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NEW YORK 26/12/08
Alberto Peruffo + The Sad Smoky Mountains
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A CURA DI CARLO CACCIA >> REDAZIONE redazione@intraisass.it >> LECCO-VICENZA ITALY
L'OPINIONE DI TITA PIAZ (1879-1948)
«Come e dove nacque l'alpinismo e chi fu il primo alpinista? Ecco, io credo di potermi lasciar brevettare la sensazionale scoperta che esso ebbe i natali in Armenia 40 secoli avanti Cristo, essendo Noè il secondo progenitore del genere umano, andato all'Ararat 5156 m nientemeno che... in barca, se la Bibbia non ci imbroglia. Per conseguenza gli si può anche rivendicare la paternità dei mezzi artificiali non soltanto, ma anche il primato della spudoratezza nell'uso, e ne detiene quindi il “record”. Cosa siamo nei suoi confronti Dimai ed io con i nostri ponti di corda?».
Da nord e da sud, sul monarca delle Alpi: dalle valli alle vette e alla vetta estrema. Concatenamenti? No. Patrick Gabarrou parla di “pellegrinaggi”: una cosa completamente diversa. Quello da nord, era il 1988, l'ha chiamato Ballade pour Heidi: una danza solitaria, in giornata, salendo la Nord dell'Aiguille du Midi, la Gabarrou-Albinoni sul Mont Blanc du Tacul, la Baxter-Jones sul Mont Maudit e quindi il gran finale verso quota 4807. Da sud, nello stesso anno, il viaggio è stato in cordata (con Pierre Gourdin) sulle tracce di Renato Casarotto (in estate, però): Ratti-Vitali sulla Ovest dell'Aiguille Noire, Gervasutti-Boccalatte sulla Punta Gugliermina e via classica sul Pilone Centrale del Frêney. Nelle scorse settimane, come Gabarrou, hanno fatto Maxime Belleville e Julien Herry. Le due giovani guide di Chamonix, in quattro giorni, hanno viaggiato per il massiccio salendo prima la Nord delle Droites (4000 m) per la Colton-Brooks (Nick Colton e Choe Brooks, 1977; 1000 m, IV/5 e misto, ED-) con tanto di variante finale diretta (Talibans, poco proteggibile) fino alla Cima Ovest (3984 m). Da lassù i due amici sono scesi sul versante opposto fino al ghiacciaio di Talèfre e, riempiti gli zaini di provviste (portate da un amico), hanno raggiunto la capanna Leschaux (2450 m) al cospetto della parete nord delle Grandes Jorasses. Il giorno seguente si sono quindi avventurati lungo quella muraglia leggendaria, lasciando da parte il settore Walker-Croz e puntando invece all'estremità opposta – ossia alla Punta Young (3996 m) – salendo con alcune varianti Rêve éphémère d'alpiniste (“Sogno effimero di alpinista”, 800 m, V/5, 6a e A2, ED), aperta nel 1994 da Ivano Ghirardini in solitaria e ripetuta (pare) soltanto nel 2005. Belleville ed Herry hanno passato la seconda notte al bivacco Canzio al Col des Grandes Jorasses (3825 m) e il terzo giorno, lungo la cresta di Rochefort e il ghiacciaio del Gigante, hanno raggiunto il bivacco della Fourche (3679 m) al colle omonimo: la porta della grandiosa parete della Brenva. Dal bivacco, la mattina seguente, la cordata ha raggiunto la base della parete nord del Grand Pilier d'Angle (4243 m) salendola combinando la Via dei Belgi (Daniel Caise, Claude Grandmont ed Everard Munting, 20-21 luglio 1977, ED-) e la Cecchinel-Nominé (Walter Cecchinel e Georges Nominé, 16-17 settembre 1971, ED). Dalla sommità del Pilier, per la parte finale della cresta di Peutérey, la marcia trionfale (si fa per dire perché quegli ultimi 600 metri, e per la stanchezza e per la quota, sono decisamente “spaccagambe”) verso l'agognato traguardo: la placida, spaziosa, accogliente vetta del monarca delle Alpi.
