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mercoledì, 14 ottobre 2009

VENTICINQUE ANNI DI “PRIME”

IL 14 OTTOBRE 1984 UN RAGAZZINO GARDENESE CHE BIGIAVA LA SCUOLA PER ANDARE AD ARRAMPICARE APRIVA DA CAPOCORDATA, SUL GRANDE PIZ DA CIR, LA SUA PRIMA VIA NUOVA. DA QUEL GIORNO IL RAGAZZINO NON SI È MAI FERMATO E OGGI, NELLE DOLOMITI, GLI ITINERARI CHE PORTANO LA FIRMA DI IVO RABANSER NON SI CONTANO PIÙ

into14.10.1984A pagina 340 della guida Odle-Pùez di Lorenzo e Pietro Meciani, quasi nascosta tra le creazioni degli anni Trenta dei vari Runggaldier, Perathoner e Demetz, la Via dell'autunno di Ivo e Antonio Rabanser lascia per un attimo interdetti. Non tanto per le sue caratteristiche tecniche (250 metri di III e IV con un tratto di V, saliti con 5 chiodi) quanto perché risale al 14 ottobre 1984 quando Ivo, nato nel 1970, aveva soltanto 14 anni. E badate bene: quel giorno, sulle pareti ovest e nord del Grande Piz da Cir (2592 m), il cui lato migliore è la parete sud che domina il Passo Gardena, la cordata famigliare (Antonio è il padre di Ivo) era come sempre guidata dallo scalpitante puledrino biondo, che bigiava la scuola per andare ad arrampicare. Già avvezzo a muoversi nella severa magia delle crode, quel giorno il nostro enfant terrible pensò di andare oltre il già fatto e di realizzare qualcosa di tutto suo: di passare dove nessuno era mai passato per dare finalmente sfogo a quella vena creativa che l'altro “suo” sport, il ciclismo, non gli dava modo di sviluppare. La Via dell'autunno è la sua “opera prima”: l'incipit di una carriera verticale caratterizzata dall'assidua, metodica ed emozionante ricerca (e soluzione) di linee mai salite. Quanti sono oggi, nelle Dolomiti, gli itinerari che portano la firma di Ivo Rabanser? Lo stesso autore ha perso il conto e quando, un giorno o l'altro, si metterà con pazienza a tirare le somme, vi faremo sapere più che volentieri il risultato. L'importante, per ora, è aver individuato il punto di partenza: il granello di senape da cui è cresciuto il grande albero. Lasciato il ciclismo – temeva forse, lui cultore della storia, di fare la stessa fine di Tita Piaz? - Ivo è passato a tempo pieno all'alpinismo e quel 14 ottobre di 25 anni fa, fissando incantato e serio l'orizzonte dalla cima del Grande Piz da Cir (foto sopra), ha forse intuito che il futuro, da una montagna all'altra, sarebbe stato una continua scoperta, all'insegna della meraviglia.

into1985

Giovani alpinisti: Ivo Rabanser (a destra) e un amico nel 1985

into00004

Giovane ciclista...

into12.03.78

Campione in fasce: Ivo a otto anni con un trofeo più grande di lui...

intoGran Piza da Cir

La gialla parete sud (alta circa 350 metri) del Grande Piz da Cir

Foto: arch. Ivo Rabanser

venerdì, 18 settembre 2009

I GIORNI DELLA CIVETTA

postato da carlocaccia alle 14:39 in alpi orientali

AVVENTURE DA INCORNICIARE PER ALESSANDRO BAÙ SULLA “PARETE DELLE PARETI”: APERTURA E PRIMA LIBERA DI CHIMERA VERTICALE, PRIMA SOLITARIA (SECONDA RIPETIZIONE) DI CAPITAN SKY-HOOK E TERZA RIPETIZIONE DI KEIN REST VON SEHNSUCHT

captain sky hook (10)La storia è la stessa che continua: quella del ventottenne Alessandro Baù stregato dalla “Parete delle Pareti”, la favolosa Nord-ovest della Civetta. Tutto, per chi non lo sapesse, è cominciato qualche anno fa col mitico Diedro Philipp-Flamm. Poi, tra il 29 e il 30 luglio 2005, ecco la prima scalata non convenzionale, di quelle che fanno notizia: la prima ripetizione, con Enrico Marini, di Viva Mexico Cabrones. Nel 2007, tra il 15 e il 16 luglio, il gran botto: a Baù, con Alessandro Beber, riesce la prima ripetizione della titanica Nuvole Barocche (www.intotherocks.splinder.com/post/13380083). Batterie scariche? Nossignori: quattro giorni dopo, il 20 luglio, con Matteo Della Bordella e Fabrizio Fratagnoli, Alessandro fa sua anche la prima ripetizione di Eliana (www.intotherocks.splinder.com/post/13157594) e il 16 agosto, con Beber e Daniele Geremia si sposta sul gran muro della Cima Su Alto per sottoporsi con successo (ancora una prima ripetizione) alla Terapia d'urto al Guanaco (www.intotherocks.splinder.com/post/14387615). Alla vera passione, però, è impossibile mettere un freno e allora ecco un'idea, forse un po' pazza ma bellissima...

Chimera verticale tracciato bisCHIMERA VERTICALE. L'anno è sempre il 2007 ma l'obiettivo è diverso. Questa volta Baù e compagni - il “solito” Beber e Luca Matteraglia – puntano alla via nuova sul pilastro dei sogni: giunti oltre lo zoccolo dove a sinistra sale la Andrich e a destra la Aste, i nostri sferrano l'attacco nel mezzo, diritti sotto lo sguardo della Punta Civetta. Ma arrivati a metà parete vanno a sbattere contro un muro che li lascia perplessi: impossibile? Nel 2008 la cordata “Ale & Ale” torna alla carica e, mettendocela tutta, riesce a guadagnare la bellezza di... tre metri! Il tratto è improteggibile e di spit non se ne parla. Per cui la chiave del pilastro, evidentemente, va scovata da un'altra parte. Ma dove? La ricerca continua poco più a destra, dove Baù e Daniele Geremia, rimanendo in parete tre giorni, salgono quattro cattive lunghezze (alla fine saranno tra le più dure della via). Motore avviato e avanti tutta: il colpo del k.o. arriva il 21 settembre 2008, all'insegna del gran freddo (zero gradi a 2300 metri...) e addirittura della neve, che dà il benvenuto in cima a Daniele e Alessandro. La via appena nata si chiama Chimera Verticale, per dare il benvenuto al neonato gruppo alpinistico di Padova: “Le Chimere”. Sono 15 lunghezze di corda (più lo zoccolo) risolte senza bucare la roccia, con circa 25 chiodi normali (tutti lasciati) e protezioni veloci (alcuni tiri sono esclusivamente a friend). All’opera, però, manca ancora qualcosa: la prima salita in libera. Il 12 agosto 2009 è il giorno della verità: Baù, con Michele Chinello, si ritrova per l'ennesima volta ai piedi del “suo” pilastro e si avventura sulla nuova creazione: blocca, sbuffa, con fatica riesce a liberare un tiro dopo l'altro fino a quando sopraggiungono l'imbrunire e... i crampi! La rotpunkt del penultimo tiro arriva così soltanto quattro giorni dopo, quando Alessandro si cala dalla cresta sommitale con suo fratello Matteo e chiude il conto. In sintesi: Chimera Verticale presenta un tiro di IX, tre di VIII/VIII+ e il resto, escluse tre lunghezze di V+, è costantemente attorno al VII/VII+.

captain sky hook (12) tracciatoCAPITAN SKY-HOOK. Alessandro, però, ha ancora un sogno: messa in bacheca la via nuova e firmata en passant con Daniele Geremia la terza ripetizione di Kein Rest von Sehnsucht - 1100 metri fino all'VIII grado risolti nel 1991 da Christoph Hainz e Valentin Pardeller sul pilastro della Punta Tissi -, il giovane padovano sente il richiamo di un'altra linea da favola della “Parete delle Pareti”. Si tratta, in verità, di un discorso già cominciato, di una scalata quasi riuscita ma rimasta incompiuta per colpa del maltempo. Cosa fare allora? Ricominciare tutto da capo o calarsi per scalare le ultime quattro lunghezze (di cui soltanto le prime due impegnative)? La nebbia del dubbio si dirada in fretta: Ale decide di mettere al bando ogni compromesso e riparte dal basso sulla splendida Capitan Sky-hook. Sì, avete capito bene: la linea aperta nel 1987 dai lecchesi Dario Spreafico e Paolo Crippa sull'immensa placconata grigia tra la Punta Civetta e la Punta Tissi, quella “supervia” (per anni il non plus ultra della Nord-ovest) il cui originale VII+ e A2 è stato trasformato in IX- (7b+) da Roland Mittersteiner (1992).

