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NEW YORK 26/12/08
Alberto Peruffo + The Sad Smoky Mountains
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A CURA DI CARLO CACCIA >> REDAZIONE redazione@intraisass.it >> LECCO-VICENZA ITALY
È quella aperta il 1° agosto 1914 con Franz Barth, Hanne Franz e Alfred Wolff sulla parete sud dell'Odla di Cisles (2780 m), seguendo la fessura a sinistra del Camino del Diavolo. Lunga 350 metri, presenta difficoltà di V+. Ma attenzione: già qualche giorno prima, il 18 luglio, l'allora ventiduenne tedesco, nato a Barmen (oggi Wuppertal) il 23 maggio 1892, aveva fatto lo stesso (e forse qualcosa in più) lungo l'evidente diedro sud del Catinaccio d'Antermoia (3004 m) dove, ad un certo punto, si ritrovò “costretto” a continuare da solo la scalata. «Il diedro sale per otto lunghezze – scrive Alessandro Gogna a pagina 65 di Sentieri verticali (Zanichelli, Bologna 1987) – e le prime quattro hanno una forte continuità [...]. La compagna Hanne Franz lo assicurò sulle prime due lunghezze: la seconda è infatti la più dura di tutte, 5° grado superiore con un passaggio di 6° grado inferiore, uno strapiombo fessurato a diedro. Dülfer, usando qualche chiodo, impiegò tre ore e mezza: poi fece salire Hanne, ma lo strapiombo era troppo duro per lei e la malcapitata dovette aspettare sulla cengia del primo tiro che Hans salisse in vetta e scendesse a corde doppie fino a lei!». Durante la stessa estate, poco dopo il successo sull'Odla di Cisles, Dülfer mise gli occhi su quella che «assieme all'Odla di Valdussa e al Sass da l'Ega costituisce la più superba formazione rocciosa delle Odle» (Lorenzo e Pietro Meciani, Odle-Pùez, collana “Guida dei Monti d'Italia”, Cai-Tci, Milano 2000): la splendida Furchetta (3030 m) con la sua vertiginosa parete nord. Il giovane tedesco la attaccò con Luis Trenker (il regista) e si spinse piuttosto in alto, fino a due terzi del gran problema. Raggiunto un terrazzino che da allora si chiama Pulpito Dülfer, «piantò un chiodo che rimase lì parecchio tempo a testimoniare il limite massimo e la sfida (o l'invito?) a proseguire oltre» (Gogna, Sentieri verticali). Furono Emil Solleder e Fritz Wiessner, il 1° agosto 1925 (traversando a destra prima del Pulpito Dülfer), a concludere l'opera, realizzando una scalata eccezionale che anticipò di pochi giorni l'impresa più celebre dello stesso Solleder: la prima salita della parete nord-ovest della Civetta (3220 m), realizzata il 7 agosto con Gustav Lettenbauer. Dülfer non poté ammirare nessuna di queste ascensioni: il 15 giugno 1915, nei pressi di Arras, sul fronte occidentale (Francia), una granata aveva brutalmente troncato la breve avventura terrena di una delle figure chiave della storia dell'alpinismo.

