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ALPINISMO DI RICERCA NELLE ALPI APUANE: NUOVA VIA SULLA NORD DEL MONTE CONTRARIO PER SIMONE FAGGI & C.
C'è il Monte Analogo di René Daumal, che sta comodo sugli scaffali di una libreria, e c'è il Monte Contrario delle Alpi Apuane, che tocca quota 1790 in fondo alla val Serenaia, a poca distanza dal celebre Pizzo d'Uccello (1781 m) con la sua parete settentrionale di 700 metri, salita nel 1940 da Nino Oppio e Serafino Colnaghi. Ma anche il Monte Contrario possiede una parete nord: non paragonabile a quella dell'illustre vicino, d'accordo, ma pur sempre interessante, meritevole di una visita. Così, il 26 gennaio 2008, Simone Faggi e Paola Corsini della scuola di alpinismo “Tita Piaz” dell'antica – è stata fondata nel 1868 – sezione di Firenze del Cai, con Cosimo Di Nuccio e Martino Donnini, l'hanno salita per una linea nuova battezzata Via del baco. Lunga 250 metri (6 lunghezze di corda), la recente creazione invernale si svolge a sinistra della Via dei Chiavaresi (con cui condivide i primi metri) su pendii di ghiaccio e neve fino a 60° e, dopo aver superato anche un breve risalto verticale, sbuca poco a destra della cima.

La nord del Monte Contrario con la Via del baco (www.cnsasa.it)
CIMA DELLE MURELLE (MAJELLA): STORIA ILLUSTRATA DI UN TENTATIVO INVERNALE
Dal Gran Sasso alla Majella. Dal Monte Camicia alla Cima delle Murelle. Da una nord all'altra nel cuore dell'Appennino. Montagne diverse, pareti diverse, stesso protagonista: Andrea Di Donato. La prima volta da solo, la seconda con Andrea Di Pascasio e Giorgio Ferretti. Ma sulla nord delle Murelle (2596 m), più bassa della “cugina” del Camicia – 1200 metri contro 600 - ma assai più ripida, l'avventura è finita prima del traguardo: il maltempo ha bloccato i tre amici più o meno a metà via. Il problema, alle 17.30 del 7 febbraio, era trovare un posto adatto per il bivacco: vista la bufera in corso ci voleva un angolo riparato ma lassù, di paradisi del genere, non ce ne sono proprio. Peccato, perché le condizioni erano perfette: misto ideale per portare Andrea e compagni Oltre il sogno, che abbiamo scritto in corsivo perché è il nome della via che stavano tentando. In prima invernale, sì, e per di più in seconda ripetizione assoluta, perché quella linea, conclusa nell'estate 2006 da Cristiano Iurisci, Nicola Carafa e Luca Luciani (dopo un tentativo del 2005 di Iurisci con Giancarlo Sulpizio, terminato malamente con un volo di Cristiano, una difficile ritirata e l'intervento dell'elicottero), è stata finora ripercorsa soltanto una volta, nel luglio 2007, da... Andrea Di Donato e Andrea Di Pascasio. Sempre loro, ai quali per il tentativo invernale si è aggiunto per caso Ferretti, incontrato al parcheggio. Giorgio: un altro innamorato di quella muraglia, contemplata in inverno nel 2000 con Iurisci, tentata nell'ottobre successivo (sempre con Cristiano) lungo la via tracciata in solitaria da Giampiero Di Federico – era il 1986 – e percorsa in doppia nel 2002 lasciando alcuni solidi ancoraggi. Oltre il sogno, che si sviluppa per 16 lunghezze di corda, presenta chiodi e fix alle soste (ma non tutte: un paio sono da attrezzare e altre sono su clessidre e massi incastrati) e pochi chiodi, spesso cattivi, lungo i tiri. Le difficoltà? La relazione parla di ED complessivo e, in estate, il tiro tecnicamente più impegnativo (il quarto, lungo 40 metri), comincia con un buon V+ lungo una fessura a “Y” faticosa, a cui segue un canale-camino ghiaioso. Ecco poi una fessura strapiombante, con un passo di VI+/VII- e una decina di metri sul VI/VI+ e A0, e infine una placca di VI- delicato. Il resto della via si mantiene attorno al IV e V grado. Tornando al tentativo invernale di Di Donato e compagni, che Andrea ci aveva annunciato martedì scorso durante la conversazione finita nel post del giorno successivo, prima di lasciare spazio alle immagini ecco i “dettagli cronologici”: 6 febbraio, avvicinamento (4 ore) e bivacco (in una grotta); 7 febbraio, raggiunta in un'ora la base della parete, avanti fino a metà via e ritirata notturna; 8 febbraio, si torna all'auto e a casa.