IL TENTATIVO. 5 agosto 2009: Baù, ispirato dal “Ventura” (Venturino De Bona, autore di Nuvole Barocche e Viva Mexico Cabrones nonché attuale gestore del rifugio Torrani, poco sotto la vetta della Civetta, ndr), sale al rifugio Tissi. E lì chi incontra? La forte guida gardenese Adam Holzknecht, che nel 2004 aveva tentato la via (con un cliente...) e gli dà qualche suggerimento. 6 agosto: Alessandro parte, supera lo zoccolo, arriva al “trivio” Andrich-Chimera-Aste e da lì traversa a destra per una settantina di metri, fino al “vero” attacco di Capitan. In giornata sale 9 lunghezze, di cui 3 oltre la cengia mediana su cui, con il buio in arrivo, torna a bivaccare. 7 agosto (giornata movimentata): veloce risalita e avanti. Poi ecco il tiro chiave: un volo di 7-8 metri senza conseguenze e quasi 5 ore di tentativi prima di passare e raggiungere la sosta. Tutto ok? Non proprio: ad un tratto il cielo apre il rubinetto e Alessandro si ritrova sotto la pioggia, esposto agli elementi. La doccia dura un'ora ma è soltanto un assaggio: col buio l'acquazzone riprende forza e va avanti tutta la notte. Così la mattina dopo, nonostante non gli restino da salire che un paio di tiri di VI e gli ultimi due di III e IV, Baù non ha alternative: deve chiamare aiuto. Dal cielo, dopo l'acqua, alle 7 arriva provvidenziale l'elicottero.

IL SUCCESSO. 20 agosto: Alessandro, come abbiamo detto, ricomincia tutto da capo. Ma questa volta la musica è diversa: decisamente più orecchiabile. La via è la stessa, certo, ma lui ormai la conosce: sa cosa fare, dove andare e riesce a gustare ogni metro, ogni passaggio. Arrampica veloce, naviga per placche e prima di sera è già al punto massimo raggiunto la volta precedente. Il bivacco è inevitabile ma ormai è fatta: il 21 agosto, arrivato con calma dove «irrompe nell'aria la cresta frastagliata irta di aguzze dentature e di pinnacoli fieri» (Domenico Rudatis), il nostro visionario è al culmine della gioia, soddisfatto per aver scalato uno dei pilastri dell'emozionante storia alpinistica della nobilissima “Parete delle Pareti”.

Il 22 agosto 2009, pochi minuti dopo il decollo, l'elicottero del Suem (Servizio di urgenza e di emergenza medica) di Pieve di Cadore è precipitato nei pressi di Cortina d'Ampezzo. A bordo si trovavano il pilota Dario De Felip, autore del recupero di Alessandro sulla Nord-ovest della Civetta, i tecnici del soccorso alpino Marco Zago e Stefano Da Forno e il medico Fabrizio Spaziani: alla Loro memoria è dedicata la nuova via Chimera Verticale alla Punta Civetta.

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SCHEDA TECNICA. Punta Civetta (2920 m), parete nord-ovest, via Chimera Verticale. Aperta da Alessandro Baù, Daniele Geremia, Alessandro Beber e Luca Matteraglia nei giorni 15 agosto 2007; 1-2 settembre 2007; 18 agosto 2008; 29, 30 e 31 agosto 2008 e 21 settembre 2008. Salita in libera da Alessandro Baù il 12 e 16 agosto 2009 (con Michele Cinello e Matteo Baù). Lunghezza: 600 m più lo zoccolo (in comune con la Andrich e la Aste). Difficoltà: IX (VIII obbl.)

Tutte le soste sono rimaste attrezzate. Lungo i tiri sono stati usati 25 chiodi di passaggio (tutti lasciati). Per una ripetizione sono indispensabili una serie di friend Camalot dallo 0.3 al 4 (doppie le misure 0.5, 0.75 e 1), microfriend Metolius e una serie di nut. Comodo posto da bivacco alla fine dell’ottavo tiro.

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Nelle foto sopra, dall'alto: Alessandro Baù in solitaria sulla Nord-ovest della Civetta e i tracciati di Chimera Verticale Capitan Sky-hook

Luca Matteraglia sul 3° tiro durante la prima perlustrazione agosto 2007

Agosto 2007: Luca Matteraglia lungo il terzo tiro di Chimera Verticale

Daniele Geremia sull

Agosto 2008: Daniele Geremia in azione sull'undicesima lunghezza (VII+) di Chimera Verticale

Durante l

Al "B&B da Geremia" (ovvero la comodità della vita in parete) durante l'apertura di Chimera Verticale

Ale Baù durante la libera agosto 2009, 13° tiro, Non ne ho più, tento il tutto per tutto...lancio allo svaso, per miracolo st

12 agosto 2009: Alessandro Baù durante la rotpunkt del tredicesimo tiro di Chimera Verticale. Il suo commento: «Non ne ho più, tento il tutto per tutto... lancio allo svaso, per miracolo resto su e anche questo tiro è liberato!»

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captain sky hook (3)

Cose che succedono (qualche volta...): mentre Alessandro Baù sta scalando in solitaria Capitan Sky-hook, una cordata impegnata su Viva Mexico Cabrones dà un'occhiata alle placche a sinistra e...

captain sky hook (5)

Capitan Sky-hook: placche e soltanto placche, all'ennesima vertiginosa potenza...

captain sky hook (9)

Per Alessandro, alcuni metri sotto di lui, un compagno molto silenzioso...

captain sky hook (7)

Come la precedente ma qualche secondo dopo

captain sky hook (11)

Le "solite" placche di Capitan Sky-hook da un'altra (non meno consolante) prospettiva...

Parete delle pareti

La "Parete delle Pareti", dove «s'innalzano tetre e smisurate le mura indistruttibili fantasticamente arabescate dall'acqua, dai geli, dalle folgori, orridamente incise dalle precipiti voragini oscure ed inscrutabili, e dai fianchi possenti si protendono nervature corrose e costole dirupate, sporgono pilastri e colonnati mostruosi; e irrompe nell'aria eccelsamente la cresta frastagliata irta di aguzze dentature e di pinnacoli fieri, e lo slancio prepotente delle aguglie e l'imponenza grave dei torrioni che si alternano con ritmo immutabile alle forcelle altissime» (Domenico Rudatis, Rivelazioni dolomitiche, 1927)

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E PER FINIRE... Un grazie di cuore a Wolly e Paola custodi del rifugio Tissi, a Renato ed Enza del rifugio Coldai e al “Ventura”, solitario rifugista del Torrani. La loro amicizia rende ancora più bella ogni visita in Civetta. Grazie anche a Kiwi Sport e a Montura.

link al post | categoria alpi orientali
mercoledì, 09 settembre 2009

DA MESSNER A MESSNER

UN DUPLICE INCONTRO CON IL PROFETA DI SETTIMO GRADO: RACCONTO DI UNA GIORNATA DOLOMITICA, NEL SEGNO DELLA STORIA, DALLA PARETE NORD DELLA SECONDA TORRE DI SELLA ALLE MURA DI CASTEL FIRMIANO

Messner Seconda Torre di SellaBastano tre secondi: zaino capovolto, zaino vuoto. Così Ivo Rabanser, appena tornato dalla Comici-Mazzorana sulla Cima Piccola di Lavaredo, può riempirlo di nuovo con quello che gli servirà tra qualche ora lungo la Messner sulla Seconda Torre di Sella. Ivo ci andrà per lavoro, certo, ma il pensiero di tornare su quella via, che ha già salito quattro o forse cinque volte ma che non ripete da un po' di tempo, basta a renderlo allegro. Inoltre, domani, si ritroverà a guidare una cordata diversa dal solito: oltre all'affezionato cliente ci sarà infatti anche un ospite speciale, la cui presenza è garanzia di grande divertimento. Zaino fatto, la serata passa tra mille discorsi e si conclude davanti alla libreria, con lo sguardo che scorre da sinistra a destra e viceversa, qualche volta rallenta e poi si ferma, inchiodato da due parole che conosciamo bene: Settimo grado. Il libro sguscia dal suo posto e, vista la scalata in programma, è impossibile non finire a pagina 39 dove campeggia il titolo: “Solo un tentativo”. E sotto: “Prima ascensione della parete Nord alla Seconda Torre di Sella”. Il testo che segue, però, non è del capocordata Reinhold: tocca a suo fratello Günther, in tre pagine da non perdere, raccontare di una prima ascensione che avrebbe dovuto essere un assaggio, visto che la cordata mise le mani sulla roccia soltanto alle tre del pomeriggio di quel sabato d'agosto del 1968. Tuttavia Reinhold «non tornò indietro, saliva sempre più in alto, sicuro e libero, per lo più senza chiodi di assicurazione... I tiri che seguirono furono un'arrampicata da sogno. Roccia solida, appiglioni a maniglia sempre inaspettati, e la corda che dondolava libera nell'aria».

WIMG_5652Il giorno dopo, alle 8 in punto, Ivo è al Passo Sella: ecco il cliente, Adalberto Brioschi, e l'ospite speciale, pronto a raccontare epiche avventure vissute da protagonista su colossi come la Cima Su Alto, la Cima della Busazza, la Terza Pala di San Lucano e la Brenta Alta. Avete capito di chi si tratta? Sveliamo il mistero: con Ivo e il “Brio”, oggi, si legherà anche il sempre in forma Aldo Anghileri (classe 1946), che si sta già fregando le mani pensando a ciò che lo aspetta. Ma anche Ivo, che non ha mai evitato (anzi: ha sempre cercato) contatti con alpinisti di generazioni diverse dalla sua, non vede l'ora di cominciare. Anche perché, se è vero che conosce Aldo da tempo, è altrettanto vero che non si è mai legato in cordata con lui. Un pensiero, poi, passa nella sua testa: «Mi sarebbe tanto piaciuto arrampicare con l'Aldino dei tempi d'oro, delle follie giovanili sulle pareti delle Dolomiti e non solo...». L'atmosfera, comunque, non è proprio da sonnolenti pensionati: si racconta e si scherza a più non posso già durante la mezz'ora (scarsa) di avvicinamento alla parete, passando in rassegna grandi scalate di ieri (Aldo) e di oggi (Ivo) all'insegna di un'intesa spontanea che nasce da un linguaggio comune. Il “Brio” intanto ascolta, forse pensando che in parete dovrà fare meno caso alle chiacchiere di quei due fenomeni per concentrarsi al cento per cento sull'arrampicata che, vista la relazione che parla di V e V+ sostenuto con un passaggio di VI-, non si annuncia per nulla banale.

