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venerdì, 27 febbraio 2009

NARANJO DE BULNES: ÁLVARO NOVELLÓN REALIZZA IL SUO SOGNO

postato da carlocaccia alle 11:49 in europa meridionale

DETERMINAZIONE A TUTTA PER IL FUORICLASSE SPAGNOLO CHE, CON FERRÁN MARTÍNEZ, DAL 18 AL 23 FEBBRAIO 2009 HA MESSO A SEGNO LA SECONDA INVERNALE DELLA LEGGENDARIA SUEÑOS DE INVIERNO

Suenos 4Álvaro Novellón (nella foto, www.summitpost.org) ha colpito ancora. Dopo la quarta invernale di Pilar del Cantábrico (Jesús Gálvez e Antonio Gómez Bohórquez, agosto 1981, 400 m, A2 e 6a) messa a segno soltanto un paio di mesi fa (www.intotherocks.splinder.com/post/19860273), il trentunenne madrileno è tornato sulla Ovest del Naranjo de Bulnes (2519 m, Picos de Europa, Cordillera Cantábrica, Spagna) e tra il 18 e il 23 febbraio 2009, con il catalano Ferrán Martínez, ha fatto sua la seconda invernale di Sueños de invierno: via leggendaria dell'alpinismo iberico, aperta tra il 1° marzo e l'8 maggio 1983 (69 giorni di permanenza ininterrotta in parete) dagli allora ventiquattrenni Miguel Ángel Díez Vives e José Luis García Gallego. La relazione della salita parla di quindici lunghezze di corda (500 m) di cui una di A5 e ben tre di A4 e, per quanto riguarda la libera, non manca una “punta” di VI+ lungo il settimo tiro. Insomma: un affare assai serio affiancato a sinistra dalla non meno ostica Tramuntana (A4+ e Suenos 17a+) di Silvia Vidal e Pep Masip, del 1998, e a destra da Principado de Asturias (A4+) di Fito e Luis Santamaría e Claudio Sánchez, del 1989. Da notare che i medesimi Sánchez e Fito Santamaría compaiono tra gli autori, rispettivamente, della prima e della seconda ripetizione di Sueños de invierno: la prima, con numerose varianti, risale all'agosto 1983 (Sánchez, Alberto Merino e Joaquín Olmo) mentre la seconda è dell'agosto 1995 (Fito Santamaría e Rafael Escandón). Tentata dal catalano Jaume Clotet (El Paca), Sueños de invierno è poi finita nel mirino dei francesi Stéphane Benoist e Jérôme Thinieres che nel gennaio 1998, con undici bivacchi consecutivi, l'hanno ripetuta soltanto parzialmente, uscendo in vetta seguendo le ultime lunghezze della classica Rabadá-Navarro (Alberto Rabadá ed Ernesto Navarro, 1962: si tratta della storica prima salita della parete ovest). La terza ripetizione e prima invernale integrale di Sueños de invierno, che dà anche la misura del successo di Novellón e Martínez, risale al 2001 e porta le firme dei russi Nickolay Totmjanin, Anatoly Moshnikov, Alexander Klenov e Viktor Volodin. Un simile quartetto, abituato alle scalate più dure nelle condizioni peggiori, sul Naranjo de Bulnes (che in inverno, lo ricordiamo, diventa assolutamente proibitivo) ha avuto ragione della parete soltanto dopo undici giorni di fatica: i primi cinque impiegati ad attrezzare le prime lunghezze e gli altri, dal 18 al 23 febbraio (esattamente come Novellón e compagno...), per concludere l'attacco fino in vetta.

Qui sopra: una storica immagine della prima salita di Sueños de invierno (http://bulnesland.blogspot.com)

Suenos 5

Lo strapiombante settore sinistro della parete ovest del Naranjo de Bulnes, dove passano le durissime Tramuntana, Sueños de invierno e Principado de Asturias. Nel riquadro, la portaledge di Novellón e Martínez durante la seconda invernale di Sueños de invierno (foto di Eric Pérez, www.caranorte.com)

Suenos 6

La parte superiore della Ovest del Naranjo de Bulnes. Anche qui il riquadro evidenzia la portaledge di Novellón e compagno (foto di Eric Pérez, www.caranorte.com)

