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venerdì, 27 marzo 2009

CANADIAN KARAKORUM (3/3)

postato da carlocaccia alle 10:50 in karakoram

UN RACCONTO DI RAPHAEL SLAWINSKI

Terza ed ultima puntata delle avventure in Karakorum di Raphael Slawinski e compagni. Se avete perso la prima e la seconda parte (e l'introduzione) dovete soltanto cliccare qui: www.intotherocks.splinder.com/post/20064545 e www.intotherocks.splinder.com/post/20118821. Ovviamente, anche questa volta, non mancano le immagini.

KUNYANG CHHISH 2006 (terza e ultima parte)

di Raphael Slawinski

01KUNYANG CHHISH EST: SI RITENTA. La sveglia suona alle 23 in punto e un'ora dopo siamo già in marcia. Cerchiamo le tracce del nostro precedente passaggio ma in dieci giorni tutto è cambiato: nel canale d'accesso affiorano placche sabbiose mentre più in alto, sulla parete vera e propria, il ghiaccio ha preso il posto della neve (foto 1). Fa molto caldo e, nel bel mezzo di quello scivolo gigantesco, l'acqua ha scavato un canaletto. Il ghiaccio è cosparso di pietre e, mentre traversiamo verso la grotta del bivacco, con il sole arrivano altri proiettili: prima piccoli e poi sempre più grandi. Spesso non li vediamo: la “taglia” è annunciata dal rumore, variabile dal ronzio di zanzara (per quelli piccini) ad un mormorare profondo (per quelli più massicci). Raggiungiamo la grotta prima di mezzogiorno: troppo presto? Nossignori, perché nel pomeriggio la parete è invasa da cascate e scariche e le danze cessano soltanto con l'arrivo del buio. Che fare? Potremmo approfittare del freddo della notte per tentare di salire ancora ma cosa succederebbe se non riuscissimo a raggiungere in tempo il luogo del secondo bivacco? Siamo già stati 02abbastanza fortunati... (foto 2) Piuttosto abbattuti cominciamo la discesa. I due giorni seguenti li dedichiamo al riposo. Ma come occupare tutto il tempo che ci resta? Alla fine accettiamo il consiglio di Mehboob: ci recheremo nel suo villaggio e andremo a dare un'occhiata alla famosa parete Rupal del Nanga Parbat. Io ed Eamonn, però, abbiamo ancora un conto in sospeso.

RITORNO ALL'ALI CHHISH. Il nostro obiettivo sono i 6164 metri dell'Ali Chhish, che vogliamo raggiungere in giornata. Allora zaini leggeri, orologi puntati all'1.30 e via, dopo il tè e il chapati di Ali, ormai abituato alle nostre sveglie agli orari più strani. Raggiungiamo la parete ovest della nostra cima, dove le pietre cominciano presto a cadere (foto 3), e cerchiamo in fretta un misero riparo. Lungo la cresta sommitale la neve e la quota ci impongono di rallentare ma non ci fermano: siamo determinati a riuscire. Su e giù, aggirando cornici, salti rocciosi e crepacci, fino a quando a mezzogiorno ci possiamo sedere a cavalcioni sulla cresta, pochi metri sotto la cima: un fungo di ghiaccio che a prima vista sembra inscalabile. Ma basta un ripido traverso, sotto una cornice strapiombante (foto 4), e la porta si apre: in men che non si dica ci ritroviamo in piedi sul punto più alto. La 03discesa si svolge senza intoppi nonostante le scariche, il crollo di un seracco alla nostra destra e il tempo in costante peggioramento (foto 5), tanto che ad un certo punto comincia pure a nevicare. Arriviamo al campo base appena prima di mezzanotte: la cena di Ali, al quale dedichiamo la vetta appena salita, è pronta soltanto per noi.

RITORNO A CASA. Due giorni dopo, in un mattino nebbioso, lasciamo il campo base: il ritorno a Gilgit è una lotta con i torrenti in piena e con il fango. Giunti lì, lasciato tutto il bagaglio in albergo, ospiti di Mehboob passiamo tre giorni da favola nella valle Rupal, visitando i verdi pascoli ai piedi del Nanga Parbat. Le ultime immagini del viaggio, tuttavia, sono le ventiquattro ore no stop lungo la KKH, i bazar di Rawalpindi e il caos di Heathrow dopo lo spavento per una bomba. Una volta a Calgary, 04il campo base dominato dal Kunyang Chhish assume le sembianze di un sogno impalpabile.

E PER FINIRE... A Gilgit, durante il ritorno, abbiamo incontrato due amici diretti all'obiettivo che avevamo mancato: la parete sud-ovest del Kunyang Chhish Est (erano Steve House e Vince Anderson che, tra il 10 e il 13 settembre 2006, sono giunti a circa 300 metri dalla vetta, ndr). E se da una parte li invidiavo, perché la loro avventura era appena cominciata mentre la nostra volgeva al termine, dall'altra avevo anche voglia di tornare a casa. In verità, più che per la possibilità di tentare una cima inviolata avrei voluto prendere il loro posto per muovermi in quel remoto, rarefatto reame che tante volte avevamo contemplato dal campo base. Quel reame per cui avevamo combattuto invano, senza riuscire a conquistarlo.

05

In discesa dall'Ali Chhish, con il tempo che volge decisamente al brutto

06

La parete sud-ovest dell'inviolato Kunyang Chhish Est (7400 m). In rosso la linea seguita da Slawinski e compagni fino a circa 6500 metri, in blu l'"aggiunta" di Steve House e Vince Anderson (arrivati a quota 7100)

Foto: Raphael Slawinski

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giovedì, 26 marzo 2009

KOZLOV E TOTMJANIN: RITORNO AL K2

postato da carlocaccia alle 10:53 in karakoram

RICOGNIZIONE IN CORSO IN VISTA DI UN TENTATIVO INVERNALE

NickVikNel 2001 il Lhotse Middle, nel 2004 la Nord dell'Everest e nel 2007 la Ovest del K2: tre incredibili scalate made in Russia che portano la firma di un unico leader, di quelli che non puntano alla vetta ma che, dal basso, sanno gestire al meglio le operazioni. Il suo nome, lo avrete forse capito, è Viktor Kozlov che in questi giorni, con Nickolay Totmjanin, uno dei protagonisti del successo sulla Ovest del K2, si trova nuovamente nei pressi della seconda montagna della terra. I due alpinisti sono in ricognizione in vista di un tentativo invernale, programmato per l'anno prossimo, che vedrà ancora una volta in azione la “nazionale” russa. Kozlov e Totmjanin, che il 23 marzo si trovavano sul Ghiacciaio Baltoro a quota 4600, hanno fatto sapere che in Karakorum le condizioni sono ancora decisamente invernali, con notti molto fredde e la neve alla cintola lungo il percorso. Il tentativo invernale si svolgerà dunque sul versante pakistano della montagna, che Viktor e Nickolay scruteranno con attenzione per individuare la migliore via di salita. L'ipotesi di cimentarsi sul versante cinese è stata scartata per tre ragioni: il costo eccessivo del permesso, l'assenza di portatori e la mancanza di elicotteri civili da impiegare in caso di emergenza (gli unici velivoli presenti in quell'area sono militari).

