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NEW YORK 26/12/08
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A CURA DI CARLO CACCIA >> REDAZIONE redazione@intraisass.it >> LECCO-VICENZA ITALY
VALERY SHAMALO, VLADIMIR MOLODOZHEN, DENIS SUSHKO E ANDREY MURYSHEV, DAL 5 AL 22 OTTOBRE 2009, TRACCIANDO IN STILE CAPSULA UNA NOTEVOLE VARIANTE SUL PILASTRO NORD-OVEST, HANNO FIRMATO LA SETTIMA SALITA DELLA SPLENDIDA MONTAGNA DELLA CHANGPING VALLEY (QIONGLAI SHAN, SICHUAN, CINA)
Russi all'attacco anche in Cina, mettendo a segno nel loro stile (testa bassa e sempre avanti) un successo che forse non li ha del tutto soddisfatti ma che, obiettivamente, è di prima grandezza. I fatti, recentissimi, si sono svolti sul roccioso pilastro nord-ovest del Siguniang: superba montagna (nella foto) che, toccando quota 6250 sul fianco sinistro orografico (est) della Changping Valley (che si apre a nord di Rilong, 3200 m), è il culmine delle Qionglai Mountains (Qionglai Shan) nella provincia cinese del Sichuan, a un centinaio di chilometri in direzione ovest-nord-ovest dalla capitale Chengdu.
NOTA STORICA. Rimasto a lungo nell'ombra, il Siguniang è finito di colpo sotto i riflettori grazie ai britannici Mick Fowler e Paul Ramsden che nell'aprile 2002, in sei giorni, ne hanno salito la parete nord per una via di 1500 metri (WI6, ED+) battezzata Inside Line e caratterizzata, nella prima parte, da uno spettacolare couloir di 750 metri con diversi tiri verticali e due sezioni strapiombanti (foto a lato). L'impresa (quarta ascensione assoluta della montagna, conclusa con due giorni di discesa lungo l'inviolata cresta nord), non è passata inosservata, fruttando ai suoi autori – come noto - un meritatissimo Piolet d'Or. La prima ascensione del Siguniang, però, è roba assai più “stagionata” - annata 1981 per la precisione - e porta le firme di Yoshiharu Suita e Hiroshi Sumiya, giunti in vetta per la cresta sud-est (con 2000 metri di corde fisse). I giapponesi hanno quindi fatto il bis nel 1992 (per la parete sud e la parte superiore della cresta sud-ovest, usando 600 metri di fisse) e nel 1994, grazie ad un solitario Charlie Fowler passato sulla parete sud (nuova lunga variante, a destra della via del 1992) e sulla parte superiore della cresta sud-est (via del 1981), è arrivato il primo successo in stile alpino. Della quarta salita abbiamo già detto e allora accenniamo alla quinta (del 2004, prima ripetizione integrale della via del 1981 da parte di una spedizione internazionale) e passiamo alla sesta, firmata in condizioni disperate tra il 21 e il 28 settembre 2008 dagli americani Chad Kellogg e Dylan Johnson: sono stati loro a risolvere, in stile alpino, la lunga (2000 m, 72 tiri) e difficile (VII+, A2, M5 e AI3+) cresta sud-ovest (www.intotherocks.splinder.com/post/18812261 e www.intotherocks.splinder.com/post/18877986). Questo successo, per Kellogg, è stato un'autentica liberazione, la conclusione di una storia cominciata nel 2004 con il primo faccia a faccia con il Siguniang e continuata nel 2005 con un tentativo (quattro lunghezze di corda) sulla sua parete nord-ovest a destra della via di Fowler e Ramsden, in compagnia di Joe Puryear e Stoney Richards. Nel 2007 Kellogg e Puryear, con Jay Joanousek, sono tornati alla carica ma, dopo la salita di una cima inviolata appena a nord del Siguniang, è giunta loro la notizia della morte (sul Mount Wake, in Alaska) di Lara Karena Kellogg, la moglie di Chad, e la rinuncia è stata ancora una volta inevitabile (www.intotherocks.splinder.com/post/14012896).
ARRIVANO I RUSSI. Scalata la cresta sud-ovest restava però il problema del pilastro nord-est: chi lo avrebbe risolto? I giapponesi ci avevano provato in inverno, tra il 2006 e il 2007, e anche una squadra rumena era giunta da quelle parti con lo stesso obiettivo senza però combinare nulla. Poi, nelle scorse settimane, al cospetto del Siguniang sono arrivati loro, i russi, e divisi in due squadre hanno attaccato in stile capsula il gran bastione: Evgeny Bashkirtsev e Denis Veretenin (autori della prima ripetizione della via Odessa sulla Nord dell'Ak-Su, www.intotherocks.splinder.com/post/21353927) da una parte (probabilmente dove avevano già tentato Kellogg e compagni) e Valery Shamalo (nella foto, www.babanov.com), Vladimir Molodozhen, Denis Shusko e Andrey Muryshev un centinaio di metri più a destra (dove a Shamalo sembrava più logico).
