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A CURA DI CARLO CACCIA >> REDAZIONE redazione@intraisass.it >> LECCO-VICENZA ITALY
BENIGNO BALATTI COLPISCE ANCORA SUL DISGRAZIA: NIDI DI GHIACCIO (600 m, IV+/4 R e MISTO), APERTA IL 20 OTTOBRE 2009 CON DIEGO FERRAIOLI, È LA SUA VENTESIMA CREAZIONE SUL GIGANTE DELLE ALPI CENTRALI
Oltre i terreni battuti, dove alcuni guardano ma pochissimi vedono, dove la solitudine è sovrana e l'avventura è assicurata. Dove serve la tecnica, certo, ma dove anche la testa e il cuore fanno la loro parte. Dove, in sintesi, l'alpinismo è autentico: non attività alla moda piegata alle regole del mercato ma disciplina ribelle e quindi guardata di traverso, alimentata da una passione che gli anni non riescono a spegnere ma anzi purificano, esaltando l'uomo. E così Benigno Balatti (nella foto a lato, tratta dal volume Sguardi dall'alto di Giulio Malfer, Nicolodi, Rovereto 2002), la cui passione è un fuoco che scalda, della sua ventesima via nuova nel gruppo del Disgrazia, firmata il 20 ottobre 2009 con l'amico Diego Ferraioli (58 anni, alla sua prima esperienza del genere...), tiene a sottolineare soprattutto una cosa: «La via è dedicata a Marco Zucchi, un amico e collega che amava la montagna in tutti i suoi aspetti. Attorno ai vent'anni aveva praticato un po' di alpinismo, in Grignetta, lasciando poi la scalata per dedicarsi alla caccia, alla pesca e alla ricerca dei funghi. Persona molto precisa, orgoglioso del suo orto e dei suoi alberi da frutta, appariva forse un po' rude ma sotto quella scorza, conoscendolo bene, si nascondeva un animo molto buono. Marco, nato come me nel 1954, ci ha lasciati all'alba del 1° agosto scorso: stava cercando gli amati porcini sui monti sopra Casargo, in Valsassina».
Nidi di ghiaccio: la via dedicata a Marco Zucchi si chiama così e, come abbiamo detto, è la ventesima di Balatti sulle pareti del gigante delle Alpi Centrali. Si svolge sul versante nord-est della montagna: quello che domina, selvaggio, il ghiacciaio della Ventina. La parete – uno spettacolo dal bivacco Taveggia, all'inizio della cresta est della Punta Kennedy – si sviluppa dal passo Cassandra (3097 m, a sinistra ossia a est) alla vetta principale (3678 m) ed è orlata dalla lunga cresta sud-est, percorsa per la prima volta il 23 luglio 1911 da A. Bonacossa e P.I. Torti. Tale cresta, dopo un primo tratto molto regolare, presenta una sommità quotata 3483 metri e in seguito, dopo un altro segmento non particolarmente ripido, prosegue più tormentata fino alla vetta orientale (3648 m), alla vetta centrale (3650 m) e alla vetta principale della montagna (per maggiore chiarezza si veda la cartina qui sopra, tratta dalla guida Masino-Bregaglia-Disgrazia II di Aldo Bonacossa e Giovanni Rossi, Cai-Tci, Milano 1975). Sotto la quota 3483 la parete presenta una grande fascia rocciosa diagonale, a destra della quale si trova un gigantesco (e inquietante) seracco: Nidi di ghiaccio si svolge lungo il couloir (60-80°) tra la fascia rocciosa e il seracco e, lunga circa 600 metri, in sigle suona IV+/4 R con tratti di misto specialmente nella prima parte (TD la valutazione complessiva). Dopo 13 lunghezze (300 metri) a destra della Via dei Corvi (la prima linea di Balatti sul Disgrazia, aperta nel 1985 con Gianfranco Lafranconi, Riccardo Riva e Fulvio De Marcellis e ripetuta in prima invernale nel 1989 dallo stesso Balatti con Enrico Lafranconi), Nidi di ghiaccio condivide un tratto di 120 metri con quest'ultima. Poi, quando la Via dei Corvi piega a sinistra seguendo un'evidente goulotte verso la quota 3483, la linea appena nata continua per un couloir di misto (circa 50 metri) fino a raggiungere il seracco per superarlo nel punto più favorevole, alla sua estremità sinistra (120 metri). Arrivati a quota 3400 sul ripiano oltre il gigante di ghiaccio, a difficoltà terminate, Balatti e Ferraioli hanno piegato a destra fino a raggiungere lo spigolo nord-est (F.T. Pratt Barlow e S.F. Still con J. Anderegg e P. Taugwald, 29 agosto 1874) dell'anticima orientale, seguendolo facilmente in discesa.
«Nidi di ghiaccio: una di quelle vie – spiega Balatti – che vedi da una vita e che ti insegnano cos'è la pazienza, che ti obbligano ad aspettare il momento giusto. Martedì scorso, in questa stagione in fondo un po' strana, la temperatura era perfetta. Comunque abbiamo incontrato condizioni al limite della praticabilità: poco ghiaccio e per di più, dopo diversi giorni di gran freddo, duro, lucido e fragile. Nel complesso si è trattato di una salita molto tecnica, non proprio esente da pericoli oggettivi, nel cuore di una parete che nell'ultimo decennio si è ulteriormente modificata: in precedenza era perlopiù di neve ripida mentre oggi è un labirinto di goulotte e di difficili couloir, caratterizzati da misto molto severo. Il grande seracco è sempre stato sotto gli occhi di tutti: impossibile non notarlo salendo al bivacco Taveggia o al Pizzo Cassandra. Tuttavia, a causa della sua pericolosità, è sempre parso irraggiungibile». Parole autorevoli, quelle di Balatti, visto che sulla parete nord-est della quota 3483, oltre alla Via dei Corvi e a Nidi di ghiaccio il nostro ha aperto anche le vie Antonello Cardinale (la più a sinistra, risolta nel 1985 poco dopo la Via dei Corvi) e Guido Lafranconi (la diretta, del 1987). Da non dimenticare, inoltre, che anche il settore di parete compreso tra il passo Cassandra e la quota 3483 ha ceduto più volte alla determinazione di Benigno e che più a destra, dove il versante nord-est culmina nelle vette orientale, centrale e principale del Disgrazia, l'accademico lecchese ha firmato la recente (2008) Moonlight (www.intotherocks.splinder.com/post/18325756) e poi Minigoulotte, Papygoulotte e Hypergoulotte (tutte nel 1989) e Ice for breakfast (1993): tutte vie di classe, da affrontare con una buona dose di pelo sullo stomaco, che non hanno nulla da invidiare alle assai più blasonate “cugine” del Monte Bianco con cui, come diceva l'indimenticabile Enrico Lenatti, il Disgrazia ha non poco in comune.