Nella foto: Nickolay Totmjanin (a sinistra) e Viktor Kozlov (www.russianclimb.com)

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mercoledì, 25 marzo 2009

NEL REGNO DEL BERNINA, NEL SEGNO DELLA RICERCA

postato da carlocaccia alle 16:24 in alpi centrali

I DETTAGLI E LE IMMAGINI DELLA VIA NUOVA DI MASPES, PANIZZA E TURK SULLA EST-SUD-EST DEL PIZ MORTERATSCH

002piccolaLa montagna dei pionieri e delle vie classiche, tra cui la bella Crasta da la Spraunza, si è improvvisamente ringiovanita. Il merito della trasformazione, come abbiamo annunciato un paio di giorni fa, è di Luca Maspes (Rampikino), Emanuel Panizza e Christian Turk che sabato scorso, approfittando del gran freddo, hanno messo a segno la prima salita assoluta della parete est-sud-est del Piz Morteratsch (3751 m), ravvivando una fiamma su cui, guida alla mano, dal lontano 1964 nessuno soffiava più. Fu infatti in quell'anno, per la precisione il 7 luglio, che il solitario P. Holl tracciò quella che fino a pochi giorni fa era la via più recente del Morteratsch: una linea sullo sperone ovest-nord-ovest che si aggiungeva alla serie inaugurata nel 1858 sulla cresta nord (C.G. Brugger, P. Gensler, K. Emmermann e A. Klaingutti) e proseguita nel 1868 sulla cresta sud-ovest (T.H. Philippot e signora con P. Jenny e A. Flury), nel 1877 lungo il canalone sud (B. Minnigerode e J. Grass), nel 1885 sullo sperone nord-est (P. Güssfeldt e H. Grass), nel 1888 sulla cresta sud-sud-est (C.C. Branch e M. Schocher), nel 1908 sulla già ricordata cresta est-nord-est (Crasta da la Spraunza, P. Schucan e A. Pfister) e infine nel 1911 sulla parete est (J. Frohmann, C. Zippert e N. Kholer). Anche la creazione del 1964 è stata quindi un fulmine a ciel sereno: una prima ascensione, sul poderoso Morteratsch, a più di mezzo secolo dalla precedente. Non ha tuttavia nulla a che fare, in quanto ad impegno, con quella firmata il 21 marzo 2009 dalla cordata di Maspes, riuscito a realizzare uno dei suoi sogni in un gruppo montuoso poco di moda, fuori dai giri, come il Bernina.

003piccolaUna parete mai salita: una perla assai fragile da prendere con le pinze e al momento giusto. Rampikino pensava da tempo alla Est-sud-est del Morteratsch, che stava in una speciale lista di obiettivi. «Una di quelle cose – spiega il nostro protagonista – che interessano a chi è ossessionato dall'idea di lasciare la propria traccia su terreni mai toccati da nessuno. Per me, patito di vie nuove, la parete interamente vergine è un must, di qualsiasi cosa sia fatta. Nel caso della Est-sud-est del Morteratsch si tratta di roccia granitoide tutta rotta, che soltanto il gelo riesce a tenere insieme. È forse per questo che anche i pionieri non avevano mai preso in considerazione l'idea di salire di lì: quella parete, con il caldo, diventa il regno delle scariche. Così ci abbiamo provato il primo giorno di primavera che è stato, in pratica, il più freddo dell'inverno! Basti pensare che a 2000 metri, ossia 1500 metri più in basso di noi, il termometro segnava meno 10 gradi». In quelle condizioni Maspes, Panizza e Turk sono riusciti a scalare senza guanti soltanto per brevi tratti, tra cui il tiro “più roccioso” della via. La quale, battezzata Il grande freddo, si sviluppa per 600 metri complessivi, risolti in 8 ore (più 3 di avvicinamento dal rifugio Boval) con 5 o forse 6 friends, 6 dadi, 10 chiodi da roccia e 4 viti da ghiaccio. Dopo aver salito senza corda i primi 100 metri, lungo una goulotte ghiacciata, i tre amici si sono legati effettuando 7 tiri “lunghi” più un tratto centrale di conserva. Sotto il notevole muro finale, visto il materiale a disposizione e il freddo (era fastidioso restare in sosta per più di mezz'ora), hanno preferito rinunciare al centro della bastionata piegando leggermente a destra. Il tutto, notate bene, pensando a gente come Pavel Shabalin e soci: i mitici russi capaci di resistere giorni e giorni, in inverno, sulle grandiose muraglie del Caucaso, del Tien Shan e del Pamir.

In alto: lungo la “cengia” d'accesso al vallone sotto la parete. Qui sopra: Christian ed Emanuel in azione lungo la goulotte iniziale

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Maspes alla prima sosta “ufficiale”

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Panizza affronta il primo muro

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Ancora Panizza, sempre sul primo muro

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Sul ripido nevaio centrale, che porta al muro finale

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Traversata a destra, ai piedi del muro finale, alla ricerca della linea più logica

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Maspes alle prese con il muro finale...

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...seguito da Panizza

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Penultimo tiro: Christian Turk guida le operazioni

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Ormai è fatta: Turk sta per uscire dalla parete

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Panorama verso est, con i tre inconfondibili speroni settentrionali dei Pizzi Palù

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Sulla "vera" vetta del Piz Morteratsch, punto d'osservazione privilegiato della splendida cresta nord del Bernina (Biancograt). Le nuvole nascondono invece il Monte Scerscen

016piccola

La parete est-nord-est del Piz Morteratsch con la via di Maspes e compagni

Foto: arch. Luca Maspes

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lunedì, 23 marzo 2009

SCALATE NELLE ALPI E NEL CAUCASO

postato da carlocaccia alle 16:11 in caucaso, alpi centrali

PIZ MORTERATSCH (BERNINA): GELIDA AVVENTURA PER RAMPIKINO E SOCI CHE FIRMANO LA PRIMA ASSOLUTA DELLA REPULSIVA PARETE EST-SUD-EST

Il grande freddoRocciosa, dall'aspetto poco rassicurante, la parete est-sud-est del Piz Morteratsch (3751 m), celebre cima del gruppo del Bernina, non è più un problema irrisolto. A trovarne la soluzione, il 21 marzo 2009 – ormai in primavera, certo, ma con la colonnina del termometro scesa molto in basso –, ci hanno pensato Luca Maspes (Rampikino), Emanuel Panizza e Christian Turk. La loro via, battezzata Il grande freddo (nella foto a lato, arch. Maspes), è stata resa possibile proprio dal gelo (che “teneva su” ogni cosa altrimenti mobile) e supera elegantemente i 500 metri di quella muraglia compresa tra le creste sud-sud-est a sinistra ed est-nord-est (Crasta de la Spraunza) a destra. Dunque, tra le creazioni dei pionieri, ecco una linea moderna che nella parte superiore piega leggermente a destra, rinunciando alla “regola della goccia cadente” sia per il poco materiale che Rampikino e soci avevano con sé (per la diretta occorrono microfriend e chiodi sottili) sia per il già ricordato gran freddo, che consigliava vivamente di non prolungare troppo le soste. Per altre informazioni (e immagini) l'appuntamento è per i prossimi giorni.

FISHT: SUCCESSO INVERNALE PER I GUERRIERI DI ROSTOV

FishtImpresa corale sul Fisht (2867 m), nel Caucaso occidentale, per i russi Alexander Spiridonov, Vasily Petyakshev, Dmitry Podlesny, Evgeny Dmitrienko ed Evgeny Bolkovoy. I cinque alpinisti di Rostov, dal 1° al 6 marzo 2009, hanno avuto la meglio sui 560 metri della parete ovest della montagna (nella foto a lato, www.mountain.ru), tracciandovi un nuovo itinerario nonostante le proibitive condizioni ambientali, che hanno imposto una progressione esasperatamente lenta.

