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NEW YORK 26/12/08
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A CURA DI CARLO CACCIA >> REDAZIONE redazione@intraisass.it >> LECCO-VICENZA ITALY
MONTE BIANCO (4807 m), PARETE DELLA BRENVA, VIA DELLA PERA (1933)
PREMESSA – Le grandi vie e il loro protagonisti: il nostro “libro d'oro” dell'alpinismo è “tutto” qui. E ritorna oggi, dopo molti mesi di assenza, lasciando le Dolomiti della Cassin sulla Cima Ovest di Lavaredo (www.intotherocks.splinder.com/post/12349441) e del diedro Livanos-Gabriel sulla Cima Su Alto (www.intotherocks.splinder.com/post/13939602) per portarvi nelle Alpi Occidentali e, per la precisione, sulla parete della Brenva (si vedano le foto sotto) del Monte Bianco. L'itinerario sotto la lente, questa volta, è la Via della Pera: una salita consigliabile ai nemici, d'accordo, ma pur sempre un capolavoro della storia dell'alpinismo.
LA VIA – Con la Via della Pera, il 5 agosto 1933, Thomas Graham Brown (1882-1965, nella foto, www.nls.uk) concluse magistralmente, a 51 anni, il suo “trittico” sulla parete est del Monte Bianco. Scozzese, professore universitario di fisiologia e alpinista per diletto nel segno della migliore tradizione del mountaineering britannico, il nostro aveva cominciato la serie nei primi due giorni di settembre del 1927, salendo con Francis Sidney Smythe la Sentinella Rossa (in blu nella foto sotto). Undici mesi dopo, tra il 6 e il 7 agosto 1928, con lo stesso compagno si spostò leggermente più a sinistra - dall'altra parte del pericolosissimo canale sceso con gli sci nel 1978 da Tone Valeruz e salito l'anno seguente, in inverno, da Akiko e Mitsunori Shigi – e concluse la bella Major (in fucsia nella foto). Nel 1933, con le guide Alexander Graven e Alfred Aufdenblatten, Graham Brown tornò in quel regno selvaggio e dopo aver messo a segno la seconda ripetizione della Major (26 luglio), pochi giorni dopo firmò finalmente la Via della Pera (in rosso nella foto). «Le ho attribuito il nome in italiano perché la via conduce direttamente alla sommità italiana»: così il suo autore, poi “tradito” da coloro che ad un certo punto hanno cominciato, sbagliando (e anche noi siamo caduti nell'errore...), a parlare di Poire. Detto questo: Gino Buscaini, nella guida Monte Bianco I della collana “Guida dei Monti d'Italia” del Cai-Tci, definisce la Pera «via grandiosa su terreno misto», spiegando «che percorre una cresta poco marcata nel settore più severo del versante Brenva». Aggiunge poi che la via «nella parte centrale supera una conformazione rocciosa alta c. 270 m dalla forma di una pera, sui cui fianchi
incombono due immani seracchi strapiombanti dello spessore di almeno 100 m (foto sotto, ndr). La via è estremamente esposta alla caduta di ghiaccio, dal Col Moore (3525 m, dove cominciano i 600 metri di paurosa traversata dell'intera parete per raggiungere l'attacco vero e proprio, ndr) fino a metà della Pera stessa (il cui vertice è quotato 4196 m, ndr)». In termini più chiari: la Via della Pera, che supera un dislivello di 1300 metri con difficoltà su roccia, spesso innevata, di IV grado, è estremamente rischiosa e oggi (ma non solo) giustamente lasciata in disparte anche da gente piuttosto in gamba. «Nessuno, visti i pericoli oggettivi che presenta, ormai la ripete più – ci diceva forse esagerando un po' Patrick Gabarrou -. Meglio la Nord del Grand Pilier d'Angle, con vie più belle e relativamente sicure: un paradiso per la piolet traction». E del tutto simile era il pensiero di Gaston Rébuffat, che nel classicissimo Il massiccio del Monte Bianco. Le 100 più belle ascensioni (Zanichelli, Bologna 1974), piazzava come novantesima proposta la Major, definendola senza mezzi termini «la più bella via sul versante della Brenva del Monte Bianco» e limitandosi a citare la Pera come «più dura e molto pericolosa».
I NOMI E LE DATE - 1ª. Thomas Graham Brown, Alexander Graven e Alfred Aufdenblatten, 5 agosto 1933; 2ª. Robert Gréloz e André Roch, 24 luglio 1937 (con una variante, a sinistra della via dei primi salitori, lungo la parte superiore della Pera); 3ª. Pierre Bonnant e Loulou Boulaz, 31 luglio 1949 (prima femminile); 4ª. M. Coutin, Pierre Julien e A. Richermoz, 29 giugno 1950; 5ª. R. Merle con le guide André Contamine, Jean Franco, G. Robino e i portatori Marcel Davaille e C. Gaudin, 28 luglio 1951 (in tre cordate); 6ª. R. Aubert e René Dittert, J. Asper e A. Tissières, 30 luglio 1951 (in due cordate); 7ª. J. Carswell, I.G. Charleson, C.S. Tilly e André Roch, 31 luglio 1951 (seconda salita personale per Roch); 8ª. J. Marshall, G. Richtie, A. Wilkinson e G. Naught-Davis, 13 agosto 1953; 9ª. G. Nicol e A. Wrangham, agosto 1953 (negli stessi giorni la cordata ha compiuto anche la 21ª ascensione della Major). Ricordiamo quindi la prima solitaria, splendido successo di Carlo Mauri del 13 settembre 1959 (mentre Walter Bonatti faceva lo stesso sulla Major, per le parole di Mauri: www.intotherocks.splinder.com/post/12437115); la prima invernale, riuscita ad Alessio Ollier, Attilio Ollier e Franco Salluard tra l'8 e il 9 febbraio 1965 e infine la prima solitaria invernale, realizzata nel marzo 1976 dal già menzionato giapponese Mitsunori Shigi (a cui nel febbraio 1975, in solitaria, era riuscita la prima invernale della Major).
OSSERVAZIONI – Lasciando ad una prossima volta la lista delle prime ripetizioni della Major, diciamo subito che alcuni dei menzionati salitori della Pera si erano già (o si sarebbero presto) cimentati con successo con la “sorella”. Si tratta, oltre che di Graham Brown e compagni, di André Roch (sulla Major il 6 agosto 1937, pochi giorni dopo la Pera), R. Aubert e René Dittert (25 luglio 1938, 13 anni prima della Pera), Jean Franco (28 giugno 1947, 4 anni prima della Pera), J. Asper (22 luglio 1953, 2 anni dopo la Pera) e, come già segnalato, G. Nicol e A. Wrangham (19 agosto 1953, pochi giorni prima o dopo la Pera). Aggiungiamo che alla fine del 1937 la Pera contava 2 salite contro le 6 della Major e che alla fine del 1949 il rapporto era di 3 contro 15. Nel 1950, in questo singolare confronto, la Pera guadagnò un punticino (4 contro 15) e fece lo stesso nel 1951, con 3 ripetizioni contro le 2 della Major (totale 7 a 17). Nel 1952 entrambe le vie non videro nessun successo ma nel 1953, viste le due ripetizioni della Pera e le quattro della Major, quest'ultima recuperò il terreno perduto e il bilancio delle salite, con l'accoppiata di Nicol e Wrangham, si portò a 9 contro 21. Un'ultima cosa: bastano i cognomi dei primi ripetitori, tra cui non ne troviamo neppure uno italiano, per spiegare come la Pera sia diventata in fretta la Poire...

