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venerdì, 26 ottobre 2007

“MY CLIMBS IN THE ALPS AND CAUCASUS”

postato da carlocaccia alle 10:58 in frammenti di storia

Si intitola così, come noto, l'autobiografia alpinistica di Albert Frederick Mummery (1856-1895): un libro che ha 112 anni ma non li dimostra. Gian Piero Motti, nella sua Storia dell'alpinismo (1977), lo definì «sempre fresco e attuale», un'opera che «si rilegge sempre volentieri, scoprendo ogni volta qualcosa di nuovo». Il Principe, due righe dopo, aggiunge che «davanti alla squallida pianificazione dei giorni nostri, che ormai lascia ben poco spazio all'avventura individuale», la conoscenza delle azioni e dei pensieri di Mummery e compagni «desta un fascino straordinario, unito però ad un senso di malinconia. Forse il segreto di queste imprese e di questi uomini stava proprio nella semplicità estrema con cui essi agivano e pensavano». Ma come venne accolto all'epoca, in Italia, Le mie scalate nelle Alpi e nel Caucaso? Una risposta, interessante, arriva dalle pagine della Rivista mensile del Club alpino italiano sulla quale, nel numero di ottobre del 1895, appena prima della notizia della scomparsa del grande alpinista britannico sul Nanga Parbat, compare una recensione di ben tre pagine e mezza (siglata “G.R.” che sta, verosimilmente, per Guido Rey) del suo libro. La recensione italiana, basata ovviamente sull'edizione originale di My climbs in the Alps and Caucasus (pubblicato nella primavera precedente dall'editore londinese T. Fisher Unwin e tradotto nella nostra lingua, da Adolfo Balliano, soltanto nel 1930), segue di un paio di mesi quella di Clinton Dent sull'Alpine Journal: cinque pagine (uno spazio superiore alla norma) lusinghiere, che si concludono con l'augurio al «signor Mummery» di «scrivere un altro libro altrettanto bello». Il destino, purtroppo, volle diversamente, visto che il 24 agosto 1895, contemporaneamente all'uscita del “pezzo” di Dent, il grande Albert Frederick fu visto per l'ultima volta, con due fidati portatori, diretto ad un colle tra il versante Diamir e il versante Rakhiot del gigante di 8125 metri dell'Himalaya del Punjab. Detto questo, giusto per “incorniciare” la questione, torniamo alla “nostra” domanda e all'annunciata risposta proponendone, viste le sue considerevoli dimensioni, i passi più significativi.