DICIOTTO GIORNI IN PARETE. Tra il 5 e il 6 ottobre entrambe le cordate guadagnano quattro lunghezze: una buona partenza annullata però dalla tempesta, che nei due giorni successivi impedisce a tutti di continuare. Di più: a causa del maltempo, la portaledge di Bashkirtsev e Veretenin - che a quanto pare hanno rischiato di precipitare - presenta danni irreparabili e i due devono ritirarsi, rinunciando all'invito degli amici (che hanno una portaledge di scorta al campo base) a continuare con loro. Il 9 ottobre, cessata la bufera, Shamalo e compagni risalgono la quarta lunghezza (la portaledge è piazzata al termine della terza, dove una cengia nevosa
assicura acqua a volontà) e proseguono: lentamente, su roccia ripida e difficile, in compagnia delle scariche di ghiaccio e sassi (che non mancano di danneggiare la portaledge e di ferire Valery alla mano sinistra, costringendolo a tre giorni di forzato riposto). Avanti, avanti e sempre avanti: a suon di skyhook e con qualche spit, con pazienza e determinazione, soprattutto quando il tempo decide di mettersi ancora di traverso. Così, il 18 ottobre, il sogno di una linea del tutto indipendente, di una Russian Route sul pilastro nord-ovest del Siguniang, va a sbattere contro uno strapiombo - più o meno a metà parete - che non lascia alternative: occorre traversare a sinistra verso la via di
Fowler e Ramsden che, pur estremamente difficile, dovrebbe garantire una progressione più veloce. E così è: il 19 ottobre vengono salite (e attrezzate con le corde fisse) quattro lunghezze (le più dure di Inside Line) e il giorno successivo, dopo due settimane sulla montagna, Shamalo e compagni pensano ad un tentativo alla cima. Vana speranza: il ghiaccio e il misto del Siguniang frenano la cordata e, dopo una caduta di 15 metri di Shusko (che si aggiunge all'incidente iniziale di Shamalo, ai congelamenti di Molodozhen e al pauroso volo – 40 metri, per fortuna nel vuoto - di Muryshev), occorre fare retromarcia fino alla portaledge, otto tiri (tutti attrezzati) più in basso. La squadra decide così di cambiare tattica, organizzando due puntate separate alla vetta: i primi a tentare, il 21 ottobre, saranno Shamalo e Molodozhen.
Ecco quindi il giorno decisivo, con il cielo che promette bene. Valery e Vladimir risalgono le corde, ne recuperano due per poter continuare e via, verso la cima. Il tempo passa, il freddo è intenso ma il vertice è sempre più vicino: eccolo, a 100 o al massimo 150 metri... La cordata non si ferma, procede nella neve alta e finalmente è lassù, a quota 6250 sul punto più alto del Siguniang. Ma non c'è tempo per festeggiare: il buio incombe e bisogna scendere. Giù, allora, ricollocando le corde usate per la scalata e calandosi in fretta sulle altre, per raggiungere la portaledge quando è ormai mezzanotte. Il giorno seguente, mentre Shamalo e Molodozhen scendono rapidamente al campo base (per arrivare a San
Pietroburgo la sera del 25 ottobre!), Shusko e Muryshev completano la festa, calcando a loro volta la vetta (e portando poi a valle tutte le corde e il materiale impiegato).
E qui termina il racconto della settima ascensione del Siguniang, dell'ennesima odissea su quella montagna che mai si è lasciata conquistare senza fatica. Anche gli uomini dell'est, abituati a tutto, si sono trovati assai impegnati per averne ragione e ce l'hanno fatta soltanto rinunciando al loro obiettivo iniziale, “accontentandosi” di una variante (di lusso, 6B nella scala russa) che potrebbe essere “doppia”. In che senso? Semplice: Shamalo e compagni, se i tracciati sulle fotografie in nostro possesso sono corretti, nella parte superiore della parete dovrebbero essere saliti più direttamente (ossia più a sinistra) di Fowler e Ramsden.
Nelle foto sopra (www.mountain.ru): alcuni momenti della salita di Shamalo e compagni sul pilastro nord-ovest del Siguniang. Con il bello o con il brutto i russi non scendono e vanno avanti...

