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Cominciamo col dire che la salita lampo, il 17 febbraio scorso e quindi in invernale, della Cassin sulla nord-est del Badile, non è stata messa a segno, come scritto nel post del 26 febbraio (www.intotherocks.splinder.com/post/16103537), da Roger Schäli e Christoph Hainz. Con Schäli, più volte in cordata con Hainz – l'ultimo successo di rilievo dei due amici è stata Magic mushroom sulla nord dell'Eiger (www.intotherocks.splinder.com/post/14502684) -, sulla “lavagna della Bondasca” c'era un altro altoatesino: Simon Gietl (23 anni). Da notare, comunque, che con il fratello Manuel (24), Simon ha la fissa delle vie dolomitiche di Christoph, avendo ripetuto linee assai avventurose come Zauberlehrling (750 m di sviluppo, IX ossia 7b+/7c, solo chiodi normali, roccia a tratti marcia) aperta da Hainz con Oswald Celva nel 1990 sulla parete sud-ovest della Cima Scotoni. La cordata Schäli-Gietl, durante l'inverno scorso, non si è però “limitata” a salire in giornata la nord-est del Badile. I due fuoriclasse, rispettivamente l'8 gennaio e il 22 febbraio, hanno superato anche la nord della Cima Grande di Lavaredo per la Camillotto Pellissier (E. Mauro e M. Minuzzo, 20-29 luglio 1967, all'insegna dell'artificiale totale, in libera la via presenta difficoltà di 8b) e la nord del Cervino, in 6 ore e mezza, per la storica via Schmidt (F. e T. Schmidt, 31 luglio-1° agosto 1931). Schäli, inoltre, ha fatto sue le pareti nord dei Drus per il couloir Cecchinel-Jager (W. Cecchinel e C. Jager, 28-31 dicembre 1973), dell'Eiger per la Heckmair (A. Heckmair, L. Vörg, H. Harrer e F. Kasparek, 20-24 luglio 1938) e delle Grandes Jorasses per il Linceul (R. Desmaison e R. Flematty, 17-25 gennaio 1968). Sui Drus Roger è salito con Bernd Rathmayer (21 gennaio), sull'Eiger con Simon Anthamatten (28 gennaio, in 6 ore e 50 minuti) e sulle Grandes Jorasses con Marianne Ebneter (8 febbraio). Aggiungiamo che il 25 febbraio, questa volta con un cliente, l'instancabile svizzero è passato nuovamente sull'Eigerwand. Restiamo sulla nord dell'Eiger ma torniamo a Christoph Hainz: il simpatico altoatesino, il 18 febbraio (difficile, quindi, che il giorno precedente fosse sul Badile...), ha attaccato la mitica parete con due clienti d'eccezione. Il primo si chiama Dietmar Kastning e scala sull'ottavo grado (l'anno scorso era sul Fitz Roy) e il secondo, di nome Johann Wenin, è un frate francescano appassionatissimo di montagna, con il sogno di salire la “parete assassina”. La scalata, senza incidenti a parte la perdita di qualche “pezzo” dell'equipaggiamento, è terminata in vetta alle 16 del 19 febbraio: «Il tempo – ha commentato Hainz – era ancora divino... e non poteva essere altrimenti!».

Roger Schäli, il 17 febbraio scorso, sulla nord-est del Badile (arch. Simon Gietl)

Johann Wenin in abito alpinistico sulla nord dell'Eiger (www.christoph-hainz.com)

