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NEW YORK 26/12/08
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A CURA DI CARLO CACCIA >> REDAZIONE redazione@intraisass.it >> LECCO-VICENZA ITALY
Finalmente, dopo due rinvii consecutivi, ecco la terza parte della storia alpinistica del Disteghil Sar, che con i suoi 7885 metri è la più alta montagna dell'Hispar Muztagh (Karakorum, Pakistan). Se nella prima parte (www.intotherocks.splinder.com/post/21553920) abbiamo raccontato i tentativi del 1957 e del 1959 alla cima principale e la prima ascensione assoluta della stessa, del 1960, e nella seconda (www.intotherocks.splinder.com/post/21642133) abbiamo rivissuto la prima salita della cima est (spedizione polacca, 1980) e la seconda (e per ora ultima) salita della cima principale (spedizione spagnola, 1982), oggi “giocheremo in casa” grazie alla spedizione guidata da Arturo Bergamaschi che, nel 1983, ripercorse le tracce dei polacchi sulla cima est e colse altri importanti (e purtroppo dimenticati) successi.
1983: ARRIVANO GLI ITALIANI
Arturo Bergamaschi (anzi: don Arturo Bergamaschi, 81 anni, laureato in matematica e fisica; nella foto, www.cigv.it): sull'“American Alpine Journal” è uno degli italiani più citati, forse il più citato dopo Reinhold Messner. Il perché è presto detto: dal 1970 ad oggi, ininterrottamente, il nostro ha organizzato oltre 40 tra spedizioni alpinistiche e trekking extraeuropei, cogliendo storici successi tra cui spicca la prima ascensione assoluta del Latok II (7108 m, Karakorum, www.intotherocks.splinder.com/post/13808719). Tra le altre avventure guidate dal sacerdote emiliano, nato a Savignano sul Panaro l'8 novembre 1928, meritano di essere ricordate anche quella del 1970 in Kurdistan (diverse prime assolute), quella del 1973 in Afghanistan (Jurm Valley, Hindu Kush), quella del 1976 in Groenlandia, quella del 1978 in Bolivia (Cordillera Real), il tentativo del 1979 all'Annapurna Fang (o Varah Shikhar, 7647 m), il tentativo del 1981 all'Annapurna II (7937 m), il successo del 1988 sul Changtse (7580 m, Tibet, immediatamente a nord dell'Everest) e il notevole tentativo del 1994 sul versante settentrionale del K2 (8611 m).
Abbiamo lasciato da parte, perché dobbiamo parlarne diffusamente, la spedizione del 1983, quando don Bergamaschi si recò nell'Hispar Muztagh e, dopo il successo spagnolo del 1982 sulla cima principale, contribuì all'aggiunta di una nuova bella pagina alla storia alpinistica del Disteghil Sar: la seconda salita della cima est (che, lo ricordiamo, tocca quota 7696) riuscita ai trentini Giorgio Corradini e Zefferino Moreschini, che raggiunsero l'obiettivo il 26 luglio a tre anni esatti dalla “prima” dei polacchi. Aggiungiamo subito che la squadra italiana, composta da ben 20 alpinisti – oltre al leader e ai due appena citati c'erano anche Francesco Cavazzuti, Stefano Sghinolfi, Tiziano Nannuzzi, Giancarlo Calza, Marco Mairani, Rolando Dall’Occa, Daniela Corbelli, Piero Dotto, Claudio Benedetti, Cristiano Casolari, Graziano Ferrari, Attilio Bianchetti, Marco Bertoni, Filippo Sala, Aldo Poli, Aldo Rampini e Lodovico Gualandi -, la squadra italiana, dicevamo, riuscì a salire anche lo Yazghil Dome Sud (7400 m, era l'obiettivo principale della spedizione, da raggiungere seguendo la via polacca del 1980), l'inviolato Yazghil Dome Nord (7400 m) e tre cime (anch'esse inviolate) nei pressi del campo base.
Lo squadrone di don Bergamaschi (alla sua quattordicesima spedizione personale) raggiunse Karimabad lungo la Karakorum Highway e si inoltrò nella valle dell'Hispar, lasciando Nagar il 3 luglio: la carovana, visti gli 81 portatori, era composta da oltre 100 persone e muovendosi lentamente raggiunse il campo base sul Kunyang Glacier, a quota 4550, soltanto una settimana dopo. Il 13 luglio un gruppo di dieci alpinisti attrezzò il campo I (5100 m), oltre il quale stava una zona crepacciata sovrastata da un ghiacciaio sospeso che scaricava in continuazione. Il 17 luglio, con un tempo splendido dopo una nevicata di due giorni (l'alta pressione sarebbe durata sino alla fine del mese), fu individuato un passaggio tra i crepacci e il giorno successivo fu piazzato il campo II (5800 m). Il 21 luglio fu la volta del campo III (6350 m) in corrispondenza della sella tra il Disteghil Sar Est e il Kunyang Chhish Nord (7200 m) e due giorni dopo, grazie a Bianchetti, Ferrari, Sala e Rampini, anche il campo IV a 6900 metri sul colle tra il Disteghil Sar Est e lo Yazghil Dome Sud (nello stesso punto scelto anche dai polacchi) era realtà. Da lì, il 24 luglio, Bianchetti, Ferrari e Sala si spinsero fino ai 7400 metri della vetta dello Yazghil Dome Sud e il 26 luglio, mentre Corradini e Moreschini riuscivano a completare la seconda ascensione assoluta del Disteghil Sar Est (dal campo a 6900 metri per la parete orientale, come i polacchi nel 1980), Botto e Nannuzzi facevano il bis sullo Yazghil Dome Sud, toccandone la cima in giornata dal campo III. Tutto finito? Nossignori: il 28 luglio, aggirato lo Yazghil Dome Sud e raggiunto il colle che lo separa dallo Yazghil Dome Nord, il solitario Casolari mise a segno la prima assoluta di quest'ultima cima mentre Rampini (rimasto per cinque giorni al campo IV) e Poli salirono il “solito” Yazghil Dome Sud per una linea nuova sul versante est. A tutte queste ascensioni, come già accennato, occorre aggiungere le prime assolute del Peak 5050 (Cima Tizian, in vetta Calza e Mairani), del Peak 5030 (Cima Cucciolo, Benedetti da solo) e di un secondo Peak 5050 (Cima Ornella, Benedetti e Nannuzzi). La spedizione lasciò il campo base il 31 luglio con un bottino - considerati anche le sole tre settimane di permanenza sul Kunyang Glacier - piuttosto cospicuo: quattro prime assolute (tra cui un Settemila), due seconde assolute e una variante, per complessive otto cordate (compresi i due solitari) su sei vette diverse.
Nella cartina, che comprende buona parte del bacino del Kunyang Glacier, abbiamo evidenziato la cima est del Disteghil Sar, lo Yazghil Dome Sud, lo Yazghil Dome Nord (pallini rossi) e il Kunyang Chhish Nord (pallino fucsia)
NATO IL 23 NOVEMBRE 1934, OGGI IL LECCHESE GIUSEPPE ALIPPI, IL LEGGENDARIO "DET", COMPIE 75 ANNI
All'anagrafe si chiama Giuseppe Alippi. Però, per tutti, è da sempre il Det. Il perché sarebbe lungo da spiegare - e poi un po' di “mistero” non guasta – e allora andiamo avanti dicendo che, essendo nato il 23 novembre 1934, proprio oggi il Det compie 75 anni. Pochi giorni fa, facendogli gli auguri in anticipo, ci siamo sentiti rispondere che se fossero stati trenta in meno (gli anni, naturalmente) sarebbe stato meglio. Poi un secondo di pausa e il seguito: «Ma no, va bene così. Perché mi toccherebbe rifare tutto quello che ho già fatto». Le sue mani, in silenzio, dicono tutto: aspre come la corteccia di un larice, durissime, abituate alla fatica. E stringerle è ogni volta un'emozione: sono le mani del Det, punto e basta, e il Det è una leggenda, che abbiamo avuto la fortuna di conoscere. Le sue vie fanno impressione, d'accordo, ma sono “soltanto” un riflesso dell'uomo: del suo equilibrio, della sua intelligenza, della sua determinazione, del suo senso pratico che nulla toglie alla poesia. Nel suo alpinismo – dalle pareti dietro casa all'Himalaya e alla Patagonia passando per il Monte Bianco, le Alpi Centrali e le Dolomiti – si scorge l'autentica magia di un personaggio che non sopporta le chiacchiere di troppo, di un saggio per cui contano i fatti.
