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NEW YORK 26/12/08
Alberto Peruffo + The Sad Smoky Mountains
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A CURA DI CARLO CACCIA >> REDAZIONE redazione@intraisass.it >> LECCO-VICENZA ITALY
MOUNT HUNTER, PILASTRO NORD, FRENCH ROUTE (1500 m, GRADO 6, M6 E 90°): APERTA NEL 1984, RIPETUTA PER LA PRIMA E SECONDA VOLTA NEL 2007 E NEL 2008, NEI GIORNI SCORSI È STATA SALITA IN VELOCITÀ DALL'AMERICANO COLIN HALEY E DAL NORVEGESE BJØRN-EIVIND ÅRTUN
Jean-Claude Marmier: il colonnello, il leader del Groupe Militaire d'Haute Montagne (che esiste ancora: www.intotherocks.splinder.com/post/19706246), l'alpinista capace di salire in prima invernale sia lo Sperone Croz della parete nord delle Grandes Jorasses (nel 1971, con Georges Nominé, mentre sullo Sperone Walker era in corso il dramma “delle 342 ore” di Desmaison e Gousseault) sia la Gervasutti sulla parete est della stessa montagna (nel 1977, in stile non proprio “leggero” ma non è il caso di infierire...). Nel 1984, poi, il nostro si è messo alla guida di uno squadrone - in divisa, of course - diretto in Alaska ed è tornato in patria con un bottino da far paura, in cui spiccava una via nuova sul North Buttress del Mount Hunter (4441 m) a sinistra della Stump-Aubrey del 1981 e della Bibler-Klewin del 1983. Autori della salita, effettuata dal 24 al 27 giugno, Benoît Grison e Yves Tedeschi che il primo giorno superarono la goulotte iniziale arrivando a quota 3200, il secondo e il terzo giorno andarono avanti su ghiaccio sottile e misto impegnativo raggiungendo la cresta sommitale e il quarto giorno, finalmente, toccarono la vetta. L'avventura non era però ancora terminata: i due alpinisti, dopo una pericolosa discesa (a causa del maltempo) lungo la cresta ovest, poterono tirare il fiato al campo base soltanto il 29 giugno.
La French Route, tuttavia, finì presto nel dimenticatoio e soltanto un paio d'anni fa, grazie a Jon Bracey e Andy Houseman, dopo quasi un quarto di secolo nell'ombra è meritatamente tornata sotto i riflettori. I due britannici, dall'8 al 10 maggio 2007, ne hanno infatti compiuto la prima ripetizione, trovandosi alle prese con una scalata di prima grandezza che, per un conoscitore delle vette alaskane del calibro di Mark Westman, «è la più superba e paurosa linea della parete» (www.intotherocks.splinder.com/post/12389343). Il dado era tratto: nel maggio 2008 la French Route (in sigle: 1500 m, M6, 90°, grado 6 della scala alaskana) è stata percorsa dagli sloveni Aleš Koželj e Ambrož Bajde (che ha la stessa età della via, visto che è nato nel 1984) e anche la terza ripetizione, riuscita nei giorni scorsi, è ormai realtà. Autori della salita l'americano Colin Haley, che non ha bisogno di presentazioni, e il norvegese Bjørn-Eivind Årtun, fresco autore di una velocissima ripetizione della Via dei Ragni sul Cerro Torre (www.intotherocks.splinder.com/post/19340705) ma anche di altre belle realizzazioni patagoniche (www.intotherocks.splinder.com/post/19677863).
Haley e Årtun hanno passato tre settimane in Alaska e, grazie al tempo generalmente dalla loro parte, hanno innanzitutto salito il North Couloir del Mini Moonflower del Mount Hunter e poi la parete ovest del Kahiltna Queen (o Humble Peak, 3773 m). Sono quindi tornati al Mount Hunter salendo in bello stile, in 16 ore dall'attacco al termine del pilastro, la Bibler-Klewin sul North Buttress (sui pendii nevosi sommitali, a cento metri dalla vetta, il vento ha imposto la rinuncia alla ciliegina sulla torta e il ritorno lungo la via di salita) e confortati da questa bella prestazione - ma anche rammaricati per la cima mancata - hanno pensato di adottare la stessa tattica sulla French Route. La quale, a detta di Haley, «è la via di maggior classe del North Buttress, svolgendosi prima per un logico couloir e affrontando poi direttamente la headwall superiore, evitata dagli altri itinerari».
Dopo qualche giorno di riposo Colin e Bjørn-Eivind sono quindi partiti all'attacco, hanno salito di conserva quasi tutta la goulotte iniziale (soltanto l'ultimo tratto, più ripido, ha consigliato loro di procedere facendo sicurezza per un paio di lunghezze), hanno superato la difficile headwall e i pendii finali del pilastro (questi ultimi ancora di conserva) e a fine giornata hanno raggiunto un crepaccio adatto a qualche ora di pausa. Il giorno dopo, alle prime luci, i nostri eroi hanno lasciato la loro “tana” e hanno raggiunto l'obiettivo finale: i 4441 metri della vetta del Mount Hunter. Per la discesa, giusto per non ripetere le calate sul North Buttress e vedere così qualcosa di nuovo, la scelta è caduta sulla classica cresta ovest (Fred Beckey, Heinrich Harrer ed Henry Meybohm, 1954, prima ascensione assoluta della montagna): una soluzione che non ha richiesto molto più tempo della serie di doppie ma che si è rivelata, purtroppo, molto più faticosa.
In alto, il pilastro nord del Mount Hunter con le vie (da sinistra a destra): Grison-Tedeschi (“French Route”, 1984), Child-Kennedy (1994), Bibler-Klewin (1983), Stump-Aubrey (“Moonflower Buttress”, 1981, a destra l'attacco originale), Backes-Twight (“Deprivation”, 1994) e Ireland-Björnberg (1980). Foto di Bradford Washburn tratta dall'American Alpine Journal (1995, p. 13). Nelle altre immagini, dall'alto: Bjørn-Eivind Årtun ormai al termine della goulotte iniziale, lo stesso Årtun nel tratto appena sopra la goulotte e, infine, Colin Haley impegnato lungo la sezione centrale della via