Veduta complessiva del Monte Disgrazia da nord con in primo piano, proprio al centro dell'immagine, la Punta Kennedy (3283 m) a cui (da sinistra) sale la rocciosa, bellissima cresta est. La cresta nord-nord-est (la celebre "Corda molla"), che punta direttamente alla vetta principale, divide la parete nord (a destra) dal largo versante nord-est dove Benigno Balatti ha svolto un'incredibile attività di ricerca: una dozzina di prime ascensioni dal 1985 ad oggi. La parete nord-est è orlata dalla cresta sud-est, che si origina a sinistra in corrispondenza del passo Cassandra (non visibile nella foto) e che, oltre alle vette orientale e centrale della montagna (rocciose, a sinistra della principale) presenta anche un altro marcato rilievo: è la Quota 3483, a destra della quale si nota un grandioso seracco. A sinistra del seracco è ben visibile una cospicua fascia rocciosa diagonale: lungo il couloir tra quest'ultima e il seracco si svolge la recentissima Nidi di ghiaccio (il couloir, a causa della prospettiva, sembra molto meno ripido dei suoi 60-80°)

Un'immagine storica: il versante nord-est del Disgrazia come appare nella guida Alpi Retiche Occidentali di Luigi Brasca, Guido Silvestri, Romano Balabio e Alfredo Corti (Cai, Milano 1911)
LA GUIDA VALTELLINESE, CON MORIS MILIVINTI, IL 7 SETTEMBRE 2009 HA APERTO UNA VARIANTE INIZIALE DIRETTA (8 LUNGHEZZE, VI) ALLA VIA CORTI SULLO SPIGOLO SUD-OVEST DEL PIZZO SELLA (3511 m)
Non c'è due senza tre, si dice. Eccoci allora, dopo aver raccontato delle recenti realizzazioni di Luca Maspes nel “dimenticato” gruppo del Bernina (21 marzo 2009: prima ascensione della difficile parete est-sud-est del Piz Morteratsch, www.intotherocks.splinder.com/post/20142390 e www.intotherocks.splinder.com/post/20174861; 9 aprile 2009: prima ascensione dello sperone ovest del Piz d'Arlas, www.intotherocks.splinder.com/post/20317325), a riferire dell'ultima creazione di un suo compagno di avventure – anche cartacee: insieme, nel 1996, hanno pubblicato la gloriosa guida gialla Masino-Bregaglia-Disgrazia – al cospetto del Quattromila più orientale delle Alpi. Il “compagno di avventure”, ossia Giuseppe “Popi” Miotti, alle pareti svizzere del massiccio ha tuttavia preferito un muraglione italiano, salendo tra l'altro nei pressi di una coppia di sue “vecchie” realizzazioni (l'incipit “non c'è due senza tre” vale quindi doppio).
Ma andiamo al dunque: Miotti, con l'amico Moris Milivinti, il 7 settembre 2009 ha tracciato una variante iniziale diretta alla classica Corti sullo spigolo sud-ovest del Pizzo Sella (3511 m) che, per chi non lo sapesse, si innalza lungo lo spartiacque principale del gruppo (quindi sul confine italo-elvetico) a sud-ovest della cima più alta. Da un altro punto di vista il Pizzo Sella è la sommità più orientale del sottogruppo del Pizzo Glüschaint (3594 m), che si presenta come un'imponente bastionata rocciosa larga circa 4 chilometri e alta mediamente 500 metri che chiude a nord la Vedretta di Scerscen Inferiore. Il Pizzo Sella, a sud, offre quindi una delle «più possenti strutture rocciose del gruppo del Bernina», alta fino a 700 metri e caratterizzata da due evidenti spigoli paralleli separati da un orrido canalone. Lo spigolo sud-ovest, a sinistra, scende direttamente dalla vetta e Alfredo Corti e compagni – Vincenzo Schiavio e Augusto Bonola – lo salirono il 7 agosto 1928 tracciando una via di notevole bellezza, «paragonabile allo spigolo nord del Pizzo Badile per qualità della roccia e difficoltà». I tre pionieri, alla classica ricerca del “facile nel difficile”, avevano però bypassato (restando alla sua sinistra) la parte inferiore della struttura, lasciando un problema
aperto per i loro successori. La soluzione, come abbiamo visto, si è fatta attendere un po' (80 anni abbondanti...), consiste in 8 lunghezze di corda su roccia ottima con difficoltà fino al sesto grado ed è bello che porti la firma di un “autentico successore” di Corti. In che senso? Semplice: se Popi Miotti, con Nemo Canetta, nel 1996 ha firmato il corposo volume Bernina della “Guida dei Monti d'Italia” del Cai-Tci, da cui sono tratte le due citazioni precedenti, era stato il grande Corti, nel 1911, a compilare la quarta parte (“Regione del Bernina”) della storica guida Alpi Retiche Occidentali della stessa collana. E non è quindi un caso che Miotti e Canetta abbiano pensato di dedicare il loro lavoro a Corti, «primo ed insuperato studioso di queste montagne». Ma torniamo al Pizzo Sella. Il “Popi” e Milivinti, causa mal di piedi (proprio così...), hanno lasciato a tempi migliori un facile raccordo (terzo grado, senza via obbligata) tra la loro variante e la via classica, tornando quindi a casa senza aver raggiunto la cima. Resta quindi da realizzare la salita integrale dello spigolo: un'avventura moderna (tra passato e presente) da vivere con la mentalità dei pionieri, visto che la relazione di Miotti alla voce “materiale lasciato” riporta uno sconsolante “niente”.
Bene: a cento anni esatti dall'avvio della sua storia alpinistica il versante meridionale del Pizzo Sella è riuscito ancora a far parlare di sé. Per cui, approfittando della circostanza (e per non lasciare in sospeso il discorso sulle “vecchie” realizzazioni di Popi Miotti), conviene ripassarne in sintesi le vicende, cominciando naturalmente dalla salita di Corti (sempre lui) e Aldo Bonacossa (onnipresente, recordman di prime ascensioni) del 6 agosto 1909 (linea verde nel disegno). Miotti e Canetta, di questa via (che presenta difficoltà fino al III+ e termina sull'Anticima Est, 3475 m), scrivono che «sale la grande parete con una linea piuttosto obliqua, sfruttandone tutti i punti deboli». Nel 1928, come abbiamo visto, Corti e compagni salgono lo spigolo sud-ovest della cima principale (linea rossa nel disegno) e la successiva via nuova arriva soltanto il 12 luglio 1985, quando una cordata supera lo sperone sud dell'Anticima Est (linea blu nel disegno). Gli artefici della salita (500 m, VI-) sono l'allora trentunenne Miotti (che prenota il posto di “successore” di Corti...) e Diego Scarì. Miotti torna quindi da quelle parti poco più di un anno dopo, il 10 settembre 1986, per scalare il cosiddetto “Triangolo Rosso” (3150 m): il basamento dello spigolo sud-ovest dell'Anticima Est. Il risultato, colto con Carlo Pozzoni, è una via di 250 metri (V, linea fucsia nel disegno) che «sfrutta il punto più debole della parete: una linea di camini e fessure appena a sinistra della verticale calata dalla vetta». E per finire passiamo dalla roccia al ghiaccio (anche se oggi scarseggia) infilandoci nel summenzionato orrido canalone tra lo spigolo sud-ovest della cima principale e quello, rivolto nella stessa direzione, dell'Anticima Est. Basta un attimo (meglio non fermarsi troppo...) per immaginare in azione il mitico Giancarlo “Bianco” Lenatti: l'artefice, in un giorno imprecisato, della prima salita e successiva prima pazza discesa con gli sci di quel budello gelato, che tocca i 50° di inclinazione.
* * * * * * *
In alto: la parete sud del Pizzo Sella con, in rosso, la classica via Corti lungo lo spigolo sud-ovest della cima principale e, in giallo, la variante diretta di Miotti e Milivinti. I puntini verdi indicano il facile tratto di raccordo non percorso, dove la via non è obbligata. A destra dello spigolo della Corti si notano il canalone salito e poi sceso con gli sci da Giancarlo Lenatti e, tra luce ed ombra, lo spigolo sud-ovest dell'Anticima Est
In mezzo: il frontespizio della guida Alpi Retiche Occidentali del 1911. Sotto il titolo sono indicati gli autori delle diverse parti: Luigi Brasca della prima (Regione Spluga-Bregaglia), Guido Silvestri della seconda (Regione Codera-Ratti), Romano Balabio della terza (Regione Albigna-Disgrazia) e infine Alfredo Corti della quarta (Regione Bernina)
Qui sopra: dall'antico al moderno. Lo schizzo del Pizzo Sella pubblicato a pagina 188 della guida Bernina di Canetta e Miotti. Abbiamo evidenziato la via Corti-Bonacossa del 1909 (linea verde), la Corti del 1928 (linea rossa), la Miotti del 1985 (linea blu), la Miotti del 1986 (linea fucsia) e la recentissima variante (linea gialla), di cui qui sotto proponiamo la relazione