Del Det potremmo parlare all'infinito: raccontare ciò che ci ha raccontato, riportare i suoi aneddoti e le sue considerazioni. Tuttavia, proprio per non “tradire” il suo spirito, preferiamo lasciare spazio innanzitutto alle realizzazioni, cominciando dall'accoppiata del 1960 (il nostro, passato dallo sci all'alpinismo dopo la frattura di una gamba, arrampicava da tre anni): la prima ripetizione della durissima Bonatti (270 m, V+ e A3) sulla parete sud della Torre Costanza, in Grignetta, e la via nuova (450 m, VI- e A3, con il cugino Gigi Alippi) sulla parete ovest della Punta Forcellino, ancora nel gruppo delle Grigne. Nel marzo 1961, sempre da capocordata (il Det, escluse le prime tre o quattro salite e rarissime eccezioni, non ha mai scalato un metro da secondo), è arrivata la prima invernale della mitica Couzy (550 m, VI- e A4, www.intotherocks.splinder.com/post/20905484 e www.intotherocks.splinder.com/post/20931739) sulla parete nord della Cima Ovest di Lavaredo (con Pierlorenzo Acquistapace e Giuseppe Lafranconi) e all'anno successivo risale il tentativo sulla Nord dell'Eiger, con il monzese Nando Nusdeo. Racconta il Det: «Stavamo salendo tranquilli quando, sopra di noi, abbiamo visto due alpinisti che stavano scendendo. Ad un tratto, però, uno di loro è precipitato, fermandosi per miracolo su una cengia dopo un volo di alcuni metri. In fretta l'abbiamo raggiunto e, viste le sue condizioni, abbiamo cercato di portarlo verso la famosa “finestra”. Arrivati nella galleria io e Nandino ci siamo guardati in faccia, pensando entrambi la stessa cosa: questo non arriva a domani mattina. Allora sono salito lungo il tunnel in cerca di soccorsi ma ormai era tardi e non c'era più nessuno in servizio. Soltanto il mattino dopo, con l'arrivo del primo treno, il ferito e il suo compagno – che era Dougal Haston – sono stati portati a valle». Nel 1970 il Det torna sulla Torre Costanza e il 28 giugno, con Antonio Guffanti, traccia in nove ore la sua via (350 m, VI e A4, con 24 chiodi normali, 5 a pressione e un cuneo) sullo spigolo sud-est: una linea da paura che, tentata da un conoscente di chi scrive, per alcuni anni lo ha tenuto lontano dall'arrampicata. Dalle casalinghe Grigne al Monte Bianco: con Pinciroli, Stuffer e Troyer, nel 1972, il Det lascia la sua firma sulle Grandes Jorasses (parete sud della Punta Margherita, 600 m, VI+ e A1) e sulle stesse, nel medesimo periodo, vorrebbe salire in prima invernale la
Gervasutti sulla parete est. Il tentativo, con Elio Scarabelli, si arena purtroppo prima di attaccare la muraglia. Il 30 giugno 1973 è la volta di una breve ma difficile via (250 m, V+ e A2) sul Col Alton, nel gruppo di Sella (con Luciano Ploner e Antonio Guffanti) e nel 1974, dal 5 al 7 aprile, con Benigno Balatti, Gianfranco Tantardini ed Ezio Molteni, il Det completa il suo capolavoro: la Via dei Corvi (anche se per tutti è la Via del Det, 500 m, VI+ e A3) sulla vertiginosa Sud-est del Sasso Cavallo, la parete regina delle Grigne. Il 1975 è l'anno della spedizione alla Sud del Lhotse, in Himalaya, dove il Det arriva a 7500 metri, mentre al 1976 (3-5 agosto) risale la celebre Via del Peder (400 m, VI e A2, con Luciano Gilardoni, Marino Lafranconi e Riccardo Snider) sulla parete nord-ovest della Sfinge, nel Masino-Bregaglia. Il nostro ripercorre poi in solitaria le tracce di Cassin sul Sasso Cavallo e sulla stessa montagna, tra il 6 e il 7 febbraio 1982, con il genero Balatti completa il secondo capolavoro: la Via della Luna (480 m, VI+ e A3). Nel 1983 è di nuovo in Himalaya (tentativo sulla parete sud del Lhotse Shar) e nel 1986, dal 20 al 25 dicembre, traversa parzialmente lo Hielo Patagonico Sur, dal Paso del Viento al Ghiacciaio Upsala con uscita all'Estancia Cristina. Ancora Patagonia nel 1990 – via nuova (700 m, 90°, con Balatti e Luciano Spadaccini) sulla parete sud del Cerro Don Bosco – e poi nel 1992 – tentativo sul Cerro Campana e seconda ascensione assoluta (da nord-ovest, 800 m, 70°, con Balatti, Enrico Lafranconi e Giovanna Cavalli) del Cerro Cristal. Nel 1995, alla bella età di 61 anni, il Det alza la voce sulla nord-ovest del Cerro Piergiorgio e nel 2005 (questa volta gli anni sono 71...), ancora in Patagonia, realizza il suo sogno sul Cerro Campana, raggiungendone la vetta con Balatti, Carlo Buzzi, Egidio Spreafico e Giuliano Maresi. I fatti – i principali, almeno – sono questi: il Det, nella sua casa di Abbadia Lariana, in un mondo da favola tra lago e monti che anche l'artista più geniale farebbe fatica a concepire, ce ne ha parlato più volte, soffermandosi un giorno su un dettaglio e un giorno su un altro, lasciandoci sempre a bocca aperta. Impossibile non ascoltarlo, non restare rapiti dalle sue parole: perché lui non le spreca, le misura con quell'attenzione che in fondo è uno stile di vita, lasciando trasparire quei valori che non lo hanno mai abbandonato e per i quali è rispettato e ammirato.
Il Det si guarda attorno, pensa, spiega e così si rivela: «Però, se vogliamo, se vogliamo... non è che ultimamente ci sia stato questo grande miglioramento... Perché, vedi: fanno il sesto, il settimo, l'ottavo a vista e... tante belle balle. Ma poi, in quello che può essere il complesso dell'alpinismo... L'alpinista della nostra epoca... prima imparavi a camminare sui sentieri, ad andare... Forse io sono stato avvantaggiato perché a quei tempi andavo molto a caccia, di coturnici, no? E allora, quando mettevo il fucile a tracolla, voleva dire che affrontavo il quarto grado: prima di andare ad arrampicare. Non sapevo arrampicare allora ma, per superare quei dieci o dodici metri, invece di andare a fare lunghi giri... Allora lì... eri già preparato ad affrontare l'alpinismo senza sapere cosa fosse l'alpinismo. Però conoscevi il pericolo, conoscevi le tue capacità e un complesso di cose. Per esempio, quando si andava a caccia in Valtellina, nel mese di ottobre, e si attraversavano quei torrentelli ghiacciati... tu dovevi andare dall'altra parte. A quei tempi non avevamo i ramponi, capisci? Non avevamo i ramponi per andare a caccia, però, allora, si attraversava con le ginocchia. E non in fretta: mettevi giù le ginocchia e stavi lì, quell'attimo che il calore dei pantaloni li faceva quasi attaccare al ghiaccio. Capisci? Fino a quando arrivavi dall'altra parte. E lì erano tutte cose che non fanno parte, diciamo, della logica dell'alpinismo. Fanno parte però della capacità dell'individuo di sfruttare l'occasione. Perché dicevi: devo attraversare di qui, devo attraversare di là e quello che ho è questo... Non avevamo piccozza e ramponi, insomma. Non potevamo avere tutto: la caccia era fatta così. Però ti insegnava tanto a muoverti in un ambiente che non è comune. Invece adesso, vedi, sono alpinisti, sono alpinisti, sono alpinisti però... le vie che si trovano un po' infognate... quelle le cancellano perché dicono: devo star lì a diventar matto per arrivare su? Non è la fatica: è che tribolano di più... rischiano di più ad arrivare al piede o nel ritorno che a fare la salita. Ma questo fa parte dell'alpinismo. Del vecchio alpinismo. Mentre oggi se è possibile devi arrivare con la macchina... e dopo, quando arrivano fanno l'ottavo a vista... Eh, niente, cosa vuoi, sono cambiati i tempi...».
Ecco allora il segreto del Det: un modo di essere, una maniera di rapportarsi alle vette più da “montanaro” - come direbbe Reinhold Messner – che da alpinista: un trovarsi sulle montagne sentendosi parte di esse e addirittura diventandolo, come nei magnifici disegni che l'artista lecchese Luisa Rota Sperti ha dedicato al nostro protagonista e al “suo” Sasso Cavallo. In quelle opere la montagna e l'uomo, sovrapposti nella complessità di un finissimo contrappunto, cercano un “oltre” difficile da spiegare ma di cui proprio Messner ha colto l'essenza, scrivendo a Luisa che il Det, di cui si ricorda bene dopo l'esperienza del Lhotse, «con gli anni è diventato una forma di yogi delle Alpi, un poeta con poche parole, un saggio come Milarepa, il guardiano del Sasso Cavallo. Lo rimarrà per sempre».
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Nelle immagini, dall'alto: il Det oggi (foto di Marco Mazzoleni); il Det durante la prima invernale della via Couzy sulla parete nord della Cima Ovest di Lavaredo (arch. Giuseppe Alippi); il Det apre la Via della Luna sul Sasso Cavallo (foto di Benigno Balatti); il Det di una volta