Årtun all'inizio della difficile headwall: la sezione più impegnativa della French Route

Haley segue sulla ripida headwall...

...e poi ripassa in testa

Il sole, basso sull'orizzonte, tinge di rosa le rocce e il ghiaccio del North Buttress: manca poco alla fine delle ostilità

E con la luce del nuovo giorno Bjørn-Eivind (a sinistra) e Colin raggiungono finalmente la vetta del Mount Hunter
Foto: arch. Colin Haley
PEAK 6134: I NUMERI DELLA VIA DI RUCHKIN E MIKHAILOV
Dal 9 al 13 maggio 2009, in stile alpino, i russi Alexander Ruchkin e Mikhail Mikhailov hanno compiuto la prima ascensione assoluta del Peak 6134 (Daxue Shan, Sichuan, Cina). I due alpinisti, come abbiamo annunciato nei giorni scorsi (www.intotherocks.splinder.com/post/20583703) , sono saliti per l'assai ripido pilastro sud (nella foto a lato, arch. Ruchkin-Mikhailov, www.mountain.ru) e i numeri della loro via, che abbiamo appreso poco fa, sono piuttosto interessanti: 1250-1300 metri di sviluppo con difficoltà di VII+ e A2+.
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TRAVERSATA LHOTSE-EVEREST: TUTTI A CASA
Il monsone ha chiuso le ostilità: la baldoria sull'Everest (e sul Lhotse) anche per quest'anno volge al termine. Niente da fare, dunque, anche per la squadra kazaka che aveva in progetto la traversata dei due colossi (nella foto a lato): il cattivo tempo ha imposto agli alpinisti il ritorno al campo base e il 30 maggio è prevista la partenza da Kathmandu alla volta di Alma Ata. Ricordiamo che la spedizione era composta da tre gruppi diversi: quello di Vassily Pivtsov, Serguey Samoilov, Evgeny Shutov, Artjon Skopin, Alexander Sofrygin (che il 15 maggio ha toccato la vetta del Lhotse) e Maxut Zhumayev che puntava alla traversata; quello di Dmitry Grekov (Kirghizistan), Nickolay Gutnik (idem), Svetlana Sharipova e Alexander Rudakov con obiettivo il Lhotse e infine la coppia Baglan Zhunussov e Serguey Lavrov diretta all'Everest.
AGGIORNAMENTO (27 maggio 2009, ore 16.55 italiane): Serguey Samoilov risulta disperso sul Lhotse. Vassily Pivtsov e Maxut Zhumayev sono invece impegnati in discesa verso il campo base.
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STEVE HOUSE: RITORNO AL MASHERBRUM
Nel 2003 il maltempo non ha dato un attimo di tregua. Così lo splendido e difficile Masherbrum (7821 m, Karakorum, nella foto a lato, www.unclimbed.com), il sogno di Steve House, Marko Prezelj e Matic Jošt, è rimasto tale. Quella montagna, però, che finora conta soltanto quattro ascensioni – la prima, per la parete sud-est, risale al 6 luglio 1960 e porta le firme degli americani William Unsoeld e George I. Bell seguiti, due giorni dopo, da Nicholas B. Clinch e Jawed Akhter -, non ha mai abbandonato la testa di House che quest'anno tornerà in Pakistan per la rivincita. Con lui, oltre a Marko Prezelj, dovrebbe esserci anche il “solito” Vince Anderson.
