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martedì, 13 maggio 2008

BRUNO DETASSIS – OPERA OMNIA (2)

postato da carlocaccia alle 12:26 in frammenti di storia

Dopo le 32 vie aperte dal 1932 al 1942 (si veda il post precedente), ecco le altre creazioni di Bruno Detassis nelle Dolomiti di Brenta: 23 itinerari risolti dal 1945 al 1976.

1945: MONOTIRO SUL SASSO DELL'AQUILA

33. Torre Lancieri (2350 m, Corna Rossa, massiccio del Grostè), camino di sinistra, con Natale Vidi e due militari Lancieri, settembre 1945 – 200 m, III e un passaggio di IV+

34. Sasso dell'Aquila (massiccio del Grostè), paretina ovest, con Natale Vidi, settembre 1945 – 25 m, VI-

1947: BEL COLPO, CON MARINO STENICO, SULLA EST DELLA CIMA BRENTA

35. Corna Rossa (2350 m, massiccio del Grostè), spigolo sud-est, con Natale Vidi, agosto 1946 – 200 m, IV+

36. Cima Falkner (2999 m, massiccio del Grostè), parete ovest-sud-ovest, con Ferruccio Ferretti e Sandro Serafini, 21 giugno 1947 – 350 m, V- con passaggi di V+

37. Cima Brenta (3150 m, massiccio di Cima Brenta), parete est, Via Detassis-Stenico, con Marino Stenico, Carlo Sebastiani e Marco Franceschini, 27 luglio 1947. La via sale a sinistra del poderoso e strapiombante Pilastro rosso, lungo uno spigolo poco accennato interrotto da numerosi strapiombi – 450 m (600 m fino in vetta), V e VI, usati 8 chiodi

38. Torre Città di Monza (massiccio del Grostè), prima ascensione assoluta, con Gianvittorio Fossati Bellani, Silvio Colombo, Luigi Galbiati e Natale Vidi, 14 settembre 1947 – 260 m, IV e passaggi di V

1948: UNA PRIMA ASSOLUTA CON DEDICA

39. Rocca delle Val Perse (2907 m, massiccio del Grostè), cresta sud-est, con Enrico Bozzi e Gianvittorio Fossati Bellani, 18 agosto 1948. Bella arrampicata su roccia in genere solida (friabile nei primi 60 metri) – 400 m, III e passaggi di IV

40. Torre Lidia (massiccio del Grostè), prima ascensione assoluta, con Serafino Serafini, 29 settembre 1948. Il nome della torre ricorda la sorella di Serafini – 160 m, IV con 10 metri di VI

1951: UNA VIA COL FRATELLO

41. XII Torre di Cima Brenta (2990 m circa, massiccio di Cima Brenta), spigolo nord-est, con Catullo Detassis, 1° agosto 1951. Arrampicata di eccezionale eleganza ed esposizione lungo uno spigolo affilatissimo, su roccia ottima – 280 m, V e un passaggio di V+, usati 18 chiodi e un cuneo

1952: RITORNO ALLA CIMA TOSA

42. Cima Tosa (3173 m, massiccio della Tosa), parete ovest, con Catullo Detassis e Marino Stenico, 3 luglio 1952. La via si svolge fra i due torrioni che caratterizzano la parete nella sua parte più settentrionale – 450 m, IV

1953: ANCORA COL FRATELLO CATULLO

43. Torre Nardelli (2680 m circa, catena degli Sfùlmini), parete nord, con Catullo Detassis e Ada Gizzi, 8 agosto 1953. La via, su roccia ottima, supera il profondo camino nero che caratterizza la parete - 170 m, IV e V, usati 4 chiodi

44. Cima Brenta (3150 m, massiccio di Cima Brenta), parete sud-sud-ovest, con Catullo Detassis, Gianvittorio Fossati Bellani ed Enrico Bozzi, 30 agosto 1953. Arrampicata interessante, anche per l'ambiente, su roccia ottima – 450 m, III e IV con un passo di V-

1954: LA RICERCA NON SI FERMA

45. Cima Mandron (3040 m, massiccio di Cima Brenta), Spigolo del Barbacan, con Catullo Detassis, 4 luglio 1954. La via supera lo spigolo arrotondato che sporge a sinistra del Campanile Caigo, già visibile dal rifugio Brentei. Bella ed esposta arrampicata su roccia solida – 250 m, IV e V

46. Spallone Irene (2372 m, massiccio di Cima Brenta), parete nord, con Irene Bozzi, Catullo Detassis, Gino Tonelli e Luigi Zubani, 31 agosto 1954 – III e IV

1955: UNA PICCOLA CREAZIONE DALL'INCIPIT CATTIVISSIMO

47. I Gemelli (2691 m, catena degli Sfùlmini), al Figlio del Gemello Inferiore per il camino sud-ovest, con Filippo Bozzi e Giovanni Ventura, 2 agosto 1955 - 130 m, VI e poi IV, usati 10 chiodi

1962: LA VIA DEI FRATELLI

48. Cima Molveno (2917 m, catena degli Sfùlmini), cresta sud dell'anticima sud, con Sergio Petrolati, Raffaele Cozzi, Catullo Detassis e C. Zanini, 8 luglio 1962 – 200 m, III e IV

49. Cima Tosa (3173 m, massiccio della Tosa), parete nord-est, Via fratelli Detassis, con Catullo e Giordano Detassis, 12 settembre 1962. Bella arrampicata, di soddisfazione e di notevole interesse alpinistico. In qualche tratto (traversate), l'itinerario non è semplice da trovare. Roccia ottima, salvo nella parte inferiore. Salita da effettuarsi a fine stagione, quando le fessure e i camini sono più asciutti – 700 m, V continuo, usati 27 chiodi

1964: L'ALPINISMO, UN AFFARE DI FAMIGLIA

50. Cima degli Armi (2951 m, catena degli Sfùlmini), versante sud-sud-ovest, Via diretta, con Catullo e Claudio Detassis, 9 settembre 1964. Arrampicata libera sostenuta, su roccia ottima – 220 m, dal IV al V+, usati 22 chiodi

51. Cima Molveno (2917 m, catena degli Sfùlmini), parete sud-ovest, con Raffaele Cozzi, Catullo e Claudio Detassis, 13 settembre 1964. Via dedicata all'alpinista milanese Umberto Quintavalle. Salita molto divertente su roccia sicura – 250 m, IV

1966: UN OMAGGIO ALLA NIPOTE STELLA

52. Torre Mandron (massiccio di Cima Brenta), prima assoluta (per la cresta sud-est), con Catullo Detassis e Melchiorre Foresti, 8 settembre 1966. I primi salitori proposero di chiamare la cima Torre Stella, in omaggio a una figlia di Catullo Detassis – 400 m, III e IV

1970: RICORDANDO ETTORE CASTIGLIONI E VITALE BRAMANI

53. Torre Nardelli (2680 m circa, catena degli Sfùlmini), parete sud, con Catullo Detassis, Melchiorre Foresti e Riccardo Tabarelli de Fatis, 25 agosto 1970. Via dedicata alla memoria di Ettore Castiglioni e Vitale Bramani – V, usati 10 chiodi

1975: UN'ALTRA DEDICA...