Johann con l'abito di tutti i giorni (www.christoph-hainz.com)
Intotherocks oggi si avvicina ad Intraisass (attenzione: la collisione è prevista per domani). Davide Sapienza, senza saperlo, ieri ci ha dato una bella spinta (www.intraisass.splinder.com/post/16553893) e non abbiamo opposto alcuna resistenza. Era da tempo che volevamo raccontare della nuova via di Yuri Parimbelli e Roberto Piantoni sulla «più bella scogliera delle Prealpi Lombarde» (Silvio Saglio, Prealpi comasche, varesine, bergamasche, “Guida dei monti d'Italia”, Cai-Tci, Milano 1948) tuttavia, per una ragione o per l'altra, la notizia restava sempre nel faldone. Ma oggi, anche per rendere meno improvvisa la collisione di domani, il momento è arrivato. In sintesi: il 10 agosto 2007, dopo un tentativo nel maggio precedente, l'appena menzionata giovane cordata bergamasca ha dedicato a Marco e Sergio Dalla Longa – scomparsi rispettivamente nel 2005 sul Nanda Devi e nel 2007 sul Dhaulagiri – una linea di alta difficoltà che supera un settore assai compatto della parete nord-est della Presolana Orientale (2485 m), tra lo spigolo nord (G. Caccia e A. Piccardi, 1929) a destra e la creazione dei fratelli Dalla Longa, del 1986, a sinistra. La via di Parimbelli e Piantoni è lunga circa 200 metri: in tutto 6 lunghezze di corda che, visti i gradi e il materiale in parete, daranno del filo da torcere ai ripetitori. Non ci credete? Ecco la filastrocca: 1° tiro: 50 m, VII, 2 chiodi (sosta su 2 chiodi); 2° tiro: 15 m, VI, 2 chiodi (sosta su 2 chiodi); 3° tiro: 15 m, VI, 2 chiodi (sosta su 2 chiodi); 4° tiro: 50 m, VIII, 3 chiodi (sosta su 3 chiodi); 5° tiro: 40 m, VI, 3 chiodi (sosta du 3 chiodi); 6° tiro: 15 m, IV (sosta su spuntone). Se volete saperne di più, potete comunque fare un giro da queste parti: www.orme.tv/presolana/pro.html. Dal canto nostro, questa volta, ci limitiamo a ricordarvi con parole antiche che la nord-est della Presolana Orientale, «armoniosa ed arcuata parete, piena di movimento e di grazia» (Saglio), domina una «tetra conca di ghiaie detta il “Fupù”» ed è stata salita per la prima volta per un itinerario obliquo di quinto grado (?), a sinistra di tutti quelli menzionati, da I. e G. Longo (20 agosto 1933). E per continuare con le “parole antiche” (sempre interessanti e magari ancora utili) ecco la relazione dello stesso ripresa dalla guida del Saglio: «Dal Fupù, superati con qualche passo difficile i costoloni che stanno al disotto dell'attacco, ci si porta a destra della fessura che s'alza obliquamente a sinistra e, per una friabilissima cengia, si raggiunge una grande placca giallastra. Si sale con estrema difficoltà per qualche metro lungo la placca, poi si prosegue per una cengetta incisa nello strapiombo e si afferra il labbro della fessura. Ci si incastra in questa crepa e la si risale fino a quando si restringe. Si esce allora a sinistra (E) sulla parete e, superando un tratto verticale, si ritorna nel solco. Si continua per un'altra fessura verticale verso una placca giallastra, la si percorre per 4 metri e si entra in un camino alto 20 metri chiuso da uno strapiombo, che si supera direttamente. Si seguita nel grande camino tagliato fra grandi strapiombi e si arriva ad una fessura che precede un solco strapiombante, chiuso da un tetto. Si traversa a destra, poi si procede direttamente e si arriva alla vetta».

La nord-est della Presolana Orientale (2485 m) con la via dei fratelli Dalla Longa (in bianco) e quella di Yuri Parimbelli e Roberto Piantoni (www.orme.tv/presolana/pro.html)
Giacomo Rossetti ci ha lasciati.
www.vallesabbianews.it/PaeseDettaglio.asp?NumArt=4321