Sopra: il monarca nascosto e la sua fantastica corte (foto di Antonio Giani)
NON 16 MA ADDIRITTURA 21 GLI ALPINISTI IN VETTA PER LA VIA DEI RAGNI DAL 1° AL 9 DICEMBRE 2008. DA SEGNALARE LA PRIMA SOLITARIA, FIRMATA DA WALTER HUNGERBÜHLER, E LA PRIMA FEMMINILE, RIUSCITA A DÖRTE PIETRON
Assalto alla parete ovest del Cerro Torre: la notizia l'abbiamo data venerdì (www.intotherocks.splinder.com/post/19308608). Ma l'arrembaggio, in verità, è stato ancora più numeroso di quanto vi raccontavamo. Perché in nove giorni, dal 1° al 9 dicembre 2008, la Via dei Ragni è stata ripercorsa fino al punto più alto da ben 21 (e non “soltanto” 16) alpinisti: le informazioni, ancora una volta, arrivano da Rolando Garibotti, che durante l'ultimo fine settimana ha fatto il punto della situazione. Ecco quindi, direttamente da lui, la lista completa dei salitori del “grido di pietra” per la sua ghiacciata parete ovest.
SALITE 1974-2007
1ª. Casimiro Ferrari, Mario Conti, Daniele Chiappa e Pino Negri (Italia), in vetta il 13 gennaio 1974;
2ª. John Bragg, Dave Carman e Jay Wilson (Usa), 15 gennaio 1977 (in stile alpino);
3ª. Michael Bearzi ed Eric Winkleman (Usa), 10 febbraio 1986 (in libera);
4ª. Simon Elias e Josu Merino (Spagna), 18 febbraio 1997;
5ª. Ramiro Calvo, Gabriel e Luciano Fiorenza, Max O'Dell, Walter Rossini (Argentina) e Bruno Sourzac (Francia), dicembre 2005;
6ª. Kelly Cordes e Colin Haley (Usa), 6 gennaio 2007 (la cordata ha raggiunto il Colle della Speranza per la parete sud, salendo À la recherche du temps perdu aperta da François Marsigny e Andy Parkin nel 1994, www.intotherocks.splinder.com/post/10743875);
SALITE 2008
7ª. Jorge Ackermann, Tomás Aguilo, Charly Cabezas, Rolando Garibotti, Matías Villavicencio (Argentina) e Dörte Pietron (Germania), 1° dicembre 2008 (prima femminile della via per la Pietron, quinta donna in vetta al Cerro Torre dopo l'italiana Rosanna Manfrini e le slovene Ines Božič, Monika Kambic e Tanja Grmovšek);
8ª. Ole Lied e Trym Atle Sæland (Norvegia), 2 dicembre 2008 (la cordata, in verità, ha salito la cresta sud-est usando alcuni degli spit di Maestri e ha attraversato la parete sud, nella sua parte alta, per raggiungere la parete ovest);
9ª. Matteo Bernasconi e Fabio Salini (Italia), 2 dicembre 2008;
10ª. Julien Dusserre, Pierre Labbre, Baptiste Rostaing-Puissant e Jérôme Para (Francia), 9 dicembre 2008;
11ª. Walter Hungerbühler (Svizzera), 9 dicembre 2008 (prima solitaria della via e quinta solitaria assoluta del Cerro Torre dopo quelle, tutte per la Via del compressore, dello svizzero Marco Pedrini, del neozelandese Athol Whimp e degli americani Dean Potter e Aaron Martin);
12ª. Nico Benedetti, Flavio “Manzana” Renzacci, Fernando “Capi” Irrazabal e Jimmy Heredia (Argentina), 9 dicembre 2008;
13ª. Cullen Kirk (Usa) e Bjørn-Eivind Årtun (Norvegia), 9 dicembre 2008 (in 13 ore dal Niponinos Camp per il Colle Standhardt).
NOTA. Sono giunti a una dozzina di metri dal punto più alto, ai piedi dell'estremo fungo sommitale: Dan Cauthorn e Jon Krakauer (Usa), il 15 gennaio 1992; David Autheman, Fred Valet e Patrick Pessi (Francia), il 4 dicembre 1994; Greg Crouch (Usa), David Fasel, Stephan Siegrist e Thomas Ulrich (Svizzera), il 14 luglio 1999 (inverno australe). Diverse risultano infine le cordate costrette a ritirarsi più in basso, all'inizio del tiro chiave a poco più di 50 metri dalla vetta.