WIMG_5666Si parte, dunque: la guida davanti e il cliente – pronto alla prova del fuoco, al salto di qualità nel segno di Reinhold Messner – con l'accademico dietro. La via non ha perso nulla del suo fascino. Ivo arrampica «prima in parete aperta e poi in un diedro appena accennato» e mentre sale, con non pochi metri di corda dondolante sotto di lui, per un istante ha l'impressione di sentire una voce: «Un passaggio chiodato significa che i primi salitori non erano all'altezza del passaggio stesso. Se non si è all'altezza di fare una parete, è meglio rinunciare. Domani, più tardi, fra dieci anni arriveranno altri, più bravi, che saranno all'altezza di farla». Il verbo di Settimo grado non ammette eccezioni e proclama l'importanza del limite e di un'onesta resa. Primo tiro, secondo tiro, la «piccola cavità» che offre una «buona sosta», il telefono di Aldino che squilla e Ivo che, dimenticando per un istante di trovarsi sulla lunghezza che a Günther Messner «dal basso sembrava la più liscia», non perde l'occasione di fissare sulla pellicola (pardon: nella memoria della macchina digitale) un quadretto surreale, con l'Aldino in divertita conversazione sull'orlo del precipizio e il “Brio” che fa cucù dal fondo dell nicchia (dove si è rintanato per bene). Massimo relax, insomma, in barba ai canoni dell'alpinismo eroico e in ossequio al più genuino “stile Anghileri”, ben illustrato dal capocordata Rabanser: «In parete, con l'Aldino, è un continuo spasso». Quarta e quinta lunghezza: la via non molla. Sesta e settima: le cose si fanno più facili. Infine, con grande gioia del “Brio” (tutto sudato ma meritatamente promosso), ecco la cengia che segna il termine delle ostilità: la Messner è finita e la vetta, in tutta sincerità, è soltanto un di più che poco aggiunge alla scalata. Strette di mano e congratulazioni e poi giù, senza perdere un attimo di tempo. Come dite? Tutta questa fretta, in una festa del genere, non c'entra nulla? Risposta: tutto ha una ragione. E in questo caso la “fuga” è imposta dal tempo. Non quello meteorologico, però, bensì quello dell'orologio: perché sono ormai le tredici e alle diciassette, a Castel Firmiano (proprio così), è in programma il secondo atto di quella che per il “Brio” (ma anche per Ivo) sta diventando una giornata al cento per cento nel segno di Reinhold Messner. E il “dottor Brioschi”, come lo chiama l'Aldino quando lo incita lungo un tiro difficile, avrà la possibilità di conoscere dal vivo colui che ha già conosciuto (meglio di quanto si possa pensare perché le vie dicono sempre molto dei loro autori) durante la non semplice arrampicata. Giù, quindi, poi alla macchina, i saluti e via: Aldo a casa, purtroppo, e Ivo e Adalberto a Bolzano.

WIMG_5672Ma cosa li aspetta alla corte di re Reinhold? Semplice: Ivo, che con la storia dell'alpinismo ha un rapporto speciale, quando può ama recuperare i vecchi chiodi delle vecchie vie e, al posto di tenerli gelosamente per sé, ha deciso di donare quattro esemplari “doc” al museo di Messner. E Reinhold, maestro indiscusso nell'arte della comunicazione, ha organizzato un'accoglienza di classe, con tanto di conferenza stampa, a quel “poker” di cimeli. Ecco allora la consegna dei chiodi – per Messner degli importanti «testimoni della storia» - e la spiegazione ai giornalisti, più o meno pratici di questioni verticali. Il più antico fu piantato da Robert Hans Schmitt, nel 1890, sulla Punta delle Cinque Dita, nel gruppo del Sassolungo; gli altri tre, invece, arrivano tutti dal Catinaccio e se due erano di Luigi Rizzi, che li impiegò nel 1897 sulla Croda di Re Laurino, l'ultimo porta i segni delle martellate (davvero emozionante osservarli da vicino...) con cui Hans Dülfer, nel 1912, lo piantò nella roccia della Cima delle Poppe.

WIMG_5675Pezzi di metallo, certo, qualche volta dalle forme curiose e altre volte, come l'ultimo citato, davvero semplicissimi, ma dietro i quali stanno uomini e storie dimenticate o che tendiamo a dimenticare. Allora quei chiodi diventano protagonisti di un paradosso: con il loro silenzio riescono a raccontare, sanno essere essenziali e quindi più chiari che mai. Presenza umili e discrete, tanto in parete quanto in un museo, parlano a chi li vuole ascoltare e fanno capire che in fondo tutto è collegato, che le vicende di un tempo sono saldamente intrecciate con quelle del presente. Perché le imprese di un secolo fa, di cinquant'anni fa, del 1968 sulla parete nord della Seconda Torre di Sella vivono ancora ogni volta che qualcuno ripercorre quelle vie, quegli itinerari rimasti uguali a se stessi: l'alpinista moderno, quando è sufficientemente sensibile, sogna e rilegge le opere dei maestri e cerca di capirle, si sforza di ricavarne delle conoscenze trasformando la scalata in un autentico fatto culturale (e, come se non bastasse, profondamente umano). Il tutto può essere anche scanzonato, giocoso: l'importante è che non manchi la sostanza, il messaggio di fondo che nell'alpinismo sta forse in una parola molto cara a Reinhold Messner. Limite? Stile? Esperienza? Nossignori: la chiave, che apre le porte a tutto il resto, si chiama esposizione. Ma come raggiungerla? Nel modo più semplice e naturale: con la rinuncia. Perché, e torniamo a Settimo grado, «una salita è tanto più ardita quanto minore è l'impiego di materiale in rapporto alle difficoltà complessive. Ardito, per una via, non significa necessariamente strapiombo o lunghezza... Se noi impariamo a rinunciare, la scoperta delle Alpi non ha fine». E i vecchi chiodi? Come entrano in questo discorso? Messner non ha dubbi: «Per molto tempo lo sviluppo dell'alpinismo ha avuto un corso sano. Impiego di materiale e difficoltà erano in un giusto rapporto».

WIMG_5678Congedati i giornalisti, con il “Brio” che non perde l'occasione di una foto ricordo per concludere nel migliore dei modi la giornata, Ivo e Reinhold si concedono una bella chiacchierata (l'intesa tra i due è notevole...) e poi tocca ai saluti: arrivederci alla prossima! Qualche ora dopo, in casa Rabanser, la chiacchierata scatta tra Ivo e chi scrive: tra le parole di passaggio spiccano quelle fondamentali – Messner, Aldino, Adalberto e poi Stefan, Vallunga, Riegler, Sassolungo... - e quando il tempo (ancora una volta quello dell'orologio, visto che in val Gardena, nonostante sia l'ultimo venerdì di agosto – anzi, no: ormai è sabato... - fa piuttosto caldo), quando il tempo, dicevamo, suggerisce che è meglio chiudere bottega e andare a nanna, ecco che lo sguardo torna alla libreria e nota un “buco”. Ma cosa manca? Ah, ecco: abbiamo capito. Ma dov'è finito? Prestato, certo, e non a una persona qualunque: Ivo non lascerebbe mai Settimo grado in mani non sicure. L'ha lasciato al “Brio” che, scommettiamo, ha già imparato a memoria le pagine 39, 40 e 41.

Nelle foto sopra: la parete nord della Seconda Torre di Sella con la via Messner e alcuni momenti della salita di Adalberto Brioschi, Aldo Anghileri e Ivo Rabanser (28 agosto 2009)

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Ancora in parete: l'accademico Aldino (in primo piano) e il "Brio"

WIMG_5679Il "Brio", tutto sudato, al termine della grande fatica

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Foto ricordo al Passo Sella: il "Brio", Ivo e Aldino con le Torri sullo sfondo

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Armonia dolomitica: le Torri di Sella

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E per finire: chiacchierata e brindisi a Castel Firmiano

martedì, 01 settembre 2009

TANGO PER MARINELLA

postato da carlocaccia alle 13:55 in alpi orientali

IVO FERRARI E RENZO CORONA, IL 20 AGOSTO 2009, HANNO REALIZZATO IL SOGNO DEL “MASS” SULLA PARETE OVEST DELL'AGNER: LA FANTASTICA DIRETTISSIMA LUNGO LA COLATA NERA E IL DIEDRONE A SINISTRA DEL PILASTRO BEE

PICT2028 (Medium)

Una grande storia per una grande montagna: un tentativo, sei anni di attesa e poi, finalmente, il sogno realizzato. E lassù, sulla lontana parete ovest dell'Agner, gran signore delle Dolomiti più selvagge, ci è parso di scorgere come un passaggio di testimone: un cambio in testa alla cordata per arrivare in cima, per completare quell'autentica “direttissima” che con le “direttissime” di una volta non ha però nulla a che fare. Perché se quelle erano l'esaltazione dell'artificio, frutto di lunghi assedi e qualche volta di non taciute competizioni, questa è il massimo della naturalezza, nata in un lampo e nel segno dell'amicizia. Non una lotta ma una danza: un Tango per Marinella che Ivo Ferrari e Renzo Corona, nel loro stile all'insegna della passione e dell'essenzialità, hanno goduto dal primo passo all'ultimo – perché la via è bellissima, la più bella dell'Agner – e poi dedicato a due persone speciali, che presto conosceremo.