Il versante nord-ovest del Siguniang (www.summitpost.org). La linea fucsia è il capolavoro di Fowler e Ramsden (2002, WI6, ED+), quella blu è la via (lungo la cresta nord) seguita dagli stessi in discesa, quella rossa è la variante dei russi sul pilastro nord-ovest (2009, 6B), quella gialla è il tentativo di Kellogg e compagni (2005)

Ancora lo spettacolare Siguniang, con il pilastro nord-ovest in evidenza. Il pallino rosso indica il punto dove i russi hanno raggiunto (da destra) la mitica Inside Line (l'inconfondibile colata a sinistra del pilastro)
PEAK 6134: I NUMERI DELLA VIA DI RUCHKIN E MIKHAILOV
Dal 9 al 13 maggio 2009, in stile alpino, i russi Alexander Ruchkin e Mikhail Mikhailov hanno compiuto la prima ascensione assoluta del Peak 6134 (Daxue Shan, Sichuan, Cina). I due alpinisti, come abbiamo annunciato nei giorni scorsi (www.intotherocks.splinder.com/post/20583703) , sono saliti per l'assai ripido pilastro sud (nella foto a lato, arch. Ruchkin-Mikhailov, www.mountain.ru) e i numeri della loro via, che abbiamo appreso poco fa, sono piuttosto interessanti: 1250-1300 metri di sviluppo con difficoltà di VII+ e A2+.
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TRAVERSATA LHOTSE-EVEREST: TUTTI A CASA
Il monsone ha chiuso le ostilità: la baldoria sull'Everest (e sul Lhotse) anche per quest'anno volge al termine. Niente da fare, dunque, anche per la squadra kazaka che aveva in progetto la traversata dei due colossi (nella foto a lato): il cattivo tempo ha imposto agli alpinisti il ritorno al campo base e il 30 maggio è prevista la partenza da Kathmandu alla volta di Alma Ata. Ricordiamo che la spedizione era composta da tre gruppi diversi: quello di Vassily Pivtsov, Serguey Samoilov, Evgeny Shutov, Artjon Skopin, Alexander Sofrygin (che il 15 maggio ha toccato la vetta del Lhotse) e Maxut Zhumayev che puntava alla traversata; quello di Dmitry Grekov (Kirghizistan), Nickolay Gutnik (idem), Svetlana Sharipova e Alexander Rudakov con obiettivo il Lhotse e infine la coppia Baglan Zhunussov e Serguey Lavrov diretta all'Everest.
AGGIORNAMENTO (27 maggio 2009, ore 16.55 italiane): Serguey Samoilov risulta disperso sul Lhotse. Vassily Pivtsov e Maxut Zhumayev sono invece impegnati in discesa verso il campo base.
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STEVE HOUSE: RITORNO AL MASHERBRUM
Nel 2003 il maltempo non ha dato un attimo di tregua. Così lo splendido e difficile Masherbrum (7821 m, Karakorum, nella foto a lato, www.unclimbed.com), il sogno di Steve House, Marko Prezelj e Matic Jošt, è rimasto tale. Quella montagna, però, che finora conta soltanto quattro ascensioni – la prima, per la parete sud-est, risale al 6 luglio 1960 e porta le firme degli americani William Unsoeld e George I. Bell seguiti, due giorni dopo, da Nicholas B. Clinch e Jawed Akhter -, non ha mai abbandonato la testa di House che quest'anno tornerà in Pakistan per la rivincita. Con lui, oltre a Marko Prezelj, dovrebbe esserci anche il “solito” Vince Anderson.
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COLIN HALEY: IL LATOK I NEL MIRINO