Marco Anghileri a tu per tu con il mito: Sasso Cavallo, parete sud-est, Via del Det (arch. Marco Anghileri)

Sasso Cavallo, parete sud-est: lì in mezzo, da 35 anni, passa il capolavoro del Det. Le staffe delle foto precedenti non ingannino: il Det dei tempi d'oro, con gli scarponi ai piedi (non si è mai convertito alle scarpette), saliva il VI+ in apertura

Il Det e il Sasso Cavallo secondo la disegnatrice lecchese Luisa Rota Sperti (www.luisarotasperti.com)
YURI KOSHELENKO RACCONTA
Dando appuntamento a venerdì prossimo per la terza puntata della storia alpinistica del Disteghil Sar (le prime due le trovate qui: www.intotherocks.splinder.com/post/21553920 e www.intotherocks.splinder.com/post/21642133), chiudiamo questa settimana dedicata quasi esclusivamente ai fortissimi russi (Sokolov, Babanov, Shamalo...) con un racconto di Yuri Koshelenko: un altro grande dell'est di cui sarebbe cosa lunga narrare le “gesta verticali”. Qui ci limitiamo a dire che, essendo autore di salite di gran classe, dal 1992 in avanti Yuri si è più volte affermato in diverse categorie del campionato russo di alpinismo e proprio di questa realtà - che, nata nel 1948, esiste ancora: www.intotherocks.splinder.com/post/17723328 - ci parlerà oggi. La sua testimonianza, assai interessante e coinvolgente, è tratta dal numero 180 (aprile 2000) di “Alp”.
«Come uomo e come alpinista sono nato in un grande paese che si chiamava Unione Sovietica. Da noi, la formazione di un alpinista era per legge legata alle classifiche sportive: la partecipazione alle competizioni era dunque obbligatoria. Presi parte al mio primo campionato russo di alpinismo nel 1992, ottenendo un buon risultato: la nostra squadra si piazzò al primo posto nella categoria alta quota, salendo lo sperone sud-ovest del Khan Tengri. Indubbiamente, però, le gare con arbitri e tutti i partecipanti nello stesso posto (le cosiddette gare “a vista”) sono quelle con la maggiore tensione agonistica. Nel 1994, il Campionato open che si svolse a Karavshin (Pamir-Alai, Kirghizistan, ndr) fu un appuntamento di questo tipo. La nostra squadra era relativamente giovane e priva di sufficiente saggezza tattica. Pertanto non ci aspettavamo di vincere contro alpinisti esperti come quelli di Ekaterinburg, San Pietroburgo e Kirov. Avevamo bisogno di fare esperienza e per noi quella competizione era come andare a scuola. Le regole della gara erano piuttosto semplici: vinceva chi accumulava più punti in quindici giorni, in base alla formula seguente: A=BxC:D, dove A è il risultato ottenuto moltiplicando B, il grado della via, per C, il numero degli alpinisti giunti in cima, diviso D,
il numero complessivo dei componenti la squadra. Ogni équipe poteva dividersi in più coppie e attrezzare la via con corde fisse. Quasi tutti i nostri avversari erano già stati nella regione, e ciò riduceva ancor più le nostre possibilità: rimanevano intatte la nostra passione e il nostro entusiasmo. Il leader della squadra di San Pietroburgo era Alexander Odintsov (con lui altri quattro alpinisti) mentre al comando dei team di Kirov e di Ekaterinburg c'erano rispettivamente Pavel Shabalin (con quattro compagni) e Alexander Klenov (con cinque compagni). Io guidavo il gruppo di Rostov sul Don, composto da me e da tre compagni. All'inizio salimmo rapidamente, in due giorni e mezzo, la via Vedernikov sul Pik 4810. Senza indugio attaccammo poi la via Moroz sul Pik Slesov. La squadra di Ekaterinburg si divise in coppie, attaccando tre vie contemporaneamente - sull'Ortotyubek, sul Pik Slesov e sul Pik 4810 - e facendo così incetta di punti. Quelli di Kirov avevano bisogno di riposo dopo il Naso dell'Ak-Su così Shabalin, l'ultimo giorno regolamentare, cominciò da solo il ciclo di quindici giorni. I “Peter” (San Pietroburgo) salirono la via Rusyaev sul Pik Asan nel tempo record di due giorni, ma Odintsov cadde e si ruppe una gamba. San Pietroburgo aveva programmato, come successiva salita, una via nuova al centro della parete nord-ovest del Pik 4810. A causa dell'abbandono di Odintsov, il punteggio per questo itinerario scese da 8,4 a 6,72 (8,4x4:5) ma venne deciso
di attaccare comunque, anche a ranghi incompleti. Il tempo peggiorò mentre tutte le squadre erano impegnate in parete: tre sul Pik 4810 e noi sul Pik Slesov. Nessuno si ritirò e, al termine di questa fase, la squadra di Ekaterinburg passò al comando, anche grazie al ritardo accumulato da quella di Kirov proprio a causa delle condizioni meteorologiche. Uno dei nostri si sentì poco bene durante l'ascensione e peggiorò dopo la discesa. La squadra di Kirov si prese un attimo di respiro, poi attaccò il Pik Slesov, con i “Peter” alle calcagna. Più tardi Alexander Ruchkin raccontò che Igor Potankin piazzava i nut nelle fessure un attimo dopo che lui aveva tolto i suoi: divertente. Quando ormai la squadra di Ekaterinburg era certa di avere la vittoria in pugno, entrarono in gioco altri fattori. La squadra di Kirov aveva pensato di bivaccare su una grossa cengia a metà della via Moroz sul Pik Slesov, ma rimase sorpresa nel vederla occupata dalla squadra di San Pietroburgo al completo. Incredibile ma vero, della partita era persino Odintsov, che aveva deciso di partecipare con la gamba rotta per non penalizzare il punteggio dei suoi. Noi, che non avevamo chance di batterci per le medaglie, attaccammo la Cresta dei francesi sull'Ortotyubek. La squadra di Kirov aveva molto tempo a disposizione ma, a causa di alcuni malanni, dovette rallentare
l'andatura, abbandonando così tutte le attenzioni rivolte alle due vecchie rivali: la squadra di Ekaterinburg (che aveva ancora due giorni per concludere) e i “Peter” (a cui restava soltanto un giorno). Proprio i “Peter”, a tarda sera, scesero dal Pik Slesov con il malconcio Odintsov e il mattino dopo, molto presto, Potankin e Igor Barihin attaccarono la via Lebedev sull'Ortotyubek. Klenov e i suoi erano partiti per la Alperien sulla stessa montagna: due vie di 5B in due giorni! Sembrava impossibile eppure ce la fecero. Stanchi ma felici rientrarono due ore prima della scadenza del tempo massimo. Lo stesso fece Barihin, da solo, pochi minuti prima di mezzanotte: disse che Potankin aveva rimediato una distorsione e che non sarebbe arrivato in orario. Dopo varie discussioni anche la loro salita venne però inclusa nella classifica. Il gesto fantastico e disperato di Odintsov non era bastato a sconfiggere il potentissimo gioco di squadra di Ekaterinburg, che vinse la medaglia d'oro. Oggi, ad anni di distanza, ricordo bene quel momento cruciale. La forza di quel campionato si mantiene vivissima in me e mi dà una grande energia per andare sempre avanti».
Foto: Anna Piunova, www.mountain.ru
Lasciamo i russi - per un giorno soltanto: domani li ritroveremo – e torniamo in compagnia di Marko Prezelj, Rok Blagus e Luka Lindic. Perché, dopo le prime (www.intotherocks.splinder.com/post/21624499), oggi vogliamo proporre altre immagini scattate da Marko durante la recente spedizione ai Bhagirathi (www.intotherocks.splinder.com/post/21586191). Ricordiamo che le fotografie sono pubblicate in ordine cronologico (rispettando il giorno e persino l'ora) e costituiscono quindi, al di là del loro pregio estetico, un fedele resoconto visivo dell'avventura del terzetto sloveno nell'Himalaya del Garhwal.
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LA LUNGA ATTESA