54. Campanile dei Brentei (massiccio di Cima Brenta), parete sud-ovest, con Ugo Lorenzi, Catullo e Claudio Detassis, 10 settembre 1975. Via dedicata all'alpinista accademico Mario Bisaccia. Bella arrampicata esposta, su roccia solida, specialmente nella parte superiore – 300 m, IV e V

1976: CORO FINALE PER TRE GENERAZIONI

55. Punta di Campiglio Occidentale (2876 m, massiccio di Cima Brenta), parete sud, Via delle tre generazioni, con Catullo e Claudio Detassis, Cesare Maestri ed Ezio Alimonta, 26 agosto 1976. Arrampicata esposta ed elegante, su roccia ottima – 350 m, IV e V

Guardare, scoprire, creare: l'alpinismo di Bruno Detassis non ha mai abbandonato questo motto. Oltre 50 prime ascensioni sulle sue montagne, dal 1932 al 1976, con almeno una via nuova all'anno dal 1932 al 1942, non lasciano dubbi sulla capacità del Re del Brenta di sentire i richiami della montagna. Le pareti sapevano che lui, arrampicatore sopraffino, non le avrebbe martoriate a suon di chiodi, sapevano che il grande Bruno avrebbe afferrato il martello soltanto per la propria (e dei compagni) sicurezza e che, a parte quella volta sulla Brenta Alta, di notte le avrebbe lasciate in pace, preferendo dormire nel proprio letto. Cosa dire ancora? Potremmo aggiungere che Bruno Detassis si è divertito tanto sulle pareti più imponenti, come la nord-est del Crozzon, quanto su strutture decisamente più piccole, come quel Sasso dell'Aquila che non è una cima ma soltanto un gran pietrone cubico, altro circa 25 metri, che si trova sui ghiaioni ai piedi del Quinto Torrione della Corna Rossa, nel massiccio del Grostè. Ma andiamo con ordine: se sulla Cima Tosa, punto culminante delle Dolomiti di Brenta, Detassis ha lasciato ben cinque volte la sua firma, due sono le creazioni che portano il suo nome sul vicino Crozzon. Il Re del Brenta ha poi fatto altri bis importanti: sulla Cima Brenta, sulla Brenta Alta e sul Croz dell'Altissimo. Tra i compagni se ne incontrano di ogni tipo e capacità. Ricordiamo Gino Corrà (4 salite insieme, tutte nel 1932), Ettore Castiglioni (4 salite, in pochi giorni nel 1933), Ulisse Battistata (3 salite, tra cui il capolavoro sulla Brenta Alta), Enrico Giordani (5 salite, tra cui quella appena citata sulla Brenta Alta e la Via delle guide sul Crozzon), Giorgio Graffer (una salita: il difficile pilastro di destra della parete est della Cima Tosa), Pino Fox (2 salite), Marino Stenico (2 salite) e Cesare Maestri (una salita: la Via delle tre generazioni del 1976). Da sottolineare, infine, che in ben 4 occasioni il Re del Brenta si è legato in cordata con il figlio Claudio e che il compagno con cui ha tracciato il maggior numero di vie (addirittura 16!) è stato il fratello Catullo. Tra gli itinerari, oltre a quello sulla parete nord-est della Brenta Alta e alla Via delle guide sul Crozzon, volendo fare una selezione dobbiamo evidenziare i due sul Croz dell'Altissimo (1932 e 1936, rispettivamente con Corrà e Giordani), quello sulla parete nord del Dos di Dalun (1933, con Castiglioni), quelli sulla ovest del Crozzon e sulla nord-est della Cima Tosa (1933, sempre con Castiglioni), quello sulla est della Cima Tosa (1937, con Giorgio Graffer), quello sulla sud-ovest della Torre di Brenta (1938, con Costazza), quello sulla est-nord-est del Castello di Vallesinella (1940, con Paolo Graffer e Sigerio Ruffo), quello sulla sud-sud-ovest della Punta di Campiglio Orientale (1941, con Scotoni), quello sulla est della Cima Brenta (1947, con Stenico, Sebastiani e Franceschini), quello sulla XII Torre di Cima Brenta (1951, con il fratello Catullo), la Via dei fratelli Detassis sulla nord-est della Cima Tosa (1962, con i fratelli Catullo e Giordano), la Via diretta sulla sud-sud-ovest della Cima degli Armi (1964, con il figlio Claudio) e la Via delle tre generazioni sulla sud della Punta di Campiglio Occidentale (1976, con il figlio Claudio, il fratello Catullo, Maestri e Alimonta).

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lunedì, 12 maggio 2008

BRUNO DETASSIS – OPERA OMNIA (1)

postato da carlocaccia alle 14:23 in frammenti di storia

Era il Re del Brenta, Bruno Detassis: sia per l'aspetto sia, soprattutto, per le sue creazioni in quel fantastico gruppo montuoso. Scorrendo con attenzione la guida Dolomiti di Brenta di Gino Buscaini ed Ettore Castiglioni, pubblicata nel 1977 nella collana “Guida dei monti d'Italia” del Cai-Tci, ne abbiamo contate in tutto 55 (!), dai capolavori sulla Brenta Alta e sul Crozzon ad altre meno rilevanti. Così, per celebrare attraverso le opere il grande maestro che ci ha lasciato pochi giorni fa (post del 9 maggio 2008), abbiamo pensato di ricordare in ordine cronologico i suoi itinerari sulle sue montagne, con le note (in qualche caso leggermente modificate) che le accompagnano nella guida citata. L'elenco – del quale domani pubblicheremo la seconda parte con alcune osservazioni – è fonte di non poche sorprese e non vuole essere soltanto un insieme di informazioni ma anche uno stimolo, la molla per una riscoperta di uno dei personaggi più luminosi della storia dell'alpinismo.


1932: UN ESORDIO IN GRANDE STILE E ALTRE TRE VIE CON GINO CORRÀ

1. Croz dell'Altissimo (2339 m, sottogruppo della Gaiarda e dell'Altissimo), parete ovest, variante nella gola alla Dibona (Angelo Dibona, Luigi Rizzi, Guido e Max Mayer, 16 agosto 1910), con Gino Corrà, luglio 1932. L'itinerario si svolge interamente per la grande gola centrale della parete, seguendo cioè nel primo tratto la via Dibona e continuando poi per la gola fino in vetta. Si tratta dunque di una variante di notevole importanza e ben più diretta della via originale. Le difficoltà non sono superiori a quelle della via Dibona tuttavia sono più continue - 450 m (1000 m con la Dibona), IV e V+

2. Brenta Alta (2960 , catena degli Sfùlmini), diedro della parete sud, con Gino Corrà, 14 agosto 1932. Sale il grande diedro obliquo da sinistra a destra, sormontato da alti strapiombi gialli, un poco a destra del centro della parete – V-

3. Monte Daino (2695 m, sottogruppo del Monte Daino), parete nord-est, con Gino Corrà, 16 agosto 1932. La via si svolge in quel grande canale che solca nel mezzo tutta la larga parete rivolta al Croz dell'Altissimo. L'arrampicata è poco attraente per la cattiva qualità della roccia - 400 m, V

