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LA SITUAZIONE È GRAVE. GIÀ SCATTATA L'OPERAZIONE DI SOCCORSO: UELI STECK E SIMON ANTHAMATTEN STANNO CERCANDO DI RAGGIUNGERE LO SPAGNOLO, COLPITO DA EDEMA, E IL SUO COMPAGNO HORIA COLIBASANU. NESSUNA NOTIZIA DI ALEXEY BOLOTOV
Dramma sulla sud dell'Annapurna. Lo spagnolo Iñaki Ochoa e il rumeno Horia Colibasanu, che lunedì avevano tentato la cima (8091 m) della montagna insieme al russo Alexey Bolotov per una variante alla via di Tomaž Humar nel settore destro della parete, sono bloccati al campo 4 a 7400 metri: le condizioni di Ochoa, che presenta congelamenti alle mani e sintomi di edema (vomito, tosse e incoscienza), non consentono ai due alpinisti di muoversi. Nessuna notizia invece di Bolotov che a 100 metri dalla vetta, quando Ochoa e Colibasanu avevano deciso di rinunciare, aveva continuato la sua scalata (Bolotov era già stato sulla cima est, 8029 m, per la stessa via, il 7 maggio). Colibasanu è riuscito a dare l'allarme con il telefono satellitare: le batterie scariche, però, impediscono ora ogni comunicazione. L'appello lanciato agli alpinisti che si trovano nella zona ha trovato pronta risposta da parte degli svizzeri Ueli Steck e Simon Anthamatten che, dopo un tentativo a vuoto di via nuova nel settore sinistro della grande parete, flagellato dalle valanghe, ieri hanno attaccato l'itinerario di Ochoa e stanno cercando di raggiungere lo sfortunato spagnolo (oggi alle 10 ora italiana, le 13.45 in Nepal, Ueli e Simon stavano salendo verso il campo 3, a 6900 m). Da Kathmandu, intanto, è partito un elicottero con tre alpinisti (probabilmente russi) che giunti al campo base saliranno immediatamente sulla montagna.
AGGIORNAMENTO (ore 11.40): Alexey Bolotov, colpito da edema polmonare, è tornato al campo 4, dove le condizioni di Ochoa restano molto gravi.