PICT2542Questa, però, è la fine della nostra storia. La prima pagina, dalla quale conviene cominciare, è stata scritta il 13 agosto 2003: il giorno in cui, alle prime luci, Lorenzo Massarotto e Claudio Chenet hanno scrutato la cupa parete e poi l'hanno attaccata al cuore, cominciando a salire la colata nera a sinistra del Pilastro Bee. Il “potente Mass” in testa e dietro, veloce, Claudio: entrambi con l'impressione sempre più chiara di trovarsi su una via da favola, di quelle che suonano come un richiamo a cui non è possibile resistere. «Ma l'Agner – e lasciamo la parola a Ivo Ferrari – è una montagna severa, ombrosa e grandiosa e quel 13 agosto non ha voluto che la sua ultima linea diretta diventasse realtà. Si è difesa dai suoi due pretendenti, scaricando acqua dell'immenso diedro superiore, e li ha obbligati a deviare sullo spigolo nord. Il “Mass” - unico e irraggiungibile, poeta e sognatore della verticale, ucciso da un fulmine due anni dopo al termine di una scalata nelle Piccole Dolomiti – non sarebbe mai più tornato a saldare quel conto aperto».

Il tempo passa, gli anni corrono veloci e dal fondo della valle di San Lucano di tanto in tanto qualche sguardo si spinge in alto, scorre lungo la linea nera. Si parla, di quella via, ma bisogna aspettare: attendere pazientemente il momento giusto, con la muraglia asciutta e il tempo dalla parte degli alpinisti perché lassù, in caso di tempesta, la situazione può diventare incontrollabile in un baleno.

PICT253819 agosto 2009, pomeriggio inoltrato: tre uomini, sfuggendo al caldo insopportabile del fondovalle, partono alla ricerca dell'avventura. In quattro ore raggiungono la cengia della Torre Armena, la porta per la “direttissima”, e alla luce delle lampade frontali preparano il bivacco. Il cielo è una festa di stelle: migliaia di piccole luci che respirano pulsando nella notte, che fanno compagnia in silenzio a Ivo, Renzo e all'amico Mauro Chenet. Il 20 agosto è un gran giorno: il cielo è più azzurro che mai, davvero senza eguali e mentre Mauro si preoccupa di portare a valle sacchi a pelo e magliette inzuppate di sudore, l'accademico bergamasco e la guida trentina si lanciano nel loro viaggio di scoperta. La cordata procede a tutta, incontra il commovente chiodo del “Mass” e in alto ne lascia altri quattro, più per ricordo che per necessità (perché la roccia è da favola, generosa di appigli e di appoggi e i friend funzionano a meraviglia). Ivo e Renzo danzano in magica armonia: il diedrone è asciutto, la scalata inarrestabile e il cielo si avvicina sempre più fino a quando la vetta del gigante, che tocca quota 2872, dice basta, non potete andare oltre. Ma i nostri protagonisti, dopo 730 metri di pura azione, sono già al massimo della gioia e dell'amicizia, pronti a scendere per contemplare dal basso il loro capolavoro e per riabbracciare “Tango” (Mauro Chenet) e la piccola Marinella (la bimba di Ivo). Il nome della via è quindi un gioco: un modo originale per ricordare insieme, senza farsi capire, due persone care. Come dite? Volete sapere anche il grado? Tutto da scoprire perché ai numeri, Ivo, come sempre preferisce le parole: «Una creazione di alpinismo classico, la più bella dell'Agner. La consiglierei a tutti, se non fosse lontana da tutti».

In alto: l'Agner, affiancato dalla Torre Armena, con la direttissima Tango per Marinella sulla parete ovest, a sinistra del Pilastro Bee. Al centro e qui sopra: Renzo Corona in azione lungo la via

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Ancora Corona, impegnato nella parte bassa della parete

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Dal mondo verticale della parete ovest dell'Agner si scorge il placido fondovalle

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Qui l'avventura è assicurata...

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Renzo Corona conduce le operazioni lungo il diedrone superiore

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Renzo Corona (a sinistra) e Ivo Ferrari: insieme, dopo la spedizione in Karakorum con Alberto Peruffo e compagni (2005), il 12 febbraio 2006 hanno realizzato anche la prima invernale della Via del diedro (I. De Biasio, F. Schiavinato e S. Soppelsa, 9 giugno 1979, 520 m, VI) sulla parete est della Cima Orientale d'Ambrusògn (Pale di San Lucano, Dolomiti)

Foto: Ivo Ferrari

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venerdì, 17 luglio 2009

FEO: L'INIMITABILE ARTIGIANO DELLE GRANDI PARETI

UN ALPINISTA E LE SUE VIE A QUINDICI ANNI DALLA SUA TRAGICA SCOMPARSA

Feo 2«Per chi si interessa di uomini e di montagne, il 17 luglio 1994 è un giorno da ricordare con tanta tristezza e profonda nostalgia per la scomparsa di Graziano Maffei, alpinista roveretano accademico del CAI, punta di diamante di un alpinismo ideale, senza confini. Il fortissimo Feo è caduto banalmente in un crepaccio alla corte della Regina delle Dolomiti, la “sua” Marmolada, dopo averne salito la via “Don Chisciotte” sulla parete sud». Così Armando Aste, che subito dopo aggiunge: «Nel firmamento alpinistico si è spenta una stella di prima grandezza. Graziano era un caparbio perfezionista, un entusiasta contagioso, affascinato dalla bellezza che sapeva scorgere ovunque, nelle piccole cose più semplici come nelle espressioni più grandiose ed esaltanti della natura». A queste righe fanno eco quelle di Dante Colli e Marco Furlani, che sul “Bollettino” della Sat, nel 2004, scrivevano che Maffei «aveva un viso lieto e onesto, capace di trasmettere una gioia d'altri tempi. Magnificava i luoghi meno noti, quelli di una bellezza più semplice, più modesta, più povera». Per Aste era «un uomo sempre alla ricerca di un allargamento di confini, posseduto dal bisogno di andare oltre. Grandissimo alpinista dallo stile inconfondibile, fine cesellatore di vie di eccezionale ardimento e di suprema eleganza, dolomitista per eccellenza, che non teme confronti. Un atleta formidabile. Aveva 54 anni (era nato nel 1939 a Rovereto, ndr) e, allenatissimo, arrampicava ancora ai massimi livelli». In altre parole, e ritorniamo a Colli e Furlani, «era un puro che rispondeva tranquillamente con le sue imprese, aperte anche in artificiale, al prorompere irruente del nuovo verbo dell'arrampicata libera, ripresentata come criterio innovatore e paradigma». Ancora Furlani, in un brano pubblicato nel volume Una cordata per il cielo (Manfrini Editori, 1996) che ricorda Graziano e suo figlio Claudio, incredibilmente scomparso poche settimane dopo il padre, non esita a parlare di «un mito, una leggenda, un gigante dell'alpinismo italiano. Sconosciuto al grande pubblico, ma lui era fatto così, di una modestia esagerata: quando si parlava di montagna si metteva sempre in seconda fila, esaltando le salite ed i meriti altrui, proprio lui che in alpinismo non aveva rivali. Nei primi anni '60, con l'amico Mariano Frizzera, costituì una delle cordate italiane più forti in assoluto: insieme in centinaia di ripetizioni estreme, rubando il tempo al lavoro e sfruttando i fine settimana». E tra le tante avventure dei due “fratelli di croda”, l'uno il compagno per eccellenza dell'altro, qualche lettore ricorderà forse quella lungo il diedro della Cima Su Alto, raccontata dallo stesso Mariano in un brano da non perdere, che vi abbiamo proposto qualche mese fa (www.intotherocks.splinder.com/post/19775799).

«Ma la testimonianza più tangibile di Feo in montagna – riprendiamo Furlani ed entriamo nel cuore del discorso – sono le vie nuove che ha aperto sulle più belle cime dolomitiche: Sass Maor, Sassolungo, Catinaccio, Civetta, Vallaccia, Marmolada». Una collezione di scalate di gran classe, da poco riscoperte o ancora da riscoprire, realizzata in compagnia di Frizzera, certo, ma anche di Marino Stenico, Paolo Leoni, Giuliano Stenghel, Antonio Bernard e Franco Filippi. Vie delle quali Furlani sottolinea «l'estetica meravigliosa, la logica e le grandi difficoltà. Essendo io uno dei pochi ripetitori di molti dei suoi itinerari, posso affermare con certezza che Feo aveva già superato il muro del VII grado già fra gli anni '60 e '70». Furlani, ad esempio, ha firmato con Lino Celva la prima ripetizione della Karol Wojtyla sul Pilastro Lindo della parete sud-ovest della Marmolada: una linea tostissima, di quasi 800 metri di sviluppo, risolta trent'anni fa, dal 6 al 10 settembre 1979, da Maffei e Frizzera. Maurizio Giordani, nella sua ultima guida dedicata alla Regina delle Dolomiti (Edizioni Versante Sud, 2007), parla di 6b e A4, precisando che si tratta di una salita «particolarmente impegnativa dove la roccia, sempre solida, permette una scalata di altissimo livello». Ma cosa significa “particolarmente impegnativa”? Furlani, raccontandoci della sua esperienza, è stato lapidario: «La Karol Wojtyla è nettamente più dura del Pesce». Da quelle parti sono poi arrivati Claudio Moretto e Rosy Buffa che in due giorni, nell'estate 2003, hanno messo a segno la seconda ripetizione del capolavoro che per Claudio resta «indimenticabile, all'insegna di un asfissiante impegno mentale. I gradi, in verità, dicono tutto e niente di una linea che non dà tregua, di un monumento al suo stesso autore che lassù rivive, fortissimo e sempre sorridente».