La nord della Cima delle Murelle (Majella), al centro della quale si svolge la via Oltre il sogno

L'avventura ha inizio...

La rana, questa volta, è rimasta a casa...

Condizioni perfette e divertimento assicurato sulla nord delle Murelle

L'atmosfera si fa cupa...

A testa bassa sul ghiaccio verticale

Come sulla nord delle Grandes Jorasses (calcare a parte...)

Evviva i traversi, delizia per i fotografi...

Andrea, sempre sorridente (sarà per un'altra volta...)

Una tenda per tre
Foto: arch. Andrea Di Donato
LA PAROLA AL PROTAGONISTA: ANDREA DI DONATO RACCONTA LA SUA IMPRESA SOLITARIA INVERNALE SULL'EIGER DEGLI APPENNINI
Parla come un artista, Andrea Di Donato. E della sua montagna, il Gran Sasso, dice le cose più belle: «Lo sento vicino, è una cosa fantastica. Penso alle sue forme, al Corno Grande e al Corno Piccolo... Meglio delle Dolomiti? Quelle sono infinite, non conti le pareti e le torri... Il Gran Sasso, invece, è una presenza solitaria, isolata, che sbuca dal nulla: una perla rara e preziosa». Così, nell'agosto di quattro anni fa, mentre metteva in bacheca tra le altre la Gogna sulla Punta Rocca della Marmolada, la Scalet-Biasin sul Sass Maor, la Comici sul Salame del Sassolungo e la bellissima Da Damos sulla nord del Sasso di Toanella (Bosconero), Andrea non vedeva l'ora di tornare a casa: lui, che oggi ha 26 anni, vive a Teramo e sta “studiando” da guida alpina, sognava di salire in solitaria la nord del Monte Camicia. Voleva a tutti i costi arrampicare lassù, su quella tetra muraglia che precipita per oltre 1200 metri sul paese di Castelli, a est della cima principale del massiccio, perché sentiva come un richiamo, un'attrazione viscerale che nemmeno lui riesce a spiegare: forse perché le sue radici stanno da quelle parti – sua madre è proprio di Castelli – o forse per chissà quale misteriosa ragione. «Credo sia qualcosa che mi ha accompagnato per tutta la vita – esordisce – e che ad un tratto, quando a 22 anni ho ripreso ad arrampicare dopo una lunga pausa, è balzato allo scoperto: ero in Dolomiti, su montagne favolose, e pensavo alla nord del Camicia! Era un chiodo fisso: avrei voluto mollare tutto, tornare da solo, per cacciarmi lassù. Una volta a casa, poi, il tempo si è messo contro di me: aspettavo un miglioramento, la giornata buona... niente da fare! Ad un certo punto non ho più retto e ho attaccato. La prima parte della parete, quella dove è più facile perdersi, era scoperta: per me era sufficiente. In alto, anche con la nebbia, in qualche modo me la sarei cavata».
LA SOLITARIA ESTIVA. 4 settembre 2004: Andrea parte lungo la via classica, quella aperta settant'anni prima da Bruno Marsilii e Antonio Panza, la segue con qualche variante e quindi, raggiunta la parte superiore della muraglia, si lancia lungo la più difficile Bachetti-Fanesi, risolta il 29 giugno 1967 da Francesco Bachetti e Giuseppe Fanesi in occasione della terza salita della grande nord, a destra della via del 1934. «Non è stato bello, quella volta. Mi sono ritrovato ai piedi della parete e l'ombra nera del gigante mi stava schiacciando: nella testa mi risuonavano le parole di un amico che mi aveva preso per matto, che mi aveva detto che quello era un labirinto. Vedevo cattivi segni ovunque: compresi degli strani uccellacci... Insomma: avrei voluto scappare!». Andrea, però, non è tornato indietro: «Ho corso, davvero. Non ho goduto la scalata, nemmeno per un istante. Il tempo era incerto, ero irrequieto, e sono arrivato in cima dopo cinque ore e mezza, senza mai autoassicurarmi, letteralmente col fiatone. Ero in ansia e di quella salita, la mia prima “vera” solitaria, non ricordo praticamente nulla. La parete era “tagliata” dalle nuvole e in alto la nebbia era fitta: vagavo lassù, aggrappato a quella roccia marcia dove ogni appiglio si muove, si stacca... Soltanto in alto la situazione migliora un po'. Il grado? Un passaggio di quinto superiore, sì, per il resto niente di trascendentale. Ma sulla nord del Camicia, che si sfalda, i gradi non contano: la pessima qualità della roccia impone attenzione continua, rende impegnativo ogni movimento». Il richiamo di quel luogo, però, non ha lasciato in pace il nostro protagonista: dopo la solitaria estiva (la seconda della parete: la prima, del 30 settembre 1982, porta la firma di Marco Florio), Andrea ha subito pensato alla solitaria invernale. Un sogno cullato a lungo, un obiettivo raggiunto dopo quattro anni di silenziose contemplazioni, col binocolo, nella speranza di vedere qualcosa che facesse scattare la molla, che costringesse il giovane alpinista a muoversi. Salire sulla nord del Camicia, ancora una volta, senza compagni, per ritrovare qualcosa che durante la solitaria estiva era andato perso, travolto da un caos di sentimenti e di sensazioni. La sveglia è suonata pochi giorni fa, il 28 gennaio 2008.