Iñaki Ochoa, di Pamplona, 41 anni il prossimo 29 maggio, che ha già salito 12 Ottomila (www.navarra8000.com)
Per aggiornamenti in tempo reale (in spagnolo): www.diariodenavarra.es
La fantasia, anche in alpinismo, si basa sulla conoscenza. Sugli Ottomila, per uscire dalle strade più battute, occorre sapere dove passano le altre: per ripercorrerle, magari perfezionando lo stile dei primi salitori, oppure per guardare oltre e cercare le proprie vie. Perché sui quattordici colossi della terra molto resta da fare: da linee originali su pareti già scalate a versanti ancora inviolati, come la est del Kangchenjunga. Non manca neppure una cima secondaria, il Lhotse Middle Est (8376 m), ancora in attesa dei primi salitori. Altri problemi, poi, sono le creste: quella del Mazeno, spartiacque tra i versanti Diamir (settentrionale) e Rupal (meridionale) del Nanga Parbat, è ancora una sfida aperta. Tra il 12 e il 18 agosto 2004, in stile alpino, gli americani Doug Chabot e Steve Swenson riuscirono a percorrerne un lunghissimo tratto ma, giunti all'intersezione con la via Schell, furono fermati dalla stanchezza e dal peggioramento delle condizioni meteorologiche. Questo tentativo, svoltosi in contemporanea a quello di Steve House e Bruce Miller sulla medesima montagna, lungo la linea che lo stesso House avrebbe completato l'anno seguente in compagnia di Vince Anderson, ci suggerisce che non tutti gli sguardi sono fissati sulla collezione dei quattordici colossi. Ma ci fa anche capire, vista la sua scarsa risonanza, che la creatività non sempre paga e la colpa, in fondo, è ancora una volta della mancanza di conoscenza.
Sulle cause di questa “malattia” non è il caso di dilungarsi: conviene piuttosto parlare della cura che, come spesso accade in casi del genere, è un “semplice” libro. Pubblicato dall'editore Grafica & Arte di Bergamo, 8000 metri di vita è l'ultima fatica di Simone Moro: un volume che fa il punto dell'alpinismo sui giganti della terra dall'Everest allo Shisha Pangma. Con le parole e, soprattutto, con le immagini, l'autore presenta ciò che è stato e suggerisce ciò che potrebbe essere. Così, se le fotografie della prima parte del libro sono in gran parte solcate da numerose linee colorate, ognuna delle quali è un capitolo di storia, un tassello del mosaico dell'esplorazione verticale, quelle della seconda parte sono “pulite”, da guardare a bocca aperta ma anche con occhio attento. Qualche esempio? Lo scatto alle pagine 106 e 107 con la già ricordata est del Kangchenjunga, quello a pagina 126 (in alto) dove la ovest del Cho Oyu appare in tutta la sua imponenza e quello alla pagine 146 e 147 con il pilastro centrale della parete nord dell'Annapurna.
«Ho avuto bisogno di attingere a tutto il mio archivio fotografico – spiega Simone Moro nell'introduzione -: diapositive, fotografie e immagini digitali. Ho però dovuto chiedere aiuto anche ad amici e colleghi che avevano visto e fotografato ciò che né io né altri avevamo potuto ammirare». Tra coloro che hanno collaborato alla buona riuscita dell'opera troviamo quindi, tra gli altri, Damien Benegas, Ralf Dujmovits, Alessandro Gogna, Gerlinde Kaltenbrunner, Pavle Kozjek, Janusz Kurczab, Nives Meroi, Silvio Mondinelli, Iñaki Ochoa, Roby Piantoni, Vadim Popovich, Pavel Shabalin, Karl Unterkircher, Denis Urubko, Ed Viesturs e Ed Webster. «Tutto questo lavoro di contatti e raccolta – continua Simone – è stato tutt'altro che facile. Tracciare tutte le vie di salita realizzate sino ad oggi è stato ancora più difficile e sicuramente avrò commesso errori ma è solo non agendo, non tentando di fare qualcosa, che si evita di fallire. Spero di ricevere critiche, suggerimenti e correzioni costruttive da parte di coloro che, con competenza e testimonianze dirette, sapranno proporre eventuali modifiche o integrazioni. Sarà l'occasione, per costoro, di partecipare al lavoro che ho dovuto fare da solo ma che, in futuro, spero diventi comune».
L'occasione per un primo confronto, per conoscere ciò che sta alla base di 8000 metri di vita direttamente dalla voce dell'autore, sarà questa sera alle 18.30 presso il Palamonti in via Pizzo della Presolana 15 a Bergamo. L'incontro, ad ingresso libero, è stato organizzato dalla sezione orobica del Club alpino italiano.

La copertina del volume di Simone Moro, con Mario Curnis a pochi metri dalla vetta dell'Everest. Qui sotto, invece, alcune delle immagini pubblicate nel libro

Il versante sud-occidentale del K2 con le vie (da sinistra a destra): Giapponese-Pakistana (1981), Magic Line (1986), Kukuczka-Piotrowski (1986), Česen (1986), Italiana per lo Sperone Abruzzi (1954)

L'inviolata parete est del Kangchenjunga

Veduta aerea della cresta tra la vetta principale del Kangchenjunga e lo Yalung Kang