La selvaggia magia della Brenva. Tutte le foto della parete sono di Antonio Giani
NELLE SCORSE SETTIMANE, NONOSTANTE IL TEMPO NON OTTIMALE, IL GRUPPO GUIDATO DA VLADIMIR MOGILA HA REALIZZATO UNA NOTEVOLE SERIE DI SALITE SULLE GRANDI PARETI GRANITICHE DELLA REGIONE DI KARAVSHIN (PAMIR-ALAI, KIRGHIZISTAN)
C'erano una volta i campeggi: al Monte Bianco, in Dolomiti... Si andava in compagnia, si piazzava il “campo base” e, tempo permettendo, si scalava a più non posso. Vladimir Mogila e compagni ucraini, nelle scorse settimane, hanno fatto qualcosa del genere, trasferendosi nella regione di Karavshin (Pamir-Alai, Kirghizistan sudoccidentale, nei pressi del confine con il Tagikistan) per arrampicare a tempo pieno su quelle splendide cime granitiche, caratterizzate da muraglie altissime, assai ripide e compatte. E nonostante il tempo non proprio ottimale, i nostri protagonisti hanno realizzato una serie di salite davvero impressionante. Il primo successo è arrivato il 9 luglio 2009, quando E. Poltavets e V. Sipavin hanno messo in bacheca la Gorbenko (6A nella scala russa ossia ED in quella occidentale, la via è stata aperta nel 1986) sulla parete nord-ovest del Pik Asan (4230 m), che si innalza per 900 metri nella Kara-su Valley. Il 10 luglio, sulla stessa parete, le forti M. Kopteva e A. Yasinskaya hanno concluso la Moros (6A, 1986) mentre il 12 luglio, sul Pik Ortotyubek (o Central Pyramid, 3850 m) che si innalza all'ingresso della Ak-su Valley, M. Perevalov, D. Papshev, A. Trifil'cev e M. Polyakov hanno salito la Lebedev (5B ossia TD+/ED-). Il 15 luglio, sempre nella Ak-su Valley ma sulla famosa Russian Tower (o Pik Slesov, 4240 m), gli esperti A. Lavrinenko, T. Tsushko e A. Khomenko hanno firmato una via nuova valutandola 6B (ED+/EX). Ma torniamo sulla
parete nord-ovest dell'Asan dove il 17 luglio, mentre M. Kopteva, A. Trifil'cev e M. Polyakov terminavano la loro ripetizione della classica Alperien (5B, 1986) all'estrema destra della muraglia, dall'altra parte (ossia all'estrema sinistra) il quartetto formato da V. Mogila, V. Klebansky, M. Prevalov e D. Papshev faceva sua la Pogorelov (6A, 1986). Infine il 18 luglio, sempre sulla grande parete dell'Asan, E. Poltavets e A. Yasinskaya hanno fatto loro la Timofeev: una via aperta nel 1988 a destra della verticale della vetta, inizialmente piuttosto frequentata e valutata 6B (fino al 1993), poi svalutata a 6A (offre comunque difficoltà di 7a e A3...) e di conseguenza diventata meno ambita. Pare poi che Mogila e compagni abbiano adocchiato due nuove possibilità di grande impegno (6B?) sul monolitico Pik 4810: una coppia di scalate in vista di un secondo tentativo, dopo il fallimento del 2007, sulla parete sud del Peak P3 del Simnang Himal (www.intotherocks.splinder.com/post/11634361, www.intotherocks.splinder.com/post/12318252 e www.intotherocks.splinder.com/post/12422173).
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In alto, il Pik Asan con la sua ripida parete nord-ovest (a destra della vetta). Alle spalle dell'Asan, a sinistra, incombe la cupa mole del Pik 4810 (foto di Artur Magiera, www.wspinanie.pl). Qui sopra, il Pik Ortotyubek (www.old.risk.ru). Sotto, la Russian Tower o Pik Slesov (www.old.risk.ru)

DOPO LA RINUNCIA SUL PILASTRO OVEST DEL MAKALU, IL TERZETTO BASCO TORNERÀ IN HIMALAYA A FINE AGOSTO PER RITENTARE LA PARETE NORD DELL'EVEREST IN STILE ALPINO
Salire la parete nord dell'Everest in stile alpino: uno dei sogni di Alberto Iñurrategi che ci ha già provato nel 2006, con Juan Vallejo e Ferran Latorre, arrivando a quota 8450. Ma Alberto (nato nel 1968) è una testa dura e ha deciso di ritentare: a fine agosto, con lo stesso Vallejo (1970) e Mikel Zabalza (1970), ossia ricomponendo la piccola squadra che nei mesi scorsi ha messo le mani con poca fortuna sul difficile pilastro ovest del Makalu (www.intotherocks.splinder.com/post/20624091), tornerà in Himalaya per cimentarsi di nuovo sul Tetto del Mondo, lungo la linea aperta nel 1980 da una spedizione giapponese guidata da Hideki Miyashita (in vetta, il 10 maggio, giunsero Takashi Ozaki e Tsuneo Shigehiro) e superata per l'ultima volta nel lontano 1991. Si tratta dell'itinerario ideale nel settore destro della parete nord, che nella parte superiore coincide con l'evidente Hornbein Couloir risolto nel 1963 dagli americani Thomas Hornbein e William Unsoeld (che lo raggiunsero dal versante ovest). I giapponesi passarono a suon di campi (5), bombole d'ossigeno e corde fisse (un serpentone ininterrotto dalla base della parete, a quota 6000, fino a quota 8450) ma tra il 30 e il 31 agosto 1986, in occasione della prima ripetizione della via, Erhard Loretan e Jean Troillet dimostrarono che anche lassù un altro stile era possibile: i due fuoriclasse svizzeri, per un buon tratto insieme al francese Pierre Béghin, liquidarono la questione slegati, con il materiale ridotto al minimo, firmando uno dei maggiori exploit della storia alpinistica dell'Everest. Dopo di loro, nel 1991, il successo è toccato agli Sherpa Gyalbu e Mingma Norbu
(in vetta il 15 maggio) e infine, nell'ambito della stessa spedizione, allo svedese Lars Cronlund (in vetta il 20 maggio). Da allora nessuno ha più avuto ragione di quella via che, tirando le somme (operazione assai facile...), figura nella bacheca di soli 7 alpinisti: una frazione minuscola degli oltre 4000 salitori del Chomolungma (di cui, ricordiamo, neppure 140 hanno toccato la vetta per vie diverse dalle due normali). L'obiettivo di Iñurrategi e compagni, che si propongono come detto di salire nel migliore stile alpino (che sull'Everest, anche lungo le vie “alternative”, risulta essere una rarissima eccezione), è dunque di prim'ordine: un modo per dimostrare che anche a quota 8848 è ancora possibile vivere dell'autentico alpinismo, per il quale non basta la rinuncia all'ossigeno supplementare. In ogni caso ci sembra importante sottolineare che sia Alberto Iñurrategi sia Juan Vallejo figurano nella brevissima lista degli alpinisti baschi riusciti a salire il Tetto del Mondo senza l'aiuto delle bombole: un “elenco” che oltre a loro comprende Félix Iñurrategi – il fratello di Alberto, scomparso esattamente nove anni fa, il 28 luglio 2000, scendendo dal Gasherbrum II, il suo dodicesimo Ottomila – e il veterano Juanito Oiarzabal – il sesto alpinista a completare la collezione dei 14 colossi e tanto appassionato da ripetersi sull'Everest, sul K2, sul Kangchenjunga, sul Makalu, sul Cho Oyu (3 volte) e sui due Gasherbrum.