Restiamo in Pakistan, spostandoci su un'altra cima “impossibile” del Karakorum: il Latok I (7145 m), salito per la prima e unica volta nel luglio 1979 dai giapponesi Tsuneo Shigehiro, Sin'e Matsumi, Yu Watanabe, Hideo Muto, Jun'ichi Oku e Kota Endo (per la parete sud). La cresta nord della montagna (evidente nella foto, a destra della vetta), tentata per la prima volta nel 1978 da Jim Donini, George Kennedy, Jeff Lowe e George Lowe, resta uno dei grandi problemi dell'alpinismo mondiale, attaccata oltre 20 volte ma sempre in grado di respingere i suoi pretendenti (tra cui, oltre ai personaggi appena nominati, anche Martin Boysen, Doug Scott, Simon Yates, Robert Schauer, Catherine Destivelle, Brendan Murphy, John Bouchard, Mark Richey, Wojciech Kurtyka, Yasushi Yamanoi, i fratelli Benegas, Maxime Turgeon, Doug Chabot, Steve Swenson...). Ebbene: a caccia della soluzione dell'enigma, nei prossimi mesi, si muoveranno Colin Haley, Josh Wharton (che ci ha già provato nel 2007) e Dylan Johnson. A proposito di Haley: la giovane promessa (o già certezza?) dell'alpinismo americano, dopo il soggiorno alpino di cui abbiamo riferito (www.intotherocks.splinder.com/post/20385154) sta passando il mese di maggio in Alaska e può darsi che nei prossimi giorni abbia qualcosa di interessante da raccontare.
IN CINQUE GIORNI, IN STILE ALPINO, I DUE RUSSI HANNO FIRMATO UNA VIA DI 1000 METRI, DI ALTO LIVELLO TECNICO, SUL PILASTRO SUD DEL PEAK 6134 (DAXUE SHAN, SICHUAN, CINA)

L'obiettivo iniziale, è vero, era un altro: la spettacolare parete sud-est del Mount Edgar (o E-Gongga, 6618 m, www.intotherocks.splinder.com/post/20362177). Tuttavia, una volta nel Daxue Shan (Sichuan, Cina) Alexander Ruchkin (a lato, a sinistra) e Mikhail Mikhailov (a lato, a destra) sono rimasti colpiti dal roccioso pilastro meridionale di una cima inviolata e senza nome, quotata 6134 metri, a nord-ovest del Mount Edgar, e non hanno resistito alla tentazione. La scalata, all'insegna dell'alto livello tecnico e dello stile alpino, si è svolta tra il 9 e il 13 maggio 2009, con un bivacco alla base della montagna, quattro sul pilastro e uno in cima. Da lì, il 14 maggio, Ruchkin e Mikhailov sono tornati sul ghiacciaio per la parete sud-ovest, su terreno misto e neve (foto qui sotto: in rosso la via di salita, in verde la discesa, in blu i bivacchi).

Giunti in Cina il 19 aprile, tre giorni dopo i due fuoriclasse russi erano già al campo base a 3150 metri, non immaginando che nelle settimane seguenti le condizioni meteorologiche si sarebbero mantenute costantemente cattive. Il 23 aprile ecco quindi una puntata a quota 3850, nella nebbia, e poi lo snervante leitmotiv: maltempo e ancora maltempo. Il 3 maggio Alexander e Mikhail hanno deciso di cambiare obiettivo, decisi a giocare le proprie carte nonostante l'inclemenza del cielo. Il giorno dopo, sempre in compagnia della pioggia e della nebbia, si sono spinti a 4200 metri e il 5 e il 6 maggio, con la visibilità ridotta praticamente a zero, hanno continuato la loro marcia verso la base della “nuova” montagna. Il 7 maggio ecco il miracolo: Ruchkin e compagno, al risveglio, si sono ritrovati sopra un mare di nuvole accorgendosi, tra le altre cose, che nelle vicinanze vagava un leopardo delle nevi. L'8 maggio, raggiunto il plateau alla base della montagna a quota 5100, i due alpinisti hanno potuto finalmente studiare da vicino il loro pilastro (caratterizzato da un potente zoccolo iniziale e da un muro superiore estremamente ripido) e nei cinque giorni successivi (a quanto pare sfruttando per bene il “corredo” per l'arrampicata artificiale) hanno realizzato il loro sogno, all'insegna dell'esplorazione e del bello stile: una splendida scalata che, a prima vista, ci sembra paragonabile a quella del 2007 sulla parete sud-est del Kyzyl Asker (5842 m, Tien Shan), riuscita a Ruchkin e Mikhailov (che domani torneranno in Russia) insieme al mitico Alexander Odintsov (www.intotherocks.splinder.com/post/14487549).