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venerdì, 20 marzo 2009

CANADIAN KARAKORUM (2/3)

postato da carlocaccia alle 11:02 in karakoram

UN RACCONTO DI RAPHAEL SLAWINSKI

Eccoci ancora con le avventure in Karakorum di Raphael Slawinski e compagni. Se avete perso la prima parte del racconto (e l'introduzione) vi basta cliccare qui: www.intotherocks.splinder.com/post/20064545. Per la terza ed ultima parte, invece, l'appuntamento è per venerdì 27 marzo. Buona lettura.

KUNYANG CHHISH 2006 (seconda parte)

di Raphael Slawinski

Piccola 1UNA CIMA, FINALMENTE. Ci sentiamo schiacciati sotto il peso della nostra tabella di acclimatamento. Ma con l'alta pressione non possiamo stare fermi: decidiamo di seguire la cresta sud del Kunyang Chhish principale fino ai 6450 metri del cosiddetto “Ice Cake”. Ci dirigiamo verso il canalone detritico nei pressi del campo base e, ritornando sui nostri passi dopo due settimane, ci imbattiamo nel cibo abbandonato dai giapponesi (che nel frattempo si erano ritirati): biscotti, pasta e altro lasciati ai corvi e alla furia degli elementi. Passiamo la notte al primo campo nipponico e il giorno dopo ci svegliamo presto, al buio: vogliamo anticipare il sole, pronto a trasformare la neve in poltiglia. Così a mezzogiorno siamo già nei pressi di una gran matassa di corde statiche (foto 1), oltre la quale la cresta si innalza immacolata, con cornici ondeggianti, verso la “meringa” dell'Ice Cake (foto 2). A Piccola 2metà pomeriggio, raggiunto un ripiano prima della rampa finale, è soltanto con un grande sforzo di volontà che piazziamo le tende e prepariamo la cena: i 6000 metri si sentono tutti e invitano alla mollezza, al dolce far niente. Notte, sveglia prima delle 5 e finalmente la vetta: sotto un cielo senza nuvole si stende tutto il Karakorum con gli Ottomila a est, in fondo al ghiacciaio Baltoro (foto 3). In cima ce la spassiamo, riuscendo persino a schiacciare un pisolino coprendoci il viso con le giacche a vento (foto 4). Così è ormai pomeriggio inoltrato quando, con il mal di testa e il tempo che comincia a preoccuparci, decidiamo che è giunto il momento di tornare al campo base, che raggiungiamo dopo poco più di tre ore (di corsa) lungo il versante sud-est. Il previsto maltempo si materializza due giorni dopo. Credo sia difficile immaginare qualcosa di più rilassante che stare così, in un campo base, in attesa del sole: non ci sono e-mail, telefonate, scadenze e lavori ingrati. Soltanto infinite tazze di tè, partite a carte e libri (foto 5), e la “punteggiatura” della giornata la mette tutta Asgar, chiamandoci per il pranzo e la cena. Peccato che dopo qualche giorno ci si stufi e allora, quando il sole rispunta, si ha una gran voglia di rimettersi in movimento. Così, mentre Ben e Ian se ne vanno a cercare (invano) i Piccola 3bastoncini da sci persi durante l'ultimo tentativo all'Ali Chhish, il sottoscritto ed Eamonn si scaldano sul “Kunyang Shield”: una parete granitica a mezz'ora dal campo base. Il risultato, alla fine, è Rhubarb Alley: cinque lunghezze di corda che, con la loro roccia sporca, ci ricordano le Rockies. Lo “Scudo”, comunque, ci offre un piacevole diversivo alle sgobbate in quota: sui suoi fianchi sabbiosi (e ricoperti di vegetazione...) tracciamo in tutto tre nuove vie (foto 6).

KUNYANG CHHISH EST: PRIMO TENTATIVO. Il giorno comincia a mezzanotte. Rapida colazione e, zaini in spalla, via sul ghiacciaio, su ciò che resta di vecchie (e recenti...) valanghe. Da qualche parte nel buio, sopra di noi, si innalzano degli scricchiolanti seracchi e dunque, in fretta, raggiungiamo uno stretto canalino nevoso che ci sembra l'accesso più sicuro al nostro obiettivo: l'inviolata muraglia sud-ovest del Kunyang Chhish Est (foto 7). E allo spuntare del giorno siamo Piccola 4già in azione sull'immenso, straordinario pendio nevoso che costituisce i primi mille metri della nostra parete (foto 8). La quale, essendo rivolta a sud-ovest, dopo mezzogiorno è colpita del sole, costringendoci a cercare un posto per il bivacco. Sfortunatamente, però, lo scivolo nevoso è assolutamente uniforme: ci sono soltanto delle scomodissime cenge. Che fare? Ad un certo punto Ben individua una promettente cavità alla nostra sinistra e andiamo ad investigare. Non potevamo pretendere di più: un vano riparato dove stanno comode addirittura due tende. Siamo a quota 6000: in dodici ore siamo saliti di 1700 metri. Il giorno dopo all'alba, con il cielo limpido e un gran freddo, ripartiamo. Divisi in due cordate saliamo un pendio a sessanta gradi, che ci porta all'inizio della prima di due rampe ghiacciate che tagliano la headwall granitica: ecco la chiave per superare la parete limitando al massimo l'arrampicata su roccia. Proseguiamo Piccola 5di conserva, piazzando di tanto in tanto una vite da ghiaccio, e quando raggiungiamo la seconda rampa siamo investiti dal sole: nonostante la quota ci tocca soffrire il caldo. Ma non possiamo fermarci: una breve pausa e via. Fortunatamente la seconda rampa è molto più breve della prima e a mezzogiorno è tutta sotto di noi, che per la prima volta ci imbattiamo nelle tracce – un chiodo e un nut – di chi ci ha preceduti: siamo al punto più alto raggiunto dai polacchi nel 2003. Dove bivaccare? Il pendio sottostante, appena sotto la parete rocciosa, non offre alcuna possibilità e così ci tocca sfacchinare per ricavare un terrazzino, abbastanza ampio per una tenda (più o meno...) e per un paio di persone sdraiate. Siamo a più di 6500 metri e, a parte una leggera nausea, Ben ed io passiamo una buona nottata, riparati nella nostra tenda fissata in qualche modo. Ma per Eamonn e Ian la musica è un po' diversa. Insomma: in mancanza Piccola 6di “pareti impossibili” e “tempeste assassine”, un bel mal di pancia (con tutte le conseguenze...) basta per cacciarci indietro. Lasciamo del materiale in previsione di un secondo tentativo e poi giù, lungo la prima di molte corde doppie: prima per ripidi scivoli ghiacciati, poi per una parete rocciosa verticale (foto 9) e infine per il grande pendio iniziale, dove la mancanza di ghiaccio per gli ancoraggi ci obbliga ad arrampicare in discesa. Fino a quando, nel pomeriggio, non compare il sole: la neve allora diventa una pappa inconsistente, dalla parete sovrastante arrivano i primi proiettili e, dopo alcune catastrofi mancate, ci convinciamo che è meglio stare al riparo sotto delle sporgenze rocciose, dove aspettiamo che il sole se ne vada. Raggiungiamo il ghiacciaio quando sta ormai facendo buio e, in lontananza, vediamo delle luci che compaiono e scompaiono: Mehboob, Ali e Asgar ci stanno venendo incontro con bevande e biscotti. Scendiamo con loro al campo base ed è soltanto attorno a mezzanotte che riusciamo ad infilarci, stanchissimi, nei nostri sacchi a pelo.