In alto: la parete nord dell'Everest con la Via dei Giapponesi-Hornbein Couloir (arch. Iñurrategi). Qui sopra, da sinistra: Juan Vallejo, Mikel Zabalza e Alberto Iñurrategi (arch. Iñurrategi). Sotto: veduta complessiva della parete nord dell'Everest con la stessa via (www.mountain360.wordpress.com)

Ieri, 26 luglio 2009, con il successo sul Gasherbrum I (8068 m, Karakorum), il finlandese Veikka Gustafsson (nella foto, www.mountainfilm.com), classe 1968, è diventato il diciassettesimo salitore di tutti i 14 Ottomila. Di più: Gustafsson, che è arrivato in cima al GI con il giapponese Kazuya Hiraide - tra i vincitori all'ultima edizione dei Piolets d'or (post del 26 aprile 2009) -, ha tagliato il traguardo alla maniera di Messner, Loretan, Oiarzabal, Iñurrategi, Viesturs, Mondinelli, Vallejo e Urubko, riuscendo a toccare tutte le vette senza usare l'ossigeno supplementare. La “collezione” di Gustafsson, in verità, era cominciata nel 1993 sull'Everest all'insegna delle bombole tuttavia, dopo aver salito il Dhaulagiri (1993), il K2 (1994), il Lhotse e il Makalu (1994), nel 1997 il finlandese è tornato a quota 8848 by fear means, ripetendo l'exploit nel 2004 dopo i successi sul Manaslu e ancora sul Dhaulagiri (1999) e poi sullo Shisha Pangma e sul Nanga Parbat (2001). Il resto della serie, prima del colpo finale, è arrivato nel 2005 (Cho Oyu e Annapurna), 2006 (Kangchenjunga) e 2008 (Gasherbrum II e Broad Peak con Kazuya Hiraide e Hirotaka Takeuchi).
La notizia del quattordicesimo Ottomila di Gustafsson ci offre lo spunto per andare a rivedere la lista ufficiale di coloro che sono riusciti a raggiungere il medesimo risultato: un elenco che, quest'anno, si è già allungato tre volte. Al primo posto, ovviamente, troviamo l'italiano Reinhold Messner (collezione completata il 16 ottobre 1986). Seguono: 2. Jerzy Kukuczka (polacco, 18 settembre 1987), 3. Erhard Loretan (svizzero, 5 ottobre 1995), 4. Carlos Carsolio (messicano, 12 maggio 1996), 5. Krzysztof Wielicki (polacco, 1° settembre 1996), 6. Juanito Oiarzabal (spagnolo, 29 aprile 1999), 7. Sergio Martini (italiano, 19 maggio 2000), 8. Young-Seok Park (sudcoreano, 22 luglio 2001), 9. Hong-Gil Hum (sudcoreano, 21 settembre 2001), 10. Alberto Iñurrategi (spagnolo, 16 maggio 2002), 11. Wang-Yong Han (sudcoreano, 15 luglio 2003), 12. Edmund Viesturs (statunitense, 12 maggio 2005), 13. Silvio Mondinelli (italiano, 12 luglio 2007), 14. Iván Vallejo (ecuadoriano, 1° maggio 2008), 15. Denis Urubko (kazako, 11 maggio 2009), 16. Ralf Dujmovits (tedesco, 20 maggio 2009) e, come detto, 17. Veikka Gustafsson (finlandese, 26 luglio 2009).
Ricordiamo che tra gli attuali 12 salitori di 13 Ottomila figurano anche l'italiano Fausto De Stefani e il britannico Alan Hinkes che, pur sostenendo di aver salito tutte le vette, risultano ufficialmente “mancanti” rispettivamente del Lhotse e del Cho Oyu. Interessante notare, infine, che ai tibetani Cering Doje, Bianba Zaxi e Luoze - tutti a quota 13 colossi dal 12 luglio 2007 (quando, insieme, misero in bacheca il Gasherbrum I) e tutti salitori dell'anticima (8030 m) del Broad Peak - resta da toccare proprio la cima principale (8047 m) di quest'ultima montagna.
ENNESIMO FALLIMENTO SULLA CRESTA NORD DEL LATOK I (7145 m): COLIN HALEY, JOSH WHARTON E DYLAN JOHNSON FERMATI A QUOTA 5830. MA GLI ASSALTI AL GRAN PROBLEMA DEL KARAKORUM CONTINUANO: LA PALLA È GIÀ PASSATA AGLI SPAGNOLI ÁLVARO NOVELLÓN E ÓSCAR PÉREZ

A casa anche loro, con le pive nel sacco. La cresta nord del Latok I (7145 m, Karakorum), tentata e ritentata (www.intotherocks.splinder.com/post/20631852), nelle scorse settimane ha trattato male anche Colin Haley, Josh Wharton e Dylan Johnson, costringendoli alla resa a quota 5830 dopo mille e passa metri di scalata (che su quella montagna sembrano davvero poca cosa: vedi la foto sopra) e quindi a neppure a metà dell'opera.
Il terzetto, in compagnia di Erinn Kelly (la ragazza di Josh, destinata ad attendere al campo base) ha lasciato gli States il 9 giugno e pochi giorni dopo ha raggiunto il Choktoi Glacier (immediatamente a est del Biafo Glacier, da cui lo separa proprio il gruppo dei Latok) piazzando le tende a quota 4560, ai piedi del gran problema. La marcia sul ghiacciaio, a detta dei locali innevato come non accadeva dal 1976, è filata nel migliore del modi ma tutta quella neve, sulla cresta, sarebbe passata dalla parte del nemico, rendendo impossibile la vita a Haley e compagni. I nostri eroi hanno cominciato l'acclimatamento con un bivacco a quota 5000, su una cresta appena sopra il campo base. È seguita una puntata di tre giorni a 5700 metri, per la precisione al colle tra l'Ogre (7285 m) e l'Ogre II (6960 m), alla ricerca nel nascondiglio del materiale usato da Colin durante il suo tentativo dello scorso anno, con il canadese Maxime Turgeon, al pilastro sud-est dello stesso Ogre. E per finire ecco la salita dell'High Sister (5800 m) seguita da un paio di notti su un plateau glaciale a quota 5850.