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COLIN HALEY: IL LATOK I NEL MIRINO
Restiamo in Pakistan, spostandoci su un'altra cima “impossibile” del Karakorum: il Latok I (7145 m), salito per la prima e unica volta nel luglio 1979 dai giapponesi Tsuneo Shigehiro, Sin'e Matsumi, Yu Watanabe, Hideo Muto, Jun'ichi Oku e Kota Endo (per la parete sud). La cresta nord della montagna (evidente nella foto, a destra della vetta), tentata per la prima volta nel 1978 da Jim Donini, George Kennedy, Jeff Lowe e George Lowe, resta uno dei grandi problemi dell'alpinismo mondiale, attaccata oltre 20 volte ma sempre in grado di respingere i suoi pretendenti (tra cui, oltre ai personaggi appena nominati, anche Martin Boysen, Doug Scott, Simon Yates, Robert Schauer, Catherine Destivelle, Brendan Murphy, John Bouchard, Mark Richey, Wojciech Kurtyka, Yasushi Yamanoi, i fratelli Benegas, Maxime Turgeon, Doug Chabot, Steve Swenson...). Ebbene: a caccia della soluzione dell'enigma, nei prossimi mesi, si muoveranno Colin Haley, Josh Wharton (che ci ha già provato nel 2007) e Dylan Johnson. A proposito di Haley: la giovane promessa (o già certezza?) dell'alpinismo americano, dopo il soggiorno alpino di cui abbiamo riferito (www.intotherocks.splinder.com/post/20385154) sta passando il mese di maggio in Alaska e può darsi che nei prossimi giorni abbia qualcosa di interessante da raccontare.
DOME KANG: I DETTAGLI DEL SUCCESSO
Il 28 aprile 2009, dopo quattro tentativi a vuoto, la vetta del Dome Kang (7264 m, Janak Himal, all'estremità orientale del Nepal) è stata finalmente raggiunta. In cima, come già annunciato senza dettagli nel post del 29 aprile scorso (www.intotherocks.splinder.com/post/20430160), sono arrivati gli spagnoli Carlos Soria e Tente Lagunilla con tre Sherpa, membri di una spedizione organizzata dalla Società geografica spagnola e composta anche da Salvador García-Atances (leader), Elena Poded, Dani Salas, Miguel Bonet e María Jesús Ferrer (medico). Gli alpinisti sono saliti per la parete sud, superando un canalone di circa 1000 metri risultato più impegnativo del previsto e paragonato da Soria alla via classica sulla Nord del Cervino. Giunta a Kathmandu il 24 marzo, il 7 aprile la squadra è arrivata al campo base (5300 m) e da lì, superando un ghiacciaio estremamente tormentato, il 16 aprile si è spostata al campo 1 (6100 m) alla base della parete. Nei giorni successivi, senza mai tornare al campo base per evitare incidenti lungo il ghiacciaio, gli alpinisti hanno attrezzato il canalone e il 27 aprile, a quota 7150, è stato piazzato il campo 2 da dove, il giorno seguente, è stata raggiunta la vetta. Lo stesso 28 aprile la cordata di punta è tornata al campo 1, il 29 aprile tutto il gruppo era riunito al campo base e il 5 maggio, finalmente, ha rimesso piede a Kathmandu.

