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the sad smoky mountains
accensione, mediante simboli e pensieri, del cuore infranto delle montagne e di chi le percorrE
>> Throughout the world in proximity of the arrival of the Olympic torch on the summit of Mount Everest + the inauguration of the Olympics in Peking >>
ignition, through the use of symbols and thoughts, of broken hearted mountains as well as broken hearts of those who go across them

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martedì, 22 aprile 2008

BADILE, EIGER & C.

Cominciamo col dire che la salita lampo, il 17 febbraio scorso e quindi in invernale, della Cassin sulla nord-est del Badile, non è stata messa a segno, come scritto nel post del 26 febbraio (www.intotherocks.splinder.com/post/16103537), da Roger Schäli e Christoph Hainz. Con Schäli, più volte in cordata con Hainz – l'ultimo successo di rilievo dei due amici è stata Magic mushroom sulla nord dell'Eiger (www.intotherocks.splinder.com/post/14502684) -, sulla “lavagna della Bondasca” c'era un altro altoatesino: Simon Gietl (23 anni). Da notare, comunque, che con il fratello Manuel (24), Simon ha la fissa delle vie dolomitiche di Christoph, avendo ripetuto linee assai avventurose come Zauberlehrling (750 m di sviluppo, IX ossia 7b+/7c, solo chiodi normali, roccia a tratti marcia) aperta da Hainz con Oswald Celva nel 1990 sulla parete sud-ovest della Cima Scotoni. La cordata Schäli-Gietl, durante l'inverno scorso, non si è però “limitata” a salire in giornata la nord-est del Badile. I due fuoriclasse, rispettivamente l'8 gennaio e il 22 febbraio, hanno superato anche la nord della Cima Grande di Lavaredo per la Camillotto Pellissier (E. Mauro e M. Minuzzo, 20-29 luglio 1967, all'insegna dell'artificiale totale, in libera la via presenta difficoltà di 8b) e la nord del Cervino, in 6 ore e mezza, per la storica via Schmidt (F. e T. Schmidt, 31 luglio-1° agosto 1931). Schäli, inoltre, ha fatto sue le pareti nord dei Drus per il couloir Cecchinel-Jager (W. Cecchinel e C. Jager, 28-31 dicembre 1973), dell'Eiger per la Heckmair (A. Heckmair, L. Vörg, H. Harrer e F. Kasparek, 20-24 luglio 1938) e delle Grandes Jorasses per il Linceul (R. Desmaison e R. Flematty, 17-25 gennaio 1968). Sui Drus Roger è salito con Bernd Rathmayer (21 gennaio), sull'Eiger con Simon Anthamatten (28 gennaio, in 6 ore e 50 minuti) e sulle Grandes Jorasses con Marianne Ebneter (8 febbraio). Aggiungiamo che il 25 febbraio, questa volta con un cliente, l'instancabile svizzero è passato nuovamente sull'Eigerwand. Restiamo sulla nord dell'Eiger ma torniamo a Christoph Hainz: il simpatico altoatesino, il 18 febbraio (difficile, quindi, che il giorno precedente fosse sul Badile...), ha attaccato la mitica parete con due clienti d'eccezione. Il primo si chiama Dietmar Kastning e scala sull'ottavo grado (l'anno scorso era sul Fitz Roy) e il secondo, di nome Johann Wenin, è un frate francescano appassionatissimo di montagna, con il sogno di salire la “parete assassina”. La scalata, senza incidenti a parte la perdita di qualche “pezzo” dell'equipaggiamento, è terminata in vetta alle 16 del 19 febbraio: «Il tempo – ha commentato Hainz – era ancora divino... e non poteva essere altrimenti!».

Schaeli Badile

Roger Schäli, il 17 febbraio scorso, sulla nord-est del Badile (arch. Simon Gietl)

Johann 1

Johann Wenin in abito alpinistico sulla nord dell'Eiger (www.christoph-hainz.com)

Johann 2

Johann con l'abito di tutti i giorni (www.christoph-hainz.com)

mercoledì, 26 marzo 2008

IL MAGO SLOVENO RIVELA I SUOI TRUCCHI

postato da carlocaccia alle 15:40 in varia, alpi orientali

PAVLE KOZJEK OSPITE A LECCO: DOMANI ALLE 21 APPUNTAMENTO DA NON PERDERE IN SALA TICOZZI. URBAN GOLOB, CHE SARÀ PRESENTE ALLA SERATA, RACCONTA A INTOtheROCKS LA SUA ULTIMA AVVENTURA CON IL SOLITARIO DELLA SUD-OVEST DEL CHO OYU

pavle_P1 piccolaPavle Kozjek, 49 anni, sloveno: alpinismo allo stato puro. Dalle Alpi alla Patagonia, dalla Yosemite Valley agli Ottomila (in stile insuperabile), dalle Ande Peruviane (le sue montagne preferite?) per tornare alle cime di casa: avventure incredibili, di cui abbiamo già parlato (www.intotherocks.splinder.com/post/15163342) e che dobbiamo ricordare. Perché domani sera (27 marzo), alle 21, il fuoriclasse di Lubiana, campione del fast and light, sarà protagonista in sala Ticozzi (via Ongania) a Lecco. Il titolo della serata, organizzata ancora una volta dal gruppo Gamma e dalla sezione cittadina dell'Uoei (ingresso 5 euro), è semplice e chiarissimo: “Le mie grandi, veloci arrampicate”. L'abbiamo già detto: alpinismo allo stato puro, un confronto tra due protagonisti – la montagna e l'uomo – che quando si incontrano danno vita a storie che non ci stancheremo di ascoltare. Così, in attesa dell'incontro di domani, abbiamo invitato Urban Golob, amico e compagno di cordata di Pavle, alpinista e fotografo (www.urbangolob.com), a raccontarci tra le altre cose Lepotica je zver (“La bella è la bestia”): una storia che in realtà è una via (550 m, VI+ e A1) tracciata il 9 settembre 2007 – da Pavle e Urban, naturalmente - sul Pilastro del Diavolo della parete nord-ovest del Prisojnik (o Prisank, 2547 m), complessa montagna delle Alpi Slovene che si innalza pochi chilometri a sud di Kranjska gora, nel gruppo del Razor (2601 m), a nord-ovest del celebre Triglav (2863 m).