Mummery

«A.F. Mummery: My Climbs in the Alps and Caucasus. - Un elegante volume di pag. 360 con 21 disegni nel testo e 11 tavole in fototipia e fotoincisione. - Londra, T. Fisher Unwin, editore. Or son due mesi ebbi fra le mani questo nuovo libro inglese di alpinismo. Lo apersi con avida curiosità e con l'emozione di chi si aspetta molto dal titolo, e più ancora dal nome dell'autore. Il Mummery è infatti de' più ardimentosi alpinisti d'Europa, e ben io ricordava averne udita vantare l'esperienza ed il valore da S.A. il Duca degli Abruzzi, che lo ebbe per guida nella sua salita al Cervino per il versante di Zmutt, compita lo scorso anno. L'autore, nella breve introduzione, scusatosi di esser caduto vittima anche lui del “furor scribendi” che, un giorno o l'altro, invade ogni alpinista, si affretta a dichiarare che nessun contributo alle scienze e alla topografia, né ad altro ramo di sapere si troverà “sandwiched” frammezzo alle sue storie di rupi e di seracche, di tempo sereno e di burrasche, e indirizza perciò le sue pagine a quelli solamente che con lui considerano l'alpinismo “as unmixed play” il che vuol dire, poco su poco giù, un godimento che basta a se stesso. Alpinismo puro? Chiesi a me stesso come si possa fare tuttora un volume di 360 pagine col semplice racconto di salite alpine, effettuate per la maggior parte in gruppi notissimi di montagne, quali sono il Cervino e il Monte Bianco. Il libro rispose vittoriosamente alla mia domanda. Di queste antiche montagne, tanto conosciute, esso sa rivelarci segreti nuovi, narrandoci esplorazioni originali, imprese sfuggite finora alle ricerche acute di tanti alpinisti, o non osate, e tutte di vera, intrinseca importanza per ciò che ha tratto alle difficoltà, e talora al pericolo superato. E fa meraviglia il trovarsi innanzi, in questi anni che diciamo di penuria, a undici salite o valichi nuovissimi, e fra i più difficili delle nostre Alpi, compiuti fra il 1879 e il 1892, scelti da un vero raffinato. Ma questo libro rivela anche un'altra cosa buona per l'alpinismo, che cioè un vivo e possente interesse può nascere dal puro racconto di imprese alpine, benché questo sia privo di ogni sfoggio di erudizione, e senza ricerca di stile o di effetti, ma fatto con bella naturalezza: un racconto ove i ricordi vengono dettati spontaneamente alla penna dello scrittore dalle forti emozioni provate in momenti seri di lotta, e dalle immagini luminose e profondamente impresse del grande spettacolo della alta montagna [...]. Di [...] trovate piene di “humour” è infiorato il racconto delle avventure del Mummery, e gli imprimono vivacità e varietà. Sembra che il valente e sicuro alpinista ami ridersi delle difficoltà, pur conoscendole: e della balda serenità con cui egli le ha affrontate, resta l'eco fedele nel racconto, ove spesso, nella descrizione d'un passo difficile, agli aggettivi o superlativi consueti, è sostituito il sale dello scherzo [...]. Così anche i particolari prosaici della vita alpina, che il Mummery non disdegna di narrare, riescono a destare interesse, e sorgon fuori gli aneddoti come sprazzi di allegria, e in tutto il libro si sente la vita vissuta e goduta intensamente dell'alta montagna [...]. Non è possibile riassumere il contenuto abbondantissimo di quest'opera [...]. L'ultimo capitolo [...] del suo libro accoglie le sue teorie a proposito di questioni interessantissime, pratiche ed essenzialmente tecniche dell'alpinismo moderno. Ed a quest'ultimo capitolo ci sarebbe da soffermarsi a lungo, perché è come il succo dell'esperienza dell'autore acquisita nelle sue salite; e per quanto alcuni suoi dettami siano molto personali, né possano essere generalizzati, pure sono rispettabili, poiché sono l'espressione di chi ha provato ed è riuscito, e l'ardimento delle conclusioni è giustificato dell'ardimento delle premesse, che stanno nella serie brillantissima delle imprese prima narrate. Questo capitolo vorrebbe essere tradotto da capo a fondo [...]. Evidentemente il Mummery qui e altrove non parla che per e ad alpinisti eccezionalmente esperti e sicuri, e specialmente ad alpinisti senza guide [...]. Il Mummery svolge le sue idee sull'opportunità che la carovana in salite difficili sia composta di due sole persone, contrariamente al parere autorevole di altri che vorrebbe fissato il minimo a tre persone. E, nel pesare i vantaggi e gli svantaggi delle comitive di due o di quelle di più alpinisti, conclude saviamente che il numero dei componenti dev'essere adatto alla natura dell'impresa, e che una regola fissa non si può imporre. Alla principale obbiezione, poi, che si fa alla comitiva di due, cioè che in caso di caduta di uno degli alpinisti in un crepaccio riesca impossibile al compagno di trarnelo fuori, egli incomincia scherzosamente a rispondere che non vede ragione speciale per cui si debba cadere in un crepaccio, incidente non necessario [...]. Dove poi si rivela più intensamente l'indole del Mummery alpinista è nell'opinione sua che non vi sia salita degna di un vero alpinista se non è una nuova salita, nell'elogio continuo che egli fa dell'alpinismo senza guide, e in un cenno breve e circospetto che ci dà dell'alpinismo solitario [...]. Sentite come conclude a questo proposito: “L'alpinista solitario è il migliore elemento per formare una guida, il fatto che un uomo ha acquistato abitudine a salire da solo, significa che la legge della selezione della specie più adatta ha avuto piena ed ampia opportunità di svolgersi e di eliminarlo, nel caso che fosse stato un alpinista disattento od incapace”. Ma in queste conclusioni [...] sarebbe imprudenza seguirlo, come pure non lo seguiremo nel cordiale disprezzo che egli dimostra per gli alpinisti che vanno con guide [...]. Conchiudendo: questo libro, scritto da chi ha acquistato nella tecnica e nell'esperienza del salire i monti il sommo grado che forse fino ad oggi sia stato raggiunto, definisce bene per noi il punto al quale è giunta la tecnica dell'alpinismo moderno; e se a' suoi tempi il libro di Whymper causò una viva emozione fra gli amanti della montagna, questo libro del Mummery segna un altro stadio importante nella storia dell'alpinismo e desta il massimo interesse. È un libro che gli avversari dell'alpinismo potranno a buon diritto chiamare pernicioso. Per fortuna gli avversari non lo leggeranno. Lo leggano gli alpinisti, lo leggano, col dovuto criterio, prima di partire per l'alta montagna: è una scuola superiore di coraggio, di sangue freddo e di giudizio; è uno squillo di tromba che eccita al cimento. E quanti saranno suscettibili all'emozione, all'eccitamento che si sprigiona da quelle pagine, potranno dire dinanzi a quest'opera: “Anch'io sono alpinista!” come quell'artista antico sclamava dinanzi all'opera di un maestro: “Anch'io son pittore!”. Questa, per lo meno, è l'impressione che è rimasta in me dalla lettura del libro del Mummery. G.R.».

Nell'immagine: Albert Frederick Mummery

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