In partenza per la grande avventura (notare le calzature...)

Dopo la nebbia, la pioggia e la neve ecco il sole e il cielo blu. Così la scalata, finalmente, può cominciare

Avanti tutta: lo zoccolo, in verità non troppo facile, ormai è fatto

Hotel cinque stelle nel Daxue Shan...

Non manca nemmeno la prima colazione in camera...

L'arsenale dei russi (made in Usa...) per la scalata artificiale
Foto: Alexander Ruchkin e Mikhail Mikhailov (www.mountain.ru)
PUGOVKIN, BELYAEV, LOGINOV E STAROV SULLA SUD DEL PUMORI, RUCHKIN E MIKHAILOV NEL SICHUAN DA SCOPRIRE
I giovani Evgeny Belyaev (classe 1983) e Igor Loginov (classe 1985), di Krasnoyarsk, ormai li conosciamo bene. Ne abbiamo parlato due anni e un paio di mesi fa raccontando la prima invernale della Ruchkin-Odintsov sulla parete nord dell'Ak-Su (www.intotherocks.splinder.com/post/11031819). Li abbiamo poi incontrati durante l'estate successiva, impegnati sui due chilometri verticali della Nord-ovest della Grande Torre di Trango (www.intotherocks.splinder.com/post/13135500). L'anno scorso, invece, li abbiamo visti tentare la parete ovest del poderoso Skyang Kangri (www.intotherocks.splinder.com/post/17421507 e www.intotherocks.splinder.com/post/18113273). Ora, invece, ne parliamo per annunciare che nelle prossime settimane, in compagnia di Anton Pugovkin e Vladimir Starov, tenteranno di aprire una via nuova sulla parete sud del Pumori (7161 m), salita per la prima volta nell'autunno 1972 - con 3000 metri di corde fisse e ben 170 chiodi da roccia - da una spedizione dell'Ensa di Chamonix composta da Yves Pollet-Villard, Pierre Blanc, Jean Coudray, Maurice Gicquel, Yvon Masino, Georges Payot e Raymond Renaud (la vetta fu raggiunta il 3 e 4 novembre da tutti i membri della squadra). Con i ragazzi della parete sud non mancheranno anche alcuni veterani che tenteranno la via normale, aperta nel 1962 da Gerhard Lenser e compagni: di Krasnoyarsk ci saranno Alexander Kuznetsov, Valery Kohanov, Nickolay Smetanin, Vladimir Karataev (in vetta al Lhotse per la parete sud nel 1990) ed Evgeny Bakaleinikov mentre di San Pietroburgo ci saranno Alexey Paskhin, Alexey Klimin e Dmitry Pulinets.
Dal Nepal alla Cina e precisamente al Sichuan dove, ieri, sono arrivati Alexander Ruchkin e Mikhail Mikhailov. Dalla città di Chengdu i due fuoriclasse (www.intotherocks.splinder.com/post/14487549) si sposteranno a ovest verso le poco visitate montagne del Daxue Shan e tenteranno in stile alpino la splendida parete sud-est del Mount Edgar (noto anche come E-Gongga, 6618 m), che si innalza poco a nord del Gongga Shan (o Minya Konka, 7556 m: è la cima più alta della catena). Tentato nel 1982 da una spedizione britannica guidata da Stuart Hepburn, il Mount Edgar è stato salito per la prima (e per ora unica) volta nel 2000 da una squadra coreana (probabilmente per la parete sud) ed è nuovamente finito nel mirino dei britannici nell'aprile 2004, quando Angela Benham, Chris Drinkwater, Titch Kavangh e Andrew Phillips avrebbero voluto scalarne la parete nord. Il quartetto, tuttavia, di fronte ad una pericolosa barriera di seracchi, ha preferito desistere e ripiegare su due cime vicine: lo Xiao Pangwa (5630 m, salito) e il Da Pangwa (5910 m, dove è stata raggiunta quota 5400).
Sopra: la parete sud del Pumori. Sotto: la parete sud-est del Mount Edgar (foto Tamotsu Nakamura, www.mountain.ru)
Segue dal post del 23 ottobre: www.intotherocks.splinder.com/post/18812261
Lasciato il campo (3500 m), Kellogg e Johnson hanno raggiunto a quota 4300 la base di una ripida muraglia di granito (alta circa 600 metri), hanno scalato una lunghezza di VI+ e hanno effettuato il primo bivacco. Il giorno seguente hanno superato otto lunghezze e quindi, il terzo giorno, sono saliti per altri sei tiri. Il quarto giorno, dopo altre due filate di corda, la headwall era superata: Chad e Dylan, a quota 4950, erano ormai in cresta. In quel momento il tempo è cambiato, peggiorando drasticamente: l'avventura, con i due amici già in ritardo sulla tabella di marcia, si avviava a diventare molto più complicata del previsto. La cordata è comunque andata avanti per ulteriori cinque tiri tra i gendarmi della cresta, fino a trovare un angolo adatto per il bivacco.
Il quinto giorno, 25 settembre, la musica non è cambiata: gendarmi, gendarmi e ancora gendarmi (questo tratto di cresta è stato battezzato The Rake: “il rastrello”) da aggirare e scavalcare per 16 lunghezze di corda, guadagnando in quota soltanto un centinaio di metri (5000-5100 m). Il sesto giorno le condizioni sono diventate ancora più terribili, con la visibilità ridotta a zero: Kellogg e socio, a tu per tu con le rocce verglassate, hanno dovuto lottare per ore per avere ragione di altri 200 metri di dislivello e quindi bivaccare in una truna a quota 5300. Una breve schiarita, quella sera, ha permesso loro di guardare in basso, verso “il rastrello” e lungo i fianchi nord e sud del magico Siguniang, ma la parte superiore della montagna è rimasta nascosta.
Il settimo giorno, con il tempo costantemente orribile, sono arrivati i due tiri di M5 seguiti da alcune lunghezze in stile happy cowboy (a cavallo della cresta) fino a un non troppo scomodo bivacco a quota 5600 (al termine della sessantesima lunghezza) e la mattina dell'ottavo giorno, 28 settembre, è scattata la puntata decisiva. La cresta ben definita ha permesso a Chad e Dylan di procedere relativamente tranquilli nonostante il maltempo e, dopo aver superato dei canalini di neve e ghiaccio, un altro tratto in stile happy cowboy, un traverso di misto e il seracco sommitale, i due compagni hanno finalmente raggiunto il pendio sommitale e, alle 16.35, la vetta. Non c'era tempo da perdere, però: le ore di luce non erano più molte e, come se non bastasse, i fulmini a ovest non facevano presagire nulla di buono. Poco dopo, con l'arrivo del buio, è arrivata anche la tempesta: i fulmini si scaricavano proprio sulla cresta e Kellogg e Johnson sono stati costretti ad abbandonarla, cercando rifugio sul suo fianco meridionale e puntando all'ultimo campo. Attorno alle 23, a quota 5800, in piena bufera, i due amici si sono trovati senza punti di riferimento e, nell'impossibilità di raggiungere il campo, non hanno potuto fare altro che muoversi in continuazione (salendo e scendendo) su un pendio nevoso a sessanta gradi: era l'unico modo, a quanto pare, per restare caldi.
All'alba, con un miglioramento della visibilità, Chad e Dylan - ormai simili a due statue di ghiaccio - sono riusciti a ritrovare il bandolo della matassa e raggiunto il campo, dopo aver recuperato il materiale, hanno cominciato immediatamente la discesa lungo la parete sud, arrivando al ghiacciaio dopo 25-30 calate e con l'attrezzatura ridotta all'osso. All'arrivo del buio, nonostante la stanchezza, i due amici hanno deciso di proseguire fino al campo base ma ad un certo punto, sulla morena, sotto la pioggia, si sono resi conto di essersi persi: non restava loro, dopo 42 ore di azione ininterrotta (e 52 dall'ultimo “pasto”...), che fermarsi per un ultimo miserabile bivacco. Al termine dell'avventura, ai limiti dell'incredibile, Chad e Dylan si sono ritrovati parecchio più magri: 9 chili in meno per Kellogg e quasi 14 per Johnson.