L'attacco al Latok I è così scattato l'8 luglio 2009, a mezzanotte, con le previsioni che davano tre giorni di bello. Colin, Josh e Dylan, con tre zaini da 15 chili, hanno puntato al fianco sinistro (est) della cresta, pensando di raggiungere il filo dello sperone attorno a quota 6000 e quindi oltre la sezione inferiore caratterizzata da imponenti cornici e funghi di ghiaccio. Con l'alba il gioco si è fatto duro: Colin ha risolto 250 metri di ghiaccio di fusione (WI 3 e 4), raggiungendo un ripido pendio nevoso a quota 5450. La palla è quindi passata a Johnson, che ha guidato la cordata fino a 5750 metri. Lì, purtroppo, ecco la sorpresa: la soluzione individuata dal basso era impraticabile (troppo difficile) e soltanto un breve tiro di misto e un'ardua lunghezza di neve inconsolidata (la specialità di Haley, per fortuna), hanno permesso al terzetto di raggiungere la cresta per bivaccare a quota 5830. Discussione: cosa fare? Continuare lungo il filo? Impossibile: troppe cornici e torri di ghiaccio. Proseguire sul fianco ovest? Stessa risposta: Josh, nel 2008, aveva fatto un giro proprio da quelle parti e aveva verificato senza ombra di dubbio che lì la musica non era per niente orecchiabile... Conclusione: vista la velocità della cordata (non da Formula 1), le difficoltà in vista e le possibilità (too slim) di arrivare in cima, non restava altro da fare che buttare le doppie (per il versante nord-ovest).
Tutto finito? Nossignori: Colin e compagni, sulla via del ritorno, hanno incontrato Álvaro Novellón (www.intotherocks.splinder.com/post/19860273 e www.intotherocks.splinder.com/post/19953888) e Óscar Pérez. Dove stavano andando quei due spagnoli dal folto pelo sullo stomaco? Naturale: alla cresta nord del Latok I di cui, per forza di cose (nel bene o nel male), dovremo presto riparlare.
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Nelle foto (arch. Colin Haley, www.colinhaley.blogspot.com), dall'alto: il Latok I dal Choktoi Glacier con il tentativo (fino a quota 5830) di Haley, Wharton e Johnson; Dylan Johnson in azione a circa 5400 metri; la cresta nord del Latok I, caratterizzata da paurose cornici, con la tendina del bivacco - tra l'8 e il 9 luglio 2009 - dei nostri tre protagonisti
DENT BLANCHE: PATRICK GABARROU TORNA ALLE ORIGINI CON L'ENNESIMA VIA NUOVA
Tutto è cominciato lassù, sulla cresta sud della Dent Blanche (4356 m): la splendida cima della Val d'Hérens, a due passi dal Cervino. Era il 1969 e un ragazzo di diciotto anni, Patrick Gabarrou, saliva con gli occhi spalancati: quelli della prima scalata, luccicanti di gioia e di meraviglia. Patrick aveva scoperto quel mondo tre anni prima, in biblioteca, sui libri di Gaston Rébuffat: quei volumi, con le loro indimenticabili fotografie, avevano acceso in lui il desiderio dei grandi spazi e dell'avventura. Così in quel momento, durante quei quindici giorni di vacanza nel Vallese per lui importantissimi, Patrick si stava rendendo conto che l'alta quota era davvero il regno dei suoi sogni, come lo aveva sempre immaginato. Oggi i suoi occhi sono gli stessi di una volta: il suo sguardo, di fronte alle montagne, si accende allo stesso modo e il suo spirito, che cerca la bellezza, non ha perso nulla dell'entusiasmo degli inizi. È stato proprio Patrick, quando lo abbiamo intervistato per Uomini e pareti 2, a confermarcelo: «Seguo i miei sogni, niente di più, e la passione è sempre la stessa. Ho mille impegni e poco tempo per le mie salite. Così ho sempre voglia di andare, di fare, come se fossi ancora un ragazzino».
Da quarant'anni Patrick Gabarrou è un faro dell'alpinismo e saperlo di nuovo in alto, impegnato ad aprire una via nuova con un compagno molto più giovane di lui, fa stare bene e non deve stupire nessuno. Quante sono le sue prime ascensioni? Non lo sa neppure lui. L'ultima, comunque, è stata
un ritorno alle origini, visto che si svolge sulla Dent Blanche e per la precisione sui 1000 metri della sua parete nord-est: quella cupa muraglia di ghiaccio e rocce salita per la prima volta tra il 26 e il 27 agosto 1932 da Karl Schneider e Franz Singer e che Michel Vaucher, che l'aveva superata per una linea diretta dal 10 al 12 luglio 1966 in compagnia della moglie Yvette, paragonò alla Nord del Cervino. Quarant'anni fa, alle prime armi, Patrick si era divertito al sole, sulla via normale che presenta difficoltà di II e III grado: la scorsa settimana, con la classe e l'esperienza del superveterano, ha scelto le ombre e il confronto con l'ambiente più selvaggio. Con lui, a formare una cordata inedita ma a quanto pare subito affiatata, che è andata avanti nonostante il gran freddo, il giovane Simon Deniel. Ecco: per ora questo è tutto, con la promessa che se nei prossimi giorni riusciremo a fermare per qualche minuto le pèlerin des cimes, l'inarrestabile Gab, non vi faremo mancare ulteriori dettagli.
In alto: Patrick Gabarrou, sempre felice di arrampicare (arch. Gabarrou). Qui sopra: la parete nord della Dent Blanche
CON I SUOI 7611 METRI, IL COLOSSO DEL BATURA MUZTAGH (KARAKORUM) È LA 38ª MONTAGNA PIÙ ALTA DEL MONDO. SCALATO PER LA PRIMA VOLTA ESATTAMENTE 35 ANNI FA, IL 21 LUGLIO 1974, CONTA IN TUTTO SOLTANTO DUE SALITE

A Chalt, a nord di Gilgit (1500 m), la Karakorum Highway fa un gran gomito e piega nettamente verso est. Avanti, allora, lasciandoci alle spalle la Bar Valley che porta al Baltar Glacier con i Batura, il Bekka Brakai Chhok e il Karim Sar (www.intotherocks.splinder.com/post/20970983). Ora alla nostra destra, a sud, si innalza il prodigioso Rakaposhi. A una trentina di chilometri da Chalt ecco Karimabad o Baltit (2500 m), dove il fiume Hispar confluisce nell'Hunza: se volessimo vedere - non chiediamo di più - cime come il Kunyang Chhish Est e il Pumari Chhish Sud, che negli ultimi anni sono finite nel mirino di gente del calibro di Raphael Slawinski (mandato da queste parti da Janusz Kurczab), Steve House, Vince Anderson, Valery Babanov, Christian Trommsdorff e Yannick Graziani, a questo punto dovremmo abbandonare la Karakorum Highway e dirigerci a sud-est verso lo smisurato Hispar Glacier. Ma sarà per un'altra volta: ora dobbiamo continuare, per altri 40 chilometri, lungo la valle dell'Hunza. Soltanto una volta arrivati a Passu, ormai a quota 3000 (e appena prima dello sbocco della valle del Batura Glacier in quella che abbiamo risalito), abbandoniamo la Karakorum Highway e quindi l'idea di raggiungere il passo Khunjerab (4693 m) oltre cui si stende l'immensa Cina, e ci inoltriamo nella valle del Passu Glacier per percorrerla quasi tutta, verso ovest, fino a trovarci al cospetto del vastissimo (e molto ripido) versante nordorientale (nella foto sopra la parte superiore della parete, www.summitpost.org) del magnifico Shispare: quel colosso del Batura Muztagh, nel Karakorum occidentale (si trova una ventina di chilometri a sud-est dei Batura), che con i suoi 7611 metri è la 38ª montagna più alta del pianeta.