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giovedì, 26 febbraio 2009

GAME OVER

postato da carlocaccia alle 10:09 in karakoram

BROAD PEAK: HAJZER E COMPAGNI TORNANO A CASA

Avevano annunciato che avrebbero tenuto duro, che avrebbero lottato fino all'ultimo. Ma che senso ha lottare, in un gioco come l'alpinismo, quando il rivale è nettamente più forte, quando la lotta diventerebbe fine a se stessa? Così i polacchi Artur Hajzer e Robert Szymczak, il canadese Don Bowie e i pakistani Muhammad Ali, Amin Ullah e Muhammad Taqi (senza dimenticare Qudrat Ali costretto ad abbandonare la spedizione in anticipo, colpito da congelamenti), hanno definitivamente alzato bandiera bianca rinunciando al loro sogno: la prima salita invernale del Broad Peak (8047 m). Le previsioni meteorologiche, a quanto pare, non lasciavano sperare nulla di buono e allora via, tutti a casa, in attesa delle prossime teste dure che oseranno cimentarsi con la “cima larga” del Karakorum durante la stagione fredda. Una sfida impossibile, come si berbekachiedeva nei giorni scorsi proprio Hajzer (www.intotherocks.splinder.com/post/19918864)? Forse no, visto che il suo connazionale Maciej Berbeka (nella foto), il 6 marzo 1988, riuscì a raggiungere l'anticima del gigante, pochi metri più bassa della cima principale. Giunse lassù nella bufera, con la visibilità ridotta a zero e soltanto più tardi, davanti ad una fotografia dell'anticima, si rese conto di essere arrivato soltanto lì, riconoscendo immediatamente di non aver raggiunto il punto culminante.

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mercoledì, 25 febbraio 2009

PIOLETS D'OR: ECCO LA GIURIA

postato da carlocaccia alle 10:21 in varia

A BREVE ANCHE LA LISTA DELLE SEI SALITE SELEZIONATE

dougScottIn attesa di conoscere le sei imprese finaliste, scelte tra ben 57 ascensioni di ogni genere compiute nel corso del 2008 in tutti i continenti, vi presentiamo coloro che le hanno selezionate. Il presidente della giuria, come già annunciato, è il britannico Doug Scott (nella foto), tra i più grandi himalaysti di ogni tempo, pioniere dello stile leggero sulle grandi montagne. Con lui lo slovacco Dodo Kopold, tra i più forti giovani alpinisti in circolazione; l'americano Jim Donini, leggenda che non ha bisogno di presentazioni e fino a tre giorni fa presidente dell'American Alpine Club; l'austriaco Peter Habeler, che con Reinhold Messner, nel 1975, ha salito in stile alpino il Gasherbrum I; il coreano Im Duck Yong, giornalista, tra gli organizzatori del Piolet d'or asiatico e già in giuria nel 2007; e infine lo spagnolo Darío Rodriguez, caporedattore di Desnivel. Gli organizzatori dell'evento parlano di un “ritorno alle origini” nel senso che la kermesse, in programma dal 22 al 25 aprile prossimi, si svolgerà a Chamonix e a Courmayeur e quindi ai piedi del Monte Bianco, la culla dell'alpinismo. «Per salire il Monte Bianco, nel 1786, Balmat e Paccard dovettero vincere le paure ancestrali di tutti gli abitanti delle valli alpine: nel XVIII secolo si credeva che fosse impossibile sopravvivere ad una notte passata sui ghiacciai – spiegano in un comunicato gli organizzatori -. Oggi esistono ancora valli inesplorate, massicci sconosciuti con cime inviolate, pareti e creste mai viste che gli alpinisti del XXI secolo sicuramente tenteranno. Le paure irrazionali hanno lasciato il posto alla preparazione atletica, alla passione per l'avventura e la sfida. L'alpinismo, attività non convenzionale della nostra società, diventa così portatore di valori di impegno e di prestazione uniti ad un profondo rispetto per la natura. È difficile misurare le prestazioni: la cima non deve essere l'unico obiettivo, in verità conta soltanto il modo in cui la si raggiunge. Mentre una grande crisi sta scuotendo la nostra società, ci sono uomini e donne che senza certezze portano avanti l'idea del “salire in alto”, seguendo il più bel cammino possibile. È stato naturale per Chamonix e Courmayeur rendere omaggio a questi conquérants de l'inutile. L'alpinismo, oggi, sarà celebrato negli stessi luoghi dove, 250 anni fa, è nato. I Piolets d'or sono un ritorno alle origini, una festa per cercare di capire l'essenza di questa disciplina, capace di crescere al di là degli interessi dei singoli».