Il versante meridionale del Siguniang con le vie: dei giapponesi del 1981 (gialla), dei giapponesi del 1992 (verde), di Charlie Fowler del 1994 (fucsia) e di Chad Kellogg e Dylan Johnson del 2008 (rossa, il tracciato sulla parete è molto approssimativo). Foto di Tamotsu Nakamura tratta dall'American Alpine Journal (2000, p. 128)

Happy cowboy sulla cresta sud-ovest del Siguniang (settimo giorno di salita, arch. Kellogg-Johnson, www.climbing.com)

Ottavo giorno: con la montagna in condizioni disastrose, Chad Kellogg avanza verso la vetta (arch. Kellogg-Johnson, www.climbing.com)
CHAD KELLOGG REALIZZA IL SUO SOGNO: AL TERZO TENTATIVO, CON DYLAN JOHNSON, FA SUA LA MAGNIFICA CIMA DEL SICHUAN. UN'AVVENTURA DI OTTO GIORNI, TRA IL 21 E IL 28 SETTEMBRE 2008, PER SUPERARE 72 LUNGHEZZE DI CORDA LUNGO LA PARETE E LA CRESTA SUD-OVEST, CON DIFFICOLTÀ DI VII+, A2, M5 E AI3+
Ci sono montagne modeste, montagne di una certa levatura e montagne di gran classe. Il Siguniang, che tocca quota 6250 nella Changping Valley, nella regione cinese del Sichuan, appartiene senza dubbio alla terza categoria. Salito per la prima volta nel 1981, per la cresta sud-est, da sette membri di una spedizione giapponese (prima cordata in vetta, il 28 giugno: Yoshiharu Suita e Hiroshi Sumiya), ha dovuto attendere undici anni per vedere il secondo successo, sempre ad opera di alpinisti nipponici. E ancora una volta, per una linea lungo la parete sud e la parte superiore della cresta sud-ovest (quindi a sinistra della via del 1981) è stata una vittoria corale: la vetta, tra il 24 e il 25 luglio 1992, è stata raggiunta da ben tre cordate (sette alpinisti). Diversa la storia della terza ascensione (settembre 1994) visto che fu un solitario, l'indimenticabile Charlie Fowler, a spuntarla (per la parete sud e la cresta sud-est, a sinistra della via del 1981). La quarta salita del Siguniang è storia più recente, che molti ricorderanno perché è stata premiata con il Piolet d'Or. Avete capito? Stiamo parlando dell'impresa dell'aprile 2002, sulla parete nord, firmata in sei giorni dai britannici Mick Fowler e Paul Ramsden. Ma andiamo avanti: la quinta ascensione (prima ripetizione della via del 1981) risale al 2004 ed è riuscita ad una spedizione internazionale composta da sei cinesi e due americani (sei alpinisti in vetta, tra il 17 e il 18 novembre).
Ed eccoci all'ottobre 2005 quando, sulla scena del Siguniang, compaiono gli americani Chad Kellogg, Joe Puryear e Stoney Richards. Il loro obiettivo? La parete nord-ovest, che li caccia in malo modo dopo averli fatti salire per sole quattro lunghezze di corda. Kellogg e Puryear, però, non sono tipi abituati ad arrendersi facilmente e nell'aprile 2007, con Jay Janousek, tornano laggiù per giocare di nuovo le loro carte. L'avventura comincia bene, con la salita di una cima inviolata già tentata dai cinesi e da Charlie Fowler, ma quando è ormai prossimo il momento di attaccare il colosso di 6250 metri, al campo base giunge una notizia terribile: quella della morte di Lara Karena Kellogg, la moglie di Chad, precipitata dal Mount Wake, in Alaska. Il ritorno a casa è quindi immediato e la grande sfida, ancora una volta, rimandata (www.intotherocks.splinder.com/post/14012896). Il resto è la notizia di oggi, annunciata nell'occhiello: tra il 21 e il 28 settembre 2008, finalmente, Chad Kellogg e Dylan Johnson hanno messo a segno la sesta salita assoluta del Siguniang. Il successo, colto in stile alpino aprendo una via da favola di 72 (!) lunghezze di corda lungo la parete e la cresta sud-ovest, è stato terribilmente ostacolato dal maltempo. Per cui, come spesso accade, i numeri della scalata (VII+, A2, M5 e AI3+) illustrano appena in piccola parte la grande avventura che si è conclusa soltanto il 30 settembre, dopo due giorni di proibitiva discesa lungo la parete sud (a sinistra della linea giapponese del 1992), e che vi racconteremo dettagliatamente nei prossimi giorni.
Incuranti delle notizie dell'ultima ora, approfittando della recente salita di Marco Cattaneo, Hervé Barmasse e Fabio Salini nella zona del Muztagh Ata (si veda il post qui sotto), dedichiamo lo spazio di oggi ad altre prime assolute nella medesima area, che merita di essere conosciuta meglio. Le scalate, dell'estate 2007, portano la firma di un gruppo britannico composto da John Allen, David Barker, Joe Howard, Kevin e Isobel Mulligan, Richard Taylor e Neil Willat. I sette alpinisti, piazzato il campo base a 4500 metri di quota sul Kuksay Glacier, la grande colata che scende dal versante orientale del Muztagh Ata (7546 m, catena del Kunlun, Sinkiang, Cina), assai meno frequentato di quello occidentale (lungo cui si svolge la facile via normale, ben visibile dalla Karakorum Highway), si sono subito dati da fare. La prima cima a “cadere”, per una via valutata PD risolta da Allen, Howard, Kevin Mulligan e Taylor, è stato il Peak 4976 (ribattezzato Kichineky Tagh ossia “Piccola montagna”), che si innalza dal ghiacciaio a poca distanza, in direzione sud-ovest, dal campo base. È stata poi la volta del Peak 5582 (oggi Chiatuk), situato appena a ovest del Kala Peak (5643 m) lungo il crinale che chiude a sud il circo del Kuksay Glacier. Allen e Barker lo hanno salito il 30 luglio per la parete nord-ovest, alta 700 metri e caratterizzata da una fascia rocciosa mediana che rappresenta il tratto chiave dell'itinerario (valutato TD e sfruttato anche per la discesa, con alcune corde doppie). Il 2 agosto, se Barker, Howard, Allen e Taylor si sono spinti lungo il ghiacciaio a ovest del Chiatuk, intenzionati a tentare uno sperone non quotato (The Barrel, “Il barile”) e il Peak 5496, Kevin e Isobel Mulligan con Willat si sono mossi nella direzione opposta puntando al Peak 5485, sette chilometri a est del campo base. Barker e Howard, attaccato il Peak 5496 il giorno successivo, hanno fatto presto dietro front (la montagna era in cattive condizioni) e, raggiunti Allen e Taylor sul cosiddetto Barrel, hanno continuato con loro fino alla vetta, quotata 5313 metri e battezzata Yilpiz (“Leopardo delle nevi”). Completata la via (10 lunghezze di corda e tratti di conserva, TD, ghiaccio attorno ai 60°), i quattro amici si sono calati lungo la stessa rimettendo piede al campo avanzato dopo undici ore di fatica. Tornando ai Mulligan e a Willat: il Peak 5485, salito per il versante ovest e ribattezzato Tiltagh, in verità non ha opposto loro troppa resistenza. L'unico inconveniente è stato il terribile, infinito ghiaione iniziale (500 metri!): il passaggio obbligato per raggiungere il più rilassante e non ripido (PD) pendio nevoso sotto la vetta.