Piccola 7

L'inviolata parete sud-ovest del Kunyang Chhish Est

Piccola 8

Lungo l'infinito pendio iniziale, sotto la bastionata rocciosa

Piccola 9

Le truppe canadesi in ritirata dalla Sud-ovest del Kunyang Chhish Est

Foto: Raphael Slawinski

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giovedì, 19 marzo 2009

ANNAPURNA II: L'INVERNALE DIMENTICATA

postato da carlocaccia alle 11:01 in himalaya, frammenti di storia

Annapurna IICon i suoi 7937 metri l'Annapurna II è la diciassettesima montagna più alta della terra. Davanti a lei stanno soltanto i quattordici Ottomila e, per un soffio, i due maggiori Settemila: il Gyachungkang e il Gasherbrum III, che toccano entrambi quota 7952. Cime fortunate, insomma, che per poche decine di metri non si sono mai viste assediate: le salite del Gyachungkang, del Gasherbrum III e, naturalmente, dell'Annapurna II, si contano sulle dita delle mani. Il primo, dopo la vittoriosa spedizione giapponese del 1964, è stato scalato altre cinque volte (dai francesi nel 1986, dai coreani nel 1988, dagli sloveni nel 1999 e dai giapponesi nel 2002 e nel 2005). Le ascensioni del secondo risultano invece soltanto due (polacchi nel 1975 e spagnoli nel 2004) mentre l'Annapurna II, violata il 17 maggio 1960 da Chris Bonington, Richard Grant e Ang Nyima Sherpa, ha visto in tutto altri cinque successi certi: nel 1969, 1973, 1983, 1984 e 2007. L'ultimo, però, è particolare: si tratta infatti della prima ascensione invernale della montagna, che segue il tentativo britannico del 1983 ed è riuscita al tedesco Philipp Kunz e agli Sherpa Lhakpa Wangel, Temba Nuru e Lhakpa Thinduk. Una scalata storica, dunque, a suo tempo passata pressoché inosservata e che abbiamo “scoperto” alle pagine 388 e 389 dell'ultima edizione (2008) dell'American Alpine Journal. Nel ponderoso volume, insieme ad altre salite trascurate dalla cronaca, sta un nota di Lindsay Griffin che, annunciando «il principale successo invernale in Nepal (nel 2007, ndr)», scrive che la spedizione di Kunz ha seguito la via dei primi salitori (da nord), piazzando il campo base a quota 5000 (il 16 gennaio). Il vento e le forti nevicate hanno creato qualche problema e soltanto dopo alcuni giorni gli Sherpa hanno potuto proseguire fino a 5800 metri, sul ghiacciaio sotto l'Annapurna IV: lì hanno collocato il campo base avanzato dove, il 28 gennaio, sono stati raggiunti da Kunz. Il quartetto al completo, piazzate altre corde fisse (alla fine saranno ben 2500 metri), il 31 gennaio ha raggiunto il campo 1 (6600 m) e il 2 febbraio, sempre grazie al durissimo lavoro degli Sherpa (da notare che Temba Nuru e Lhakpa Thinduk erano alla loro prima vera esperienza in alta quota), anche il campo 2 era realtà (a 7400 m, oltre il tratto chiave della via: una sezione di misto a 55°). Il giorno seguente la squadra ha guadagnato altri 200 metri e il 4 febbraio, concludendo un'avventura che nella sua ultima fase si è svolta con la precisione di un orologio svizzero, ha finalmente raggiunto la vetta.

Nella foto: il versante settentrionale dell'Annapurna II (www.pbase.com)

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mercoledì, 18 marzo 2009

PRESOLANA: UN'INVERNALE DA RACCONTARE

postato da carlocaccia alle 12:03 in alpi centrali

DUE GIORNI DI AVVENTURA TOTALE SULLA NORD DELLA “REGINA” PER DANIELE NATALI E MAURIZIO PANSERI CHE, TRA IL 14 E IL 15 MARZO, HANNO SALITO LA MITICA PLACIDO PIANTONI

Piccola 2Finalmente il cerchio si è chiuso. A trent'anni abbondanti dalla prima ascensione, firmata tra il 4 e il 6 agosto 1978 da Livio Piantoni, Rocco Belingheri, Flavio Bettineschi e Guglielmo Boni, che realizzarono un capolavoro di scalata artificiale senza mai bucare la roccia, tra sabato 14 e domenica 15 marzo 2009 la mitica Placido Piantoni sulla Nord della Presolana Occidentale (2521 m, nella foto a lato: la freccina indica il settore giallo dove si svolge la via), nel cuore delle Orobie, è stata salita in inverno da Daniele Natali e Maurizio Panseri (nella foto qui sotto rispettivamente a sinistra e a destra). I due amici, che nel tardo pomeriggio del giorno precedente avevano attrezzato lo zoccolo e il pendio di neve che porta all'attacco della parete, non si sono però limitati ai 400 metri della via vera e propria, che termina sulla cengia Bendotti. Da lì, pur sapendo che non sarebbe stata facile e che le cornici sommitali avrebbero dato del filo da torcere, hanno continuato fino in vetta, per completare alla grande la probabile prima invernale della splendida Placido Piantoni (gli aspiranti ripetitori possono dare un'occhiata qui: www.orme.tv/portfolio/presolana-placido4/Via%20Placido.pdf). I dettagli della scalata - da non Piccola 9perdere, visti i momenti da spasso assicurato - con tutto ciò che l'ha preceduta compresa la realizzazione del film Quelli che stanno a nord, sarà però lo stesso Panseri a raccontarceli, con tanto di immagini. Noi, più modestamente, ci limitiamo a sottolineare il fatto che le invernali sulla Nord della Presolana, nonostante la quota relativamente modesta, continuano ad essere una cosa assai seria visto che il posto, alto sulla valle di Scalve, durante la stagione delle ombre lunghe si trasforma in un autentico frigorifero. Un'ultima annotazione, di carattere storico: il gran bastione sul quale si svolge la Placido Piantoni, delimitato a destra dallo spigolo risolto il 19 ottobre 1930 da Ettore Castiglioni, Celso Gilberti e dal mai abbastanza considerato Vitale Bramani, è stato scalato per la prima volta tra il 14 e il 15 agosto 1926 dalla cordata Caccia-Piccardi-Bottazzi (salita nel settore sinistro) e poi tra il 29 e il 30 giugno 1940 da Ercole Esposito (il celebre Ruchìn) e da Gentile Butta, autori di un itinerario più diretto di cui avremo modo di riparlare. Oggi, a decenni di distanza da quelle imprese, le vie sulla severa Nord della Presolana Occidentale non si contano più.