In alto: la celebre immagine di Hans Dülfer in corda doppia. Qui sopra: Dülfer e le Odle nell'interpretazione di Luisa Rota Sperti (il disegno è tratto dal monumentale ciclo Dalle cattedrali della terra ai sentieri del cielo, dedicato ai protagonisti dell'alpinismo dolomitico, www.luisarotasperti.com)
NON SOLO GLI HUBER E SIEGRIST: I PICCHI DELLA QUEEN MAUD LAND, NEL DICEMBRE SCORSO, HANNO VISTO IN AZIONE ANCHE GLI UOMINI DEL GMHM, AUTORI DI UN BEL SUCCESSO SUL PILASTRO NORD DELL'HOLSTIND, DI UN NOTEVOLE TENTATIVO SULL'ULVETANNA E DI QUATTRO PRIME ASSOLUTE SULLE KING OLAF MOUNTAINS
Andare ai confini del mondo, sperare (anzi: essere convinti al cento per cento) di starsene in pace, da soli, a scalare montagne fantastiche e poi... sorpresa! Ai confini del mondo c'è altra gente, ci sono altri alpinisti. Niente ressa, per l'amor del cielo, perché dieci al posto di sei o quattro (a seconda dei punti di vista) non fa molta differenza. Ma è comunque abbastanza curioso che laggiù, in Antartide, tra le Fenriskjeften Mountains della Queen Maud Land, nei mesi di novembre e dicembre 2008 si siano ritrovati da una parte i fratelli Alex e Thomas Huber, Stephan Siegrist e il fotografo Max Reichel (ieri abbiamo raccontato la loro storia: www.intotherocks.splinder.com/post/19698388) e dall'altra sei francesi del GMHM (Groupe Militaire de Haute Montagne): Sébastien Ratel (20 anni, in bacheca l'ottava ripetizione di No Siesta sulla parete nord delle Grandes Jorasses), Dimitri Munoz, Lionel Albrieux, Didier Jourdain, Thomas Faucheur e François Savary. Se nel mirino degli Huber e di Siegrist è finita la parete ovest dell'Holtanna (2650 m), i francesi hanno attaccato il pilastro nord della cima di fronte - l'Holstind (2577 m) – e hanno raggiunto il loro obiettivo arrivando al completo in vetta (terza salita della montagna dopo quelle del 1994 e del 2001) dopo 650 metri (19 lunghezze) di scalata su terreno vergine, con difficoltà di A2 e A3. La via è stata battezzata Pilier de Choudens Renard in omaggio ad Antoine de Choudens e Philippe Renard: due membri del GMHM scomparsi nel 2003 nella regione dello Shisha Pangma. Nei giorni seguenti la squadra si è divisa. Albrieux, Faucheur e Savary si sono spostati nella zona delle King Olaf Mountains, ad una ventina di chilometri dal campo base (piazzato al cospetto della parete ovest dell'Holtanna), riuscendo a mettere a segno quattro prime ascensioni assolute: quella del Klevetind (2910 m) e quelle di tre cime senza nome che, a parte una battezzata Pointe Clara, sono rimaste innominate. Ratel, Jourdain e Munoz, invece, non hanno resistito al fascino dell'Ulvetanna e, lasciata da parte la splendida parete nord, hanno tentato l'impresa sulla cresta sud, caratterizzata da un poderoso pilastro iniziale (la Bouteille: 9 lunghezze in artificiale preventivamente attrezzate). Risaliti dunque quei 300 metri di corde fisse, il terzetto ha attraversato il grande plateau nevoso sulla sommità della Bouteille, ha raggiunto e percorso un assai delicato crinale orizzontale e, dopo un'ulteriore lunghezza in artificiale, si è trovato a tu per tu con il ripido risalto finale della cresta. Avanti ancora per altri otto tiri (misto e roccia) fino alla spalla e poi più su, fino a circa 100-150 metri dalla vetta. Lì, però, l'incantesimo si è spezzato: Ratel e compagni, dopo 24 ore di scalata ininterrotta, temendo un drammatico peggioramento del tempo, hanno deciso di fermarsi e di cominciare la non semplice discesa (ricordiamo il lungo tratto orizzontale) per raggiungere il ghiacciaio dopo altre 12 ore di fatica.
Sopra: l'Holstind (a sinistra) e l'Holtanna, sui quali si fronteggiano le vie del GMHM (gialla) e degli Huber e Siegrist (www.ulvetanna.no)

Il fianco meridionale dell'Ulvetanna, caratterizzato dalla poderosa Bouteille, con il notevole tentativo di Ratel e compagni (www.gmhm.terre.defense.gouv.fr)
LA CORDATA IN AZIONE IN ANTARTIDE: TRIS DI PRIME SULL'ULVETANNA E SULL'HOLTANNA