6 settembre 2009: l'imponente parete sud-est dello Shivling (6543 m), salita per la prima volta tra il 3 e il 9 settembre 1983 da Masaki Nakao, Kenji Ohama e Masami Yamagata, domina la confluenza del Kirti Glacier nel Gangotri Glacier. I giapponesi percorsero lo sperone al centro della muraglia e, dopo aver toccato la vetta, bivaccarono al colle tra la cima principale e quella sudoccidentale (6501 m, a sinistra) per scendere dall'altra parte lungo la cresta ovest (superata in occasione della prima ascensione assoluta della montagna, riuscita nel 1974 ad una squadra della “Indo-Tibetan Border Police”). La parete sud-est dello Shivling è delimitata a destra dalla cresta est che, come abbiamo già scritto, è stata salita nel giugno 1981, in 13 giorni, dal francese Georges Bettembourg, dagli australiani Greg Child e Rick White e dal britannico Doug Scott. Un altra leggenda d'oltremanica, Chris Bonington, ha invece messo a segno la prima ascensione del crinale (la cresta sud-est della cima sudoccidentale) che chiude a sinistra la muraglia: con Chris, dal 13 al 18 settembre 1983, il suo connazionale Jim Fotheringham. A sinistra dello Shivling, in posizione arretrata appena a sinistra del centro della foto, si nota il Meru Sud (6660 m), salito per la prima volta dai giapponesi nel 1980 (per la cresta sud-est, ben visibile) e poi soltanto nel luglio 2008 dai coreani Kim Sae-joon, Wang Jun-ho e Kim Tae-man (per la difficile parete nord-est, www.intotherocks.splinder.com/post/18421453).
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Notte tra il 6 e il 7 settembre: pace assoluta al campo base sul Gangotri Glacier, con lo Shivling (parete nord-est) e le stelle che stanno a guardare. Diciamo soltanto, rompendo per un attimo il magico silenzio, che le cime a destra, dall'altra parte del Meru Glacier (non visibile ma intuibile...) sfiorano (e forse superano) i 6000 metri di quota.
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10 settembre: neve e soltanto neve, non resta che aspettare...
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12 settembre: il sole, finalmente. Le grandi cime sono ancora proibite ma su quelle di pochi metri, che si innalzano qua e là sul ghiacciaio, il gioco può cominciare (anche soltanto per scattare qualche bella foto).
NATO A OMSK IL 10 NOVEMBRE 1964, FORMATOSI ALLA DURA SCUOLA SOVIETICA E TRASFERITOSI A CHAMONIX - DOVE IL SUO NOME SI SCRIVE COSÌ: VALERY BABANOV - PER REALIZZARE I SUOI SOGNI, A 45 ANNI (AUGURI) È UNA DELLE STELLE DI PRIMA GRANDEZZA DELL'ALPINISMO MONDIALE, DAL CURRICULUM (VEDI SOTTO) CHE LASCIA SENZA PAROLE
Dopo Gleb Sokolov e il suo Pobeda (www.intotherocks.splinder.com/post/21663506) restiamo in Russia o, meglio, coi russi. Primo perché il Pobeda si trova in Kirghizistan (sul confine con la Cina) e secondo perché Valery Babanov, il nostro protagonista odierno (nella foto), nel 1995 ha scoperto Chamonix e ha deciso di trasferirsi lì, lasciando la patria per realizzare il suo ideale di vita. Oggi il più occidentale degli alpinisti russi, che durante una lunga intervista per il libro Uomini e pareti 2 (Versante Sud, Milano 2009) ci raccontava tra le altre cose dei suoi inizi e dell'organizzazione del sistema sovietico, compie 45 anni – è nato a Omsk, nella Siberia occidentale, il 10 novembre 1964 - e lo vogliamo festeggiare a modo nostro, proponendo il suo incredibile curriculum e alcune immagini, da non perdere, che ci parlano di un uomo in perenne cammino e dei suoi fantastici mondi.

Valery: mai fermo, instancabile, capace di realizzare anche i sogni più grandi (Jannu, pilastro ovest, 2007)
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VALERY BABANOV: LE IMPRESE E I RICONOSCIMENTI
1987- Sale cinque vie (ED) nel Pamir-Alai
1988- Sale sei vie (ED, ED+) nel Tien Shan e il Pik Lenin (7134 m, Pamir-Alai)
1989- Sale altri due dei cinque Settemila dell'ex Urss: il Pik Korgenevskaya (7105 m) e il Pik Kommunism (7495 m)
1990- Diverse scalate nel Tien Shan e nel Pamir-Alai, tra cui il Pik Korgenevskaya in velocità e il Pik Kommunism
1991- Doppio successo invernale nel Caucaso: Djailyk e Ushba Nord (4694 m, ED+). In estate supera la parete nord dell'Ak-Su (5217 m, Pamir-Alai; nella foto qui sotto: Valery, a sinistra, con Oleg Turaev ai piedi della parete dell'Ak-Su)

1992- Sale in invernale la parete nord (ED+) del Free Korea Peak (Svobodnaya Korea, 4740 m, Tien Shan). In estate scala il Pik Lenin (in velocità) e il Pik Russia (6888 m, ED+)
1993- Sale in solitaria la Nord del Free Korea Peak e, in cordata, la Ovest dell'Asan (4230 m, Pamir-Alai, ED+) e la Nord dell'Ak-Su (nella foto qui sotto: il gruppo sportivo dell'esercito durante quella spedizione, con Valery secondo da destra accosciato)

1994- Mette a segno due notevoli solitarie: la parete nord-est dell'Admiralteets (5090 m, Pamir-Alai, ED+, in sette giorni) e la parete nord-ovest della Russian Tower (Pik Slesov, 4240 m, via nuova)
1995- Doppia trasferta a Chamonix con cinque solitarie: in marzo sale il Linceul sulla parete nord delle Grandes Jorasses (4206 m) e la Modica-Noury sul Mont Blanc du Tacul (4248 m); in estate sale la Directe des Capucins (uscendo per la Bonatti) sulla Est del Grand Capucin du Tacul (3838 m), la Direttissima Americana (prima solitaria, in sette giorni) sulla Ovest del Petit Dru (3733 m) e la Dufour-Fréhel sulla Nord del Grand Pilier d'Angle (4243 m). È ammesso nel GHM (Groupe de Haute Montagne)
1996- Continuano le solitarie: massiccio del Monte Bianco in gennaio, Yosemite Valley (The Prow sulla Washington Column e Zodiac su El Capitan) in maggio, tentativo sulla Nord dell'Ak-Su in luglio, McIntyre-Colton sulla Nord delle Grandes Jorasses in settembre
1997- In gennaio, senza compagni, tenta la Desmaison-Gousseault sulla Nord delle Grandes Jorasses; in primavera sale il Lhotse (8516 m); in estate supera la Nord dell'Eiger (3970 m) per la via Heckmair e, tra il 17 e il 18 settembre, con Thierry Braguier, apre Roulette Russe (1000 m, ED+) sulla Nord dell'Aiguille Sans Nom (3982 m, Monte Bianco)
1998- Tra il 10 e il 16 febbraio, con Yuri Koshelenko, apre Lena (VII e A3, foto qui sotto) sulla parete ovest del Petit Dru dove, durante l'estate precedente, si era verificato un gigantesco crollo. In autunno tenta il Lhotse Shar (8386 m) raggiungendo quota 8100

1999- Due imprese in solitaria: tra il 7 e il 13 giugno apre Forever More (900 m, VI+ e A3) sul pilastro nord-est del Mount Barrille (2332 m, Alaska); tra il 16 e il 27 luglio traccia Eldorado (1200 m, A3/A4, VII e 90°) sulla parete nord (Punta Whymper, 4184 m) delle Grandes Jorasses
2000- Dal 20 al 28 maggio, in solitaria, apre in stile capsula una via nuova (1200 m, VI/VI+, A2/A3, M6 e 80°) sulla parete nord del Kangtega (6799 m, Himalaya del Nepal). Nominato al Piolet d'Or per l'apertura di Eldorado sulla parete nord delle Grandes Jorasses
2001- Tra il 17 e il 22 settembre, ancora una volta in solitaria, apre Shangri La (2000 m, VI/VI+, A1/A2, M5 e 75°) sulla parete nord-ovest del Meru Centrale (6310 m, Himalaya del Garhwal, India; nella foto qui sotto: Valery sulle rive del Gange prima della salita). Nominato al Piolet d'Or per la via nuova sul Kangtega

2002- Vincitore del Piolet d'Or con la solitaria sul Meru Centrale. Premiato, per le sue salite, anche al Festival di Trento
2003- Tra il 29 ottobre e il 2 novembre, per il pilastro sud-est (2500 m, V+, M5 e 90°, corde fisse fino a quota 6400), mette a segno con Yuri Koshelenko la prima assoluta del Nuptse Est (7804 m, Himalaya del Nepal; nella foto qui sotto: Valery in preghiera prima della salita)

2004- Nelle Canadian Rockies, con Raphael Slawinski, sale in prima invernale (e in prima ripetizione assoluta) Sphinx Face (VI e A2) sulla parete nord-est del Mount Temple (3543 m) e apre Aurora (600 m, WI6) sulla Nord del Mount Amery (3329 m). Con la prima ascensione del Nuptse Est vince per la seconda volta il Piolet d'Or (foto qui sotto)

2005- Canadian Rockies: il 10 aprile, con Raphael Slawinski, apre M31 (M4) sulla parete nord-est del Mount Andromeda (3450 m) e il 5 maggio, con Mark Toth, traccia una via nuova (400 m, M5) sulla parete nord-est del Mount Sir Douglas (3406 m). Tra il 7 e l'8 giugno, ancora con Slawinski, risolve Infinity Direct (1600 m, M5) sulla parete sud-ovest del McKinley (6194 m, Alaska)
2006- Il 16 maggio, in solitaria, traccia una via nuova (1100 m, M4/M4+) sulla parete ovest della cima nord (7199 m) del Chomo Lonzo (7790 m, Himalaya, Tibet)
2007- Dal 14 al 21 ottobre, con Sergey Kofanov, sale in magnifico stile alpino il pilastro ovest (3000 m, WI4+ e M5) dello Jannu (7710 m, Himalaya del Nepal; nella foto qui sotto: Valery impegnato su terreno molto tecnico lungo la sezione finale della via). Con questa salita (www.intotherocks.splinder.com/post/14388339) si piazza al secondo posto nella prima edizione del Piolet d'Or russo (www.intotherocks.splinder.com/post/14894415)