Cerro Torre, parete est, via Quinque anni ad Paradisum – Ermanno Salvaterra, Alessandro Beltrami e Giacomo Rossetti, novembre 2004
Qualcuno, leggendo il post di martedì 4 marzo, si sarà forse chiesto chi fossero Bruno Cattaneo e Severino Veronelli, ai quali Riccardo Cassin, Mario Dell'Oro e Giuseppe Comi dedicarono la loro via sulla nord-est del Pizzo della Pieve, salita pochi giorni fa in prima invernale da Lorenzo Festorazzi, Silvano Arrigoni e Riccardo Spreafico. Nell'ambiente lecchese la storia è abbastanza nota: nel dicembre 1931, dimostrando non poco coraggio (o temerarietà?), Cattaneo e Veronelli tentarono di scalare quella parete per la via tracciata da Eugenio Fasana e Vitale Bramani nel 1925. Il tentativo, però, finì in tragedia: un dramma ricordato da una croce metallica – collocata a circa 300 metri di dislivello dall'attacco, al termine della sezione più impegnativa della via, nel punto da cui «l’occhio piomba in un baratro vertiginoso profondissimo, di rara selvaggia bellezza» (Fasana) – della quale oggi sono presenti pochi miseri resti (si fatica a capire che formavano una croce...). Ma ecco la cronaca dei fatti, culminati in una difficile azione di recupero delle salme, dalle colonne del settimanale Il Popolo di Lecco.
Dal numero del 31 dicembre 1931
«DUE STUDENTI PERITI TRAGICAMENTE SUL GRIGNONE. Sulla Grigna Settentrionale si stanno cercando da martedì due giovani scomparsi durante la scalata del Pizzo della Pieve (m. 2245). Si tratta del ventisettenne Severino Veronelli da Milano e del ventitreenne Bruno Cattaneo pure di Milano, i quali all'alba di domenica scorsa 27 erano partiti dalla Capanna della S.E.M. al Pialeral per tentare la scalata del Pizzo della Pieve dalla Parete Fasana. Le condizioni meteorologiche non erano però favorevoli, come ebbe ad avvertirli il Custode della Capanna, Tranquillo Ticozzi. Poiché a sera i due non tornarono e neppure il giorno dopo lunedì, il Ticozzi avvertì la Sezione Milanese del C.A.I. iniziando con alcuni alpigiani le ricerche. Martedì mattina giungevano alla Pialeral per proseguire le ricerche dieci alpinisti della Sezione del C.A.I. di Milano e con una quindicina di valligiani divisi in tre squadre riprendevano le ricerche dei due giovani. Una delle squadre ha rinvenuto tracce del passaggio dei due scomparsi a metà della parete Fasana ed ha diretto le sue ricerche, in base a queste tracce, purtroppo però senza risultato. Nel pomeriggio cominciò poi a nevicare ed i volonterosi dovettero ritornare al Pialeral. Mercoledì mattina, migliorato il tempo, le ricerche sono state riprese. Mentre andiamo in macchina, ci giunge notizia che una delle squadre di soccorso ha ritrovato gli scomparsi, purtroppo cadaveri. Essi, ancora attaccati alla corda, penzolavano da uno spuntone di roccia ad un terzo circa della parete Fasana, sul quale spuntone la corda si era accavallata fermando la caduta. Stamane una squadra di alpinisti lecchesi capeggiata dal fortissimo Giovanni Gandini del Gruppo Guide “G. Cazzaniga”, è partita per il luogo della sciagura per ricuperare le salme».
Dal numero del 9 gennaio 1932
«IL DRAMMA ALPINISTICO SUL GRIGNONE. IL RECUPERO DELLE SALME DEI CADUTI. La spedizione organizzata dalla S.E.L. su preghiera del C.A.I. di Milano e diretta dal cav. Sassi, il 31 dicembre doveva rinunziare all'obiettivo di recuperare le salme degli sventurati Cattaneo e Veronelli per le tremende condizioni della montagna. Basti dire che il fortissimo Giovanni Gandini del Gruppo Guide “G. Cazzaniga”, in cordata con Pierino Vitali e Renzo Galbiati riusciva a fare ottanta metri in quattro ore. Il cav. Sassi, dando relazione dell'operazione al C.A.I. di Milano, faceva presente che con un'impresa organizzata in grande stile non era esclusa la possibilità di recupero. Il Capodanno una cordata composta da Vitale Bramani e tre altri forti alpinisti, per incarico del C.A.I. di Milano, compiva un sopralluogo alla base della parete Fasana e nella serata tornava a Milano, facendo in sede una relazione scritta sulla impossibilità del recupero nella attuale stagione. Allora Salomon, Gigni e Giussani, amici dei poveri caduti Cattaneo e Veronelli, ritenendo che il C.A.I. di Milano si disinteressasse della cosa, si recarono a proprie spese a Valtournenche per invocare l'aiuto dei fratelli Amato e Alberto Bich, famosi scalatori del Cervino e della Grand Muraille. I Bich aderivano con entusiasmo e lunedì 4 corr. giungevano a Lecco con Salomon, Gigni e Giussani, prendendo subito contatto col cav. Sassi dal quale ebbero aiuti e consigli utilissimi. Tutti, più il Gandini che il Sassi aveva voluto aggiungere alla comitiva, si portarono nella stessa giornata alla base della parete Fasana. La straordinaria mitezza della temperatura a causa del scirocco (quel scirocco che in Germania provocava disgelo e inondazioni) consigliava di tentare senz'altro il recupero. I quotidiani hanno diffusamente parlato della drammatica impresa; noi non ci ripeteremo. Essa è stata semplicemente eroica. Coi Bich, superbi scalatori di rocce, si è distinta la nostra guida Gandini. Il cav. Sassi si prodigò in ogni modo, nel collaborare all'impresa, dirigendo la squadra Salomon, Gigni e Giussani. Le salme del Cattaneo e del Veronelli, depositate a Primaluna, nella cui giurisdizione si trova il Pizzo della Pieve, ieri vennero trasportate a Milano, ove, domani, avranno luogo i funerali. Il Delegato per la Lombardia della F.I.E. ha inviato al cav. Sassi il seguente telegramma: “Pregoti gradire espressione nostro compiacimento per buona riuscita mesto recupero salme Veronelli Cattaneo. A te, Escursionisti Lecchesi, Guide Fratelli Bich Gandini e tutti volonterosi ringraziamento della Federaz.e Escursionismo. Anghileri”. S.E. Manaresi, sottosegretario alla Guerra e presidente generale del Club Alpino da Roma ha pure telegrafato al cav. Sassi: “Ai due Bich e a Gandini dica tutto il mio plauso per la generosa audace e nobilissima impresa compiuta. Rechi alle salme dei giovani alpinisti caduti come soldati all'assalto della montagna l'estremo saluto della grande famiglia del Club Alpino Italiano. Manaresi”».