UNA PARETE PIUTTOSTO INTERESSANTE

di Urban Golob

tj-urban-003D piccola«La parete nord-ovest del Prisank (o Prisojnik, ndr) è piuttosto interessante. Imponente, si alza appena sopra la strada che da Kranjska gora porta al passo Vršič e quindi nella valle Trenta. Durante l'estate la carrozzabile è invasa dai turisti, dai ciclisti e dai motociclisti. Gli arrampicatori, invece, capitano da quelle parti soprattutto in inverno per salire le cascate ai piedi della parete, che non è troppo ambita dagli alpinisti moderni. Si tratta, infatti, di una muraglia molto vasta, dalla roccia non sempre compatta. Non mancano tuttavia alcuni settori verticali meritevoli di attenzione, dove la roccia è migliore. Gli avvicinamenti sono più lunghi, d'accordo, ma non si tratta di un vero problema: un climber in forma può raggiungere senza difficoltà in meno di due ore, grazie alle ferrate e alle larghe cenge, anche gli angoli più remoti della parete. Le possibilità di nuove vie sul Prisank non mancano e, negli ultimi anni, due alpinisti sloveni sono rimasti affascinati da questa montagna: Pavle Kozjek e il sottoscritto. La mia prima via nuova lassù risale al 1999 e supera quel settore di parete – ripido e caratterizzato da roccia bianca – chiamato Mala Goličica. La via è di media difficoltà – 350 metri di IV e V con un pizzico di VI+ - ma la prima ascensione fu una vera avventura. Ero con una ragazza che, reduce da una frattura ad una caviglia, due tiri prima della vetta si ritrovò con l'articolazione bloccata. In qualche modo, comunque, terminammo la salita per cominciare subito la lunga, lunghissima discesa (su terreno ripido e senza traccia). Il buio non si fece attendere troppo e, senza lampada frontale, fui costretto a trasportare e a calare alla cieca la mia compagna. Raggiungemmo l'automobile alle 2 del mattino! Cinque anni dopo proposi ad Aljaž Anderle di tracciare una linea nel settore superiore della parete. Delle placche chiare, ancora una volta, ci riservarono un'arrampicata più semplice del previsto: 400 metri fino al VI ma prevalentemente IV e V. Nel 2007 ho sentito ancora il richiamo della nord-ovest del Prisank: sono tornato lassù riuscendo a risolvere una via di V+ (più facile delle due precedenti) nel settore Skofova glava. La parete, nel frattempo, era nuovamente finita nel mirino di Pavle Kozjek che, dopo due “prime” risalenti ai primi anni Ottanta, aveva tracciato una via sul Pilastro del Diavolo – il settore più interessante della muraglia – e ripetuto una creazione del leggendario Franček Knez. Pavle, notata una bella possibilità nel cuore del pilastro, mi ha invitato a seguirlo. Era il 9 settembre ma faceva assai freddo: non è mancata neppure la neve. La via, che ci è costata dieci ore di fatica e abbiamo chiamato La bella è la bestia, si svolge inizialmente su roccia solida, con placche e fessure. Oltre un diedro strapiombante, con un tratto di A1, ci si ritrova su rocce rotte: una decina di metri per nulla piacevoli (“la bestia”) dopo i quali il terreno torna solido fino al termine. Ma ecco il commento di Pavle: “Siamo riusciti a scalare un'altra linea, davvero molto bella, su quel versante. E credo, nonostante le pareti principali delle Alpi Giulie siano state salite dappertutto e sia quindi difficile trovare “spazi bianchi” dove tracciare altri itinerari importanti, che sulla nord-ovest del Prisank non sia stata ancora detta l'ultima parola”».

In alto, Pavle Kozjek (arch. Kozjek). Qui sopra, Urban Golob (arch. Golob)

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Urban Golob in azione sulla nord-ovest del Prisank (arch. Kozjek)

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Ancora Urban impegnato sul Pilastro del Diavolo: in questo tratto de La bella è la bestia la roccia è ottima (arch. Kozjek)

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Pavle Kozjek alle prese con “la bestia”: dieci metri di strana arrampicata su roccia tutt'altro che solida (arch. Golob)

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Il Pilastro del Diavolo della parete nord-ovest del Prisank con le vie: Baebler-Župančič (1936, 450 m, V-, puntini blu), La bella è la bestia (in verde), la Via dell'Angelo (Knez e compagni, in blu) e un'altra creazione di Kozjek (in rosso, arch. Kozjek)

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La bella è la bestia dalla base del Pilastro del Diavolo (arch. Kozjek)

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La vasta e complessa parete nord-ovest del Prisank. La freccia indica il Pilastro del Diavolo (arch. Golob)

link al post | categoria varia, alpi orientali
venerdì, 29 febbraio 2008

GLI ANNI DEI LUNGHI INVERNI

Nel 1968 la Piussi-Redaelli sulla Torre Trieste, nel 1969 la Via del delle guide sul Crozzon di Brenta, nel 1970 la Via del Fratello sulla nord-est del Badile, nel 1971 la Attilio Piacco sulla nord del Cengalo, nel 1972 la Via dei cinque di Valmadrera sulla nord-ovest del Civetta e nel 1973, sulla stessa parete, il Diedro Philipp-Flamm. Sei anni e sei prime invernali, senza perdere un colpo e senza dimenticare che in tre occasioni – Badile, Cengalo e Civetta '72 – si è trattato addirittura di vie nuove. Alla base di tutto la determinazione – o la fede incrollabile? – di Gianni Rusconi: lui era la mente, l'organizzatore, il leader che riusciva a gestire perfettamente ogni cosa. Gianni sapeva cosa chiedere ai propri compagni, ai quali affidava dei compiti precisi in funzione delle loro capacità: ruoli diversi ma nessuna gerarchia, nessuna primadonna, soltanto un gruppo unito che puntava all'obiettivo (niente retorica, amici lettori: è la pura realtà). Erano gli anni dei lunghi inverni che rivivono nei ricordi e nelle immagini, fotografie e filmati, e i protagonisti di quelle epiche avventure – oltre a Gianni suo fratello Antonio, Gianbattista Crimella, Gianbattista Villa, Giorgio Tessari, Giuliano Fabbrica, Gianluigi Lanfranchi, Roberto Chiappa e Hainz Steinkötter – sono felici di averle vissute, ripensandole oggi in un misto di sensazioni che varia a seconda degli uomini. E Antonio Rusconi, per una salita o per l'altra, conclude sempre con lo stesso ritornello: «È stata dura. Quella volta non credevo proprio di farcela». Poche parole – perché Togn Palféri, come lo chiamano a Valmadrera, non è uno che ama mettersi in mostra – che racchiudono la semplicità di un personaggio unico e poi un mondo andato, fatto di slanci che oggi fatichiamo a capire. Grandissimo Antonio! Peccato che sul Philipp, giusto 25 anni fa, lui non c'era: lavorava in fonderia e la montagna era un passatempo di lusso. Gli artefici di quel successo furono così Gianni, Crimella, Tessari e Fabbrica che, tra il 7 e il 12 febbraio 1973, colsero una «prima invernale ambitissima dai migliori scalatori d'Europa. Durante quest'impresa le corde fisse furono usate solo in un tratto della parete iniziale; dunque essa va inserita tra le massime realizzazioni dell'alpinismo invernale e testimonia il valore alpinistico dei lecchesi» (Gian Piero Motti). Volete conoscere da vicino tutto questo? Cercare di cogliere l'atmosfera di questa e delle altre salite del “battaglione Rusconi”? Ecco tre consigli. Il primo: guardate e leggete quanto sta qui sotto, con Gianbattista Crimella impegnato a raccontare l'invernale del Diedro Philipp (il brano è tratto dall'Annuario del Club alpino accademico italiano, edizione 1981). Il secondo: non perdete il Dvd Gli anni dei lunghi inverni (www.intraisass.it/multivision). Il terzo: domani sera (sabato 1° marzo) fate un giro al ristorante di Marco Anghileri – che si chiama 2184 e si trova al Pian dei Resinelli, ai piedi della Grignetta – dove Gianni e compagni racconteranno (anche con le immagini, che valgono più delle parole) le loro straordinarie odissee invernali.