2008- In primavera, con Nickolay Totmjanin, sale il Dhaulagiri (8167 m) per la via normale dopo un tentativo lungo l'inviolata cresta ovest (www.intotherocks.splinder.com/post/16849036). Doppio successo in Karakorum con Viktor Afanasiev: dal 9 al 17 luglio, in stile alpino, risolve lo sperone ovest (3000 m, WI5 e M6) del Broad Peak (8047 m); dal 29 luglio al 1° agosto, nello stesso stile, apre una via (2300 m, WI4 e M5) sulla parete sud-ovest del Gasherbrum I (8068 m, www.intotherocks.splinder.com/post/18128532). La rivista americana Climbing assegna il Golden Piton per l'alpinismo alla scalata del pilastro ovest dello Jannu (www.intotherocks.splinder.com/post/16292085). Con la stessa impresa vince a Saint-Vincent la Grolla d'oro per la migliore realizzazione alpinistica internazionale riuscita nel 2007 a una guida alpina
2009- In primavera, con Viktor Afanasief, tenta una via nuova sulla parete ovest dell'Annapurna (8091 m, www.intotherocks.splinder.com/post/20391660)
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«Ogni nuova difficile scalata è un faccia a faccia con il pericolo e la fatica: elementi a cui non possiamo ribellarci e che rendono queste esperienze di valore inestimabile. Scalare le vette più alte, per vie impegnative, significa entrare in un altro mondo: in una realtà che, a poco a poco ma irreversibilmente, cambia le persone. Il tempo passa e ad un tratto, con grande sorpresa, ci si scopre trasformati, incapaci di vivere in un altro luogo se non lassù, tra le immense montagne bianche: si scende da una cima, verso la civiltà, soltanto per tornare in alto prima possibile. Perché l'Himalaya dà molto all'uomo, certamente, ma chiede in cambio il suo cuore e tutta la sua anima» (Valery Babanov, dall'intervista pubblicata su Uomini e pareti 2). Nella foto: il piccolo grande russo a 7250 metri sullo Jannu, con il Makalu, il Lhotse e l'Everest sullo sfondo
Foto: arch. Valery Babanov
Ecco, a due settimane della prima (www.intotherocks.splinder.com/post/21553920), la seconda parte della storia alpinistica del Disteghil Sar (7885 m, Karakorum). Raccontati i tentativi del 1957 e del 1959 alla vetta principale e la prima ascensione assoluta della stessa, del 1960, oggi ci soffermeremo sulla prima salita dei 7696 metri della cima est (era il 1980) e sulla seconda salita della cima maggiore (riuscita nel 1982).
1980: POLACCHI IN GRANDE SPOLVERO SULLA CIMA EST
Dopo la prima ascensione, per ben vent'anni, le pareti e le creste del Disteghil Sar non videro più alpinisti in azione. I riflettori sulla nostra montagna si riaccesero soltanto nel 1980 quando, dopo qualche problema con il bagaglio (perso durante il viaggio dalla compagnia aerea e ritrovato dopo due settimane) e con i portatori (che diedero forfait a quattro giorni dal campo base), il 14 luglio una squadra polacca innalzò le proprie tende sul Kunyang Glacier, a quota 4350. L'obiettivo della spedizione non era però la vetta principale del Disteghil Sar: Ryszard Kowalewski (leader), Andrzej Bielun, Tadeusz Piotrowski e Jerzy Tillak (senza dimenticare il medico Jacek Gronczewski) puntavano ai 7696 metri della sua inviolata cima orientale e, inoltre, ai circa 7400 metri dello Yazghil Dome Sud (anch'esso inviolato), situato nelle immediate vicinanze (sud-est) del Disteghil Sar. I polacchi, dopo tanti contrattempi, non rimasero con le mani in mano e trasportata parte del materiale a 5100 metri, ai piedi del versante sud-ovest dello Yazghil Dome Sud (in pratica la continuazione verso destra, ossia est, della parete meridionale del Disteghil Sar), una settimana dopo l'arrivo al campo base sferrarono il loro doppio attacco. Il primo bivacco, il 21 luglio, fu a quota 5800 e i tre successivi a 6200, 6500 e 6900 metri. Così il 25 luglio, superando nonostante la neve profonda e il tempo cattivo gli ultimi 450 metri di dislivello, gli uomini di Kowalewski violarono la cima dello Yazghil Dome Sud. Lo stesso giorno bivaccarono nuovamente a quota 6900, ossia al colle tra la vetta appena salita e il Disteghil Sar Est, e il 26 luglio partirono alla volta della cima orientale del “re” dell'Hispar Muztagh. La scalata, per la parete est, fu tutt'altro che semplice (nella parte inferiore ricordava la Nord del Cervino) e soltanto alle 18.30, dopo diverse ore di fatica, i nostri protagonisti poterono esultare a quota 7696. Scesero quindi al chiaro di luna e il 29 luglio, a sole due settimane dal loro arrivo ma con una notevole doppietta in bacheca - colta in bello stile all'insegna del veni, vidi, vici - lasciarono il campo base e il magico mondo del Kunyang Glacier.
1982: LA SECONDA ASCENSIONE DELLA CIMA PRINCIPALE. GLI SPAGNOLI RIPETONO, CON UNA VARIANTE, LA VIA DEGLI AUSTRIACI
La seconda ascensione della cima principale del Disteghil Sar riuscì ad una spedizione spagnola diretta da Joaquim Prunés: era il 1982 e, dalla prima scalata ad opera degli austriaci di Wolfgang Stefan, erano passati ben 22 anni. Tanti? Certo. Comunque – e sveliamo un particolare importante – sempre meno di quelli tra la seconda e la terza salita che, in verità, appartiene ancora al futuro. Avete capito bene: lo splendido Disteghil Sar, la ventesima montagna del globo, conta la miseria di due ascensioni e la sua poderosa parete settentrionale (foto qui sopra), che precipita ripidissima sul Malangutti Glacier (che scende verso nord nella valle dello Shimshal, affluente dell'Hunza), è ancora inviolata. Lasciamo tuttavia da parte questa grande sfida aperta, di cui diremo più avanti, e concentriamoci sull'ascensione degli spagnoli che, dal Kunyang Glacier, ripercorsero con una variante iniziale la via del 1960. La squadra di Prunés, composta dagli alpinisti Ramón Biosca, Jaume Matas, Toni Bros e Josep Paytubi e dal medico Josep Aced, piazzò il campo base (4450 m) durante la prima settimana di luglio e il giorno 8, a 5000 metri ai piedi del settore sinistro della parete sud, anche il campo I era pronto. Da lì, procedendo più a destra rispetto agli austriaci, il 19 luglio fu raggiunto il campo II (5900 m) e quindi, riprendendo la via originale e finalmente col bel tempo, il 22 luglio fu la volta del campo III (6600 m). Da notare che la via, interamente su neve e ghiaccio, fino a quel punto era stata attrezzata con 1100 metri di corde fisse: 800 tra il campo I e il campo II e il resto più in alto. La puntata finale cominciò il 26 luglio: il capospedizione e gli alpinisti partirono alla volta del campo III, raggiunto il 28, e il giorno seguente Biosca, Matas e Bros, collocando altri 150 metri di statiche, salirono fino a quota 7250 sulla cresta ovest: lassù piazzarono il campo IV. Da lì, il 31 luglio, il terzetto partì per la vetta e alle 14.50, dopo la rinuncia di Bros a soli 50 metri dal traguardo, Biosca e Matas divennero il terzo e il quarto uomo, dopo Günther Stärker e Diether Marchart, a calcare il punto più alto del Disteghil Sar.
Nella foto in alto: i versanti ovest e sud del Disteghil Sar dalla vetta del vicino Bularung Sar (7200 m). L'immagine è stata scattata da Vincent von Kaenel: uno dei primi salitori, nel 1990, del Bularung Sar (www.von-kaenel.com)