La parete sud del Dome Kang con il tracciato della via degli spagnoli (www.barrabes.com)
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MAKALU: SPEDIZIONE FINITA PER IÑURRATEGI E COMPAGNI
Niente da fare: il pilastro ovest del Makalu (8463 m) ha detto di no agli iberici Alberto Iñurrategi, Juan Vallejo e Mikel Zabalza che puntavano alla prima ascensione in stile alpino di quella via fantastica, aperta nel 1971 dalla spedizione francese diretta da Robert Paragot (per i dettagli storici: www.intotherocks.splinder.com/post/20056640). Il vento fortissimo ha annullato i tentativi del terzetto, riuscito a salire per due volte (6-7 e 15-16 maggio) al campo 1 (6500 m) e, a quanto pare, deciso a tornare in Himalaya con lo stesso obiettivo. «Sapevamo che il pilastro ovest del Makalu sarebbe stato un osso duro – ha spiegato Vallejo – tuttavia, in verità, il tempo non è stato assolutamente dalla nostra parte: le condizioni, durante il mese di maggio, sono sempre state cattive». Iñurrategi, dal canto suo, ha aggiunto che «si tratta di una delle vie più belle degli Ottomila e non escludiamo di tornare per ritentarla». Più o meno le stesse parole di Zabalza: «Il pilastro ovest, per noi, è una via irresistibile. Vogliamo tornare, sperando di avere un po più di fortuna».
IL COREANO PARK YOUNG-SEOK, OTTAVO SALITORE DI TUTTI GLI OTTOMILA, REALIZZA IL SOGNO CHE CULLAVA DA ANNI
Molti dettagli mancano ancora. La notizia, comunque, è che il 20 maggio 2009 il coreano Park Young-Seok, ottavo salitore di tutti gli Ottomila (ha completato la collezione il 22 luglio 2001), ha raggiunto per la terza volta la vetta dell'Everest (8848 m) realizzando l'obiettivo che inseguiva da quasi vent'anni con tre tentativi a vuoto: scalare la parete sud-ovest della più alta montagna del pianeta. La spedizione coreana, in azione dal 19 marzo scorso, ha forzato il settore sinistro della muraglia, raggiungendo la cresta sud-ovest (salita dagli sloveni nel 1979) a circa 7700 metri. La nuova linea, in pratica, si svolge a destra di quella degli americani del 1963 (che, una volta in cresta, proseguirono sulla parete nord: il loro vero obiettivo) e a sinistra sia di quella russa del 1982 (impresa diretta da Evgeny Tamm, conclusa con ben 11 alpinisti in vetta) sia di quella britannica del 1975 nel settore centrale del versante (spedizione diretta da Chris Bonington: in cima arrivarono Dougal Haston e Doug Scott e poi Pete Boardman, lo Sherpa Pertemba e probabilmente Mick Burke, scomparso in discesa). Non sappiamo se Park Young-Seok abbia toccato la vetta da solo o con uno o più compagni.
Il primo faccia a faccia dell'alpinista coreano con la Sud-ovest dell'Everest risale al 1991, nell'ambito di una spedizione capitanata da Lee Kang-Oh che si spinse molto in alto (oltre quota 8300) lungo la via britannica. Due anni dopo, nel 1993, la squadra coreana (sette alpinisti) era guidata da Lee Jong-Ryang. La spedizione salì sulla parete sud-ovest (probabilmente ancora lungo la via britannica) fino a 8450 metri e quindi, dopo la caduta mortale di Nam Wan-Oo, ripiegò sulla via normale per la quale, il 16 maggio, Park Young-Seok, An Jin-Seob, Kim Tae-Kon e uno Sherpa toccarono la cima. Un secondo incidente, durante la discesa, costò la vita ad An Jin-Seob. Ed eccoci al 2007: Park Young-Seok decide di rimettere le mani sulla Sud-ovest tentando una via nuova (www.intotherocks.splinder.com/post/12186789) ma anche questa volta la sorte non gli è propizia. Una caduta non lascia infatti speranze ai suoi compagni Oh Hee-Joon (che aveva già salito 10 Ottomila) e Lee Hyun-Jo, entrambi precipitati dalla cresta sud-ovest quando, il 17 maggio, si trovavano a 8250 metri di quota (www.intotherocks.splinder.com/post/12302941). Storia finita? Non per “Mr. Park” che, tornato determinatissimo al cospetto del Chomolungma, è riuscito a concludere una lunghissima (e dolorosa) odissea.
Sopra: la parte superiore della parete sud-ovest dell'Everest (www.achievement.org)
EL CAPITAN: UELI STECK, IN VACANZA NEGLI STATES CON LA MOGLIE NICOLE, SALE IN LIBERA A VISTA (TRANNE UN TIRO “FACILE”) LA LINEA RISOLTA NEL 2000 DAI FRATELLI ALEX E THOMAS HUBER