L'impressionante parete ovest del Cho Oyu, dalla vetta dello Jasamba

Il tormentato versante cinese del Gasherbrum I
ANNAPURNA
PARETE SUD. Giorni decisivi per la spedizione internazionale impegnata sulla parete sud dell'Annapurna (8091 m). La squadra, originariamente composta dallo spagnolo Iñaki Ochoa, dal rumeno Horia Colibasanu, dal canadese Don Bowie e dai russi Alexey Bolotov (in vetta al K2, nel 2007, per la parete ovest), Sergej Bogomolov, Emil Mamedov, Dmitry Sinev, Alexander Lutokhin, Ilya Rozhkov, Arcady Ryzhenko e Dmitry Frolenko, si è mossa nel settore destro della parete (il più basso e meno difficile), nei pressi della Via dei Polacchi (Jerzy Kukuczka e Artur Hajzer, 1988) e di quella risolta nell'autunno scorso, in solitaria, dallo sloveno Tomaž Humar. «Il 21 aprile – ha spiegato Ochoa – io ed Horia siamo saliti a quota 6500 lungo la via polacca, con la parete in condizioni accettabili. Il giorno successivo ci siamo quindi diretti verso la linea di Humar: si tratta di una via fantastica, logica e sicura. Ci siamo spinti fino a quasi 7000 metri, aprendo una variante di 800 metri». Ieri Ochoa e Colibasanu hanno sferrato un primo attacco alla cima salendo fino a 6200 metri ma oggi, a causa della molta neve caduta nella notte, hanno deciso di scendere al campo base: sperano di ritentare nei prossimi giorni. Purtroppo non sono chiare le notizie sul rapporto tra la cordata appena menzionata e il gruppo russo che il 4 maggio, ridotto a soli quattro elementi (nei giorni scorsi Mamedov, Sinev, Rozhkov e Ryzhenko hanno dato forfait), stava attrezzando con le corde fisse la parte superiore della parete (mentre Ochoa, Colibasanu e Bowie erano al campo 2, a quota 6200).
AGGIORNAMENTO. Giunge in questo momento la notizia che ieri, 7 maggio, il russo Alexey Bolotov, da solo, con il vento a 40 chilometri l'ora e una temperatura di -20 gradi, ha raggiunto la cima est (8029 m) dell'Annapurna. Ora si trova con i suoi compagni al campo 5, verosimilmente lungo la cresta sommitale, a quota 7300.

Il settore destro della sud dell'Annapurna con, da sinistra a destra, la via polacca, la recente variante e la via di Humar (www.navarra8000.com)
PARETE NORD-OVEST. La spedizione polacco-slovacca composta dai fuoriclasse Piotr Pustelnik, Piotr Morawski, Dariusz Zaluski e Peter Hamor, dopo aver raggiunto quota 7000 (il 28 aprile) ed essere stata cacciata in basso dal vento fortissimo, ha rinunciato al proprio obiettivo: la prima ripetizione della Via cecoslovacca, tracciata nel 1988 da un team di 15 alpinisti (in vetta, il 2 ottobre dal campo V, giunsero Jindrich Martis e Josef Nezerka) sulla parete nord-ovest dell'Annapurna. Pustelnik e compagni, colpiti da leggeri congelamenti, potrebbero aver già lasciato il campo base (in elicottero) alla volta di Pokhara.

Peter Hamor, Piotr Pustelnik e Piotr Morawski (arch. Pustelnik)
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DHAULAGIRI
Venti persone in un solo giorno in vetta al Dhaulagiri: la notizia è del 1° maggio scorso, quando a quota 8167 sono giunti i russi Valery Babanov e Nickolay Tomjanin, i cechi Radek Jaros e Zdenek Hruby, la polacca Kinga Baranowska, l'ecuadoriano Iván Vallejo, il colombiano Fernando González-Rubio, l'argentino Christian Vitri, l'austriaca Gerlinde Kaltenbrunner, il tedesco David Göttler, il nepalese Muptu Sherpa e gli spagnoli Edurne Pasabán, Ferrán Latorre, Ignacio Orviz, Asier Izaguirre, Alex Txicon, Carlos Pauner, Javier Pérez, Marta Alexandre e Jesús Morales. Tutti gli alpinisti hanno seguito la via normale per la parete nord e la cresta nord-est, tracciata nel 1960 da una spedizione svizzera diretta da Max Eiselin (i primi a toccare la cima, il 13 maggio, furono l'austriaco Kurt Diemberger, lo svizzero Albin Schelbert e il nepalese Nawang Dorje Sherpa). Diamo quindi la notizia soltanto per dire che per Babanov e Totmjanin questo successo è, in realtà, la conseguenza di un tentativo a vuoto lungo la cresta ovest della stessa montagna (post del 14 e 25 marzo e del 7, 18 e 23 aprile 2008), che per Gerlinde Kaltenbrunner ed Edurne Pasabán si tratta rispettivamente dell'undicesimo e del decimo Ottomila e che Iván Vallejo, con questa salita, ha finalmente completato la collezione delle quattordici montagne più alte della terra (è stato il quattordicesimo alpinista a raggiungere l'obiettivo e il settimo dopo Messner, Loretan, Oiarzabal, Iñurrategi, Viesturs e Mondinelli a riuscire senza mai usare l'ossigeno supplementare).

