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lunedì, 30 novembre 2009

MAGIA INVERNALE SULLA NORD DELLE GRANDES JORASSES

postato da carlocaccia alle 15:01 in alpi occidentali

GLI SLOVENI MARKO LUKIĆ E ANDREJ GRMOVŠEK, TRA IL 17 E IL 19 MARZO 2009, A SEI ANNI ESATTI DALLA PRIMA DI ROBERT JASPER E MARKUS STOFER, HANNO FIRMATO LA SECONDA SALITA IN LIBERA DELLA MITICA NO SIESTA (1100 m, VI+, WI5 e M8) SULLO SPERONE CROZ

Lukic No siestaOrmai ci hanno preso gusto: il gioco dell'M8 sulle grandi Nord del massiccio del Monte Bianco, in inverno, è qualcosa di cui Marko Lukić e Andrej Grmovšek non possono più fare a meno. Così, dopo le seconde ascensioni in libera della Direttissima Gabarrou-Silvy (prima salita: Patrick Gabarrou e Philippe Silvy, 5-7 agosto 1978; prima libera: Aymeric Clouet e Christophe Dumarest, 15-16 marzo 2006; 1000 m, VI, WI6 e M8) sull'Aiguille Sans Nom (3982 m) tra il 17 e il 18 marzo 2007 (www.intotherocks.splinder.com/post/12217434) e del Couloir nord diretto (prima salita: Tobin Sorenson e Rick Accomazzo, agosto 1977; prima libera: Jeff Mercier e Philippe Batoux, marzo 2007; 700 m, VI, WI6+ e M8) sui Drus (3754 m) il 24 gennaio 2008, i due fuoriclasse sloveni hanno deciso di attaccare il non plus ultra, ossia la mitica No siesta sullo Sperone Croz delle Grandes Jorasses, e ancora una volta in libera hanno risolto il gran problema tra il 17 e il 19 marzo 2009. Quella di Marko e Andrej è quindi la seconda ascensione free (e non solo: anche seconda invernale) della via aperta tra il 21 e il 23 luglio 1986 dai cecoslovacchi Jan Porvaznik e Stanislav Glejdura: un capolavoro la cui prima salita in libera (e in inverno) porta le firme del tedesco Robert Jasper e dello svizzero Markus Stofer, passati lassù tra il 17 e il 19 marzo 2003 ossia esattamente sei anni prima di Lukić e Grmovšek. I quali, in realtà, sognavano No siesta da alcune stagioni. «Ma i locals – spiega Grmovšek – continuavano a ripeterci che non era in condizioni. Ad un certo punto abbiamo deciso di andare a vedere di persona: le condizioni non erano perfette ma la via era arrampicabile! Speravamo di fare più in fretta ma No siesta è davvero lunga. Siamo stati poi sorpresi dalle difficoltà e dal tempo richiesto dalle lunghezze più facili (M5, M6 e 70°). I tiri più impegnativi, più che fisici, sono tecnici. In sintesi: No siesta è una linea davvero lunga e impegnativa (1100 m, VI+, WI5 e M8): probabilmente la più dura delle vie di misto in libera sulle grandi pareti delle Alpi». Un giudizio esagerato? Robert Jasper, proprio nei giorni scorsi, ci parlava di No siesta con grandissima ammirazione, precisando che da quelle parti ci sono soltanto chiodi normali.

No siesta, aperta come abbiamo detto dai cecoslovacchi Porvaznik e Glejdura, con quella di Lukić e Grmovšek dovrebbe contare in tutto undici salite. Ecco l'elenco completo: 1ª. Jan Porvaznik e Stanislav Glejdura, 21-23 luglio 1986; 2ª. François Marsigny e Olivier Larios, 1997 (con una breve variante); 3ª. Alexander Ruchkin e Rinat Zaitov, luglio 1998 (in 36 ore); 4ª. Patrice Glairon-Rappaz, 27-30 giugno 2000 (prima solitaria, con due giorni di cattivo tempo); 5ª. Robert Jasper e Markus Stofer, 17-19 marzo 2003 (prima invernale e prima libera integrale); 6ª. Stéphane Benoist con un compagno; 7ª. Dubois e Pascal Ducroz (con due varianti); 8ª. Patrick Pessi, Basile Ferran e Damien Tomasi, 7-9 settembre 2007 (con una variante); 9ª. Stéphane Benoist e Sebastien Ratel, 22-24 settembre 2007 (Benoist, in questa occasione, ha mancato per poco la libera integrale); 10ª. Pierre Labbre e Romain Wagner, 11-14 ottobre 2007; 11ª. Marko Lukić e Andrej Grmovšek, 17-19 marzo 2009 (seconda invernale e seconda libera integrale).

Sopra: Marko Lukić impegnato su No siesta (www.grmoclimb.net)

Nord Jorasses

La parete nord delle Grandes Jorasses con alcune "supervie". Da sinistra a destra: la Desmaison-Gousseault (con le varianti d'attacco), Eldorado, la Directe de l'Amitié e, in blu, No siesta (www.summitpost.org)

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giovedì, 29 ottobre 2009

SE LO CONOSCI LO EVITI

È IL COULOIR DEI GIAPPONESI DELLA PARETE NORD DELLE GRANDES JORASSES, APERTO IN STILE ASSEDIO NEL 1972 E RIPETUTO INTEGRALMENTE PER LA PRIMA VOLTA SOLTANTO NELL'AUTUNNO 2008 DAI FRANCESI JULIEN DESECURES E ARNAUD GUILLAUME

Ci sono voluti 36 anni ma alla fine la seconda salita è arrivata. Peccato che, diversamente da come capita per certe vie dimenticate che una volta riscoperte vengono segnalate come meritevoli di attenzione e vivamente consigliate, i primi ripetitori del Couloir dei giapponesi sulla parete nord delle Grandes Jorasses abbiano dichiarato, senza mezzi termini, che da quel posto è meglio stare lontani: via di lì, colleghi alpinisti, se tenete alla salute. Ma chi, ignorando un altro appello di cui diremo, ha osato cacciarsi da quelle parti? I francesi Julien Désécures e Arnaud Guillaume che, dopo un primo tentativo nel 2005 e un secondo nel 2006 (del solo Désécures con il britannico Neil Brodie), durante l'autunno 2008 hanno trovato ghiaccio a sufficienza e, in due giorni e con qualche spavento, sono riusciti a passare.

