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A CURA DI CARLO CACCIA >> REDAZIONE redazione@intraisass.it >> LECCO-VICENZA ITALY
Oggi, come il 16 novembre scorso, godremo della compagnia di Eugenio Fasana (1886-1972). Cos'ha da raccontarci, questa volta, il grande milanese? Una breve storia, una discussione tra alpinisti pubblicata nel 1934 sulla Rivista del Club alpino italiano: si intitola semplicemente Opinioni e costituisce il secondo pannello di un polittico di parole – Per tutti e per nessuno – che avremo ancora modo di contemplare. Buona lettura.
Incontratisi due alpinisti di opposte tendenze, intavolarono questo dialoghetto alla socratica:
«Credi tu che le bravure e gli acrobatismi siano le più alte manifestazioni dello spirito alpinistico?».
«Per me, io credo che l'alpinismo obbiettivato nella tecnica anziché nell'uomo-alpinista, entra nello stato di pura accademia; per cui le bravure e gli acrobatismi sono le manifestazioni più alte dello spirito alpinistico simboleggiato nelle due moderne trinarchie del chiodo da roccia col moschettone e il martello, e della piccozza con l'arcirampone e il chiodo lungo da ghiaccio. Ma per il vero alpinista, le bravure non rappresentano che un fenomeno esterno e meccanico. Ora un fenomeno è, per il pubblico, il sommo del piacere estetico: sia un uomo che cammini sulla corda o un gorilla che accenda la pipa. Di qui l'ammirazione di molti. Pochi comprendono la bellezza, ma tutti comprendono la difficoltà; e l'ammirazione della folla non è per chi ha concepito la maggiore bellezza, ma per chi ha vinto la difficoltà maggiore».
«Rispettabile opinione la tua: devi convenire però che l'alpinista non si produce per gli altri, non si offre ai plausi della folla, non lavora per la fiera. Così le imprese degli acrobati non sono più paragonabili alle imprese alpinistiche di quel che la smorfia di una scimmia – come dice Bergeret – possa assomigliare al sorriso della Gioconda».
Questa battuta, detta col tono della persona sicura di non sbagliarsi mai, parve urtare un altro interlocutore che disse:
«Vedo che qui, dove si esalta la vita “ascendente”, si parla con spregio dell'acrobata da palcoscenico, mentre anche il suo è gioco superiore, amore di lotta, sfida alla morte; gioco che richiede una somma incredibile di sforzi e di rischi per arrivare al più assoluto dominio dei nervi e dei muscoli, pena la vita. Ora, davanti a uno di questi uomini che cercano il rischio per provare il coraggio, fino alla più completa dedizione di sé, bisogna far silenzio e levarsi il cappello».

Eugenio Fasana in Grignetta. La foto, che risale al 1921, ci è stata gentilmente messa a disposizione dalla signora Colomba Fasana, figlia del grande alpinista e custode delle sue memorie