LA PRIMA SOLITARIA INVERNALE. «Ero tranquillissimo – racconta Andrea -: se non fossi stato così calmo non sarei andato molto lontano... Sono entrato in una condizione singolare, di pace interiore, un vero e proprio stato di grazia che mi ha permesso di vivere appieno ogni istante della scalata: mi fermavo, mi guardavo attorno, scattavo fotografie... Le condizioni non erano ideali, viste le temperature non troppo rigide, ma neppure cattive. Il freddo avrebbe saldato meglio la roccia, un po' più di neve mi avrebbe permesso di superare più facilmente qualche tratto. Ma sapevo di essere pronto ad una salita del genere, ero allenato ed è stata un'esperienza fantastica. Nella parte inferiore ho seguito la stessa linea del 2004, la via classica con alcune varianti, mentre in alto ho imboccato senza saperlo la Diretta Marsilii-Panza, tracciata il 15 agosto 1936 dagli stessi pionieri che due anni prima avevano conquistato la parete (quella del 1936 fu la seconda salita della muraglia, ndr). In inverno, per fortuna, la Diretta è un lunghissimo canalone, non troppo ripido – tra i 45 e i 60 gradi – e ben innevato». Tutta la salita, comunque, è stata all'insegna delle piccozze e dei ramponi: Andrea non ha mai mollato gli attrezzi, anche sulla roccia, visto che gli permettevano di sfruttare le fessure colme di terriccio e di evitare di pesare troppo sui piedi (gli appoggi, specialmente con i ramponi, da quelle parti sono una continua scommessa...). Non sono tuttavia mancati un paio di momenti delicati: «Appena dopo le balze erbose iniziali – racconta Andrea – mi sono ritrovato a lottare con un passaggio particolarmente ostico. Probabilmente non ero ancora entrato in completa sintonia con la parete: così, con le picche nella terra e i ramponi su una breve rampa rocciosa, fortunatamente solida, mi sono trovato un po' in difficoltà, comprendendo in fretta che arrivare in vetta non sarebbe stato affare da poco. Un altro piccolo problema l'ho avuto più in alto, quando sono stato costretto a levare i ramponi alla base di una fessura verticale. Nel complesso, tuttavia, la salita è filata bene: il sacco da bivacco è stato un peso inutile, visto che poco dopo mezzogiorno ero già fuori». Ma cos'altro aveva con sé Andrea? Poco o nulla: uno spezzone di corda da 8 metri, il martello, 3 chiodi, niente dadi e friend, un litro e mezzo d'acqua, un panino, una barretta energetica, qualche caramella e... la rana di peluche! «Eh, si è fatta tutta la salita, la rana – racconta il nostro protagonista -. Se ne stava appesa sullo zaino, guardava in basso... sempre contenta, lei, leggerissima, con il sorriso fisso! Ora è tornata a casa...». La nord del Camicia, l'Eiger degli Appennini: il confronto regge davvero? «Mi piacerebbe vederlo, l'Eiger, e anche scalarlo – commenta Andrea -. Della “mia” parete posso dire che è alta 1250 metri, che le vie sono lunghe un paio di chilometri, su roccia pessima, con un'alternanza di tratti verticali e tratti più appoggiati e che i chiodi in loco sono proprio pochini». Andrea Di Donato, ancora sorpreso e incredulo per il clamore destato dalla sua storica prima solitaria invernale, spiega che lassù, nel “labirinto”, non ha mai perso il bandolo della matassa, che si sente portato per avventure del genere e che tuttavia pensa anche ad altro. Perché in falesia vanta qualche 7b a vista, vorrebbe tanto salire il Pesce in Marmolada e il Pilone Centrale del Frêney e, spingendo lo sguardo più lontano, vede la sagoma di Hermann Buhl che sta per violare, senza compagni, il punto più alto dell'immenso e splendido Nanga Parbat.
Per altre informazioni si veda il post del 31 gennaio 2008. Nella foto sopra: Andrea Di Donato dopo la salita