Grandes Jorasses 3La parete nord delle Grandes Jorasses (foto a lato, www.summitpost.org), come noto, è caratterizzata dai celebri Speroni Walker e Croz tra i quali, in posizione arretrata, sta la nervatura della Punta Whymper. Quest'ultima struttura, assieme al fianco destro (occidentale) dello Sperone Walker, forma una gola colossale che, se in basso non è più di un largo pendio nevoso, ad un certo punto si impenna a suon di rocce (soprattutto a destra) e di ripide goulottes interrotte da piccoli nevai (a sinistra) e si trasforma così in una sorta di diedro hors catégorie, sul cui fondo non sta la solita benedetta fessura ma una striscia di ghiaccio che fa gelare il sangue: è il perniciosissimo Couloir dei giapponesi. La storia di questa via, in verità, è lunga e un po' complicata, visto che la prima parte (il largo pendio nevoso) fu guardata e tentata già nel 1931 da Anderl Heckmair e Gustl Kröner (che scamparono per miracolo) e subito dopo da Hans Brehm e Leo Rittler (che ci lasciarono la pelle). I famigerati 200 metri finali, invece, furono violati Terray e Lachenalper errore (la storia è abbastanza famosa) dalle “locomotive” Lionel Terray e Louis Lachenal (nella foto, dopo la spedizione del 1950 all'Annapurna: Terray porta in braccio l'amico con i piedi congelati) che nel 1946, ingannati dalla nebbia all'altezza del secondo bivacco Cassin lungo lo Sperone Walker (che fino a quel momento contava tre salite), presero una rampa ascendente a destra e finirono drammaticamente fuori via. I due formidabili francesi si inoltrarono lungo il fianco occidentale dello sperone, raggiunsero con un pendolo una ripidissima goulotte (che nel 1976 sarebbe diventata la Colton-McIntyre...), balzarono dall'altra parte e proseguirono su rocce difficili. Bivacco, tempesta e avanti: nevaio superiore, camini difficili e pericolosi (quelli dei giapponesi...), blocchi instabili, una pietra in testa a Lachenal, una piccozza rotta di schianto, il limite dalla sopportazione e finalmente la salvezza, la forcella tra le Punte Walker e Whymper. Lionel e Louis lanciarono quindi il loro appello: non salite da quelle parti.

Jorasses 1«Ma l'uomo – scriveva 40 anni fa Alessandro Gogna (Grandes Jorasses. Sperone Walker, Tamari, Bologna 1969) – è alla costante ricerca del sempre più difficile. C'è chi pensa di percorrere il canalone tra la Punta Walker e la Punta Whymper interamente dal basso, partire cioè dal primo tentativo di Brehm e Rittler (in realtà di Heckmair e Kröner, ndr) e, dopo orribili budelli ghiacciati, condotte forzate di pietre e bolidi vari, agganciare l'inizio della variante dei due francesi (in fucsia nello schizzo, tratto dalla Guide Vallot, dove abbiamo evidenziato anche la Cassin e il Couloir dei giapponesi), e uscire in cresta per essa. Il progetto è del tutto insano in quanto la salita sarà fatta d'estate, neppure d'inverno, quando almeno non ci sarebbero scariche. Ma l'alpinismo senza insania non è mai andato avanti, e dopo tutto, scegliendo bene la giornata, molto fredda e dopo un lungo periodo di bel tempo, con l'idea di uscire fuori in una sola giornata, chissà che davvero non riesca la più rischiosa impresa di tutti i tempi!!!». Avete qualche domanda, amici lettori? Crediamo di sì. Ecco allora la risposta: Gogna, in una lettera del 21 novembre 1968 (pubblicata con altre nell'ormai classico Un alpinistmo di ricerca, Dall'Oglio, Milano 1975), scrisse a Reinhold Messner di aver appreso della sua intenzione di tentare, in inverno, «il canale tra Whymper e Walker». Reinhold, una settimana dopo, rispose così: «Per primo vorrei sapere come mai vieni a sapere della mia idea del canale tra Whymper e Walker. Forse ho detto da qualche parte che sarebbe meno pericoloso d'inverno che d'estate, ma secondo me è sbagliato fare la prima ascensione d'inverno».

Grandes Jorasses 2Il plotone del Sol Levante che nel 1972 realizzò l'“insano progetto” (foto a lato), tuttavia, non diede retta al grande Messner: i samurai - che si chiamavano Yashuo Kanda, Yashuo Kato, Hideo Miyazaki, Toru Nakano, Kazuhide Saito, Hisashi Sekino, Masaru Suzuki e Naoyoshi Togashi – sferrarono un primo attacco tra il 17 e il 23 febbraio, un secondo tra il 26 febbraio e il 10 marzo e quindi, risalendo sulle corde fisse fino a 400 metri dall'uscita, il terzo e decisivo (senza Sekino, Suzuki e Togashi) tra il 19 e il 29 marzo. Il giorno dopo non mancò la ciliegina sulla torta, con la salita dai 4143 metri della forcella ai 4206 della Punta Walker. La discesa si svolse lungo la via appena aperta (1100 m, VI, A2 e 70°, “ED, très exposée” secondo la Guide Vallot) che, fatte due somme, era stata assediata per la bellezza di 32 giorni (il 1972 era bisestile).

Chi avrebbe avuto il coraggio di ripercorrere, uno dopo l'altro, tutti i passi dei giapponesi? E quando? Le risposte le conoscete. Dobbiamo però aggiungere, per la cronaca, qualche dettaglio del cimento di Désécures e Guillaume i quali, polverizzando il tempo dei primi salitori, hanno raggiunto il nevaio superiore (a circa 300 metri dall'uscita, fin lì M5 e 90°) in 8 ore (alle tre del pomeriggio) ma appena sopra, lungo i terribili camini finali, sono stati costretti ad una brusca frenata, finendo sorpresi dal buio ad un centinaio di metri dalla forcella. Quelle otto lunghezze, quei 200 metri oltre il nevaio superati sessanta e passa anni fa da Terray e Lachenal, hanno opposto a Désécures e Guillaume difficoltà di M6, ghiaccio verticale e una sezione di A1, richiedendo in tutto ben 10 ore di fatica (fisica e nervosa). Il commento finale di Julien e Arnaud lo abbiamo già riferito. Ciò che non abbiamo ancora detto è che una seconda temeraria cordata, la cui composizione ci è per ora ignota (il nostro informatore dovrebbe farsi vivo nelle prossime ore), non ha voluto sentire raccomandazioni e qualche giorno dopo la prima - attesa, ricordiamo, per 36 anni -, ha messo a segno la seconda ripetizione dell'insano Couloir dei giapponesi. C'è da stupirsi? Forse no, visto che, come diceva Gogna, «l'alpinismo senza insania non è mai andato avanti».

venerdì, 16 ottobre 2009

GRANDES JORASSES, SPERONE CROZ: TUTTO DA VEDERE

postato da carlocaccia alle 12:29 in varia, alpi occidentali

Strano (ma in fondo comprensibile) destino quello dello Sperone Croz della parete nord delle Grandes Jorasses, relegato nell'ombra (si fa per dire: nel mezzo della muraglia le ombre vere non mancano mai) dall'impresa di Cassin e compagni sullo Sperone Walker. Perché la via aperta con incredibile determinazione da Rudolf Peters e Martin Meier tra il 28 e il 29 giugno 1935 è ancora oggi un affare assai serio, poco ripetuto anche perché impone le più genuine tribolazioni alpinistiche. Se ne sono resi conto i britannici Jonathan Griffith (26 anni) e Will Sim (19), passati recentemente da quelle parti seguendo inizialmente le prime lunghezze della via aperta tra il 17 e il 18 luglio 1977 dagli sloveni Franc Knez, Vanja Matijevec, Iado Vidmar e Joze Zupan e “raddrizzando” in questo modo la linea del 1935. Direte: la notizia è tutta qui? Nossignori. Proprio ieri, dopo la perla sulla corsa di Ueli Steck sulla medesima parete (www.intotherocks.splinder.com/post/20793179), l'alpinista e fotografo Griffith ha pubblicato un bellissimo filmato sullo Sperone Croz: cinque minuti di grande intensità che vi consigliamo vivamente. Per assistere al nuovo spettacolo “jorassiano” basta cliccare qui: www.vimeo.com/7080015.