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INVERNALE ALLA PUNTA TISSI

di Gianbattista Crimella

«È ormai da parecchi giorni che sono tornato a casa, alla vita quotidiana, in questo mondo sempre più apatico verso le conquiste umane. È una bella giornata: dalla finestra vedo i familiari profili delle Grigne e, piano piano, nella mia mente si accavallano i ricordi di questo lungo, rigidissimo inverno.

Le feste natalizie sono consacrate alla famiglia poi, verso la metà di gennaio, andiamo nel gruppo del Monte Bianco. Ritorniamo dopo sette giorni con niente di fatto nelle mani ma carichi di una grossa ed indimenticabile esperienza. Il nostro più grosso progetto è quello di ritornare in Civetta per ripetere in invernale il diedro Philipp-Flamm. Partiamo il 27 gennaio. Siamo in quattro: io, Gianni Rusconi, Giorgio Tessari e Giuliano Fabbrica. Il giorno dopo saliamo al rifugio Tissi constatando che la neve, rispetto all'anno precedente, è molto scarsa. Il 29 attacchiamo la parete. Le condizioni della stessa e il tempo favorevole ci permettono di salire in media tre tiri di corda al giorno. Passiamo quattro giorni ad andare su e giù e riusciamo a raggiungere la cengia. Tira un vento molto forte, foriero di brutto tempo: il giorno dopo constatiamo con grande amarezza che sta nevicando. È venerdì: decidiamo di tornare a casa ad aspettare il bel tempo. Non aspettiamo molto. Il lunedì sera, dopo un inenarrabile trambusto per aspettare Antonio che poi alla fine non riesce a liberarsi dagli impegni di lavoro, riusciamo a partire alle 23.30.

Salendo attraverso la val Corpassa si parla del più e del meno, si discute animatamente del piano studiato per poter conquistare la vetta, si guarda la valle che ora è tutta un manto di ghiaccio. Il giorno dopo (7 febbraio, ndr) saliamo in parete e raggiungiamo la cengia. Abbiamo con noi viveri per molti giorni, il che vuol dire che non scenderemo più: piuttosto ci metteremo in lotta col tempo. Questa è l'idea di Gianni: Giorgio e Giuliano non so di che parere siano, il mio è di certo negativo. Comunque si vedrà. Il mattino seguente (8 febbraio, ndr) ci alziamo abbastanza presto perché vogliamo salire almeno quattro tiri dei dieci di cui il diedro centrale è composto. Durante il giorno, mentre io e Gianni saliamo, Giorgio e Giuliano scendono a prendere il materiale e lo portano su. Riusciamo con nostro grande stupore a salire sette tiri di corda. La sera, tutti contenti, torniamo a bivaccare in cengia. Il giorno dopo (9 febbraio, ndr) partiamo per salire sopra il diedro ed entrare nella parte finale della via. Nevischia leggermente: restiamo perciò indecisi sul da farsi. Questa volta è Giorgio che ci sprona ad andare avanti. Alla fine della giornata, dopo aver recuperato tutto il materiale e gli zaini con i viveri, riusciamo a sistemarci sopra la torre gialla del diedro. C'è un fortissimo vento che butta a valle molta neve. Siamo in tenda ben seduti e sì, diciamolo, pure contenti. L'unica piccola nota amara è che Livio, durante il collegamento, ci avverte del sopraggiungere di una piccola perturbazione. Comunque, per questa volta, il morale tiene e cantiamo tutta la sera. Anche Gianni canta, lui che non ha mai gradito le canzoni di Battisti. Il giorno seguente (10 febbraio, ndr) nevica, però partiamo ugualmente. Riusciamo ad arrivare alla base dei camini finali. Poi la furia delle slavine ci fa indietreggiare. La mattina seguente (11 febbraio, ndr) il tempo è di nuovo bello. Arrampichiamo tutto il giorno. Tra l'altro qui effettuo il mio solito “volo” di 7-8 metri, per fortuna senza conseguenze. La sera, su un magnifico terrazzo, bivacchiamo molto soddisfatti: siamo giunti a sette tiri dalla vetta. Guardiamo nella valle le colorate luci di Alleghe durante una partita di hockey. Al collegamento, Livio ci informa che sono arrivati al rifugio il fratello di Gianni, Luigi, Antonio Sacchi e Dionigi Canali. Purtroppo ci comunica anche che è in arrivo una grossa perturbazione. Così, con un po' di timore, ci rifugiamo nei sacchi a pelo e ci assopiamo. L'indomani mattina (12 febbraio, ndr) ci mettiamo in marcia molto presto. Sono le 4.30: saliamo, io e Gianni, recuperiamo gli zaini e ne abbandoniamo uno per essere più leggeri. Arrampichiamo tutto il giorno sbattuti qua e là da un vento fortissimo e solo verso le 16, con un grido di immensa gioia, annuncio la vetta. Una gioia incontenibile ci assale. Preghiamo e cantiamo insieme.

Il vento è tanto forte che ci fa desistere dal restare a lungo sulla vetta. Partiamo decisi per arrivare prima di notte al rifugio Torrani. Purtroppo, dopo due tiri di corda, la neve si fa infida e pericolosa. Visto che il cielo è limpido, anche se con vento, decidiamo di bivaccare ancora una volta. Al mattino (13 febbraio, ndr), purtroppo, dobbiamo constatare che una nebbia fittissima ci ha avvolti. Sulla cengia che porta al rifugio Torrani rimaniamo avvolti da una fortissima tormenta. Continuiamo: io però sono molto demoralizzato. Durante le fermate cerco di scacciare certi pensieri, pensando a casa, agli amici, alle belle serate che si passano in compagnia (Crimella, al tempo della salita, aveva appena compiuto 20 anni, ndr): ogni tanto prego e riesco anche a rimanere calmo facendo considerazioni sull'alpinismo. Poi d'un tratto la corda tira e si torna alla realtà. Verso le 14 arriviamo in un punto oltre il quale non si può più proseguire. Decidiamo quindi di piantare la tenda che sarà la nostra salvezza. La tormenta non cessa un attimo. Rimaniamo fermi fino al mattino seguente (14 febbraio, ndr), quando Gianni, mettendo fuori la testa, riesce a vedere a 200 metri il cavalletto della teleferica che si trova a 20 metri dal rifugio. Immediatamente scattiamo in piedi e partiamo. Ci vorranno ben tre ore per superare quegli interminabili 200 metri, anche perché si scatena l'ennesima tormenta. Durante la bufera del giorno precedente, senza che me ne accorgessi, mi si era rotta una ghetta: della neve era entrata nella scarpetta interna ed ora ho il piede insensibile. Ci vuole circa un'ora per liberare un po' di spazio nel rifugio, pieno di mattoni e legna. Poi, mentre Giuliano e Giorgio fanno bollire del tè, Gianni mi massaggia per due ore il piede. Pensiamo agli amici che da due giorni ci stanno aspettando. Beviamo molto, ci imbottiamo bene e, sotto un cielo ancora minaccioso, partiamo per la ferrata Tissi. Due ore dopo raggiungiamo il Van delle Sasse. Qui esultiamo, scoprendo che la pista di discesa è battuta. Ricominciamo la discesa: ora il cielo è sereno. Penso a quando incontreremo gli amici per rassicurarli. Piano piano ritorniamo verso la civiltà, verso quel dono meraviglioso di Dio che è la vita. Raggiungiamo il paese che sono le nove di sera, avvisiamo gli amici per telefono che stiamo arrivando. Sono pianti e gioia da parte di persone che da sempre ci aiutano. Esco dalla sala: sono solo nella strada deserta, istintivamente guardo il cielo e vedo le stelle che questa sera sono tantissime, bellissime, evanescenti...».