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martedì, 24 febbraio 2009

CON GLI OCCHI DEL CUORE

postato da carlocaccia alle 16:15 in alpi centrali

NON FINISCE DI SORPRENDERE LA PARETE NORD-EST DEL PIZZO DELLA PIEVE (GRIGNONE): ENNESIMA VIA NUOVA (800 m, 80° E MISTO, TD) PER I “SOLITI” LORENZO FESTORAZZI, SILVANO ARRIGONI E FRANCESCO GALPERTI

Fasana LorenzoSempre loro, soltanto loro: Lorenzo Festorazzi (nella foto a lato), Silvano Arrigoni e Francesco Galperti hanno colpito ancora sul Pizzo della Pieve (2257 m) che, a nord-est, precipita sulla Valsassina con una complessa muraglia che con i suoi 800 metri è la più alta del gruppo delle Grigne. Questa volta, un anno dopo l'apertura di Volpe bianca (350 m, 65°) e Freezer (380 m, 70° e misto) nell'estremo settore sinistro della parete (www.intotherocks.splinder.com/post/16181327), salite in solitaria dallo stesso Festorazzi il 3 gennaio 2009 (www.intotherocks.splinder.com/post/19566167), l'affiatatissimo terzetto ha notato una possibilità molto più a destra e il 22 febbraio 2009, «lasciandosi trasportare dalla voglia di realizzare qualcosa» (così Festorazzi), ha tracciato Gli occhi del cuore (800 m, ghiaccio e neve fino a 80° e misto, TD). La nuova creazione attacca tra The vision (Festorazzi, Arrigoni, Galperti e Franco Melesi, 11 febbraio 2006, 700 m, V+, A1 e 75°, TD+) a sinistra e la Via dell'inglese (Cornelio Bramani e Luigi Flumiani, 2 settembre 1928) a destra. Si svolge inizialmente lungo un canale-pendio, raggiunge il vertice di una cresta e da lì scende per circa 40 metri fino ad incontrare The vision con cui condivide una settantina di metri. Prosegue quindi più a sinistra per un canale, evita il budello in cui ci si ritrova dopo il gran traverso da 70 metri e la doppia della via Fasana-Bramani (Eugenio Fasana e Vitale Bramani, 21 giugno 1925) e prosegue fino a congiungersi con la linea appena citata, a circa 150 metri dalla vetta. Festorazzi e compagni, forti della loro esperienza sulla grande parete (in estate e in inverno con ripetizioni, significative varianti e vie nuove), hanno risolto il problema in scioltezza (nonostante il vento fortissimo), procedendo sempre di conserva ad esclusione di un paio di lunghezze, caratterizzate da terreno misto che richiedeva attenzione.

Fasana 0

Galperti (davanti) e Arrigoni, seguono Festorazzi lungo la prima parte de Gli occhi del cuore

Fasana 1

Posizioni invertite: Arrigoni davanti e Galperti dietro

Fasana 2

Arrigoni e Galperti in pieno "ambiente Fasana"

Fasana 4

Come sopra

Fasana 5

Ottimo innevamento per l'esperto Galperti sulla Nord-est del Pizzo della Pieve

Fasana 6

Verso la vetta...

Fasana 7

Tutta la gioia di Galperti: ormai è fatta (nonostante il vento)

Gli occhi del cuore 2

La parete nord-est del Pizzo della Pieve. In rosso Gli occhi del cuore

Tutte le foto sono di Lorenzo Festorazzi

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lunedì, 23 febbraio 2009

BROAD PEAK: LA DOMANDA DI ARTUR HAJZER

postato da carlocaccia alle 11:39 in karakoram

NIENTE DA FARE, PER ORA, SUL COLOSSO DI 8047 METRI: L'INVERNO DEL KARAKORUM SEMBRA NON CONCEDERE NULLA AL VETERANO POLACCO E AI SUOI COMPAGNI. ECCO IL PUNTO DELLA SITUAZIONE