Una seconda immagine della poderosa e ancora inviolata parete nord del Disteghil Sar (1: cima est, 7696 m; 2: cima centrale, 7760 m; 3: cima principale, 7885 m). La foto, come la precedente, è stata scattata nel 2008 da Simone Moro. Sul Malangutti Glacier, ai piedi della muraglia, si svolgono le esercitazioni della scuola di alpinismo fondata dallo stesso Moro con gli amici pakistani Shaheen Baig e Qudrat Ali, suoi compagni in occasione dei tentativi invernali sul Broad Peak
SIMON ANTHAMATTEN, SAMUEL ANTHAMATTEN E MICHAEL LERJEN, DAL 27 AL 29 OTTOBRE 2009, HANNO FIRMATO IN STILE ALPINO, CON LA PARETE IN CONDIZIONI DA PAURA, UNA VIA NUOVA SULLA SUD-EST DEL PASANG LHAMU CHULI (7350 m): ELEGANTE CIMA NEI PRESSI DEL CHO OYU MENZIONATA ANCHE COME JASEMBA, JASAMBA, CHO AUI E NANGPAI GOSUM I
Ai Piolets d'Or dello scorso aprile, quando è stato premiato per l'apertura di Checkmate (2000 m, M7, VI e A0 e WI5) sulla parete nord del Tengkangpoche (6500 m, Himalaya, www.intotherocks.splinder.com/post/20405283), più che un alpinista dal folto pelo sullo stomaco, Simon Anthamatten sembrava proprio Peter, il pastorello amico di Heidi. Ma quel ragazzotto svizzero di 26 anni, guida alpina di Zermatt, capace di salire in poche settimane, nel 2007, tutte le cime del gruppo del Fitz Roy e inoltre il Cerro Torre, il Mocho e la Torre de la Media Luna (www.intotherocks.splinder.com/post/11524427), è proprio quello che abbiamo detto: un alpinista dal folto pelo sullo stomaco, punto. Lo dimostra, semmai ce ne fosse bisogno, la sua ultima impresa: un'ardua via nuova sulla parete sud-est (nella foto qui sotto) del Pasang Lhamu Chuli (7350 m, Himalaya) firmata dal 27 al 29 ottobre 2009, in stile alpino, con il fratello Samuel (23 anni) e con il connazionale Michael Lerjen (24).
LA CRONACA. Partiti il 30 settembre alla volta di Kathmandu, una volta giunti al campo base nei pressi del Sumna Glacier i tre alpinisti hanno subito notato che la linea a cui puntavano appariva possibile: non restava quindi che effettuare l'acclimatamento (durato quattro giorni, con due notti passate a quota 6000 e un'altra su una cima, forse inviolata, di 6300 metri), studiare la montagna nei dettagli e aspettare il momento giusto per attaccare. Il forte vento (90 chilometri all'ora a 7000 metri) ha fatto rimandare la scalata fino al 27 ottobre quando, dal bivacco a quota 5800 alla base della parete, Simon, Samuel e Michael hanno guadagnato ben 700 metri superando un primo tratto su ghiaccio e poi arrancando nella neve fino ad un “fungo” su cui hanno passato la notte. Il giorno successivo la scalata si è fatta assai insidiosa, caratterizzata da funghi di neve di dimensioni variabili (dall'automobile al camion...) e da ripidi muri di ghiaccio. I problemi, però, più che dal ghiaccio (che concedeva ottime protezioni), sono arrivati dalla neve: molto profonda e quindi pericolosa. Simon, con grande efficacia, ha spiegato che «era possibile avanzare soltanto come delle arvicole»: quei piccoli roditori che vivono in alta montagna e che scavano le loro tane tra la neve e il terreno. Il terzetto, pensando che una progressione del genere avesse ben poco a che fare con la scalata, non ha comunque mollato e coi nervi a fior di pelle è riuscito a conquistare (letteralmente) altri 400 metri, toccando così quota 6900. «Una cavità in un fungo di neve era appena sufficiente per la nostra tendina a due posti – ha spiegato Simon -: è facile immaginare quanto sia stata piacevole quella notte...». Il terzo giorno, col morale non proprio alle stelle, i nostri eroi hanno superato prima una barriera rocciosa di 150 metri con tratti verticali e poi, dando il tutto per tutto, gli ultimi 300 metri su neve prima del traguardo: l'agognata vetta del Pasang Lhamu Chuli, calcata alle 14.30 del 29 ottobre. Esplosione di gioia per la vittoria? Non proprio. «Lo Jasemba – ha spiegato Simon Anthamatten usando uno dei toponimi non ufficiali della montagna – non presenta alcun versante tranquillo. È come il Cervino: una volta in cima si è soltanto a metà strada. La sera stessa siamo tornati a 6900 metri e il giorno successivo, esausti e molto sollevati dopo 25 doppie su Abalakov, stopper, friend, una piccozza sepolta e un pezzo di bastoncino telescopico, abbiamo rimesso piede al campo base».
LA MONTAGNA E LA SUA STORIA. Dietro quel nome, Pasang Lhamu Chuli, si nasconde una cima per nulla remota, che si innalza a soli cinque chilometri, in direzione ovest-sud-ovest, dal Cho Oyu. Si tratta, per la precisione, del rilievo più alto del gruppo dei Nangpai Gosum, costituito da imponenti vette lungo la cresta di confine tra il Nepal e il Tibet. Tale crinale, nel tratto che ci interessa, si sviluppa verso sud dalla piatta sommità del Cho Oyu, dividendo innanzitutto le pareti ovest (bacino del Gyabrag Glacier) e sud-est (bacino del Lungsampa Glacier) del colosso di 8201 metri. Quindi, dopo essere sceso fino a quota 7173 (a circa 2 chilometri e mezzo dal “vertice” del Cho Oyu), lo spartiacque piega decisamente a ovest, si innalza nei Nangpai Gosum e prosegue verso nord fino al famoso Nangpa La (5800 m): il valico attraverso cui il popolo Sherpa, nel XVII secolo, raggiunse il Nepal e che oggi è un passaggio obbligato per i numerosi aspiranti alla via normale della “dea turchese” (ricordiamo inoltre che il Nangpa La è stato teatro dei sanguinosi fatti del 30 settembre 2006, quando i soldati cinesi spararono ad un gruppo di pellegrini tibetani diretti in India per incontrare il Dalai Lama). Il Pasang Lhamu Chuli (menzionato anche come Jasemba, Jasamba, Cho Aui e Nangpai Gosum I, con conseguente confusione), il cui nome ufficiale ricorda la prima donna nepalese giunta in vetta all'Everest (e scomparsa durante la discesa, era il 1993) fa quindi buona compagnia agli alpinisti diretti al Cho Oyu, che non possono non notarlo.
La montagna, con quella degli Anthamatten e Lerjen, conta oggi sei ascensioni certe (più una dubbia che, se confermata, sarebbe la prima assoluta). Ufficialmente, comunque, il Pasang Lhamu Chuli risulta salito per la prima volta nel 1986, per la cresta nord-ovest (dal Tibet, numero 1 nella foto), da una spedizione giapponese al completo: il 12 ottobre a mezzogiorno giunsero in vetta Yukitoshi Endo, Yoshihiro Shikoda, Katsushi Emura e Katso Matsuki mentre due giorni dopo, alle 14, fu la volta del leader Hiroshi Yajima e di Mitsuyoshi Onodera, Osamu Sato, Keiji Ishikawa, Toshio Yamada e Omohaka Okobu. Da notare che l'“American Alpine Journal” (1987, p. 305) menziona la montagna come Cho Aui. Dieci anni più tardi, nell'autunno 1996, ecco la seconda e la terza ascensione (sempre per la cresta nord-ovest ma dal Nepal) da parte di una spedizione francese e dei “soliti” giapponesi e quindi, nell'ottobre 2004, furono gli sloveni Rok Blagus (compagno di Marko Prezelj durante la recente avventura sui Bhagirathi, www.intotherocks.splinder.com/post/21586191), Samo Krmelj e Uros Samec ad aggiudicarsi la quarta salita, tracciando una difficile via (1500 m, M5, ED) sul versante sud-est, prima in parete (a sinistra) e poi in cresta (linea azzurra nella foto sopra). Nel 2007, dopo due tentativi a vuoto nel 2005 (con Karl Unterkircher e Luis Brugger) e nel 2006 (con il solo Brugger, vittima di un incidente mortale), Hans Kammerlander (con Unterkircher) ha infine realizzato la quinta ascensione del colosso (pensando fosse la prima, probabilmente per colpa dei numerosi nomi), violando da ovest il difficile pilastro sud (linea rossa nella foto sopra) per congiungersi a circa 6650 metri (ossia lungo la cresta) con la via slovena. Un'ultima annotazione: quello di Simon Anthamatten, Samuel Anthamatten e Michael Lerjen è il primo successo in perfetto stile alpino sul Pasang Lhamu Chuli, colto senza corde fisse (usate da tutti i predecessori esclusi gli sloveni) e neppure senza puntate di acclimatamento lungo l'itinerario prescelto (come, invece, fecero gli sloveni).

Senza parole: un'immagine che rende perfettamente le condizioni incontrate dagli Anthamatten e Lerjen sulla parete sud-est del Pasang Lhamu Chuli

Michael Lerjen a 6700 metri

Samuel Anthamatten conduce le delicatissime operazioni a quota 6800. Da quest'immagine sembra che il terzetto elvetico (che non ha ancora reso noto il tracciato della via) sia salito nei pressi (a destra) dello sperone centrale della parete, ben visibile nella foto pubblicata in alto

Simon Anthamatten sulle rocce a oltre 7000 metri. A destra in basso fa capolino la parte superiore destra della complessa parete ovest del Cho Oyu

I nostri eroi sulla vetta del Pasang Lhamu Chuli. Anche il Cho Oyu, con la sua piatta sommità, si è messo in posa...