IL CERCHIO SI È CHIUSO

di Maurizio Panseri

PROLOGO – Estate 2006. Ennio Spiranelli e Giangi Angeloni ripetono la Placido Piantoni, aperta in tre giorni nell'estate del '78 da Livio Piantoni, Rocco Belingheri, Flavio Bettineschi e Guglielmo Boni. Le ripetizioni si contano sulle dita di una mano: non manca però un tentativo invernale da parte di Tiberio Quecchia. Purtroppo non riusciamo a sapere se è arrivato al cengione Bendotti o se si è fermato prima. Renzo Carrara, per dodici anni gestore del rifugio Albani, ci dice che Quecchia probabilmente non è giunto al termine della via ma non ne è certo. Ennio e Giangi descrivono con grande entusiasmo l'arrampicata offerta da questa linea vertiginosa e la domenica successiva Marco Birolini e Daniele Natali vanno a ripeterla, trovandola veramente bella. Io, purtroppo, sono inchiodato a letto da una dolorosa ernia cervicale che mi bloccherà tutta l'estate: il desiderio di scalare e di accarezzare il calcare della “Regina” cova come brace sotto le ceneri. A settembre le cose migliorano e con Daniele e Marco “rincorrendo Ettore” verifico che tutto funzioni: lo Spigolo Castiglioni, la cavalcata delle creste e la discesa dal Sentiero della Porta, tolgono un po di ruggine dalle ossa e fanno salire la voglia di andare a mettere le mani sulla Placido. Gli amici mi descrivono la via, mi mostrano dove sale: è un capolavoro aperto con tanta arrampicata artificiale ed un po' di libera, senza mai forare la roccia. Una linea costantemente strapiombante che, salita in ottica moderna, offre difficoltà sostenute e continue sino al 7a+. Giangi l'ha superata completamente in libera e a vista, escluso un passo lungo il nono tiro. Tra le tante chiacchiere fatte lungo le creste si parla anche di invernali e, come al solito, si azzarda l'ipotesi di tentare la Placido in inverno senza fermarsi al cengione ma con un'uscita in vetta. Arrivano i mesi freddi e tutto tace, tutto si ferma sotto la neve e il ghiaccio. Finché Ennio, sempre lui, una costante fucina di informazioni, spunti e notizie, mi fa avere una videocassetta avuta a sua volta da Roby Piantoni. Guardando il filmato resto fulminato: si tratta delle riprese effettuate nel 1978 da Renzo Carrara e Nani Tagliaferri durante i tre giorni in cui è stata aperta la Placido. Fantastico: mi sento risucchiato in quegli anni in cui ero ragazzino e nemmeno sapevo che ci fosse una parete nord della Presolana. Quando parlare di montagna era sinonimo di gite oratoriane con il plaid, i panini imbottiti e la spuma nera in bottiglia. Però l'immagine del Che sulle maglie era la stessa, come identici erano i capelli lunghi con i basettoni, i jeans a zampa d'elefante e le camice a scacchi. Così non soltanto cresce l'urgenza di andare a ripetere quella linea ma prende forma con Alberto Valtellina, un caro amico con cui ho iniziato a scalare e che ora si occupa di regia e produzioni cinematografiche, l'idea di ripercorrere e documentare, trent'anni dopo, il ritorno su quello scudo giallastro dei figli degli alpinisti di allora. Con Roby Piantoni e Yuri Parimbelli intraprendiamo il cammino di Quelli che stanno a nord.

IN CAMMINO – 2007: finalmente! Ci aspetta un'estate unica. Il tempo ci regala una serie di fine settimana all'insegna del bello fisso. Con Daniele ripeto la Placido Piantoni e tutte le aspettative vengono confermate. Giangi torna in parete e libera l'ultimo passo. Con Roby e Yuri torniamo lassù altre due volte per le riprese del film: si respira aria di festa, altro che alpinismo eroico fatto di privazioni e stenti. Dal basso gli amici, le mogli ed i figli aiutano ed aspettano. Gli attori delle salite di ieri - Rocco, Guglielmo e Renzo - ci seguono con i binocoli e ad ogni rientro ci fanno trovare una tavolata imbandita. Sono orgogliosi di quello che stiamo facendo. Il vino e le parole scorrono liberamente e si torna più volte sull'idea della salita invernale. Un nuovo inverno è alle porte e con Marco e Daniele pianifichiamo la salita. Tuttavia quando abbiamo la disponibilità di tempo la meteo decide di fare le bizze mentre quando la meteo è stabile noi non riusciamo a liberarci dai diversi impegni. I mesi passano veloci ed il gelo e la neve lasciano nuovamente spazio alla bella stagione. L'appuntamento è rimandato. Daniele torna sulla Placido con degli amici, altri compagni vanno a ripeterla. E tutti sono d'accordo: via bellissima e impegnativa. È un bel modo per rendere omaggio a chi ha intuito e salito questa linea, regalandoci questa opportunità.