BP Muhammad AliBP Qudrat Ali«Mi chiedo se un Ottomila del Karakorum, in inverno, sia veramente scalabile. I polacchi ci hanno provato per vent'anni, noi stiamo lottando da sessanta giorni. Avremo un'altra possibilità? Forse. Tuttavia ci servono quattro giorni di bel tempo». Così Artur Hajzer (polacco) dal campo base del Broad Peak, dove la situazione non è certo delle migliori. E non soltanto per il tempo in quota, con il vento a cento chilometri l'ora e il termometro che segna -35°C: Hajzer, non nuovo ad esperienze del genere visto che vanta la prima invernale dell'Annapurna (con Jerzy Kukuckza, nel 1987), fa sapere che gli uomini - il suo connazionale Robert Szymczak, il canadese Don Bowie e i pakistani Qudrat Ali (colpito da congelamenti, lo ricordiamo con Simone Moro durante l'inverno scorso sulla stessa montagna), Muhammad Ali (che ha contribuito al successo dei russi sulla Ovest del K2, nel 2007), Amin Ullah (salitore del Nanga Parbat e del Gasherbrum II) e Muhammad Taqi (salitore dello stesso Broad Peak) - sono allo stremo delle forze. Come andrà a finire? L'inverno, ha spiegato Szymczak, è ancora relativamente lungo: di conseguenza c'è ancora tempo per aspettare. Torniamo però un attimo indietro, per ripercorrere le tappe fondamentali della spedizione.

BP Amin UllahBP Muhammad TaqiArrivati a Skardu il 12 dicembre 2008, Artur, Robert e Don raggiungono il campo base soltanto undici giorni dopo (in elicottero). Con loro, come detto, anche quattro forti alpinisti pakistani. L'avventura, in effetti, comincia nel migliore dei modi e il 27 dicembre, a 5700 metri, il campo 1 è già realtà. La festa continua: il 31 dicembre ecco la squadra a quota 6300 (campo 2) e il 7 gennaio anche il materiale per il campo 3, a 7000 metri, è in loco. Tutto facile? Si vedrà... Il 1° febbraio, saliti al campo 3 per cercare di spostarlo a 7200 metri, i nostri eroi non riescono nel loro intento: lasciano i carichi e, in balia del vento e con la visibilità fortemente ridotta, tornano al campo base (esclusi Don Bowie e Qudrat Ali, che si fermano al campo 2 per migliorare l'acclimatazione). Le previsioni meteo, intanto, annunciano dieci giorni di bufera: l'inverno del Karakorum, quello vero, è arrivato. La partita riprende soltanto il 13 febbraio: la squadra al completo (sette alpinisti) parte alla volta del campo 2 e alle 15.30, con il vento a 90 chilometri l'ora, Don, Qudrat Ali, Muhammad Ali e Amin Ullah raggiungono la meta, trovando le tende fracassate dal vento. Comunque, dei due ripari (usando parti di entrambi), il quartetto riesce a ripristinarne almeno uno e alle 19, all'arrivo di Artur e Robert (Muhammad Taqi ha rinunciato per un dolore a un ginocchio), una tenda per tre persone riesce in qualche modo ad ospitarne il doppio. Il 14 febbraio la tempesta impone una pausa: soltanto Amin Ullah decide di muoversi, anche se verso il basso. Non è una resa, però: il forte pakistano vuole tornare al campo base, recuperare una tenda e portarla al campo 3 il giorno successivo! 15 febbraio: Artur, Robert, Don e Qudrat Ali partono alla volta del campo 3, con la speranza di tentare la vetta il 17. A quota 7000, dove la situazione non è delle migliori, Qudrat Ali presenta evidenti congelamenti a tre dita della mano destra e a due della sinistra: per lui, nonostante l'immediato intervento di Robert (medico specializzato in patologie d'alta quota) la spedizione è finita. Il 16 febbraio, comunque, la discesa è inevitabile per tutti: la tempesta non accenna a placarsi e restare sulla montagna sarebbe un rischio inutile. La ritirata richiede l'intera giornata: Hajzer e compagni si sentono «consumati, bastonati, fisicamente e mentalmente esauriti».

Nelle foto (omaggio ai fortissimi pakistani): in alto (da sinistra) Qudrat Ali e Muhammad Ali, sotto (da sinistra) Amin Ullah e Muhammad Taqi (foto: Don Bowie, www.calpinist.com)