* * * * * * *

DIEDRO PHILIPP-FLAMM: LE IMMAGINI

Piccola Crimella sale lungo il Philipp 1

Crimella in piena azione

Piccola Crimella sale lungo il Philipp 2

Come sopra: il giovane Crimella conduce le operazioni sulla “parete delle pareti”

Piccola Crimella sul Philipp

Qui è davvero pericoloso sporgersi (nella foto, il “solito” Crimella)

Piccola Fabbrica nel buco del Philipp

Giuliano Fabbrica nel famoso “buco”

Piccola Philipp, la parete dall

Carlo Mauri direbbe: «Bestia, che ambient!»

Piccola Philipp vetta

I quattro eroi del Philipp in inverno: Tessari, Crimella, Gianni Rusconi e Fabbrica

Foto: arch. Gianni Rusconi

venerdì, 08 febbraio 2008

UN VOLO DI VENTI METRI SULLO SPIGOLO GIALLO

17 agosto 1947: G. Del Vecchio e A. Zadeo decidono di salire lo Spigolo Giallo della Cima Piccola di Lavaredo, risolto l'8 settembre 1933 da E. Comici, R. Zanutti e M. Varale e assai ambito degli alpinisti dei primi anni del dopoguerra. Basti pensare che sia Del Vecchio sia Zadeo lo conoscono bene, avendone già compiuto, rispettivamente, la decima (4 settembre 1945, con M. Mauri) e la dodicesima salita (24 agosto 1946, con P.P. Pobega). La ventesima ascensione di quella linea mirabile, tuttavia, rischiò ad un tratto di trasformarsi in tragedia, come ha raccontato lo stesso Del Vecchio sulle pagine de Le Alpi Venete (1947).

«È il 17 agosto, nove del mattino: il tempo è magnifico. Zadeo ed io, dopo le difficili prime ascensioni compiute in Lavaredo e nel Sorapiss, siamo allenatissimi, tanto che in solo un'ora e mezza ci siamo già innalzati più di 200 metri: abbiamo sotto di noi già due terzi dello Spigolo Giallo di Comici con vari tratti estremamente difficili. Mi trovo da capocordata una trentina di metri sopra Zadeo, che è fermo in un terrazzino, e sto per raggiungere una cengia che segna la fine delle maggiori difficoltà dello spigolo. Mentre l'amico è spostato leggermente a destra dello spigolo, io mi trovo un metro alla sua sinistra e, colle mani saldamente afferrate ad una grossa falda rocciosa, tento d'issarmi sulla cengia, mentre ne sono impedito dall'attrito delle corde: queste, sebbene non siano passate in nessun chiodo fra me e l'amico, si sono forse impigliate in qualche spuntone rovescio dello spigolo. Mi calo perciò mezzo metro e con fatica ricupero un po' di corda. Poi, afferratomi nuovamente alla falda rocciosa, faccio la flessione che dovrebbe portarmi sulla cengia. Senonché il piede destro, che inavvertitamente ho poggiato sulla corda, scivola via all'improvviso: non è una novità, succede spesso, ed in tal caso gli altri muscoli reagiscono all'istante e sorreggono il corpo. Così le mie braccia, saldamente afferrate, resistono allo scossone e mi ridanno l'equilibrio, ma nello stesso tempo ho l'impressione che tutto il blocco cui sono attaccato mi venga incontro. Per non riceverlo addosso mollo la presa e sorretto solo da un piede mi getto in equilibrio instabile sotto la parete: il masso precipita oltre la mia testa colpendomi di striscio alla spalla, ed io dietro a lui. Dalla flessione che ho fatto per portarmi sulla cengia sono passati forse due secondi. Cado colla schiena e poi colla testa in giù: vedo le due corde che mi seguono facendo strane piroette nell'aria e penso: “Trenta e trenta, sessanta; nessun chiodo...: si spezzeranno”. Poi, vedendo l'enorme strapiombo e le ghiaie sotto di me a perpendicolo: “Meno male, ci sarà un colpo solo: non patirò!”, e attendo quel colpo, con lucidità di mente e con i nervi tesi, e penso che in quell'attimo sarò nuovamente sbalzato in alto. Ma tosto mi afferra una dolorosa sensazione morale, un pensiero che mi dà un dolore atroce, un vero senso di disperazione, cui vorrei rimediare a tutti i costi, sebbene veda che ormai è proprio finita: “Povera mamma che sta sempre tanto in pensiero per me!”. Tutto ciò in altri due secondi. Sono convinto che è stato quest'ultimo pensiero a salvarmi: la corda, strisciando lungo il filo dello spigolo, trova un minuscolo spuntoncino e s'impiglia. Uno strattone mi raddrizza. Vedo le corde tendersi sopra di me mentre tutto attorno ad esse i filetti che si spezzano mi danno l'impressione di essere appeso a due lunghi steli con tante foglioline disposte irregolarmente attorno. Un dolore fisico mi richiama alla realtà: non mi sono accorto di aver ricevuto una forte botta sulla gamba convalescente da una recente frattura, ma adesso, a penzoloni nel vuoto, la sento quella botta, ed è con un sospiro di sollievo che constato che le ossa sono intere. Mi giunge la voce dell'amico: deve avere chiamato parecchie volte, ma io non l'ho udito. Lo rassicuro, quindi tento di oscillare verso la parete che rientra a un metro da me, per riafferrarmi ad essa. Dopo poco ci riesco, ma la roccia è friabile e sono rigettato in fuori. Comincio a girare su me stesso e faccio molta fatica a fermarmi completamente. Riacquistata alla fine la stabilità, posso ripetere la manovra. Riesco ad afferrarmi a un appiglio saldo e con le forze che mi rimangono arrivo finalmente a piantare un chiodo, e mi appendo a quello. Ne pianto ancora un secondo, poi un terzo. Adesso l'amico può superare in arrampicata libera il tratto che avevo fatto io a destra dello spigolo, portarsi sulla mia verticale e ricuperarmi. Da quando sono caduto è passata più di un'ora. Ci riposiamo un po', poi riprendiamo a salire e in un'altra ora raggiungiamo la vetta».

venerdì, 18 gennaio 2008

CENTO ANNI FA: “SYMPHONIE EN BLANC MAJEUR”

19-21 GENNAIO 1908: LA PRIMA INVERNALE IN COMITIVA DELLE ALPI ORIENTALI. IL CAI DI VENEZIA, CON MICHELE BETTEGA, SALE LA ROSETTA NELLE PALE DI SAN MARTINO