link al post | categoria varia, alpi occidentali
giovedì, 01 ottobre 2009

MONTE BIANCO SELVAGGIO

ITALIANI E BRITANNICI IN AZIONE SULLA REMOTA PUNTA BARETTI (4006 m): PRIMA RIPETIZIONE DEL COULOIR SUD-OVEST (1100 m, TD+) PER MARA BABOLIN, FRANCESCO ROTA NODARI E ROBERTO ROVELLI E PRIMA ASCENSIONE DELLO SPERONE ALLA SUA SINISTRA (1200 m, ED-) PER SIMON RICHARDSON E DUNCAN TUNSTALL

PREMESSA GEOGRAFICO-STORICA. Si dice Monte Bianco e si pensa all'Aiguille Noire, allo Sperone della Brenva, alle creste di gallo del Tacul, alle Grandes Jorasses e ai Drus. Ma il “Monarca”, come lo chiama Gabarrou, è un mondo: un universo dove si può stare in coda ad aspettare il proprio turno, stile luna park, e dove si può trovare la “solitudine che sgomenta”. Renato Chabod, come in quell'articolo da antologia (La corsa alle Jorasses, “Rivista mensile” del Cai, 1935), avrebbe giustamente parlato di “emozionante contrasto” come tra i chiodi e i moschettoni di Raymond Lambert: “di dimensioni spropositate” i primi, “piccoli piccoli e sottili” i secondi. Ma vale la pena crucciarsi? Prendersela perché da una parte vanno tutti e dall'altra (quasi) nessuno? Stiamo a guardare, invece: notiamo quella via ieri alla moda e oggi non più (e viceversa), osserviamo il Grand Capucin più fotografato di una top model e poi, nel nome della par condicio, andiamo a fare un giro dalle parti del ghiacciaio del Miage, fino al Picco Luigi Amedeo.

Baretti 7Eccoci arrivati: siamo a quota 4470, nel cuore della cresta del Brouillard. Da una parte si sale in paradiso (ossia al Monte Bianco), dall'altra il crinale precipita fino al Col Emile Rey (4027 m) e continua verso sud fino al Mont Brouillard (4068 m) e alla Punta Baretti (4006 m, nella foto sopra, www.on-ice.it). Gino Buscaini ci ricorda che ci troviamo “nel settore più selvaggio e trascurato del Monte Bianco” e guardandoci attorno, sapendo che la Punta Baretti è uno degli 82 Quattromila “ufficiali” delle Alpi, non possiamo non pensare che si tratti di una cima più o meno riservata ai tenaci, rigorosi collezionisti, a cominciare dal loro “padre spirituale” Karl Blodig (oculista di mestiere) che la salì il 17 luglio 1907 con Laurent Croux. Le eccezioni alla regola, comunque, non mancano mai. Violata per la prima volta il 28 luglio 1880 da Martino Baretti (ecco l'origine del nome) e Jean-Joseph Maquignaz, la nostra punta fu poi salita il 17 agosto 1898 da Giovanni Bobba, Casimiro Therisod e G. Pession (da sud-ovest, per lo stesso itinerario dei primi salitori). Nel 1907 fu il turno di Blodig e Croux, nel 1923 di Henry Bregeault, Paul Chevalier, Jacques Lagarde, Jacques e Tom de Lépiney e André Migot (che tra il 21 e il 22 agosto salirono da est, ossia dal ghiacciaio del Brouillard, al Col du Brouillard e quindi per cresta alla Punta Baretti) e nel 1939 di Guido Giva, Emilio Parato ed Emilio Riva (che tra il 15 e il 16 agosto seguirono lo stesso itinerario). Da segnalare quindi il passaggio di Lorenzino Cosson, René Salluard, Luigino Henry e Cosimo Zappelli (primo percorso integrale della cresta del Brouillard, 3-5 luglio 1973), quello di Louis Audoubert, Marc Batard, C. Delamonica e M. Metzger (prima invernale della stessa cresta, 12-15 febbraio 1982) e quello di Dario Brocherel e Mario Mochet (idem in seconda invernale, 4-5 febbraio 1989). Ma non abbiamo finito: se il 30 ottobre 1988, approfittando di condizioni eccezionalmente favorevoli, Gian Carlo Grassi, Sergio Rossi e Angelo Siri hanno superato la parete est della Punta Baretti salendo dal ghiacciaio del Brouillard per un canale di 350 metri a 55° seguito da una goulotte di 150 metri a 70-90° (che sbuca sulla cresta a 300 metri dalla cima), il 1° maggio 2006 è stata la volta di Pierre Tardivel, Sébastien De Sainte Marie e Jérémy Janody, che hanno firmato la prima ascensione del canale sud-ovest (evidente e non estremo ma lontano da tutto e da tutti e quindi lasciato a lungo in pace...) per poi scenderlo con gli sci (effettuando una calata in doppia di 10 metri).

Baretti 6LA CRONACA. La (prima) notizia di oggi è dunque questa: Mara Babolin (www.intotherocks.splinder.com/post/13539068), Francesco Rota Nodari e Roberto Rovelli, durante lo scorso mese di luglio, hanno messo a segno la probabile prima ripetizione del canale appena menzionato, partendo prima di mezzanotte dal ghiacciaio del Miage, risalendo la parte inferiore del ghiacciaio del Monte Bianco e raggiungendo a destra l'attacco della via. I primi tre quarti del couloir, lungo complessivamente 1100 metri e potenzialmente pericoloso per le scariche, presentano un'inclinazione media di 40°. Più avanti, invece, lo scivolo si fa più ripido e stretto (foto sopra, www.on-ice.it) e consiglia di progredire in sicurezza. Raggiunta la cima della Punta Baretti, il terzetto italiano ha continuato lungo la cresta fino al Mont Brouillard e al Col Emile Rey e da lì, con una serie di doppie sul fianco ovest del crinale, è tornato sul ghiacciaio del Monte Bianco.

Baretti 1Qualche settimana dopo, per la precisione l'8 settembre 2009, anche i britannici Simon Richardson e Duncan Tunstall hanno messo le mani sulla Punta Baretti, risolvendo il problema dello sperone sud-ovest: la notevole nervatura rocciosa che scende direttamente dalla vetta, per 1200 metri, a sinistra del “canale Tardivel”. L'avventura di Richardson e Tunstall (foto a lato, www.ukclimbing.com) ha preso il via il 7 settembre con l'avvicinamento lungo il ghiacciaio del Monte Bianco fino alla base dello sperone e il giorno dopo, come abbiamo visto, è cominciata la scalata vera e propria (che ha richiesto un bivacco). La vetta è stata quindi raggiunta il 9 settembre, dopo ben 40 tiri di corda (due di VI e gli altri attorno al V/V+ sostenuto, ED- la valutazione complessiva) lungo una serie di difficili torri, una cresta “a dorso di balena” e aggirando sulla sinistra una ripida headwall. La discesa si è svolta sul versante est della cresta del Brouillard, per il quale Richardson e socio hanno raggiunto il ghiacciaio omonimo e poi i bivacchi Eccles (Lampugnani e Crippa, 3852 m). «L'impegno richiesto dallo sperone ci ha sorpresi – ha spiegato Tunstall -. Non abbiamo mai incontrato difficoltà estreme ma anche i tratti facili sono stati rari. In più bisogna considerare la qualità della roccia, che ha reso tutto più complicato. I momenti forti sono stati l'aggiramento a destra del pericolante canalino iniziale e il superamento delle tre torri principali. La via sembrava non finire mai».