29 ottobre: dopo la vetta ecco una discesa da brivido, con le ombre che si allungano. Simon, Samuel e Michael raggiungeranno il campo base soltanto il giorno successivo, dopo un ulteriore bivacco a 6900 metri
Foto: www.anthamattens.ch tranne la seconda dall'alto, scattata da Karl Unterkircher e tratta dalla rivista Climb (settembre 2008, p. 79)
Marko Prezelj (http://mark.amebis.si, nella foto a lato, di Giulio Malfer) non è soltanto uno dei migliori alpinisti del mondo: è anche un fotografo di talento, che in spedizione non rinuncia mai ai suoi apparecchi e obiettivi. Lo sa bene, ad esempio, Steve House, la cui amicizia con Prezelj si è cementata proprio grazie alla passione di Marko per la fotografia. L'aneddoto merita di essere riportato e, visto che lo abbiamo raccolto in presa diretta da House, glielo lasciamo raccontare in prima persona. «Marko l'ho conosciuto in Alaska – ci spiegava Steve – e ho capito subito che con lui sarebbe potuta nascere una bella intesa. Stavo organizzando una spedizione sulla Sud del Nuptse e gli ho proposto di venire. Proprio sul Nuptse, grazie ad un semplice episodio, la nostra amicizia si è molto consolidata. Stavamo salendo, per acclimatarci, lungo la via aperta di Chris Bonington e compagni nel 1961. Eravamo partiti insieme ma slegati e Marko, che come noto è un ottimo fotografo, si fermava in continuazione a scattare, costringendomi ad aspettarlo. Io mi sentivo un po' frustrato, pensando che eravamo lì per arrampicare e non per fare belle fotografie... Così ad un certo punto, dopo qualche ora, ho perso la pazienza: alla sua ennesima sosta ho fatto finta di nulla e non mi sono fermato. Subito dopo, voltandomi, l'ho visto che ce la stava mettendo tutta per recuperare il terreno perduto: saliva a tutta velocità, ansimante, e quando mi ha raggiunto mi ha chiesto il perché della mia “fuga”. Io gli ho detto la verità: “Io sono qui per scalare, non per scattare fotografie”. In quel momento Marko ha capito che, venendo con me, alle sue foto avrebbe dovuto in parte rinunciare. Comunque è sempre bravo a “rubare”molti scatti...». E Steve, in verità, oggi deve parecchio all'amico, visto che alcune delle più belle immagini che lo riguardano sono proprio opera di Prezelj. Un esempio? Quella che fa bella mostra di sé sulla copertina del recente libro di House (Beyond the mountain, Patagonia Books, 2009) e che, guarda un po', è proprio una di quelle scattate da Marko durante l'acclimatamento sulla parete sud del Nuptse. Anche in occasione della sua ultima avventura – la spedizione ai Bhagirathi con Rok Blagus e Luka Lindic (www.intotherocks.splinder.com/post/21586191) – Prezelj è riuscito a catturare inquadrature da incorniciare. Alcune le abbiamo già pubblicate (link precedente) e le altre, come annunciato, le proporremo da oggi in avanti in semplice ordine cronologico, creando così un vero e proprio “racconto visivo” della spedizione.
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I PRIMI TRE GIORNI

3 settembre 2009: dolcezza e forza della natura sulla soglia del Gangotri Glacier, durante l'avvicinamento al campo base (anche se i due personaggi che animano l'immagine, per evidenti ragioni fotografiche, stanno camminando nella direzione opposta). Sullo sfondo, a sinistra (destra orografica del ghiacciaio), il Bhagirathi II, il Bhagirathi IV (si intravede appena) e il Bhagirathi III con le loro imponenti pareti occidentali. A destra, con la cima tra le nuvole, lo splendido Shivling (6543 m) la cui cresta est, contro il cielo a sinistra della vetta, è stata salita nel giugno 1981, in 13 giorni, dal francese Georges Bettembourg, dagli australiani Greg Child e Rick White e dal britannico Doug Scott.
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4 settembre: verso il campo base, dominato dalle inquietanti moli rocciose del Bhagirathi II (di cui si notano l'innevata parete nord superata nel 1938 in occasione della prima salita della montagna e, a destra della vetta, la cresta sud-ovest salita nel 1984 da Andrea Sarchi, Vincenzo Ravaschietto ed Egidio Bonapace), del Bhagirathi IV e del Bhagirathi III (sulla cui parete ovest, ben visibile nell'immagine, gli sloveni Silvo Karo e Janez Jeglič, dal 2 al 7 settembre 1990, hanno firmato una delle vie su roccia più grandiose del globo: 1300 m, VIII, A4 e 85°).
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5 settembre: ecco la neve, che rende ancora più affascinante il favoloso Shivling. A sinistra della verticale della vetta si intuisce la cresta est (vedi la prima didascalia) oltre la quale, a destra, si apre la parete nord-est: un appicco di 1500 metri scalato in 8 giorni, nel giugno 1986, da Paolo Bernascone, Fabrizio Manoni ed Enrico Rosso che, salendo nel cuore della muraglia, hanno incontrato difficoltà di VI, A1 e 90°. Da ricordare anche, sul filo della cresta nord (contro il cielo a destra della vetta), il notevole tentativo di Hans Kammerlander e Christoph Hainz che il 31 maggio 1993, in sole 12 ore e superando difficoltà fino al VII grado, sono saliti dalla base della montagna a 300 metri dalla vetta. A quel punto, sorpresi dalla tempesta, i due altoatesini hanno dovuto scendere lungo la via appena percorsa, rimettendo piede al campo base alle 4.30 del mattino del giorno successivo (dopo 12 ore e mezza di ritirata).
RICORRE OGGI IL 55° ANNIVERSARIO DELLA PRIMA ASCENSIONE DEL CHOMO LÖNZO (7790 m), RIUSCITA IL 30 OTTOBRE 1954 AI FRANCESI LIONEL TERRAY E JEAN COUZY DURANTE LA SPEDIZIONE PREPARATORIA AL SUCCESSO DEL 1955 SUL MAKALU (8463 m)
Da un Settemila all'altro: rimandando alla prossima settimana la seconda puntata della storia alpinistica del Disteghil Sar (la prima la trovate qui: www.intotherocks.splinder.com/post/21553920), oggi ricordiamo la prima ascensione del Chomo Lönzo, cima himalayana di 7790 metri scalata esattamente 55 anni fa, il 30 ottobre 1954, dai francesi Lionel Terray (di cui abbiamo parlato anche ieri) e Jean Couzy.
LA MONTAGNA. Il Chomo Lönzo si innalza in territorio tibetano a soli cinque chilometri, procedendo verso nord-nord-est, dal Makalu (8463 m). Tra le due vette, di fatto appartenenti allo stesso gruppo montuoso si stende una tranquilla conca glaciale e da questa parte (ossia da sud) il Chomo Lönzo appare privo di personalità. Ma è tutto un inganno. Perché a ovest (foto sopra, scattata dall'Everest, con la larga mole del Chomo Lönzo a sinistra, la piramide del Kangchungtse al centro e il Makalu a destra, www.sightoneverest.com) e a est (foto sotto, www.euronet.nl/users/e_wesker, e schizzo in basso) la nostra montagna precipita sul Kangshung e sul Kazhen Glacier con pareti altissime e complesse, chiuse e unite in alto da una lunga ed elegante cresta lungo cui spiccano la cima centrale (7540 m, salita per la prima volta soltanto nel 2005 dai francesi Yannick Graziani, Christian Trommsdorff e Patrick Wagnon) e la cima settentrionale (7199 m, idem).

Qui sopra, il poderoso (e inviolato) versante orientale del Chomo Lönzo. Si vedono: il Makalu (1) con la sua cresta est e le tre cime (principale, 2; centrale, 3; settentrionale, 4) del Chomo Lönzo
LA PRIMA SALITA. La vetta del Chomo Lönzo fu violata nell'ambito della spedizione preparatoria al tentativo (poi coronato da totale successo) del 1955 al Makalu. Ideata ed organizzata da Lucien Devies e diretta da Jean Franco, la spedizione disponeva dei sei tonnellate di materiale (affidate a 180 portatori e a 11 portatori d'alta quota) e comprendeva gli alpinisti Jean Bouvier, Pierre Leroux, Guido Magnone e, reduci dall'esperienza del 1950 sull'Annapurna, Jean Couzy (foto a lato) e Lionel Terray (foto sotto, sulla vetta del Makalu). Non mancava il medico, Jean Rivolier, che doveva curare la messa a punto di un nuovo tipo di respiratore ad ossigeno a circuito aperto, e c'era pure un geografo: l'abate Pierre Bordet. La squadra verificò che la via di salita al Makalu già individuata dagli americani e dai neozelandesi era effettivamente quella ideale e, raggiunto da ovest il Makalu La (7400 m, è il colle tra il Makalu e il Kangchungtse o Makalu II, 7640 m), si spinse fino a quota 7800 sul fianco settentrionale dell'Ottomila. Ma la missione non si esaurì qui. Franco e suoi riuscirono a salire diversi Seimila e il 22 ottobre, per la cresta sud, ad aggiudicarsi la prima ascensione assoluta del Kangchungtse (in vetta giunsero lo stesso Franco, Terray, Gyaltsen Norbu e Pa Norbu). Otto giorni dopo, ovviamente da sud, fu la volta del Chomo Lönzo, scalato da Terray e Couzy nonostante la tempesta e il grande freddo. Durante la primavera successiva, alle 11 del 15 maggio 1955, gli stessi Lionel e Jean, senza vento e con temperatura mite, violarono insieme anche la vetta del gigante di fronte: il Makalu.