Assurdi miraggi in un deserto di ghiaccio? No: quei giganteschi denti scuri, che sembrano infilzare il cielo della Queen Maud Land, in Antartide (nei pressi della costa affacciata sull'Atlantico, a est del Mare di Weddell), sono assolutamente reali, assai concreti. Sono lame di granito altissime, dalle forme fantastiche, che caratterizzano il settore orientale delle Fenriskjeften Mountains e da nord a sud si chiamano Ulvetanna (2960 m, ad oggi tre salite: nel 1994, 2006 e 2008), Hel (2335 m, prima ed unica salita nel 1994), Stetind (2558 m, tre salite, di cui due nel 2001 e una nel 2006), Kinntanna (2724 m, tre salite: la prima nel 1994 e le altre nel 2001), Holstind (2577 m, tre salite: nel 1994, 2001 e 2008) e Holtanna (2650 m, quattro salite: la prima nel 2000, la seconda nel 2001 e le altre nel 2008). Si tratta dunque di cime frequentate soltanto (e poco) in tempi recenti, che impongono di superare notevolissime difficoltà tecniche in condizioni climatiche estreme: basti pensare che, anche quando il tempo è dalla parte degli alpinisti, il termometro non esita a scendere abbondantemente sotto lo zero. L'Ulvetanna (“Dente del lupo”) è sicuramente la più celebre ed ambita di queste straordinarie cuspidi, anche perché la sua parete nord, alta quasi 1000 metri, si presenta armoniosa e perfetta: una tentazione irresistibile per i norvegesi Robert Caspersen e Ivar Tollefsen che, dopo aver compiuto la prima ascensione assoluta della montagna (con il connazionale Sjur Nesheim, dal 24 gennaio al 4 febbraio 1994, per la parete nord-ovest, 1150 m, VIII, A2 e 70°), nel 2006 sono tornati laggiù per risolvere il gran problema (con Stein-Ivar Gravdal e Trond Hilde, dal 5 al 20 novembre, 960 m, VI+ e A4, www.intotherocks.splinder.com/post/11604808). La terza ascensione dell'Ulvetanna è invece cronaca del dicembre scorso, firmata dai fratelli Alex e Thomas Huber e da Stephan Siegrist. Il terzetto, che sognava grandi imprese in completa arrampicata libera (davanti alla telecamera di Max Reichel), si è scontrato con temperature per nulla ideali a simili cimenti e sull'Ulvetanna, in due giorni, ha tracciato Sound of Silence (850 m, 20 lunghezze, VIII-, A2 e 60°) sul pilastro nord-ovest. Il “Dente del lupo”, comunque, è stato soltanto la seconda scelta del dream team germanico-elvetico. In precedenza, infatti, gli Huber e Siegrist si erano cimentati con successo sull'Holtanna (“Dente cavo”), passando nell'ordine sull'ardua parete ovest e poi sul pilastro nord. Sulla prima hanno tracciato Eiszeit (“Era glaciale”, 750 m, 24 lunghezze, VII+ e A4) mentre sul secondo hanno risolto Skywalk (450 m, 10 lunghezze, VII-).

In alto: veduta aerea dei 1000 metri della parete nord dell'Ulvetanna. Qui sopra: le vertiginose pareti ovest dell'Holstind (a sinistra) e dell'Holtanna (www.ulvetanna.no)

Antartide, Queen Maud Land: le Fenriskjeften Mountains da ovest, dall'Ulvetanna (a sinistra) all'Holtanna (foto scattata da Ivar Tollefsen durante la spedizione del 1994 e pubblicata sull'American Alpine Journal, 1996, p. 57)
LA SECONDA EDIZIONE DEL PREMIO AI “RAGAZZI TERRIBILI” DI KRASNOYARSK CHE, TRA IL 2 E L'11 FEBBRAIO 2008, HANNO SALITO IN PRIMA INVERNALE LA VORONOV SULLA NORD-OVEST DEL PEAK 4810 (PAMIR-ALAI)
Dopo il K2 è toccato al Peak 4810. Nel senso che, se nel 2007 la prima edizione del Piolet d'or russo era andata allo squadrone passato sulla Ovest della seconda montagna della terra (www.intotherocks.splinder.com/post/14894415), nel 2008 il premio è stato assegnato alla squadra che, tra il 2 e l'11 febbraio scorsi, in stile capsula, ha messo a segno la prima invernale (nonché seconda ripetizione assoluta) della Voronov (A. Voronov, V. Igolkin, G. Kopeyka e A. Kritsuk, 1988, 6B nella scala russa) che supera più o meno al centro, con abbondanza di “numeri” in artificiale, l'impressionante parete nord-ovest della splendida cima granitica del Pamir-Alai. Artefici del successo, dopo un tentativo a vuoto del 2007, i “ragazzi terribili” di Krasnoyarsk: Vladimir Gun'ko (leader), Vladimir Arkhipov, Andrey Litvinov, Alexander Mikhalicyn e Victor Tsygankov. Tutta gente dal folto pelo sullo stomaco, capace di mettere a segno, nel 2007, la prima invernale della Ruchkin-Odintsov sulla Nord dell'Ak-Su (www.intotherocks.splinder.com/post/11031819) e un invidiabile doppio successo sui 2000 metri della paurosa Nord-ovest della Grande Torre di Trango (www.intotherocks.splinder.com/post/13135500). Da notare che, durante l'inverno scorso, Gun'ko e compagni non sono stati gli unici a spuntarla sul Peak 4810. Tra il 22 febbraio e il 6 marzo 2008, infatti, la parete è stata scalata anche da tre alpinisti di Ekaterinburg: Sergey Dashkevich, Sergey Timofeev e K. Litvinov (che vantano, tra le altre cose, una via nuova tracciata dal 5 al 18 marzo 2007 sul pilastro centrale della parete nord del vicino Peak Alexander Blok, 5239 m). La cordata di Ekaterinburg, sulla Nord-ovest del Peak 4810, ha superato la via Kritsuk (Kritsuk, Kaurov, Moshnikov e Pleskachevsky, 1988, 1500 m, 6B nella scala russa) che, a quanto pare, è la più facile (?) delle circa dieci vie estreme della parete. Qual è allora la più difficile? La sfida vede in testa la Sakharov (1600 m, 6B nella scala russa) la cui prima invernale, all'insegna del non c'è due senza tre, si è conclusa il 14 marzo 2008 con cinque alpinisti in vetta: Valery Shamalo, Rustem Nagaev, Valery Ivanov, Dmitry Krasnov e Galina Chibitok. A questo punto, però, sorge spontanea una seconda domanda: come mai, vista la difficoltà della Sakharov, il Piolet d'or non è andato agli uomini (e alla donna) di San Pietroburgo? Semplice: quella via, nel 2007, come la Voronov era stata tentata dai ragazzi di Krasnoyarsk che, giunti piuttosto in alto, avevano poi lasciato gran parte del loro materiale in parete, favorendo quindi la scalata (comunque piuttosto lenta) di Shamalo e compagni.
Nella foto: i 1200 metri della parete nord-ovest del Peak 4810 (www.mountain.ru)
COLLEZIONE DI RIPETIZIONI E GRANDE VIA NUOVA SUL SERACCO DELL'AGUJA POINCENOT PER IL NORVEGESE BJØRN-EIVIND ÅRTUN
Todo o nada: è la Patagonia. Per Bjørn-Eivind Årtun, comunque, vale la prima. Il perché è presto detto: il norvegese, che abbiamo già incontrato in cima al Cerro Torre (3102 m, tredicesima salita della Via dei Ragni sulla parete ovest, www.intotherocks.splinder.com/post/19340705), nelle settimane precedenti quella scalata (che risale, lo ricordiamo, al 9 dicembre 2008) ne aveva già combinate di tutti i colori, compresa una via nuova da favola sul gran seracco del versante orientale (quello “bello e famoso”) del principale “satellite” del Fitz Roy (3445 m): la poderosa Aguja Poincenot (3002 m). Partiamo proprio da qui, allora, rimandando per alcune brevi note storiche al post del 13 marzo 2007 (www.intotherocks.splinder.com/post/11333034) e dicendo subito che la creazione di Årtun, in cordata con il connazionale Marius Olsen, risale al 25 novembre 2008 e si chiama Hvit Linje. Uno sguardo alla parete, con quel muro di ghiaccio per niente rassicurante (anche se Årtun ha dichiarato che non è poi così terribile...), basta per rendersi conto della portata dell'impresa. Tuttavia, per chi ama i numeri, ecco la filastrocca che sintetizza la scalata: 600 m, 85-90° (WI6). Aggiungiamo, riprendendo dalle dichiarazioni dei protagonisti, che si tratta di una via dall'eccellente estetica, consigliabile quando il tempo è mediocre perché riparata dal vento. In precedenza Årtun e Olsen avevano messo in bacheca il Cerro Standhardt (2730 m) per l'ormai classica Exocet (Jim Bridwell, Greg Smith e Jay Smith, 29 gennaio 1988, 800 m, VI+ e WI6) e il piccolo Mocho (1953 m) per la Benitiers (Michel Piola e Daniel Anker, 4 gennaio 1989, 500 m, 6b e A1). Dopo il successo sull'Aguja Poincenot, in seguito alla partenza di Olsen, Årtun si è trovato due nuovi compagni: l'americano Cullen Kirk, con cui ha salito a tempo di record il Cerro Torre per la parete ovest (con indimenticabile bivacco in cima), e l'argentino Ramiro Greco. Con quest'ultimo ha prima fatto suo il Fitz Roy per la Supercanaleta (Carlos Comesaña e José Luis Fonrouge, 14-16 gennaio 1965, 1600 m, VI+ e 90°) e poi l'Aguja Mermoz (2732 m) per la tecnicamente impegnativa Vela y viento (650 m, 7b+), tracciata nel gennaio 1999 da Kurt Albert e Bernd Arnold, con circa 120 spit piazzati col trapano, sul pilastro centrale della parete est.