Piccola 3LA CRONACA – Inverno 2009. Marco purtroppo è bloccato per un trauma al ginocchio. Io e Daniele teniamo d'occhio la situazione. Alcuni fine settimana buoni ci sfuggono: la neve quest'anno non manca, anzi è troppa. L'inverno sta per volgere al termine, l'urgenza interiore di tentare cresce e pulsa. Saliamo con gli sci e guardiamo l'oggetto dei nostri desideri. Non ci preoccupa lo scudo strapiombante: a farci pensare sono i “facili” tiri di uscita e poi l'incognita dell'ultimo salto sino alla vetta della Presolana Occidentale, orlata da grandi cornici. Sabato 7 marzo ci spingiamo con gli sci fino all'attacco. Purtroppo l'accesso estivo, che aggira lo zoccolo basale, è impraticabile: c'è il rischio che si stacchi l'intero versante, sovraccarico di neve. Ci spingiamo sotto lo zoccolo, saliremo da li: un muro ripido di roccia, erba e neve. Individuiamo il posto migliore dove cominciare e scendiamo. VENERDÌ 13 MARZO. Alle Piccola 412.30 si fugge dal lavoro: tutto è pronto. Con noi ci sono anche Ennio e Giangi, che hanno un conto in sospeso sulla nord della Presolana di Castione. Viste l'ora e la necessità di portare tutto all'attacco, attrezzare lo zoccolo e la successiva rampa di neve sino alla base della parete vera e propria, preferiamo salire in seggiovia. Alle 17 il saccone è pronto e Daniele parte per questo tiro di MO (misto orobico, foto sopra), che si rivelerà uno dei più impegnativi: due protezioni precarie, uno strapiombino ed un solido mugo. Le picche mordono bene la terra ghiacciata e sprizzano scintille quando raschiano sulla roccia. Daniele mi recupera in sosta: due corpi morti ribattuti nella terra e nella neve gelata. Abbiamo solo due piccozze e quindi mi tocca scalare: le mani sono presto insensibili, sullo strapiombino riesco a recuperare una piccozza. Un blocco mi resta tra le mani e vola oltre la spalla. Ormai è buio e alla luce delle frontali saliamo lo scivolo di neve sino all'attacco, dove la scaglia adagiata alla parete, alta più di dieci metri, è quasi totalmente sommersa. Fissiamo le corde, ci caliamo e di corsa rientriamo al rifugio Albani, dove ci aspettano Giangi ed Ennio per una cena luculliana, annaffiata da due bottiglie di rosso e con grappetta finale. SABATO 14 MARZO. Ore 5: la sveglia suona. Salutiamo Giangi ed Ennio che salgono al passo dello Scagnello e prima delle 6 anche Piccola 6noi siamo già in cammino: ci aspetta una lunga giornata. La parete incombe e mi sento stranamente tranquillo: il fatto di avere risolto il tiro dello zoccolo e di trovare le corde fissate mi dà sicurezza. Risaliamo le fisse e recuperiamo il saccone. Sappiamo che sarà indispensabile un bivacco e saliamo sfruttando la tecnica da big wall: il primo scala, il secondo un po' in arrampicata ed un po' con le jumar lo raggiunge ed aiuta a recuperare il saccone, colmo di ogni ben di Dio. La parete è pulita anche se le brevi sezioni facili sono tutte ricoperte da croste di neve. Ore 8: Daniele parte e subito prendiamo le misure. Molti appigli sono ricoperti da uno strato di neve. Scaliamo con gli scarponi e con parecchia artificiale. Al termine della seconda lunghezza una grande lastra di neve nasconde la sosta: Daniele è allegro e si diverte a farla precipitare nel vuoto. La temperatura non è così rigida: si può scalare anche senza guanti, basta non toccare la neve. L'inizio del terzo tiro è un lungo traverso sprotetto, che d'estate si risolve in Piccola 7pochissimo tempo. Ora si tribola. Piccozze alla mano e si ripulisce, procedendo lentamente (foto a lato). Assicuro con attenzione Dan e immagino quando sarà il mio turno: mi vedo già decollare e visitare una bella fetta di parete con un veloce pendolo. Invece tutto va per il meglio: mentre il saccone oscilla nel vuoto attraverso con calma ed inizio a salire la sezione più strapiombante. Daniele mi chiede se voglio continuare davanti. Io sono combattuto e non so cosa fare: sarei sicuramente più lento. La decisione è presa: mi limiterò a fare da prode scudiero. Tiro dopo tiro procediamo senza sosta, siamo una macchina veloce e sincronizzata. O almeno questa è la nostra impressione. Ci divertiamo pure: tra foto e battute saliamo tranquilli, in una bella atmosfera. In fondo ci sentiamo un po' a casa nostra. Nonostante gli scarponi, i numerosi chiodi tirati e le staffe, nei tratti meno Piccola 11difficili si riesce anche a scalare in libera. L'apice del divertimento viene raggiunto quando sul “passaggio rana”, dopo un incrocio di piedi, Daniele fa un aggancio di tallone (foto a lato) e cerca il sacchetto della magnesite che non c'è. Scherziamo e ci sbeffeggiamo reciprocamente, tenendo tuttavia ben presente quello che stiamo facendo e dove siamo: una veloce occhiata tra i nostri piedi e appare il vuoto che ci sostiene, uno sguardo a 180 gradi ci dona una vista spettacolare su montagne e valli innevate. Al nono tiro, dove un tetto ed un traverso rendono problematico il recupero del saccone, mentre impreco contro Dan che non mette in trazione la corda di recupero, lui ha pure il coraggio di affacciarsi dalla sosta e di scusarsi: in quel momento, purtroppo, ha altro da fare, deve rispondere all'sms di un'amica. Conclusione: un amico così o lo si uccide o gli si vuole bene. Per me è buona la seconda. Sono le 17 e siamo alla nona sosta: intendiamo bivaccare lì, in una piccola grotta. Ma è ancora presto e così, lasciato il saccone, saliamo per altre due lunghezze. Qui la musica cambia perché, appena usciti dal muretto del passaggio chiave che Daniele risolve brillantemente seguendo il consiglio di Maestro Biro (piede nel cordino), si deve scalare per forza sul VI e poi sul V+, con pochissime protezioni e la neve che sporca gli appigli. Salgo da secondo, mi Piccola 8complimento con il socio e non paghi fissiamo anche l'altra corda sull'undicesima lunghezza: una cosa veramente ostica, dove la roccia è pure marcia. Alle 19, dopo undici ore di arrampicata non stop, ci accingiamo a preparare la nostra suite imperiale, dove c'è pure l'angolo cottura. Dal saccone, oltre ai sacchi a pelo e ai duvet, esce pure un sacco di leccornie. Una vera camera con vista ci regala immagini uniche del sole che tramonta sulla val di Scalve e poi su un cielo stellato da togliere il respiro. Io ronfo alla grande mentre Dan si gira e rigira per tutta la notte. DOMENICA 15 MARZO. Ore 5: la sveglia suona nuovamente. Siamo determinati e tranquilli, sappiamo che oggi incontreremo le vere difficoltà e che sul terreno più facile, articolato ed innevato il recupero del saccone sarà un bel problema. Per avere sempre un buon margine di sicurezza le soste dovranno essere a prova di bomba e nulla dovrà essere lasciato al Piccola 15caso: ogni cosa sarà sotto controllo. Mentre ci lasciamo andare nel vuoto riusciamo ugualmente a scherzare e risalendo le fisse, appesi come ragni, giriamo su noi stessi e ci godiamo l'alba che risveglia la valle (foto a lato). Ancora due lunghezze su terreno misto, neve inconsistente appoggiata sulla roccia, speroni di calcare instabili e cementati dal gelo. È l'elogio della lentezza: Daniele sale misurato e io lo seguo negli impercettibili movimenti della corda. Alle 11 sbuchiamo sul cengione Bendotti. Guardiamo in alto e restiamo perplessi: già dal rifugio avevamo notato le grandi cornici che bordavano le creste ma speravamo di trovare un varco. Ipotizziamo diverse linee di salita e alla fine, evitando accuratamente i canali, optiamo per lo sperone che fa da spartiacque con il versante Valzurio. Due lunghezze di corda da sessanta metri su muri di neve a volte inconsistente e speroni di roccia, dove riusciamo a posizionare delle protezioni, ci impegnano per tre ore. Fino a quando ci troviamo sotto la grande meringa, che aggiriamo a destra. Qui Daniele, con una mossa magistrale, si rannicchia appeso alle picche e, puntando i ramponi su un bordo di neve dura, sferra due testate alla cornice (che è meno pronunciata) e si apre un varco. Alle 14 sbuca nei pressi della croce di vetta: soltanto un'ora dopo io e il mio amico saccone siamo al suo fianco. Ci riposiamo un po' e lentamente cominciamo la discesa verso la grotta dei Pagani e da lì al passo della Presolana.

CONCLUSIONE. Un grazie a tutti gli amici che ci hanno sostenuto. Un grazie alla “Regina” che ci ha ospitato. Un grazie al mio grande amico Daniele “Allenarsi” Natali con cui ho condiviso l'ultimo fine settimana d'inverno. Il cerchio si è chiuso. La primavera è alle porte e noi siamo pronti a cogliere ogni altra scintilla, ogni altro profumo, per iniziare un altro viaggio.

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14 marzo 2009: Daniele Natali (sopra) e Maurizio Panseri sulla terza lunghezza della Placido Piantoni

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Daniele Natali in sosta. Da notare la roccia senza fessure: i primi salitori, per progredire, hanno compiuto un capolavoro di tecnica, sfruttando i buchi con dei chiodi spessorati

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Panseri lungo l'innevatissima parte superiore della parete. In basso la valle di Scalve

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Non siamo in Himalaya: è "soltanto" la Nord della Presolana...

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Verso la vetta, cercando la soluzione per superare le cornici sommitali

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Natali in cima...