Baretti 4

Nella foto (www.on-ice.it): i mille e passa metri del versante occidentale della Punta Baretti (4006 m) con il "canale Tardivel" e, alla sua sinistra, lo sperone risolto da Richardson e Tunstall

lunedì, 14 settembre 2009

INESAURIBILE MONTE BIANCO

postato da carlocaccia alle 15:09 in alpi occidentali

TRIS DI VIE NUOVE PER TONY PENNING E ALI TAYLOR. I DUE BRITANNICI, NELLE SCORSE SETTIMANE, HANNO APERTO ZIG ZAG (560 m, TD) E SORGENTE PEPPER (200 m, ED-) SUL MONT NOIR DE PEUTEREY (2928 m) E INOLTRE THE AGING GUNSLINGER (560 m, TD) SULL'AIGUILLE DE L'EVEQUE (3258 m)

Si innalza alla base della cresta est dell'Aiguille Noire de Peutérey, proprio alle spalle del rifugio, per cui lo vedono in tanti. Ma il Mont Noir de Peutérey (2928 m), salito per la prima volta il 17 luglio 1873 dai britannici T.S. Kennedy e J.A.G. Marshall con le guide U. Almer e J. Fischer, non è mai diventato una cima alla moda. Tanto che nella guida Monte Bianco I (Cai-Tci) di Gino Buscaini non arriva a occupare neppure due pagine, con soli cinque itinerari tra cui quello firmato il 23 marzo 1983 da Hans Marguerettaz e Gianfranco Sappa sulla parete nord-est: il Supercouloir de Peutérey (350 m, 90°, ED). Nelle scorse settimane, però, Tony Penning e Ali Taylor – moderna cordata d'Oltremanica abituata a frequentare gli angoli meno celebrati del massiccio, come le Aiguilles de Pra Sec: www.intotherocks.splinder.com/post/14218143 - hanno messo le mani sulla parete del Supercouloir (rivolta verso il ghiacciaio della Brenva) e vi hanno tracciato le prime due vie su roccia: Zig Zag (che termina più o meno a metà versante) e Sorgente Pepper. Zig Zag (560 m, TD), che presenta un tratto valutato E3 5c in corrispondenza di una grande lama staccata risolta con una sola protezione, non è una linea consigliabile, con alcune lunghezze interessanti ma anche rampe erbose e roccia assai cattiva. Sorgente Pepper (200 m, ED-) è invece più godibile: si sviluppa a sinistra di Zig Zag seguendo la parte destra di un notevole camino a Y e offre tiri per nulla banali, valutati E3 ed E4.

Ali Taylor sullPenning e Taylor, tra le due scalate sul Mont Noir de Peutérey, hanno lasciato il segno anche sull'Aiguille de l'Evêque, che si trova alla base della cresta di Tronchey delle Grandes Jorasses e che, come spiega la storica (1968) guida Monte Bianco II (Cai-Tci) di Renato Chabod, Lorenzo Grivel, Silvio Saglio e Gino Buscaini, «malgrado la solenne denominazione non è affatto una guglia». Si presenta invece come «uno spallone per nulla sopraelevato a monte: anzi, in leggera discesa, perché la sua estremità Nord-occidentale, dove è sito il Bivacco Jachia (che con una media di 4 visitatori all'anno è il punto di partenza per la cresta di Tronchey, ndr), è quotata da IGM m 3264, mentre quella Sud-orientale, che costituisce la cosiddetta “Aiguille”, soltanto m 3258». L'Aiguille de l'Evêque, da non confondersi con l'Evêque (3469 m) che si innalza poco a sud dell'Aiguille Verte tra il ghiacciaio della Charpoua e quello di Talèfre, precipita però «verso il Lavachey (in val Ferret, ndr) con un paretone Sud-est di particolare altezza, larghezza e conseguente imponenza». La parete, finita nel mirino di Taylor e Penning (che l'aveva già “assaggiata” nel 2004 con Nic Mullin e Robin Wilmhurst-Smith salendo 11 lunghezze), ha regalato loro un'avventura di tre giorni: il primo per raggiungere l'attacco salendo su terreno assai infido, il secondo per tracciare The Aging Gunslinger (“Il pistolero che invecchia”, 560 m, TD, con il tratto chiave valutato E3 5b) e per tornare alla base della muraglia e il terzo, infine, per scendere a valle.

Nella foto, di Tony Penning (www.thebmc.co.uk), Ali Taylor impegnato lungo The Aging Gunslinger sulla parete sud-est dell'Aiguille de l'Evêque

link al post | categoria alpi occidentali
martedì, 08 settembre 2009

ULTIME NOTIZIE DALLA FANTASTICA BRENVA

postato da carlocaccia alle 15:48 in alpi occidentali

NUOVA VIA SUL FIANCO DESTRO DEL CLASSICO SPERONE PER GLI ITALIANI SERGIO DE LEO E MARCELLO SANGUINETI E TERZA SALITA IN LIBERA DI DIVINE PROVIDENCE SUL GRAND PILIER D'ANGLE PER IL FRANCESE STEPHANE BENOIST E COMPAGNI

Brenva

La Brenva: non una parete ma un mondo. Ma anche un tempio, grandioso, dove l'alpinismo ha celebrato alcune delle sue più solenni liturgie. Una lista? In futuro magari ci penseremo. Per ora vi rimandiamo alle schede sulla Via della Pera (www.intotherocks.splinder.com/post/21057447) e sulla Major (www.intotherocks.splinder.com/post/21158233) e, passando dalla storia alla cronaca, annunciamo che nei primi giorni dello scorso mese di luglio, con condizioni di rigelo mediocre, Sergio De Leo e Marcello Sanguineti hanno tracciato un nuovo itinerario su neve, misto e roccia lungo il fianco destro del classicissimo sperone salito nel 1865 da G.S. Mathews, A.W. Moore, F. e H. Walker con le guide J. e M. Anderegg. Così, quasi un secolo e mezzo dopo quel memorabile successo, la parete est del Monte Bianco ha regalato un'altra bella sorpresa: una linea che De Leo, in verità, aveva adocchiato da tempo e che, con un passo di 6b, nel complesso è stata valutata D+. La via, chiamata Le réveil de l'ours (“Il risveglio dell'orso”), è stata ripetuta pochi giorni dopo da un'altra cordata italiana. Da segnalare, inoltre, che buona parte dell'itinerario seguito da De Leo e Sanguineti in salita era già stato percorso in discesa con gli sci, poco più di un mese prima (1° giugno 2009), dal francese Pierre Tardivel e dallo svizzero Sébastien De Sainte Marie, che avevano battezzato la loro realizzazione Les Brenvitudes (1000 m, di cui 600 a 45/50°).