Così appare, in pieno inverno, la parete nord-est del Pizzo della Pieve
LA PRIMA INVERNALE DELLA CASSIN 1932 È FINALMENTE REALTÀ. AUTORI DELLA SALITA, SABATO 1° MARZO, I “SOLITI” LORENZO FESTORAZZI, SILVANO ARRIGONI E RICCARDO SPREAFICO
Al secondo tentativo, una settimana dopo il primo, ce l'hanno fatta: i lecchesi Lorenzo Festorazzi, Silvano Arrigoni e Riccardo Spreafico, sabato 1° marzo 2008, hanno messo a segno la prima invernale della Cassin 1932 (dedicata a Bruno Cattaneo e Severino Veronelli) sulla nord-est del Pizzo della Pieve (2257 m, Grigna Settentrionale). I tre alpinisti, profondi conoscitori della parete, hanno impiegato ben 11 ore e mezza per aver ragione della linea che, in oltre 600 metri di sviluppo, presenta difficoltà fino al VI (su roccia estremamente friabile). «Il primo tentativo – spiega Festorazzi – si è arenato a causa delle condizioni della neve, che ci hanno rallentato tantissimo. A mezzogiorno non eravamo neppure a metà via, così abbiamo preferito buttare le doppie. E devo dire che è stata una scelta azzeccata, visto il tempo che abbiamo impiegato sabato dal punto della rinuncia alla vetta. La seconda metà della via non è soltanto tecnicamente più impegnativa della prima: si svolge anche su roccia veramente marcia, con conseguente riduzione della velocità. Ad un tratto, poi, è arrivato anche il vento: gelido e fortissimo, in grado di sollevare da terra i miei 100 chili... Nel complesso, comunque, è stata una bella avventura: una salita varia e gratificante, nell'ambiente fantastico della “vecchia signora”, la grande parete Fasana».
CURIOSITÀ: UNA DATA INVENTATA
Sono due gli itinerari di Riccardo Cassin sulla nord-est del Pizzo della Pieve: quello salito in prima invernale da Festorazzi e compagni, che supera il settore sinistro della grande muraglia, e quello che si svolge lungo il canalone centrale della parete (prima invernale: Antonio Peccati in solitaria nel 1980). Il settimanale Il Popolo di Lecco (edizione del 7 luglio 1934), a proposito della seconda via, scrive che «la mastodontica parete Fasana del Pizzo della Pieve ha ceduto domenica scorsa alla volontà e bravura del capo-cordata-istruttore Cassin Riccardo e del G.F. Augusto Corti, che da tempo sognavano di violarne la parte più aspra e più attraente». Nessuna discordanza, dunque, con quanto afferma lo stesso Cassin a pagina 105 del suo Capocordata e con quello che riportano tutte le guide alpinistiche della zona (Saglio, Pesci, Buzzoni): la “diretta” sulla nord-est del Pizzo della Pieve divenne realtà, in 8 ore, il 1° luglio 1934 (domenica). Il pasticcio riguarda la prima via che, a dar retta a Capocordata e alle guide, dovrebbe essere stata salita il 20 luglio 1932 (con Cassin c'erano anche Mario Dell'Oro, detto Boga, e Giuseppe Comi). Il Popolo di Lecco, però, ne parla già nell'edizione di sabato 9 luglio per cui, se la data “ufficiale” è di sicuro sbagliata (anche perché, a quei tempi, la montagna era faccenda da domenica e ferie e il 20 luglio era mercoledì...), è verosimile, visto che il giornale pubblicava con grande cura tutte le notizie alpinistiche del fine settimana precedente, che la scalata sia stata effettuata domenica 3 luglio. Soltanto un dettaglio? Certo. Peccato però che, riguardo le vie di Riccardo Cassin, le guide delle Grigne riportino più di una volta date “inventate” (un altro esempio: il camino del Pizzo d'Eghen non è stato salito il 15 agosto 1932 ma esattamente 20 giorni dopo). Comunque, per chiudere in bellezza, ecco quanto scrive Il Popolo di Lecco a proposito della prima via del grande Riccardo sul Pizzo della Pieve: «I rocciatori Dell'Oro, Cassin e Comi hanno scalata la famosa parete Fasana per una nuova via, più lunga e più aspra di quella già nota (quella di Eugenio Fasana e Vitale Bramani, del 21 giugno 1925, ndr). La nuova conquista ha richiesto uno sforzo che solo i più agguerriti possono affrontare. I bravi giovani, che tutte le feste si cimentano nelle imprese più audaci con tatto e bravura, meritano il plauso sincero degli alpinisti lecchesi e l'incoraggiamento pronto e adeguato da parte dei dirigenti».

Al buio si attacca la Cassin

Lungo la parte bassa della via

Verso il cuore della parete

La faccenda si fa complicata...

Ambiente Fasana

La roccia non è certo della migliore qualità...

Lottando su un traverso alla ricerca dell'equilibrio...

...equilibrio raggiunto!

Ghiaccio, roccia ed erba...

Il freddo si fa sentire

Avanti tutta!