Iván Vallejo sulla vetta del Dhaulagiri, suo quattordicesimo Ottomila (www.ivanvallejo.com)
Niente da fare, per ora, sulla cresta ovest del Dhaulagiri (8167 m). Le condizioni meteorologiche, estremamente instabili con nevicate quotidiane e vento attorno ai 100 chilometri l'ora oltre quota 7000, hanno costretto Valery Babanov e Nickolay Totmjanin a tornare al campo base dopo due giorni di scalata (fino a 5000 metri). «Una via del genere, lunga e impegnativa, affrontata in stile alpino da una cordata di due persone, richiede un tempo molto più stabile – ha spiegato Valery -. Diversamente, tutto diventa assai pericoloso. Ora stiamo valutando il da farsi».
Per altre informazioni:
www.intotherocks.splinder.com/post/16336276
www.intotherocks.splinder.com/post/16471680
LA CORDATA RUSSA È IN AZIONE DA POCHE ORE LUNGO GLI INVIOLATI (E MAI TENTATI) 5 CHILOMETRI DELLA CRESTA OVEST DEL COLOSSO DI 8167 METRI: UNA SFIDA IN STILE ALPINO CHE DOVREBBE CONCLUDERSI TRA 7-8 GIORNI
Il dado è tratto: terminata l'acclimatazione (hanno raggiunto quota 7100 lungo la via normale) Valery Babanov e Nickolay Totmjanin hanno attaccato oggi la lunga, inviolata e finora intentata cresta ovest del Dhaulagiri. Linea elegantissima e sicuramente difficile, la cresta si impenna per 4 chilometri e mezzo (lo sviluppo è superiore) dai 3700 metri del campo base agli 8167 della vetta, chiudendo a sinistra la parete occidentale: una muraglia impressionante salita nel 1991 da una forte squadra kazaka (www.intotherocks.splinder.com/post/16336276) e in precedenza, nel 1984, da una spedizione cecoslovacca (in vetta, il 23 ottobre, giunsero Jan Šimon – morto durante la discesa -, Karel Jakeš e Jaromír Stejskal). I cecoslovacchi superarono il settore sinistro della parete, raggiungendo la cresta nord-ovest a quota 7600 (dove piazzarono il campo V) e da lì proseguirono lungo la via giapponese del 1982 (Via della pera per la parete nord e la cresta nord-ovest, conclusa il 18 ottobre da Noboru Yamada, Kozu Komatsu e Yasuhira Saito, che vinsero gli ultimi 600 metri usando l'ossigeno supplementare). Babanov e Totmjanin hanno spiegato che, come i cecoslovacchi, raggiungeranno la via giapponese a quota 7600 (e da lì la vetta, per scendere lungo la via normale) ma non hanno chiarito cosa faranno prima. L'impressione, comunque, è che tenteranno il poderoso bastione roccioso, alto circa 1500 metri, che dal campo base porta nel cuore della montagna e quindi, dal termine dello sperone, cercheranno di raggiungere la cresta principale (nord-ovest) per seguirla fino in cima. Un'avventura impressionante, che a detta dei suoi ideatori dovrebbe tenerli impegnati per 7-8 giorni: il tutto in leggerissimo stile alpino, senza corde fisse, campi intermedi e – elemento non trascurabile – la certezza di non trovare alcuna traccia di passaggio che avrebbe potuto facilitare la salita (che, non essendo mai stata tentata, conserva tutte le sue incognite).

La cresta occidentale dal Dhaulagiri (alla sua destra la parete ovest). La freccia indica il bastione roccioso menzionato nell'articolo, il cerchietto l'intersezione con la via dei giapponesi a quota 7600