Ueli Steck (nella foto, di Daniel Mader) è andato in ferie: due mesi di vacanza negli Usa con la moglie Nicole (sono sposati da poco). La coppia tornerà in Svizzera il 5 giugno perché soltanto due giorni dopo il nostro eroe dovrà ricominciare a lavorare: partirà infatti per il Pakistan per mettere a punto la sua prossima “vera” spedizione, che si annuncia degna di lui. Steck – per dirla in breve – vuole infatti aprire in solitaria una via di alto contenuto tecnico su un Ottomila nepalese. Ma torniamo alla vacanza. Come dite? Chiedete perché ne parliamo? Molto semplice: perché nei giorni scorsi, con la brava consorte impegnata ad assicurarlo, Ueli ha salito in libera, tutta a vista tranne un tiro (un vero peccato, come capiremo tra poco) la lunghissima Golden Gate su El Capitan: 41 lunghezze di corda, in buona parte condivise con la Salathé e con El Corazón, risolte nell'ottobre 2000 dai fratelli Alexander e Thomas Huber. Golden Gate presenta un tiro chiave di 5.13b (8a), due tiri di 5.13a (7c+) e cinque di 5.12 (ossia tra il 7a+ e il 7c). Steck, che ha naturalmente condotto tutta la scalata (durata quattro giorni) issando il saccone ad ogni sosta, non è però stato tradito da uno di questi ossi duri. Il maledetto errore è arrivato lungo la sottile fessura - un relativamente semplice 5.11c (6c+) - pochi metri sopra la cima dell'El Cap Spire (e quindi ancora lungo la Salathé, appena prima di lasciarla piegando a destra), dove la roccia era bagnata e ha giocato un poco gradito scherzetto al determinatissimo elvetico. Che, in ogni caso, ha concluso la sua avventura soddisfatto, visto che da tempo sognava di salire El Capitan in questo modo: non soltanto in libera ma anche in bello stile, in continuità, senza tentare e ritentare le lunghezze chiave. Da notare che, dopo il successo degli Huber, nella primavera 2003 Golden Gate è stata scalata in libera dal giapponese Yuji Hirayama (che puntava alla salita onsight ma è caduto tre volte) e poi il 3 giugno 2007, in 20 ore, da Tommy Caldwell. Anche al fuoriclasse americano, come Steck accompagnato dalla moglie (Beth Rodden), è però sfuggita l'impresa a vista, annullata da due cadute. Detto questo, vista l'esperienza su El Capitan di Hirayama e Caldwell, la prestazione del recordman dell'Eiger (ma anche del Cervino e, soprattutto, delle Grandes Jorasses: www.intotherocks.splinder.com/post/19625988 e www.intotherocks.splinder.com/post/19513546) appare ancora più rilevante.
I VETERANI, INVECE, SONO ARRIVATI IN VETTA PER LA VIA NORMALE
Niente da fare sulla parete sud del Pumori (7161 m) per i giovani di Krasnoyarsk: Evgeny Belyaev, Igor Loginov, Anton Pugovkin e Vladimir Starov, che nei giorni scorsi sono giunti a circa 200 metri dalla vetta, hanno dovuto rinunciare al loro sogno, cacciati in basso dal maltempo e del conseguente rischio di valanghe. Il Pumori ha comunque ceduto ai veterani della stessa spedizione (annunciata qui: www.intotherocks.splinder.com/post/20362177): i “vecchietti” - Vladimir Karataev, Evgeny Bakaleinikov, Nickolay Smetanin, Valery Kohanov, Alexey Paskhin, Alexey Klimin e Dmitry Pulinets – che il 18 maggio, nonostante la neve profonda, hanno raggiunto la cima per la via normale.
La squadra russa, giunta a Kathmandu il 18 aprile, otto giorni dopo ha piazzato il campo base a quota 5180 e ha immediatamente cominciato l'acclimatazione lungo la via normale dello stesso Pumori. Il 28 aprile il gruppo si è spostato a quota 5700 e il giorno seguente Belyaev, Loginov, Paskhin, Klimin e Pulinets hanno guadagnato altri 500 metri (trovando poca neve e molti crepacci, che hanno rallentato la progressione). Verso metà maggio (il 13 o il 14) il quartetto che puntava alla parete sud ha cominciato la scalata e il giorno 16 - dopo aver piegato a sinistra verso la cresta sud-ovest (salita dai giapponesi nel 1974), in quanto mantenersi al centro del versante sarebbe stato troppo pericoloso – dal bivacco a quota 6500 è scattato l'attacco alla vetta. Col maltempo, tuttavia, non c'è stato nulla da fare. Ieri, 20 maggio, il gruppo al completo si trovava a Tyangboche e martedì 26 rientrerà in Russia.
Nella foto qui sopra (www.stolby.ru), il Pumori con la parete sud (illuminata), la cresta sud-ovest e la parete ovest (in ombra, a sinistra)
Attenzione: il tracciato della via di Denis Urubko e Boris Dedeshko sulla parete sud-est del Cho Oyu, come appare nella foto pubblicata nel post del 18 maggio, è in parte sbagliato. Ecco quindi, direttamente dal sito www.russianclimb.com, una dettagliata immagine con l'itinerario effettivamente seguito dai due kazaki che oltre quota 7600, al posto di continuare direttamente verso la vetta, hanno piegato a destra verso lo sperone salito dai polacchi nel 1985 (le due vie, da 8000 metri in poi, coincidono). Nella foto sono riportati anche i punti dei bivacchi di Denis e Boris che in salita (7-11 maggio 2009) hanno passato le notti a 6000, 6600, 7100 e 7600 metri mentre in discesa, lungo la stessa via, si sono fermati a quota 7600, 7100 e 6600.