E per finire in bellezza, qui sotto, la foto del sottogruppo del Glüschaint pubblicata nella guida del 1911. La linea tratteggiata sulla parete sud del Pizzo Sella è, ovviamente, la via Corti-Bonacossa del 1909

IL 9 APRILE 2009, A POCO PIÙ DI DUE SETTIMANE DAL SUCCESSO SULLA EST DEL PIZ MORTERATSCH, LUCA MASPES ED EMANUEL PANIZZA HANNO SALITO ANCHE LO SPERONE OVEST DEL PIZ D'ARLAS
Il Bernina o il regno della simmetria. In mezzo sta la cima più alta, il Quattromila più orientale delle Alpi ai cui fianchi, a sinistra e a destra lungo la cresta spartiacque, fa bella mostra di sé una gran parata di cime che mancano la quota fatidica per una manciata di metri (qualche esempio: il Pizzo Roseg, 3937 m; il Monte Scerscen, 3971 m; il Pizzo Argent, 3945 m; il Pizzo Zupò, 3995 m). A sud dell'appena nominata cresta, ossia in Italia, ecco quindi quattro ghiacciai principali: a ovest le due Vedrette di Scerscen, a est la Vedretta di Fellaria e l'omonimo Altipiano che, più in basso, diventa la Vedretta di Palù. A nord, infine, divisi dalla lunga dorsale che da quota 4050 scende per oltre dieci chilometri fino a Pontresina, nella lucente Engadina, si allungano i due complessi glaciali del Roseg e del Morteratsch (per chiarirvi le idee date un'occhiata alla cartina in basso). Quest'ultimo, a portata dell'occhio dei turisti dalla strada che da Pontresina sale al Passo del Bernina e soprattutto grazie all'impianto a fune del Diavolezza, proprio tra la stazione superiore della funivia (2973 m) e la capanna Boval (2495 m) si divide in due grossi rami: a ovest il Vadret da Morteratsch vero e proprio, a est il Vadret Pers. E se al cospetto del primo si innalzano la notevole parete nord-est del Pizzo Bernina e la parete est del Piz Morteratsch (3751 m), salita il 21 marzo scorso da Luca Maspes, Emanuel Panizza e Christian Turk (www.intotherocks.splinder.com/post/20142390 e www.intotherocks.splinder.com/post/20174861), dal secondo prendono forma i tre eleganti speroni settentrionali dei Pizzi Palù (3823, 3905 e 3881 m) e, più a est, le pareti del Piz Cambrena (3604 m) e del Piz d'Arlas (3467 m). In pratica, in questo grandioso contesto, la Ovest del Piz d'Arlas si trova a fronteggiare (anche se a debita distanza) la Est del Piz Morteratsch e il 9 aprile 2009, quando l'hanno salita per una linea probabilmente inviolata, i “soliti” Maspes e Panizza hanno per così dire “giocato di sponda”, balzando da una parte all'altra del circo glaciale. Nella guida di Nemo Canetta e Giuseppe Miotti (ci riferiamo al volume Bernina della collana “Guida dei monti d'Italia” del Cai-Tci, uscito nel 1996) il Piz d'Arlas è descritto in un paio di pagine dove sono segnalate, limitatamente alla parete ovest, la via di Alberto Bianchi e Beatrice Secchi per un evidente canale (14 agosto 1981, 300 m, 45°) e quella di E. Marzorati e R. Scaglioni per il «seracco a gradino doppio posto a destra del poco rilevato sperone del versante W» (3 luglio 1993, 300 m, 50-75° e un passaggio verticale). Saliti in quota con la funivia del Diavolezza, indecisi se attaccare il Cambrena (dove negli ultimi anni vie come la Gabarrou o la Mevio-Miotti si sono presentate piuttosto “snaturate”, con misto in abbondanza) o qualcosa di nuovo, alla fine Maspes e Panizza hanno optato per lo sperone occidentale del Piz d'Arlas, infilandosi tra le due “vecchie” linee e completandone una terza (foto sopra). Si tratta di un itinerario di circa 400 metri, non estremo ma con alcuni tiri delicati tra cui l'ultimo (su roccia) e altri caratterizzati da neve incollata male alle placche. In ogni caso, per “Rampik” e compagno, ancora una bella avventura nel segno della ricerca, con l'innegabile vantaggio di un avvicinamento da autentici pigroni (un'ora di cammino dalla funivia).

Sul Vadret Pers, verso lo sperone ovest del Piz d'Arlas (a sinistra). All'estrema sinistra della foto, il canale salito da Alberto Bianchi e Beatrice Secchi nel 1981, a destra la notevole mole del Piz Cambrena

Emanuel Panizza a circa un terzo della salita

Un po' più in alto: l'alpinista è sempre Emanuel Panizza

Panizza sulla vetta del Piz d'Arlas. Il colpo d'occhio è straordinario, con il poderoso versante nord-est del Bernina (a destra della vetta, contro il cielo, si nota la celebre Biancograt) e la rocciosa parete est del Piz Morteratsch, salita dagli stessi Panizza e Maspes, con Christian Turk, il 21 marzo scorso

Il gruppo del Bernina. I pallini rossi indicano, da sinistra a destra, il Piz Morteratsch, il Pizzo Bernina e il Piz d'Arlas
Foto: Luca Maspes
I DETTAGLI E LE IMMAGINI DELLA VIA NUOVA DI MASPES, PANIZZA E TURK SULLA EST-SUD-EST DEL PIZ MORTERATSCH
La montagna dei pionieri e delle vie classiche, tra cui la bella Crasta da la Spraunza, si è improvvisamente ringiovanita. Il merito della trasformazione, come abbiamo annunciato un paio di giorni fa, è di Luca Maspes (Rampikino), Emanuel Panizza e Christian Turk che sabato scorso, approfittando del gran freddo, hanno messo a segno la prima salita assoluta della parete est-sud-est del Piz Morteratsch (3751 m), ravvivando una fiamma su cui, guida alla mano, dal lontano 1964 nessuno soffiava più. Fu infatti in quell'anno, per la precisione il 7 luglio, che il solitario P. Holl tracciò quella che fino a pochi giorni fa era la via più recente del Morteratsch: una linea sullo sperone ovest-nord-ovest che si aggiungeva alla serie inaugurata nel 1858 sulla cresta nord (C.G. Brugger, P. Gensler, K. Emmermann e A. Klaingutti) e proseguita nel 1868 sulla cresta sud-ovest (T.H. Philippot e signora con P. Jenny e A. Flury), nel 1877 lungo il canalone sud (B. Minnigerode e J. Grass), nel 1885 sullo sperone nord-est (P. Güssfeldt e H. Grass), nel 1888 sulla cresta sud-sud-est (C.C. Branch e M. Schocher), nel 1908 sulla già ricordata cresta est-nord-est (Crasta da la Spraunza, P. Schucan e A. Pfister) e infine nel 1911 sulla parete est (J. Frohmann, C. Zippert e N. Kholer). Anche la creazione del 1964 è stata quindi un fulmine a ciel sereno: una prima ascensione, sul poderoso Morteratsch, a più di mezzo secolo dalla precedente. Non ha tuttavia nulla a che fare, in quanto ad impegno, con quella firmata il 21 marzo 2009 dalla cordata di Maspes, riuscito a realizzare uno dei suoi sogni in un gruppo montuoso poco di moda, fuori dai giri, come il Bernina.
Una parete mai salita: una perla assai fragile da prendere con le pinze e al momento giusto. Rampikino pensava da tempo alla Est-sud-est del Morteratsch, che stava in una speciale lista di obiettivi. «Una di quelle cose – spiega il nostro protagonista – che interessano a chi è ossessionato dall'idea di lasciare la propria traccia su terreni mai toccati da nessuno. Per me, patito di vie nuove, la parete interamente vergine è un must, di qualsiasi cosa sia fatta. Nel caso della Est-sud-est del Morteratsch si tratta di roccia granitoide tutta rotta, che soltanto il gelo riesce a tenere insieme. È forse per questo che anche i pionieri non avevano mai preso in considerazione l'idea di salire di lì: quella parete, con il caldo, diventa il regno delle scariche. Così ci abbiamo provato il primo giorno di primavera che è stato, in pratica, il più freddo dell'inverno! Basti pensare che a 2000 metri, ossia 1500 metri più in basso di noi, il termometro segnava meno 10 gradi». In quelle condizioni Maspes, Panizza e Turk sono riusciti a scalare senza guanti soltanto per brevi tratti, tra cui il tiro “più roccioso” della via. La quale, battezzata Il grande freddo, si sviluppa per 600 metri complessivi, risolti in 8 ore (più 3 di avvicinamento dal rifugio Boval) con 5 o forse 6 friends, 6 dadi, 10 chiodi da roccia e 4 viti da ghiaccio. Dopo aver salito senza corda i primi 100 metri, lungo una goulotte ghiacciata, i tre amici si sono legati effettuando 7 tiri “lunghi” più un tratto centrale di conserva. Sotto il notevole muro finale, visto il materiale a disposizione e il freddo (era fastidioso restare in sosta per più di mezz'ora), hanno preferito rinunciare al centro della bastionata piegando leggermente a destra. Il tutto, notate bene, pensando a gente come Pavel Shabalin e soci: i mitici russi capaci di resistere giorni e giorni, in inverno, sulle grandiose muraglie del Caucaso, del Tien Shan e del Pamir.
In alto: lungo la “cengia” d'accesso al vallone sotto la parete. Qui sopra: Christian ed Emanuel in azione lungo la goulotte iniziale