Valery e Nickolay durante l'acclimatazione, ai piedi del versante settentrionale del Dhaulagiri
Foto: arch. Valery Babanov (www.babanov.com)
BABANOV E TOTMJANIN, NONOSTANTE LA NEVE, NON MOLLANO: ORA IL PROGRAMMA PREVEDE LA SALITA DELLA VIA NORMALE FINO A QUOTA 7500
Una sfida alla pazienza: prima di tentare una grande “prima” in stile alpino su un Ottomila occorre prepararsi a lungo, acclimatarsi da qualche altra parte, su un'altra montagna, sulla stessa montagna ma lungo una via diversa. Così, dopo il loro arrivo al campo base della parete ovest del Dhaulagiri (il 22 marzo, www.intotherocks.splinder.com/post/16471680), Valery Babanov e Nickolay Totmjanin sono saliti di altri 1000 metri fino al campo base della via normale (a quota 4700). Da lì, in compagnia del ceco Martin Minarik che vorrebbe percorrere senza compagni la via del 1960, soltanto il 31 marzo – a causa delle frequenti nevicate – hanno raggiunto il colle nord-est a quasi 6000 metri e vi hanno passato la notte. Tornati in ottime condizioni al loro campo base (3700 m, il 2 aprile), il giorno seguente Valery e Nickolay hanno riposato e oggi, dopo essere risaliti al campo a quota 4700, si avventureranno ancora lungo la via normale con l'intenzione di spingersi fino a 7500 metri, così da perfezionare l'acclimatazione in vista del tentativo sull'impressionante parete ovest.
Il tempo, oggi come altre volte, è tiranno. Così la storia che avevamo in mente ve la racconteremo domani, rinviando a venerdì prossimo l'appuntamento settimanale con l'alpinismo del tempo che fu. Per non lasciarvi a bocca asciutta, però, abbiamo frugato nel nostro sacco pescando l'intervista a Pavle Kozjek – vista la conferenza in programma questa sera a Lecco - pubblicata sul numero 238 (gennaio 2007) di Alp. Qualcuno l'ha già letta? Gli chiediamo scusa. Agli altri, invece, potrebbe risultare assai interessante...
KOZJEK, LAMPO SOLITARIO SUL CHO OYU
Da una parte la folla, dall'altra un solitario impenitente. Da una parte una selva di tendine colorate e campi che sembrano campeggi, dall'altra lui e il suo zaino. Di là la monotonia del già detto e del già fatto, di qua, sulla parete sud-ovest del Cho Oyu, l'impresa di Pavle Kozjek. Che in quelle 14 ore, il 2 ottobre 2006, è stato un lampo dalla base alla vetta: via nuova al primo tentativo, in stile alpino, su un colosso di 8201 metri. La notizia arriva in sordina, come una favola, ma a tu per tu con Pavle prende una forma molto concreta.
È stata un'impresa nata quasi per caso...
«Mi sono aggregato ad un gruppo di amici, meno di un mese prima della partenza. Sapevo, grazie alle informazioni del giapponese Yasushi Yamanoi, che sulla sud-ovest del Cho Oyu c'era una possibilità importante e ho deciso di provare».
Quando hai pensato di tentare da solo? Perché?
«Prima di partire. Volevo salire veloce e leggero, come avevo già fatto sulle Ande. La mia prima volta senza compagni (e senza ossigeno) fu sull'Everest nel 1997: mi trovai benissimo. Da allora ho continuato lungo questa strada».
Come vedi la tua impresa?
«La via, nel complesso, non è estremamente difficile, anche se a 7200 metri presenta una lunghezza molto dura. Lì esistono due possibilità: affrontare una cascata di ghiaccio verticale o un muro di roccia. Temendo la neve farinosa al termine della colata, ho scelto la seconda opzione. Comunque, più che per la sua difficoltà, credo che la mia salita sia da segnalare per lo stile adottato, che sugli Ottomila è ancora rivoluzionario».
Hai dimostrato qualcosa?
«Sì. Che anche sui giganti himalayani lo stile superleggero non è un'utopia».
Anche sulla nord dello Jannu?
«Su pareti del genere, prevalentemente rocciose, non è possibile correre troppo. Ma sono sicuro che, in futuro, anche su quelle muraglie la velocità aumenterà sensibilmente».
Quando conta lo stile?
«Per me è tutto. Da quindici anni, con le idee e la pratica, sono un alfiere del fast and light e credo nel futuro di questo stile. Perché mette in luce le capacità fisiche e mentali dell'alpinista, lasciandogli delle profonde impressioni. Salire lentamente da un campo all'altro, anche su terreno tecnicamente più impegnativo, non potrà mai regalare le stesse sensazioni».
Yosemite Valley, Ande, Himalaya: cosa preferisci?
«Ho provato tutto e... mi piace tutto. El Capitan è stato un'eccellente palestra per il Cerro Torre e sulle Ande peruviane ho imparato molto per l'Himalaya. Negli ultimi anni, comunque, il mio terreno di gioco preferito sono state proprio le cime andine: non richiedono permessi, sono ricche di possibilità e una spedizione si risolve in tre settimane. Tra lavoro e famiglia ho sempre i giorni contati... Poi mi piace l'atmosfera dell'America latina: una vera ricarica delle batterie, in vista della stressante vita europea».