Divine ProvidenceDa una via nuova, restando nel fantastico universo della Brenva, passiamo ad un'importante ripetizione: per parlarne, però, dobbiamo fare un balzo sul fianco sinistro del versante e, una volta di fronte alla tetra parete nord del Grand Pilier d'Angle (4243 m), spostarci al sole di fronte allo “scudo” della sua granitica parete est. Perché è qui che, come noto, si svolge Divine Providence: il capolavoro firmato tra il 5 e l'8 luglio 1984 da Patrick Gabarrou e François Marsigny. Durante quell'epica prima ascensione, negli annali della storia dell'alpinismo anche per una disastrosa caduta del “Gab” che lasciò la cordata letteralmente appesa ad un friend (tutto questo spiega il nome della via), furono superate difficoltà di 6b e A3. Tra il 13 e il 14 luglio 1990, in occasione della seconda ripetizione dell'itinerario, l'A3 del diedro strapiombante fu trasformato in 7c (oggi si parla di 7b+) da Alain Ghersen e Thierry Renault ma più in alto, in corrispondenza di un tetto, i due liberisti dovettero ricorrere a 3 punti di aiuto. La soluzione di questo problema – alla fine un non disumano 7a – fu trovata nel 1991 dai britannici Andy Cave e Paul Jenkinson: peccato che Jenkinson, lungo il diedro, dovette riposarsi 4 volte sugli ancoraggi. La prima libera integrale di Divine Providence è così arrivata soltanto nel 2002, messa a segno a vista dagli svizzeri Denis Burdet e Nicolas Zambetti. Quindi, nel 2003, ecco subito il bis (sempre a vista) ad opera degli sloveni Marko Lukić e Andrej Grmovšek (protagonisti in quell'anno di un'estate di fuoco dalle montagne di casa alle Dolomiti, al Wenden e, naturalmente, al Monte Bianco). Quella realizzata nelle scorse settimane dal polivalente francese Stéphane Benoist e da tre “allievi” del Groupe excellence alpinisme della Ffcam (Fédération française des clubs alpins et de montagne) è dunque la terza ascensione free della famosa creazione del “Gab” che tuttavia questa volta, come mai era accaduto in precedenza, è stata salita in libera (a vista o flash) sia dai capicordata sia dai secondi.

In alto: Monte Bianco, versante della Brenva. Da sinistra a destra si notano la levigata parete est del Grand Pilier d'Angle (alta circa 900 metri), la ghiacciata parete nord dello stesso, le nervature delle vie della Pera, Major e Sentinella Rossa e lo Sperone della Brenva, sul cui fianco destro (nord) si svolge la nuova via di De Leo e Sanguineti. Qui sopra: un momento della prima ascensione di Divine Providence (arch. Patrick Gabarrou)

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giovedì, 03 settembre 2009

MEIJE: MOULIN SFERRA IL COLPO DEL KO

postato da carlocaccia alle 12:54 in alpi occidentali

IL 27 E 28 AGOSTO 2009, A OTTO ANNI DAL PRIMO TENTATIVO, L'INARRESTABILE FRANCESE HA COMPLETATO MITCHKA SULLA PARETE SUD DELLA REGINA DEL DELFINATO. CHIODI E QUALCHE SPIT PER UNA LINEA SU ROCCIA DI 800 METRI CHE, CON UNA SERIE DI LUNGHEZZE DA FAVOLA (QUATTRO TOCCANO IL 7a), NON HA NULLA DA INVIDIARE ALLE BLASONATE “CUGINE” DEL MONTE BIANCO

Non c'è soltanto Gabarrou: dall'altra parte delle Alpi, a cinquant'anni (è nato a Parigi nel 1958), anche Christophe Moulin continua a divertirsi alla grande. E come Patrick ama fare il “papà”, scalando con ragazzi che potrebbero davvero essere suoi figli. Come dite? Lo fa per lavoro? Certo: Christophe, da anni, si occupa della formazione dei giovani alpinisti transalpini. Ma nessuno può negare che dietro la professione ci sia una passione irrefrenabile, la voglia di trasmettere ad altri la propria esperienza, di non arroccarsi sulle vette, in drammatica solitudine, alla ricerca di chissà cosa. Moulin è giunto ai giovani dopo un cammino complesso, dopo una maturazione passata attraverso allucinanti imprese senza compagni che, come ci spiegava un giorno, non erano altro che l'espressione di un insano “male di vivere”. Poi, ad un tratto, è arrivata la luce, la scoperta di un mondo nuovo e l'uomo è cambiato: da guerriero si è fatto maestro e ha cominciato a vivere sul serio. Così, nei giorni scorsi, Christophe si è legato con Paul Michas (18 anni) e Simon Rémy (23) e ha finalmente realizzato un sogno: una via di gran classe sulla parete sud della Meije, nel Delfinato.

MeijeLa muraglia (nella foto), piuttosto larga e solcata da una trentina di itinerari (tra cui quello di Angelo Dibona, del 1912), culmina con una cresta dai numerosi pinnacoli: tra i diversi “denti” spiccano, da ovest a est, il Grand Pic de la Meije (3983 m, la vetta estrema), il Pic Central o Doigt de Dieu (3974 m) e la Meije Orientale (3890 m). La via di Moulin e compagni (evidenziata nella foto) punta alla cima più alta, svolgendosi per 800 metri (20 tiri di corda) a sinistra delle moderne Le dossier du fauteuil (Cambon e Ravel, 1986) e La chevauchée des vaches qui rippent (Fine e Laborie, 1986) e, di conseguenza, anche della storica Allain-Leininger (1935). Aperta a chiodi e con qualche spit, presenta difficoltà in libera fino al 7a (quattro lunghezze) e, valutata nel complesso ED+, è certamente una delle linee più impegnative della zona: un itinerario su roccia di grande impegno e bellezza che, a detta dei suoi autori, non teme confronti con le analoghe (ma più brevi) realizzazioni sul granito del Grand Capucin. Ora, però, dobbiamo spiegare il “finalmente” di qualche riga fa, raccontando la storia di questa via che, per essere completata, ha dovuto attendere ben otto anni.

Mitchka 2Il primo tentativo, da parte di Moulin con Fabrice Susset, risale al 2001. In quell'anno, durante il mese di agosto, vengono risolte sette lunghezze: le prime tre su roccia (4+, 5c e 5a), la quarta in diagonale lungo il Fauteuil des Allemands (cenge nevose) e le altre ancora su roccia (6b+, 6c e 7a) fino al termine della difficile “fessura a S”. Nel 2003 gli stessi Moulin e Susset aggiungono sei tiri (6a+, 6b+, 6a, 6b+, 5c e 6b), raggiungendo il Glacier Carré al di sotto del potente risalto terminale. Nel 2004, con degli allievi, Moulin ripercorre un paio di volte la via incompiuta: sale fino al Glacier Carré e da lì, per studiare da vicino la sezione superiore della parete, continua seguendo Le dossier du fauteuil. Nel 2005 la tragedia: Fabrice Susset muore travolto da una valanga e Moulin decide di non abbandonare il progetto. Il resto è cronaca recente: dalla puntata del luglio scorso con Laurent Laboudigue - con cui Christophe ha guadagnato tre lunghezze (6b/c, 7a e 7a) oltre il Glacier Carré - fino all'azione risolutiva della scorsa settimana (27 e 28 agosto), quando il veterano e i suoi giovanissimi compari hanno ripercorso in libera le diciassette lunghezze già aperte, hanno superato le tre finali (6b/c, 7a e 5a) e hanno toccato quel punto un po' magico, a 80 metri dalla vetta, oltre il quale tutte le vie della parete sud del Grand Pic de la Meije procedono trionfalmente insieme.