4. Cima Margherita (2845 m, massiccio della Tosa), parete sud-sud-ovest, Fessura Detassis, con Nello Bianchini, Maria Casè e Gino Corrà, 28 agosto 1932. Arrampicata molto esposta ed elegante, che si svolge lungo quella sottile fessura verticale che incide la parete poco a sinistra della vetta - 280 m, V- e un tratto di V


1933: SPLENDIDO POKER CON ETTORE CASTIGLIONI

5. Dos di Dalun (2680 m, sottogruppo del Ghez), parete nord, con Ettore Castiglioni, 24 luglio 1933. La via si svolge per la fessura-diedro verticale che delimita a destra il grosso pilastro arrotondato della parete nord. Arrampicata libera bellissima ed elegante, su roccia solida con appigli minimi e pungenti. Data la compattezza della roccia è quasi impossibile piantare chiodi, anche ai punti di sosta – 450 m, V molto sostenuto

6. Cima Tosa (3173 m, massiccio della Tosa), parete sud-sud-ovest, con Ettore Castiglioni, 1° agosto 1933. Arrampicata molto divertente che supera quell'elegante parete verticale che si eleva sopra la testata della Vedretta dei Camosci, proprio di fronte alla Bocchetta dei Camosci, lungo una marcata riga nera – 300 m, IV

7. Crozzon di Brenta (3135 m, massiccio della Tosa), parete ovest, con Ettore Castiglioni, 2 agosto 1933. L’itinerario si svolge in corrispondenza della Cima di mezzo del Crozzon e offre un'arrampicata libera di grande interesse, molto esposta ed elegante – 800 m, IV con un passaggio di V

8. Cima Tosa (3173 m, massiccio della Tosa), parete nord-est, Via diretta, con Ettore Castiglioni, 4 agosto 1933. L'itinerario si svolge per quella lunga serie di camini che, scendendo dall'intaglio della Torre Gilberti, solcano tutta la parete incrociando a circa metà altezza la via Piaz (G.B. Piaz e M. Michelson, 28 luglio 1911) ed evitandone i tratti ghiacciati e più pericolosi. La roccia friabile e il pericolo di sassi sono limitati ai primi 100 metri dell'arrampicata. La lunghezza, la varietà e l'impegno quasi continuo fanno di questa scalata una delle più interessanti che si possano effettuare sulla nord-est della Cima Tosa – 750 m, IV e V


1934: IL CAPOLAVORO, CON BIVACCO, SULLA BRENTA ALTA

9. Brenta Alta (2960 , catena degli Sfùlmini), parete nord-est, con Ulisse Battistata ed Enrico Giordani, 14-15 agosto 1934. L'itinerario si svolge lungo quella stupenda muraglia verticale, di eccezionale uniformità e compattezza, che domina la parte più alta della Busa degli Sfùlmini. Arrampicata libera arditissima, molto esposta ed elegante, forse la più ardua (1977) del Gruppo di Brenta, su roccia molto compatta che rende talvolta assai precario l'uso dei chiodi. È più sostenuta del Pilastro dei Francesi sul Crozzon – 500 m, VI-, usati 17 chiodi escluse le soste

10. Torre di Brenta (3014 m, catena degli Sfùlmini), parete sud-ovest, con Ulisse Battistata, Enrico Giordani e Pompeo Marimonti, 23 agosto 1934. Arrampicata esposta, molto elegante e di soddisfazione, su roccia ottima, che si svolge per quella bella parete verticale a destra della cresta ovest-nord-ovest – IV+ e V


1935: LA VIA DELLE GUIDE SUL CROZZON

11. Piccolo Dos di Dalun (2583 m, sottogruppo del Ghez), parete nord, con Enrico Giordani, 29 luglio 1935. La via, piuttosto complicata, entra da destra in parete sopra gli enormi strapiombi inferiori e percorre una lunga fessura leggermente curva che porta in vetta – 400 m, V

12. Piccolo Dos di Dalun (2583 m, sottogruppo del Ghez), parete nord, con Catullo Detassis e Pino Fox. Si ha solo notizia di questo tentativo di via diretta alla parete, risolto poi con una breve via al limite sinistro (est) della stessa. Mancano particolari.

13. Crozzon di Brenta (3135 m, massiccio della Tosa), parete est-nord-est, Via delle guide, con Enrico Giordani, 2 agosto 1935. La via supera con mirabile dirittura la compatta muraglia del Crozzon, seguendo nel tratto mediano quella di destra delle due evidenti strisce nere che caratterizzano la parete est-nord-est. Itinerario arditissimo in arrampicata libera, uno dei più interessanti e noti non solo nel gruppo di Brenta. L'arrampicata è molto bella e sostenuta nel tratto mediano, su roccia ottima e compatta – 800 m, V+

14. Croz del Rifugio (2615 m, sottogruppo del Monte Daino), spigolo sud-ovest del Campanile Teresa, con Pino Fox, 13 settembre 1935. Arrampicata assai esposta ed elegante, che supera il marcato e ripido spigolo che si profila guardando dal rifugio Pedrotti – IV


1936: IMPRESA SUL CROZ DELL’ALTISSIMO

15. Croz dell'Altissimo (2339 m, sottogruppo della Gaiarda e dell'Altissimo), parete sud-sud-ovest della cima nord-ovest, con Enrico Giordani, 30 luglio 1936. L'ardito itinerario si svolge lungo una serie di diedri e fessure che solcano obliquamente tutta la grandiosa parete. Arrampicata libera a tratti sostenuta, su roccia in parte levigata; come tipo di salita e difficoltà è simile alla Solleder-Lettenbauer (Emil Solleder e Gustav Lettenbauer, 7 agosto 1925) sulla nord-ovest della Civetta – 820 m (sviluppo 950 m), V+ con passaggi di VI-, usati 14 chiodi

16. Bimbo di Monaco (2530 m, catena degli Sfùlmini), parete nord-est, con Paolo Graffer e V. Larcher, 29 agosto 1936 - 30 m, VI, usati 3 chiodi


1937: ALTA DIFFICOLTÀ SULLA CIMA TOSA

17. Cima Tosa (3173 m, massiccio della Tosa), parete est, pilastro di destra, con Giorgio Graffer, 13 agosto 1937. L'ardito itinerario si svolge per quello di destra dei due grossi pilastri giallastri che sporgono dal versante est, separati da uno stretto canale. Bella arrampicata libera di notevole interesse, con tratti di estrema difficoltà – 300 m, VI-, usati 20 chiodi

18. Castelletto Basso di Mezzo (massiccio del Grostè), prima ascensione assoluta, con Rizieri Costazza, agosto 1937. Bella e divertente arrampicata, adatta per allenamento – 180 m, III con passaggi di IV


1938: ALTRE VIE CON RIZIERI COSTAZZA

19. Torre di Brenta (3014 m, catena degli Sfùlmini), parete sud-ovest, con Rizieri Costazza, 20 luglio 1938. Breve e interessante arrampicata libera che si svolge su quella stretta parete rossastra che si innalza verticale sopra al canalone che scende verso ovest dalla Bocchetta Alta degli Sfùlmini – 180 m, V e un tratto di VI-

