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NEW YORK 26/12/08
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A CURA DI CARLO CACCIA >> REDAZIONE redazione@intraisass.it >> LECCO-VICENZA ITALY
BEL SUCCESSO PER GLI UCRAINI ALEXANDER LAVRINENKO, TARAS TSUSHKO E ALEXANDER HOMENKO CHE, TRA IL 6 E IL 13 MARZO 2009, HANNO APERTO UNA VIA IN GRAN PARTE NUOVA (730 m, 6A NELLA SCALA RUSSA) SULLA STRAPIOMBANTE PARETE SUD-OVEST DELL'AK-KAYA (3367 m)

Alta più di 500 metri e larga diversi chilometri, la rocciosa parete sud-ovest dell'Ak-Kaya (3367 m, foto sopra, www.mountain.ru), nel Caucaso Centrale (nei pressi del ghiacciaio Bezengi), è stata scoperta nel 1979 in occasione del Campionati sovietici di alpinismo, quando fu oggetto di diverse salite. In seguito, però, è stata lasciata in disparte ed è tornata sotto i riflettori soltanto nel 2003, grazie alla prima invernale (e prima ripetizione assoluta) della Vasilyev ad opera di Valery Shamalo e Alexey Gorbatenkov (in parete dal 19-24 febbraio) e inoltre ad una lunga variante inferiore della stessa via, firmata tra il 20 e il 26 febbraio a sinistra dell'originale da un'altra squadra di San Pietroburgo guidata da Kirill Korabelnikov e composta, tra gli altri, da Sergey Kofanov (il giovane compagno di Valery Babanov sul pilastro ovest dello Jannu). La Vasilyev è stata quindi ripetuta per la seconda volta nell'agosto dello stesso anno da un team di Magnitogorsk, poi salita in libera (incontrando difficoltà fino al 6c) nel luglio 2005 da Max Kostrov, Alexey Osipov e Kirill Filchenkov e infine superata in giornata, in 10 ore e mezza, il 4 maggio 2007, dai moscoviti Vladimir Belousov e Alexander Novikov (che, pochi mesi prima, avevano ripetuto Il grande incubo sugli strapiombi centrali del Monte Brento, nella valle del Sarca: www.intotherocks.splinder.com/post/14186056).
L'ultimo capitolo della storia alpinistica della parete sud-ovest del Ak-Kaya porta invece le firme degli ucraini Alexander Lavrinenko (nella foto a lato, in un momento della scalata), Taras Tsushko e Alexander Homenko che, tra il 6 e il 13 marzo 2009, in 51 ore di arrampicata effettiva, hanno tracciato una via in gran parte nuova a destra della Vasilyev, con cui condivide quattro lunghezze di corda (su diciassette). La creazione di Lavrinenko e compagni, che hanno avuto l'impressione di trovarsi sulla dolomitica Cima Scotoni è lunga 730 metri, è stata valutata 6A nella scala russa (più o meno ED in quella occidentale) ed ha richiesto l'impiego di 102 chiodi (56 di progressione), 59 nut (15 di progressione), 18 spit (tutti di progressione) e 33 sky hook. Il 6 e il 7 marzo, con il vento e senza sole, i tre compagni hanno attrezzato la parte iniziale della muraglia e la sera del giorno seguente erano già a 9 lunghezze dalla base (le ultime tre in comune con la Vasilyev). Il 9 marzo, durante una nevicata, hanno guadagnato un altro tiro lungo la Vasilyev e hanno poi continuato per una lunghezza e mezza su terreno vergine, fino ad una piattaforma dove era possibile bivaccare. Il giorno dopo, con la parete innevata ma il tempo buono, la squadra ha fatto suo un altro tiro e mezzo e tra l'11 e il 12 marzo ha dovuto impegnarsi parecchio per superare gli strapiombi terminali, su roccia non eccezionale. Così, usciti dalla parete in serata, Lavrinenko e soci hanno pensato di rinviare al giorno successivo la puntata alla vetta e il 13 marzo, dopo aver contemplato il panorama dal punto più alto dell'Ak-Kaya, si sono calati lungo la loro creazione (una scelta pessima, con il rischio di prendersi qualche pietrone addosso e i problemi nel recupero delle corde) per raggiungere il campo base soltanto alle 17.