L'anno dopo, sempre sulla Marmolada, è finita sotto i riflettori la leggendaria Via della Cattedrale: quel poderoso itinerario con cui Maffei e Paolo Leoni, tra il 23 e il 27 luglio 1983 (senza dimenticare la variante diretta finale risolta tra il 12 e il 13 agosto 1985 dagli stessi con Frizzera), hanno raggiunto in stile magistrale la vetta della Canna d'organo. A riportare agli onori della cronaca quella via, dopo l'epica invernale (prima ripetizione) di Mauro Fronza e Renzo Corona, ci ha pensato tra il 9 e il 10 agosto 2004 il talento Pietro Dal Pra che, con gli amici Michele Guerrini e Lorenzo Nadali, è riuscito a risolvere in libera quelle 21 lunghezze. Dal Pra, dopo il suo exploit, spiegava che «la Cattedrale è una via straordinaria, senza paragoni. Ottocento e passa metri di difficoltà estreme saliti senza bucare la roccia: credo sia il capolavoro di Maffei e compagni, che a suo tempo dichiararono difficoltà di VI+ e A4. Ma l’impressione è che quei tre, con gli scarponi ai piedi, lungo quella via abbiano “mangiato” non poco VII grado». Da notare che in completa arrampicata libera la Via della Cattedrale tocca l'8a+.

Feo 3Dalla Marmolada al Sassolungo dove, neppure due mesi dopo il successo di Dal Pra (precisamente il 29 settembre 2004), Ivo Rabanser (grande estimatore del Feo) e Stefan Comploi hanno rischiato il bivacco lungo i 200 metri della via Alfredino Rampi che a 23 anni abbondanti dalla prima ascensione (Maffei, Frizzera e Leoni, 4-5 luglio 1981) attendeva ancora i primi ripetitori. Lo scenario della Alfredino Rampi, dedicata a quel bimbo di Frascati precipitato in un pozzo da cui nessuno fu assurdamente in grado di estrarlo, è la parete sud dell'anticima meridionale del Dente: un muro giallo dove Graziano e soci incontrarono – così dice la loro relazione – VI+ in abbondanza e assaggi di A2, lasciando 31 chiodi e 2 cunei. Ivo, dopo la prima ripetizione, raccontava di «una via da prendere molto sul serio. Durante la scalata, una volta giunti ad un muro giallo schiodato, notando un solo misero anellino che sbucava dalla roccia parecchi metri più in alto, io e Stefan abbiamo pensato seriamente alla possibilità di un bivacco. Le vie di Graziano Maffei sono pane per le nuove generazioni: sono il futuro, ma scritto più di vent'anni fa». Ancora Rabanser, nella “guida raccontata” Vie e vicende in Dolomiti, scritta a quattro mani con Orietta Bonaldo (Edizioni Versante Sud, 2005) parla di Graziano come di «un personaggio del tutto anomalo, presenza costante ma discreta, senza clamore o divismi di sorta». E insieme a Frizzera e Leoni era irresistibile, capace di progredire in parete con «un sistema collaudato da innumerevoli ascensioni compiute insieme». Di che si tratta? Risposta: «Una combinazione fra arrampicata libera di alto livello e tecnica artificiale, senza però eccedere nell'uso dei chiodi e senza forare la roccia, possibilmente». In più il terzetto non aveva mai fretta: nessun problema se per completare un itinerario occorreva passare diversi giorni a tu per tu col vuoto. Il segreto di una simile resistenza? Spiega Ivo: «Ci si attrezza del necessario per trascorrere una vacanza in parete. Quello che conta è stare in montagna, centellinando ogni istante di queste straordinarie avventure».

L'attività creativa del Feo, come abbiamo lasciato annunciare a Furlani, non si è però “limitata” alla Marmolada e al Sassolungo. Cerchiamo allora, prima di concludere, di fare un po' d'ordine e di compilare un elenco cronologico delle sue prime ascensioni (tutte nelle Dolomiti), certamente utile per cogliere la grandezza del personaggio. Un'annotazione: i gradi indicati nella lista, salvo pochissime eccezioni, sono quelli dichiarati dai primi salitori, per cui (per non farsi male...) vanno presi con le pinze.

Feo 11. Torre Vallaccia (2514 m, Vallaccia), parete nord, via Maffei-Frizzera (600 m, VI+ e A3), con Mariano Frizzera, dal 29 giugno al 2 luglio 1971; 2. Cima dell'Amicizia (per il Pilastro Zeni, la Torre Augusta e la Punta Cristina, Vallaccia), via Maffei-Frizzera (600 m, VI+ e A3), con Mariano Frizzera, 25-29 maggio 1974; 3. Piramide Armani (2400 m, Vallaccia), via Maffei-Stenico (450 m, VI), con Marino Stenico, 21-23 luglio 1974; 4. Torre di Mezzaluna (2628 m, Vallaccia), parete nord-ovest, Via dei bambini (400 m, VI+ e A2), con Mariano Frizzera, 23-24 giugno 1975; 5. Piramide Armani, Piramide Lovisi e Piramide Delmonego (Vallaccia), traversata per la Via delle Piramidi (500 m, V+), con Giuliano Stenghel, giugno 1976; 6. Cima dell'Amicizia (Vallaccia), Via della dorsale (600 m, VI+ e A3), con Antonio Bernard, luglio 1976; 7. Torre Vallaccia (2514 m, Vallaccia), parete nord, via Maffei-Bernard (600 m, VI), con Antonio Bernard, luglio 1977; 8. Torre Innerkofler (3098 m, Sassolungo), parete sud, Via del calice (500 m, VI+), con Giuliano Stenghel, 1-2 settembre 1977; 9. Piramide Delmonego (Vallaccia), Via diretta (450 m, VI+ e A2), con Marino Stenico, 29 luglio 1978; 10. Marmolada (3343 m), parete sud-ovest, via Karol Wojtyla (550 m, VI+ e A4), con Mariano Frizzera, 6-10 settembre 1979; 11. Cima Su Alto (2951 m, Civetta), parete nord-ovest, via Marino Stenico (800 m, VI+ e A4), con Paolo Leoni, 2-5 settembre 1980; 12. Dente del Sassolungo (3001 m), parete sud dell'anticima meridionale, via Alfredino Rampi (200 m, VI+ e A2), con Paolo Leoni e Mariano Frizzera, 4-5 luglio 1981; 13. Punta Tissi (2992 m, Civetta), parete nord-ovest, Via del rifugio (1000 m, VI+ e A4), con Paolo Leoni, 13-16 settembre 1981; 14. Sass Pordoi (2950 m, Sella), Torre Mozza della parete nord-ovest, via Francesco Maffei (500 m, VI+), con Paolo Leoni, 25 giugno 1982; 15. Dente della Torre Vallaccia (Vallaccia), via Marco Franceschini (600 m, VI+ e A4), con Paolo Leoni, 15-16 luglio 1982; 16. Marmolada (3343 m), parete sud-ovest, Via dei quarantenni (650 m, VI+ e A3), con Paolo Leoni e Mariano Frizzera, 5-8 agosto 1982; 17. Sass Maor (2814 m, Pale di San Martino), parete nord-est, via Bruno Crepaz (1000 m, VI+ e A2), con Paolo Leoni, 1-4 settembre 1982; 18. Marmolada (3343 m), parete sud, Via della Cattedrale (850 m, VI+ e A3), con Paolo Leoni, dal 23 al 27 luglio 1983 (variante diretta finale sulla Canna d'organo aperta tra il 12 e il 13 agosto 1985 con Leoni e Mariano Frizzera); 19. Croda di Re Laurino (2819 m, Catinaccio), pilastro sud-ovest, variante d'attacco (200 m, VI) alla Breitenberger, con Paolo Leoni, 21 agosto 1983; 20. Croda di Re Laurino (2819 m, Catinaccio), pilastro ovest-sud-ovest, Via dello spigolo (300 m, VI+ e A4), con Paolo Leoni, 26-27 agosto 1983; 21. Sass dla Crusc (2907 m, Cunturines), parete nord-ovest del Piz dl'Ciaval, Via del chiodo d'argento (500 m, VI+ e A2), con Paolo Leoni, giugno 1984; 22. Pala del Larsè (2730 m, Catinaccio), parete est, via Rosetta (400 m, VI+), con Paolo Leoni, 14 luglio 1984; 23. Torre Ines (Vallaccia), via Maffei-Leoni (VI+ e A4), con Paolo Leoni, settembre 1985; 24. Torre Rita (Vallaccia), via Maffei-Leoni (VI+ e A4), con Paolo Leoni, settembre 1985; 25. Torre di Mezzaluna (2628 m, Vallaccia), parete ovest, Vie dell'arte (400 m, VI+ e A4, la linea si biforca nella parte finale), con Paolo Leoni, settembre 1985; 26. Piramide Armani (2400 m, Vallaccia), via Il canto del cigno (400 m, VI+ e A4), con Paolo Leoni, luglio 1986; 27. Piramide Delmonego (Vallaccia), Via della proboscide (400 m, VI+ e A4), con Paolo Leoni, luglio 1986; 28. Piramide Armani (2400 m, Vallaccia), Via dei cinque muri (400 m, VI+ e A4), con Paolo Leoni, agosto 1986; 29. Marmolada (3343 m), parete sud-ovest, via L'ultimo dei paracadutisti (680 m, VI+ e A4), con Paolo Leoni e Mariano Frizzera, 7-13 agosto 1988; 30. Marmolada (3343 m), parete sud, via L'ultima foglia gialla d'autunno (400 m, VI+ e A4), con Franco Filippi, agosto 1992; 31. Marmolada (3343 m), parete sud, Via del secolo (550 m, VI+ e A3), con Mariano Frizzera e Franco Filippi, 8-13 e 21 agosto 1993.