«Questa gita invernale fu compiuta felicemente da quattordici soci col favore di un tempo splendido e di una temperatura eccezionalmente mite. Partiti da Venezia la mattina del 19 (domenica), a mezzodì ricevevano a Primiero il saluto augurale dell'avvocato Ben, podestà di quel prosperoso Comune, che è salda rocca dell'italianità del Trentino. E a Primiero, lasciate le carrozze, proseguivano a piedi per San Martino di Castrozza, dove giunsero sull'imbrunire e dove trovarono alloggio ed ogni agio nell'ottimo Albergo Alpino dei coniugi Bonetti. Tutto era stato già predisposto nel modo migliore: una serata incantevole e indimenticabile; una vera symphonie en blanc majeur di plenilunio e di nevi, mentre le stelle parevano falò accesi sulle vette delle Dolomiti incombenti. La mattina del lunedì, poco dopo le 5, la lunga schiera capitanata da Michele Bettega e da altre quattro valenti guide di Primiero, iniziava la tenace lotta contro gli ostacoli e le insidie della neve alta e molle, su cui le provvidenziali “ciaspe” sole impedivano di affondare fino alla cintola... et ultra. Cammina che cammina, come nelle vecchie fiabe, dopo cinque faticose ore di marcia al chiaro della luna e, alle prime luci del giorno nitido, tutti si trovavano riuniti al passo della Rosetta, e fra le undici e mezzogiorno, superato l'ultimo lieve declivio, sulla vetta a 2741 m., a godere nella sua magnificenza un panorama immenso, che non cede per bellezza se non forse a quello che si ammira da un'altra vetta del gruppo delle Pale, dalla cima del Mulàz, cara agli alpinisti veneziani, che vi eressero la scorsa estate il quinto dei loro rifugi. Dalla cima della Rosetta a San Martino, tre ore di rapida discesa; e la mattina dopo (21) tutti facevano ritorno a Venezia con la soddisfazione di aver aggiunto alle proprie sensazioni d'alta montagna il ricordo d'una giornata di vita alpina fervida e intensa, tale da poter essere paragonata forse a poche altre, e, insieme, d'una ben meritata vittoria. La Rosetta, che d'estate è pur gita di scarse difficoltà e accessibile a tutti i villeggianti di San Martino, non era mai stata salita d'inverno da una numerosa comitiva. Non mai sulle Alpi Orientali una simile impresa era stata tentata da un sodalizio alpinistico. Diamo qui i nomi dei valorosi alpinisti, parecchi dei quali assidui alle gite invernali, che da cinque anni la Sezione promuove con molta fortuna: Giovanni Arduini, Giovanni Chiggiato, Omero Soppelsa, Alberto Musatti, dott. Elio Rietti, avv. Ugo Kosher, avv. Arturo Reis, dott. Raffaele Levi, Guido Masciadri, Bayer, Sonderman, avv. Scarpa, ing. Francesconi, e, ospite graditissimo, il vice-presidente della Sezione Cadorina, cav. Edoardo Coletti. Un particolare ringraziamento è dovuto alla S.A.T. e al suo delegato di Primiero dott. Ben per le infinite cortesie cui, in quel lembo di terra Trentina, fecero segno gli alpinisti veneziani» (Rivista del Club alpino italiano, vol. XXVII, 1908, p. 41).

mercoledì, 09 gennaio 2008

VIETATO BUCARE

postato da carlocaccia alle 11:21 in alpi orientali

DOLOMITI: VIA NUOVA (VIII+, CHIODI NORMALI) SULLA ROCCHETTA DI RUÓIBES (CRODA DA LAGO) PER MARINO BABUDRI E ARIELLA SAIN

«Poche cime dolomitiche hanno suscitato un fascino così profondo e generale; poche, nella leggerezza e nell'ardimento della loro architettura, sono così eleganti e aeree. Sembra che l'abbia cesellata un artista sovrano, guglia per guglia, lastra per lastra, camino per camino. Regolarmente allineata, con le sue guglie vassalle, balza dal suo gran piedestallo, nero di pini e di abeti, dritta verso il cielo, tagliente come una lama». Così Antonio Berti, a proposito della Croda da Lago, a pagina 79 della prima parte del primo volume della storica guida Le Dolomiti Orientali, pubblicata nel 1971 nella collana “Guida dei monti d'Italia” del Cai-Tci (quarta edizione a cura di Camillo Berti) ma le cui origini risalgono addirittura al 1908. Tra le montagne predilette dagli alpinisti di Cortina d'Ampezzo, la Croda da Lago tocca quota 2701 e del suo gruppo, a sud-est della vetta principale, fanno parte anche il Becco di Mezzodì (2603 m) e le quattro punte (dai due volti) che da ovest a est si chiamano Rocchetta di Prendera (2496 m), Rocchetta di Ruóibes (2458 m), Rocchetta di Sorarù (2440 m) e Rocchetta di Campolungo (2370 m). Ma torniamo ai due volti: se a nord le Rocchette «declinano con lunghi dossi verso Federa o si rompono in gradinate di sfasciumi» (Berti) a sud la musica è diversa, come aveva già capito negli anni Trenta del secolo scorso un personaggio del calibro del viennese Josef Brunhuber, autore con Fritz Kasparek, tra l'8 e il 9 agosto 1935, della prima ripetizione della Comici sulla nord-ovest del Civetta. Tre anni prima dell'impresa sulla “parete delle pareti”, per la precisione il 5 settembre 1932, Brunhuber si era cimentato sulla Rocchetta di Prendera in compagnia di H. Schwanda, riuscendo a tracciare una via diretta di 300 metri che la guida del Berti classifica di quinto grado con un passaggio di sesto. Ma la storia alpinistica delle Rocchette non si è esaurita settantacinque anni fa. Durante l'estate scorsa, infatti, i triestini Marino Babudri e Ariella Sain (di cui abbiamo parlato anche il 26 febbraio 2007), hanno preso di mira il giallo pilastro meridionale della Rocchetta di Ruóibes e l'hanno salito per una via di 320 metri battezzata La storia infinita senza tradire il loro stile. Perché, ancora una volta, Babudri e compagna hanno superato alte difficoltà (VIII+) senza ricorrere agli spit e così la loro creazione, con i 30 chiodi normali (soste comprese) lasciati in loco, anche se la roccia è in prevalenza buona (ma restia ad accogliere le protezioni), riserva sicuramente agli aspiranti ripetitori la magia dell'autentica avventura.

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Il pilastro meridionale della Rocchetta di Ruóibes (Dolomiti ampezzane, gruppo della Croda da Lago) con la via (La storia infinita, 320 m, VIII+) tracciata nell'estate scorsa da Marino Babudri e Ariella Sain (arch. Babudri)

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martedì, 04 dicembre 2007

UNIVERSO GIALLO

postato da carlocaccia alle 09:34 in alpi orientali

MONTE BRENTO: DIEGO FILIPPI COLPISCE ANCORA. DOPO VERTIGINE E IL GRANDE INCUBO DIVENTA REALTÀ L'ANTICO SOGNO DI HEINZ STEINKÖTTER