IN CINQUE GIORNI, IN STILE ALPINO, I DUE RUSSI HANNO FIRMATO UNA VIA DI 1000 METRI, DI ALTO LIVELLO TECNICO, SUL PILASTRO SUD DEL PEAK 6134 (DAXUE SHAN, SICHUAN, CINA)

L'obiettivo iniziale, è vero, era un altro: la spettacolare parete sud-est del Mount Edgar (o E-Gongga, 6618 m, www.intotherocks.splinder.com/post/20362177). Tuttavia, una volta nel Daxue Shan (Sichuan, Cina) Alexander Ruchkin (a lato, a sinistra) e Mikhail Mikhailov (a lato, a destra) sono rimasti colpiti dal roccioso pilastro meridionale di una cima inviolata e senza nome, quotata 6134 metri, a nord-ovest del Mount Edgar, e non hanno resistito alla tentazione. La scalata, all'insegna dell'alto livello tecnico e dello stile alpino, si è svolta tra il 9 e il 13 maggio 2009, con un bivacco alla base della montagna, quattro sul pilastro e uno in cima. Da lì, il 14 maggio, Ruchkin e Mikhailov sono tornati sul ghiacciaio per la parete sud-ovest, su terreno misto e neve (foto qui sotto: in rosso la via di salita, in verde la discesa, in blu i bivacchi).