20. Cima Brenta Bassa (2809 m, massiccio della Tosa), parete sud, Via dei camini, con Ulisse Battistata e Rizieri Costazza, 25 luglio 1938. Arrampicata abbastanza interessante, specialmente nel tratto superiore, che si svolge per quello stretto camino verticale al margine destro (est) della grande fascia gialla strapiombante, sul lato rivolto alla Pozza Tramontana – III con passaggi di IV

21. Torre Prati (2680 m circa, catena degli Sfùlmini), camino nord, con Natale Vidi, estate 1938 (?). La via supera il gran caminone nero che sale diritto fino alla forcella tra la Torre Bianchi e la Torre Prati – 170 m, III


1939: DUE PRIME CON ZISA DE GRANDI E I 18 CHIODI DEL CAMINO DELLA PUNTA DI CAMPIGLIO OCCIDENTALE

22. Quarto Campanile degli Armi (2660 m, catena degli Sfùlmini), spigolo nord-est, con Zisa De Grandi, Paolo Graffer e Vittorio Tranquillini, 1° agosto 1939. Elegante arrampicata, molto esposta, su roccia ottima – 200 m, IV

23. Castelletto di Mezzo (2571 m, massiccio del Grostè), parete sud, con Rizieri Costazza, Zisa De Grandi e E. Lomazzo, 9 agosto 1939. La via si svolge per il marcato camino che delimita a destra la gialla parete. Arrampicata molto interessante – 200 m, IV

24. Punta di Campiglio Occidentale (2876 m, massiccio di Cima Brenta), Camino Detassis, con Sigerio Ruffo, agosto 1939. Arrampicata di interesse accademico che si svolge nel camino nero a sinistra del camino della via Agostini (Silvio Agostini e Virgilio Neri, estate 1931) e che si interrompe circa 80 metri sopra la base della parete – VI, usati 18 chiodi


1940: UNA VIA DI “GRANDE INTERESSE SPORTIVO”

25. Castello di Vallesinella (2782 m, massiccio del Grostè), parete est-nord-est, con Paolo Graffer e Sigerio Ruffo, 2 settembre 1940. La via, dedicata a Gabriella Ruffo, è di grande difficoltà e di notevole interesse sportivo. Si svolge per un sottile diedro e un camino bagnato che incidono la parete gialla, strapiombante sopra la Vedretta di Vallesinella Inferiore – 230 m, V+ e passaggi di VI, usati 30 chiodi


1941: LA GUERRA NON FERMA IL GRANDE BRUNO

26. Torrione Est (massiccio del Grostè), prima ascensione assoluta (per lo spigolo sud), con B. Dallagiacoma e Zisa De Grandi, 14 luglio 1941 IV

27. Torre Zisa (massiccio del Grostè), prima ascensione assoluta, con B. Dallagiacoma e Zisa De Grandi, 13 luglio 1941 V-

28. Torrione di Vallesinella (2462 m, massiccio del Grostè), parete ovest, con B. Dallagiacoma e Zisa De Grandi, 17 luglio 1941. La via si svolge lungo un'evidente fessura nella metà sinistra della parete e offre un'arrampicata divertente, su roccia ottima – IV

29. Punta di Campiglio Orientale (2969 m, massiccio di Cima Brenta), parete sud-sud-ovest, con Cesare Scotoni, 8 agosto 1941. Via dedicata alla memoria di Giorgio Graffer. Arrampicata varia ed interessante, che si svolge in parete fino al cengione a metà altezza, poi passa per un breve tratto nel canale che separa le due Punte di Campiglio e ritorna quindi a destra nel centro della parete, che viene superata lungo un profondo caminone, dove si incontrano difficoltà estreme – 550 m, VI

30. Torrione Comici (catena degli Sfùlmini), parete ovest, con Sandro Disertori, Renzo Graffer, Cesare Scotoni e W. Sgorbati, 24 agosto 1941. La via si svolge per quel sottile ed elegante diedro-camino, poco marcato, che incide l'alta parete verticale soprastante il Sentiero dei Brentei. Arrampicata divertente e di soddisfazione – 250 m, V+


1942: DUE PICCOLE CREAZIONI (PRIMA DI DUE ANNI DI SILENZIO)

31. Cima degli Armi Bassa (2706 m, catena degli Sfùlmini), cresta est, Bruno Detassis e Renata Sutter, 28 luglio 1942. Arrampicata varia e abbastanza divertente, in ambiente solitario – 220 m, III con un passaggio di IV-

32. Torrione Sat (2350 m, Corna Rossa, massiccio del Grostè), spigolo sud-est, con Nella Detassis, 20 settembre 1942 200 m, IV

Domani l’appuntamento con le 23 vie “postbelliche”, tracciate da Detassis dal settembre 1945 al 26 agosto 1976.

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mercoledì, 30 aprile 2008

GRANDES JORASSES, SPERONE WALKER: RIFLETTORI SULLA “DESMAISON-GOUSSEAULT"

RIVEDUTA E CORRETTA LA LISTA DELLE RIPETIZIONI: LA SECONDA, DEL 1979, PORTA LE FIRME DEI CECOSLOVACCHI MROZEK E SPLICHAL E L'OTTAVA, DEL 2007, È RIUSCITA A NEIL BRODIE E MARC CHALLAMEL

Nell'inverno 1980 uno squadrone di cecoslovacchi assediò la nord-ovest del Civetta: gli eroi dell'est tornarono a casa con le prime invernali della Bellenzier sulla Torre d'Alleghe (Jan Doubal, Joska Nezerka e Stano Silkan, 28-29 febbraio), della Via degli amici (gli stessi con Zuzana Charvatova, 2-5 marzo) e della Via dei Fodomi alla Punta Civetta (Miroslav Smid e Honza Fulka, 3-7 marzo). Ma non è tutto: dal 2 al 12 marzo, sulla nord della Piccola Civetta, Jan Porvaznik e Peter Valovic si scatenarono lungo una linea nuova di 1400 metri, con difficoltà di V+ e A3. La fama di Porvaznik è tuttavia legata ad un'altra creazione: la celebre No siesta tracciata nel 1986, con Stanislav Glejdura, sulla nord delle Grandes Jorasses. Su quella parete i cecoslovacchi avevano già lasciato il segno nel 1979, aprendo un'altra via da paura: Rolling stones. In quei giorni, però, sullo Sperone Walker, Kutil, Prochaska, Slechta e Svejda non erano soli. Come avrebbero fatto l'anno seguente sulla “Parete delle pareti”, anche sulle Jorasses gli uomini dell'est si erano divisi i compiti: mentre il “gruppone” risolveva la via nuova, leggermente più a sinistra, dopo aver salito con i compagni le prime lunghezze di corda, la cordata composta da Boh Mrozek e Jurek Splichal, dal 25 al 28 luglio, metteva a segno la seconda ripetizione della Desmaison-Gousseault. L'informazione, che arriva da colui che oggi è probabilmente il più profondo conoscitore della storia alpinistica delle Grandes Jorasses, Luca Signorelli, giunge in seguito alla renaissance della Desmaison-Gousseault, culminata nell'autunno scorso con una dichiarazione di Pete Benson e Guy Robertson. I due veterani scozzesi, dopo averla ripetuta, hanno infatti definito questa salita «the best mixed climb in the world»: la migliore via di misto del mondo. Ma attenzione: annunciando il successo di Benson e Robertson (www.intotherocks.splinder.com/post/14519548) abbiamo erroneamente attribuito loro la prima ascensione in libera di quello che, oggi più che mai, è il capolavoro del mitico René. La storia, incredibile ma vero (si parla 6b/6c e M6/M7), è però diversa. I primi a passare in libera lassù furono proprio i primi ripetitori, nel lontano 1977: l'americano Tobin Sorenson (www.intotherocks.splinder.com/post/16607212) e lo scozzese Gordon Smith, autori tra l'altro della variante iniziale (più semplice dell'originale) che due anni dopo sarebbe diventata anche il primo tratto di Rolling stones. Tutto qui? Nossignori. Come abbiamo già scritto (www.intotherocks.splinder.com/post/14785010), dopo la ripetizione di Benson e Robertson, la Desmaison-Gousseault è stata ripercorsa dai francesi Pierre Labbre, Romain Wagner e Mathieu Detrie e subito prima di loro, come abbiamo scoperto pochi giorni fa e ora vi annunciamo, da Neil Brodie (sua la sesta ripetizione della Bonatti-Vaucher sulla stessa parete, www.intotherocks.splinder.com/post/14601855) e Marc Challamel. La lista completa delle ascensioni della Desmaison-Gousseault è dunque la seguente:

. René Desmaison, Giorgio Bertone e Michel Claret, 10-17 febbraio 1973

2ª. Tobin Sorenson e Gordon Smith, 7-9 settembre 1977 (con variante iniziale diretta)

3ª. Boh Mrozek e Jurek Splichal, 25-28 luglio 1979 (con variante Sorenson-Smith)

4ª. Stéphane Benoîst e Patrice Glairon-Rappaz, 13-18 gennaio 2000 (originale)

5ª. Patrick Bérhault e Philipp Magnin, 24-25 ottobre 2000 (salita parziale: la cordata è salita per il Linceul raggiungendo la Desmaison-Gousseault in corrispondenza della 15ª delle 36 lunghezze di corda)

6ª. François Marsigny e Olivier Larios, in 4 giorni, marzo 2003 (con variante Sorenson-Smith)

7ª. Benoît Drouillat, Pascal Ducroz e Franck Henry, 7-11 gennaio 2006 (originale)

8ª. Pete Benson e Guy Robertson, 13-16 ottobre 2007 (con variante Sorenson-Smith)

9ª. Neil Brodie e Marc Challamel, 1-2 novembre 2007 (con variante Sorenson-Smith)

10ª. Pierre Labbre, Romain Wagner e Mathieu Détrie, 3-6 novembre 2007 (originale)

giovedì, 24 aprile 2008

L'UNITÀ DI MISURA DELLA PERFEZIONE

postato da carlocaccia alle 13:06 in frammenti di storia, karakoram

Anche l'alpinismo, qualche volta, è giunto all'universale. Ci vengono in mente Hermann Buhl sul Nanga Parbat, Walter Bonatti sul Petit Dru e sul Cervino, Reinhold Messner da solo, durante il monsone, sull'Everest e Renato Casarotto con il suo Trittico del Frêney. L'universale, quindi, è un'esclusiva dei solitari? No. Dai confini dell'alpinismo sono usciti, dal 13 al 23 luglio 1985, anche il polacco Wojciech Kurtyka e l'austriaco Robert Schauer, protagonisti di una scalata incredibile sulla “parete lucente” - ossia la ovest – dello splendido Gasherbrum IV (7925 m). Esiste un'evoluzione dell'alpinismo? Pare di sì. Tuttavia, di fronte a quella salita – roba di 23 anni fa, giudicata dalla rivista Climbing come la più grande impresa del XX secolo in Himalaya e Karakoram -, il presente non ha molto da aggiungere. Kurtyka e Schauer, superando quella parete in condizioni pazzesche, raggiungendo la cresta sommitale nei pressi della cima nord (7900 m), rinunciando al punto più alto per ragioni di sopravvivenza e scendendo quindi per la cresta nord-ovest (una via di assoluto rispetto, percorsa in salita nel 1986 dagli australiani Greg Child e Timothy Macartney-Snape e dello statunitense Thomas Hargis), Kurtyka e Schauer, dicevamo, hanno realizzato un gigantesco capolavoro che per molti aspetti non ha paragoni, tanto dal punto di vista alpinistico quanto dal punto di vista umano. Noi l'abbiamo scoperta, poco più che ragazzini, ad una delle rare serate di Sergio Martini: l'uomo degli Ottomila (ma anche della nord-ovest del Civetta e della sud della Marmolada...) stava presentando la sua collezione (a quel tempo ancora incompleta) e ad un tratto ecco quella parete. «La ovest del Gasherbrum IV, salita da Kurtyka e Schauer...». Come si dice: è stato un fulmine, un amore a prima vista cresciuto leggendo prima il racconto di Schauer (Vicino alla morte, vicino al piacere) e poi quello di Kurtyka che, in testa ad uno scritto per nulla convenzionale, ha piazzato un titolo assolutamente normale: La parete lucente del Gasherbrum IV. Pubblicato nel 1986 sulle primissime pagine (1-7) del The American Alpine Journal, l'articolo del leggendario polacco (classe 1947, Schauer è invece del 1953) merita sicuramente una rilettura ed è con grande piacere, grazie all'autorizzazione di John Harlin III, direttore del prestigioso periodico del Club alpino americano (nonché figlio del sognatore della diretta dell'Eigerwand), che lo proponiamo in traduzione integrale.

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LA PARETE LUCENTE DEL GASHERBRUM IV

di Wojciech Kurtyka

KurtykaDal 13 al 20 luglio ho salito con l'austriaco Robert Schauer l'inviolata parete ovest del Gasherbrum IV. Pur avendo raggiunto la cresta sommitale, non abbiamo tuttavia toccato il punto più alto della montagna. La discesa si è svolta dal 20 al 23 luglio lungo la cresta nord. Quella muraglia di 2500 metri, chiamata “parete lucente”, è considerata una delle più belle e impegnative della terra ed era già stata tentata cinque volte da forti spedizioni americane, giapponesi e britanniche. Siamo saliti nel più puro stile alpino, dopo esserci acclimatati lungo la cresta nord raggiungendo quota 7100: lì abbiamo lasciato un deposito di viveri. La situazione drammatica creatasi nelle ultime fasi della scalata ci ha tuttavia impedito, una volta superata la parete, di raggiungere la vera cima. Il tempo spaventoso e le condizioni della montagna ci hanno molto rallentati: la salita è pericolosamente durata assai più del previsto ed abbiamo sofferto la fame e la sete. Il 20 luglio, arrivati sfiniti sulla cresta sommitale, abbiamo rinunciato all'apparentemente semplice e orizzontale traversata verso la vetta cominciando subito le calate lungo la cresta nord. Sulla montagna sembrava aleggiare uno spirito ostile che si opponeva ad ogni nostra azione e, addirittura, ad ogni nostra intenzione: uno spirito che, incredibilmente, ha smesso di tormentare le nostre menti annebbiate appena cominciata la discesa. La parete ci ha tuttavia lasciati in vita: la nostra è stata una scalata ideale, assai istruttiva su tutti i possibili rischi e imprevisti dello stile alpino in alta quota. Ecco alcuni significativi esempi.