Torniamo al leitmotiv della scorsa settimana, l'alpinismo solitario, proponendo alcuni pensieri di Eugen Guido Lammer (1863-1945) tratti dal suo celebre Jungborn (“Fontana di giovinezza”), pubblicato a Vienna nel 1922 e di grande importanza per capire l'avventura alpinistica tra le due guerre (e non solo). Tradotto in italiano da Raffaello Prati, nel nostro paese il libro è uscito tra il 1932 e il 1933 grazie alla casa editrice L'Eroica di Milano e quindi nel 1998 nei Licheni della Vivalda (con la medesima traduzione). Di Lammer, delle sue azioni, dei suoi scritti e del suo pensiero torneremo presto a parlare. Qui, prima di lasciare tutto lo spazio alle citazioni, diciamo soltanto che all'inizio del capitolo di Jungborn dal quale sono tratte, sotto il titolo che è lo stesso di questo post, campeggia una frase di Ibsen: «L'uomo più forte al mondo è colui che se ne sta da solo».
«È doppiamente nobile chi si apre la via da solo combattendo nella solitudine alpina e duemila volte più grande sarà il suo premio».
«Che differenza senza il compagno che guida! Già da principio devo entrare in confidenza intima col gruppo e col mio monte, studiando a fondo carte e letteratura sull'argomento. Così a poco a poco davanti al mio occhio si forma un'immagine plastica a rilievo di quel paese, prima ancor di vederlo con l'occhio del corpo».
«Quando raggiungo la zona priva di vie e l'alta montagna remota dalla vita civile, è necessario elevare al quadrato l'attività mentale finora esercitata».
«In tutti questi doveri in non posseggo la falsa sicurezza, che dà il sentimento di essere trattenuto dall'alto ad una corda da un uomo robusto; la mia corda è costituita dall'indipendenza, dalla coscienza chiara di quanto posso o non posso fare».
«Un tempo l'attività dello scalatore solitario spiccava molto meno su quella del turista assicurato: quando il primo di corda sta sopra al secondo in punti pericolosi di 10, 15, 20 metri, egli ha la coscienza continua che solo dopo una caduta di 20, 30, 40 metri la corda lo può sostenere, quando cioè probabilmente è ferito e malconcio, seppure essa non si è strappata. Il primo perciò corre quasi gli stessi pericoli che il non assicurato ed abbisogna dello stesso ardimento. Ma ecco che egli comincia ad assicurarsi per mezzo di anelli e chiodi piantati solidamente, elude il pericolo e con ciò inganna il suo intimo sentimento».
«Oggi lo scalatore solitario è rimasto il vero cavaliere, che combatte con probità la battaglia col monte nel buon vecchio stile».
«Non conosco altra attività umana la quale come il cimento con le difficoltà della montagna prosciughi spesso fino agli estremi residui e tenda variamente in mille nuove complicazioni tutte le energie del corpo e molte dell'intelletto e dell'animo. Difficilmente in altre circostanze i nostri sentimenti vengono così sconvolti, la nostra volontà così duramente foggiata come in questo duello col monte».
«Essere soli in montagna significa essere veramente abbandonati in mezzo alle insidie e ai pericoli della natura alpestre».
«Qui non si tratta dello scalatore solitario su vie molto battute, dove in caso di bisogno l'aiuto arriva rapido e sicuro, ma d'immergersi in una solitudine assoluta, a distanza di miglia da un cuore sensibile e da una mano salvatrice».
«Prima di cominciar la battaglia, ai pericoli e agli orrori che la montagna rovescia su tutti, lui, lo scalatore solitario, aggiunge per libera scelta anche tutti gli orrori dell'abbandono».
«Essere isolati sui monti vuol dire essere proprio soli».
«Essere soli in montagna significa dunque viaggiare con occhio chiaro per tutti i recessi del nostro essere, significa anche celebrare l'alta funzione degli elementi con pura riverenza, accogliere con animo compiacente il grande capolavoro dell'eternità».