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...seguito da Panseri (con tanto di pala)

Per vivere altre avventure sulla Presolana: www.orme.tv/presolana/presolana.htm

Foto: Daniele Natali e Maurizio Panseri (da non perdere la serie completa delle immagini della scalata: www.orme.tv/portfolio/placido-invernale-2009/index2.html)

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martedì, 17 marzo 2009

SPAGNOLI IN AZIONE SUI PIRENEI FRANCESI

postato da carlocaccia alle 11:54 in pirenei

VIA NUOVA PER MIKEL ZABALZA E UNAI MENDIA SULLA PARETE EST DEL PIC DU MIDI D'OSSAU (2884 m). BATTEZZATA LA SUERTE DE LOS VALIENTES (“IL DESTINO DEI VALOROSI”) È LUNGA 700 METRI E PRESENTA DIFFICOLTÀ DI V/5, M6 E 6a

Pic du Midi dA Pau, capoluogo del dipartimento dei Pirenei Atlantici, nella regione francese dell'Aquitania, nei pressi del confine con la Spagna, esiste il Boulevard des Pyrénées. Il perché del nome è presto detto: da quel viale, guardando verso sud, a una cinquantina di chilometri di distanza, spiccano le splendide cime dei Pirenei. Tra cui, inconfondibile per il suo isolamento e le sue forme ardite, il Pic du Midi d'Ossau (2884 m, al centro nella foto, www.larrajou.com). La montagna, che si trova in territorio francese, nelle scorse settimane è finita nel mirino degli spagnoli Mikel Zabalza e Unai Mendia che il 1° marzo 2009, in nove ore, sulla parete est, hanno aperto La suerte de los valientes (“Il destino dei valorosi”): una linea di 700 metri (i primi 200 in comune con Guiñols Band) che in sigle suona V/5, M6 e 6a. Vista la sua esposizione, la via poteva essere tentata soltanto di notte o con il cielo nuvoloso: le condizioni ideali – brutto tempo ma non troppo... - si sono presentate proprio un paio di domeniche fa e Mikel e Unai non si sono lasciati scappare l'occasione, arrivando in vetta nella nebbia al termine di una scalata, perlopiù su ghiaccio, trovata piuttosto impegnativa ma anche assai bella.

Pic du Midi d

Unai Mendia in azione lungo La suerte de los valientes (foto Mikel Zabalza, www.desnivel.com)

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lunedì, 16 marzo 2009

PROGETTI HIMALAYANI

postato da carlocaccia alle 11:24 in himalaya

PARETE OVEST DELL'ANNAPURNA PER BABANOV E AFANASIEV, L'INVIOLATO DOME KANG PER SALVADOR GARCÍA-ATANCES E COMPAGNI

Babanov e AfanasievLa premiata ditta Valery Babanov-Victor Afanasiev (foto a lato, www.babanov.com) annuncia ancora scintille. Dopo il magnifico doppio successo dello scorso anno sul Broad Peak e sul Gasherbrum I (www.intotherocks.splinder.com/post/18128532), i due amici partiranno domani alla volta dell'Annapurna. Per la parete sud? Nossignori: per la nord-ovest, salita nel 1985 da Reinhold Messner e Hans Kammerlander (ricordiamo che di quella spedizione facevano parte anche gli austriaci Reinhard Schiestl e Darshano L. Rieser e l'altotesino Reinhard Patscheider). Il cuore della grande parete, a sinistra della via di Messner, nonostante alcuni tentativi è però ancora inviolato e lì Babanov e compagno sognano un successo nel loro stile: leggero, senza alcuna preparazione, corde fisse e campi intermedi. Il piano della spedizione prevede due-tre settimane di acclimatamento sul versante meridionale della montagna, il trasferimento dall'altra parte, qualche giorno di riposo e l'attacco alla Nord-ovest.

arasdecielo1Restiamo in Nepal ma facciamo un balzo fino al vertice nord-orientale del paese. È lì - nello Janak Himal, all'intersezione dei confini nepalese, indiano (Sikkim) e tibetano, una ventina di chilometri a nord del Kangchenjunga, che si innalza il Dome Kang (Domekhan, 7264 m). Il gigante, ufficialmente aperto agli alpinisti soltanto nel 2002 (da segnalare comunque il tentativo sloveno del 1983 e quello irlandese del 1998, sempre per la cresta est-sud-est), sarà per la terza volta nel mirino degli alpinisti iberici che ne tenteranno la prima ascensione assoluta. La spedizione, organizzata dalla Società geografica spagnola, sarà composta da Salvador García-Atances (leader), Carlos Soria, Tente Lagunilla, Elena Poded, Dani Salas, Miguel Bonet e María Jesús Ferrer (medico) e partirà per Kathmandu tra una settimana, il 23 marzo. Lasciata la capitale, il gruppo comincerà la marcia di avvicinamento: otto giorni di cammino fino al campo base (che è lo stesso del versante nord del Kangchenjunga). Se i tentativi del 2004 e del 2006 si erano svolti lungo la già ricordata (e difficile) cresta est-sud-est, toccando rispettivamente 6650 e 6700 metri di quota, quest'anno gli alpinisti si cimenteranno lungo un canalone di circa 1000 metri sulla parete sud, con due possibilità per il finale (vedi la foto qui sopra, www.arasdelcielo.com). Il rientro in Spagna è previsto per il 23 maggio.

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venerdì, 13 marzo 2009

CANADIAN KARAKORUM (1/3)

postato da carlocaccia alle 11:47 in karakoram

UN RACCONTO DI RAPHAEL SLAWINSKI

Nei prossimi mesi, come abbiamo annunciato (post del 10 marzo 2009), Raphael Slawinski e compagni si recheranno nell'Hispar Muztagh, in Karakorum, per tentare l'inviolato Pumari Chhish Est. Il forte canadese, a tre anni dall'avventura sul Kunyang Chhish Est, tornerà dunque da quelle parti dove ripenserà sicuramente ai momenti della spedizione del 2006 quando, con Ben Firth, Eamonn Walsh e Ian Welsted, effettuò due tentativi sulla parete sud-ovest del colosso di 7400 metri (che attende ancora i primi salitori). Tra il 22 e il 24 luglio i quattro amici si spinsero fino a quota 6550 mentre tra il 31 luglio e il 1° agosto furono costretti a ritirarsi addirittura 600 metri più in basso. In precedenza, tra l'8 e il 10 luglio, per acclimatarsi, Raphael e soci erano riusciti a scalare l'Ice Cake (6450 m) per la cresta sud mentre risale al 4 agosto – chiusura in bellezza della spedizione, giusto per consolarsi – la prima ascensione assoluta dell'Ali Chhish (6164 m, indicato sulle mappe come Peak 79) da parte della coppia Slawinski-Walsh. Da ricordare, infine, le tre vie aperte dalla stessa cordata sul Kunyang Shield, la parete rocciosa nei pressi del campo base. Si tratta di Rhubarb Alley (270 m, 6b, 17 luglio), Being there (230 m, 6b, 19 luglio) e Gandu crack (130 m, 6a, 28 luglio). Riviviamo allora, direttamente dalla voce di Slawinski - contento di vedere pubblicato il suo racconto su Intotherocks -, tutte queste avventure, aggiungendo alle parole alcune significative immagini. Un'ultima annotazione: il testo, vista la sua lunghezza, sarà proposto in tre puntate (le prossime il 20 e 27 marzo).

KUNYANG CHHISH 2006

di Raphael Slawinski

PROLOGO. Fine agosto 2005: lasciando la Charakusa Valley, con il K6 e la sua corte di fantastiche montagne, sto già pensando di tornare e, una volta in Canada, non mi è difficile convincere tre amici a passare l'estate in Karakorum. Per il K6, però, non c'è niente da fare: per quella cima il governo pakistano non concede alcun permesso. Su consiglio di Steve Swenson puntiamo allora alla zona dell'Hispar Glacier, chiedendo informazioni a Janusz Kurczab che, dalla Polonia, ci invia alcune fotografie del Kunyang Chhish, la cui ripidissima parete meridionale è alta circa 3000 metri. La cima principale della montagna, che tocca quota 7852, risulta salita soltanto due volte mentre i 7400 metri della spettacolare cima est sono ancora inviolati: abbiamo trovato il nostro obiettivo.