Il 18 luglio, sesto giorno di scalata, appena sotto la cima, a 7800 metri, ormai senza cibo e combustibile, siamo stati bloccati da una spaventosa tempesta. Riparati soltanto da un modesto sacco da bivacco, abbiamo passato due difficili notti su una minuscola cengia di neve, investiti dalle valanghe e dall'uragano. Masse di neve ci seppellivano, schiacciavano e soffocavano in continuazione. Il vento impazzito, accecante, era talmente violento che potevamo difenderci dalla neve soltanto rimanendo carponi.

Grazie, cielo in collera, perché durante la seconda notte sei tornato sereno!

I bivacchi sono stati penosi. La seconda e la terza notte le abbiamo passate separati, quasi senza dormire, seduti assai scomodamente su due aguzzi spuntoni rocciosi. Tra noi e il cielo gelido c'erano soltanto i sacchi a pelo.

Grazie, Karakoram, perché durante quelle notti il vento ha riposato!

Tutte le notti seguenti sono state sconvolte da venti furiosi, da raffiche micidiali. E noi, nei nostri sacchi da bivacco, sepolti su dei ripiani scavati nel ghiaccio, abbiamo dormito pochissimo.

Chi ha sonno? Cosa ha sonno? Dov'è questo dormiglione?

La parete si è rivelata molto difficile e pericolosa. La roccia era o completamente marcia o perfettamente marmorea e non permetteva di proteggersi decentemente. A causa della totale mancanza di protezioni, i tiri erano in genere lunghi dai 40 agli 80 metri, sebbene alcuni di essi presentassero difficoltà sostenute di quinto grado. In tutto abbiamo superato quattro lunghezze di quinto, due delle quali a 7100 e 7300 metri su roccia compattissima, tecnicamente molto dura, senza una sola protezione. La vera seccatura era la neve assai profonda sul terreno misto, dove siamo passati scavando in verticale, con un lavoro complicato.

Quanto era bella quella corda spaventosamente lunga, che dondolava libera lontano!

Le condizioni della parete ci hanno imposto un ritmo più lento del previsto. Avevamo con noi cibo per quattro bivacchi e combustibile e bevande per cinque giorni: l'avventura, invece, è durata in tutto undici giorni. Siamo stati salvati dai viveri lasciati sulla cresta nord, a 7100 metri, durante l'acclimatazione e ritrovati la sera del nono giorno. Abbiamo resistito per quattro giorni senza mangiare e per tre senza bere.

Oh, quanto era liquido il tè, quanto erano dolci quelle trenta caramelle!

L'esaurimento fisico, la fame, la sete e la mancanza di sonno hanno causato in noi una serie di sorprendenti sensazioni psichiche. Incredibile, soprattutto, un fenomeno sperimentato anche da altri in alta quota: la percezione della presenza dell'“uomo che non c'è”, di una “terza persona”. Era così intensa che a volte, entrambi, aspettavamo istintivamente le reazioni e i movimenti di quella “terza persona”.

Perché, caro amico, non ti sei fatto vedere?

Per lunghi momenti ho sentito degli strani suoni: come una musica, un cinguettare di uccelli o un parlare sottovoce. Qualche volta mi è stato facile capire che si trattava di rumori reali modificati e individuare così la loro origine. Ad esempio: una bella e intensa voce femminile, qualcosa tra Barbra Streisand e Santana, che ho udito alle cinque del pomeriggio dell'ultimo giorno, arrivava dallo sfregamento della corda, ritmato dai nostri passi, sulla ruvida superficie nevosa.

Non avrei mai pensato che tu, Barbra Streisand, saresti potuta sbucare dalla neve ruvida!

Insolitamente insistenti e quasi moleste sono state la tendenza e l'abilità, davvero straordinarie, ad associare le rocce, la neve e le nubi a figure umane e ad altre forme. Tutto era trasformato in immagini reali che sembravano frutto dell'azione di uno spirito nascosto e misterioso.

Chi vi ha create, incantevoli e silenziose figure?

Particolarmente esasperante, a causa della grande mancanza di sonno, era il cadere improvvisamente addormentati, senza possibilità di opporsi, quando ci trovavamo in sosta. E poi risvegliarci violentemente, allo stesso modo, con un senso di terrore.

Oh, è così bello dormire!

Ugualmente spiacevole era la tortura delle allucinazioni: cibo e roba da bere.

Oh, tu riso, tu pane!

Sebbene questa sia stata la più straordinaria e misteriosa salita che abbia mai fatto, mi sento infelice per non essere riuscito a raggiungere la cima. Perché questa montagna meravigliosa e la sua “parete lucente” sono troppo speciali e perfette per pensare che una scalata su di loro senza raggiungere il punto essenziale – la vetta – sia una scalata veramente completa.

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Sopra: Wojciech Kurtyka (www.climbandmore.com)

Schauer

Robert Schauer (foto tratta da A. SALKELD, Atlante dell'alpinismo, De Agostini, Novara 1999, p. 296)

GIV

I 2500 metri della ovest del Gasherbrum IV (7925 m) con la via di Kurtyka e Schauer, la discesa lungo la cresta nord-ovest (tratteggiata) e i luoghi dei bivacchi (www.klausdierks.com)

Kurtyka 2

Kurtyka in azione sulla parete ovest del Gasherbrum IV (foto tratta da A. SALKELD, Atlante dell'alpinismo, De Agostini, Novara 1999, p. 230)

Gasherbrum IV

La “parete lucente” (www.m-o-rok.com)