Che progetti hai?
«Ho in mente tre belle linee, sulle cime peruviane. L'estate prossima, quindi, spero di essere laggiù (www.intotherocks.splinder.com/post/15163342). Poi, ecco... sogno sempre salite come quella sul Cho Oyu. Ma penso anche a mia moglie e a mia figlia, che mi vorrebbero a casa. Sono entrambe sportive – Nada, mia moglie, pratica il triathlon, Ana Karin, mia figlia, fa parte della nazionale giovanile slovena di nuoto – ma temono che mi possa accadere qualcosa. E io le capisco».
Un'ultima domanda: cosa cerchi in montagna?
«Domanda difficile... Le montagne mi appagano, mi rendono soddisfatto. Qualche volta, durante una salita, mi capita di chiedermi: ma è necessario tutto questo? La risposta arriva alla fine, con un senso di gioia e di pace. Arrampicare mi viene naturale e credo che, nella vita, ognuno debba mettere a frutto i propri talenti. Non farlo sarebbe una specie di peccato».
* * * * * * *
LA SCHEDA DEL CAPOLAVORO - Il 2 ottobre 2006, alle 18, lo sloveno Pavle Kozjek ha calcato la vetta del Cho Oyu (8201 m) per una nuova linea sulla parete sud-ovest – a sinistra della via Yamanoi (1994), a sua volta a sinistra della Kurtyka-Loretan-Troillet (1990) – e seguendo l'ultimo tratto della cresta ovest (salita da una spedizione polacca, 1986). Senza ricognizioni preventive, acclimatato lungo la via normale, Kozjek ha lasciato il campo base alle 3.30 del mattino, raggiungendo la cresta alle 10 e completando la scalata “a vista” in poco più di 14 ore. Il giorno stesso è sceso al campo 2 (7000 m) lungo la normale. La nuova via si sviluppa per 1100 metri in parete e per 900 metri in cresta, con un difficile tratto roccioso (V-) a quota 7200, superato da Pavle senza autoassicurazione. Zaino leggerissimo per il fuoriclasse sloveno: 3 thermos di liquidi, 6 barrette energetiche, guanti di ricambio, sacco da bivacco e macchina fotografica. Alle sue spalle, lo stesso giorno, si sono mossi anche altri quattro componenti della spedizione - Emil e Aljaž Tratnik, Uroš Samec e Marjan Kovač – che, ripetuta la linea sulla parete sud-ovest e raggiunta quindi la via normale, sono giunti in vetta il giorno seguente, dopo un bivacco. I quattro, dove Kozjek ha preferito affrontare il muro roccioso di V-, hanno salito (potendo assicurarsi) la colata di ghiaccio verticale.
RAGGIUNTO IL CAMPO BASE DELLA OVEST DEL DHAULAGIRI E COMINCIATO L'ACCLIMATAMENTO (FINO A QUOTA 5000). OGGI GIORNO DI RIPOSO
Giunti a Kathmandu il 15 marzo (www.intotherocks.splinder.com/post/16336276), Valery Babanov e Nickolay Totmjanin hanno subito sbrigato, in un paio di giorni, tutte le faccende relative alla loro avventura sulla ovest del Dhaulagiri. Si sono anche incontrati con Elizabeth Hawley che, nata nel 1923 a Chicago e dal 1963 in Nepal, non è ancora stanca di raccogliere le informazioni relative alle decine, se non centinaia, di spedizioni che ogni anno si cimentano con i colossi himalayani. Il 18 marzo i nostri protagonisti hanno cominciato l'avvicinamento al campo base (3650 m), raggiunto quattro giorni dopo: «La ovest del Dhaulagiri è proprio sopra di noi – ha scritto Babanov nel suo sito web – ed appare davvero impressionante». Il 23 marzo, alle 9, il campo è stato ufficialmente aperto e consacrato con il rito chiamato pudjia. Così ieri, approfittando del tempo relativamente buono (nonostante le quotidiane nevicate pomeridiane), Valery e Nickolay hanno cominciato l'acclimatamento spingendosi fino a quota 5000. Anche il programma odierno è assai interessante: riposo al campo base. A proposito di Totmjanin: nei giorni scorsi (www.intotherocks.splinder.com/post/16336276), presentando le sue salite principali, abbiamo tralasciato di segnalare la prima invernale (terza ripetizione assoluta) di Sueños de invierno (600 m, VI+ e A4) sulla parete ovest del Naranjo de Bulnes (2519 m, Picos de Europa, Cordillera Cantábrica, Spagna). L'importanza della scalata, riuscita a Totmjanin in cordata con Anatoly Moshnikov, Alexander Klenov e Viktor Volodin (cinque giorni in parete nel febbraio 2001) dipende sia delle difficoltà della via (che ai primi salitori - Miguel Ángel Díez e José Luis García Gallego - richiese ben 69 giorni di permanenza ininterrotta in parete, dal 1° marzo all'8 maggio 1983!) sia dalle condizioni in cui viene a trovarsi il Naranjo de Bulnes durante la stagione fredda, con notevolissime nevicate e vento terribile (costante fino a 120 km/h).

