con la montagna e nonostante le corde tranciate, ridotte a miseri spezzoni, hanno vinto. Perché Bonatti era Bonatti e Michel era un tipo che a quel tempo, con gli scarponi ai piedi, passava sul 6a. Un fuoriclasse capace, nel 1957, di salire da solo in quattro ore e mezza, senza corda, la lunghissima cresta sud dell'Aiguille Noire de Peutérey e di mettere in fila vie nuove e ripetizioni di assoluto prestigio, spesso in compagnia della moglie Yvette (che con lui, nel 1965, è stata la prima donna a scalare la Nord del Cervino). Per cui non soltanto Monte Bianco: Vaucher, alpinista assolutamente completo, nel 1960 ha salito il Dhaulagiri (con Hugo Weber: seconda cordata in vetta nell'ambito della prima ascensione assoluta del colosso di 8167 metri) e ha firmato una lunga serie di successi anche nelle Dolomiti tra cui spiccano, in Civetta, le prime solitarie della Andrich sulla Torre Venezia (9 agosto 1958) e della Gilberti-Castiglioni sulla parete ovest della Cima della Busazza (il giorno dopo). Oggi si urla tanto per la salita della tal guida con il tal cliente sulla Nord della tal montagna? Ebbene: rispettivamente nel 1969 e nel 1975, in questo stile, Vaucher ha fatto sue la Cassin sulla Nord delle Grandes Jorasses (l'aveva già salita) e la Heckmair sulla Nord dell'Eiger (che l'aveva cacciato in malo modo nel 1963, costringendolo ad una ritirata-capolavoro in compagnia di Michel Darbellay, Loulou Boulaz e Yvette). Nel 1958, con personaggi del calibro di Lionel Terray e René Desmaison, Vaucher aveva partecipato alla realizzazione di Les étoiles de midi, il film di Marcel Ichac che l'anno seguente avrebbe conquistato Trento mentre risale al 1979 la pubblicazione del volume Les Alpes Valaisannes. Les cent plus belles courses (Denoël, Parigi) nella serie curata da Gaston Rébuffat. Leggiamo sull'Enciclopedia della montagna (De Agostini, Novara 1977): «Nonostante l'alpinismo ginevrino avesse lunga e gloriosa tradizione, senza Vaucher probabilmente avrebbe tardato a raggiungere i livelli delle nuove incalzanti generazioni. Vaucher ha saputo superare le frontiere». E l'ha fatto in ogni senso: da vero grande è stato capace di guardare oltre le vette, diventando professore di matematica e lasciando l'insegnamento soltanto nel 2001.
I CROATI CEDONO AL COLOSSO DI 7937 METRI, SALITO SOLTANTO CINQUE VOLTE E INVIOLATO DAL 1984
Niente da fare: la spedizione croata (logo qui a lato) che durante l'ultima stagione postmonsonica puntava all'Annapurna II, gigante nepalese che coi i suoi 7937 metri è la diciassettesima montagna più alta della terra (dopo gli Ottomila e due maggiori Settemila: il Gasherbrum III e il Gyachungkang, che toccano entrambi quota 7952), è stata costretta a ritirarsi dopo aver raggiunto quota 7200 lungo la cresta ovest. La squadra era composta da Darko Berljak (58 anni), Ivan Carin (47), Dragan Dragičević (23), Ivan Ferenčak (35), Bruno Grdić (38), Ivan Jurković (30), Tomislav Marković (45), Franc Pepevnik (49), Marko Polić (32), Vedran Salopek (27), Slobodan Soldo (46), Saša Takač (40) e inoltre dagli Sherpa Dawa Tenzing (22), Lakhpa Nuru (36), Nawang Jangbu (32) e Pasang Tshering (33). Durante l'ultimo tentativo alcuni degli alpinisti sono rimasti feriti: uno di loro è stato colpito da una scarica di pietre e altri sono stati letteralmente strappati dalla cresta dal vento fortissimo. Le raffiche hanno inoltre distrutto il campo 3 (a quota 6900) e tra questo e il campo 2, a causa del crollo di alcuni seracchi, la squadra è stata costretta ad aprire una variante più sicura (ma anche più difficile) della via salita in precedenza. Ricordiamo che l'Annapurna II conta in tutto cinque salite certe. La prima, nel 1960, è stata il debutto himalayano di Chris Bonington, che raggiunse la vetta il 17 maggio con Dick Grant e Ang Nyma Sherpa. La seconda ascensione è quindi arrivata nel 1969 grazie ad una spedizione jugoslava diretta da Aleš Kunaver: in cima, il 22 ottobre, Kazmir Drašlar e Matija Maležič. Terzo successo il 6 maggio 1973: in vetta, da solo, il giapponese Katsuyuki Kondo (spedizione diretta da Yukio Shimamura). La quarta salita risale all'8 ottobre 1983: il successo, per la parete e lo sperone sud, porta le firme degli australiani Timothy Macartney-Snape, Lincoln Ross Hall, Andrew Anderson e Gregory Mortimer. L'anno seguente ecco la quinta ascensione mentre risale al 1989 la spedizione che, grazie a Kim Yong-Kyu e Jeong Kab-Yong, potrebbe aver messo a segno la sesta salita: i due coreani, tuttavia, non hanno più fatto ritorno dalla montagna.