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martedì, 15 aprile 2008

RICORDI

postato da carlocaccia alle 13:11 in varia, frammenti di storia

Era un personaggio unico, Antonio Rusconi: un “fuori categoria” come le salite più dure del Tour de France. Ricordo che una volta, cinque o sei anni fa, in occasione di una serata organizzata dal Cai di Valmadrera, fu invitato sul palco. Ovviamente non ne voleva sapere ma qualcuno, non so chi, riuscì a convincerlo: accompagnato da un applauso lui si alzò, raggiunse la scaletta, salì quei pochi gradini e dopo qualche stretta di mano si piazzò con cura in un angolo. Una domanda alla signora Vera Cenini, una battuta di Ezio Scetti, Giorgio Redaelli che racconta che quella volta, sulla tale montagna, è successo questo e quest'altro... e così il tempo passa, il turno di Antonio non arriva e il nostro, ad un tratto, si guarda attorno e... zac! sparisce di nuovo tra il pubblico. In privato, tra amici, era naturalmente assai più socievole. Così, un giorno, mi raccontò la sua (ai più sconosciuta anche perché assai breve) carriera solitaria. «Eh, vedevo che c'era la moda di andare in giro da soli e allora mi son detto: faccio anch'io il solitario. La prima volta sono andato al Tecc di Port: qui, sopra Valmadrera – lo sai, no? -, lungo il sentiero per Pianezzo. Lì c'era la mia via - mia e di Giorgio Tessari - tutta strapiombante, da fare con le staffe... e l'ho fatta. La seconda volta, invece, ho cercato una via in libera, che ai tempi voleva dire senza corda, e allora ho salito la Cassin in Medale. La terza volta, quindi, sono andato ai Corni per fare la Elena sul Pilastrello. Ma sono caduto dalla prima sosta! Per fortuna che c'era sotto un nocciolo... non mi sono accoppato ma mi sono scassato tutto ugualmente. La mia carriera solitaria è finita lì...». Abbiamo appena menzionato Giorgio Tessari: fu lui, negli anni Sessanta del secolo scorso e quindi prima del magico periodo delle invernali, il compagno fisso di Antonio. Insieme, sulle montagne di Valmadrera, quei due giovanissimi ne combinarono di tutti i colori: la Don Arturo Pozzi sulla nord-est del Corno Orientale e la Osa (che sta per “Organizzazione sportiva alpinisti”) sulla nord del Moregallo sono sicuramente le loro creazioni più importanti. La Osa, in particolare, è stata ripetuta soltanto cinque volte: aperta nel 1965 con i “rinforzi” Castino Canali (che aveva intuito la possibilità) e Pietro Paredi, è rimasta nella memoria di Antonio perché fu risolta con un bivacco tra il sabato e la domenica e la sera del giorno di festa, al termine della bella salita, il nostro eroe riuscì persino a non perdere la messa! A proposito della Don Arturo Pozzi, invece, un giorno domandai ad Antonio se non l'avesse mai ripercorsa. E in quella sua risposta, falsamente solenne: «Paganini non ripete», mi sembrò di scorgere la serena essenza, da meraviglioso dilettante, del suo andare per creste e pareti, quella sua capacità di appartenere all'alpinismo, al grande alpinismo, senza perdere di vista il resto. Antonio, che ci ha lasciato (www.intotherocks.splinder.com/post/16732303) per un male che forse non riusciva ad accettare, non è mai stato un malato di montagna.

Antonio Torre Trieste

Antonio Rusconi sulla parete sud della Torre Trieste, durante la prima ripetizione invernale (e prima ripetizione assoluta) della Piussi-Redaelli

Antonio Badile

Sulla nord-est del Badile, lungo la Via del Fratello

Antonio nord-est

Come sopra...

Antonio nord-est zaino

Ancora sul Badile: tutta la forza di Antonio

Antonio Cinque di Valmadrera

I “cinque” di Valmadrera dopo la via nuova, in inverno, sulla nord-ovest del Civetta: da sinistra a destra, con il Pelmo alle spalle, Gianni Rusconi, Gianbattista Villa, Gianbattista Crimella, Antonio Rusconi e Giorgio Tessari

Giorgio Tessari e Antonio all

Giorgio Tessari (a sinistra) e Antonio Rusconi ai tempi delle loro prime scalate

Antonio Osa cima

Giorgio Tessari, Castino Canali, Antonio Rusconi e Pietro Paredi appena usciti dalla via Osa sulla nord del Moregallo

Antonio Osa diplomi

Gli stessi (Rusconi, Paredi, Tessari e Canali) premiati dall'allora sindaco di Valmadrera, Emilio Moro, per la prima salita della via Osa

Antonio Osa

Verso l'attacco della via Osa sulla nord del Moregallo

Rimandiamo, per altre informazioni e immagini, a: www.intotherocks.splinder.com/post/11375346 e www.intotherocks.splinder.com/post/16144970

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venerdì, 04 aprile 2008

TOBIN SORENSON, L'ANGELO DELLE TRE NORD

postato da carlocaccia alle 15:48 in frammenti di storia

«Nell'arrampicata esiste qualcosa che io chiamo la “zona grigia”. Scalando in solitaria posso entrare in questa “zona grigia”, che definirei come il luogo dove il successo è meno certo, dove non esiste spazio per gli errori e dove abita sempre il coraggio. L'alpinismo solitario mi ha dato le gioie più profonde. Affrontare senza compagni delle grandi vie, che richiedono numerosi giorni di scalata, è veramente scavare in se stessi». Un anno e mezzo dopo aver pronunciato queste parole, il 5 ottobre 1980, il californiano Tobin Sorenson commetteva l'errore proibito. Sognava la splendida nord del Mount Alberta, nelle Canadian Rockies, e aveva deciso di tentarla da solo. Ma da quella parete, che fino a quel momento era stata salita una volta soltanto, non fece più ritorno. Aveva 25 anni e oggi sono molti coloro che l'hanno dimenticato. Eppure quel ragazzo modesto, generoso e sempre allegro, che vedeva nelle montagne un segno della gloria di Dio, era capace di salire il mitico 5.12 – siamo già oltre il muro dell'ottavo grado –, su ghiaccio era uno spettacolo e nel 1977, dopo nove mesi di inattività forzata a causa di un infortunio (e dopo aver partecipato ad un'operazione di “contrabbando” di Bibbie nei paesi dell'Europa dell'est), era volato altissimo sulle pareti del massiccio del Monte Bianco, firmando tre vie nuove e una memorabile prima ripetizione.

Da una linea diretta, da brivido, sulla nord dei Drus, risolta in due giorni e mezzo all'inizio di agosto con Rick Accomazzo, Tobin passò sulla ovest dell'Aiguille du Plan (24 ore di scalata, con lo scozzese Gordon Smith) e poi sulla nord-ovest del Col du Requin (superata in 7 ore, a fine settembre, con Todd Eastman). E fu sulla mitica nord delle Grandes Jorasses - dove il “mostro” di René Desmaison sullo sperone Walker era un gigantesco punto di domanda, un oggetto non identificato, una creatura attorno alla quale aleggiava un'aria strana, fatta di mille dubbi, polemiche e persino di morte – che Tobin, ancora con Gordon Smith, mise a segno quella prima ripetizione rimasta leggendaria. E se da allora il capolavoro del grande René - una linea di 1200 metri completata dal 10 al 17 gennaio 1973 con Giorgio Bertone e Michel Claret dopo il tragico tentativo (11-25 febbraio 1971: le famose 342 ore sulle Grandes Jorasses) che costò la vita al giovane Serge Gousseault – è stato salito altre sei volte (www.intotherocks.splinder.com/post/14519548 e www.intotherocks.splinder.com/post/14785010), la scalata di Sorenson e Smith, riuscita con una variante iniziale tra il 7 e il 9 settembre di quel magico '77, ha indubbiamente un valore particolare, complicato da esprimere a parole ma che la mente e il cuore non faticano a intuire. Poco più di un mese dopo, il 13 ottobre, Tobin si legò in cordata con Alex McIntyre: entrambi giovanissimi – 45 anni in due – e con importanti idee in comune, misero a segno in cinque giorni la prima salita in stile alpino (quarta assoluta) della Diretta John Harlin sulla parete nord dell'Eiger. Ma l'ascensione che più rimase nella memoria di Tobin fu la solitaria, a inizio dicembre di quello stesso anno, della nord del Cervino: due giorni di avvicinamento, nove ore in parete e due giorni di discesa per completare, in tre mesi, la mitica triade delle Alpi Occidentali. Nel 1978 gli orizzonti del nostro eroe si ampliarono alla Cordillera Blanca dove, ancora una volta senza compagni, tracciò in quattro ore una via nuova lungo i 1000 metri della parete est del Nevado Huandoy Norte (6395 m). Il cammino verso l'ideale massimo era avviato: Tobin, «che cominciava il suo gioco ad un limite oltre il quale la maggior parte dei mortali teme di inoltrarsi ed era, oggettivamente, un high-risk climber, sognava di portare la più raffinata arrampicata su roccia sulle pareti degli Ottomila» (Ronald H. Sacks).