Gita in Nepal, da Kathmandu al campo base della ovest del Dhaulagiri. Da notare, nello zaino del simpatico signore russo dai capelli grigi, l'utilissimo vecchio parapioggia (www.babanov.com)
I DUE FUORICLASSE RUSSI, DOPO I SUCCESSI DELL'ANNO SCORSO SULLO JANNU E SUL K2, LANCIANO L'ATTACCO ALLA OVEST DEL DHAULAGIRI
Domani Valery Babanov e Nickolay Totmjanin si incontreranno a Kathmandu: da lì raggiungeranno il Dhaulagiri (8167 m) con l'intenzione di aprire una nuova via sulla sua gigantesca parete ovest, alta quasi 4000 metri e salita per la prima volta nel 1984 da una spedizione cecoslovacca. Babanov, il più occidentale dei russi, non ha bisogno di presentazioni. Vale invece la pena spendere qualche riga a proposito di Totmjanin, giusto per far capire che, insieme a Valery, formerà una delle migliori cordate attualmente immaginabili.
Nato l'8 dicembre 1958, Snow Leopard nel 1984, 1997, 1998, 1999 e 2002 (lo Snow Leopard è il riconoscimento riservato agli alpinisti riusciti a salire tutti i cinque Settemila dell'ex Urss), Totmjanin è originario di San Pietroburgo e vanta una lunghissima carriera, in crescendo, con decine di scalate di altissimo livello. In vetta al Pik Lenin (7134 m) nel 1982, nel 1984 ha partecipato all'apertura della via Moshnikov sulla nord dell'Ak-Su (5217 m). Nel 1986 gli è riuscita la prima invernale del Pik Korgenevskaya (7105 m) e nel 1990 una corsa di 28 ore, dal campo base alla vetta e ritorno, sul Pik Kommunism (7495 m). Nello stesso anno ha partecipato alla spedizione che ha avuto la meglio sulla sud del Lhotse (8516 m, Totmjanin ha toccato quota 8350) e nel 1997, oltre al Khan Tengri (6995 m) in 14 ore e 3 minuti (salita e discesa) ha superato in inverno la nord dell'Eiger (3970 m) per la Direttissima John Harlin. Nel 2004 è giunto in vetta allo Jannu (7710 m) per la parete nord e nel 2005 si è cimentato sul Menlungtse (7181 m, in stile alpino, con Yuri Koshelenko e Carlos Buhler) vincendo i 1800 metri della parete nord ma rinunciando alla vetta (che distava circa 15 lunghezze di corda, in cresta) per un malore di Koshelenko. Nel 2006 ha tentato la nord-est del Masherbrum (7821 m) e nel 2007 ha raggiunto la vetta del K2 (8611 m) per la parete ovest.
Due dei pochissimi salitori dello Jannu, per due vie diverse, nelle prossime settimane saranno quindi insieme sulla parete che, dopo il già citato successo cecoslovacco del 1984 (via nuova fino a quota 7600, da lì in vetta lungo la cresta nord-ovest per la parte finale della via giapponese del 1982), è stata salita più a destra, sette anni dopo, da una fortissima squadra kazaka. Sulla ovest del Dhaulagiri, nel 1991, i protagonisti furono Yervand Ilinsky (capospedizione), Yuri Moiseev, Andrei Tselishchev, Anatoli Bukreev, Vladimir Sugiva, Renat Khaibullin, Valeri Khrishchaty, Artur Shegai, Alexandr Savin, Vladimir Prisyazhny, Zaurbek Mizambekov, Viktor Dedi e Valentin Makarov (medico). Dopo aver piazzato il campo base a quota 3600 (2 aprile) e altri sei campi a quota 4670 (6 aprile), 5200 (9 aprile), 5500 (alla base della fascia rocciosa con difficoltà fino al VI+, 15 aprile), 6000 (oltre la fascia rocciosa, 26 aprile), 6400 (6 maggio) e 7400 (sulla cresta sommitale, 9 maggio), il 10 e il 13 maggio tutti gli alpinisti (ad esclusione del capospedizione, del medico e di Dedi, fratturatosi una mano muovendo una pietra durante l'allestimento del campo 1) raggiunsero la vetta.
«Il nostro successo sul Dhaulagiri – ha scritto il grande Bukreev – fu un omaggio all'influenza che quei due compagni (Grigorij Lunjakov e Zinur Chalitov, scomparsi nel 1990 tentando una via nuova sul Manaslu) avevano avuto su ciascuno di noi. La parete ovest del Dhaulagiri è una delle vie tecnicamente più difficili dell'Himalaya. Durante la spedizione non vi fu né lotta né competizione per conquistare il primo posto e ogni membro della squadra raggiunse la vetta senza bombole d'ossigeno. La discesa fu estremamente impegnativa e riuscimmo a tornare al riparo delle tende del campo 4 al buio, mentre una violenta bufera risaliva i fianchi della montagna. Al sicuro nei nostri rifugi di tela sferzati dal vento, era come se un treno passasse a tutta velocità a due passi da nostri fragili ricoveri. All'improvviso si udì un fracasso terribile, seguito da schianti e sibili. Per due ore, in quella che avrebbe dovuto essere oscurità totale, le pareti delle tende brillarono di una luminescenza azzurra. Il giorno dopo scendemmo dalla montagna, con la temperatura che calava rapidamente, inseguiti da un vento furibondo. Il ricordo dei nostri amici ci aiutò a lavorare tutti insieme come una macchina ben oliata; ci aiutò a sopravvivere senza traumi o tragedie» (A. BUKREEV, Un posto in cielo. I diari di un eroe inconsapevole, Cda & Vivalda Editori, Torino 2002, p. 83).