Il settore centrale della parete sud-ovest dell'Ak-Kaya con la via Vasilyev (1979, in blu) e quella di Lavrinenko, Tsushko e Homenko (2009, in rosso). Foto di A. Lavrinenko (www.mountain.ru)
PIZ MORTERATSCH (BERNINA): GELIDA AVVENTURA PER RAMPIKINO E SOCI CHE FIRMANO LA PRIMA ASSOLUTA DELLA REPULSIVA PARETE EST-SUD-EST
Rocciosa, dall'aspetto poco rassicurante, la parete est-sud-est del Piz Morteratsch (3751 m), celebre cima del gruppo del Bernina, non è più un problema irrisolto. A trovarne la soluzione, il 21 marzo 2009 – ormai in primavera, certo, ma con la colonnina del termometro scesa molto in basso –, ci hanno pensato Luca Maspes (Rampikino), Emanuel Panizza e Christian Turk. La loro via, battezzata Il grande freddo (nella foto a lato, arch. Maspes), è stata resa possibile proprio dal gelo (che “teneva su” ogni cosa altrimenti mobile) e supera elegantemente i 500 metri di quella muraglia compresa tra le creste sud-sud-est a sinistra ed est-nord-est (Crasta de la Spraunza) a destra. Dunque, tra le creazioni dei pionieri, ecco una linea moderna che nella parte superiore piega leggermente a destra, rinunciando alla “regola della goccia cadente” sia per il poco materiale che Rampikino e soci avevano con sé (per la diretta occorrono microfriend e chiodi sottili) sia per il già ricordato gran freddo, che consigliava vivamente di non prolungare troppo le soste. Per altre informazioni (e immagini) l'appuntamento è per i prossimi giorni.
FISHT: SUCCESSO INVERNALE PER I GUERRIERI DI ROSTOV
Impresa corale sul Fisht (2867 m), nel Caucaso occidentale, per i russi Alexander Spiridonov, Vasily Petyakshev, Dmitry Podlesny, Evgeny Dmitrienko ed Evgeny Bolkovoy. I cinque alpinisti di Rostov, dal 1° al 6 marzo 2009, hanno avuto la meglio sui 560 metri della parete ovest della montagna (nella foto a lato, www.mountain.ru), tracciandovi un nuovo itinerario nonostante le proibitive condizioni ambientali, che hanno imposto una progressione esasperatamente lenta.
CAUCASO: IMPRESA INVERNALE DEI RUSSI VIKTOR KOVAL, SASHA GUKOV, SERGEY KONDRASHKIN E ALIK IZOTOV CHE TRA IL 3 E L'8 GENNAIO 2009, NONOSTANTE LE PESSIME CONDIZIONI METEOROLOGICHE, HANNO SALITO LA DIFFICILE CRESTA NORD DEL MIZHIRGI EST (4927 m)
Le immagini parlano da sole e ci riportano agli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso: quando, sulle Alpi, la neve e il freddo non facevano paura. I russi Viktor Koval, Sasha Gukov, Sergey Kondrashkin e Alik Izotov hanno tenuto duro per una settimana, lottando con il tempo implacabile, e hanno raggiunto il loro obiettivo: superare in prima invernale la via aperta nell'agosto 1952 da Vasiliy Pelevin, Alexander Borovikov, Vladimir Kizelya, Ivan Leonov e Vadim Rubanov lungo i 2000 metri della cresta nord del Mizhirgi Est (4927 m), nel Caucaso centrale. Per la precisione: il Mizhirgi, la cui cima occidentale (la maggiore) tocca quota 5025, è una sorta di gigantesca “spalla” del formidabile Dykhtau (5198 m), nella zona del ghiacciaio Bezengi (poche decine di chilometri a sud-est dell'Elbrus, 5642 m).
SEI GIORNI DI LOTTA