Sopra: Bjørn-Eivind Årtun, il 9 dicembre scorso, sulla vetta del Cerro Torre. Alle sue spalle si notano il Fitz Roy e l'Aguja Poincenot (www.norsk-klatring.no)

I versanti orientali dell'Aguja Poincenot (con il gran seracco salito da Årtun e Olsen, che l'hanno raggiunto sfruttando una colata di ghiaccio sulla verticale parete sottostante) e del Fitz Roy
Dopo due giornate dolomitiche (vedere la foto sotto, con la Roda di Vael come si presentava questa mattina: l'immagine è attinente al testo, non preoccupatevi), eccoci a proporre una “sana lettura” per il fine settimana. Il titolo l'avete già letto sopra: aggiungiamo soltanto che si tratta dell'ennesimo brano di Eugenio Fasana tratto dal “collage” Per tutti e per nessuno, uscito sulla Rivista mensile del Cai nel 1934. Chi avesse perso le puntate precedenti può ritrovarle in fretta (più o meno...) cliccando qui: www.intotherocks.splinder.com/post/18822608. Buona (attenta) lettura.
1° alpinista. - «Le altezze sono state create per rivolgere lo sguardo ad esse, non per guardare da esse: è un pensiero antialpinistico come quest'altro: si vedono grandi cose dalla valle, solo piccole cose dalla vetta; e ciò può voler dire che il mistero vuole sempre la sua parte. Difatti, con la conquista dei vertici alpini è finito, almeno da noi, il meraviglioso tempo delle leggende. L'alpinismo ha discacciato fate e diavoli, mostri e genii, da ogni luogo, da ogni recesso montano; perciò infierisce oggi la disoccupazione di queste classi che pure ebbero una loro funzione benefica sviluppando, nell'uomo che viveva ai piedi delle montagne o si attrezzava per le prime conquiste, il senso del fantastico. Vediamo le Dolomiti (foto sopra, ndr). C'è proprio da dire che, anche fra quei montanari, a tutto potere si sia perso un po' il gusto del leggendario e del favoloso, se bisogna che scendano ogni notte, al chiaro di luna, la dolce Merisana, la coraggiosa Vinella, la tragica Moltina, l'eroica moglie dell'Arimanno, a rimproverare i pastori ladini di non credere più alle streghe e ai nani, a Re Laurino e alla Principessa della Luna, malata di nostalgia. Dobbiamo rallegrarcene? Non mi pare. “Conosciuto, non cresce, anzi si scema, il mondo”. Dallo stesso pensiero donde partiva il Leopardi, possiamo muovere anche noi per deplorare il tramonto delle antiche favole e leggende alpine”».
2° alpinista. - «A forza di favole e di personificazioni, i nostri avi avevano interrorita la montagna. L'alpinismo l'ha rifatta schietta e spirituale, mostrandocela nella sua verità. Tuttavia per il vero alpinista la grande montagna ha sempre il fascino delle cose che più si rivelano e più promettono nuove rivelazioni. Essa è tale che nessuno potrà mai dire di averla assorbita tutta. È, nella sua unità, inesauribile. È nutrimento per tutti gli spiriti. Insegna tutto e ispira a tutto».