Tobin Sorenson non cercava la gloria: visionario impenitente, era mosso da una passione assoluta, lontana da ogni interesse non ideale, che puntava inesorabilmente alla bellezza e alla purezza delle creazioni sulle grandi montagne. Le sue parole sono chiarissime: «Abbiamo bisogno di essere creativi. Ciò significa realizzare qualcosa di nuovo oppure dare una veste nuova a qualcosa che già esiste, come ho fatto salendo in stile alpino la Diretta della nord dell'Eiger». E ancora: «Non cerco la fama con le falsità e le scorrettezze. Cerco invece di sviluppare la mia capacità e la mia esperienza: il mio alpinismo va in questa direzione. Ogni linea che salgo deve essere valida in se stessa: il suo valore non può derivare dal fatto che io l'ho percorsa o dall'essere un nuovo itinerario che riempie uno spazio tra altre vie». L'alpinismo di Sorenson – lo abbiamo già fatto capire – è poi inscindibilmente legato alla sua fede, al suo senso religioso. Basti pensare che affrontò la nord del Cervino dopo un periodo di meditazione e di preghiera e che, una volta in parete, percepì al suo fianco la presenza amica di Dio. Tutto era cominciato qualche anno prima, quando per Tobin ogni cosa – la vita, il mondo, l'eternità – si esauriva nell'arrampicata: «Ero arrivato – raccontò un giorno – al punto che avevo sempre sognato. Ero in piedi a quella piccola montagna di egoismo, notorietà e abilità. Ma ad un tratto ho percepito il vuoto, ho visto l'inconsistenza del mio piccolo regno: nella mia vita c'era un abisso. Confrontandomi con il Vangelo tutto è cambiato: se oggi vivo ancora per l'alpinismo, l'alpinismo è importante in quanto dono di Dio. Il Signore mi ha lasciato un talento che voglio usare nel miglior modo possibile».

La scomparsa di Tobin Sorenson fu annunciata dall'American Alpine Journal (1981) con le parole del profeta Isaia (25, 7-8): «On the mountain He will destroy the covering that is cast over all peoples, the veil that is spread over all nations. He will swallow up death forever, and the Lord God will wipe away tears from all faces» («Sulla montagna Egli strapperà la coltre gettata su tutte le genti, il velo steso su tutte le nazioni. Egli eliminerà la morte per sempre, il Signore Dio asciugherà le lacrime su ogni volto»).

Tobin Sorenson

Tobin Sorenson (1955-1980, www.supertopo.com)

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giovedì, 27 marzo 2008

SALVATAGGIO IN CORNER

postato da carlocaccia alle 11:38 in varia, himalaya, frammenti di storia

Il tempo, oggi come altre volte, è tiranno. Così la storia che avevamo in mente ve la racconteremo domani, rinviando a venerdì prossimo l'appuntamento settimanale con l'alpinismo del tempo che fu. Per non lasciarvi a bocca asciutta, però, abbiamo frugato nel nostro sacco pescando l'intervista a Pavle Kozjek – vista la conferenza in programma questa sera a Lecco - pubblicata sul numero 238 (gennaio 2007) di Alp. Qualcuno l'ha già letta? Gli chiediamo scusa. Agli altri, invece, potrebbe risultare assai interessante...

KOZJEK, LAMPO SOLITARIO SUL CHO OYU

Da una parte la folla, dall'altra un solitario impenitente. Da una parte una selva di tendine colorate e campi che sembrano campeggi, dall'altra lui e il suo zaino. Di là la monotonia del già detto e del già fatto, di qua, sulla parete sud-ovest del Cho Oyu, l'impresa di Pavle Kozjek. Che in quelle 14 ore, il 2 ottobre 2006, è stato un lampo dalla base alla vetta: via nuova al primo tentativo, in stile alpino, su un colosso di 8201 metri. La notizia arriva in sordina, come una favola, ma a tu per tu con Pavle prende una forma molto concreta.

È stata un'impresa nata quasi per caso...

«Mi sono aggregato ad un gruppo di amici, meno di un mese prima della partenza. Sapevo, grazie alle informazioni del giapponese Yasushi Yamanoi, che sulla sud-ovest del Cho Oyu c'era una possibilità importante e ho deciso di provare».

Quando hai pensato di tentare da solo? Perché?

«Prima di partire. Volevo salire veloce e leggero, come avevo già fatto sulle Ande. La mia prima volta senza compagni (e senza ossigeno) fu sull'Everest nel 1997: mi trovai benissimo. Da allora ho continuato lungo questa strada».

Come vedi la tua impresa?

«La via, nel complesso, non è estremamente difficile, anche se a 7200 metri presenta una lunghezza molto dura. Lì esistono due possibilità: affrontare una cascata di ghiaccio verticale o un muro di roccia. Temendo la neve farinosa al termine della colata, ho scelto la seconda opzione. Comunque, più che per la sua difficoltà, credo che la mia salita sia da segnalare per lo stile adottato, che sugli Ottomila è ancora rivoluzionario».

Hai dimostrato qualcosa?

«Sì. Che anche sui giganti himalayani lo stile superleggero non è un'utopia».

Anche sulla nord dello Jannu?

«Su pareti del genere, prevalentemente rocciose, non è possibile correre troppo. Ma sono sicuro che, in futuro, anche su quelle muraglie la velocità aumenterà sensibilmente».

Quando conta lo stile?

«Per me è tutto. Da quindici anni, con le idee e la pratica, sono un alfiere del fast and light e credo nel futuro di questo stile. Perché mette in luce le capacità fisiche e mentali dell'alpinista, lasciandogli delle profonde impressioni. Salire lentamente da un campo all'altro, anche su terreno tecnicamente più impegnativo, non potrà mai regalare le stesse sensazioni».

Yosemite Valley, Ande, Himalaya: cosa preferisci?

«Ho provato tutto e... mi piace tutto. El Capitan è stato un'eccellente palestra per il Cerro Torre e sulle Ande peruviane ho imparato molto per l'Himalaya. Negli ultimi anni, comunque, il mio terreno di gioco preferito sono state proprio le cime andine: non richiedono permessi, sono ricche di possibilità e una spedizione si risolve in tre settimane. Tra lavoro e famiglia ho sempre i giorni contati... Poi mi piace l'atmosfera dell'America latina: una vera ricarica delle batterie, in vista della stressante vita europea».

Che progetti hai?

«Ho in mente tre belle linee, sulle cime peruviane. L'estate prossima, quindi, spero di essere laggiù (www.intotherocks.splinder.com/post/15163342). Po