Così si presentava, il 28 gennaio 2008, la parte superiore della parete nord del Monte Camicia. In rosso la via classica del 1934, in verde la linea seguita da Di Donato in occasione della prima solitaria invernale (via classica con varianti e, in alto, la Diretta Marsilii-Panza del 1936), in fucsia la Bachetti-Fanesi del 1967, che Andrea ha percorso in solitaria estiva nel 2004

Monte Camicia: tutti i 1200 metri della parete nord con la linea invernale di Di Donato (verde), la linea estiva (fucsia, nella parte inferiore coincide con quella invernale) e la via classica (rosso, nella parte inferiore coincide con la linea verde). La freccia gialla indica la Diretta Alessandri-Furi, aperta il 6 settembre 1970 da Domenico Alessandri e Roberto Furi (quarta salita della parete, dopo le due di Bruno Marsilii e Antonio Panza, del 1934 e 1936, e quella di Francesco Bachetti e Giuseppe Fanesi, del 1967)

La parete attende...

Andrea, già piuttosto in alto, osserva quello che si è lasciato alle spalle

La roccia marcia della nord del Monte Camicia

La compagna di cordata di Andrea, felicissima per la grande avventura

La neve, nella parte superiore della parete, ha reso tutto più facile e veloce

Un momento di pausa...

Lungo il canale della Diretta Marsilii-Panza: il più ormai è fatto

Il piccolo uomo e la grande parete...

Come sopra...
Foto: arch. Andrea Di Donato
STORICO CAPOLAVORO NEL GRUPPO DEL GRAN SASSO: RIUSCITA LA PRIMA SOLITARIA INVERNALE - TERZA INVERNALE ASSOLUTA - DELLA TEMUTA NORD DEL MONTE CAMICIA
Signori, giù il cappello. Perché Andrea Di Donato, il 28 gennaio 2008, ha salito in prima solitaria invernale la terribile parete nord del Monte Camicia (2564 m), che domina il piccolo paese di Castelli nel settore orientale del gruppo del Gran Sasso, nel cuore degli Appennini. Andrea ha attaccato alle 6.50 e dopo cinque ore e mezza di arrampicata, sempre slegato, era già in vetta: sotto di lui quel salto di 1200 metri, superato per la prima volta il 20 settembre 1934 da Bruno Marsilii e Antonio Panza, dove la roccia è friabile e l'assicurazione aleatoria se non impossibile. Così la nord del Camicia non è mai diventata di moda e, come ha scritto Enrico Bernieri su Alp (n. 167, marzo 1999, p. 41), «rimane, come poche altre, una parete d'altri tempi, per nulla ammansita dalle ripetizioni, dagli sviluppi tecnici e dai mutamenti della mentalità». Andrea Di Donato, tuttavia, sembra nutrire per essa una predilezione particolare, visto che già il 4 settembre 2004, per celebrare i settant'anni dell'impresa di Marsilii e Panza, l'aveva superata senza compagni (fu la seconda solitaria assoluta, dopo quella di Marco Florio del 30 settembre 1982). E se oltre alle solitarie consideriamo anche le invernali – due soltanto fino a pochi giorni fa: quella di Domenico Alessandri, Carlo Leone e Piergiorgio De Paulis (scomparso durante la scalata) del 21-24 dicembre 1974 e quella di Tiziano Cantalamessa e Franchino Franceschi del 22-23 dicembre 1987 – ci “accorgiamo” che la prima solitaria invernale di Di Donato non è stata “soltanto” la terza solitaria ma anche, a più di vent'anni dalla seconda, la terza invernale assoluta della grande parete (che conta in tutto non più di trenta ascensioni). Soltanto numeri? In parte sì. Tuttavia, non di rado, i numeri rendono assai bene anche i concetti più importanti.

La tetra parete nord del Monte Camicia: 1200 metri di roccia di pessima qualità che, con le temperature non troppo rigide dei giorni scorsi, non erano certamente in condizioni ideali (www.isoladelgransasso.it)

Così la nord del Camicia, il 28 gennaio 2008, ha dato il benvenuto ad Andrea Di Donato (www.primadanoi.it)

Andrea esultante dopo la scalata (www.primadanoi.it)