Ormai è fatta...
Foto: arch. Lorenzo Festorazzi
LA “BANDA FESTORAZZI” COLPISCE ANCORA: TRACCIATE DUE VIE NUOVE SULLA SELVAGGIA PARETE FASANA DEL PIZZO DELLA PIEVE
Dici “Grigne” e pensi alla selva di guglie e torrioni della Grignetta. Ma il celebre gruppo calcareo lecchese non si esaurisce lì, in quelle cuspidi dove le vie non si contano più. Ci sono anche le pareti del Grignone, dove le avventure non si esauriscono in poche lunghezze di corda e dove l'impegno è davvero “dolomitico”: pensiamo alla verticale compattezza del Sasso Cavallo, al suo vicino (meno ripido e levigato ma più alto) Sasso dei Carbonari, agli isolati e splendidi pilastri del Pizzo d'Eghen divisi dal Camino Cassin e alla selvaggia nord-est del Pizzo della Pieve, salita nel 1925 da Eugenio Fasana e Vitale Bramani e da allora, per tutti, la Parete Fasana. Alta circa 800 metri, per nulla solare, con i suoi speroni divisi da profondi canaloni, domina l'abitato di Primaluna – il capoluogo della pieve della Valsassina: ecco spiegato il nome della montagna – culminando a quota 2257. Abbastanza battuta fino agli anni Quaranta del secolo scorso – Riccardo Cassin e soci, nel 1932 e 1934, vi tracciarono due vie e anche Nino Oppio, nel 1943, vi lasciò la sua firma – è gradualmente passata di moda e per decenni la frequentazione non è andata oltre poche ripetizioni degli itinerari classici, pochissime salite invernali (perché la Fasana, nella stagione fredda, è un arduo banco di prova), una via di Dante Porta e un'altra di Luciano Barbieri e qualche abbozzo di linea nuova. La “seconda vita” della nord-est del Pizzo della Pieve è cominciata soltanto nel 2000 grazie alla forza e alla passione di un alpinista del posto: Lorenzo Festorazzi (da poco nel gruppo Ragni). È stato lui, con un gruppo di amici tra cui Francesco Galperti, Franco Melesi e Silvano Arrigoni, a riprendere e a completare i tentativi di un tempo, ad individuare e a risolvere nuovi itinerari e a portare all'attenzione di personaggi come Ivo Ferrari (che non è stato a guardare) il mondo nascosto del Pizzo della Pieve. Ma è il momento di fermarci: lasciare da parte la storia (con la promessa che un giorno ve la racconteremo tutta) e passare alla cronaca. Perché Lorenzo e soci (Galperti e Arrigoni) nelle ultime settimane si sono cimentati ancora sulla “loro” parete, riuscendo a pescare un paio di jolly nel suo estremo settore sinistro (ancora più a est della Via del Vice): lì la muraglia è più bassa, regala un po' di sole e, nei mesi invernali, il divertimento è assicurato. Il 3 febbraio scorso, salita lassù per dare un'occhiata, la “banda Festorazzi” ha deciso di provare subito ed è nata così Volpe bianca: una linea di 350 metri gustata da cima a fondo, senza corda, su neve e ghiaccio attorno ai 50-55° con dei risalti più ripidi (65°). Due settimane dopo, il 17 febbraio, gli stessi hanno tracciato Freezer (il nome è presto spiegato: quella domenica faceva un gran freddo...) tra Volpe bianca e la Via del vice. Freezer, però, è più impegnativa della “gemella”: è lunga 380 metri, l'inclinazione raggiunge i 70° e non mancano dei tratti di misto (con terra e erba) dove i primi salitori (sempre slegati) hanno dovuto prestare non poca attenzione. Da non perdere il commento di Festorazzi: «Non sono grandi vie... però sono divertenti e, soprattutto, nate dalla voglia di scoprire il nuovo dove sembra non ci sia più nulla da fare. Nessuna impresa, insomma, ma emozioni uniche, attimi di gioia vissuti intensamente in compagnia di veri amici».

Volpe bianca: comincia l'avventura

Un attimo di pausa lungo Volpe Bianca

Alla ricerca del nuovo (Pizzo della Pieve, via Volpe bianca)

Neve, nebbia e grande freddo: in azione lungo Freezer

La montagna indica la via (Pizzo della Pieve, via Freezer)

Non solo neve: lungo Freezer si incontrano anche tratti di misto che, senza corda, vanno affrontati con la dovuta attenzione

Uno dei tratti ripidi di Freezer, illuminato da un timido sole

L'estremo settore sinistro della Parete Fasana del Pizzo della Pieve con Volpe bianca (in rosso) e Freezer