Ma perché siamo venuti a fargli visita proprio oggi? Semplice: perché esattamente 35 anni fa, il 21 luglio 1974, lo Shispare è stato salito per la prima volta. Autori della notevole impresa, per un poderoso pilastro rivolto a nord (e il cui attacco, sul Passu Glacier, si trova a circa 6 chilometri dalla vetta) e poi per la cresta est (che, in realtà, nella parte superiore scende verso sud-est e in quella inferiore piega a nord-est), i membri di un'insolita spedizione polacco-tedesca guidata da un personaggio che abbiamo volutamente nominato poco fa: Janusz Kurczab, il “consigliere” di Raphael Slawinski (che, lo ricordiamo, vive in Canada ma è nato a Varsavia). La squadra di Kurczab, polacco classe 1937, era composta dai suoi connazionali Leszek Cichy, MirosÅ‚aw Dabrabowski, Marek Grochowski, Jan Holnicki-Szulc, Piotr Kintopf (medico), Ryszard Marcjoniak, Andrzej MÅ‚ynarczyk, Maciej Piatkowski e Jacek Poreba. C'erano inoltre i tedeschi (ex Germania Ovest) Martin Albanus, Hubert Bleicher, Heinz Borchers e Herbert Oberhofen. Il 16 giugno il gruppo raggiunse il villaggio di Passu a bordo di un camion (la Karakorum Highway era ancora in fase di realizzazione), il 28 giugno fu piazzato il campo base (nei pressi di una morena del Passu Glacier) e due giorni dopo fu la volta del campo 1 (a quota 4800, sulla parte inferiore del pilastro iniziale). Da lì la situazione divenne subito assai complicata. Il pilastro presentava infatti grandi difficoltà tecniche su roccia e ghiaccio, che imposero un continuo uso delle corde fisse, e soltanto l'8 luglio - dopo una tragedia sfiorata: Borchers scivolò per 500 metri cavandosela con ferite leggere – gli alpinisti riuscirono ad attrezzare il campo 2 (5700 m, ormai nei pressi della cresta). Il giorno successivo fu finalmente raggiunto il crinale (che divide il Passu Glacier a nord dal Ghulkin Glacier a sud) e il 10 luglio anche il campo 3 (6250 m, sulla cresta) divenne realtà. Da lì, dove a quanto pare terminavano le corde fisse, sarebbe partito l'attacco alla vetta (in verità ancora molto distante). L'avventura entrò così nelle sue fasi cruciali il 20 luglio, quando Kurczab, Bleicher, Cichy, Grochowski, Holnicki-Szulc, MÅ‚ynarczyk, Oberhofer e Poreba, lasciato il campo 3, cavalcarono la cresta ghiacciata superando due cime secondarie di circa 6400 metri e arrivarono a quota 6750 dove si fermarono a bivaccare. Il 21 luglio, raggiunto il plateau tra lo Shispare e il Peak 7090, situato lungo il crinale che prosegue a sud verso il Bojohaghur Duanasir (7329 m) e l'Ultar Sar (7388 m) dall'incredibile pilastro sud-ovest, la squadra si divise: Kurczab, da solo, raggiunse in prima ascensione assoluta proprio il Peak 7090 ribattezzato Ghenta Peak, mentre gli altri, superando un pendio di neve in buone condizioni a 45°, alle 18.30 calcarono finalmente la vetta dello Shispare. La grande festa era tuttavia destinata a durare poco: Albanus e Borchers, impegnati in un secondo tentativo alla cima, furono investiti da una valanga mentre si trovavano poco sopra il campo 2 e per Borchers, spinto in un crepaccio, questa volta non ci fu nulla da fare.

Nella foto qui sopra, scattata da Katsumoto Seko e tratta dall'American Alpine Journal (1995, p. 295), il Passu Glacier e il versante nord-est dello Shispare con la lunghissima via per il pilastro e la cresta est (l'unico itinerario esistente sulla montagna). Il tracciato, in corrispondenza della parte inferiore del pilastro, è soltanto indicativo
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La storia alpinistica dello Shispare ha poi visto due tentativi: il primo nel 1985 da parte degli spagnoli José Luis Zuloaga e Kike de Pablos (che si cimentarono lungo la via dei primi salitori ma furono costretti alla ritirata dopo aver bivaccato a 5500 metri) e il secondo nel 1989 da parte dei giapponesi Masato Okamoto (leader), Kenichi Masui, Yasuyuki Uehara, Tatsuya Ohmura, Takayuki Tachibana e Yetetsu Adachi. Anche loro tentarono la via del 1974, piazzando il campo 1 il 18 giugno, faticando per ben 12 giorni prima di attrezzare il campo 2 (5600 m) e arrivando al luogo del campo 3 (6100 m) il 12 luglio. Quindi il tempo peggiorò e le operazioni, già piuttosto lente, subirono una brusca frenata: una parete di ghiaccio a 6300 metri richiese una settimana di fatica e soltanto il 29 luglio, dopo la partenza di Masui, Uehara e Tachibana, fu piazzato il campo 4 (6450 m). Okamoto e compagni, mancando il tempo per attrezzare il campo 5 sul plateau tra lo Shispare e il Ghenta Peak, decisero di tentare l'assalto alla vetta dal campo 4 e l'8 agosto si spinsero fino a quota 7200 ma uno strato di 60 centimetri di neve inconsistente, dopo quasi due mesi di assedio, pose fine a tutti i sogni.
Lo Shispare si lasciò salire per la seconda (e fino a questo momento ultima) volta soltanto nel 1994. Protagonista sulla montagna, per l'ennesima volta lungo la via del 1974, ancora un gruppo di alpinisti del Sol Levante: Yukiteru Masui (leader), Seiji Watanabe, Tsuyoshi Ozawa, Hitoshi Kokubu, Naoki Satoh e Katsumoto Seko. Dal campo base, piazzato il 18 giugno a quota 4100, la squadra risalì lo sperone fino a quota 4800 e lì, il 25 giugno, attrezzò il campo 1. Il 7 luglio, a suon di corde fisse, fu la volta del campo 2 (5750 m) e il 13 luglio anche il campo 3 (6300 m) era pronto. Il 18 luglio la spedizione raggiunse il plateau tra lo Shispare e il Ghenta Peak, attrezzò il campo 4 (6800 m) e due giorni dopo, in 10 ore, superò gli ultimi 800 metri: alle 13 del 20 luglio 1994, a vent'anni meno un giorno dal successo della squadra di Kurczab, i giapponesi Masui, Kokubu e Ozawa firmarono la seconda ascensione (nello stesso stile della prima...) dello Shispare.