La zona del Muztagh Ata (Kunlun) con, evidenziate in blu, le cime salite dalla spedizione britannica

L'Yilpiz (5313 m) da nord con la via seguita da Barker, Howard, Allen e Taylor (foto di John Allen, www.alpinist.com)
ESPLORAZIONE PER PASSIONE NELLA ZONA DEL MUZTAGH ATA (KUNLUN, CINA): IL COMASCO MARCO CATTANEO, CON LE GUIDE HERVÉ BARMASSE E FABIO SALINI, IL 16 SETTEMBRE 2008 HA MESSO A SEGNO LA PRIMA ASSOLUTA DI UNA CIMA INVIOLATA DI 6250 METRI, BATTEZZANDOLA MIKI SEL
Notizie come questa fanno bene all'alpinismo: gli danno aria, lo lavano per bene dalle polemiche e dalle chiacchiere inutili e mantengono viva la voglia di continuare per apprezzare ciò che soltanto le montagne, in un certo modo (perché anche altre passioni danno immense soddisfazioni), sanno regalare. Bene: la storia di oggi è quella di un alpinista per passione, Marco Cattaneo da Como (precisamente del Cai di Monte Olimpino, che un tempo faceva comune a sé mentre oggi è una frazione del capoluogo), che conoscendo due guide, Hervé Barmasse da Valtournenche e Fabio Salini da Morbegno, in occasione del suo quarantesimo compleanno ha pensato di farsi un regalo “diverso” e dedicarlo alla moglie. Una prima assoluta? Proprio così. Niente di tecnicamente trascendentale, certo, ma un'avventura all'insegna della gioia e dell'amicizia che ha raggiunto il proprio culmine alle 16 del 16 settembre 2008, quando Marco, Hervé e Fabio hanno messo piede, prima di chiunque altro, su una cima di 6250 metri nella zona del Muztagh Ata, il celebre e frequentato gigante bianco di 7546 metri della catena del Kunlun (nel Sinkiang, all'estremità occidentale della Repubblica popolare cinese). Se per Hervé, dopo il successo sul Bekka Brakai Chhok del 1° agosto scorso (www.intotherocks.splinder.com/post/18147154), si è trattato della seconda prima assoluta dell'anno, anche se molto meno problematica, per Marco quei pochi minuti in vetta, dopo una salita di circa 3000 metri in stile alpino all'insegna del freddo e del vento, con un bivacco a quota 5200, sono stati un'esplosione di contentezza con pochi eguali: «Sfinito e sorridente Marco si è rilassato – ci ha scritto Hervé via e-mail –, liberando in urla di felicità, con grandi abbracci e strette di mano, la tensione accumulata nei dieci giorni che hanno preceduto la salita». Dalla vetta di quella cima non più senza nome, perché Marco ha voluto dedicarla a sua moglie chiamandola Miki Sel, gli sguardi sono scivolati lontani verso i colossi pakistani e la fantasia ha cominciato a galoppare: il Karakorum e l'Hindukush sono ancora mondi in buona parte da scoprire, sorgenti di gioia che poi, una volta a casa, è sempre difficile raccontare. Grandi altezze, difficoltà, rischi? L'alpinismo è anche questo, naturalmente. Ma attenzione: ci può essere anche dell'altro, come spiega bene lo stesso Barmasse che venerdì, con i suoi compagni, sarà di nuovo in Italia. «Salite in stile alpino come questa – scrive la guida valdostana – sono spesso riportate a pieno merito sulle riviste e sui siti web specializzati. Tuttavia, ciò che oggi mi rende più felice, non è l'essere riuscito in un'impresa come alpinista, bensì come guida. Io e Fabio, con Marco, abbiamo realizzato un'esperienza rara, che si distingue dalle solite notizie di alpinismo perché, finalmente, il protagonista non è stato un “superalpinista” ma una persona che ama la montagna e aspetta il fine settimana per fuggire dalla città e ritrovare la pace e il silenzio della natura. Personalmente, dopo aver accompagnato Marco in questo viaggio, mi sento un privilegiato».

I tre protagonisti: Marco Cattaneo, Hervé Barmasse e Fabio Salini

Un momento della salita

Il traguardo si avvicina...

Gli ultimi metri prima della cima: le condizioni meteo non sono proprio ideali...