Nelle immagini, dall'alto: Graziano Maffei nel 1992 durante la prima salita della via L'ultima foglia gialla d'autunno sulla parete sud della Marmolada (foto di Franco Filippi tratta dal volume Una cordata per il cielo); Stefan Comploi, il 29 settembre 2004, durante la prima ripetizione della via Alfredino Rampi sul Dente del Sassolungo (foto di Ivo Rabanser); la parete sud della Marmolada con L'ultima foglia gialla d'autunno (in rosso) e la Via del secolo (in giallo) che, insieme, costituiscono una grandiosa linea di salita verso la cresta sommitale della Regina delle Dolomiti (foto tratta dal volume Una cordata per il cielo)

venerdì, 10 luglio 2009

BRIVIDI ROVESCI (CONCLUSIONE)

Il 10 luglio 1959, come oggi, era venerdì. Per René Desmaison e Pierre Mazeaud, impegnati a tracciare la loro via sulla Nord della Cima Ovest di Lavaredo (www.intotherocks.splinder.com/post/20905484), era il quinto giorno in parete. I due francesi, dopo aver lottato con una serie infinita di strapiombi, si trovavano finalmente a tu per tu con il peggiore della famiglia: il grande tetto, il passaggio obbligato per la metà superiore della muraglia. Ce l'avrebbero fatta a passare?

CouzyRené traversa a destra: i chiodi sono pessimi ma non ci sono alternative. Così Pierre, con le mani segnate dalle manovre di corda, è attentissimo. Un chiodo esce... quello sotto miracolosamente tiene: il pendolo di René è poca cosa. Avanti. Affanno. È una lotta. Dov'è la via d'uscita? Eccola, finalmente: una fessura permette a René di sporgersi verso il vuoto. Ci vuole anche un chiodo a pressione. Le mani tastano la roccia, cercano ogni più piccola irregolarità. Ancora un chiodo, poi un altro ed ecco il bordo del tetto: René si alza sulle staffe, è sospeso sull'abisso, un'immagine fantastica... Sale sull'ultimo gradino della staffa, pianta un chiodo e svanisce in alto. È fatta. Pierre urla di gioia. La parete, sopra, è verticale ma ai due amici, dai sensi sconvolti, appare appoggiata... Il quinto bivacco è di lusso, su una grande cengia, e la notte passa: prima parlando e Couzy 2curandosi le mani, in qualche modo, e poi dormendo, senza più incubi. Sabato 11 luglio: c'è il sole e bisogna continuare. La parete è grigia e solida, l'arrampicata favolosa. Un diedro impegnativo chiede ancora qualche ferro. Ma René è una macchina e Pierre, nonostante sia allo stremo delle forze, non si lascia andare. Le cinque del pomeriggio: la cengia superiore. «Sono morto» dice Pierre. Niente da fare: il gladiatore vuole arrivare in cima. René riparte, irresistibile. Pierre, piangendo, lo raggiunge: alle sei, per entrambi, non c'è più nulla da salire. Anche René piange. Racconta Mazeaud: «L'esperienza, la nostra più grande esperienza, è finita. La via in ricordo di Jean Couzy, la direttissima dei francesi, è realizzata».

Pochi mesi dopo, sulla “Rivista mensile” del Cai, nell'articolo Novità alpinistiche 1959 nelle Dolomiti, Camillo Berti ne parla in questi termini: «In questa parte la parete presenta lo stesso sbalzo della zona centrale. Mentre però nella zona centrale lo strapiombo si concentra sostanzialmente nel primo terzo della parete ed è per lo più costituito dall'enorme caratteristico tetto, nella direttrice dei francesi le rocce strapiombano fino a circa metà della parete con una successione di tetti, meno pronunciati ma continui e forse per questo più duri e impegnativi». Per cui quella di Desmaison e Mazeaud è «un'indubbia prestazione eccezionale: e il nome di Jean Couzy, cui la via è stata dedicata, resterà per essa degnamente ricordato. Per opinione concorde, la via dei francesi è la più difficile e interessante tra quelle finora tracciate sulla Cima Ovest».

In alto: Miller Rava alle prese con il grande tetto della Couzy (foto di Piero Ravà tratta da Sentieri verticali di Alessandro Gogna, Zanichelli, Bologna 1987). Qui sopra: il settore sinistro della parete nord della Cima Ovest di Lavaredo con il tracciato della via

Couzy 3

«...nella direttrice dei francesi le rocce strapiombano fino a circa metà della parete con una successione di tetti, meno pronunciati ma continui e forse per questo più duri e impegnativi...» (C. Berti)

lunedì, 06 luglio 2009

BRIVIDI ROVESCI (INIZIO)

Cima Ovest CouzyIl sospetto ci è venuto venerdì, a tu per tu con la quarta delle regole di Preuss: «Il chiodo da roccia è una riserva per casi di necessità, ma non deve essere il fondamento di una tecnica speciale». Rapido controllo e risposta affermativa: esattamente cinquant'anni fa, il 6 luglio 1959, René Desmaison e Pierre Mazeaud cominciavano la loro odissea sugli strapiombi della parete nord della Cima Ovest di Lavaredo. La scalata li avrebbe impegnati per sei giorni: i due francesi, seguiti dai connazionali Pierre Kohlmann e Bernard Lagesse che costituivano la cordata d'appoggio, arrivarono in vetta l'11 luglio, dopo aver aperto una via che – intitolata a Jean Couzy che l'aveva tentata nel 1958, pochi mesi prima della sua tragica scomparsa – lasciamo descrivere ad Alessandro Gogna citando dal suo Sentieri verticali (da cui abbiamo preso in prestito anche il titolo di questo post).

«Gli anni 1959 e 1960 – scrive Gogna – furono un'orgia di grandi pareti superate in artificiale [...]. Tra tutte le salite di quei due anni spicca per bellezza ed eleganza d'esecuzione la via dedicata a Jean Couzy sulla nord della Cima Ovest [...]. Mentre accanto [...] si svolgeva la competizione tra svizzeri e Scoiattoli, i francesi ebbero certamente più tempo per badare all'etica. Usarono 300 chiodi e 15 ad espansione, su un itinerario lunghissimo, probabilmente la più bella via in artificiale delle Dolomiti [...]. La chiodatura di questo itinerario è assai precaria. L'A3 non è stato sostituito comodamente da chiodi ad espansione. E ancora oggi [Sentieri verticali è del 1987 ma l'affermazione continua ad essere valida, ndr] affidare il proprio peso a certe lamette sottili piantate per metà fa scorrere i brividi nella schiena: e ciò riscatta un'artificialità quasi assoluta, respingendo il sospetto di eccessiva tecnologia. Qui forse fece la sua comparsa l'A4».

La citata guida del Berti (ANTONIO BERTI, Le Dolomiti Orientali, volume I, parte 2ª, Cai-Tci, Milano 1973) chiude la relazione della salita con un “nota bene” da pelle d'oca: «Le difficoltà in A sono grandissime e quasi continue fino all'ultimo tetto; dopo la quarta lunghezza di corda, l'enorme strapiombo impedisce un ritorno a corda doppia; così pure eventuali azioni di salvataggio dall'alto sono possibili soltanto sopra il grande tetto». Più moderno ma ugualmente “serio” il commento di Gino Buscaini nel suo Le Dolomiti Orientali. Le 100 più belle ascensioni ed escursioni (Zanichelli, Bologna 1984), dove la Jean Couzy è presentata al 95esimo posto come «salita faticosa, che richiede un eccezionale sforzo fisico e una ottima tecnica della scalata artificiale». Buscaini precisa che «la parete si divide in due parti: nella metà inferiore (c. 230 m), sempre strapiombante, la scalata è tutta in artificiale, con difficoltà molto sostenute (A2, A3). Nella metà superiore, di roccia grigia, l'arrampicata è in libera, di media difficoltà». Un'altra informazione: «Nella parte strapiombante si trova un solo posto da bivacco, dove si può stare seduti; quasi tutte le soste si fanno su staffe».