Lasciato il campo base il 2 gennaio 2009, il quartetto attacca il giorno seguente e la via, che in estate è un buon TD+, dà immediatamente il benvenuto: scariche di neve a ripetizione. Secondo giorno: il tempo (già cattivo) peggiora. La neve, il vento e il freddo non fermano però i nostri eroi che, guidati da Gukov, guadagnano un altro tratto di cresta. 5 gennaio: le condizioni meteorologiche diventano davvero critiche. Questa volta è Koval che nella bufera, con il volto e gli abiti incrostati di ghiaccio, conduce le operazioni. Il terzo bivacco in cresta è da paura: la tempesta non accenna a placarsi - anzi, aumenta d'intensità – e i quattro amici, seduti nella loro tendina, temono di essere scaraventati in basso. La mattina seguente (quarto giorno) il freddo è terribile, insopportabile anche con tutti gli abiti addosso: il termometro precipita a meno trenta e il vento fa il resto. Ritirata? No: Izotov, capocordata, attacca un pendio a 70 gradi, piazza una vite da ghiaccio, prosegue e cade. La protezione salta e il volo finisce 20 metri più in basso, sotto la
sosta. Cambio in testa e avanti: Kondrashkin non si lascia intimidire, raggiunge la sezione chiave della via – una fessura verticale di 40 metri, completamente intasata di ghiaccio – e ne sale metà, lasciando il resto del lavoro a Koval. Questi, con la tempesta che gli tiene buona compagnia, completa l'opera giusto in tempo per il bivacco. 7 gennaio, quinto giorno: la cordata tocca quota 4900 e comincia a sognare biglietti aerei da Mosca per l'assolato, caldo Kenya... Peccato che la realtà sia ancora piuttosto diversa, all'insegna delle dita che mostrano ormai segni di congelamento. 8 gennaio: al sesto giorno sulla montagna ecco finalmente la vetta. Il tempo è miracolosamente cambiato (il freddo, comunque, è rimasto) e da lassù, dalla cima est del Mizhirgi, lo sguardo può spingersi lontano, su tutto il Caucaso centrale. Koval, Gukov, Kondrashkin e Izotov si dirigono quindi verso la cima ovest (senza raggiungerla) e, dopo due lunghezze a cavallo di un'autentica lama di neve (sicurezza zero...), trovano il passaggio verso la cresta sud: la via per tornare a valle.
ODISSEA NELLA BUFERA E TRA LE VALANGHE
Ma la discesa si rivela tutt'altro che semplice. I quattro irriducibili, non trovando un luogo adatto al bivacco, decidono di continuare al buio: sono come automi, stremati dalla fatica e dal sonno, che non si rendono conto del tutto di quello che stanno facendo. Ma raggiungono il ghiacciaio e lì, finalmente, si possono fermare: piantano la tenda, si addormentano e, dopo due ore, Koval esclama che è ora di muoversi. Prima della partenza, però, una fortissima raffica riesce a strappare il fragile riparo: gli zaini di Gukov e Kondrashkin, come due razzi, spariscono nel nulla. La discesa riprende: Gukov, ultimo della comitiva, è sfiorato da una valanga. Ma non è finita. I pendii sulla destra, normalmente non pericolosi, sono incredibilmente carichi di neve fresca e tutta quella massa bianca, ad un tratto, comincia a muoversi. Kondrashkin (in testa) viene investito, sepolto e prontamente recuperato dai compagni, che riescono ad individuarlo soltanto grazie ad un bastoncino telescopico che sbuca dalla neve. La marcia verso il campo base, a quota 2200 in corrispondenza della confluenza delle valli dei ghiacciai Bezengi e Mizhirgi, continua estenuante: i quattro alpinisti si alternano ogni venti passi a battere la traccia e soltanto nella notte, grazie al provvidenziale aiuto di tre ragazzi di Nizhny Novgord, la salvezza è raggiunta.
Dall'alto: Viktor Koval, Sasha Gukov, Sergey Kondrashkin e Alik Izotov