ASSALTO ALLA VIA DEI RAGNI: SEDICI ALPINISTI IN VETTA PER LA PARETE OVEST NELLE ULTIME DUE SETTIMANE
Una svolta o soltanto una parentesi? Per Rolando Garibotti, deciso e chiaro come sempre, non ci sono dubbi: «Gli alpinisti, per fortuna, hanno capito che la Via del compressore non vale niente. La Via dei Ragni, finalmente, è diventata la “normale” del Cerro Torre. Si tratta di un cambiamento straordinario: un grande passo avanti per l'alpinismo. È come se sull'Everest, da un giorno all'altro, tutti smettessero di salire con l'ossigeno supplementare e con l'aiuto degli sherpa». Garibotti, a cui avevamo chiesto una mano per compilare la lista delle ripetizioni della via aperta da Casimiro Ferrari e C. nel 1974 sulla parete ovest del “Grido di pietra”, ci ha scritto che «nelle ultime due settimane sedici alpinisti hanno ripetuto la Via dei Ragni: otto argentini, tre norvegesi, un nordamericano, due italiani (Fabio Salini e Matteo Bernasconi, giunti in vetta il 2 dicembre: la loro è stata la prima ripetizione italiana della via, ndr), una ragazza tedesca (prima femminile, ndr) e il sottoscritto, con due passaporti di paesi a cui non sente di appartenere. L'elenco delle ascensioni poteva essere interessante fino a qualche giorno fa: adesso, mettersi a ricordare, mi sembra una battaglia persa in partenza». Noi comunque, per curiosità, abbiamo accuratamente passato in rassegna l'American Alpine Journal, scoprendo questi bei nomi: 1ª. Casimiro Ferrari, Mario Conti, Daniele Chiappa e Pino Negri (in vetta il 13 gennaio 1974); 2ª. John Bragg, Jay Wilson e Dave Carman (15 gennaio 1977); 3ª. Michael Bearzi ed Eric Winkleman (10 febbraio 1986); 4ª. Simon Elias e Josu Merino (18 febbraio 1997); 5ª. Bruno Sourzac, Ramiro Calvo, Walter Rossini, Max O'Dell, Gabriel e Luciano Fiorenza (dicembre 2005). Totale: diciassette alpinisti, in trent'anni abbondanti, giunti fino al punto in cui non c'era proprio più niente da scalare. Poco sotto - qualche metro appena, certo, ma qualche volta è giusto essere pignoli... – sono invece arrivati anche Dan Cauthorn e Jon Krakauer (15 gennaio 1992), poi David Autheman, Fred Valet e Patrick Pessi (4 dicembre 1994, prima traversata della montagna da ovest a est, con discesa lungo la Direttissima dell'Inferno, imboccata per errore al posto della Via del compressore) e infine Thomas Ulrich, David Fasel, Stephan Siegrist e Greg Crouch (14 luglio 1999, l'ascensione, nonostante la pecca finale, è generalmente riconosciuta come la prima invernale della Via dei Ragni).
Sopra: il versante occidentale del Cerro Torre con, alla sua sinistra, il Cerro Standhardt, la Punta Herron e la Torre Egger (foto di Roberto Mantovani)
DOPO 21 GIORNI DI SOLITUDINE SULLA PARETE OVEST DEL TAHU RUTUM (6651 m, KARAKORUM), ORMAI IN CRESTA E AD UN PASSO DALLA VETTA, L'AMERICANO KYLE DEMPSTER È STATO COSTRETTO A RINUNCIARE. LA SUA, COMUNQUE, RESTA UN'ESPERIENZA MEMORABILE
Non c'è due senza tre perché, dopo Rufus Duits e Jordi Tosas, oggi parleremo di un altro solitario. Si tratta dell'americano Kyle Dempster, venticinquenne dello Utah che tra il 20 agosto e il 10 settembre 2008, in 21 giorni di permanenza ininterrotta sulla montagna, ha giocato il tutto per tutto sui circa 1400 metri della parete sud-ovest del Tahu Rutum (6651 m): magnifica cima del Karakorum che si innalza lungo il crinale che divide l'Hispar Glacier (a ovest) dal Biafo Glacier (a est). Più precisamente: la montagna si innalza una decina di chilometri a est rispetto all'Hispar Sar (la cima tentata da Duits), fronteggiandolo sul fianco opposto del Khani Basa Glacier che, dal poderoso Kanjut Sar (7760 m), scivola verso sud fino a confluire nella parte più alta (e più orientale) dell'immenso Hispar Glacier. Aggiungiamo che il Tahu Rutum è stato salito per la prima e unica volta nel 1977, per la difficile cresta sud-ovest, da una spedizione giapponese composta da Nobuo Kuwahara (leader), Hirotoshi Miyagawa, Katsuo Matsumura, Kazuto Obata, Yoshinobu Tanaka, Yutaka Shimizu, Yukio Usagawa, Kazuya Mitsumochi e Hideyuki Ohnishi. Piazzato il campo base a quota 5000 sul Biafo Glacier (il 27 giugno) e altri tre campi a 5550, 6000 e 6200 metri, il 13 luglio Obata, Usagawa, Tanaka e Mitsumochi sono partiti alla volta della vetta: risalite le ultime corde fisse, hanno raggiunto il punto più alto alle 12.20. Il giorno seguente il successo è arrivato anche per il resto della squadra (leader escluso). Ma torniamo a Kyle Dempster e al suo tentativo solitario.