Mitchka 1

Nelle foto (www.ffcam.fr): in salita e in discesa lungo Mitchka sulla parete sud della Meije

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venerdì, 21 agosto 2009

IL LIBRO D'ORO DELL'ALPINISMO/4

MONTE BIANCO (4807 m), PARETE DELLA BRENVA, VIA MAJOR (1928)

PREMESSA – Da domani Intotherocks si prenderà qualche giorno (pochi giorni...) di pausa. Tuttavia, prima di andare in vacanza, vogliamo mantenere una promessa, anche per ringraziare i nostri affezionati lettori che durante il mese di agosto non si sono per nulla diradati, dimostrando (ne siamo felici) una notevole attenzione al nostro blog. Ecco allora, dedicata alla via Major sulla parete della Brenva del Monte Bianco, la quarta pagina del “libro d'oro” dell'alpinismo: un capitolo che segue quello sulla Cassin sulla Cima Ovest di Lavaredo (www.intotherocks.splinder.com/post/12349441), quello sul diedro Livanos-Gabriel sulla Cima Su Alto (www.intotherocks.splinder.com/post/13939602) e, non a caso, quello sulla Via della Pera sulla stessa parete della Brenva (www.intotherocks.splinder.com/post/21057447).

Brenva 2 piccolaLA VIA – Come la Via della Pera (in rosso nella foto di Antonio Giani), del 5 agosto 1933, anche la Major (in fucsia) porta la firma di Thomas Graham Brown (1882-1965), fisiologo di professione e alpinista per diletto. E se la Via della Pera fu la conclusione del magnifico “trittico” del grande scozzese sulla parete della Brenva del Monte Bianco, la Major fu la seconda gemma, risolta tra il 6 e il 7 agosto 1928 con Francis Sidney Smythe (lo stesso compagno con cui il nostro protagonista, nei primi due giorni di settembre del 1927, aveva aperto la serie tracciando la Sentinella Rossa, in blu nella foto). A suo tempo, della Via della Pera, avevamo sottolineato l'oggettiva pericolosità. Con la Major, invece, la musica è completamente diversa visto che Gaston Rébuffat (tra gli autori della decima salita della via) non ha esitato a definirla «la più bella via sul versante della Brenva del Monte Bianco» mentre la Guide Vallot ne parla come di «una delle più belle salite delle Alpi». Sulla stessa linea Gino Buscaini: «È una delle vie più belle fra le grandi classiche al Monte Bianco». Ma torniamo a Rébuffat per apprendere (o ripassare...) che la Major «si snoda tra la via della Sentinella Rossa, a destra, il cui itinerario, che va diritto in vetta è più elegante ma meno interessante, e la via della Poire (Via della Pera, ndr) a sinistra». Buscaini precisa che «l'itinerario supera il rilievo più marcato e regolare della parete, che fiancheggia sulla destra (idr.) il gran canale centrale». Ma torniamo a Rébuffat (il riferimento è il “solito” Il massiccio del Monte Bianco. Le 100 più belle ascensioni, Zanichelli, Bologna 1974) che fa correre la fantasia del lettore parlando di un «itinerario di misto, piuttosto glaciale, che comporta anche salti di roccia di cui uno molto difficile (quello terminale, con un passaggio di IV atletico a quota 4400, ndr). Paesaggio straordinario, ambiente selvaggio e puro quando, molto presto la mattina, il sole sorgente all'orizzonte raggiunge la sporgenza rocciosa che solca la seraccata della calotta del Monte Bianco». I numeri e le sigle della via non ne dicono granché, tuttavia per completezza li riportiamo: dislivello 1300 metri (dal Col Moore alla vetta), TD- per Buscaini (Monte Bianco I, collana “Guida dei Monti d'Italia”, Cai-Tci, Milano 1994) e D «ad alta quota» per Rébuffat. La via ha lo stesso nome della depressione (4725 m circa) dove essa termina (lungo la cresta sommitale tra il Monte Bianco di Courmayeur e il Monte Bianco): il Col Major, appunto, così chiamato da Thomas Graham Brown che si ispirò ad un leggendario Col de Curia Major (via di comunicazione in alta quota, di incerta identificazione, tra Courmayeur e Chamonix). Da ricordare, comunque, che in passato la Major veniva chiamata anche Via della Sentinella di sinistra.

MajorI NOMI E LE DATE - 1ª. Thomas Graham Brown e Francis Sidney Smythe, 6-7 agosto 1928 (uscendo al Col Major e proseguendo prima a sinistra fino al Monte Bianco di Courmayeur e raggiungendo la cima più alta soltanto in un secondo tempo); 2ª. Gustl Kröner e un compagno non identificato, 1930; 3ª. Thomas Graham Brown con le guide Alexander Graven e Alfred Aufdenblatten, 26 luglio 1933 (effettuando la prima traversata del Col Major e scendendo per la parete sud-ovest, pochi giorni dopo gli stessi effettuarono la prima ascensione della Via della Pera); 4ª. A. Bauer con la guida Hermann Steuri, 24 luglio 1937; 5ª. Paul Hagenbach con la guida André Roch, 6 agosto 1937 (pochi giorni prima, il 24 luglio, Roch aveva effettuato la seconda salita della Via della Pera); 6ª. Paolo Gazzana Priaroggia e Gianpaolo Guidobono Cavalchini, 2-3 settembre 1937 (prima ripetizione italiana); 7ª. R. Aubert e René Dittert, 25 luglio 1938 (gli stessi, il 30 luglio 1951, effettuarono la sesta salita della Via della Pera); 8ª. Una Cameron con le guide Edouard Bareux ed Elisée Croux, 2-3 agosto 1938 (prima femminile per la Cameron); 9ª. M. Renard con la guida Armand Charlet, 14 agosto 1939; 10ª. R. Magnon, L. Pez, V. Schmidt e J. Weilbacher con le guide Jean Franco e Gaston Rébuffat, 28 giugno 1947 (Franco, il 28 luglio 1951, effettuò la quinta salita della Via della Pera); 11ª. J. Du Bois, E. Hediger e M. Seylaz con la guida Hermann Steuri, 23 luglio 1947 (seconda salita personale per Steuri); 12ª. H. Örtli con la guida Arturo Ottoz, 23 settembre 1948; 13ª. Jean Gourdain con la guida Lionel Terray, 27 luglio 1949; 14ª. Piero Ghiglione con la guida Arturo Ottoz, 28 luglio 1949 (seconda salita personale per Ottoz); 15ª. Ugo Angelino, Gianni Miglietti, Gigi Panei e Carlo Ramella, 31 luglio 1949; 16ª. M.E.B. Banks e F.R. Brooke, 16-17 settembre 1951 (di notte); 17ª. Piero Gallo con la guida Arturo Ottoz, 23 settembre 1951 (terza salita personale per Ottoz); 18ª. Arturo Ottoz e Toni Gobbi, 23 marzo 1953 (prima invernale secondo le cronache dell'epoca, quarta salita personale per Ottoz); 19ª. C. Morel, E. Gauchat e J. Asper, 22 luglio 1953 (Asper, il 30 luglio 1951, aveva effettuato la sesta salita della Via della Pera); 20ª. A. Vialatte e J. Tessier du Cros, 13 agosto 1953; 21ª. G. Nicol e A. Wrangham, 19 agosto 1953 (gli stessi, nei medesimi giorni, hanno effettuato la nona salita della Via della Pera). Ecco infine le salite “speciali”: la prima solitaria, realizzata da Walter Bonatti il 13 settembre 1959 mentre Carlo Mauri faceva lo stesso sulla Via della Pera, e la prima invernale (dopo la citata salita del 23 marzo 1953 di Ottoz e Gobbi), riuscita in solitaria nel febbraio 1975 al giapponese Mitsunori Shigi (che nel marzo 1976 salì in prima solitaria invernale anche la Via della Pera). Un'ultima annotazione: la prima discesa della Major è del settembre 1979 e porta le firme di Stefano De Benedetti (che la percorse con gli sci) e di Gianni Comino.