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venerdì, 20 febbraio 2009

MEPHISTO

Oggi vogliamo parlare di questa via, sul Sass d'la Crusc. Avremmo potuto aspettare il 16 settembre, per ricordarla a trent'anni dall'apertura. Tuttavia, qualche volta, non è un peccato lasciar perdere le coincidenze perfette e seguire qualcos'altro. Che, in questo caso, è la voglia di ricordare subito due personaggi fantastici, antitetici e complementari, che nel 1979, in cinque ore e con tre chiodi (il grado: VIII-), scrissero una grande pagina di avventura su una delle montagne simbolo delle Dolomiti. I tirolesi Reinhard Schiestl e Luggi Rieser: il magrissimo insegnante e l'esuberante commerciante. Luggi - oggi Swami Prem Darshano, 53 anni e 300 vie nuove nell'armadio (insieme al frac giallo e alla tuba: la sua tenuta da grandi pareti) – si divertiva a pigliare in giro l'amico. Reinhard – fortissimo e poetico, scomparso a 38 anni nel 1995 in un incidente d'auto – era sempre tranquillo e non si arrabbiava. Insieme (non di rado con Heinz Mariacher ma anche con Peter Brandstätter e altri) hanno abbattuto muri, hanno dilatato confini, hanno illuminato un percorso. Lo stile sta in una frase di Darshano, che nel 1995 ha concluso il suo capolavoro (Steps across the border-Senkrecht ins Tao, 500 m, 8a) sulla Sud della Marmolada: «Non ho mai usato spit».

Schiestl 2«Sul Sass d'la Crusc c'è un diedro di nome Octopus. A sinistra del diedro ci sono delle placche nere e compatte. Le battezzammo Mephisto, perché ci apparvero senza soluzione, eppure affascinanti. I camini friabili dello zoccolo erano già sotto di noi. Anche se Luggi era in ottima forma, un tiro dopo la grande cengia mettemmo le doppie e scendemmo. La mia paura non era diminuita. Due settimane dopo eravamo di nuovo sulla cengia. Di là, sul Pilastro di Mezzo, arrampicavano Heinz e Luisa (terza ripetizione della via dei fratelli Messner: le precedenti erano riuscite allo stesso Heinz con Luisa e Luggi e a Luggi, sempre lui, con Schiestl, Egon Wurm e Thomas Mihatsch, ndr). Quando ci legammo le placche erano già calde. Era come in palestra: una successione di passaggi su una parete alta da 6 a 8 metri, i movimenti studiati a memoria fin dove si potevano vedere gli appigli. Una bella sosta. Ero in buona forma. Dovevo solo non pensare alla caduta, oppure al fatto che improvvisamente avrebbero potuto non esserci più appigli... Poi mi trovai in mezzo a quelle placche, ero il protagonista. Un protagonista solo con i suoi vuoti pensieri che giocava con l'assurdità. Come un clown che gioca con le note di un flauto che non si sente. Ma ogni avventura è insensata di per sé, altrimenti diventerebbe una necessità, e io dovevo tenere liberi i miei pensieri, se no avrei preferito essere al sole a giocare con i sassolini. Quando ebbi portato a termine il primo passo critico, la ritirata mi fu preclusa. L'appiglio di sotto che mi permise di superare la lama era stato appena sufficiente per innalzarmi. E ora ero su due piccoli buchi. Mi ero fatto forza, mi ero precluso il ritorno, ma la paretina non era ancora terminata. Dopo una mezz'ora continuavo a non sapere dove e soprattutto come avrei dovuto continuare. Le dita dei piedi mi facevano male, ma non vedevo alcun appiglio per arrivare alla cengetta. Non potevo tornare indietro ed ero troppo vigliacco per rischiare un volo. Avrei dovuto arrampicare oltre, non pensare a niente fino a che non fossi arrivato più in alto, su terreno più facile. Ci si può concentrare solo su pochi metri per poi cercare i punti di protezione. Dopo un po' tentai. Incrociai la mano sinistra sulla destra. Un buon appiglio. Poi solo delle conchette nelle quali prevedevo degli appigli. Quando infine potei afferrare la cengetta mi accorsi che era stata solo la paura a rendere così difficile questo tratto. Questo sottile malessere che sempre mi prende quando l'ultima via d'uscita non è sicura. Sopra sentii un sonoro riso interiore che non si spense fino a che non fummo in vetta. La consapevolezza di aver superato il passaggio chiave ci aveva reso baldanzosi nel resto della salita» (REINHARD SCHIESTL, Mephisto; da REINHOLD MESSNER, Settimo grado, Istituto Geografico De Agostini, Novara 1982, pp. 205-207).