Maspes alla prima sosta “ufficiale”

Panizza affronta il primo muro

Ancora Panizza, sempre sul primo muro

Sul ripido nevaio centrale, che porta al muro finale

Traversata a destra, ai piedi del muro finale, alla ricerca della linea più logica

Maspes alle prese con il muro finale...

...seguito da Panizza

Penultimo tiro: Christian Turk guida le operazioni

Ormai è fatta: Turk sta per uscire dalla parete

Panorama verso est, con i tre inconfondibili speroni settentrionali dei Pizzi Palù

Sulla "vera" vetta del Piz Morteratsch, punto d'osservazione privilegiato della splendida cresta nord del Bernina (Biancograt). Le nuvole nascondono invece il Monte Scerscen

La parete est-nord-est del Piz Morteratsch con la via di Maspes e compagni
Foto: arch. Luca Maspes
PIZ MORTERATSCH (BERNINA): GELIDA AVVENTURA PER RAMPIKINO E SOCI CHE FIRMANO LA PRIMA ASSOLUTA DELLA REPULSIVA PARETE EST-SUD-EST
Rocciosa, dall'aspetto poco rassicurante, la parete est-sud-est del Piz Morteratsch (3751 m), celebre cima del gruppo del Bernina, non è più un problema irrisolto. A trovarne la soluzione, il 21 marzo 2009 – ormai in primavera, certo, ma con la colonnina del termometro scesa molto in basso –, ci hanno pensato Luca Maspes (Rampikino), Emanuel Panizza e Christian Turk. La loro via, battezzata Il grande freddo (nella foto a lato, arch. Maspes), è stata resa possibile proprio dal gelo (che “teneva su” ogni cosa altrimenti mobile) e supera elegantemente i 500 metri di quella muraglia compresa tra le creste sud-sud-est a sinistra ed est-nord-est (Crasta de la Spraunza) a destra. Dunque, tra le creazioni dei pionieri, ecco una linea moderna che nella parte superiore piega leggermente a destra, rinunciando alla “regola della goccia cadente” sia per il poco materiale che Rampikino e soci avevano con sé (per la diretta occorrono microfriend e chiodi sottili) sia per il già ricordato gran freddo, che consigliava vivamente di non prolungare troppo le soste. Per altre informazioni (e immagini) l'appuntamento è per i prossimi giorni.
FISHT: SUCCESSO INVERNALE PER I GUERRIERI DI ROSTOV
Impresa corale sul Fisht (2867 m), nel Caucaso occidentale, per i russi Alexander Spiridonov, Vasily Petyakshev, Dmitry Podlesny, Evgeny Dmitrienko ed Evgeny Bolkovoy. I cinque alpinisti di Rostov, dal 1° al 6 marzo 2009, hanno avuto la meglio sui 560 metri della parete ovest della montagna (nella foto a lato, www.mountain.ru), tracciandovi un nuovo itinerario nonostante le proibitive condizioni ambientali, che hanno imposto una progressione esasperatamente lenta.
DUE GIORNI DI AVVENTURA TOTALE SULLA NORD DELLA “REGINA” PER DANIELE NATALI E MAURIZIO PANSERI CHE, TRA IL 14 E IL 15 MARZO, HANNO SALITO LA MITICA PLACIDO PIANTONI
Finalmente il cerchio si è chiuso. A trent'anni abbondanti dalla prima ascensione, firmata tra il 4 e il 6 agosto 1978 da Livio Piantoni, Rocco Belingheri, Flavio Bettineschi e Guglielmo Boni, che realizzarono un capolavoro di scalata artificiale senza mai bucare la roccia, tra sabato 14 e domenica 15 marzo 2009 la mitica Placido Piantoni sulla Nord della Presolana Occidentale (2521 m, nella foto a lato: la freccina indica il settore giallo dove si svolge la via), nel cuore delle Orobie, è stata salita in inverno da Daniele Natali e Maurizio Panseri (nella foto qui sotto rispettivamente a sinistra e a destra). I due amici, che nel tardo pomeriggio del giorno precedente avevano attrezzato lo zoccolo e il pendio di neve che porta all'attacco della parete, non si sono però limitati ai 400 metri della via vera e propria, che termina sulla cengia Bendotti. Da lì, pur sapendo che non sarebbe stata facile e che le cornici sommitali avrebbero dato del filo da torcere, hanno continuato fino in vetta, per completare alla grande la probabile prima invernale della splendida Placido Piantoni (gli aspiranti ripetitori possono dare un'occhiata qui: www.orme.tv/portfolio/presolana-placido4/Via%20Placido.pdf). I dettagli della scalata - da non
perdere, visti i momenti da spasso assicurato - con tutto ciò che l'ha preceduta compresa la realizzazione del film Quelli che stanno a nord, sarà però lo stesso Panseri a raccontarceli, con tanto di immagini. Noi, più modestamente, ci limitiamo a sottolineare il fatto che le invernali sulla Nord della Presolana, nonostante la quota relativamente modesta, continuano ad essere una cosa assai seria visto che il posto, alto sulla valle di Scalve, durante la stagione delle ombre lunghe si trasforma in un autentico frigorifero. Un'ultima annotazione, di carattere storico: il gran bastione sul quale si svolge la Placido Piantoni, delimitato a destra dallo spigolo risolto il 19 ottobre 1930 da Ettore Castiglioni, Celso Gilberti e dal mai abbastanza considerato Vitale Bramani, è stato scalato per la prima volta tra il 14 e il 15 agosto 1926 dalla cordata Caccia-Piccardi-Bottazzi (salita nel settore sinistro) e poi tra il 29 e il 30 giugno 1940 da Ercole Esposito (il celebre Ruchìn) e da Gentile Butta, autori di un itinerario più diretto di cui avremo modo di riparlare. Oggi, a decenni di distanza da quelle imprese, le vie sulla severa Nord della Presolana Occidentale non si contano più.
IL CERCHIO SI È CHIUSO
di Maurizio Panseri