Raph 1 copiaDA CALGARY A KARIMABAD. È una calda sera di giugno quando Ben Firth, Eamonn Walsh, Ian Welsted e il sottoscritto stanno trascinando dieci sacconi giganteschi all'aeroporto di Calgary. Da lì a Toronto, poi a Londra e quindi a Dubai: il viaggio passa in un caos di cibo d'aereo, bevande alcoliche e poco sonno. Memorabile la visita turistica a Dubai: lasciare l'aeroporto, con l'aria condizionata, è come andare a sbattere contro un muro di umidità. Siamo davvero lontani dal Canada… (foto 1) A Islamabad è soltanto grazie a Ghulam, l'agente di viaggio che già li aveva guidati nella selva della burocrazia pakistana ai tempi della richiesta del permesso, che quattro canadesi stravolti riescono a raggiungere l'albergo. Ricevute le disposizioni ufficiali, acquistate le ultime provviste, consegnati 6000 dollari in contanti come cauzione per l'elicottero di soccorso, incontriamo Mehboob, il nostro ufficiale di collegamento, e una mattina presto, prima del gran caldo, ci ammassiamo su un furgone e facciamo finalmente conoscenza con la Karakorum Highway (KKH). Giungiamo a Karimabad dove uno sconosciuto, con fare amichevole, si rivolge a noi in una lingua che ricorda l'inglese: è Ali, fratello di Ghulam nonché nostro cuoco. Nelle settimane seguenti diventeremo buoni amici anche se il suo inglese, dal sapore molto baltì, non riusciremo mai ad impararlo.

Raph 2 copiaA TU PER TU CON IL KUNYANG CHHISH. Lasciata la KKH ci dirigiamo nella valle dell'Hispar. Il viaggio in jeep assomiglia ad una giostra per bambini: ora siamo alti sul fiume, ora corriamo in discesa lungo i tornanti fino a scavalcare, su fragili ponti sospesi, le impetuose acque del fiume. Alcune ore (e due gomme a terra...) dopo raggiungiamo un villaggio e la fine, in senso letterale, della strada. Le notizie dell'arrivo di una spedizione si diffondono velocemente e ben presto ci ritroviamo circondati da bambini curiosi. Ma non solo: ci sono anche uomini che vorrebbero essere assunti come portatori. Così l'indomani comincia un'ardua contrattazione: noi, che non sappiamo una sola parola di Urdu, ci ritiriamo in buon ordine e lasciamo che sia Mehboob a risolvere ogni questione. La situazione resta bloccata per un bel po' fino a quando, improvvisamente, l'accordo è raggiunto: si parte. Il giorno dopo, attorno a mezzogiorno, giriamo un angolo e… ci ritroviamo a tu per tu con la parete sud del Kunyang Chhish (foto 2). Mi sento davvero minuscolo: meno male che, visto che dobbiamo acclimatarci per bene, passerà ancora un po' di tempo prima di salire lassù. I portatori depositano i loro carichi, ricevono quanto gli spetta e, con un sospiro di sollievo da parte nostra, cominciano a scendere a valle. Erano una bella compagnia, sì, e buoni lavoratori, ma quel continuo mercanteggiare, senza sapere se e quando saremmo arrivati qui (e poi: quanto ci sarebbe costato?), stava cominciando a logorarci.

Raph 3 copiaALLA RICERCA DEI GLOBULI ROSSI. Allestiamo il campo base e cominciamo subito l'acclimatazione. Una camminata lungo la valle, fino alla base della nostra parete, apre una lunga serie di “su e giù” per il Pumari Glacier. Il momento da ricordare arriva durante un pomeriggio, mentre stiamo salendo il canale detritico sopra il campo base. Investiti da un'improvvisa bufera ci fermiamo per indossare i pantaloni lunghi e, se per tre di noi non c'è nessun problema, Eamonn esclama: «Ma... avete portato anche i pantaloni lunghi?». Avanti lo stesso (foto 3): braghe lunghe o corte continuiamo fino ad una cima di circa 5100 metri, per tornare alla base giusto in tempo per la cena. Due giorni dopo ci spingiamo oltre, continuando verso la cresta sud (foto 4) della cima principale del Kunyang Chhish. Ad un tratto ecco la sorpresa: lungo un canale a 30 gradi e la cresta (facile) si svolge ininterrottamente un serpentone di corde fisse (giapponesi). Morale della favola: a dei “pesi leggeri” come noi, abituati alle rapide scampagnate sulle Canadian Rockies, questo violento faccia a faccia con lo “stile spedizione” è come lo spalancarsi di una finestra, il ritrovarsi in un mondo sconosciuto che pensavamo lontano anni luce.

Raph 4 copia

UNA VETTA PER IL CUOCO E IL “FATTORE KARAKORUM”. Dopo alcune sgambate in giornata, nei paraggi del campo base, decidiamo che è il momento di andare a dormire più in alto. Puntiamo ad una cima di 6164 metri, inviolata, sulla cresta meridionale del Kunyang Est: niente di trascendentale, pensiamo, una buona occasione per combinare l'utile (acclimatazione) al dilettevole (prima salita). Quella cima “senza pretese”, che Raph 5 copiaavremmo chiamato Ali Chhish in onore del nostro cuoco, ci avrebbe dato una bella lezione di umiltà. Il primo tentativo si conclude con una tormenta, un bivacco in un crepaccio (foto 5) e la buona idea, viste le valanghe, di tornare al campo base. Seguono due giorni di pioggia – li passiamo dormendo, leggendo e giocando un numero imprecisato di partite a carte – e quindi il secondo attacco. Questa volta sono io a cedere... Scendiamo ancora, riposiamo un giorno intero e, credendoci sufficientemente acclimatati – eravamo saliti da 4200 a 5600 metri in cinque ore (foto 6) –, ci lanciamo in un tentativo in giornata. Ma il “fattore Karakorum” ci coglie di sorpresa e ci rallenta terribilmente (foto 7). Primo: il sole, da queste parti, è sempre alto, come non capita mai sulle Montagne Rocciose. Tanto alto da togliere forze e volontà. Secondo: a causa della quota si ha sempre il fiato corto, anche su pendii non troppo ripidi. Terzo: la scalata è tutta un imbroglio, perché ogni cosa è sempre più difficile, più grande e più lontana di quello che sembra. Così, nel tardo pomeriggio e ancora lontani dalla cima (foto 8), stacchiamo la spina e facciamo dietrofront. Al campo base, dove arriviamo a notte fonda, barcollando, ci aspettano la cena e la torta di Ali.

Raph 6 copia

Tentativo sull'Ali Chhish, poi salito (il 4 agosto 2006) da Slawinski e Walsh

Raph 7 copia

Sempre sull'Ali Chhish: i nostri eroi sono ormai nei pressi della lunga cresta sommitale. Ma la vetta è ancora lontana...

Raph 8 copia

Lungo la cresta dell'Ali Chhish da cui si vede, di profilo, illuminata dal sole del pomeriggio, la ripidissima parete sud-ovest del Kunyang Chhish Est

Foto: Raphael Slawinski

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