Marco Cattaneo esultante sulla vetta del Miki Sel

Il Miki Sel con la via seguita da Cattaneo, Barmasse e Salini

Tutta la gioia di Marco. Alle sue spalle il lago Karakul, lungo la Karakorum Highway, e il placido versante nord-occidentale del Muztagh Ata: il più facile dei Settemila
Foto: arch. Hervé Barmasse
L'INOSSIDABILE INGLESE, A QUARANT'ANNI DAL CAPOLAVORO CON MIKE KOSTERLITZ SULLA EST-NORD-EST DEL BADILE, CERCA ANCORA L'AVVENTURA TRA LE SELVAGGE MONTAGNE DEL SICHUAN
Nati entrambi nel 1943, scozzese il primo e inglese il secondo, Mike Kosterlitz e Dick Isherwood si trovarono insieme per realizzare un capolavoro (senza saperlo...) sulla est-nord-est del Badile. I due, sulla mitica parete della Bondasca, puntavano alla prima ripetizione della via di Claudio Corti e Felice Battaglia (600 m, VI+ e A2, 17-18 agosto 1953) ma, “ingannati” dalla magnifica serie di fessure che continuava sopra le loro teste, al termine della terza lunghezza di corda proseguirono direttamente, senza traversare a sinistra. Nacque così, tra l'8 e il 9 luglio 1968, uno degli itinerari più belli e ambiti delle Alpi Centrali e non solo, quella Via degli inglesi (dei britannici, in verità...) che in 550 metri oppone difficoltà di VI e A2 (VIII in libera) e che i suoi artefici, ad opera conclusa, registrarono così sul libro di vetta: «Corti-Battaglia, 2nd ascent». L'anno seguente, però, le strade di Kosterlitz e Isherwood si divisero: Mike intraprese la carriera accademica (che da Torino lo portò negli Stati Uniti, dove oggi è un fisico affermato) mentre Dick, esperto in scienze agrarie, si trasferì a Bangkok e poi in Nepal, dove diresse un istituto di ricerca prima di curare diversi progetti di sanità pubblica (in Nepal e in Bangladesh). Non trascurò tuttavia l'alpinismo, visto che nel 1969 mise in bacheca due prime assolute nell'Hindu Raj e fece lo stesso il 17 e 18 settembre 1973 sul Parbati South (6127 m, Himachal Pradesh, India) per i 1000 metri della parete sud, il 27 aprile 1974 sul Lamjung Himal (6983 m, Nepal) per la cresta sud-est e nell'agosto 1979 sul Buni Zom (6551 m, Hindu Raj, Pakistan) per la parete sud. Da non dimenticare poi il successo del 16 ottobre 1976 sul Kanjiroba (6883 m, Nepal, via nuova per la parete sud e la cresta sud-est), il tentativo del 1978, in stile alpino con Rob Collister, sull'Annapurna II (7937 m) e la prima ascensione (non ufficiale in quanto compiuta senza permesso nel 1979) del Dorje Lhakpa (6966 m, Nepal). Ma non è finita. Nel 2005, tra settembre e ottobre, in compagnia di Toto Gronlund, Peter Rowat e Dave Wynne Jones, Isherwood ha tentato il Kawarani I (5992 m) e il Kawarani II (5928 m) - due cime della piccola catena Gongkala, nel Sichuan occidentale (Cina) – e l'Haizi Shan (5833 m, Daxue Shan), di cui il 3 maggio 2004 aveva già raggiunto la cima nord. Questa lunga “premessa” ci ha portati, viaggiando nel tempo e nello spazio, all'ultima notizia: l'avventura vissuta nell'ottobre 2007 da Isherwood - con Steve Hunt e gli appena menzionati Peter Rowat e Dave Wynne Jones – sull'inviolato Yangmolong (6066 m), cima del Shaluli Shan (Sichuan occidentale) a nord del massiccio del Genyen. Lo Yangmolong, già tentato dai giapponesi nel 1991, non ha concesso nulla neppure ai britannici e l'instancabile Dick, con alcuni problemi respiratori, questa volta non ha potuto neppure partecipare alla salita “di consolazione”: l'apertura di una via nuova sulla nord del Dangchezhengla (5833 m), già salito nel giugno 2002 dai giapponesi Kiyoaki Miyagawa e Junta Murayama e poi nel marzo 2007 da una squadra cinese. La nuova linea sulla nord, valutata nel complesso D, supera prima un pilastro roccioso e poi una cresta di neve che finisce sulla via dei primi salitori. La cresta finale ha riservato ai soci di Isherwood – che starà già pensando alla “rivincita”... - anche una lunghezza di 70 metri con neve profonda ed inconsistente, letteralmente scavata da Wynne Jones che sbucava dal manto bianco soltanto dalle spalle in su.

Il giovane Dick Isherwood (foto tratta da: Marco Volken e Giuseppe Miotti, BADILE. CATTEDRALE DI GRANITO, Bellavite Editore, Missaglia (LC) 2007, p. 147)

La cresta finale del Dangchezhengla (www.aack.or.jp)
SICHUAN: RIUSCITA AI BRITANNICI DAVID GERRARD E DAVID SYKES LA PRIMA SALITA ASSOLUTA DELL'HATI (5524 m). NIENTE DA FARE, INVECE, SULLA SUD DELL'HAIZI SHAN
Il 13 ottobre 2005 la neozelandese Patricia Deavoll e la canadese Karen McNeill – che pochi mesi dopo, nel maggio 2006, sarebbe scomparsa con Sue Nott tentando l'Infinite Spur del Mount Foraker, in Alaska – mettevano in bacheca per la parete sud e la cresta sud-ovest la prima assoluta dello Xiashe, che si innalza fino a quota 5833 nel Shaluli Shan (Sichuan, Cina). La seconda assoluta della stessa montagna è arrivata soltanto quattro giorni dopo, per una via diversa (lungo la parete nord), ad opera dei britannici Ed Douglas e Duncan Tunstall. Naturalmente, dalla vetta ma non solo, entrambe le cordate si sono guardate per bene attorno e hanno notato, a nord-est dello Xiashe, una bella cima isolata: l'inviolato Hati (o Nazdenka, 5524 m). Nel maggio 2007, però, anche il punto più alto dell'Hati è stato calpestato: la prima ascensione è riuscita ad un'altra coppia di britannici, David Gerrard e David Sykes, saliti per un canale lungo il versante nord-ovest. La via, tra le poche percorribili dopo un brusco innalzamento della temperatura successivo all'arrivo dei nostri protagonisti nella Zhopu Valley, è lunga circa 500 metri: inizialmente molto facile, diventa in seguito più ripida con neve, ghiaccio e tratti su roccia. I due amici hanno quindi deciso di scendere per il versante opposto (prima verso sud lungo una cresta nevosa e poi a ovest) realizzando così un'elegante traversata della montagna. In seguito - dopo aver deciso di anticipare il volo verso casa per le non ideali condizioni meteorologiche e dopo aver cambiato idea una volta lasciato il campo base dell'Hati – Gerrard e Sykes hanno raggiunto un altro campo base: quello ai piedi dell'inviolato versante sud dell'Haizi Shan che, come lo Xiashe, è alto 5833 metri ed è stato salito per la prima volta da Patricia Deavoll (con il britannico Malcom Bass, da nord, nell'ottobre 2006 e quindi esattamente un anno dopo lo Xiashe). Ma non c'è stato niente da fare: a causa del caldo per la stagione ormai avanzata – Gerrard e socio hanno capito che avrebbero dovuto anticipare di un mese le loro vacanze alpinistiche – la grande parete era ormai proprietà esclusiva delle cascate e delle valanghe.