Una CameronOSSERVAZIONI – Per un confronto tra la “fortuna” della Major e della Via della Pera rimandiamo al post dedicato a quest'ultima (www.intotherocks.splinder.com/post/21057447). Riguardo la Major in sé, invece, notiamo subito la sua “vocazione” iniziale di via per guida con cliente (o clienti): di tal genere, infatti, furono le cordate che ne effettuarono la 3ª, 4ª, 5ª, 8ª, 9ª, 10ª, 11ª, 12ª, 13ª, 14ª e 17ª salita. Spiccano poi le ripetizioni da parte degli italiani (per nulla attratti, invece, dalla Via della Pera) e in particolare quelle di Arturo Ottoz (autore di 4 delle prime 20 ascensioni della Major). Tra i ripetitori illustri, invece, ecco tre leggende dell'alpinismo francese: Armand Charlet, Gaston Rébuffat e Lionel Terray. Anche la prima femminile, arrivata abbastanza presto (ottava ascensione, nel 1938), merita attenzione, visto che riuscì all'allora 34enne scozzese, scomparsa nel 1987, Una Cameron (nella foto, www.fondazionemontagnasicura.org): personaggio non comune di cui prima o poi ci occuperemo. E per chiudere ecco una piccola curiosità, che conferma quanto detto all'inizio sulla bellezza della via. Parlavamo, qualche tempo fa, con l'accademico Tino Albani da Merate (che sta tra Lecco e Monza): simpatico quasi ottantenne detto “Lampadina” (per via della folta chioma...) che in montagna ne ha viste di tutti i colori (tipo una delle prime ripetizioni italiane, con Giovanni Brignolo e Andrea Mellano, dello Sperone Walker della parete nord delle Grandes Jorasses). Il discorso, non si sa come, è finito sulla Major e all'ingenua domanda del sottoscritto: «Ma l'hai fatta?», la soddisfatta risposta è stata: «Sei volte».

Monte Bianco - Brenva BN

La Brenva. E nel cuore della muraglia, «il rilievo più marcato e regolare della parete» (Buscaini): la splendida Major che chiama...

venerdì, 31 luglio 2009

IL LIBRO D'ORO DELL'ALPINISMO/3

MONTE BIANCO (4807 m), PARETE DELLA BRENVA, VIA DELLA PERA (1933)

PREMESSA – Le grandi vie e il loro protagonisti: il nostro “libro d'oro” dell'alpinismo è “tutto” qui. E ritorna oggi, dopo molti mesi di assenza, lasciando le Dolomiti della Cassin sulla Cima Ovest di Lavaredo (www.intotherocks.splinder.com/post/12349441) e del diedro Livanos-Gabriel sulla Cima Su Alto (www.intotherocks.splinder.com/post/13939602) per portarvi nelle Alpi Occidentali e, per la precisione, sulla parete della Brenva (si vedano le foto sotto) del Monte Bianco. L'itinerario sotto la lente, questa volta, è la Via della Pera: una salita consigliabile ai nemici, d'accordo, ma pur sempre un capolavoro della storia dell'alpinismo.

graham_brownLA VIA – Con la Via della Pera, il 5 agosto 1933, Thomas Graham Brown (1882-1965, nella foto, www.nls.uk) concluse magistralmente, a 51 anni, il suo “trittico” sulla parete est del Monte Bianco. Scozzese, professore universitario di fisiologia e alpinista per diletto nel segno della migliore tradizione del mountaineering britannico, il nostro aveva cominciato la serie nei primi due giorni di settembre del 1927, salendo con Francis Sidney Smythe la Sentinella Rossa (in blu nella foto sotto). Undici mesi dopo, tra il 6 e il 7 agosto 1928, con lo stesso compagno si spostò leggermente più a sinistra - dall'altra parte del pericolosissimo canale sceso con gli sci nel 1978 da Tone Valeruz e salito l'anno seguente, in inverno, da Akiko e Mitsunori Shigi – e concluse la bella Major (in fucsia nella foto). Nel 1933, con le guide Alexander Graven e Alfred Aufdenblatten, Graham Brown tornò in quel regno selvaggio e dopo aver messo a segno la seconda ripetizione della Major (26 luglio), pochi giorni dopo firmò finalmente la Via della Pera (in rosso nella foto). «Le ho attribuito il nome in italiano perché la via conduce direttamente alla sommità italiana»: così il suo autore, poi “tradito” da coloro che ad un certo punto hanno cominciato, sbagliando (e anche noi siamo caduti nell'errore...), a parlare di Poire. Detto questo: Gino Buscaini, nella guida Monte Bianco I della collana “Guida dei Monti d'Italia” del Cai-Tci, definisce la Pera «via grandiosa su terreno misto», spiegando «che percorre una cresta poco marcata nel settore più severo del versante Brenva». Aggiunge poi che la via «nella parte centrale supera una conformazione rocciosa alta c. 270 m dalla forma di una pera, sui cui fianchi Brenva 2 piccolaincombono due immani seracchi strapiombanti dello spessore di almeno 100 m (foto sotto, ndr). La via è estremamente esposta alla caduta di ghiaccio, dal Col Moore (3525 m, dove cominciano i 600 metri di paurosa traversata dell'intera parete per raggiungere l'attacco vero e proprio, ndr) fino a metà della Pera stessa (il cui vertice è quotato 4196 m, ndr)». In termini più chiari: la Via della Pera, che supera un dislivello di 1300 metri con difficoltà su roccia, spesso innevata, di IV grado, è estremamente rischiosa e oggi (ma non solo) giustamente lasciata in disparte anche da gente piuttosto in gamba. «Nessuno, visti i pericoli oggettivi che presenta, ormai la ripete più – ci diceva forse esagerando un po' Patrick Gabarrou -. Meglio la Nord del Grand Pilier d'Angle, con vie più belle e relativamente sicure: un paradiso per la piolet traction». E del tutto simile era il pensiero di Gaston Rébuffat, che nel classicissimo Il massiccio del Monte Bianco. Le 100 più belle ascensioni (Zanichelli, Bologna 1974), piazzava come novantesima proposta la Major, definendola senza mezzi termini «la più bella via sul versante della Brenva del Monte Bianco» e limitandosi a citare la Pera come «più dura e molto pericolosa».