La relazione della guida del 1973 precisa le dimensioni di questo “solo posto da bivacco” (dove Desmaison e Mazeaud passarono la seconda e la terza notte in parete) – 150 x 50 centimetri – e comincia all'insegna dei «scarsi appigli», di una «sicurezza su un masso» e della «roccia cattiva» a sui segue, per fortuna, un «buon punto di sosta». Da non perdere, poco dopo, la varietà cromatica del «muro biancastro» e del «tetto giallo» (A1 e A2 per il Buscaini, così come tutti i gradi che indicheremo in seguito) oltre i quali si trova la «sosta in sospensione [...] alla base di una grande fessura strapiombante e obliqua verso sinistra che in basso è rotta da vari tetti fessurati e, 30 m più in alto, si trasforma in diedro strapiombante» (ancora A1 e A2). Ad un certo punto, dopo un'altra buona dose di A2, ecco «uno spuntone, “l'écaille”, sopra il quale ci si riunisce». La sosta, questa volta, non è così male ma attenzione a quanto si vede sopra: «Da qui la fessura diventa estremamente friabile e termina, 50 m più in alto e a sinistra, sotto un enorme tetto orizzontale che sporge per 7-8 m. Sopra il tetto la fessura si trasforma in un diedro alto 50 m: verticale nei primi 20 e strapiombante nei 30 successivi». Ma come si arriva a questo diedro, vista la pessima qualità della roccia oltre la “scaglia”? Ecco la soluzione: salendo obliquamente a destra per 35 metri (A1), proseguendo diritto per 15 metri (Berti: «Piccoli chiodi e chiodi ad espansione»; Buscaini: A2), aggirando un tetto a sinistra (A2) e poi ancora diritto fino ad una fessura orizzontale «che si segue verso sinistra per 35 m (A1) fino ad un diedro sotto il gran tetto citato». E qui, dopo una lunga serie di soste «in sospensione», arriva il bivacco dello stesso genere dei primi salitori. Avanti lungo il diedro e, dopo 50 metri, ecco la meraviglia: il summenzionato terrazzino, un piano orizzontale (peculiare in quanto rivolto verso l'alto, giacché di piani analoghi ma girati dalla parte sbagliata, nei paraggi, ce ne sono fin troppi...) da cui prendere lo slancio per il resto della scalata. La faccenda, vista «una verticale fessura [...] che scompare sotto un tetto», sembra compromessa ma il soffitto è generoso e offre una via di fuga verso sinistra. Il quarto bivacco, tra il 9 e il 10 luglio 1959, René e Pierre lo passarono una trentina di metri più in alto, ormai non troppo lontani da quel gigantesco punto interrogativo incombente su di loro dall'inizio: il tetto mediano, oltre il quale la parete cambia inclinazione e per questo è anche il tetto finale, un colpo che è come il gol del 5 a 0 all'inizio del secondo tempo. Insomma: da lì la partita (parete) è ancora lunga ma salvo clamorosi pasticci (assai improbabili se ci si chiama Desmaison e Mazeaud) il gioco è fatto. Non ci credete? Poco dopo il potentissimo strapiombo, nella relazione (e sulla Cima Ovest) compare addirittura «una zona terrazzata» e non saranno di sicuro il «diedro verticale alto 15 m» (V) o il «salto grigio alto circa 10 m» (V e V+) - tra quali si trova, non si sa come, del simpatico III – a fermare la marcia ormai trionfale (anche se Mazeaud a quel punto piangeva...) verso la magica quota 2973.

Sopra: lo schizzo della parete nord della Cima Ovest di Lavaredo pubblicato a pagina 185 della guida di Antonio Berti. In rosso, naturalmente, la via Jean Couzy

Cima Ovest Couzy 2

In posa al rifugio Auronzo dopo il successo sulla Cima Ovest. Da sinistra: Pierre Kohlmann, Pierre Mazeaud, la signora Mazzorana, Piero Mazzorana, René Desmaison e Bernard Lagesse (arch. Mazeaud, immagine pubblicata a pagina 80 del volume Tre Cime. Il palcoscenico dell'impossibile, di Alexander Huber e Willi Schwenkmeier, Cda & Vivalda, Torino 2004)

venerdì, 20 febbraio 2009

MEPHISTO

Oggi vogliamo parlare di questa via, sul Sass d'la Crusc. Avremmo potuto aspettare il 16 settembre, per ricordarla a trent'anni dall'apertura. Tuttavia, qualche volta, non è un peccato lasciar perdere le coincidenze perfette e seguire qualcos'altro. Che, in questo caso, è la voglia di ricordare subito due personaggi fantastici, antitetici e complementari, che nel 1979, in cinque ore e con tre chiodi (il grado: VIII-), scrissero una grande pagina di avventura su una delle montagne simbolo delle Dolomiti. I tirolesi Reinhard Schiestl e Luggi Rieser: il magrissimo insegnante e l'esuberante commerciante. Luggi - oggi Swami Prem Darshano, 53 anni e 300 vie nuove nell'armadio (insieme al frac giallo e alla tuba: la sua tenuta da grandi pareti) – si divertiva a pigliare in giro l'amico. Reinhard – fortissimo e poetico, scomparso a 38 anni nel 1995 in un incidente d'auto – era sempre tranquillo e non si arrabbiava. Insieme (non di rado con Heinz Mariacher ma anche con Peter Brandstätter e altri) hanno abbattuto muri, hanno dilatato confini, hanno illuminato un percorso. Lo stile sta in una frase di Darshano, che nel 1995 ha concluso il suo capolavoro (Steps across the border-Senkrecht ins Tao, 500 m, 8a) sulla Sud della Marmolada: «Non ho mai usato spit».

Schiestl 2«Sul Sass d'la Crusc c'è un diedro di nome Octopus. A sinistra del diedro ci sono delle placche nere e compatte. Le battezzammo Mephisto, perché ci apparvero senza soluzione, eppure affascinanti. I camini friabili dello zoccolo erano già sotto di noi. Anche se Luggi era in ottima forma, un tiro dopo la grande cengia mettemmo le doppie e scendemmo. La mia paura non era diminuita. Due settimane dopo eravamo di nuovo sulla cengia. Di là, sul Pilastro di Mezzo, arrampicavano Heinz e Luisa (terza ripetizione della via dei fratelli Messner: le precedenti erano riuscite allo stesso Heinz con Luisa e Luggi e a Luggi, sempre lui, con Schiestl, Egon Wurm e Thomas Mihatsch, ndr). Quando ci legammo le placche erano già calde. Era come in palestra: una successione di passaggi su una parete alta da 6 a 8 metri, i movimenti studiati a memoria fin dove si potevano vedere gli appigli. Una bella sosta. Ero in buona forma. Dovevo solo non pensare alla caduta, oppure al fatto che improvvisamente avrebbero potuto non esserci più appigli... Poi mi trovai in mezzo a quelle placche, ero il protagonista. Un protagonista solo con i suoi vuoti pensieri che giocava con l'assurdità. Come un clown che gioca con le note di un flauto che non si sente. Ma ogni avventura è insensata di per sé, altrimenti diventerebbe una necessità, e io dovevo tenere liberi i miei pensieri, se no avrei preferito essere al sole a giocare con i sassolini. Quando ebbi portato a termine il primo passo critico, la ritirata mi fu preclusa. L'appiglio di sotto che mi permise di superare la lama era stato appena sufficiente per innalzarmi. E ora ero su due piccoli buchi. Mi ero fatto forza, mi ero precluso il ritorno, ma la paretina non era ancora terminata. Dopo una mezz'ora continuavo a non sapere dove e soprattutto come avrei dovuto continuare. Le dita dei piedi mi facevano male, ma non vedevo alcun appiglio per arrivare alla cengetta. Non potevo tornare indietro ed ero troppo vigliacco per rischiare un volo. Avrei dovuto arrampicare oltre, non pensare a niente fino a che non fossi arrivato più in alto, su terreno più facile. Ci si può concentrare solo su pochi metri per poi cercare i punti di protezione. Dopo un po' tentai. Incrociai la mano sinistra sulla destra. Un buon appiglio. Poi solo delle conchette nelle quali prevedevo degli appigli. Quando infine potei afferrare la cengetta mi accorsi che era stata solo la paura a rendere così difficile questo tratto. Questo sottile malessere che sempre mi prende quando l'ultima via d'uscita non è sicura. Sopra sentii un sonoro riso interiore che non si spense fino a che non fummo in vetta. La consapevolezza di aver superato il passaggio chiave ci aveva reso baldanzosi nel resto della salita» (REINHARD SCHIESTL, Mephisto; da REINHOLD MESSNER, Settimo grado, Istituto Geografico De Agostini, Novara 1982, pp. 205-207).

Sopra: Reinhard Schiestl lungo il tiro chiave di Mephisto (foto di Darshano L. Rieser, www.alpenverein-ibk.at)

Schiestl

REINHARD SCHIESTL (1957-1995)

venerdì, 06 febbraio 2009

C'ERA UNA VOLTA IL FEO...