PROLOGO – Estate 2006. Ennio Spiranelli e Giangi Angeloni ripetono la Placido Piantoni, aperta in tre giorni nell'estate del '78 da Livio Piantoni, Rocco Belingheri, Flavio Bettineschi e Guglielmo Boni. Le ripetizioni si contano sulle dita di una mano: non manca però un tentativo invernale da parte di Tiberio Quecchia. Purtroppo non riusciamo a sapere se è arrivato al cengione Bendotti o se si è fermato prima. Renzo Carrara, per dodici anni gestore del rifugio Albani, ci dice che Quecchia probabilmente non è giunto al termine della via ma non ne è certo. Ennio e Giangi descrivono con grande entusiasmo l'arrampicata offerta da questa linea vertiginosa e la domenica successiva Marco Birolini e Daniele Natali vanno a ripeterla, trovandola veramente bella. Io, purtroppo, sono inchiodato a letto da una dolorosa ernia cervicale che mi bloccherà tutta l'estate: il desiderio di scalare e di accarezzare il calcare della “Regina” cova come brace sotto le ceneri. A settembre le cose migliorano e con Daniele e Marco “rincorrendo Ettore” verifico che tutto funzioni: lo Spigolo Castiglioni, la cavalcata delle creste e la discesa dal Sentiero della Porta, tolgono un po di ruggine dalle ossa e fanno salire la voglia di andare a mettere le mani sulla Placido. Gli amici mi descrivono la via, mi mostrano dove sale: è un capolavoro aperto con tanta arrampicata artificiale ed un po' di libera, senza mai forare la roccia. Una linea costantemente strapiombante che, salita in ottica moderna, offre difficoltà sostenute e continue sino al 7a+. Giangi l'ha superata completamente in libera e a vista, escluso un passo lungo il nono tiro. Tra le tante chiacchiere fatte lungo le creste si parla anche di invernali e, come al solito, si azzarda l'ipotesi di tentare la Placido in inverno senza fermarsi al cengione ma con un'uscita in vetta. Arrivano i mesi freddi e tutto tace, tutto si ferma sotto la neve e il ghiaccio. Finché Ennio, sempre lui, una costante fucina di informazioni, spunti e notizie, mi fa avere una videocassetta avuta a sua volta da Roby Piantoni. Guardando il filmato resto fulminato: si tratta delle riprese effettuate nel 1978 da Renzo Carrara e Nani Tagliaferri durante i tre giorni in cui è stata aperta la Placido. Fantastico: mi sento risucchiato in quegli anni in cui ero ragazzino e nemmeno sapevo che ci fosse una parete nord della Presolana. Quando parlare di montagna era sinonimo di gite oratoriane con il plaid, i panini imbottiti e la spuma nera in bottiglia. Però l'immagine del Che sulle maglie era la stessa, come identici erano i capelli lunghi con i basettoni, i jeans a zampa d'elefante e le camice a scacchi. Così non soltanto cresce l'urgenza di andare a ripetere quella linea ma prende forma con Alberto Valtellina, un caro amico con cui ho iniziato a scalare e che ora si occupa di regia e produzioni cinematografiche, l'idea di ripercorrere e documentare, trent'anni dopo, il ritorno su quello scudo giallastro dei figli degli alpinisti di allora. Con Roby Piantoni e Yuri Parimbelli intraprendiamo il cammino di Quelli che stanno a nord.
IN CAMMINO – 2007: finalmente! Ci aspetta un'estate unica. Il tempo ci regala una serie di fine settimana all'insegna del bello fisso. Con Daniele ripeto la Placido Piantoni e tutte le aspettative vengono confermate. Giangi torna in parete e libera l'ultimo passo. Con Roby e Yuri torniamo lassù altre due volte per le riprese del film: si respira aria di festa, altro che alpinismo eroico fatto di privazioni e stenti. Dal basso gli amici, le mogli ed i figli aiutano ed aspettano. Gli attori delle salite di ieri - Rocco, Guglielmo e Renzo - ci seguono con i binocoli e ad ogni rientro ci fanno trovare una tavolata imbandita. Sono orgogliosi di quello che stiamo facendo. Il vino e le parole scorrono liberamente e si torna più volte sull'idea della salita invernale. Un nuovo inverno è alle porte e con Marco e Daniele pianifichiamo la salita. Tuttavia quando abbiamo la disponibilità di tempo la meteo decide di fare le bizze mentre quando la meteo è stabile noi non riusciamo a liberarci dai diversi impegni. I mesi passano veloci ed il gelo e la neve lasciano nuovamente spazio alla bella stagione. L'appuntamento è rimandato. Daniele torna sulla Placido con degli amici, altri compagni vanno a ripeterla. E tutti sono d'accordo: via bellissima e impegnativa. È un bel modo per rendere omaggio a chi ha intuito e salito questa linea, regalandoci questa opportunità.
LA CRONACA – Inverno 2009. Marco purtroppo è bloccato per un trauma al ginocchio. Io e Daniele teniamo d'occhio la situazione. Alcuni fine settimana buoni ci sfuggono: la neve quest'anno non manca, anzi è troppa. L'inverno sta per volgere al termine, l'urgenza interiore di tentare cresce e pulsa. Saliamo con gli sci e guardiamo l'oggetto dei nostri desideri. Non ci preoccupa lo scudo strapiombante: a farci pensare sono i “facili” tiri di uscita e poi l'incognita dell'ultimo salto sino alla vetta della Presolana Occidentale, orlata da grandi cornici. Sabato 7 marzo ci spingiamo con gli sci fino all'attacco. Purtroppo l'accesso estivo, che aggira lo zoccolo basale, è impraticabile: c'è il rischio che si stacchi l'intero versante, sovraccarico di neve. Ci spingiamo sotto lo zoccolo, saliremo da li: un muro ripido di roccia, erba e neve. Individuiamo il posto migliore dove cominciare e scendiamo. VENERDÌ 13 MARZO. Alle
12.30 si fugge dal lavoro: tutto è pronto. Con noi ci sono anche Ennio e Giangi, che hanno un conto in sospeso sulla nord della Presolana di Castione. Viste l'ora e la necessità di portare tutto all'attacco, attrezzare lo zoccolo e la successiva rampa di neve sino alla base della parete vera e propria, preferiamo salire in seggiovia. Alle 17 il saccone è pronto e Daniele parte per questo tiro di MO (misto orobico, foto sopra), che si rivelerà uno dei più impegnativi: due protezioni precarie, uno strapiombino ed un solido mugo. Le picche mordono bene la terra ghiacciata e sprizzano scintille quando raschiano sulla roccia. Daniele mi recupera in sosta: due corpi morti ribattuti nella terra e nella neve gelata. Abbiamo solo due piccozze e quindi mi tocca scalare: le mani sono presto insensibili, sullo strapiombino riesco a recuperare una piccozza. Un blocco mi resta tra le mani e vola oltre la spalla. Ormai è buio e alla luce delle frontali saliamo lo scivolo di neve sino all'attacco, dove la scaglia adagiata alla parete, alta più di dieci metri, è quasi totalmente sommersa. Fissiamo le corde, ci caliamo e di corsa rientriamo al rifugio Albani, dove ci aspettano Giangi ed Ennio per una cena luculliana, annaffiata da due bottiglie di rosso e con grappetta finale. SABATO 14 MARZO. Ore 5: la sveglia suona. Salutiamo Giangi ed Ennio che salgono al passo dello Scagnello e prima delle 6 anche