Omne trinum est perfectum dicevano gli antichi. Noi, più modernamente, potremmo recitare “non c'è due senza tre”. Così, dopo quelle pubblicate nelle scorse settimane, ecco un'altra delle lettere che Albert Frederick Mummery scrisse alla moglie, nel 1895, dal Nanga Parbat. Questa, però, è una lettera particolare: è stata infatti scritta il 23 agosto, poche ore prima che il grande inglese, il giorno seguente, partisse con due Ghurkas alla volta del versante Rakhiot del colosso di 8125 metri, alla ricerca di un'altra possibilità di salita dopo aver considerato quelle sui versanti Rupal e Diamir (dove si spinse fino a circa 6000 metri). «Come al solito Mummery era restio ad aggirare la montagna per passi bassi e di scarso interesse – scrive Karl Maria Herrligkoffer, uno dei protagonisti della storia alpinistica della “montagna nuda” nel suo Nanga Parbat, pubblicato a Londra nel 1954 -. Ancora si incamminò con i suoi due Ghurkas per tagliare direttamente attraverso una sella (il Diama Pass, 6227 m, ndr) dal Diamir al Rakhiot. Collie ed Hastings portarono il resto della spedizione sull'altro versante attraverso tre passi a bassa quota. Quando Collie raggiunse la sommità dell'ultimo passo sopra la valle Rakhiot, poté vedere il profilo della grande parete nord-est lungo la quale Mummery e i suoi due Ghurkas avrebbero dovuto passare se avessero raggiunto la sella. Sembrava assolutamente impraticabile ed un attento esame con il cannocchiale dei passaggi apparentemente più percorribili non mostrò traccia del passaggio di Mummery e dei suoi compagni. Perciò egli ed Hastings pensarono che Mummery fosse tornato indietro. Infatti Mummery aveva detto che lo averebbe fatto se il passaggio si fosse mostrato troppo pericoloso ed aveva lasciato scorte di viveri al vecchio campo per cautelarsi nel caso di una possibile ritirata. Perciò i suoi amici mandarono indietro due portatori per incontrarlo ma essi tornarono dopo tre giorni, dicendo di non avere incontrato nessuno. Hastings ritornò immediatamente nella valle Diamir. Collie doveva andarsene perché il suo congedo era quasi alla fine e si accordò di attendere ad Astor ulteriori notizie. Il 5 settembre ricevette da Hastings un messaggio che diceva che ancora non si era trovata traccia di Mummery. Il campo era intatto ed anche le scorte di viveri lasciate erano tali, come al mattino del 24 agosto. Vi era una sola spiegazione: Mummery e i suoi due Ghurkas erano scomparsi nella parte alta del ghiacciaio Diama, senza dubbio travolti da una valanga enorme». Collie scrisse: «Fu un finale spaventoso per la nostra spedizione. Le montagne tra cui avevamo trascorso tanti giorni piacevoli non erano più le stesse. La luminosità e le bellezze erano scomparse [...]. La sensazione dominante in questi posti strani è quella di paura e di disgusto. Ma quello che rende tutto più spaventoso è quella cosa enorme che si para davanti in tutta la sua nudità: non ha recessi, non vi è nulla di nascosto! La sua insolenza brutale, la sua desolazione selvaggia e la sua pronunciata indifferenza per tutti gli inani sforzi dell'uomo estirpano dalla mente ogni idea che questo posto appartenga al mondo ordinario». Collie raggiunse nuovamente Hastings e, citiamo ancora Herrligkoffer, «quando i due amici ritornarono al vecchio campo deserto nella valle Diamir era già ritornato l'inverno ed era impossibile ogni ricerca nella parte alta del ghiacciaio. Essi vagarono fin che poterono nella neve profonda e polverosa, con le valanghe che precipitavano di continuo. In qualche posto in quei deserti di neve e di ghiaccio giacevano sepolti Mummery e i suoi compagni». Ecco quindi le ultime parole che ci ha lasciato.