Nickolay Totmjanin con il Piolet d'or russo, assegnato nel novembre scorso alla diretta sulla ovest del K2 (www.intotherocks.splinder.com/post/14894415)

La parete ovest del Dhaulagiri con la via dei cecoslovacchi (in verde), quella dei kazaki (in rosso, in giallo i sei campi alti) e il tentativo (sempre dei cecoslovacchi) del 1985 (in nero). Foto di Jiři Novák tratta dal The American Alpine Journal (1992, p. 225)

Lungo la via kazaka sulla ovest del Dhaulagiri. Nella foto, pubblicata ne I diari di un eroe inconsapevole, Renat Chaibullin e Andrei Tselishchev in azione sulla difficile fascia rocciosa mediana, tra quota 5500 e quota 6000
Non c'è soltanto il Piolet d'or, la “piccozza d'oro” in meritate ferie. Dal 2002 la rivista americana Climbing assegna ogni anno il Golden piton, il “chiodo d'oro” riservato ai «visionari che hanno detto qualcosa di nuovo nel gioco verticale». Anzi: ogni anno vengono assegnati i Golden pitons, i “chiodi d'oro” al plurale, uno per ogni specialità arrampicatoria. Così, per quanto riguarda l'alpinismo, l'ultimo riconoscimento è andato a Valery Babanov e Sergey Kofanov per la loro impresa sullo sperone ovest dello Jannu (www.intotherocks.splinder.com/post/14388339). Menzione speciale, tra gli alpinisti, per Marko Prezelj, Steve House e Vince Anderson (prima salita del K7 Ovest, www.intotherocks.splinder.com/post/13996464) e per Nicolas e Olivier Favresse, Séan Villanueva e Adam Pustelnik (che hanno aperto Badal sul Peak 6615 e Ledgeway to Heaven sul pilastro centrale del K7, www.intotherocks.splinder.com/post/13358454). Gli altri “chiodi d'oro” sono invece andati a Sonnie Trotter (arrampicata tradizionale), Ethan Pringle (arrampicata sportiva), Kevin Jorgeson (bouldering), Michael Reardon (arrampicata solitaria), Alex Honnold (nome nuovo dell'anno) e Sean Swarner (impegno umanitario).
Sopra: Valery Babanov sulla vetta dello Jannu (arch. Babanov)