L'americano è giunto al cospetto del Tahu Rutum il 19 luglio scorso: lo aspettavano sette settimane di solitudine assoluta, cominciate con sei trasporti di materiale ai piedi della montagna (fortunatamente il Khani Basa Glacier era in buone condizioni). Vista la conformazione della parete, con un ripido scivolo di neve e ghiaccio che sostiene una rocciosa, splendida headwall, Dempster ha attrezzato con le corde fisse i primi 300 metri, ha “subìto” una settimana di attesa a causa del cattivo tempo e il 20 agosto è partito per la grande avventura: con lui tutto il materiale e cibo per circa venti giorni (più tardi avrebbe scoperto che era troppo poco). I primi sette giorni di scalata, lungo i 600 metri dello scivolo iniziale, sono stati all'insegna della fatica pura: uno sforzo indispensabile per issare il carico all'inizio del vero problema. Il 27 agosto, finalmente, Kyle ha messo le mani sulla roccia ed ha cominciato a salire. Una lunghezza dopo l'altra, superando difficoltà fino all'A3 su granito magnifico, con il tempo perfetto, il nostro protagonista è andato avanti fino a circa 6000 metri. Lì, purtroppo, l'incantesimo si è rotto: quattro giorni di tempesta hanno imposto a Dempster di fermarsi sulla portaledge, mangiando il minimo indispensabile. Così, quando è arrivato il momento di continuare, la fame e fastidiosi problemi intestinali si sono fatti sentire, rallentando parecchio il ritmo. Dopo una parentesi di tempo buono, con la portaledge fissata a quota 6200, ecco la seconda bufera. Il 10 settembre, al suo ventunesimo giorno sulla montagna, nonostante il cielo completamente coperto di nubi, Kyle ha deciso di giocare il tutto per tutto puntando alla vetta. Rimontato l'ultimo tratto di corde fisse è andato avanti per altri 70 metri, è stato investito dalla neve e da un vento fortissimo e, dopo ulteriori 170 metri su roccia più rotta, ha raggiunto la ripida, ghiacciata cresta sommitale a quota 6500. In quel momento, però, con la parete ormai sotto i piedi, Dempster ne ha avuto abbastanza: col tempo pessimo, la lampada frontale in fin di vita, disidratato e affamato, ha deciso in un secondo di scendere. Prima meta: la portaledge, il minuscolo rifugio sospeso dove il sognatore Kyle, sempre più vicino al crollo, ha rimesso piede ben trenta ore dopo averlo lasciato. Da lì, in altri due giorni, è tornato alla base della montagna. Ora lassù, sullo splendido Tahu Rutum, gli unici segni del suo passaggio sono tre spit e un rivetto, lasciati durante la discesa.
Sopra, due "autoritratti" di Kyle Dempster durante la salita della parete ovest del Tahu Rutum: nel primo, con il sole, tutto ok; nel secondo, con la tempesta e la fame, qualche problema in più...