Il primo a pensare di salire lassù, tra gli strapiombi centrali della parete est del Monte Brento (1545 m), fu Heinz Steinkötter. Erano i primi anni Settanta del secolo scorso e i tentativi, una volta raggiunta la cengia mediana, si svolsero lungo l'evidente spaccatura tra le attuali Via degli amici (G. Groaz, F. Gadotti, G. Cantaloni e lo stesso Steinkötter, 1974, 1000 m, VI e A2) a sinistra e Vertigine (M. Furlani, D. Filippi e A. Andreotti, 1992, 1000 m, VI e A2) a destra. Ma dopo 17 tiri di corda – frutto di un'intera stagione di sali e scendi – fu alzata bandiera bianca: l'Universo giallo, come Heinz aveva battezzato la parte superiore della parete, rimase proibito. Vennero quindi l'appena ricordata Vertigine, che risolse il gran problema nel mezzo, e nel 1997, più a destra, Il grande incubo: un capolavoro di 1200 metri (34 lunghezze con difficoltà fino all'A4 e al VII) che ai suoi primi salitori, Diego Filippi e Andrea Zanetti, richiese ben 35 giorni di scalata e 17 bivacchi in parete (ne abbiamo parlato l'8 ottobre, raccontando il cimento invernale dei russi Vladimir Belousov e Alexander Novikov). E la linea sognata da Steinkötter? Il colpaccio, all'insegna del non c'è due senza tre, lo ha recentemente sferrato il “solito” Filippi che, in compagnia di Franco Sartori, ha ripreso quelle 17 lunghezze (aggiungendo qualche fix ai vecchi chiodi, non proprio eccezionali) ed è andato avanti per altre 10, completando così la sua terza creazione (su tre esistenti...) sulla più impressionante parete della valle del Sarca (Trentino). La nuova via è stata battezzata, giustamente, Universo giallo e, dopo un lungo tratto a sinistra di Vertigine, incrocia quest'ultima più o meno a metà dei grandi strapiombi e si mantiene quindi tra quest'ultima e Il grande incubo. I numeri: 1100 metri di sviluppo con difficoltà di A1 e A2 e tratti di VII.

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Dalle nebbie si innalzano i grandi strapiombi della parete est del Monte Brento

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lunedì, 22 ottobre 2007

CIVETTA: L'INCANTESIMO CONTINUA

postato da carlocaccia alle 09:37 in alpi orientali

PRIMA RIPETIZIONE DI TERAPIA D'URTO AL GUANACO SULLA CIMA SU ALTO PER BAÙ, BEBER E GEREMIA

Alessandro Baù ha colpito ancora: adesso sono quattro le prime ripetizioni sulla nord-ovest del Civetta che portano la sua firma. Dopo Viva Mexico Cabrones (salita tra il 29 e il 30 luglio 2005 con Enrico Marini), Nuvole barocche (risolta tra 15 e il 16 luglio 2007 con Alessandro Beber) ed Eliana (riuscita in giornata il 20 luglio 2007 con Matteo Della Bordella e Fabrizio Fratagnoli), il giovane padovano ha messo gli occhi sulla muraglia della Cima Su Alto e, dopo aver pensato alla Marino Stenico di Graziano Maffei e Paolo Leoni (aperta dal 2 al 5 settembre 1980, 720 m, VI+ e A4), su proposta dell'amico Daniele Geremia si è invece lanciato sulla Terapia d'urto al Guanaco, salendola il 16 agosto scorso (dopo un tentativo, qualche giorno prima, fermato dalla pioggia) con lo stesso Geremia e con il “solito” Alessandro Beber (i tre amici hanno superato la via alternandosi al comando della cordata). Era dal 1994 - quando i lecchesi Giorgio Anghileri, Manuele Panzeri, Rocco Ravà e Valerio Carotta (il “Guanaco”) realizzarono il loro sogno tra il Diedro Livanos a sinistra e la Marino Stenico a destra - che la Terapia d'urto attendeva i primi ripetitori. Il trio Baù-Beber-Geremia l'ha affrontata senza relazione, conoscendo soltanto i gradi dei singoli tiri. Ma quando la linea è logica, quando lo spirito è quello giusto e ci si sente una cordata affiatata, i problemi sembrano svanire: «Tutto – riassume Baù – diventa uno spasso». Terapia d'urto al Guanaco, a detta dei primi ripetitori, è una via elegante ed impegnativa, con roccia inizialmente mediocre (fino a metà parete) e poi marmorea. «Non sapevamo molto di Giorgio Anghileri – raccontano i tre amici – ma è bastato un tiro, VII+ in placca con l'ultima protezione decisamente lontana, a farci riflettere: Giorgio era semplicemente un fuoriclasse. Pensavano di avere sbagliato linea e soltanto un chiodo, in alto, ci ha fatto capire che non ci eravamo persi. Abbiamo percorso la via quasi completamente in libera, incontrando difficoltà di VIII+ e rinunciando soltanto al tiro di A3: una lunghezza assai tosta, che ci ha impegnati per tre lunghe ore e che non abbiamo riprovato per mancanza di tempo. Siamo infatti sbucati in cima alle 19.30 e lì è cominciata l'avventura. Perché la discesa dalla Cima Su Alto è complicata di giorno, figuriamoci di notte... In breve: passando dal bivacco Tomè siamo arrivati al Vazzoler a mezzanotte e mezza, per finire in Val di Zoldo ad un'ora imprecisabile».

LA MAGIA DELLE STORIE INTRECCIATE

Ma torniamo alla Marino Stenico. La prima (e unica) ripetizione di quel capolavoro, che fu anche la prima invernale, risale al 1992 e riuscì in cinque giorni all'altro dei fratelli Anghileri, Marco, con l'indimenticabile Lorenzo Mazzoleni, scomparso nel 1996 sul K2. E anche quella salita, nonostante il suo impegno, fu vissuta nel segno dell'amicizia, con i due compagni che, durante un bivacco, si misero a cantare a squarciagola: a Lorenzo, estroverso e sempre in cerca di nuove esperienze, piacevano le canzoni dei Pooh... Attenzione, però: sul libro d'oro della Cima Su Alto, oltre a quelle di Giorgio e Marco, compare in grande anche la firma di papà Aldo. La sua impresa sullo spigolo a sinistra del Diedro Livanos ha compiuto quarant'anni proprio mentre Baù, Beber e Geremia erano impegnati lungo Terapia d'urto, visto che fu dal 15 al 18 agosto 1967 che l'“Aldino”, con Ignazio Piussi, Alziro Molin, Ernesto Panzeri e Guerino Cariboni risolse il vertiginoso problema: una via di altissimo livello (530 metri più lo zoccolo, VI+ e A3 con 225 chiodi normali, 22 chiodi a espansione e 5 cunei) la cui prima (e per ora unica) ascensione solitaria ci riporta a Giorgio Anghileri (altra perla degna del suo autore). Aggiungiamo, per aggrovigliare ancora di più la matassa delle nostre storie, che l'appena citato Ernesto Panzeri è il padre di Manuele (uno degli artefici della Terapia d'urto). Basta? Nossignori. Uscendo dall'ambito “famigliare”, ricordando la storica linea di Vittorio Ratti e Gigi Vitali (21 e 22 agosto 1938), la prima invernale della stessa riuscita a Sergio Panzeri e Alberto Montanelli (11-14 gennaio 1975), la prima ripetizione dello Spigolo Piussi da parte di Gianni e Antonio Rusconi (con Alessandro Gogna e Gianni Calcagno, 13 e 14 agosto 1968) e la prima invernale del Diedro Livanos che vide, al seguito di Roberto Sorgato, Giorgio Redaelli e Giorgio Ronchi (19-22 febbraio 1962), ci accorgiamo di un legame singolare tra i lecchesi e la nord-ovest della Cima Su Alto, in un magico intreccio di vicende che meriterebbe di essere approfondito, magari in compagnia dei protagonisti di queste epiche avventure. Ma come fare? Ebbene: le occasioni, qualche volta, arrivano da sole...