noi siamo già in cammino: ci aspetta una lunga giornata. La parete incombe e mi sento stranamente tranquillo: il fatto di avere risolto il tiro dello zoccolo e di trovare le corde fissate mi dà sicurezza. Risaliamo le fisse e recuperiamo il saccone. Sappiamo che sarà indispensabile un bivacco e saliamo sfruttando la tecnica da big wall: il primo scala, il secondo un po' in arrampicata ed un po' con le jumar lo raggiunge ed aiuta a recuperare il saccone, colmo di ogni ben di Dio. La parete è pulita anche se le brevi sezioni facili sono tutte ricoperte da croste di neve. Ore 8: Daniele parte e subito prendiamo le misure. Molti appigli sono ricoperti da uno strato di neve. Scaliamo con gli scarponi e con parecchia artificiale. Al termine della seconda lunghezza una grande lastra di neve nasconde la sosta: Daniele è allegro e si diverte a farla precipitare nel vuoto. La temperatura non è così rigida: si può scalare anche senza guanti, basta non toccare la neve. L'inizio del terzo tiro è un lungo traverso sprotetto, che d'estate si risolve in
pochissimo tempo. Ora si tribola. Piccozze alla mano e si ripulisce, procedendo lentamente (foto a lato). Assicuro con attenzione Dan e immagino quando sarà il mio turno: mi vedo già decollare e visitare una bella fetta di parete con un veloce pendolo. Invece tutto va per il meglio: mentre il saccone oscilla nel vuoto attraverso con calma ed inizio a salire la sezione più strapiombante. Daniele mi chiede se voglio continuare davanti. Io sono combattuto e non so cosa fare: sarei sicuramente più lento. La decisione è presa: mi limiterò a fare da prode scudiero. Tiro dopo tiro procediamo senza sosta, siamo una macchina veloce e sincronizzata. O almeno questa è la nostra impressione. Ci divertiamo pure: tra foto e battute saliamo tranquilli, in una bella atmosfera. In fondo ci sentiamo un po' a casa nostra. Nonostante gli scarponi, i numerosi chiodi tirati e le staffe, nei tratti meno
difficili si riesce anche a scalare in libera. L'apice del divertimento viene raggiunto quando sul “passaggio rana”, dopo un incrocio di piedi, Daniele fa un aggancio di tallone (foto a lato) e cerca il sacchetto della magnesite che non c'è. Scherziamo e ci sbeffeggiamo reciprocamente, tenendo tuttavia ben presente quello che stiamo facendo e dove siamo: una veloce occhiata tra i nostri piedi e appare il vuoto che ci sostiene, uno sguardo a 180 gradi ci dona una vista spettacolare su montagne e valli innevate. Al nono tiro, dove un tetto ed un traverso rendono problematico il recupero del saccone, mentre impreco contro Dan che non mette in trazione la corda di recupero, lui ha pure il coraggio di affacciarsi dalla sosta e di scusarsi: in quel momento, purtroppo, ha altro da fare, deve rispondere all'sms di un'amica. Conclusione: un amico così o lo si uccide o gli si vuole bene. Per me è buona la seconda. Sono le 17 e siamo alla nona sosta: intendiamo bivaccare lì, in una piccola grotta. Ma è ancora presto e così, lasciato il saccone, saliamo per altre due lunghezze. Qui la musica cambia perché, appena usciti dal muretto del passaggio chiave che Daniele risolve brillantemente seguendo il consiglio di Maestro Biro (piede nel cordino), si deve scalare per forza sul VI e poi sul V+, con pochissime protezioni e la neve che sporca gli appigli. Salgo da secondo, mi
complimento con il socio e non paghi fissiamo anche l'altra corda sull'undicesima lunghezza: una cosa veramente ostica, dove la roccia è pure marcia. Alle 19, dopo undici ore di arrampicata non stop, ci accingiamo a preparare la nostra suite imperiale, dove c'è pure l'angolo cottura. Dal saccone, oltre ai sacchi a pelo e ai duvet, esce pure un sacco di leccornie. Una vera camera con vista ci regala immagini uniche del sole che tramonta sulla val di Scalve e poi su un cielo stellato da togliere il respiro. Io ronfo alla grande mentre Dan si gira e rigira per tutta la notte. DOMENICA 15 MARZO. Ore 5: la sveglia suona nuovamente. Siamo determinati e tranquilli, sappiamo che oggi incontreremo le vere difficoltà e che sul terreno più facile, articolato ed innevato il recupero del saccone sarà un bel problema. Per avere sempre un buon margine di sicurezza le soste dovranno essere a prova di bomba e nulla dovrà essere lasciato al
caso: ogni cosa sarà sotto controllo. Mentre ci lasciamo andare nel vuoto riusciamo ugualmente a scherzare e risalendo le fisse, appesi come ragni, giriamo su noi stessi e ci godiamo l'alba che risveglia la valle (foto a lato). Ancora due lunghezze su terreno misto, neve inconsistente appoggiata sulla roccia, speroni di calcare instabili e cementati dal gelo. È l'elogio della lentezza: Daniele sale misurato e io lo seguo negli impercettibili movimenti della corda. Alle 11 sbuchiamo sul cengione Bendotti. Guardiamo in alto e restiamo perplessi: già dal rifugio avevamo notato le grandi cornici che bordavano le creste ma speravamo di trovare un varco. Ipotizziamo diverse linee di salita e alla fine, evitando accuratamente i canali, optiamo per lo sperone che fa da spartiacque con il versante Valzurio. Due lunghezze di corda da sessanta metri su muri di neve a volte inconsistente e speroni di roccia, dove riusciamo a posizionare delle protezioni, ci impegnano per tre ore. Fino a quando ci troviamo sotto la grande meringa, che aggiriamo a destra. Qui Daniele, con una mossa magistrale, si rannicchia appeso alle picche e, puntando i ramponi su un bordo di neve dura, sferra due testate alla cornice (che è meno pronunciata) e si apre un varco. Alle 14 sbuca nei pressi della croce di vetta: soltanto un'ora dopo io e il mio amico saccone siamo al suo fianco. Ci riposiamo un po' e lentamente cominciamo la discesa verso la grotta dei Pagani e da lì al passo della Presolana.
CONCLUSIONE. Un grazie a tutti gli amici che ci hanno sostenuto. Un grazie alla “Regina” che ci ha ospitato. Un grazie al mio grande amico Daniele “Allenarsi” Natali con cui ho condiviso l'ultimo fine settimana d'inverno. Il cerchio si è chiuso. La primavera è alle porte e noi siamo pronti a cogliere ogni altra scintilla, ogni altro profumo, per iniziare un altro viaggio.