PeraI NOMI E LE DATE - 1ª. Thomas Graham Brown, Alexander Graven e Alfred Aufdenblatten, 5 agosto 1933; 2ª. Robert Gréloz e André Roch, 24 luglio 1937 (con una variante, a sinistra della via dei primi salitori, lungo la parte superiore della Pera); 3ª. Pierre Bonnant e Loulou Boulaz, 31 luglio 1949 (prima femminile); 4ª. M. Coutin, Pierre Julien e A. Richermoz, 29 giugno 1950; 5ª. R. Merle con le guide André Contamine, Jean Franco, G. Robino e i portatori Marcel Davaille e C. Gaudin, 28 luglio 1951 (in tre cordate); 6ª. R. Aubert e René Dittert, J. Asper e A. Tissières, 30 luglio 1951 (in due cordate); 7ª. J. Carswell, I.G. Charleson, C.S. Tilly e André Roch, 31 luglio 1951 (seconda salita personale per Roch); 8ª. J. Marshall, G. Richtie, A. Wilkinson e G. Naught-Davis, 13 agosto 1953; 9ª. G. Nicol e A. Wrangham, agosto 1953 (negli stessi giorni la cordata ha compiuto anche la 21ª ascensione della Major). Ricordiamo quindi la prima solitaria, splendido successo di Carlo Mauri del 13 settembre 1959 (mentre Walter Bonatti faceva lo stesso sulla Major, per le parole di Mauri: www.intotherocks.splinder.com/post/12437115); la prima invernale, riuscita ad Alessio Ollier, Attilio Ollier e Franco Salluard tra l'8 e il 9 febbraio 1965 e infine la prima solitaria invernale, realizzata nel marzo 1976 dal già menzionato giapponese Mitsunori Shigi (a cui nel febbraio 1975, in solitaria, era riuscita la prima invernale della Major).

OSSERVAZIONI – Lasciando ad una prossima volta la lista delle prime ripetizioni della Major, diciamo subito che alcuni dei menzionati salitori della Pera si erano già (o si sarebbero presto) cimentati con successo con la “sorella”. Si tratta, oltre che di Graham Brown e compagni, di André Roch (sulla Major il 6 agosto 1937, pochi giorni dopo la Pera), R. Aubert e René Dittert (25 luglio 1938, 13 anni prima della Pera), Jean Franco (28 giugno 1947, 4 anni prima della Pera), J. Asper (22 luglio 1953, 2 anni dopo la Pera) e, come già segnalato, G. Nicol e A. Wrangham (19 agosto 1953, pochi giorni prima o dopo la Pera). Aggiungiamo che alla fine del 1937 la Pera contava 2 salite contro le 6 della Major e che alla fine del 1949 il rapporto era di 3 contro 15. Nel 1950, in questo singolare confronto, la Pera guadagnò un punticino (4 contro 15) e fece lo stesso nel 1951, con 3 ripetizioni contro le 2 della Major (totale 7 a 17). Nel 1952 entrambe le vie non videro nessun successo ma nel 1953, viste le due ripetizioni della Pera e le quattro della Major, quest'ultima recuperò il terreno perduto e il bilancio delle salite, con l'accoppiata di Nicol e Wrangham, si portò a 9 contro 21. Un'ultima cosa: bastano i cognomi dei primi ripetitori, tra cui non ne troviamo neppure uno italiano, per spiegare come la Pera sia diventata in fretta la Poire...

00001 Brenva piccola

La selvaggia magia della Brenva. Tutte le foto della parete sono di Antonio Giani

giovedì, 23 luglio 2009

QUARANT'ANNI DI ALPINISMO

postato da carlocaccia alle 12:05 in alpi occidentali

DENT BLANCHE: PATRICK GABARROU TORNA ALLE ORIGINI CON L'ENNESIMA VIA NUOVA

Gab piccolaTutto è cominciato lassù, sulla cresta sud della Dent Blanche (4356 m): la splendida cima della Val d'Hérens, a due passi dal Cervino. Era il 1969 e un ragazzo di diciotto anni, Patrick Gabarrou, saliva con gli occhi spalancati: quelli della prima scalata, luccicanti di gioia e di meraviglia. Patrick aveva scoperto quel mondo tre anni prima, in biblioteca, sui libri di Gaston Rébuffat: quei volumi, con le loro indimenticabili fotografie, avevano acceso in lui il desiderio dei grandi spazi e dell'avventura. Così in quel momento, durante quei quindici giorni di vacanza nel Vallese per lui importantissimi, Patrick si stava rendendo conto che l'alta quota era davvero il regno dei suoi sogni, come lo aveva sempre immaginato. Oggi i suoi occhi sono gli stessi di una volta: il suo sguardo, di fronte alle montagne, si accende allo stesso modo e il suo spirito, che cerca la bellezza, non ha perso nulla dell'entusiasmo degli inizi. È stato proprio Patrick, quando lo abbiamo intervistato per Uomini e pareti 2, a confermarcelo: «Seguo i miei sogni, niente di più, e la passione è sempre la stessa. Ho mille impegni e poco tempo per le mie salite. Così ho sempre voglia di andare, di fare, come se fossi ancora un ragazzino».

Da quarant'anni Patrick Gabarrou è un faro dell'alpinismo e saperlo di nuovo in alto, impegnato ad aprire una via nuova con un compagno molto più giovane di lui, fa stare bene e non deve stupire nessuno. Quante sono le sue prime ascensioni? Non lo sa neppure lui. L'ultima, comunque, è stata Dent Blancheun ritorno alle origini, visto che si svolge sulla Dent Blanche e per la precisione sui 1000 metri della sua parete nord-est: quella cupa muraglia di ghiaccio e rocce salita per la prima volta tra il 26 e il 27 agosto 1932 da Karl Schneider e Franz Singer e che Michel Vaucher, che l'aveva superata per una linea diretta dal 10 al 12 luglio 1966 in compagnia della moglie Yvette, paragonò alla Nord del Cervino. Quarant'anni fa, alle prime armi, Patrick si era divertito al sole, sulla via normale che presenta difficoltà di II e III grado: la scorsa settimana, con la classe e l'esperienza del superveterano, ha scelto le ombre e il confronto con l'ambiente più selvaggio. Con lui, a formare una cordata inedita ma a quanto pare subito affiatata, che è andata avanti nonostante il gran freddo, il giovane Simon Deniel. Ecco: per ora questo è tutto, con la promessa che se nei prossimi giorni riusciremo a fermare per qualche minuto le pèlerin des cimes, l'inarrestabile Gab, non vi faremo mancare ulteriori dettagli.

In alto: Patrick Gabarrou, sempre felice di arrampicare (arch. Gabarrou). Qui sopra: la parete nord della Dent Blanche

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