Sopra: Reinhard Schiestl lungo il tiro chiave di Mephisto (foto di Darshano L. Rieser, www.alpenverein-ibk.at)

Schiestl

REINHARD SCHIESTL (1957-1995)

mercoledì, 18 febbraio 2009

PAROSSISIMO GLACIALE

postato da carlocaccia alle 11:51 in alpi occidentali

IMPRESSIONANTE SCALATA DI PHILIPPE BATOUX E LIONEL DAUDET NELLA VALLE DI FREISSINIÈRES: I DUE FRANCESI, TRA L'11 E IL 15 FEBBRAIO 2009, HANNO SALITO L'INVIOLATA MURAGLIA STRAPIOMBANTE A DESTRA DI SOUS L'OEIL DU CHOUCAS

Lionel 6Alla fine qualcuno è passato anche lassù: la voglia di aggrapparsi a quell'enorme bava di ghiaccio, sospesa nel vuoto più assoluto, è stata troppo forte. Così oggi, a destra dei due capolavori di Christophe Moulin – Les racines du ciel e Sous l'oeil du choucas, pietre miliari dell'arrampicata “effimera” nella valle di Freissinières -, sta quello di Philippe Batoux e Lionel Daudet, che l'hanno chiamato Le flocon de Koch. I numeri – 350 m, 6a, A2, M5 e 5+ - non dicono praticamente nulla di una linea costata ai suoi artefici ben cinque giorni di fatica, dall'11 al 15 febbraio 2009. Per capire davvero quello che hanno combinato Philippe e Lionel, in verità assai pratici di scalate non comuni, bisogna guardare le immagini: scatti impressionanti che raccontano un mondo apparentemente fantastico e ribaltato ma reale, dove la roccia e il ghiaccio sfidano impunemente la gravità e dove i piccoli uomini, come al solito assai inquieti, sfidano la roccia e il ghiaccio. Soltanto due settimane fa, scrivendo della splendida seconda ripetizione di Sous l'oeil du choucas da parte di Tim Emmet e Jérôme Blanc-Gras (www.intotherocks.splinder.com/post/19757809), osservando le immagini di quella colata, avevamo notato che alla sua destra c'era la possibilità di qualcosa di veramente temerario, forse un po' folle. Ma non pensavamo che, esattamente sette giorni dopo, Philippe e Lionel avrebbero dissotterrato l'ascia di guerra determinati a passare, a realizzare il sogno. Insieme, certo, come quella volta tra il 14 e il 23 marzo 2006 sulla parete est delle Grandes Jorasses, dove oggi sta il loro omaggio a Jean-Christophe Lafaille e a Damien Charignon: Little big man (750 m, 6a, A3 e M5). Da notare, prima di lasciare il posto alle immagini, che come Christophe Moulin anche Lionel Daudet è un “solitario pentito”: una decisione, la sua, maturata il 25 dicembre 2005 sulla parete nord dell'Eiger durante un tentativo senza compagni lungo la Direttissima Piola-Ghilini. «Ero in gran forma – ha spiegato in seguito il fuoriclasse francese, Piolet d'or per Voyage des clochards célestes (1200 m, 7a e A3+, 25 giorni in parete, 1999) sul Burkett Needle, in Alaska –, finché non ho provato una sorta di malessere: la bellezza e la fragilità della vita mi avevano toccato, la pagina era voltata. L'alpinismo solitario richiede una disposizione d'animo particolarissima, un'armonia tra se stessi e la roccia che non sentivo più».

Sopra: Lionel Daudet in sosta su Le flocon de Koch

Lionel 13

Sulla roccia, al di là della verticale, per andare a scoprire il mistero del ghiaccio

Lionel 1

Un metro guadagnato...

Lionel 4

Avanti tutta (e il vuoto si fa sentire)

Lionel 7

L'arrampicata artificiale: roba per gente che ha pazienza...

Lionel 8

...ma anche tanto pelo sullo stomaco!

Lionel 12

Il ghiaccio si avvicina...

Lionel 9

...ed ecco un ottimo assaggio

Lionel 2

Brividi rovesci...

Lionel 10

Senza parole

Lionel 11

Come sopra (notate la "bava" sulla destra)

Lionel 3

Qui bisogna fare attenzione...

Lionel 5

E per finire: ghiaccio a volontà

Lionel parete

Valle di Freissinières: la parete su cui si svolge Le flocon de Koch (tracciata). Alla sua sinistra si notano la tenue colata di Sous l'oeil du choucas e quella, più massiccia ma per nulla in condizioni, di Les racines du ciel

Foto: arch. Batoux-Daudet (www.kairn.com)

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martedì, 17 febbraio 2009

NARANJO DE BULNES: DALLE PAROLE ALLE IMMAGINI

postato da carlocaccia alle 11:38 in europa meridionale

Dopo la cronaca scritta, in attesa di parlare ancora della celebre cima dei Picos de Europa (Cordillera Cantábrica, Spagna), ecco qualche fotografia della recente salita invernale del Pilar del Cantábrico, riuscita in sei giorni a Óscar Palacios e compagni (www.intotherocks.splinder.com/post/19860273).