14 marzo 2009: Daniele Natali (sopra) e Maurizio Panseri sulla terza lunghezza della Placido Piantoni

Daniele Natali in sosta. Da notare la roccia senza fessure: i primi salitori, per progredire, hanno compiuto un capolavoro di tecnica, sfruttando i buchi con dei chiodi spessorati

Panseri lungo l'innevatissima parte superiore della parete. In basso la valle di Scalve

Non siamo in Himalaya: è "soltanto" la Nord della Presolana...

Verso la vetta, cercando la soluzione per superare le cornici sommitali

Natali in cima...

...seguito da Panseri (con tanto di pala)
Per vivere altre avventure sulla Presolana: www.orme.tv/presolana/presolana.htm
Foto: Daniele Natali e Maurizio Panseri (da non perdere la serie completa delle immagini della scalata: www.orme.tv/portfolio/placido-invernale-2009/index2.html)
NON FINISCE DI SORPRENDERE LA PARETE NORD-EST DEL PIZZO DELLA PIEVE (GRIGNONE): ENNESIMA VIA NUOVA (800 m, 80° E MISTO, TD) PER I “SOLITI” LORENZO FESTORAZZI, SILVANO ARRIGONI E FRANCESCO GALPERTI
Sempre loro, soltanto loro: Lorenzo Festorazzi (nella foto a lato), Silvano Arrigoni e Francesco Galperti hanno colpito ancora sul Pizzo della Pieve (2257 m) che, a nord-est, precipita sulla Valsassina con una complessa muraglia che con i suoi 800 metri è la più alta del gruppo delle Grigne. Questa volta, un anno dopo l'apertura di Volpe bianca (350 m, 65°) e Freezer (380 m, 70° e misto) nell'estremo settore sinistro della parete (www.intotherocks.splinder.com/post/16181327), salite in solitaria dallo stesso Festorazzi il 3 gennaio 2009 (www.intotherocks.splinder.com/post/19566167), l'affiatatissimo terzetto ha notato una possibilità molto più a destra e il 22 febbraio 2009, «lasciandosi trasportare dalla voglia di realizzare qualcosa» (così Festorazzi), ha tracciato Gli occhi del cuore (800 m, ghiaccio e neve fino a 80° e misto, TD). La nuova creazione attacca tra The vision (Festorazzi, Arrigoni, Galperti e Franco Melesi, 11 febbraio 2006, 700 m, V+, A1 e 75°, TD+) a sinistra e la Via dell'inglese (Cornelio Bramani e Luigi Flumiani, 2 settembre 1928) a destra. Si svolge inizialmente lungo un canale-pendio, raggiunge il vertice di una cresta e da lì scende per circa 40 metri fino ad incontrare The vision con cui condivide una settantina di metri. Prosegue quindi più a sinistra per un canale, evita il budello in cui ci si ritrova dopo il gran traverso da 70 metri e la doppia della via Fasana-Bramani (Eugenio Fasana e Vitale Bramani, 21 giugno 1925) e prosegue fino a congiungersi con la linea appena citata, a circa 150 metri dalla vetta. Festorazzi e compagni, forti della loro esperienza sulla grande parete (in estate e in inverno con ripetizioni, significative varianti e vie nuove), hanno risolto il problema in scioltezza (nonostante il vento fortissimo), procedendo sempre di conserva ad esclusione di un paio di lunghezze, caratterizzate da terreno misto che richiedeva attenzione.

Galperti (davanti) e Arrigoni, seguono Festorazzi lungo la prima parte de Gli occhi del cuore

Posizioni invertite: Arrigoni davanti e Galperti dietro

Arrigoni e Galperti in pieno "ambiente Fasana"

Come sopra

Ottimo innevamento per l'esperto Galperti sulla Nord-est del Pizzo della Pieve

Verso la vetta...

Tutta la gioia di Galperti: ormai è fatta (nonostante il vento)

La parete nord-est del Pizzo della Pieve. In rosso Gli occhi del cuore
Tutte le foto sono di Lorenzo Festorazzi
IVO FERRARI CON LA TESTA E COL CUORE: IMPROVVISAZIONE SOLITARIA INVERNALE PER SVELARE LA MAGIA DEL RESEGONE NASCOSTO
Questa volta non andiamo lontano: niente Alaska, Karakorum, Himalaya. E non andiamo neppure troppo in alto: restiamo sotto quota 2000, guardando il lago in basso (nebbia permettendo) e lasciandoci travolgere dall'emozione. Perché la forza di certe salite, di certe avventure che non ti aspetti, nate da un colpo di genio su una montagna che non è soltanto da cartolina - bella da guardare al tramonto, quando il sole infiamma le bancate di dolomia e subito vorresti essere lassù -, la magia di certe cose, ecco, non può essere trattenuta: va lasciata libera, va raccontata per far capire una volta per tutte che il nuovo e l'ignoto, in verità, non stanno nelle cose ma nello sguardo. È il segreto dei pionieri, dei precursori: vedere ciò che gli altri non vedono, scorgere la scintilla del meraviglioso, chiarissima e ben distinta, nonostante il fumo del detto e del ridetto, che inganna il cervello e prende forma in mode senz'anima. Questione di testa e di cuore, di capacità e di voglia, per uscire dai solchi battuti e creare vie diverse ed entusiasmanti. Facile, a parole. Assai complicato (specialmente oggi), nei fatti. Roba da pionieri, appunto, che percepiscono un richiamo e non sanno resistere, che potrebbero lanciarsi e farsi notare su terreni noti, dove i riflettori non mancano. E invece no: per una forza misteriosa, ignota a loro stessi, questi solitari cavalieri delle vertigini si sentono attratti dagli angoli più repulsivi, da esperienze che appena di tanto in tanto, al momento giusto, chiedono di essere raccontate (per far sognare chi le capisce).
Ivo Ferrari, romantico impenitente, alfiere di un alpinismo che pulsa di passione, non inquinato, purissimo nella sua forza travolgente, non è soltanto l'uomo delle Pale di San Lucano. È vero: in quel regno «imperiosamente superiore alle Marmolade, alle Civette, ai Burèl» egli ha salito «cime imprendibili senza nome, oltre le tracce dei boscaioli», ha fatto suoi gli appicchi e i diedri «più grandiosi delle Alpi calcaree, i pilastri impossibili, all'inferno e ritorno» (cfr. Ettore De Biasio, Pale di San Lucano, Luca Visentini Editore). Ma Ivo è tipo che non si ferma, che sa andare oltre, sempre avanti, all'insegna di una visione dell'avventura che rifiuta il compromesso. Così l'altro eroe delle gigantesche Pale, che vent'anni e qualche giorno fa passava da solo, in inverno, sul Diedro Philipp-Flamm, ovunque si trovi in questo momento, applaude. Applaude perché il 14 gennaio 2009, sulla montagna da cartolina, quella dai “molti cocuzzoli in fila” - che sono tredici e forse nessuno li saprebbe chiamare tutti col loro nome –, Ivo pensava di salire da una parte, senza troppi patemi, ma una volta lassù ha visto dell'altro e allora ha osato nel suo stile, sbucando in vetta, a quota 1754, dopo un viaggio nel fantastico di quasi tre ore: 500 metri complessivi prima lungo un budello e poi su muri verticali, con ghiaccio a 80° e passi su roccia fino al IV+, adeguatamente ricoperti di neve polverosa. Dalla cima di quel torrione massiccio, che si chiama Pan di Zucchero ed è il secondo da sinistra, per chi guarda da Lecco, dei tredici denti del celebre Resegone, il nostro protagonista è sceso per la lingua di neve che avrebbe voluto salire (il canalone meridionale di Pesciola) e ha chiuso uno splendido anello: un circolo verticale che gli ha riservato persino una gradita sorpresa, di quelle che ti gettano in una storia dalle radici lontane e che si trasformano subito in una domanda. Perché lungo quel corridoio ghiacciato, che incide il settore sinistro del versante occidentale del torrione, Ivo Ferrari ha trovato due chiodi, vecchissimi: piantati in estate, sicuramente, ma da chi? La vecchia guida di Silvio Saglio (Prealpi comasche, varesine, bergamasche, del 1948), relativamente al Pan di Zucchero riporta una via di C. Suzzani, G. Suzzani, G. Bertarelli e G. Rusconi, aperta probabilmente negli anni Trenta del Novecento ma leggendo la relazione, in verità assai stringata, i conti non tornano. Per cui il mistero resta aperto.
Ivo voleva conoscere il lato sinistro (per la sua posizione) del Resegone, il lato «dove in inverno non sale mai nessuno» ed è riuscito a divertirsi alla grande. È salito lentamente, «perché c'era da stare belli attenti», ed ha scritto un'altra pagina del suo umanissimo poema solitario, ispirato da un fuoco che soltanto lui stesso, con la sua immediatezza, può cercare di spiegare.
«Cosa c'è dietro una solitaria? - si chiede Ivo - Cosa mi spinge a lasciare la sicurezza per entrare in un mondo in cui nulla è certo? Niente che si possa descrivere: è come bere per chi ha sete, mangiare per chi ha fame. Per me, negli ultimi dieci anni, le solitarie sono state la cosa più naturale, che mi ha permesso di decidere quando, dove e non con chi. Mi hanno portato a godere attimi unici, sia su ghiaccio sia su roccia, sia sul facile sia sul duro: non importa dove... Gli anni non hanno ancora fermato l'io che sta dentro di me: sento sempre il bisogno di parlare da solo, di incasinarmi per uscire da certe situazioni. È un gioco egoistico che mi permette di essere sereno: io mi preparo per questo, con calma, per nuove mete, verso me stesso... Alla prossima solitaria!».
Sopra: Ivo Ferrari durante la solitaria sul Pan di Zucchero del Resegone

