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venerdì, 09 marzo 2007

SPIGOLANDO/2

postato da carlocaccia alle 09:54 in varia

"PERCHÉ L'ALPINISMO"

Eccoci ancora a pescare chissà dove, tra vecchie riviste impolverate... La cronaca incalza, ci sono non poche salite "in lista d'attesa", che aspettano il loro "momento di gloria", e ci perdiamo in queste cose, nel "perché dell'alpinismo": potremmo forse farne a meno, sarebbe meglio dedicarci ad altro? No. Oggi c'è chi si interroga sui premi, chi li condanna senza mezze misure e, come se non bastasse, si scaglia contro gli addetti dell'informazione: che fare? Diciamo (lo abbiamo già detto...) che raccontare l'alpinismo, in questi ultimi anni, è diventato terribilmente difficile, e le ragioni sono molte e diverse. Così di tanto in tanto compare un fantasma strano e si pensa di mollare tutto, di "limitarsi" ad andare in montagna per i fatti propri e di smetterla di divulgare le peripezie altrui (che significa, quasi sempre, lavorare la sera o durante quella che dovrebbe essere la pausa pranzo...). Ecco allora la voglia di tirare il fiato, di sollevarsi per un attimo, come uno scoglio, dal grande fiume delle notizie – anche questo lo abbiamo già detto ma non importa – e di guardarsi attorno. Insomma: una fermata in sosta più lunga del solito, che non si limita alle solite sillabe "vai, vado, hai tutto, dammi quel friend, attento" ma durante la quale ci si scambia anche un pensiero più profondo, più complesso, che va oltre l'azione del momento. Tirare il fiato e riflettere, sì, anche perché l'alpinismo di tanto in tanto gioca degli scherzi terribili, disumani, e allora ci si domanda: perché? Una risposta l'abbiamo trovata, ancora una volta, tra gli interventi di una tavola rotonda in quel di Trento – era il 1965 – il cui tema era proprio "Perché l'alpinismo". Pierre Mazeaud (nella foto sotto), quel giorno, parlò a lungo, finendo per occupare due pagine intere, quattro colonne di parole fitte fitte, sulla Rivista mensile del Club alpino italiano (1967). Chiudiamo allora questa settimana, aperta nel silenzio, con una sintesi del suo intervento.

Pierre Mazeaud«Il quesito si pone purtroppo, per noi alpinisti, dopo ogni dramma, specialmente quando perdiamo uno dei nostri. Perché il sacrificio della sua vita? Devo proseguire? Perché? Quand'erano in vita, i nostri amici si erano chiesti la medesima cosa. E nello stesso modo che essi hanno continuato l'alpinismo, sappiamo benissimo che anche noi continueremo. Tuttavia lo spettatore, colui che non partecipa ma si interessa, si è posto questa domanda non soltanto dopo dei drammi ma anche quando si parla di grandi successi alpinistici. Ciò mi induce a rilevare che al quesito "perché l'alpinismo" si possono dare due risposte: una sul piano soggettivo, l'altra oggettiva. I terzi credono che facciamo della montagna per questa o quella ragione ma tutti sono d'accordo nel pensare: l'inutilità. Ora noi, intendo l'insieme di noi alpinisti, abbiamo le nostre ragioni. Perché io stesso pratico l'alpinismo? 1) Per me l'alpinismo è uno sport, certamente complesso, che riserva delle gioie sconosciute altrove. Però, non illudiamoci: esiste anche una certa felicità, che conosce il corridore dei 400 metri, che noi ignoriamo sempre. Dunque pratico l'alpinismo per conservarmi fisicamente, mediante un esercizio difficile e duro, per mettere alla prova la macchina umana, esigendo da essa il massimo. 2) L'alpinismo è un piacere. In montagna si sta bene. Siamo in un altro mondo, all'età della pietra. Ed è un piacere che si può trovare nel dolore, nella sofferenza. Piacere nella facilità, un passaggio gradevole, come nella difficoltà e nello sforzo. 3) Il gusto del rischio. Pur avendo paura di morire, in montagna sono comunque più vicino alla morte. Senza pretesa alcuna, è la fede della montagna. E non nascondo che mi riavvicino a Dio: sono cristiano. 4) In montagna realizzo me stesso. Sento che nell'attività alpinistica mi rivelo a me stesso, interamente, sul piano fisico, intellettuale, morale, anche religioso, perché certi drammi mi hanno riavvicinato a Dio. 5) Il gusto della natura. In montagna nulla si ripete: lo spettacolo è sempre diverso, un paesaggio che si rifà. 6) Il gusto dell'avventura, che non è legato solo alla scoperta della via nuova: ricerca e scoperta si rinnovano ad ogni ascensione. È in questo che la montagna è scuola di vita. 7) Infine, per terminare la mia confessione: ragione dominante, le amicizie. Ho bisogno di amici: uomini spogli come me, con le mie stesse passioni, le mie stesse reazioni, i miei stessi complessi. Ho sete di tale amicizia, soffro quando essa mi è strappata dalla morte. Resta la risposta alla seconda parte del quesito: come giustificarsi di fronte agli spettatori di questa nostra passione comune ed identica. 1) Innanzitutto a proposito delle gesta da noi compiute. Nonostante le amplificazioni, le nostre imprese devono sempre apparire alla scala umana. L'impresa è utile non per noi ma in sé. Si tratta di un test, di una prova, come il muro dei 10 secondi sui 100 metri. 2) In quanto al dramma: perché sacrificare la vita? Esiste giustificazione della morte dell'alpinista? Ai funerali di Lionel Terray, Lucien Devies ha precisato che la vera giustificazione è il valore umano. Con la semplicità l'alpinista può salvare molte cose. La montagna è la sua ragione di sperare, la sua riuscita è la speranza di tutti gli altri. La giustificazione: precisamente i nostri morti, che sono degli esempi, che lasciano, ognuno a modo suo, un messaggio alla scala umana. Quelli che se ne sono andati lo sanno perfettamente che li si giudica: eroi insopportabili, che il pubblico giudica a torto. La nostra passione è più forte di tutto. E noi, i vivi, abbiamo dunque questo messaggio da completare, dato che dobbiamo farne scoprire il lato umano e semplice. L'alpinista scala le montagne per se stesso e per gli altri: e non sarà affatto eroe di leggenda, ma semplicemente eroe di verità».

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