Mizhirgi, cresta nord, prima invernale: il bivacco al termine del tratto chiave

Il poderoso versante settentrionale del Dykhtau (5198 m). A sinistra, lungo la cresta orizzontale, sopra il seracco squadrato illuminato dal sole, si nota la rocciosa cima ovest (5025 m) del Mizhirgi la cui cresta nord spicca, affilata, all'estremità sinistra (est) del massiccio
Foto: www.mountain.ru
LA MANIFESTAZIONE, APERTA AGLI EUROPEI E AGLI AMERICANI, SI SVOLGERÀ NEL CAUCASO DALL'11 AL 30 LUGLIO
Conto alla rovescia per l'edizione 2008 dei Campionati russi di alpinismo. L'evento, organizzato dalla Federazione alpinistica russa e dalla Red Fox, azienda produttrice di capi di abbigliamento ed equipaggiamento per le attività all'aria aperta, si svolgerà nella valle di Uzunkol, nel Caucaso occidentale (nei pressi dell'Elbrus) e sarà il clou di una manifestazione di più ampia portata a cui parteciperanno anche arrampicatori sportivi, base jumpers (paracadutisti estremi) e campioni di corsa in montagna. La competizione, aperta agli alpinisti di tutti i paesi ex sovietici, europei e americani, prevede la partecipazione di squadre composte ciascuna da 2-4 elementi (più un leader) che si cimenteranno sulle più famose cime della zona, lungo vie di difficoltà variabile dal TD+ all'ED (5B e 6A nella scala russa). Tra il 14 e il 15 luglio si svolgeranno le gare di velocità e tecnica su brevi itinerari di 3-4 tiri, in un'area facilmente accessibile al pubblico, mentre nei giorni seguenti, fino al 28 luglio, sono in programma le salite alpinistiche vere e proprie. Il Campionato russo, per la prima volta, vedrà anche la partecipazione delle donne, che saranno alle prese con vie di difficoltà tra il D- (3B nella scala russa) e l'ED, scelte da ciascuna squadra (composta da 2 o 3 ragazze più un referente) in funzione della propria preparazione. «Lo scopo principale della gara femminile – spiegano gli organizzatori – è lo scambio di esperienze, anche per favorire la diffusione dell'alpinismo tra le donne russe».
CAUCASO: SUCCESSO SULLA NORD DEL GESTOLA PER ALEXANDER GUKOV E COMPAGNI
Da San Pietroburgo al Caucaso per scalare la nord del Gestola in inverno: una lunga trasferta che non ha lasciato i suoi protagonisti a mani vuote. Alexander Gukov (leader), Alik Izotov, Viktor Koval e Sergey Kondrashin, nelle scorse settimane, hanno attaccato la parete per la via Khergiani (5B ex 6A nella scala russa, che corrispondono rispettivamente a TD+ ed ED in quella occidentale), cogliendo un bel successo sulla cima che, salita per la prima volta alla fine dell'Ottocento, tocca quota 4860 nella valle di Bezengi (Caucaso centrale). Ricordiamo che in quella zona, poche decine di chilometri a sud-est dell'Elbrus (5642 m), si innalzano anche la seconda e la terza cima della catena: il Dyhtau (5198 m) e il Koshtantau (5150 m).
LE SEVEN SUMMITS IN 157 GIORNI: RECORD DI IAN McKEEVER
Impresa? Qualche dubbio è legittimo... Tuttavia la collezione-lampo dell'irlandese Ian McKeever, 37 anni (nella foto, www.wicklow.com), che in 157 giorni – dal 25 gennaio al 30 giugno 2007 – ha fatto sue le Seven Summits, merita almeno di essere segnalata. Il primo successo della singolare avventura risale, come appena detto, al 25 gennaio scorso, quando McKeever ha messo piede sulla vetta del Mount Vinson che, con i suoi 4897 metri, è il punto culminante dell'Antartide, scalato per la prima volta il 18 dicembre 1966 da Pete Schoening, John Evans, Barry Corbet e Bill Long, membri dell'American Antarctic Mountaineering Expedition (nei due giorni successivi giunsero in vetta anche tutti gli altri componenti della spedizione: prima Eiichi Fukushima, Charley Hollister e Brian Marts e poi Nick Clinch, Dick Wahlstrom e