Tra le quinte rocciose del Resegone ecco un budello di ghiaccio che è come un'apparizione

Verso il cuore della montagna: il problema si avvicina

Nel cuore della montagna...

Un'occhiata in basso...

Misto per solitari sul Pan di Zucchero

Verso l'uscita: il viaggio sta per finire

L'estremo settore sinistro del versante occidentale (lecchese) del Resegone, con il Pizzo di Morterone (a sinistra) e il Pan di Zucchero. In rosso la via di salita di Ivo Ferrari, in fucsia il canale seguito in discesa
Foto di Ivo Ferrari
GRIGNONE: FESTORAZZI SCATENATO SUL PIZZO DELLA PIEVE CONCATENA IN SOLITARIA VOLPE BIANCA E FREEZER
Lassù, sul Pizzo della Pieve, è difficile incontrare qualcuno. Quella montagna, che sta tutta nella sua parete nord-est, è un posto per pochi, silenziosi cercatori di solitudine. La vedi dalla Valsassina, con i suoi 800 metri che terminano a quota 2257, e pensi per l'ennesima volta che le Grigne sono un mondo magico e che la vera magia, forse, non sta nella selva di guglie della Grignetta, dove la domenica si fa la fila, ma si è ritirata in angoli più appartati: trovarsi da quelle parti, nel cuore del Pizzo della Pieve (che è una cima secondaria del Grignone), incastrati nei lunghissimi camini o sospesi sull'abisso percorrendo la via aperta da Eugenio Fasana e Vitale Bramani nel 1925, significa pulsare con la montagna, in un gioco di continue sorprese. Così, ad un tratto, può nascere la voglia di andare oltre, di esplorare la grande parete oltre la via classica (si fa per dire) e di conoscere le altre: quelle di Cassin e soci, quella di Nino Oppio (e Vitale Bramani, sempre lui) e quelle... non ancora salite. Avanti con le linee nuove, allora, che in qualche caso sono delle lunghe variazioni sul tema (ne ricordiamo una, dal nome che ci piace: Andrea Doria, “varata” da Lorenzo Festorazzi, Francesco Galperti, Franco Melesi e Silvano Arrigoni il 15 luglio 2006) e in qualche caso brillano di luce propria: specialmente in inverno quando il sole del mattino le accarezza timidamente e ne fa luccicare il ghiaccio e la neve. Stiamo parlando, ora, di Volpe bianca e Freezer, che se ne stanno nell'estremo settore sinistro della parete (diversamente il sole, in inverno, non lo vedrebbero mai) e sono le ultime nate della famiglia, aperte rispettivamente il 3 e il 17 febbraio 2008. Autori di entrambe le salite i “soliti” Festorazzi, Galperti e Arrigoni che, sempre slegati, hanno affrontato 350 m a 50-55° con risalti a 65° (Volpe bianca) e 380 m fino a 70° con tratti di misto (Freezer, www.intotherocks.splinder.com/post/16181327).
Detto questo: il 3 gennaio 2009, visto che il sole non ne voleva sapere di farsi vedere, Lorenzo Festorazzi ha pensato di far brillare a modo suo sia Volpe bianca sia Freezer, concatenandole da solo in giornata, in doppia prima ripetizione, immerso nella nebbia. Il gioco, come sempre, non ha deluso il nostro protagonista che, questa volta, ha dovuto persino mettere mano al martello: «Ho trovato un passaggio ostico all'inizio di Freezer - spiega -, dove durante la prima salita eravamo riusciti a passare sotto un masso incastrato. Quest'anno, però, a causa della neve abbondante, ho dovuto chiedere l'aiuto ad un chiodo di progressione. Per il resto, a parte qualche punto dove la neve era piuttosto alta, le due vie presentavano difficoltà identiche al 2008». Se ci fosse stato il sole sarebbe stato tutto più divertente? Lorenzo non è un tipo che si lamenta: «Anche la nebbia, a volte, ha il suo fascino: mi sembrava di essere in un altro mondo».
Sopra: Lorenzo Festorazzi durante il concatenamento del 3 gennaio 2009

Un tratto di Freezer, verso l'alto

Come sopra, verso il basso

Il settore sinistro della parete nord-est del Pizzo della Pieve (Grignone): in rosso Volpe bianca, in verde Freezer
Foto: Lorenzo Festorazzi
Si chiama così la via più dura del Pizzo Badile (3308 m), la montagna simbolo del Masino-Bregaglia. Il perché del nome è presto detto: è stata aperta il 6 agosto 1995, esattamente mezzo secolo dopo l'esplosione della bomba atomica sulla città giapponese. Autori della salita, come molti sapranno, i fratelli Rossano e Valentino Libera, che hanno osato avventurarsi lungo le placche della parete est-nord-est tra la celebre Via degli Inglesi (Mike Kosterlitz e Dick Isherwood, 8-9 luglio 1968, 550 m, VI e A2, www.intotherocks.splinder.com/post/16021383) e la linea tracciata da Elio Scarabelli e Tiziano Nardella (prima cordata, a comando alternato) con Daniele Chiappa e Giulio Martinelli (9-13 settembre 1973, 750 m, V e A3). Proprio Scarabelli, ricordando questa scalata, raccontava di aver osservato più volte le placche che precipitavano alla sua sinistra, chiedendosi se un giorno sarebbero mai state salite e da chi... Torniamo allora a Hiroshima, per dire che da quelle parti – dieci lunghezze per complessivi 400 metri (più 200 nel catino finale) – si respira aria di ottavo grado con pochi chiodi e qualche spit, giusto per non rompersi l'osso del collo. «La via è chiodata in modo assai ardito e non sempre si lascia proteggere con dei friends. È senz'altro l'arrampicata più pericolosa che abbia mai fatto»: così la guida grigionese Andrea Bianchi che, con il collega Giacum Frei, il 24 settembre 2001 ha tentato di ripetere il capolavoro, fermandosi a tre lunghezze dalla fine (M. VOLKEN e G. MIOTTI, Badile. Cattedrale di granito, Bellavite, Missaglia 2007, p. 207). Hiroshima è dunque ancora irripetuta, come si legge da più parti e come anche noi abbiamo scritto? No. Una ripetizione c'è, anche se i suoi autori dicono (o dicevano) che... non conta! Ma perché? Il motivo è che i personaggi in questione sono gli stessi che l'hanno aperta, tornati lassù (nel 1996) per fare il punto della situazione, ossia per verificare gradi e chiodatura e stilare così una relazione affidabile.

La “ragnatela” del Badile (versante nord-est) come pubblicata a pagina 223 del volume di Volken e Miotti. In verde abbiamo evidenziato Hiroshima