Sabato 18 luglio 2009, nel pomeriggio (ora locale), l'alpinista italiana Cristina Castagna è precipitata senza speranza in un crepaccio lungo la via normale del Broad Peak (8047 m, Karakorum). Le informazioni sull'accaduto sono ancora frammentarie. Secondo quanto riporta Il Giornale di Vicenza (www.ilgiornaledivicenza.it), Cristina e il suo compagno, l'esperto Giampaolo Casarotto, classe 1956, si trovavano ancora piuttosto in alto sulla montagna, in discesa dopo aver raggiunto la vetta. «L'avevo davanti a me a una decina di metri quando è scivolata – ha spiegato Casarotto al telefono satellitare -. Stavamo scendendo dal campo 4 quando Cristina è come inciampata. Ha sbattuto contro alcune rocce, poi è precipitata in un crepaccio. Quando l'ho raggiunta purtroppo era già morta. Non mi sono rimaste che le lacrime».
Vicentina, nata il 23 dicembre 1977, infermiera di professione con la montagna nel cuore, Cristina Castagna era soprannominata El Grio (il grillo) e negli ultimi anni, dopo la salita dell'Aconcagua (6962 m), aveva raggiunto più volte la vetta di un Ottomila, cominciando le sue spedizioni himalayane con un tentativo all'Everest (8848 m): sul Chomolungma – era il 2003, pochi mesi dopo il successo sull'Aconcagua – è riuscita a raggiungere quota 7800 lungo la via normale tibetana. Nel 2004 l'obiettivo era lo Shisha Pangma (8027 m), dove Cristina è arrivata sulla cima centrale (8008 m) e nel 2005 è stata la volta del Gasherbrum II (8035 m), salito il 21 luglio con Mario Vielmo e Gerlinde Kaltenbrunner. Da notare che sul GII, esattamente vent'anni prima (11 luglio 1985), Goretta Traverso era diventata la prima donna italiana ad aver scalato un Ottomila (con suo marito Renato Casarotto). Nel 2006 Cristina ha tentato il Lhotse (8516 m) toccando quota 8100 mentre nel 2007, per la precisione il 29 aprile, ha coronato il suo sogno sul Dhaulagiri (8167 m), raggiungendone la vetta con l'amico Giampaolo Casarotto. L'11 maggio 2008 è stato quindi il giorno del Makalu (8463 m), con Cristina – che immediatamente dopo il Broad Peak avrebbe voluto cimentarsi sul Gasherbrum I (8068 m) – prima donna italiana in vetta al “Grande nero”. Nel suo sito Internet (www.elgrio.net), da cui abbiamo tratto il ritratto pubblicato sopra, Cristina si presentava come «lettrice accanita» e aggiungeva: «Non ho la tv e così le sere in cui sono a casa le passo immersa nelle più svariate letture. Mi piace scrivere poesie, versi che scrivo anche su un lenzuolo bianco al campo base nella speranza che il vento le trasporti in giro per il mondo... Sono un Acchiappasogni mani troppo fragili e Cuore troppo lento. Sulla Cima di un 8000 c'è il Silenzio. Un Silenzio che lascia spazio solo al battito del Cuore, al respiro affannoso, a te stesso. Il Mondo è troppo rumoroso, sono una ricercatrice del Silenzio».
UN ALPINISTA E LE SUE VIE A QUINDICI ANNI DALLA SUA TRAGICA SCOMPARSA
«Per chi si interessa di uomini e di montagne, il 17 luglio 1994 è un giorno da ricordare con tanta tristezza e profonda nostalgia per la scomparsa di Graziano Maffei, alpinista roveretano accademico del CAI, punta di diamante di un alpinismo ideale, senza confini. Il fortissimo Feo è caduto banalmente in un crepaccio alla corte della Regina delle Dolomiti, la “sua” Marmolada, dopo averne salito la via “Don Chisciotte” sulla parete sud». Così Armando Aste, che subito dopo aggiunge: «Nel firmamento alpinistico si è spenta una stella di prima grandezza. Graziano era un caparbio perfezionista, un entusiasta contagioso, affascinato dalla bellezza che sapeva scorgere ovunque, nelle piccole cose più semplici come nelle espressioni più grandiose ed esaltanti della natura». A queste righe fanno eco quelle di Dante Colli e Marco Furlani, che sul “Bollettino” della Sat, nel 2004, scrivevano che Maffei «aveva un viso lieto e onesto, capace di trasmettere una gioia d'altri tempi. Magnificava i luoghi meno noti, quelli di una bellezza più semplice, più modesta, più povera». Per Aste era «un uomo sempre alla ricerca di un allargamento di confini, posseduto dal bisogno di andare oltre. Grandissimo alpinista dallo stile inconfondibile, fine cesellatore di vie di eccezionale ardimento e di suprema eleganza, dolomitista per eccellenza, che non teme confronti. Un atleta formidabile. Aveva 54 anni (era nato nel 1939 a Rovereto, ndr) e, allenatissimo, arrampicava ancora ai massimi livelli». In altre parole, e ritorniamo a Colli e Furlani, «era un puro che rispondeva tranquillamente con le sue imprese, aperte anche in artificiale, al prorompere irruente del nuovo verbo dell'arrampicata libera, ripresentata come criterio innovatore e paradigma». Ancora Furlani, in un brano pubblicato nel volume Una cordata per il cielo (Manfrini Editori, 1996) che ricorda Graziano e suo figlio Claudio, incredibilmente scomparso poche settimane dopo il padre, non esita a parlare di «un mito, una leggenda, un gigante dell'alpinismo italiano. Sconosciuto al grande pubblico, ma lui era fatto così, di una modestia esagerata: quando si parlava di montagna si metteva sempre in seconda fila, esaltando le salite ed i meriti altrui, proprio lui che in alpinismo non aveva rivali. Nei primi anni '60, con l'amico Mariano Frizzera, costituì una delle cordate italiane più forti in assoluto: insieme in centinaia di ripetizioni estreme, rubando il tempo al lavoro e sfruttando i fine settimana». E tra le tante avventure dei due “fratelli di croda”, l'uno il compagno per eccellenza dell'altro, qualche lettore ricorderà forse quella lungo il diedro della Cima Su Alto, raccontata dallo stesso Mariano in un brano da non perdere, che vi abbiamo proposto qualche mese fa (www.intotherocks.splinder.com/post/19775799).
«Ma la testimonianza più tangibile di Feo in montagna – riprendiamo Furlani ed entriamo nel cuore del discorso – sono le vie nuove che ha aperto sulle più belle cime dolomitiche: Sass Maor, Sassolungo, Catinaccio, Civetta, Vallaccia, Marmolada». Una collezione di scalate di gran classe, da poco riscoperte o ancora da riscoprire, realizzata in compagnia di Frizzera, certo, ma anche di Marino Stenico, Paolo Leoni, Giuliano Stenghel, Antonio Bernard e Franco Filippi. Vie delle quali Furlani sottolinea «l'estetica meravigliosa, la logica e le grandi difficoltà. Essendo io uno dei pochi ripetitori di molti dei suoi itinerari, posso affermare con certezza che Feo aveva già superato il muro del VII grado già fra gli anni '60 e '70». Furlani, ad esempio, ha firmato con Lino Celva la prima ripetizione della Karol Wojtyla sul Pilastro Lindo della parete sud-ovest della Marmolada: una linea tostissima, di quasi 800 metri di sviluppo, risolta trent'anni fa, dal 6 al 10 settembre 1979, da Maffei e Frizzera. Maurizio Giordani, nella sua ultima guida dedicata alla Regina delle Dolomiti (Edizioni Versante Sud, 2007), parla di 6b e A4, precisando che si tratta di una salita «particolarmente impegnativa dove la roccia, sempre solida, permette una scalata di altissimo livello». Ma cosa significa “particolarmente impegnativa”? Furlani, raccontandoci della sua esperienza, è stato lapidario: «La Karol Wojtyla è nettamente più dura del Pesce». Da quelle parti sono poi arrivati Claudio Moretto e Rosy Buffa che in due giorni, nell'estate 2003, hanno messo a segno la seconda ripetizione del capolavoro che per Claudio resta «indimenticabile, all'insegna di un asfissiante impegno mentale. I gradi, in verità, dicono tutto e niente di una linea che non dà tregua, di un monumento al suo stesso autore che lassù rivive, fortissimo e sempre sorridente».