Sam Silverstein; aggiungiamo che la seconda salita del Mount Vinson risale al 22 dicembre 1979: autori della scalata furono i tedeschi Peter von Gizycki e Werner Buggisch e il sovietico Vladimir Samsonov). Ma andiamo avanti con la collezione di McKeever. L'11 febbraio l'irlandese ha fatto sua l'Aconcagua (6959 m), la montagna più alta del Sudamerica (prima salita: Mattia Zurbriggen in solitaria, 14 gennaio 1897), e il 3 marzo il Kilimangiaro (5895 m), gigante tra i giganti africani conquistato il 6 ottobre 1889 dal tedesco Hans Meyer con l'austriaco Ludwig Purtscheller. Il quarto “pezzo” di McKeever, precipitatosi dall'Africa all'Oceania, è invece arrivato il 16 marzo: si tratta della vetta della Carstensz Pyramid, che tocca quota 4884 ed è stata scalata per la prima volta nel 1962 da una spedizione guidata da Heinrich Harrer (la seconda ascensione, del 1971, fu invece messa a segno da Reinhold Messner per la cresta est). Il 16 maggio Ian McKeever ha coronato il sogno di calcare la sommità dell'Everest, tetto dell'Asia e del mondo (8848 m, la prima salita di Hillary e Tensing risale al 29 maggio 1953) e il 31 maggio l'ha avuta vinta con la montagna più alta d'Europa: l'Elbrus (5642 m, prima salita nel 1874 grazie a F. Crawford-Grove, F. Gardiner, Horace Walker e Peter Knubel). Gran finale della collezione il 30 giugno sul gigante dell'Alaska e del Nordamerica: il magnifico McKinley (6194 m, prima assoluta il 7 giugno 1913 da parte di Hudson Stuck, Harry Karstens e dei giovani Robert Tatum e Walter Harper). E chiudiamo ricordando che, prima del record di McKeever, il primato di velocità sulle Seven Summits apparteneva al canadese Daniel Griffith, riuscito a “balzare” da una montagna all'altra in 188 giorni.
IMPRESA INVERNALE SULLA NORD DEL GIGANTE DEL CAUCASO: NILOV, KOROL E DORONIN SALGONO LA PROIBITIVA MYSHLYAEV
La prima volta è andata male. Così anche la seconda. E la terza? Vedi sopra, in ossequio alla regola del "non c'è due senza tre". Ma il russo Sergey Nilov è un duro: deporre le armi? Neanche per sogno: all'invernale del Chatyn, gigante di 4368 metri del Caucaso centrale, in Georgia, non poteva rinunciare. Così, rimasto senza compagni, è riuscito a convincere i connazionali Evgeny Korol e Sergey Doronin e, nel gennaio scorso, si è lanciato alla conquista della nord della montagna dei suoi sogni: "Tutti coloro che venivano a sapere delle nostre intenzioni – ha raccontato Korol – ci davano dei matti". Nel mirino della cordata, improvvisata ma molto esplosiva, la difficile via Myshlyaev (6A nella scala russa) che risolve una ripida muraglia rocciosa iniziale di 600 metri, dalla caratteristica forma romboidale. Pronti via il 17 gennaio, con un avvicinamento di 14 ore: una fatica bestiale per giungere a tu per tu con il gran problema, affrontato a suon di corde fisse, lottando con il ghiaccio e il freddo per una settimana (di notte il termometro scendeva fino a -30°). Il successo - potrebbe trattarsi della seconda invernale assoluta della montagna - è arrivato il 25 gennaio, a 23 anni dalla prima grande impresa durante la stagione fredda sul Chatyn: una scalata firmata nel 1984 da Anatoly Moshnikov, Boris Barulin, Sergey Kalmikov e Victor Sazanov lungo la più facile (5B) via aperta dagli stessi Moshnikov e Barulin con i connazionali Basmakov e Glushkovsky.
Nella foto sopra: in azione sulla nord del Chatyn (www.mountain.ru, come tutte le immagini pubblicate qui sotto)

La nord del Chatyn con il tracciato della Myshlyaev, che supera il grande rombo roccioso

Il grande rombo roccioso della parete nord del Chatyn. In evidenza la Myshlyaev, che segue un logico sistema di spaccature

All'attacco della parete: comincia la grande avventura...