NELLA LISTA - 19 ALPINISTI, DI CUI 16 FRANCESI - ANCHE IL “NOSTRO” ERMANNO SALVATERRA
Riunitosi in assemblea generale il 13 dicembre scorso, ancora una volta all'Hôtel Majestic di Chamonix, il Ghm (Groupe de Haute Montagne) ha ufficializzato l'ingresso di ben 19 nuovi membri (l'anno scorso erano stati 13: www.intotherocks.splinder.com/post/15409284). Li presentiamo cominciando dalle donne: la belga Vanessa François (www.intotherocks.splinder.com/post/16762104) e le francesi Stéphanie Bodet, Marion Poitevin e Catherine Destivelle. Tra gli uomini, invece, oltre all'ungherese Babcsan Gabor e all'italiano Ermanno Salvaterra, ritroviamo i francesi Frédéric Vallet, Arnaud Petit, Rémy Thivel, Pierre Rizzardo, Xavier Fargeas, Eric Grammond, Gregory Muffat Joly, Claude Gardien, Sam Beaugey (www.intotherocks.splinder.com/post/13925547), Julien Herry e Roch Malnuit (www.intotherocks.splinder.com/post/14813780), Maxime Belleville e Nicolas Potard. Per quanto riguarda il direttivo è da sottolineare il cambio al vertice: dopo quattro anni, il presidente Leslie Fucsko ha lasciato il posto a Christian Trommsdorff, eletto all'unanimità. Trommsdorff sarà affiancato dalla co-presidente Catherine Destivelle, da Leslie Fucsko nel ruolo di vicepresidente, dal tesoriere Jean-Jacques Prieur (confermato) e dalla segretaria Vanessa François. Sono stati infine nominati nel Comité directeur: Stéphanie Bodet, Xavier Fargeas, Aymeric Clouet, Antoine Cayrol, Patrick Wagnon, Philippe Pellet, Frédéric Vallet, Arnaud Petit, Titi Gentet, Rémy Thivel, Pierre Rizzardo, Sam Beaugey, Julien Herry, Bernard Pégourié, Pierre Hofman, Hubert Giot, Frédéric Labaye, Jean Fréhel (scomparso nei giorni scorsi) e Manu Pellissier.
IVO FERRARI CON LA TESTA E COL CUORE: IMPROVVISAZIONE SOLITARIA INVERNALE PER SVELARE LA MAGIA DEL RESEGONE NASCOSTO
Questa volta non andiamo lontano: niente Alaska, Karakorum, Himalaya. E non andiamo neppure troppo in alto: restiamo sotto quota 2000, guardando il lago in basso (nebbia permettendo) e lasciandoci travolgere dall'emozione. Perché la forza di certe salite, di certe avventure che non ti aspetti, nate da un colpo di genio su una montagna che non è soltanto da cartolina - bella da guardare al tramonto, quando il sole infiamma le bancate di dolomia e subito vorresti essere lassù -, la magia di certe cose, ecco, non può essere trattenuta: va lasciata libera, va raccontata per far capire una volta per tutte che il nuovo e l'ignoto, in verità, non stanno nelle cose ma nello sguardo. È il segreto dei pionieri, dei precursori: vedere ciò che gli altri non vedono, scorgere la scintilla del meraviglioso, chiarissima e ben distinta, nonostante il fumo del detto e del ridetto, che inganna il cervello e prende forma in mode senz'anima. Questione di testa e di cuore, di capacità e di voglia, per uscire dai solchi battuti e creare vie diverse ed entusiasmanti. Facile, a parole. Assai complicato (specialmente oggi), nei fatti. Roba da pionieri, appunto, che percepiscono un richiamo e non sanno resistere, che potrebbero lanciarsi e farsi notare su terreni noti, dove i riflettori non mancano. E invece no: per una forza misteriosa, ignota a loro stessi, questi solitari cavalieri delle vertigini si sentono attratti dagli angoli più repulsivi, da esperienze che appena di tanto in tanto, al momento giusto, chiedono di essere raccontate (per far sognare chi le capisce).