L'anno dopo, sempre sulla Marmolada, è finita sotto i riflettori la leggendaria Via della Cattedrale: quel poderoso itinerario con cui Maffei e Paolo Leoni, tra il 23 e il 27 luglio 1983 (senza dimenticare la variante diretta finale risolta tra il 12 e il 13 agosto 1985 dagli stessi con Frizzera), hanno raggiunto in stile magistrale la vetta della Canna d'organo. A riportare agli onori della cronaca quella via, dopo l'epica invernale (prima ripetizione) di Mauro Fronza e Renzo Corona, ci ha pensato tra il 9 e il 10 agosto 2004 il talento Pietro Dal Pra che, con gli amici Michele Guerrini e Lorenzo Nadali, è riuscito a risolvere in libera quelle 21 lunghezze. Dal Pra, dopo il suo exploit, spiegava che «la Cattedrale è una via straordinaria, senza paragoni. Ottocento e passa metri di difficoltà estreme saliti senza bucare la roccia: credo sia il capolavoro di Maffei e compagni, che a suo tempo dichiararono difficoltà di VI+ e A4. Ma l’impressione è che quei tre, con gli scarponi ai piedi, lungo quella via abbiano “mangiato” non poco VII grado». Da notare che in completa arrampicata libera la Via della Cattedrale tocca l'8a+.
Dalla Marmolada al Sassolungo dove, neppure due mesi dopo il successo di Dal Pra (precisamente il 29 settembre 2004), Ivo Rabanser (grande estimatore del Feo) e Stefan Comploi hanno rischiato il bivacco lungo i 200 metri della via Alfredino Rampi che a 23 anni abbondanti dalla prima ascensione (Maffei, Frizzera e Leoni, 4-5 luglio 1981) attendeva ancora i primi ripetitori. Lo scenario della Alfredino Rampi, dedicata a quel bimbo di Frascati precipitato in un pozzo da cui nessuno fu assurdamente in grado di estrarlo, è la parete sud dell'anticima meridionale del Dente: un muro giallo dove Graziano e soci incontrarono – così dice la loro relazione – VI+ in abbondanza e assaggi di A2, lasciando 31 chiodi e 2 cunei. Ivo, dopo la prima ripetizione, raccontava di «una via da prendere molto sul serio. Durante la scalata, una volta giunti ad un muro giallo schiodato, notando un solo misero anellino che sbucava dalla roccia parecchi metri più in alto, io e Stefan abbiamo pensato seriamente alla possibilità di un bivacco. Le vie di Graziano Maffei sono pane per le nuove generazioni: sono il futuro, ma scritto più di vent'anni fa». Ancora Rabanser, nella “guida raccontata” Vie e vicende in Dolomiti, scritta a quattro mani con Orietta Bonaldo (Edizioni Versante Sud, 2005) parla di Graziano come di «un personaggio del tutto anomalo, presenza costante ma discreta, senza clamore o divismi di sorta». E insieme a Frizzera e Leoni era irresistibile, capace di progredire in parete con «un sistema collaudato da innumerevoli ascensioni compiute insieme». Di che si tratta? Risposta: «Una combinazione fra arrampicata libera di alto livello e tecnica artificiale, senza però eccedere nell'uso dei chiodi e senza forare la roccia, possibilmente». In più il terzetto non aveva mai fretta: nessun problema se per completare un itinerario occorreva passare diversi giorni a tu per tu col vuoto. Il segreto di una simile resistenza? Spiega Ivo: «Ci si attrezza del necessario per trascorrere una vacanza in parete. Quello che conta è stare in montagna, centellinando ogni istante di queste straordinarie avventure».
L'attività creativa del Feo, come abbiamo lasciato annunciare a Furlani, non si è però “limitata” alla Marmolada e al Sassolungo. Cerchiamo allora, prima di concludere, di fare un po' d'ordine e di compilare un elenco cronologico delle sue prime ascensioni (tutte nelle Dolomiti), certamente utile per cogliere la grandezza del personaggio. Un'annotazione: i gradi indicati nella lista, salvo pochissime eccezioni, sono quelli dichiarati dai primi salitori, per cui (per non farsi male...) vanno presi con le pinze.
1. Torre Vallaccia (2514 m, Vallaccia), parete nord, via Maffei-Frizzera (600 m, VI+ e A3), con Mariano Frizzera, dal 29 giugno al 2 luglio 1971; 2. Cima dell'Amicizia (per il Pilastro Zeni, la Torre Augusta e la Punta Cristina, Vallaccia), via Maffei-Frizzera (600 m, VI+ e A3), con Mariano Frizzera, 25-29 maggio 1974; 3. Piramide Armani (2400 m, Vallaccia), via Maffei-Stenico (450 m, VI), con Marino Stenico, 21-23 luglio 1974; 4. Torre di Mezzaluna (2628 m, Vallaccia), parete nord-ovest, Via dei bambini (400 m, VI+ e A2), con Mariano Frizzera, 23-24 giugno 1975; 5. Piramide Armani, Piramide Lovisi e Piramide Delmonego (Vallaccia), traversata per la Via delle Piramidi (500 m, V+), con Giuliano Stenghel, giugno 1976; 6. Cima dell'Amicizia (Vallaccia), Via della dorsale (600 m, VI+ e A3), con Antonio Bernard, luglio 1976; 7. Torre Vallaccia (2514 m, Vallaccia), parete nord, via Maffei-Bernard (600 m, VI), con Antonio Bernard, luglio 1977; 8. Torre Innerkofler (3098 m, Sassolungo), parete sud, Via del calice (500 m, VI+), con Giuliano Stenghel, 1-2 settembre 1977; 9. Piramide Delmonego (Vallaccia), Via diretta (450 m, VI+ e A2), con Marino Stenico, 29 luglio 1978; 10. Marmolada (3343 m), parete sud-ovest, via Karol Wojtyla (550 m, VI+ e A4), con Mariano Frizzera, 6-10 settembre 1979; 11. Cima Su Alto (2951 m, Civetta), parete nord-ovest, via Marino Stenico (800 m, VI+ e A4), con Paolo Leoni, 2-5 settembre 1980; 12. Dente del Sassolungo (3001 m), parete sud dell'anticima meridionale, via Alfredino Rampi (200 m, VI+ e A2), con Paolo Leoni e Mariano Frizzera, 4-5 luglio 1981; 13. Punta Tissi (2992 m, Civetta), parete nord-ovest, Via del rifugio (1000 m, VI+ e A4), con Paolo Leoni, 13-16 settembre 1981; 14. Sass Pordoi (2950 m, Sella), Torre Mozza della parete nord-ovest, via Francesco Maffei (500 m, VI+), con Paolo Leoni, 25 giugno 1982; 