Giunti in Cina il 19 aprile, tre giorni dopo i due fuoriclasse russi erano già al campo base a 3150 metri, non immaginando che nelle settimane seguenti le condizioni meteorologiche si sarebbero mantenute costantemente cattive. Il 23 aprile ecco quindi una puntata a quota 3850, nella nebbia, e poi lo snervante leitmotiv: maltempo e ancora maltempo. Il 3 maggio Alexander e Mikhail hanno deciso di cambiare obiettivo, decisi a giocare le proprie carte nonostante l'inclemenza del cielo. Il giorno dopo, sempre in compagnia della pioggia e della nebbia, si sono spinti a 4200 metri e il 5 e il 6 maggio, con la visibilità ridotta praticamente a zero, hanno continuato la loro marcia verso la base della “nuova” montagna. Il 7 maggio ecco il miracolo: Ruchkin e compagno, al risveglio, si sono ritrovati sopra un mare di nuvole accorgendosi, tra le altre cose, che nelle vicinanze vagava un leopardo delle nevi. L'8 maggio, raggiunto il plateau alla base della montagna a quota 5100, i due alpinisti hanno potuto finalmente studiare da vicino il loro pilastro (caratterizzato da un potente zoccolo iniziale e da un muro superiore estremamente ripido) e nei cinque giorni successivi (a quanto pare sfruttando per bene il “corredo” per l'arrampicata artificiale) hanno realizzato il loro sogno, all'insegna dell'esplorazione e del bello stile: una splendida scalata che, a prima vista, ci sembra paragonabile a quella del 2007 sulla parete sud-est del Kyzyl Asker (5842 m, Tien Shan), riuscita a Ruchkin e Mikhailov (che domani torneranno in Russia) insieme al mitico Alexander Odintsov (www.intotherocks.splinder.com/post/14487549).

In partenza per la grande avventura (notare le calzature...)

Dopo la nebbia, la pioggia e la neve ecco il sole e il cielo blu. Così la scalata, finalmente, può cominciare

Avanti tutta: lo zoccolo, in verità non troppo facile, ormai è fatto

Hotel cinque stelle nel Daxue Shan...

Non manca nemmeno la prima colazione in camera...

L'arsenale dei russi (made in Usa...) per la scalata artificiale
Foto: Alexander Ruchkin e Mikhail Mikhailov (www.mountain.ru)
IMPRESA SUL CHO OYU: VIA NUOVA IN STILE ALPINO SULLA PARETE SUD-EST, CON BORIS DEDESHKO, E QUATTORDICESIMO OTTOMILA IN BACHECA
La notizia, che ha già fatto il giro del mondo, in sintesi sta tutta qui sopra. I dettagli, però, per ora non sono molti: sappiamo soltanto che Urubko e Dedeshko - già autori, con Gennady Durov, di una via da favola sull'Eight Women Climbers Peak (6110 m, Tien Shan, www.intotherocks.splinder.com/post/18312023) - hanno attaccato il 7 maggio, sono stati sorpresi dalla tempesta (durata 15 ore) a quota 7600 e sono giunti in cima l'11 maggio. La discesa, che ha richiesto tre giorni (due dei quali senza mangiare), è stata effettuata per la via appena aperta, che si svolge a sinistra delle due già esistenti sulla parete: quella austriaca del 1978 e quella polacca del 1985 (www.intotherocks.splinder.com/post/20485889). Per Urubko, a due mesi dal successo invernale sul Makalu (8463 m) con Simone Moro (www.intotherocks.splinder.com/post/19801019), il Cho Oyu (8201 m) rappresenta l'ultimo pezzo della sua personale collezione di Ottomila, completata in soli 8 anni, 11 mesi e 352 giorni senza mai utilizzare l'ossigeno supplementare e scalando due volte il Broad Peak, il Manaslu e il Makalu. Per cui gli Ottomila di Denis, in realtà, sono 17, con tre vie nuove in stile alpino (parete sud-ovest del Broad Peak nel 2005, parete nord-est del Manaslu nel 2006, parete sud-est del Cho Oyu nel 2009), una ripetizione di alto livello (spigolo nord-ovest del K2 nel 2007), una prima invernale (Makalu nel 2009) e una salita in velocità (Gasherbrum II nel 2001). Insomma: Denis, nato il 29 luglio 1973 a Nevinnomissk, nel Caucaso settentrionale, dal 1993 protagonista di uno straordinario crescendo dalle montagne dell'ex Unione Sovietica all'Himalaya, ha voluto dare alla sua “collezione” un tocco di assoluta qualità. Non si è accontentato di raggiungere le vette, non si è curato di fare in fretta (anche se, dati alla mano, è facile notare che soltanto Jerzy Kukuczka e i coreani Park Young-Seok e Han Wang-Yong hanno impiegato meno tempo di lui) e alla fine non ci sembra azzardato scrivere che, nel suo caso, la conclusione della serie degli Ottomila sia da considerare come una semplice conseguenza del suo modo di praticare l'alpinismo, della sua visione dell'avventura in montagna.
Sopra: il settore sinistro della parete sud-est del Cho Oyu, dove si svolge la via di Urubko e Dedeshko