E per finire: la grande Parete Fasana del Pizzo della Pieve in veste invernale
Foto: arch. Lorenzo Festorazzi e Carlo Caccia
ROSSANO LIBERA RACCONTA
Due uomini e una montagna. Storie che si intrecciano sul gigante di granito delle Alpi Centrali e fanno ancora sognare. Perché sono storie fatte di passione e di volontà, fuori dal tempo e contro il tempo, contro l'oggi che va da un'altra parte. Lassù, sulla lavagna della Bondasca, l'antico e il moderno si sono abbracciati: l'epopea delle invernali di una volta brilla ancora grazie alla luce nuova dei solitari. Alpinismo puro. Punto. Qualcosa che vive nei cuori, oltre le chiacchiere e le vacue opinioni, e che tuttavia ci sembra anche di poter toccare, senza più alcuna retorica e ridotto alla sua essenzialità: al confronto sportivo tra l'uomo, tra due uomini, e la montagna. E tutto questo è bello: è una carica di ottimismo che fa sperare, è gioia per Fabio e Rossano che hanno raggiunto il traguardo ed è gioia per noi, spettatori che applaudono dopo la meraviglia di una doppia, magistrale esecuzione.
I recenti fatti del Badile sono noti: dal 17 al 20 febbraio 2008 Fabio Valseschini da Lecco ha salito in prima solitaria invernale la Via degli inglesi sulla parete est-nord-est (grande bis dopo l'analogo successo lungo la vicina Via del Fratello) e tra il 22 e il 23 febbraio Rossano Libera da Novate Mezzola, in provincia di Sondrio, ha fatto lo stesso lungo la Cassin sulla nord-est (anche per lui grande bis dopo il colpaccio solitario, sempre in inverno, lungo Ringo star sulla nord-ovest). Fabio, però, non vuole raccontare: questa volta preferisce tenere tutto per sé. E Rossano? Lui, solitamente schivo, silenzioso come pochissimi altri, quasi misterioso con le sue cavalcate solitarie – alcune incredibili e mai rivelate – sulle montagne predilette, ha ceduto alla nostra insistenza e ci ha regalato l'ultimo capitolo del suo libro di avventure sul Badile. Un capitolo che segue quello, appena ricordato, ambientato in inverno sulla parete nord-ovest e poi quelli che parlano della prima ascensione di Hiroshima, delle prime salite in libera della Diretta del popolo (VIII) e della Via degli inglesi (idem), della prima ripetizione di Favola ribelle e Ringhio (senza dimenticare la seconda di Jumar Iscariota) e, per finire, della prima solitaria della recentissima Ribelli del tempo.
Rossano sognava la Cassin da solo, in inverno, da anni: non sa quante volte ci ha provato - forse 5 o magari 6 – arrivando a pensare che quella salita fosse troppo, che lui non era la persona giusta per farcela e che, prima o poi, sarebbe arrivato qualcuno “da fuori” che... Ma nessuno è arrivato: Rossano ha tenuto duro e pochi giorni fa, quasi improvvisando, ha tentato ancora ed è riuscito. Perché? I motivi sono profondi: la parete era nelle stesse condizioni dell'anno scorso, quando l'arrivo di una perturbazione costrinse l'alpinista a chiedere aiuto all'elicottero, e forse il segreto ultimo del successo sta proprio nell'uomo. Che in questi anni è cambiato, è cresciuto in ogni senso – parentesi: Rossano è nato nel 1969 – e che con gli attrezzi in mano ora si sente diverso, più preparato. «Ho acquisito una tecnica che non avevo – spiega -, che ai tempi della solitaria di Ringo star mi avrebbe permesso di salire in un paio di giorni al posto di cinque. Sulla nord-est, negli anni scorsi, ho provato a lottare per tre giorni senza arrivare al nevaio mediano. Questa volta, invece, sul nevaio ho fatto il primo bivacco, riuscendo persino a piazzare la corda lungo il tiro successivo per il giorno dopo».
Rossano (una precisazione non superflua: il cognome si pronuncia “Libéra”) ha attaccato la parete dal ghiacciaio, evitando però la rampa percorsa da Cassin e soci per salire direttamente lungo le placche, slegato, fino al Diedro Rébuffat. E a quel punto, evitando quella variante oggi comunemente seguita, ha imboccato la via originale salendo come un fulmine, approfittando dello zaino leggero (ecco, la leggerezza: un altro degli ingredienti del successo) e di uno stato mentale straordinario. Su e su, quasi sempre con le picche in mano, fino al nevaio e poi lungo i camini finali, con la loro splendida neve trasformata. Per cui misto da favola – M6, M7 e forse anche di più: Rossano conosce bene questi gradi, viste alcune precedenti esperienze come Bocconi amari risolta con Ezio Marlier sul Monte Emilius - e grande divertimento, quasi senza problemi, in una giornata in cui tutto sembrava filare miracolosamente (a parte la corda che di tanto in tanto si incastrava...) fino all'ultimo movimento, fino allo spigolo nord dove il nostro pensava di giungere soltanto domenica. Ci è arrivato, però, alle 19.30 di sabato e, vista la nottata meravigliosa, per sentire ancora vicina la Cassin ha deciso di non salire al bivacco fisso della vetta ma di starsene lì, più o meno riparato su una cengia. Il freddo? Risposta: «Sì, c'era. Ma dormo al caldo tutto l'anno e la Cassin da solo, in inverno, non la farò più...».
La luna e le stelle, lassù, e Rossano sul pulpito di granito a guardarle, in attesa del sole: momenti che l'alpinista non riesce a descrivere, che ancora oggi non gli risultano del tutto chiari perché tutto questo gli sembra incredibile. «Non l'avevo “preparata”, questa salita – confida -. Mi sono deciso soltanto la sera prima ed ogni cosa è stata come l'anno scorso, sulla nord del Ligoncio: una magia, quasi... Sono ancora un po' frastornato: tra una settimana, forse, tutto prenderà una forma più precisa. Ma adesso non so più cosa raccontare... Cioè no, ti dico un'altra cosa...». Cosa? Le antenne del cronista si raddrizzano... «Sai chi erano i due “anonimi” che domenica 17 febbraio hanno salito in giornata la Cassin e sono scesi, di notte senza sbagliare di un millimetro, per lo spigolo nord?». Sì: una guida svizzera e un cliente di Bolzano... «Sì e no: in parte è vero ma non del tutto...». Chi erano, allora? «Due guide. Una svizzera e una di Bolzano (più o meno): Roger Schäli e Christoph Hainz».