LE ALTRE ASCENSIONI. È cosa nota (più o meno...): i Settemila, salvo rare eccezioni (come il Kangchungtse), contano pochissime salite e il Chomo Lönzo, scalato soltanto tre volte, non contraddice la regola. Potremmo anzi dire che la amplifica, visto che la sua sommità, dopo il successo di Terray e Couzy, fu toccata di nuovo soltanto nel 1993 dai giapponesi Hiroaki Takeishi e Katsumasa Takahashi (Shuma Jimbo e Hideaki Watanabe si fermarono a 7500 metri). I quattro alpinisti facevano parte della spedizione che, sotto la guida Mitsumasa Ushikubo, ebbe la meglio sulla difficile parete ovest. Il campo base fu piazzato a quota 4750 sul Kangshung Glacier (il 20 settembre) e i campi successivi furono attrezzati a 5300, 5800, 6300 e 6950 metri (l'ultimo il 12 ottobre). Il 19 ottobre su sferrato un primo attacco alla cima (fermato a quota 7250), il giorno successivo il vento distrusse il campo III (prontamente ripristinato) e il 24 ottobre fu il giorno del successo.
Rimasta per quasi 40 anni in attesa dei secondi salitori, la cima del Chomo Lönzo fu raggiunta per la terza (e per ora ultima) volta pochi mesi più tardi, il 10 maggio 1994 (per la via di Terray e Couzy), dal “simpatico Steve Bain” (così lo definì Anatolij Bukreev): l'americano che, nell'ambito di una spedizione commerciale della “Condor Adventures” diretta dallo stesso Bukreev, otto giorni prima, il 2 maggio, aveva già firmato senza compagni la diciannovesima ascensione del Kangchungtse e soltanto una manciata di ore prima, il 9 maggio, era arrivato ad una trentina di metri dalla cima del Makalu (con l'aiuto dell'ossigeno supplementare ma sempre in solitudine).

Chomo Lönzo: sogni sulla parete nord-est...
È IL COULOIR DEI GIAPPONESI DELLA PARETE NORD DELLE GRANDES JORASSES, APERTO IN STILE ASSEDIO NEL 1972 E RIPETUTO INTEGRALMENTE PER LA PRIMA VOLTA SOLTANTO NELL'AUTUNNO 2008 DAI FRANCESI JULIEN DESECURES E ARNAUD GUILLAUME
Ci sono voluti 36 anni ma alla fine la seconda salita è arrivata. Peccato che, diversamente da come capita per certe vie dimenticate che una volta riscoperte vengono segnalate come meritevoli di attenzione e vivamente consigliate, i primi ripetitori del Couloir dei giapponesi sulla parete nord delle Grandes Jorasses abbiano dichiarato, senza mezzi termini, che da quel posto è meglio stare lontani: via di lì, colleghi alpinisti, se tenete alla salute. Ma chi, ignorando un altro appello di cui diremo, ha osato cacciarsi da quelle parti? I francesi Julien Désécures e Arnaud Guillaume che, dopo un primo tentativo nel 2005 e un secondo nel 2006 (del solo Désécures con il britannico Neil Brodie), durante l'autunno 2008 hanno trovato ghiaccio a sufficienza e, in due giorni e con qualche spavento, sono riusciti a passare.
La parete nord delle Grandes Jorasses (foto a lato, www.summitpost.org), come noto, è caratterizzata dai celebri Speroni Walker e Croz tra i quali, in posizione arretrata, sta la nervatura della Punta Whymper. Quest'ultima struttura, assieme al fianco destro (occidentale) dello Sperone Walker, forma una gola colossale che, se in basso non è più di un largo pendio nevoso, ad un certo punto si impenna a suon di rocce (soprattutto a destra) e di ripide goulottes interrotte da piccoli nevai (a sinistra) e si trasforma così in una sorta di diedro hors catégorie, sul cui fondo non sta la solita benedetta fessura ma una striscia di ghiaccio che fa gelare il sangue: è il perniciosissimo Couloir dei giapponesi. La storia di questa via, in verità, è lunga e un po' complicata, visto che la prima parte (il largo pendio nevoso) fu guardata e tentata già nel 1931 da Anderl Heckmair e Gustl Kröner (che scamparono per miracolo) e subito dopo da Hans Brehm e Leo Rittler (che ci lasciarono la pelle). I famigerati 200 metri finali, invece, furono violati
per errore (la storia è abbastanza famosa) dalle “locomotive” Lionel Terray e Louis Lachenal (nella foto, dopo la spedizione del 1950 all'Annapurna: Terray porta in braccio l'amico con i piedi congelati) che nel 1946, ingannati dalla nebbia all'altezza del secondo bivacco Cassin lungo lo Sperone Walker (che fino a quel momento contava tre salite), presero una rampa ascendente a destra e finirono drammaticamente fuori via. I due formidabili francesi si inoltrarono lungo il fianco occidentale dello sperone, raggiunsero con un pendolo una ripidissima goulotte (che nel 1976 sarebbe diventata la Colton-McIntyre...), balzarono dall'altra parte e proseguirono su rocce difficili. Bivacco, tempesta e avanti: nevaio superiore, camini difficili e pericolosi (quelli dei giapponesi...), blocchi instabili, una pietra in testa a Lachenal, una piccozza rotta di schianto, il limite dalla sopportazione e finalmente la salvezza, la forcella tra le Punte Walker e Whymper. Lionel e Louis lanciarono quindi il loro appello: non salite da quelle parti.
«Ma l'uomo – scriveva 40 anni fa Alessandro Gogna (Grandes Jorasses. Sperone Walker, Tamari, Bologna 1969) – è alla costante ricerca del sempre più difficile. C'è chi pensa di percorrere il canalone tra la Punta Walker e la Punta Whymper interamente dal basso, partire cioè dal primo tentativo di Brehm e Rittler (in realtà di Heckmair e Kröner, ndr) e, dopo orribili budelli ghiacciati, condotte forzate di pietre e bolidi vari, agganciare l'inizio della variante dei due francesi (in fucsia nello schizzo, tratto dalla Guide Vallot, dove abbiamo evidenziato anche la Cassin e il Couloir dei giapponesi), e uscire in cresta per essa. Il progetto è del tutto insano in quanto la salita sarà fatta d'estate, neppure d'inverno, quando almeno non ci sarebbero scariche. Ma l'alpinismo senza insania non è mai andato avanti, e dopo tutto, scegliendo bene la giornata, molto fredda e dopo un lungo periodo di bel tempo, con l'idea di uscire fuori in una sola giornata, chissà che davvero non riesca la più rischiosa impresa di tutti i tempi!!!». Avete qualche domanda, amici lettori? Crediamo di sì. Ecco allora la risposta: Gogna, in una lettera del 21 novembre 1968 (pubblicata con altre nell'ormai classico Un alpinistmo di ricerca, Dall'Oglio, Milano 1975), scrisse a Reinhold Messner di aver appreso della sua intenzione di tentare, in inverno, «il canale tra Whymper e Walker». Reinhold, una settimana dopo, rispose così: «Per primo vorrei sapere come mai vieni a sapere della mia idea del canale tra Whymper e Walker. Forse ho detto da qualche parte che sarebbe meno pericoloso d'inverno che d'estate, ma secondo me è sbagliato fare la prima ascensione d'inverno».
Il plotone del Sol Levante che nel 1972 realizzò l'“insano progetto” (foto a lato), tuttavia, non diede retta al grande Messner: i samurai - che si chiamavano Yashuo Kanda, Yashuo Kato, Hideo Miyazaki, Toru Nakano, Kazuhide Saito, Hisashi Sekino, Masaru Suzuki e Naoyoshi Togashi – sferrarono un primo attacco tra il 17 e il 23 febbraio, un secondo tra il 26 febbraio e il 10 marzo e quindi, risalendo sulle corde fisse fino a 400 metri dall'uscita, il terzo e decisivo (senza Sekino, Suzuki e Togashi) tra il 19 e il 29 marzo. Il giorno dopo non mancò la ciliegina sulla torta, con la salita dai 4143 metri della forcella ai 4206 della Punta Walker. La discesa si svolse lungo la via appena aperta (1100 m, VI, A2 e 70°, “ED, très exposée” secondo la Guide Vallot) che, fatte due somme, era stata assediata per la bellezza di 32 giorni (il 1972 era bisestile).
Chi avrebbe avuto il coraggio di ripercorrere, uno dopo l'altro, tutti i passi dei giapponesi? E quando? Le risposte le conoscete. Dobbiamo però aggiungere, per la cronaca, qualche dettaglio del cimento di Désécures e Guillaume i quali, polverizzando il tempo dei primi salitori, hanno raggiunto il nevaio superiore (a circa 300 metri dall'uscita, fin lì M5 e 90°) in 8 ore (alle tre del pomeriggio) ma appena sopra, lungo i terribili camini finali, sono stati costretti ad una brusca frenata, finendo sorpresi dal buio ad un centinaio di metri dalla forcella. Quelle otto lunghezze, quei 200 metri oltre il nevaio superati sessanta e passa anni fa da Terray e Lachenal, hanno opposto a Désécures e Guillaume difficoltà di M6, ghiaccio verticale e una sezione di A1, richiedendo in tutto ben 10 ore di fatica (fisica e nervosa). Il commento finale di Julien e Arnaud lo abbiamo già riferito. Ciò che non abbiamo ancora detto è che una seconda temeraria cordata, la cui composizione ci è per ora ignota (il nostro informatore dovrebbe farsi vivo nelle prossime ore), non ha voluto sentire raccomandazioni e qualche giorno dopo la prima - attesa, ricordiamo, per 36 anni -, ha messo a segno la seconda ripetizione dell'insano Couloir dei giapponesi. C'è da stupirsi? Forse no, visto che, come diceva Gogna, «l'alpinismo senza insania non è mai andato avanti».