Graziano Maffei: impossibile raccontarlo in poche righe. Diremo soltanto che mentre l’alpinismo e il mondo corrono su sgangherati binari, quel personaggio unico, addirittura incredibile, sembra guardarci ancora con quel suo immancabile sorriso da poeta naïf. E i suoi durissimi capolavori - in Marmolada e Civetta, sul Sass Maor e sul Sass d'la Crusc, sulle pareti del Catinaccio, della Vallaccia e del Sassolungo – restano a testimoniare il suo talento e quello dei suoi compagni. Graziano, per gli amici “Feo”, classe 1939, è scomparso il 17 luglio 1994, vittima di un crepaccio dopo aver salito la bella Don Chisciotte sulla parete sud della Regina delle Dolomiti. Nessuno, quel giorno, pensava che suo figlio Claudio lo avrebbe seguito soltanto un mese e mezzo dopo e che il ricordo di entrambi sarebbe stato affidato ad un libro, voluto e realizzato da Annetta Stenico (moglie di Marino e suocera di Graziano) e da sua figlia Cristina. In quel volume – Una cordata per il cielo (Manfrini Editori, 1996) – tra numerosi scritti spicca quello di Mariano Frizzera, compagno di Maffei in infinite avventure. Il brano, che si intitola semplicemente Ricordando Feo e di cui vi proponiamo ampi stralci, è un'autentica perla, la cui lettura è altamente consigliabile.

Feo e MarianoUn ragazzetto di appena dodici anni, un'armonica, un grande generoso sorriso. È l'estate del 1951... Feo, allora per me Graziano Maffei, suona in onore del vescovo in visita alla colonia di Calambrone, dove entrambi siamo in vacanza... Rivedrò Feo diversi anni dopo, non più con il mare sullo sfondo ma in montagna. Gruppo di Brenta, Cima Tosa: questa volta non è un'infanzia per certi versi simile a farci incontrare ma le stesse passioni... Ci rivediamo così di frequente, i compagni sono diversi ma qualcosa ci avvicina sempre di più, fino a portarci alla decisione di legarci alla stessa corda... Ricordo una memorabile sfortunata ripetizione in Civetta, alla Cima Su Alto: la via Livanos-Gabriel. Ci creiamo il nostro comodo cantuccio nella Grotta Esposito per guadagnare tempo l'indomani. «Vecio, cossì doman sem i primi» mi dice caricando la sveglia Potëmkin, quel pesante ammasso di ferraglia e campanelli che ci portiamo appresso e che finirà poi, in un'altra avventura, per precipitare già da uno strapiombo. Ci addormentiamo profondamente e al mattino non è la sveglia a chiamarci ma delle voci sotto di noi: sono le nove e siamo in perfetto ritardo. Feo, l'uomo dal bicchiere eternamente mezzo pieno, sostiene sia una gran fortuna. «Così riposati recuperiamo in un lampo il tempo perduto» dice. Facciamo l'immancabile, terribile colazione energetica preparata da Feo e partiamo ottimisti e sicuri di noi. Nel frattempo la cordata che sentivamo sotto ci raggiunge: sono dei francesi. Sotto il grande tetto siamo fianco a fianco e Feo, con la sua solita innata modestia, mi dice: «Mariano, guarda che sono quelli delle alte difficoltà». In quegli anni, infatti, venivano tra le nostre montagne gruppi di alpinisti francesi per ripetere le vie più difficili. «E allora?» dico io. «Lasciamoli passare avanti» risponde convinto e si tiene in disparte. Non sono d'accordo ma non ribatto. Purtroppo capiamo subito di avere sbagliato: sono più lenti di noi e così ad ogni sosta ci fanno attendere per delle mezzore. Feo mi fa notare il meraviglioso panorama, tanto per distrarre il mio nervosismo, così notiamo anche che il tempo sta volgendo al brutto complicando la situazione. Di lì a poco delle grida richiamano la nostra attenzione e, mentre alzo gli occhi, vedo una pietra cadere sulla testa di Feo... Non si usava il casco ai nostri tempi: così il mio compagno si regge a malapena, semisvenuto per la gran botta. Ma appena riesce a connettere non si arrabbia, non urla maleparole all'indirizzo delle “alte difficoltà”. Si limita ad alzare la testa e a dire: «Ehi, ragazzi, state attenti». State attenti! Tutto quello che riesce a dire dopo aver rischiato di finire ammazzato. A questo punto perdo le staffe e gli urlo arrabbiato: «Tu e le tue alte difficoltà! Non solo non sanno arrampicare ma ci scaricano addosso mezza montagna!». Feo si limita a sorridere. In quel momento una grandinata, questa volta di origine meteorologica, completa il quadro. Decidiamo di abbassarci e ci disponiamo al bivacco. Lo ricordo come uno dei peggiori bivacchi, in quanto a comodità. Incastrato in un camino, sotto la pioggia, con Feo dolorante che non si regge, tra le mie braccia. «Pensa, Mariano, che fortuna!» dice. Me l'aspettavo una frase così ma taccio per sentire il seguito. «Pensa se capitava a quei francesi, poverini, così maldestri e così poco attrezzati. Non avevano neppure lo zaino» continua. «Noi invece siamo superattrezzati» penso guardando i nostri golfini con scollo a V, inzuppati fradici. Siamo abbigliati come due scolari alla messa della domenica ma probabilmente ha ragione lui: la nostra attrezzatura sta nello spirito. Feo si addormenta subito. Io non riesco a chiudere occhio fino all'alba quando, sopraffatto dalla stanchezza, piombo in un sonno profondo. Di colpo, non so se dopo ore o minuti, Feo mi sveglia: «Mariano! Povero Armando!». Penso stia parlando nel sonno o forse no: sta male, delira. «Mi dispiace proprio per Armando» riprende. Allarmato gli chiedo se sa dove ci troviamo. «Certo» mi risponde «siamo sulla Su Alto. Ma guarda la Marmolada: è carica di neve e Armando è lassù». Allora sollevo il berretto che mi ero calato sugli occhi per proteggermi dal freddo e mi accorgo che è coperto di neve: come noi, come tutto attorno. Dico: «Feo, non soltanto in Marmolada... anche qui c'è la neve». E Feo: «Ah, ecco perché ho dormito così bene e al caldo!».

Nella foto (tratta da Una cordata per il cielo): Graziano Maffei (a sinistra) e Mariano Frizzera in vetta al Pizzo Badile

venerdì, 30 gennaio 2009

L'ULTIMA VIA DI HANS DÜLFER

dulferÈ quella aperta il 1° agosto 1914 con Franz Barth, Hanne Franz e Alfred Wolff sulla parete sud dell'Odla di Cisles (2780 m), seguendo la fessura a sinistra del Camino del Diavolo. Lunga 350 metri, presenta difficoltà di V+. Ma attenzione: già qualche giorno prima, il 18 luglio, l'allora ventiduenne tedesco, nato a Barmen (oggi Wuppertal) il 23 maggio 1892, aveva fatto lo stesso (e forse qualcosa in più) lungo l'evidente diedro sud del Catinaccio d'Antermoia (3004 m) dove, ad un certo punto, si ritrovò “costretto” a continuare da solo la scalata. «Il diedro sale per otto lunghezze – scrive Alessandro Gogna a pagina 65 di Sentieri verticali (Zanichelli, Bologna 1987) – e le prime quattro hanno una forte continuità [...]. La compagna Hanne Franz lo assicurò sulle prime due lunghezze: la seconda è infatti la più dura di tutte, 5° grado superiore con un passaggio di 6° grado inferiore, uno strapiombo fessurato a diedro. Dülfer, usando qualche chiodo, impiegò tre ore e mezza: poi fece salire Hanne, ma lo strapiombo era troppo duro per lei e la malcapitata dovette aspettare sulla cengia del primo tiro che Hans salisse in vetta e scendesse a corde doppie fino a lei!». Durante la stessa estate, poco dopo il successo sull'Odla di Cisles, Dülfer mise gli occhi su quella che «assieme all'Odla di Valdussa e al Sass da l'Ega costituisce la più superba formazione rocciosa delle Odle» (Lorenzo e Pietro Meciani, Odle-Pùez, collana “Guida dei Monti d'Italia”, Cai-Tci, Milano 2000): la splendida Furchetta (3030 m) con la sua vertiginosa parete nord. Il giovane tedesco la attaccò con Luis Trenker (il regista) e si spinse piuttosto in alto, fino a due terzi del gran problema. Raggiunto un terrazzino che da allora si chiama Pulpito Dülfer, «piantò un chiodo che rimase lì parecchio tempo a testimoniare il limite massimo e la sfida (o l'invito?) a proseguire oltre» (Gogna, Sentieri verticali). Furono Emil Solleder e Fritz Wiessner, il 1° agosto 1925 (traversando a destra prima del Pulpito Dülfer), a concludere l'opera, realizzando una scalata eccezionale che anticipò di pochi giorni l'impresa più celebre dello stesso Solleder: la prima salita della parete nord-ovest della Civetta (3220 m), realizzata il 7 agosto con Gustav Lettenbauer. Dülfer non poté ammirare nessuna di queste ascensioni: il 15 giugno 1915, nei pressi di Arras, sul fronte occidentale (Francia), una granata aveva brutalmente troncato la breve avventura terrena di una delle figure chiave della storia dell'alpinismo.

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In alto: la celebre immagine di Hans Dülfer in corda doppia. Qui sopra: Dülfer e le Odle nell'interpretazione di Luisa Rota Sperti (il disegno è tratto dal monumentale ciclo Dalle cattedrali della terra ai sentieri del cielo, dedicato ai protagonisti dell'alpinismo dolomitico, www.luisarotasperti.com)