«Le nostre possibilità di riuscita sembrano piuttosto scarse. Collie non è determinato ed il povero Hastings è riuscito a prendersi il raffreddore, quindi sono rimasto solo con i Ghurkas. Questi sono ottimi scalatori e squisite persone ma non offrono l'aiuto di un vero membro dell'Alpine Club. Bene, sarò presto sulla via del ritorno. Non devi essere delusa per il Nanga, ho fatto delle splendide arrampicate ed ho visto picchi e pareti come le Alpi ed il Caucaso non possono offrire. Da questo lato (parete Diamir, ndr) il Nanga è alto 12.000 piedi (3650 m: la misura è assolutamente esatta, ndr) di roccia e ghiaccio ripidi e difficili come una serie di Cervini e Monte Bianco messi uno sull'altro. Penso che sarei riuscito a giungere in vetta se Ragobir (uno dei Ghurkas) non fosse stato male in un momento delicato, obbligandomi a ritornare. Indubbiamente oltre i 18.000 piedi (5500 m, ndr) la rarefazione dell'aria si fa sentire; domani attraverserò con due Ghurkas un passo verso la valle Rakhiot. Hastings e Collie faranno il giro attorno con gli altri portatori ed i materiali. Se la parete nord-est del Nanga Parbat è facile posso ancora farcela e tu riceverai un telegramma prima che questa lettera ti arrivi».

Nanga Parbat, parete Diamir: «Quella cosa enorme che si para davanti in tutta la sua nudità: non ha recessi, non vi è nulla di nascosto! La sua insolenza brutale, la sua desolazione selvaggia e la sua pronunciata indifferenza per tutti gli inani sforzi dell'uomo estirpano dalla mente ogni idea che questo posto appartenga al mondo ordinario» (John Norman Collie, 1895; foto: www.wspinanie.pl)
NIENTE DA FARE PER HOUSE, PREZELJ E ANDERSON SULLA OVEST DEL “GRANDE NERO”: DREAM TEAM A CASA MA CON IL SOGNO DI RITORNARE
Nulla di fatto sulla Ovest del Makalu. Il colosso di 8463 metri ha detto un secco no a Steve House (nella foto), Marko Prezelj e Vince Anderson, che sognavano di passare lassù in stile alpino. La cronaca, dopo l'acclimatamento e la salita da parte di Marko e Vince, il 17 ottobre, della parete ovest del Kangchungtse (o Makalu II, 7640 m, www.intotherocks.splinder.com/post/18788181), parla di un tentativo all'obiettivo principale tra il 30 e il 31 ottobre, quando il terzetto (dopo aver valutato se ripiegare sulla via normale, visto che le condizioni meteorologiche non erano per niente ideali) si è spinto fino a 6400 metri. Lì i tre amici hanno passato la notte e la mattina seguente sono fuggiti, cacciati a valle dal vento fortissimo: una vera e propria tempesta di pezzi di ghiaccio che precipitavano dalla montagna. Tutto finito? Nossignori. Il 4 novembre, senza compagni, evidentemente per guardarsi in giro e ricavare qualche indicazione utile in vista di un futuro ritorno (gente che ci ha cacciato il naso, pestandolo forte, stenta a credere che un solitario possa passare da quelle parti, specialmente all'inizio di novembre), House è partito all'attacco della muraglia ma ha dovuto presto (a quota 6500, dove corre la crepaccia terminale e quindi comincia la parete vera e propria) mollare la presa. Ecco quindi il suo commento finale: «È stata una spedizione molto lunga. Tutto ciò che poteva andare storto, in un'avventura del genere, è andato storto: abbiamo avuto problemi logistici, ci siamo ammalati, al campo base faceva un gran freddo e il vento non ci ha mai lasciati in pace. Tuttavia abbiamo individuato almeno un paio di linee percorribili in stile alpino sulla parete ovest. Ho la sensazione che ci torneremo: il grande obiettivo rimane».