Verso la meta, che sbuca in fondo a destra, lungo l'infinito Hispar Glacier. A sinistra spicca l'inviolato Hispar Sar (6400 m), con la sua ripida parete sud-ovest tentata nelle scorse settimane dal britannico Rufus Duits

Sulla Ovest del Tahu Rutum, guardando in basso

Come sopra, ma verso l'alto
La linea di Kyle Dempster lungo i 1350 metri della parete ovest del Tahu Rutum. La grande avventura è terminata sulla cresta sommitale, a circa 150 metri dalla vetta
DOPO UN TENTATIVO SULLA SUD DEL NUPTSE (12-13 NOVEMBRE), LO SPAGNOLO HA RAGGIUNTO QUOTA 7500 LUNGO LA VIA ČESEN SUL COLOSSO DI 8516 METRI (18-19 NOVEMBRE) E HA CONCLUSO LA SUA CAMPAGNA NEPALESE FIRMANDO DUE VIE NUOVE SU ALTRETTANTE CIME DELLA ZONA, QUOTATE 6146 E 6238 METRI (6 E 9 DICEMBRE)
Jordi Tosas, che durante l'estate scorsa è riuscito a salire in solitaria, in giornata, Griff ins Licht (1800 m, 7c e M5) sulla Nord dell'Eiger, non ha perso il vizio. Dopo le avventure del 2006 e del 2007, rispettivamente sul Palung Ri (7012 m) e sul Nuptse (7710 m, www.intotherocks.splinder.com/post/14233701), il fuoriclasse spagnolo è tornato in Himalaya e sempre da solo, volutamente in ritardo rispetto all'abituale tempistica delle scalate postmonsoniche (perché sperava di trovare più ghiaccio e quindi essere più veloce), ha puntato al sogno dei sogni: la parete sud del Lhotse (8516 m). Tuttavia, prima di lanciarsi sulle tracce di Tomo Česen («Ho scelto la sua via perché è la più diretta e veloce» ha spiegato), Jordi ha deciso di cacciare il naso sulla parete sud del Nuptse (7861 m) e il 12 novembre 2008 l'ha attaccata per una via nuova, tra quella britannica del 1961 (a sinistra) e quella tentata da Steve House, Marko Prezelj, Barry Blanchard e Stephen Koch nel 2002. Tosas, seguendo un sistema di goulottes con alcuni tratti di misto, ha raggiunto a quota 6200 la via di Bonington e compagni e 300 metri più in alto si è fermato a bivaccare. Il giorno dopo, rinunciando alla vetta principale, ha deciso di proseguire verso il Nuptse Est (7804 m): prima lungo la linea del 2002 e poi, ormai non lontano della vetta, lungo il capolavoro firmato nel 2003 da Valery Babanov e Yuri Koshelenko. Le ultime dieci lunghezze di quella via, però, si svolgono su terreno assai tecnico (M5 e V+) e Tosas, con il poco materiale a sua disposizione, non ha potuto fare altro che tornare indietro. Il 18 novembre è così arrivato il turno della Sud del Lhotse (8516 m), attaccata e salita fino a quota 6500 per la discussa via Česen. Il 19 novembre Tosas è riuscito a guadagnare altri 1000 metri fino a quando, come sul Nuptse, è stato fermato dalla roccia e dal misto. Tutto finito? Nossignori: il nostro protagonista è rimasto ancora qualche giorno in Nepal e il 6 dicembre, adocchiata una bella montagna (caratterizzata da varie punte) proprio di fronte al frequentatissimo Island Peak (o Imjatse, 6183 m), dall'altra parte dell'Imja Glacier, ne ha salito la ghiacciata parete ovest fino alla cima 6146. Il 9 dicembre, ossia ieri, ecco infine il bis: Jordi l'ha spuntata sulla parete nord della stessa montagna, raggiungendone la cima 6238 per un itinerario, diretto, di 1200 metri (80° e M4).