Ivo Ferrari, romantico impenitente, alfiere di un alpinismo che pulsa di passione, non inquinato, purissimo nella sua forza travolgente, non è soltanto l'uomo delle Pale di San Lucano. È vero: in quel regno «imperiosamente superiore alle Marmolade, alle Civette, ai Burèl» egli ha salito «cime imprendibili senza nome, oltre le tracce dei boscaioli», ha fatto suoi gli appicchi e i diedri «più grandiosi delle Alpi calcaree, i pilastri impossibili, all'inferno e ritorno» (cfr. Ettore De Biasio, Pale di San Lucano, Luca Visentini Editore). Ma Ivo è tipo che non si ferma, che sa andare oltre, sempre avanti, all'insegna di una visione dell'avventura che rifiuta il compromesso. Così l'altro eroe delle gigantesche Pale, che vent'anni e qualche giorno fa passava da solo, in inverno, sul Diedro Philipp-Flamm, ovunque si trovi in questo momento, applaude. Applaude perché il 14 gennaio 2009, sulla montagna da cartolina, quella dai “molti cocuzzoli in fila” - che sono tredici e forse nessuno li saprebbe chiamare tutti col loro nome –, Ivo pensava di salire da una parte, senza troppi patemi, ma una volta lassù ha visto dell'altro e allora ha osato nel suo stile, sbucando in vetta, a quota 1754, dopo un viaggio nel fantastico di quasi tre ore: 500 metri complessivi prima lungo un budello e poi su muri verticali, con ghiaccio a 80° e passi su roccia fino al IV+, adeguatamente ricoperti di neve polverosa. Dalla cima di quel torrione massiccio, che si chiama Pan di Zucchero ed è il secondo da sinistra, per chi guarda da Lecco, dei tredici denti del celebre Resegone, il nostro protagonista è sceso per la lingua di neve che avrebbe voluto salire (il canalone meridionale di Pesciola) e ha chiuso uno splendido anello: un circolo verticale che gli ha riservato persino una gradita sorpresa, di quelle che ti gettano in una storia dalle radici lontane e che si trasformano subito in una domanda. Perché lungo quel corridoio ghiacciato, che incide il settore sinistro del versante occidentale del torrione, Ivo Ferrari ha trovato due chiodi, vecchissimi: piantati in estate, sicuramente, ma da chi? La vecchia guida di Silvio Saglio (Prealpi comasche, varesine, bergamasche, del 1948), relativamente al Pan di Zucchero riporta una via di C. Suzzani, G. Suzzani, G. Bertarelli e G. Rusconi, aperta probabilmente negli anni Trenta del Novecento ma leggendo la relazione, in verità assai stringata, i conti non tornano. Per cui il mistero resta aperto.
Ivo voleva conoscere il lato sinistro (per la sua posizione) del Resegone, il lato «dove in inverno non sale mai nessuno» ed è riuscito a divertirsi alla grande. È salito lentamente, «perché c'era da stare belli attenti», ed ha scritto un'altra pagina del suo umanissimo poema solitario, ispirato da un fuoco che soltanto lui stesso, con la sua immediatezza, può cercare di spiegare.
«Cosa c'è dietro una solitaria? - si chiede Ivo - Cosa mi spinge a lasciare la sicurezza per entrare in un mondo in cui nulla è certo? Niente che si possa descrivere: è come bere per chi ha sete, mangiare per chi ha fame. Per me, negli ultimi dieci anni, le solitarie sono state la cosa più naturale, che mi ha permesso di decidere quando, dove e non con chi. Mi hanno portato a godere attimi unici, sia su ghiaccio sia su roccia, sia sul facile sia sul duro: non importa dove... Gli anni non hanno ancora fermato l'io che sta dentro di me: sento sempre il bisogno di parlare da solo, di incasinarmi per uscire da certe situazioni. È un gioco egoistico che mi permette di essere sereno: io mi preparo per questo, con calma, per nuove mete, verso me stesso... Alla prossima solitaria!».
Sopra: Ivo Ferrari durante la solitaria sul Pan di Zucchero del Resegone

Tra le quinte rocciose del Resegone ecco un budello di ghiaccio che è come un'apparizione

Verso il cuore della montagna: il problema si avvicina

Nel cuore della montagna...

Un'occhiata in basso...

Misto per solitari sul Pan di Zucchero

Verso l'uscita: il viaggio sta per finire

L'estremo settore sinistro del versante occidentale (lecchese) del Resegone, con il Pizzo di Morterone (a sinistra) e il Pan di Zucchero. In rosso la via di salita di Ivo Ferrari, in fucsia il canale seguito in discesa
Foto di Ivo Ferrari
Ueli Steck ha colpito ancora. Il 13 gennaio 2009, a due settimane dal record sulla Nord delle Grandes Jorasses (www.intotherocks.splinder.com/post/19513546) il fuoriclasse svizzero ha messo le mani anche sulla classica Schmid (i fratelli Franz e Toni Schmid, tra il 31 luglio e il 1° agosto 1931, 1300 m, ED-) della Nord del Cervino e l'ha salita nel tempo incredibile di 1 ora e 56 minuti. Da notare, comunque, che già il 3 luglio 1962, quindi quasi mezzo secolo fa, Michel Darbellay e Christophe Vouilloz avevano liquidato lo stesso problema in 6 ore e 15 minuti. Per saperne di più dell'ultima corsa del grande Ueli vi consigliamo di fare un giro da queste parti: http://www.sf.tv/sf1/tagesschau/index.php?docid=20090117.