Non solo Badile: Rossano Libera su Lubna (7b) a Finale Ligure (copertina dell'ultimo numero di Alp)
SABATO 23 FEBBRAIO 2008, ORE 19.48, SMS DALLA CIMA DEL PIZZO BADILE: «CIAO CARLO. IL SOGNO SI È AVVERATO. ROSSANO»
Cosa dire? Le parole non bastano in queste occasioni: non si trovano mai quelle giuste. Perché erano anni che Rossano Libera ci stava provando: voleva riuscirci a tutti i costi e questa volta, come un fulmine, ce l'ha fatta. Da solo, in inverno, sulla nord-est del Badile: lungo la via “della parete”, la Cassin, con qualcosa in più. Il primo a riuscire senza compagni, per quella linea da favola, durante la stagione delle ombre lunghe? Opinioni autorevoli dicono di sì. Il sogno si è avverato e oggi possiamo parlare di un'avventura che ha preso il via nel primo pomeriggio di giovedì 21 febbraio, quando Rossano è uscito di casa per salire al cospetto della “sua” montagna, e che ha raggiunto l'apice poco fa, con un urlo liberatorio. Un capolavoro sulla nord-est che segue quello realizzato tra il 14 e il 18 febbraio 2004 sulla nord-ovest. E anche quella volta, per Rossano, fu prima solitaria invernale: della via – la mitica Ringo star di Tarcisio Fazzini con una variante “involontaria” di 7 lunghezze - e addirittura della parete. Prima, pochi giorni fa, Fabio Valseschini sulla est-nord-est lungo la Via degli inglesi (post del 21 febbraio) e subito dopo Rossano Libera: in meno di una settimana l'albo d'oro delle solitarie invernali sulle pareti settentrionali della leggendaria montagna del Masino-Bregaglia è raddoppiato – da due a quattro salite – ma i nomi sono sempre gli stessi. E tra le due pareti? Già: lo spigolo nord, non l'avevamo dimenticato. L'abbiamo lasciato in fondo per concludere queste righe su ciò che è stato nominando, con un groppo in gola, un fuoriclasse immenso: Giorgio Anghileri. Torniamo al presente, quindi: Rossano è in vetta, pensava di arrivare lassù soltanto domani ma è stato più veloce del suo stesso pensiero... E noi non vediamo l'ora di parlagli, di ascoltare la sua storia che, come tutte quelle scritte in inverno sul Badile, è - e resterà - una grande, grandissima storia.