HISPAR GLACIER (KARAKORUM): RUFUS DUITS, SENZA ALCUN APPOGGIO, METTE A SEGNO LA PRIMA SALITA ASSOLUTA DELL'EMILY PEAK (5684 m). VANO, INVECE, IL TENTATIVO SULL' HISPAR SAR (6400 m), CHE RESTA INVIOLATO
Tutto solo, tra settembre e ottobre, alla corte dell'Hispar Glacier: una delle grandi distese gelate del Karakorum. Il suo sogno era la prima ascensione assoluta dell'Hispar Sar, notevole cima di 6400 metri che si innalza sul lato settentrionale del ghiacciaio quale ultimo baluardo della dorsale che dal Kanjut Sar (7760 m, www.intotherocks.splinder.com/post/12770616) scende verso sud tra lo Yutmaru (Jutmo) Glacier a ovest e il Khani Basa Glacier a est (ricordiamo che sull'altro lato dello Yutmaru Glacier spiccano gli splendidi Kunyang Chhish, 7852 m, e Pumari Chhish, 7492 m). Ma il britannico Rufus Duits ha dovuto accontentarsi, tornando a casa con la probabile prima ascensione assoluta dell'Emily Peak: una cima di 5864 metri situata a nord del suo minuscolo campo base. Duits ha scalato la montagna per la parete sud-ovest, lungo una linea di ghiaccio con difficoltà classiche (60°). Una volta acclimatato si è così concentrato sull'Hispar Sar, tentandolo due volte per l'evidente couloir che ne solca la parete sud-ovest poco a destra della verticale della vetta. La via, piuttosto ripida e difficile (ED), era già stata tentata nel 2004 da Andy Parkin e Simon Yates che dopo quattro giorni di scalata, raggiunta la cresta e andati avanti fino a circa 300 metri dalla vetta, si erano ritirati per la mancanza di cibo e combustibile (durante il primo giorno di salita avevano perso una buona parte delle loro scorte). Duits ha raggiunto e superato il punto più alto toccato da Parkin e Yates ma quando il ghiaccio (sano) ha ceduto il posto a placche di granito ricoperte di neve instabile, non ha potuto fare altro che tornare indietro, con una serie di Abalakov, lungo la stessa via. Così 18 ore dopo aver attaccato, senza intoppi, era di nuovo alla base della montagna.

I versanti meridionali dell'Hispar Sar (6400 m, a sinistra) e del Kanjut Sar (7760 m) dal versante settentrionale dell'Haigutum Est (5783 m), sull'altro lato dell'Hispar Glacier. A sinistra della vetta dell'Hispar Sar, chiusa a sinistra dalla cresta contro il cielo, si vede parzialmente la parete sud-ovest, tentata da Rufus Duits (www.summitpost.org)
MAKALU, DICEMBRE 1981: QUANDO L'INVERNO VERO HA MANDATO A CASA RON RUTLAND E COMPAGNI
I primi a provarci, a tentare il Makalu (8463 m) durante la stagione fredda, erano stati Renato Casarotto, Mario Curnis e compagni. Giunti al campo base il 10 dicembre 1980, dieci giorni dopo erano a quota 6300 (lungo la cresta sud-est) e il 15 gennaio 1981, dopo altre tre settimane abbondanti di lotta, l'altimetro segnava 7200 metri: il punto massimo raggiunto (per i dettagli: www.intotherocks.splinder.com/post/19182722).
Il secondo atto della “battaglia dei giganti”, nel dicembre 1981 e lungo la via normale, ha visto invece protagonisti sei alpinisti britannici: Ron e Linda Rutland, Alan Deakin, David Heap, Binn Ryan ed Eric Penman. Il gioco, però, questa volta è finito prima di cominciare sul serio. Perché? Ve lo raccontiamo subito. Partita da Tumlingtar (dove si arriva in aereo) il 19 novembre, dopo dodici giorni caratterizzati da tempo eccellente (anche se in qualche punto la neve e il ghiaccio hanno reso la marcia difficile) la spedizione è finalmente giunta ai piedi del colosso. Il campo base, visto il freddo che ha impedito ai 26 portatori di andare oltre (così scrive Ron Rutland sull'American Alpine Journal), è stato piazzato molto in basso, a 4400 metri, e soltanto l'8 dicembre il team d'oltremanica ha collocato il campo base avanzato (5400 m). Qualche giorno dopo, il 16 dicembre, è stata la volta del campo 1 (7000 m). «Il tempo era buono – racconta Ron -: i problemi arrivavano dal freddo (-50°C) e dal vento (con raffiche fino a 160 chilometri l'ora). Le condizioni estreme, la quota e la nostra rapida salita ci hanno chiesto il dazio: il 20 dicembre soltanto io e mia moglie eravamo in grado di continuare». Ron e Linda hanno quindi tentato di andare avanti ma, giunti a 7300 metri, anche loro sono stati costretti ad alzare bandiera bianca: l'inverno, quello vero, doveva ancora arrivare...