Nella foto aerea, di Simone Moro, la parete sud-est del Cho Oyu con le vie (da sinistra): Urubko-Dedeshko (2009), polacca (1985) e Koblmüller-Furtner (1978)

Effetti dell'alta quota: Denis Urubko (a sinistra) e Boris Dedeshko
Foto: www.russianclimb.com
INTEGRITÀ. «Il mio zaino non è solo carico di materiali e di viveri: dentro vi sono la mia educazione, i miei affetti, i miei ricordi, il mio carattere, la mia solitudine. In montagna non porto il meglio di me stesso: porto tutto me stesso, nel bene e nel male».
K2 (1979). «A quel punto chiesi di poter fare un tentativo da solo, perché a me la vetta per la vetta non interessava [...]. Ma ormai ero segnato: avevo avuto il coraggio di sollevare obiezioni sulla decisione del capo. Alcuni malintesi sul mio apporto alla spedizione favorirono la scarsa considerazione che Messner si formò nei miei riguardi [...]. Prima di questa spedizione pensavo che il mio alpinismo avesse qualcosa in comune con il suo, invece in comune lui ed io non abbiamo assolutamente niente».
ALPINISTI. «Gli alpinisti sono individualisti per natura; tenerli assieme costa fatica. Spesso sono assieme solo per fare una certa salita, non perché assieme stiano bene [...]. Spesso non c'è chiarezza, quasi mai c'è amore».
ALPINISMO. «Se si accetta la regola fondamentale di salire in modo semplice e pulito, senza barare con se stessi e senza imbrigliare con chilometri di corde fisse la montagna, le difficoltà, le preoccupazioni per il tempo che può cambiare da un momento all'altro, i dubbi di essere sulla via giusta e l'angoscia di una ritirata non sempre possibile arrivano pian piano a stemperarsi in una grande e appassionata partita con l'ignoto; una partita che trascende la dimensione normale dell'esistenza e rende l'arrampicata degna della più grande avventura umana, quella che ha affascinato gli uomini fin dai primi giorni della storia».
McKINLEY. «Da alcuni giorni comincia a profilarsi il volto di una realtà nuova, fatta di contenuti psichici, di sensazioni sconosciute, di paura. Proprio negli attimi di maggiore impegno, nelle ore passate a lottare per superare i passaggi più ostili, inizio ad avvertire un'entità strana alla mia destra. Qualcosa che non riesco a mettere perfettamente a fuoco. Qualcosa di indefinibile, che diventa sensazione percettiva solo negli attimi di più intensa concentrazione. È una sensazione di forte disagio ma anche di paura. Con me, proprio al mio fianco, procede qualcosa del tutto sconosciuto alla mia mente, del tutto nuovo, opprimente e soffocante».
GRANDES JORASSES. «È la settima notte consecutiva che passo sulle Grandes Jorasses. La via mi ha richiesto un impegno totale, fisico e psichico. Ma proprio questo impegno totale è in grado di creare un mio coinvolgimento pieno, dandomi soddisfazioni ed emozioni che mi è difficile descrivere».
Citazioni tratte dal volume Goretta e Renato Casarotto. Una vita tra le montagne di Goretta Traverso (De Agostini, Novara 1996)