Come ai tempi di René Desmaison...

L'impresa continua: evidenti le pessime condizioni della parete. Per finire, qui sotto, i tre protagonisti della durissima avventura


SUCCESSO INVERNALE DEI RUSSI SULLA GRANDE PARETE DEL DAGESTAN (CAUCASO)
Durante la seconda metà di febbraio, con una permanenza in parete di diversi giorni, una squadra del club alpinistico "Gornyak" di San Pietroburgo composta da D. Polenov, R. Nagaev, D. Krasnov, R. Kirichenko, O. Koltunov e D. Veyko ha coronato il proprio sogno: salire in invernale la difficile via Efimov (1000 m, 6A nella scala russa, del 1981) sulla poderosa parete nord-ovest dell'Erydag (3925 m, valle Chekhy-Tchay, Caucaso nord-orientale, tra il Dagestan e l'Azerbaijan). Si tratta di una larga bastionata, alta da 300 a 1000 metri, sulla quale gli alpinisti dell'ex Unione Sovietica, soprattutto negli anni Ottanta del secolo scorso, hanno tracciato numerose vie. E la Efimov, che si inoltra nello Zerkalo ("Lo specchio") della parte sinistra del settore centrale della parete, è una delle più impegnative, come le vicine Shchedrin (1000 m, 6A, 1981) e Babitsky (1000 m, 6A, 1981). Attaccata la bastionata e superata la sezione iniziale, gli alpinisti si sono trovati a tu per tu con lo "specchio": il compatto tratto chiave della scalata, lungo circa 200 metri. E, se durante il primo giorno di salita su quel muro liscio, il tempo si è mantenuto buono, in seguito le condizioni sono drasticamente peggiorate. Ma la squadra non ha mollato. Superando un paio di lunghezze al giorno, in artificiale, con il freddo e il vento a rendere ogni cosa assai complicata, gli irriducibili russi hanno risolto un problema alla volta giungendo, finalmente, alla base del "libro": un enorme diedro di 400 metri che incide tutta la parte superiore della muraglia ed è quindi, una volta superato lo "specchio", una sorta di via diretta verso la cima. Che è arrivata (probabilmente il 26 febbraio: non siamo in grado, purtroppo, di fornire una data certa) dopo altri giorni di maltempo e una sorpresa finale… Perché l'ultimo tiro della via, originariamente di quinto grado, in seguito alla caduta di un grosso blocco durante l'estate scorsa, si è trasformato in una tosta lunghezza di A3: giusto quello che ci voleva per chiudere in bellezza la festa, sulla sommità di una montagna che, nel mare magnum di Internet, è come un fantasma. Che significa? Semplice: se al potente motore di ricerca Google chiedete di scovarvi l'Erydag, scegliendo per curiosità o per qualsiasi altra ragione l'opzione "pagine in italiano", vi ritroverete davanti lo sconsolante messaggio "La ricerca nella lingua scelta non ha prodotto alcun risultato". E così è anche per questo, appassionati italici lettori, che ne abbiamo parlato molto volentieri.
Nella foto sopra, il settore della parete nord-ovest dell'Erydag con la via Efimov (www.mountain.ru)

Veduta complessiva della nord-ovest dell'Erydag, con i tracciati di tutte le vie e la Efimov evidenziata in rosso (www.mountain.ru)

Un'altra immagine della nord-ovest dell'Erydag con, illuminato dal sole, il settore della Efimov (www.mountain.ru)

In azione sullo "specchio" della Efimov durante una ripetizione estiva (www.mountain.ru)

Così si presenta, in estate, il superbo diedro finale di 400 metri ("Il libro") sulla nord-ovest dell'Erydag (www.mountain.ru)