RIPETUTA IN LIBERA (M7 E WI5) LA SUA THE WILD THING SUL MOUNT CHEPHREN. AUTORI DELLA SALITA, TRA IL 26 E IL 28 NOVEMBRE 2008, I CANADESI JON SIMMS E JON WALSH
Spiega Raphael Slawinski: «La parete est del Mount Chephren (3307 m, Canadian Rockies, ndr), un'elegante piramide dalla cui vetta scendono numerosi speroni rocciosi, si innalza per quasi 1600 metri sopra l'Icefields Parkway (la strada, lunga 230 chilometri e assai panoramica, che collega Lake Louise a Jasper, ndr). La parete è stata salita per la prima volta nell'estate del 1965, per il suo sperone centrale, da una banda di bruti guidata da Art Gran (con Pete Geiser e John Hudson, ndr). In seguito, nell'inverno del 1987, Barry Blanchard, Ward Robinson e Peter Arbic vi hanno tracciato The Wild Thing, superando la ripida goulotte di misto a destra della via di Gran» (AAJ, 2001, p. 249).
Per Blanchard, leggenda dell'alpinismo canadese, cinquant'anni il prossimo 29 marzo e un'infinità di salite in bacheca, dalle montagne di casa (qualche esempio: parete nord del North Twin, nel 1985, con Dave Cheesmond; M-16 sulla parete est dell'Howse Peak, tra il 23 e il 27 marzo 1999 con Steve House e Scott Backes; Infinite Patience sulla Emperor Face del Mount Robson, nel 2002, con Eric Dumerac e Philippe Pellet) fino all'Himalaya e al Karakorum (ricordiamo soltanto l'impresa in stile alpino, nel 1984, sulla parete nord del Rakaposhi, ancora con Cheesmond e Kevin Doyle), per Blanchard, dicevamo, si è trattato di un successo strappato con la solita grandissima determinazione visto che, prima di lasciargli fare, il Mount Chephren gli ha imposto ben quattro tentativi a vuoto. Il “Bonatti delle Rockies”, come lo chiamano, oggi dispensa suggerimenti ad House e a Vince Anderson (che raccontava: «Il 24 marzo 2008, su consiglio di Barry Blanchard, io e Steve abbiamo deciso di tentare la parete nord del Mount Alberta, nelle Canadian Rockies...»; il seguito lo trovate qui: www.intotherocks.splinder.com/post/16594374), sa apprezzare l'M7 e A1 di Slawinski e Pierre Darbellay proprio sul Mount Chephren definendolo la «versione moderna del vecchio VI e A2 delle Canadian Rockies» (www.intotherocks.splinder.com/post/16514802) e verosimilmente è felice nel notare che le sue creazioni danno ancora parecchio filo da torcere ai maghi del dry tooling. Qualche dubbio? La recente ripetizione di The Wild Thing sul Mount Chephren da parte dei canadesi Jon Simms e Jon Walsh, che tra il 26 e il 28 novembre 2008 hanno avuto bisogno di 44 ore complessive per salire e scendere e hanno poi parlato di difficoltà di M7 e WI5 (la via, tracciata in tre giorni, in origine suonava VI, A3 e WI4), basta a cancellare ogni punto di domanda. Anche perché, prima dell'ultimo successo (il primo in libera), quei durissimi 1300 metri di ghiaccio e roccia erano stati ripercorsi, probabilmente, soltanto tre volte. Il 26 novembre Simms e Walsh hanno superato la parte inferiore della parete, lasciando al 27 il tratto chiave: il diedro (una volta A3, oggi M7) che aveva richiesto ai primi salitori più di un giorno di fatica. Anche il resto della via, comunque, è da nervi assai saldi visto che i tiri di M5 e M6 sono piuttosto numerosi e all'insegna dei run out. La vetta è così arrivata alle 21.15 del secondo giorno in parete, dopo ore ed ore di scalata ininterrotta e prima della lunga discesa notturna verso l'Icefields Parkway, raggiunta alle 6.15 del 28 novembre. Da incorniciare, per il maestro Blanchard, il commento finale di Walsh: «The Wild Thing è una via stupefacente, decisamente al di sopra di quello che mi aspettavo per qualità e quantità di superbe lunghezze di corda».
Sopra: Barry Blanchard (www.acpm.com)

La parete est del Mount Chephren con il tracciato di The Wild Thing (arch. Jon Walsh, www.climbing.com)