Pizzo Badile, parete nord-est: la lavagna della Bondasca
Impresa sul Badile: il lecchese Fabio Valseschini ha superato in prima solitaria invernale la Via degli inglesi sulla parete est-nord-est. Salito all'attacco sabato 16 febbraio, ha messo le mani sulla roccia il giorno dopo ed è arrivato in vetta ieri, mercoledì 20, alle 16. Per Fabio è un bis fantastico dopo l'analogo successo di poco più di un anno fa (26-31 dicembre 2006) lungo la vicina Via del Fratello.
A 26 anni dal capolavoro delle cecoslovacche Zuzana Hofmannová e Alena Stehlíková, che passarono lassù dall'11 al 15 febbraio 1982, quella di Valseschini è soltanto la seconda invernale assoluta della via tracciata da Mike Kosterlitz e Dick Isherwood nel 1968 e della quale (non a caso...) abbiamo parlato anche ieri. Aggiungiamo che domenica, mentre Fabio era impegnato con il suo gran problema, una guida svizzera (forse di Berna) con un cliente di Bolzano (i nomi non sono noti) ha salito in giornata la Cassin sulla nord-est la cui prima invernale, firmata da Paolo Armando, Gianni Calcagno, Alessandro Gogna, Camille Bournissen, Michel Darbellay e Daniel Troillet, aveva richiesto un assedio di 13 giorni (con 10 bivacchi in parete) dal 21 dicembre 1967 al 2 gennaio 1968. Dopo di loro, tra il 2 e il 4 gennaio 1981, furono gli svizzeri Danilo Gianinazzi, Marco Pedrini e Michel Piola a passare in stile alpino e verosimilmente, da allora fino al 17 febbraio scorso, nessuno è più arrivato in vetta al Badile, in inverno, per la grande via del 1937.
Il venerdì è il giorno della fantasia, che ci porta a scovare storie di ogni sorta da proporre ai nostri lettori. Così oggi, dopo che ieri abbiamo raccontato di Thomas Tivadar e Gabor Berecz sul Picco Darwin della val di Mello, scoperto da Ivan Guerini e compagni più di trent'anni fa, vogliamo tornare a quei tempi magici, la cui autentica atmosfera si è dissolta, non esiste più. Abbiamo tra le mani un volumetto, tanto diverso dalle moderne guide di arrampicata... Il gioco-arrampicata della val di Mello, comunque, è una guida vera, come dichiarato già in copertina, nel sottotitolo: Guida alle più belle ascensioni della valle. Ma è anche una guida “lenta”, all'insegna delle parole che tutti possono leggere e capire, di disegni che sono come racconti, schizzi emozionanti che suggeriscono uno stato d'animo o un altro. È difficile spiegare l'essenza del libro di Ivan Guerini, di quelle ottanta pagine ordinate, geometriche, che finirono in libreria nel 1979 “in edizione Zanichelli” e quindi in compagnia de La grande Civetta di Alfonso Bernardi, Le mie montagne di Walter Bonatti, Tra zero e ottomila di Kurt Diemberger e Il massiccio del Monte Bianco. Le 100 più belle ascensioni di Gaston Rébuffat. Il gioco-arrampicata della val di Mello lo si capisce davvero soltanto tenendolo fra le mani, sfogliandolo e osservandolo, leggendo nel silenzio quanto Ivan (e Monica) hanno voluto dirci. Il prologo, La fiaba della val di Mello, è un impalpabile proclama da cui lasciarsi conquistare, come un sogno dolce e forte a cui non si può opporre alcuna resistenza.
«La val di Mello... un'ampia, tiepida, sinuosa conca. Nasce dove l'ombra e il buio della notte si concedono alla luce dell'alba. E si distende come un enorme e mite rettile, fino a sbocciare molto lontano, in un incredibile sconfinato anfiteatro, che si distende fino alle propaggini nevose del Monte Disgrazia. In questo luogo è nata una fiaba, fatta da una sintesi arcana di “magia” e preistoria. Ed è proprio nelle stagioni del “trapasso” [...] che in questo luogo di incredibili contrasti si ha un'immediata sensazione del significato e del valore della vita. Per “immediata” intendo la spiegazione dell'esistenza e dell'universo senza il peso delle “parole” [...], senza nessuna costruzione di pensieri [...]. In molti casi, quando non ci si può spiegare il significato degli oggetti con la “razionalità” e con le possibilità proprie della scienza, ci si rivolge ad altre strade; forse meno logiche e coerenti, ma proprio per questo meno limitate, strade che si sgretolano sui “deserti dell'irrazionale”, balzano nella dimensione dell'istinto, si polverizzano nell'indefinito oceano della creazione... Più che in una “rigida stanza” di dati e nozioni, si precipita nell'abisso liquido dell'immagine [...]. Spesso sono la “visione” e il “paesaggio” a trasmettere le “sensazioni” di quiete e serenità, e noi siamo soltanto i riceventi di questo messaggio... Spesso sono i paesaggi contemplativi, dalla grande dimensione, dagli ampi spazi, dai profili morbidi e dolci, a suggerire identici stati d'animo! Non è difficile osservare che in questi casi l'elemento della roccia non è preponderante, non prevale affatto sull'ambiente che lo circonda. Anzi: è proprio la sua mancanza a determinare l'immagine di pace. Poi abbiamo l'esempio opposto, in cui la presenza della pietra è predominante; in questo caso l'ambiente circostante è stritolato in “celle asimmetriche” dove è ristretta la vita vegetale e animale [...]. Ed è proprio per mantenere questi incredibili “equilibri” che la natura stacca dalla terra e proietta verso lo spazio la pietra [...]. Una cosa è certa: l'effervescenza dell'elemento minerale suscita nell'uomo un desiderio di azione, che può essere un modo di ribellarsi alla paura antica che la “roccia” rappresenta, come impedimento. Tutta questa mancanza di armonia si trasmette spesso in un desiderio di sfida (con la natura e fra le persone) o di conquista. Ne deriva un rapporto aggressivo, di apparente prevaricazione dell'uomo nei confronti dell'ambiente che lo circonda. Ma tutto questo è frutto di un superficiale desiderio di difendersi, che nasconde al di sotto paure ben più profonde. La paura popola la nostra fantasia ed il nostro mondo interiore di ombre e di spettri [...]. La paura ci fa diventare sordi e ciechi, ci paralizza. Così passiamo il nostro tempo a difenderci, anziché a lasciarci andare, ad “ascoltare” ciò che ci circonda [...]. La val di Mello è una grandiosa sintesi degli elementi della terra. Il suo lato sinistro, sempre illuminato dalla prima luce dell'alba, è costituito dalle altissime pareti di fondovalle delle quali, se non vi fossero gli abeti, sarebbe difficile avere le proporzioni. Queste pareti dai settori lisci e impressionanti costituiscono il significato più riuscito di “impedimento” inteso come difficoltà, impossibilità, ostacolo. Ma nonostante questo le loro forme non sono una “sfida”: sono semplicemente ampi morbidi specchi, dove il mondo vegetale si arresta e li accarezza ai contorni, aggirandoli, nell'interminabile gioco che gli elementi compiono per equilibrarsi. Si è così di fronte ad uno dei rari casi in cui la preponderanza dell'elemento minerale si innesta incredibilmente nell'ambiente che lo circonda [...]. Forse per un “momento” nella nostra vita, ci si aprirà naturalmente all'armonia e agli equilibri. Senza iniezioni di “orientalismo” o di “discipline ginniche” per farci sentire vivi, per sentire che esistiamo! Per poter capire qual è il nostro posto [...]. Ricominciare a “sentire” attraverso il tatto, lo sguardo, l'olfatto tutto quanto ci circonda. E percepire non solo il tipo di realtà che ci viene sottoposta quotidianamente, ma bensì le diverse realtà di cui è composta l'esistenza. Non è cosa difficile comprendere, osservando le mutazioni delle stagioni, come esse hanno una similitudine con la nostra vita. La persona in linea di massima teme soprattutto ciò che non conosce, l'ignoto. Ma l'individuo moderno teme anche i “cambiamenti”, poiché non riesce a possederli, a determinarli, a comandarli... poiché non costituiscono certezze [...]. Il “passaggio” da una stagione a un'altra, il “passaggio” da questa vita a un'altra... forse sono solo passaggi [...]».