15. Dente della Torre Vallaccia (Vallaccia), via Marco Franceschini (600 m, VI+ e A4), con Paolo Leoni, 15-16 luglio 1982; 16. Marmolada (3343 m), parete sud-ovest, Via dei quarantenni (650 m, VI+ e A3), con Paolo Leoni e Mariano Frizzera, 5-8 agosto 1982; 17. Sass Maor (2814 m, Pale di San Martino), parete nord-est, via Bruno Crepaz (1000 m, VI+ e A2), con Paolo Leoni, 1-4 settembre 1982; 18. Marmolada (3343 m), parete sud, Via della Cattedrale (850 m, VI+ e A3), con Paolo Leoni, dal 23 al 27 luglio 1983 (variante diretta finale sulla Canna d'organo aperta tra il 12 e il 13 agosto 1985 con Leoni e Mariano Frizzera); 19. Croda di Re Laurino (2819 m, Catinaccio), pilastro sud-ovest, variante d'attacco (200 m, VI) alla Breitenberger, con Paolo Leoni, 21 agosto 1983; 20. Croda di Re Laurino (2819 m, Catinaccio), pilastro ovest-sud-ovest, Via dello spigolo (300 m, VI+ e A4), con Paolo Leoni, 26-27 agosto 1983; 21. Sass dla Crusc (2907 m, Cunturines), parete nord-ovest del Piz dl'Ciaval, Via del chiodo d'argento (500 m, VI+ e A2), con Paolo Leoni, giugno 1984; 22. Pala del Larsè (2730 m, Catinaccio), parete est, via Rosetta (400 m, VI+), con Paolo Leoni, 14 luglio 1984; 23. Torre Ines (Vallaccia), via Maffei-Leoni (VI+ e A4), con Paolo Leoni, settembre 1985; 24. Torre Rita (Vallaccia), via Maffei-Leoni (VI+ e A4), con Paolo Leoni, settembre 1985; 25. Torre di Mezzaluna (2628 m, Vallaccia), parete ovest, Vie dell'arte (400 m, VI+ e A4, la linea si biforca nella parte finale), con Paolo Leoni, settembre 1985; 26. Piramide Armani (2400 m, Vallaccia), via Il canto del cigno (400 m, VI+ e A4), con Paolo Leoni, luglio 1986; 27. Piramide Delmonego (Vallaccia), Via della proboscide (400 m, VI+ e A4), con Paolo Leoni, luglio 1986; 28. Piramide Armani (2400 m, Vallaccia), Via dei cinque muri (400 m, VI+ e A4), con Paolo Leoni, agosto 1986; 29. Marmolada (3343 m), parete sud-ovest, via L'ultimo dei paracadutisti (680 m, VI+ e A4), con Paolo Leoni e Mariano Frizzera, 7-13 agosto 1988; 30. Marmolada (3343 m), parete sud, via L'ultima foglia gialla d'autunno (400 m, VI+ e A4), con Franco Filippi, agosto 1992; 31. Marmolada (3343 m), parete sud, Via del secolo (550 m, VI+ e A3), con Mariano Frizzera e Franco Filippi, 8-13 e 21 agosto 1993.
Nelle immagini, dall'alto: Graziano Maffei nel 1992 durante la prima salita della via L'ultima foglia gialla d'autunno sulla parete sud della Marmolada (foto di Franco Filippi tratta dal volume Una cordata per il cielo); Stefan Comploi, il 29 settembre 2004, durante la prima ripetizione della via Alfredino Rampi sul Dente del Sassolungo (foto di Ivo Rabanser); la parete sud della Marmolada con L'ultima foglia gialla d'autunno (in rosso) e la Via del secolo (in giallo) che, insieme, costituiscono una grandiosa linea di salita verso la cresta sommitale della Regina delle Dolomiti (foto tratta dal volume Una cordata per il cielo)
Aggiorniamo i post di ieri, sul Mount Vancouver e sul Karim Sar, con un'immagine e un paio di cartine.
MOUNT VANCOUVER. Nella foto qui sotto (di Bradford Washburn, tratta dall'American Alpine Journal, 1994, p. 88) il versante meridionale del Mount Vancouver si presenta in tutta la sua imponenza. Basti pensare, per rendersi conto delle dimensioni della montagna, che lo spigolo sud (freccia rossa), salito tra il 13 e il 16 maggio 1993 da William Pilling e Carl Diedrich (e, come ci informa Lindsay Griffin, ripercorso altre due volte), si impenna dal ghiacciaio alla Cima Sud (Good Neighbor Peak, 4785 m, pallino rosso) con un balzo di quasi 2300 metri (il punto verde è a quota 2500). Più a sinistra spicca invece la cresta sud-ovest, lungo cui corre il confine (linea gialla tratteggiata) tra l'Alaska (a destra nella foto) e lo Yukon. La cresta, come abbiamo scritto ieri, è stata risolta nel 1968 dai giapponesi (che la raggiunsero dal Seward Glacier, in territorio canadese) e quindi ripetuta per la prima volta nelle scorse settimane, in stile alpino e con una variante d'attacco (sul fianco alaskano), dai britannici Simon Yates e Paul Schweizer.

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KARIM SAR. La montagna, come detto, si innalza nella zona del Baltar Glacier (Karakorum occidentale), una quindicina di chilometri a sud del Bekka Brakai Chhok. Per raggiungere la parete sud, tuttavia, Patricia Deavoll e Paul Hersey hanno dovuto inoltrarsi nella valle del fiume Shutinbar, in fondo alla quale si trova l'omonimo ghiacciaio e si innalza il Karim Sar. In pratica, risalita la Hunza Valley lungo la Karakorum Highway da Gilgit fino al “gomito” oltre il quale il solco piega a est, chiuso a sud dal poderoso versante settentrionale del Rakaposhi (7788 m), Pat e compagno si sono inoltrati nella Bar Valley (già percorsa nel 2007 e nel 2008 per raggiungere il Bekka Brakai Chhok) ma al posto di continuare fino al Baltar Glacier l'hanno abbandonata dopo soli 3 chilometri, all'altezza di Budalas (o Budelas), immettendosi nella citata valle dello Shutinbar dove hanno piazzato il campo base. Nella cartina qui sotto sono evidenziati: il Karim Sar (6180 m, pallino rosso), la valle dello Shutinbar (freccia rossa), il Baltar Glacier (rami ovest, nord ed est, freccia blu), il Dariyo Sar (6350 m, pallino verde), il Bekka Brakai Chhok (6940 m, pallino blu) e il Batura I (7784, pallino fucsia).

In questa seconda cartina (che presenta alcuni errori e imprecisioni) notiamo la posizione del Karim Sar (pallino rosso) rispetto alla Hunza Valley, evidente per la presenza del fiume. Abbiamo segnato: la Bar Valley (freccia rossa), la valle dello Shutinbar (freccia blu), il Batura I (pallino fucsia) e il Rakaposhi (pallino blu).