Cantabrico 1

La parete ovest del Naranjo de Bulnes (2519 m) in veste invernale. Pilar del Cantábrico si svolge nell'estremo settore sinistro della muraglia, prima forzando lo strapiombo giallo a destra delle colate nere e poi, approssimativamente, seguendo lo spigolo contro il cielo. In primo piano, il rifugio Vega Urriellu

Cantabrico 2

Al di là della verticale: in azione lungo la difficile sezione iniziale della via

Cantabrico 5

Come direbbe Alessandro Gogna (Sentieri verticali, p.138): “Il naufrago dell'oceano giallo”

Cantabrico 3

Il “campo” in parete: camera con vista per chi non soffre di vertigini

Cantabrico 4

Lungo la parte alta della via, dove l'inclinazione della muraglia si riduce considerevolmente

Cantabrico 6

Ritorno a casa (dopo cinque giorni di attesa al rifugio)

Foto: arch. Palacios-Novellón (www.barrabes.com)

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lunedì, 16 febbraio 2009

QUANDO LA QUOTA NON CONTA

postato da carlocaccia alle 11:45 in europa meridionale

SUCCESSO INVERNALE SUL NARANJO DE BULNES (PICOS DE EUROPA, SPAGNA) PER ÓSCAR PALACIOS E COMPAGNI: SALITA IN SEI GIORNI LA DURA PILAR DEL CANTÁBRICO

Naranjo 2In inverno, sul Naranjo de Bulnes, bisogna essere pronti a soffrire. La montagna mitica degli alpinisti spagnoli, dove Pedro Pidal e Gregorio Pérez, il 5 agosto 1904, inaugurarono la gloriosa storia dell'arrampicata iberica, si innalza nel massiccio dei Picos de Europa (Cordillera Cantábrica, a pochi chilometri dalla costa atlantica, tra Oviedo e Santander) e tocca appena i 2519 metri di quota. Eppure, sulle sue pareti, tra dicembre e marzo l'avventura è assicurata: ingenti nevicate e vento costante fino a 120 chilometri l'ora rendono il Naranjo de Bulnes (o Picu Urriellu) un banco di prova di prim'ordine. Basti pensare che anche i russi Nickolay Totmjanin, Anatoly Moshnikov, Alexander Klenov e Viktor Volodin, nel febbraio 2001, hanno dovuto lottare undici giorni per avere ragione, in prima invernale (terza ripetizione assoluta) di Sueños de invierno: 500 metri di A5 e 6a costati ai primi salitori, Miguel Ángel Díez e José Luis García Gallego, ben 69 giorni di permanenza ininterrotta in parete (dal 1° marzo all'8 maggio 1983). Ancora: a sinistra di Sueños de invierno (siamo sulla celebre muraglia ovest della montagna), nel marzo 1998, Silvia Vidal e Pep Masip hanno impiegato dodici giorni per tracciare la durissima Tramuntana (300 m, A4+ e 7a+) e uscire in vetta per la classica Rabadá-Navarro. E a sinistra di Tramuntana, lungo la rinomata Pilar del Cantábrico (400 m, A2 e 6a), è durata dal 29 dicembre 2008 al 3 gennaio 2009 la scalata di Óscar Palacios, Álvaro Novellón e dell'amico Unai che, dopo un cambio di programma, hanno messo a segno la probabile quarta salita invernale della via aperta nell'agosto 1981 da Jesús Gálvez e Antonio Gómez Bohórquez: una linea di gran classe che dall'exploit del 1992 di Paco Fernández seguito da quelli di Dani Andrada (1995), Iker Pou (1997) e Josune Bereciartu (2002), rappresenta una sfida di alto livello anche per i maghi dell'arrampicata libera (le sue dodici lunghezze, senza tirare i chiodi, suonano così: 7b+, 8a, 8a+, 7c+, 7a+, 7a, 6c+, 6c, 6b+, V, V, 6a). Tornando all'invernale: Pilar del Cantábrico, in verità, era nel mirino di Óscar e Unai ai quali, soltanto in un secondo momento, si è aggiunto Novellón. Il forte madrileno, classe 1978, autore tra l'altro della terza salita assoluta del Latok III (6949 m, Karakorum, www.intotherocks.splinder.com/post/14813780) e di una via nuova sulla parete est del Cerro Adela Central (2938 m, Patagonia, www.intotherocks.splinder.com/post/15111858), era infatti intenzionato a cimentarsi con Sueños de invierno e soltanto un malore del suo socio lo ha costretto a “ripiegare” su Pilar del Cantábrico.