DALLE GRIGNE AL CIVETTA, DAL CIVETTA ALLE GRIGNE

L'idea è venuta a Marco Anghileri che, da qualche tempo, gestisce il ristorante 2184 al Pian dei Resinelli, ai piedi della Grignetta (la cui vetta tocca, appunto, quota 2184). Marco, tra una birra e l'altra durante i recenti festeggiamenti per le cinquanta candeline del Diedro Philipp-Flamm, ha appreso che sia Alessandro Baù sia Alessandro Beber erano totalmente digiuni di pareti lecchesi e, vista la “grave mancanza”, li ha invitati al cospetto della Corna di Medale, del Sasso Cavallo e di tutta quella selva di guglie e torrioni che osservano dall'alto le acque del Lario. La proposta è stata accettata e così sabato 27 ottobre alle 21.15, naturalmente al 2184, i due “ragazzini terribili” di Nuvole barocche e di Terapia d'urto al Guanaco presenteranno le loro salite ad un pubblico che, a quanto si sente in giro, dovrebbe essere assai “importante”. Da notare che la proiezione, alla quale tutti sono invitati, sarà preceduta, alle 20.00, da una cena “dolomitica” per festeggiare i due ospiti (informazioni e prenotazioni ai numeri 335.5680029 e 0341.590077). Aggiungiamo che, per il futuro, Marco ha già in cantiere altri appuntamenti del genere (il prossimo potrebbe essere sulla Yosemite Valley).

PER FINIRE: LA TERAPIA IN SEI IMMAGINI

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All'inizio della grande avventura

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Lungo un diedro per sfuggire alle placche compatte (ossia: cercare il facile nel difficile)

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Avanti tutta, con il Diedro Livanos che controlla le operazioni

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Dall'alto: Baù, la parete, lo zoccolo, il ghiaione

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Al di là della verticale...

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Diedro con fessura: più logico di così...

Foto: Alessandro Baù, Alessandro Beber, Daniele Geremia

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venerdì, 12 ottobre 2007

L'ALPINISMO GENUINO DI ALESSIO ROVERATO

postato da carlocaccia alle 09:45 in alpi orientali

La grande onda dalla moda e della banalità non riesce sempre a travolgere ogni cosa: di tanto in tanto incontra degli scogli, delle sporgenze rocciose che non c'è verso di spostare. Come il padovano Alessio Roverato, 23 anni, alpinista da sei: un ragazzo che ama cacciarsi dove il gioco si fa incerto, dove non sai se sbucherai in cima o se, ad un certo punto, sarai costretto a tornare a casa (è la capacità di rinunciare di cui ci parlava Elio Orlandi pochi giorni fa). Alla base dell'alpinismo di Alessio sta una passione grande come una montagna, che non cerca la luce dei riflettori. L'anno scorso, però, ripetendo due vie di Franco Miotto & C., Alessio si è ritrovato improvvisamente “famoso” (senza montarsi la testa, da buon ingegnere meccanico...). Ma andiamo con ordine. Tra l'1 e il 2 luglio 2006, con l'amico e coetaneo Luca Matteraglia, Roverato ha fatto sua la seconda ripetizione della Diretta sulla parete sud-ovest del Pelmo: una via aperta nel 1977 da Franco Miotto, Riccardo Bee e Giovanni Groaz e ripercorsa per la prima volta nel 1986, in invernale, da una cordata italo-slovena. I numeri della relazione dei primi salitori, VI+ e A3, non bastano a rendere l'idea di quella linea pazzesca, che Alessio non dimenticherà mai (mentre Luca, a quanto pare, l'ha rimossa dalla memoria...) e che non si sente di consigliare a nessuno (non per presuzione: semplicemente perché, secondo lui, è da matti cacciarsi lassù sapendo quello che ti aspetta). Il secondo “colpaccio” è arrivato poche settimane dopo, il 30 luglio: Roverato, in cordata con Alessandro Baù (un altro giovanissimo che conosciamo bene: si vedano i nostri post del 20 luglio e dell'8 agosto), ha messo in cascina la prima ripetizione del Gran diedro della parete nord del Col Nudo (gruppo del Col Nudo-Cavallo, Dolomiti Orientali) che Miotto, sempre lui, e Benito Saviane avevano salito tra il 13 e il 16 giugno 1981. Ma eccoci, finalmente, alla salita che ci ha fatto alzare il telefono per chiedere ad Alessio di raccontarci la sua storia: la fresca probabile prima ripetizione, riuscita il 22 settembre scorso, di Filtro magico sulla parete meridionale dell'anticima dello Spiz d'Agner Sud. Ancora Dolomiti, ancora una via di gran classe (anche se assai diversa da quella del Pelmo, che per Alessio resta un'avventura ineguagliabile) aperta nel luglio 1996 da Gigi Dal Pozzo, Venturino De Bona e Maurizio Fontana. La relazione parla di 500 metri (12 lunghezze) con difficoltà di IX (7b+/7c) e A3: il tutto con pochissimi spit e quindi necessità di portare con sé chiodi, un bel po' di friend e i cliff. Roverato è passato lassù in compagnia di Alberto De Giuli: fidato secondo di cordata che lo aveva già seguito, sulla stessa via, durante un tentativo datato 1° settembre. Ma ora basta: è arrivato il momento di tirarci da parte per lasciare la parola al nostro giovane, appassionatissimo alpinista.

IL MIO ALPINISMO

MIOTTO - BEE 217 testinaAnch'io, come moltissimi arrampicatori alle prime armi, non facevo altro che sognare ad occhi aperti, consultando relazioni di vie dure, probabilmente irraggiungibili. Ho sempre arrampicato per il puro piacere di farlo, cercando di conseguire obiettivi sempre più elevati. Ho scoperto che le salite alpinistiche possedevano quello spirito di avventura che non si trovava da nessun'altra parte e, tornando a casa stanco morto a notte inoltrata, ho sempre sentito dentro di me qualcosa che mi riempiva di soddisfazione, qualcosa che mi spingeva a partire di nuovo il fine settimana successivo.

Quando la preparazione tecnica e il livello arrampicatorio me lo hanno consentito, mi sono lanciato in quella che sarebbe rimasta un'avventura indimenticabile: la Miotto-Bee-Groaz sulla parete sud-ovest del Pelmo. Mai, in precedenza avevo affrontato qualcosa del genere: l'ambiente era surreale, impressionante. Tiri e tiri in artificiale da chiodare e, come se non bastasse, su roccia marcia: un lavoro aleatorio, precario, dove molto spesso il volo era vietato (anche se parlare di “volo vietato”, su quella parete, è quasi un controsenso). Purtroppo, quella volta, il buio ci ha colti ha poca distanza dalla fine. Una notte all'addiaccio è stata così inevitabile: in quelle condizioni i secondi si trasformavano in minuti... Il giorno seguente, in verità, abbiamo impiegato ancora qualche ora per uscire sullo spallone del Pelmo. Giunti al rifugio, però, la stanchezza è stata ripagata da Franco Miotto che ci stava aspettando: l'incontro con lui è stato la realizzazione di un sogno. Sono sempre stato affascinato dalla possibilità di conoscere i personaggi che hanno fatto la storia dell'alpinismo e dell'arrampicata: vederli di persona è davvero il massimo! Parlare per ore con Franco delle sue avventure è stato davvero qualcosa di unico: è stato anche grazie al suo aiuto se, poco tempo dopo, sono riuscito a ripetere la sua via sul Col Nudo.

