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NANGA PARBAT, VERSANTE RAKHIOT: ULTIME NOTIZIE DA KARL UNTERKIRCHER, WALTER NONES E SIMON KEHRER
Ama i luoghi selvaggi, il gardenese Karl Unterkircher. Lo ha dimostrato l'anno scorso, cimentandosi con successo sulla parete nord del Gasherbrum II (www.intotherocks.splinder.com/post/13196963) e lo sta dimostrando ancora in queste settimane. Sognava la nord del Gasherbrum I, i cinesi gli hanno sbattuto la porta in faccia e lui è stato bravissimo a trovare un altro obiettivo di prim'ordine, di quelli che gli piacciono tanto: la parete Rakhiot (nord) del Nanga Parbat, il gigante di 8125 metri che consacrò il mito di Hermann Buhl. L'austriaco mingherlino dalla volontà d'acciaio raggiunse la vetta del più occidentale tra gli Ottomila il 3 luglio 1953 – domani l'impresa compirà 55 anni – e Unterkircher, con Walter Nones e Simon Kehrer, ha nel mirino lo stesso versante di quello storico successo. Karl, tuttavia, non ha intenzione di ripetere la via del primo salitore: il suo sogno è una linea nuova nel centro della parete, di fatto ancora inviolata. Come sta andando l'avventura? Ecco, direttamente dalla voce del protagonista che non teme le riflessioni, tutte le ultime notizie.
DAL CAMPO BASE DEL NANGA PARBAT, 28 GIUGNO 2008
di KARL UNTERKIRCHER
«La nostra fame è insaziabile: mangiamo fino a tre o quattro volte al giorno e beviamo continuamente. Cerchiamo, anche se la scelta non è granché, di cambiare spesso il menù: ci vuole un po' di fantasia per non avere la nausea! Tuttavia credo di avere perso peso. Siamo ritornati al campo base dopo aver montato un campo alto per favorire l'acclimatamento. La mia quota crisi - quella dove comincio a sentirmi debole e dove ogni movimento mi costa fatica - è ancora tra i 4000 e i 5000 metri: incredibile ma vero! Il tempo è buono, con qualche isolato temporale pomeridiano che rinfresca un po' l'aria. Quando siamo fermi la voglia di salire aumenta: specialmente la sera, quando il sole tramonta e la cima del Nanga Parbat si tinge d'oro. Fa troppo caldo, però, e il ghiaccio in parete ne risente.
Nei giorni scorsi, dopo una ricognizione, ero nel mio sacco a pelo: dormivo e stavo sognando. Ad un tratto il vento mi ha svegliato... Quel seracco a metà parete: non mi esce dalla testa! Per superarlo ci vorranno almeno 10 o 12 ore: sarà fatica sprecata? Riusciremo a passare? Mi sento confuso da tante domande. La probabilità che il seracco piombi giù in quelle ore è minima: non sarà una roulette russa. Tuttavia non si può escludere nulla. Siamo nati e un giorno moriremo: in mezzo c'è la vita. È il mistero di cui nessuno ha la chiave: siamo nelle mani di Dio. Quando ci chiama, dobbiamo andare. Ma se veramente non dovessimo più tornare, tanti sicuramente direbbero: “Ma cosa stavano cercando? Perché sono andati a cacciarsi lassù?”. Una cosa è certa: chi non vive la montagna, non lo saprà mai. La montagna chiama!
Un nuovo giorno. Ci alziamo presto e Olam, il nostro cuoco, è già in piedi. Partiamo leggeri e in meno di 5 ore raggiungiamo il campo alto, a 5200 metri su uno splendido promontorio roccioso. Il posto è al sicuro dalle scariche: l'unico rischio è rappresentato dai fulmini. Passa la notte, durante la quale abbiamo sentito regolarmente i crolli dei seracchi, e nuovamente ci alziamo prestissimo. Smontiamo la tenda, prepariamo gli zaini (da 20 chili), ci caliamo per una sessantina di metri e raggiungiamo il ghiacciaio. Le condizioni della neve sono ottime: saliamo con gli sci in spalla. Superiamo il tratto più insidioso e ci portiamo sul pianoro che divide il Nanga Parbat dai Chongra Peaks. Fa un caldo infernale. Riusciamo a trovare un luogo dove piantare la tenda: siamo a circa 5900 metri, sotto un seracco in letargo, lontani dalle valanghe. Ci affrettiamo perché è in arrivo un temporale: il clima, da tropicale, sta diventando polare. Si sta bene in tenda, dove ci scaldiamo con la fiamma del fornelletto e ci prepariamo un buon tè. In serata il temporale si attenua e il cielo si schiarisce. Il sole sta per tramontare: lo vediamo dalla nostra tenda. Sono momenti indescrivibili...
Il mattino seguente ci sfiliamo dai sacchi a pelo, beviamo ancora qualcosa e partiamo verso la nostra meta: il Chongra Peak Sud (6448 m). Alle 10 siamo in vetta. Verso nord-est, tra le nuvole, si intravede il K2. Studiamo per bene la discesa dal Nanga Parbat, per la famosa Sella d'Argento: non sembra impossibile con gli sci... Torniamo alla tenda, la fissiamo per bene (ci servirà quando saremo di ritorno dalla vetta), e decidiamo di scendere fino al campo base, anche se il caldo ha rammollito la neve. Con gli sci ai piedi aggiriamo crepacci insidiosi e poco dopo raggiungiamo nuovamente il promontorio roccioso: riposando un attimo ammiriamo il “nostro pilastro” sulla parete Rakhiot...
Ad un tratto, mentre stiamo scendendo, il crollo di parte del seracco sommitale innesca una valanga. Inizialmente non sembra di grandi dimensioni ma, man mano che scende, aumenta il proprio volume. Siamo senza parole, sbalorditi: la valanga continua a precipitare e a crescere, tra un po' l'avremo addosso! Il nervosismo cresce ma io non voglio perdermi questo spettacolo: ho già avuto modo di vivere in prima persona un'emozione del genere, ritrovandomi all'interno di una massa bianca composta da miliardi e miliardi di particelle di ghiaccio, che in pochi secondi ti riveste di una corazza di un paio di centimetri. Dopo qualche minuto la nebbia si dissolve, come se nulla fosse successo. Soltanto in serata raggiungiamo il campo base, dove abbiamo intenzione di riposare per alcuni giorni e, soprattutto, di mangiare».

Salendo verso il Chongra Peak Sud (6448 m) in compagnia del settore sinistro del versante Rakhiot del Nanga Parbat. Lungo la cresta contro il cielo si svolge la via di Hermann Buhl, diretta alla celebre Sella d'Argento (7530 m) tra i due picchi rocciosi sulla destra

Uno spettacolo mozzafiato: la grande valanga che ha spazzato la parete Rakhiot del Nanga Parbat

Il sogno di Unterkircher e compagni sul Nanga Parbat: una linea lungo il pilastro centrale della parete Rakhiot che, in quel punto, culmina a 7531 metri. Da lì occorrerà proseguire in cresta - per un buon tratto con il Silver Plateau a sinistra e complessivamente per oltre 3 chilometri - fino all'intersezione (7785 m) con lo spartiacque che divide questo versante dal Diamir (nord-ovest), poi alla Cima Nord (7816 m), al passo Diamir (7712 m), ad una cima quotata 7910, al passo Bazhin (7812 m) tra i versanti Diamir e Rupal (sud-est), all'anticima (8072 m) e finalmente alla vetta (8125 m)
Foto: arch. Karl Unterkircher
AI LETTORI. Nei prossimi giorni ci prenderemo una piccola pausa. Arrivederci alla prossima settimana.