Nella foto: il versante sud-occidentale del Makalu (www.klausdierks.com)
I falchi, da ragazzo, erano la sua passione: amava addestrarli, Jim, ma prima di addestrarli doveva catturarli. E per catturarli non c'era altro sistema: arrampicarsi sulle pareti dove nidificavano. Così è nata la passione e la passione, con la complicità di doti fuori dal comune, ha creato la leggenda. Jim Bridwell, classe 1944 ma con l'entusiasmo e la semplicità di un bambino: un personaggio del tempo andato e del tempo a venire, che ci ha fatto sognare. Attorno al suo nome ne ruotano altri come Pacific Ocean Wall e Sea of Dreams (le sfide in casa, sul solare granito del Capitan), come Odyssey (su un altro granito: quello del Grand Capucin) e come The Dance of the Woo Li Masters e The Useless Emotion (sogni d'Alaska). A proposito di quest'ultima creazione, firmata nel 1999 sul Bear's Tooth, Jim diceva che mai aveva affrontato nulla di simile, che il più difficile l'aveva incontrato lassù, dopo 38 anni passati sulle pareti del mondo. Il crescendo, però, non era ancora finito: nel 2001, con Spencer Pfingsten, il vecchio Bridwell ancora una volta è riuscito a superare se stesso. Dal Bear's Tooth (“Dente dell'orso”) è passato – anzi: tornato – al Moose's Tooth (“Dente dell'Alce”) e ha riletto la sua via del 1981 – quella Dance of the Woo Li Masters aperta con un altra leggenda: Mugs Stump – regalandole una variante iniziale diretta di 19 lunghezze di corda. Il tutto in 30 giorni, dopo i 29 del tentativo dell'anno precedente bloccato dal tratto chiave della salita: una placca di granito inclinata a 70 gradi, ricoperta di neve inconsistente, che obbliga ad un viaggio da brivido di 60 metri senza alcuna possibilità di proteggersi. Ecco il vero massimo di Jim, ecco il vertice della parabola: il cuore di una via che supera con 44 lunghezze di corda (A5, 5.10b, WI4+ e M6) i 1500 metri della parete est dello splendido Moose's Tooth. Oggi però The Yosemite Living Legend, come recita il titolo del film che Michele Radici gli ha dedicato (il film è allegato al numero di dicembre di Alp), sta passando un momento particolarmente difficile e un gruppo di amici, in prima fila Giovanni Groaz che con Bridwell ha aperto la citata Odyssey ma anche, su El Capitan, Dark Star (A5, 1999) e Welcome to Afghanistan (A4+, 2001), ha recentemente creato un comitato per aiutare questo personaggio a cui un po' tutti, come è facile pensare leggendo la sua autobiografia (The Bird, pubblicata in Italia da Versante Sud), dobbiamo qualcosa, che va al di là del materiale.
L'APPELLO
Jim, che è sempre stato particolarmente vicino all'alpinismo italiano, ha 64 anni e sta attraversando un difficile momento: ha perso recentemente la proprietà della casa per un mutuo bancario che non è riuscito a pagare, non solo per la difficile situazione economica attuale, ma anche a causa di un incidente alpinistico che l'ha bloccato per lungo tempo e che non ha del tutto superato. Un gruppo di amici e guide alpine di Trento ha fondato un apposito Comitato, per soccorrere questo grande ma sfortunato arrampicatore e aiutarlo a superare il brutto momento. Chi è disposto a versare un contributo può farlo sul conto corrente postale n. 92800887 intestato a HELP JIM BRIDWELL, 38100 Povo (TN), oppure tramite banca (codice IBAN: IT-64-H-07601-01800-000092800887). Il Comitato è stato recentemente registrato presso l'Anagrafe tributaria del Ministero delle Finanze, con codice fiscale 9608136022. Un grazie di cuore a chi vorrà dare un aiuto.
Giovanni Groaz - Guida alpina

Jim Bridwell lungo Odyssey sul Grand Capucin (Monte Bianco)

Jim, nel 2001, in apertura su Welcome to Afghanistan

Jim e Giovanni Groaz nel 1999, ai tempi dell'avventura sul Grand Capucin
Foto: G. Groaz