Su quella nascosta e poco rassicurante parete, rivolta a nord, ho incontrato le famose “tegolette rovesce”... Per fortuna, sul Col Nudo, le soste erano tutte buone: un fattore per niente trascurabile! Così, in 17 ore di arrampicata non sempre piacevole, siamo usciti da quella via che mi aveva fatto preoccupare non poco. Lo spirito di sacrificio, comunque, fa parte del gioco. A dir la verità, leggendo l'aneddoto riguardante il Gran diedro sul libro La forza della natura (di Luisa Mandrino, ndr) avevo promesso a me stesso che mai e poi mai mi sarei cacciato sul Col Nudo. La mente degli alpinisti, però, a volte non ragiona nella giusta direzione e, alla proposta di Alessandro di ripetere quella via, non ho potuto rifiutare.

Molto spesso, dopo aver percorso una salita storica, cerco di capire in che condizioni si erano trovati i suoi apritori, provvisti di un'attrezzatura che, a volte, non era neppure lontanamente paragonabile a quella attuale. Così non posso far altro che nutrire per loro il massimo rispetto e ammirazione. Ma, dopo le esperienze sulle vie di Miotto, nella mia testa ha cominciato a formarsi l'idea di tentare un itinerario dove l'aspetto arrampicatorio fosse prevalente: una via dai gradi elevati e dove contasse anche l'aspetto mentale. Ho pensato allora a Filtro magico: una linea fantastica aperta da Dal Pozzo, De Bona e Fontana, personaggi che stimo tantissimo per la loro straordinaria capacità di aprire itinerari che restano tra i più temuti. Il primo tentativo lungo Filtro magico è finito con una “legnata” sul secondo tiro duro: mentre mi calavo in doppia, però, pensavo che ci avrei riprovato. Così è stato e, per di più, cogliendo il successo!

Avventurarmi lungo vie senza la certezza di uscire è qualcosa che mi affascina molto: è come una sfida che deve essere affrontata con il massimo rispetto per la montagna, per i primi salitori e per se stessi. Credo che, per parlare di alpinismo, la componente rischio debba per forza far parte del gioco... e poi è meraviglioso vedere, capire lo stile dei diversi personaggi del passato così, con l'esperienza diretta lungo le loro salite. Mi piace molto cambiare, passare da itinerari in libera a vie in artificiale, da quelle che hanno la roccia solida a quelle con la roccia non sempre affidabile. E, in genere, odio arrampicare da secondo (non è sempre possibile, però, arrampicare da primi...). In ogni caso, quando affronto una via, sia facile che impegnativa, all'altro capo della corda deve essere legata una persona di cui mi fido e con cui ho un rapporto di amicizia: in questo modo la scalata diventa molto più bella e, quando ci si ritrova in compagnia, si può parlare e scherzare, ricordando un'infinità di episodi vissuti insieme. Io, l'alpinismo, lo vedo così.

Sopra: Alessio Roverato durante la salita della parete sud-ovest del Pelmo

GALLERIA FOTOGRAFICA

Spigolo degli Scoiattoli - Tiro chiave bis

Per cominciare: Alessio lungo il tiro chiave dello Spigolo degli Scoiattoli sulla Cima Ovest di Lavaredo (una foto che al nostro giovane protagonista piace tantissimo)

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La poco rassicurante roccia gialla della parete sud-ovest del Pelmo, dove passa la Diretta di Miotto, Bee e Groaz

MIOTTO - BEE 214 bis

Pelmo: Roverato si prende un attimo di pausa... il bello deve ancora arrivare

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Luca Matteraglia sulla sud-ovest del Pelmo

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A tu per tu con il mostro giallo: Alessio studia il da farsi... (Pelmo, parete sud-ovest)

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Staffe e strapiombi: ritorno al passato... (Pelmo, parete sud-ovest)

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Facce da bivacco lungo la Miotto-Bee-Groaz

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Pelmo: ormai è quasi fatta...

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Al rifugio, dopo la salita: Luca Matteraglia, Franco Miotto e Alessio Roverato. Un incontro che è un sogno realizzato

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Alessio in piena azione sulla nord del Col Nudo

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Col Nudo: Roverato felice senza zaino...

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... e Baù in bello stile con un gran saccone

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Cambio: Baù in testa lungo il Gran diedro

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Traverso lungo la Miotto-Saviane: il chiodo è buono e la foto è d'obbligo

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Alessio nel mare di roccia del Col Nudo: il fondovalle è lontano anni luce...

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Col Nudo: la gran giornata volge al termine

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Alessio Roverato lungo Filtro magico

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Avanti a sinistra...

Tiro di VII e V 0 bis

Filtro magico: i “gialli” del Pelmo sono soltanto un brutto ricordo (vedi anche qui sotto)

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Filtro magico: ultimo tiro...

Ultimo tiro 2 bis

... e ultimi metri lungo la grande via di Dal Pozzo, De Bona e Fontana

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lunedì, 08 ottobre 2007

RUSSI SUL MONTE BRENTO

postato da carlocaccia alle 09:17 in alpi orientali

DA MOSCA ALLA VALLE DEL SARCA PER RIPETERE IL GRANDE INCUBO

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Ospiti d'eccezione, durante l'inverno scorso, in Valle del Sarca. Arrivavano da Mosca, si chiamavano Vladimir Belousov e Alexander Novikov e, dal 3 al 7 gennaio 2007, hanno ripetuto Il grande incubo lungo gli strapiombi centrali del Monte Brento (1545 m), vinti per la prima volta nel 1992 da Marco Furlani, Andrea Andreotti e Diego Filippi che tracciarono la celebre Vertigine. Cinque anni dopo, a destra di Vertigine, lo stesso Filippi (con Andrea Zanetti) risolse in 35 giorni di lavoro in parete – i bivacchi furono 17 – quella che è ancora la via più impegnativa della zona: 1200 metri (34 lunghezze di f_16 biscorda) con difficoltà di VII e A4, un capolavoro di tecnica e determinazione, a suon di ganci e chiodi precari su roccia non di rado così così (senza dimenticare il vuoto alle spalle...), ripetuto per la prima volta nel 2000 da Fabio Leoni e Mauro Girardi. Giunti ad Arco, guida delle arrampicate e vocabolario alla mano, Belousov e Novikov hanno deciso che proprio questa roba, Il grande incubo, era quello che faceva per loro: il timore iniziale, dovuto anche alla presenza lungo la via di una Cengia dei sospiri, del Tetto delle tendiniti e di quello della speranza, del Pulpito dell'oltretomba e del Diedro delle miserie, ha ceduto il passo alla voglia di provare (e di riuscire, soprattutto). Il primo giorno i due amici hanno superato il cosiddetto “zoccolo” - 400 metri in libera su placche appoggiate interrotte da difficili salti verticali – e il secondo giorno si sono lanciati tra i grandi strapiombi, scalando sei lunghezze fino al Bivacco delle rondini. Il terzo giorno è cominciato con il tiro chiave della via: Lo schiaccianoci (A4). La guida Pareti del Sarca, compilata proprio da Diego Filippi e pubblicata dalle Edizioni Versan