LA CRONACA DELLA SCALATA. Il 29 dicembre, mentre Álvaro era impegnato a trasportare le ultime cose alla base della parete, Óscar e Unai hanno salito le prime due lunghezze, tornando a terra per passare la notte più comodi. Il giorno seguente, risalite le fisse (in compagnia di una nevicata...), il terzetto ha aggiunto altre due lunghezze all'opera e ha attrezzato il primo “campo” in parete. Tra il 31 dicembre e il 1° gennaio ecco altre quattro lunghezze e un nuovo “campo” (al termine del settimo tiro). Il 2 gennaio la cordata si è spinta a dieci lunghezze dalla base, al termine della lunga sezione in artificiale della via, e il giorno seguente, guadagnati gli ultimi due tiri del Pilar e raggiunta così la Rabadá-Navarro (al termine della sua diciottesima lunghezza, a un centinaio di metri dalla cima), Óscar e compagni l'hanno percorsa a tutta velocità fino al punto più alto. Dopo la festa, con le foto di rito e allietata dal sole, ecco la prima serie di doppie fino alle portaledges, l'ennesimo bivacco in parete e, il 4 gennaio, le calate fino alla base e la camminata per raggiungere il rifugio Vega Urriellu. Tutto bene? Nossignori: nella notte tra il 4 e il 5 gennaio il maltempo si è scatenato, la montagna si è caricata di neve e i nostri eroi, che speravano di tornare in fretta a Sotres (dove si lascia l'automobile), non hanno potuto fare altro che cominciare ad aspettare. L'attesa, incredibile ma vero, è durata addirittura cinque giorni!

Nella foto: il settore sinistro, in versione estiva, del versante ovest del Naranjo de Bulnes. Pilar del Cantábrico si svolge, approssimativamente, al centro dell'immagine (www.summitpost.org)

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venerdì, 13 febbraio 2009

DELL'INCERTEZZA E DEL DUBBIO

postato da carlocaccia alle 10:56 in frammenti di storia

di Geoffrey Winthrop Young (1876-1958)

Young«È l'incertezza del risultato che rende attraente un'avventura. Il senso di suspense, finché siamo liberi di agire per porgli fine, ne accresce il fascino. Soltanto quando siamo costretti a restare inattivi durante il tempo della suspense, la sensazione diventa sgradevole. E quando una sensazione è avvertita come sgradevole essa non ci giova più».

«A ogni categoria di alpinista corrisponde un livello di montagna che può dar luogo a un certo grado di incertezza nel salirla. Similmente, quando progrediamo in abilità, dobbiamo soltanto cercare vie di salita di crescente difficoltà per essere capaci di un continuo rinnovamento della nostra sana diffidenza, per moltiplicare le occasioni di impressioni indefinite e prolungare il dubbio stimolante. L'aver raggiunto una vetta troppo rapidamente vuol dire aver trascurato la maggior parte delle sue opportunità».

«Probabilmente le scene a cui noi alpinisti torniamo più spesso, o che possono ridestare in anni successivi tutto il nostro primitivo, insaziabile desiderio di cime, sono quelli delle partenze alpine prima dell'alba, fino ai freddi grigiori dei primi ghiacciai, con le ultime stelle impallidenti sopra la vita sospesa delle bianche vette. Perché questi notturni sono incisi così profondamente? Perché in questi momenti eravamo liberi da ogni certezza, salvo una piccola: quella del nostro proposito irrealizzato per quel giorno. Ed eravamo pronti a sentire la lunga suspense dell'intero giorno, pieno di dubbi, prima di tremare nel silenzio affascinante, di fremere in ogni rozza particella della nostra energia in attesa, e di incitare le nostre avide speranze e paure a una febbre di impaziente incertezza».

Nella foto: Geoffrey Winthrop Young. Le citazioni sono tratte dal suo libro On High Hills, del 1927.

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