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lunedì, 03 dicembre 2007

OTTO FRANCESI PER QUATTRO VIE NUOVE

postato da carlocaccia alle 09:21 in himalaya, hindu kush

NOTEVOLE SUCCESSO IN NEPAL PER AYMERIC CLOUET, MATHIEU MAYNADIER, FRÉDÉRIQUE DÉGOULET E JULIEN DUSSERRE. TRIPLETTA “ESPLORATIVA” IN PAKISTAN PER FLORIAN TOLLE, ERIC LANTZ, DIDIER ROGNON E ARNAUD SIMARD

Il 15 novembre 2007 i giovani francesi Aymeric Clouet, Mathieu Maynadier, Frédérique Dégoulet e Julien Dusserre hanno completato un impegnativo nuovo itinerario che termina su una cima secondaria (6741 m, precedentemente inviolata e quindi chiamata “La pointe du gorille”) della lunga cresta sommitale del Ganesh V (6986 m, Himalaya, Nepal, prima salita: Tatsumi Sasaki, Akihiko Komori, Lhakpa Dorjee e due portatori, da nord, 21 aprile 1980). La via di Clouet e soci, lungo la cresta est, è stata risolta in quattro giorni ed è caratterizzata da una prima ripida sezione tecnica di circa 1200 metri, da una headwall rocciosa (con difficoltà di VI+) tra quota 6500 e la vetta e da un dislivello complessivo, dal campo base, di 2700 metri. Passando dal Nepal al Pakistan, restando in compagnia di alpinisti francesi, sono quindi da segnalare le tre prime assolute riuscite alla squadra composta da Florian Tolle, Eric Lantz, Didier Rognon e Arnaud Simard. Il quartetto ha operato per tre settimane, durante l'estate scorsa, nella poco frequentata catena dell'Hindu Raj (Hindu Kush): per la precisione in una valle, ricca di possibilità su ogni terreno, a sud dell'imponente Koyo Zom (6872 m, prima salita: Gerulf Wilhelm e Viktoria Hribar, per la parete sud-est e la cresta est, 17 agosto 1968). Tolle e Rognon, in 22 ore complessive (salita e discesa dal campo a quota 4800), hanno scalato per il pilastro sud (1200 m, III e 70°) una cima battezzata Chotar Zom (6058 m). Ancora Rognon, con Eric Lantz, ha quindi salito il Nashran (5200 m) per la cresta nord-est (800 m, 70°) e infine il Pois Chhish (4400 m) risolvendo un itinerario su roccia battezzato Lady Chatterley (700 m, VI+).

Clouet 0

Lungo la cresta est della Pointe du gorille

Clouet 1

Come sopra: la salita si fa impegnativa

Clouet 2

Sulla headwall della Pointe du gorille

Foto: arch. Aymeric Clouet, www.clouclouclimb.spaces.live.com

link al post | categoria himalaya, hindu kush
martedì, 13 novembre 2007

PIOLET D'OR ASIA: OLTRE LA NOTIZIA

postato da carlocaccia alle 09:13 in varia, hindu kush

Prima sorpresa: la nascita, un anno fa, del Piolet d'or Asia (ce n'era proprio bisogno?). Seconda sorpresa (parziale): le scalate finaliste dell'edizione 2007 del premio. Eccole: la “quasi invernale” della parete sud del Lhotse (8516 m) conclusa il 27 dicembre 2006, a quota 8475 sulla cresta sommitale, dai giapponesi Osamu Tanabe e Takahiro Yamaguchi con lo Sherpa Pemba Chorten (ne abbiamo parlato il 25 gennaio); la salita della parete sud del Lhotse Shar (8383 m), per una via in parte nuova, firmata dai coreani Um Hong-Gil, Byung Sung-Ho e Mo Sang-Hyun con lo sherpa Pasang Namgyal (vetta raggiunta il 31 maggio 2007, ne abbiamo parlato il 5 giugno); la salita della cresta ovest del Garmush (6244 m) da parte dei coreani Shim Gwon-Sik, Kang Yong-Sung e Jo Min-Su (in vetta il 7 luglio) e il successo sullo spigolo nord-ovest del K2 (8611 m) dei kazaki Denis Urubko e Serguey Samoilov (cima raggiunta il 2 ottobre, si veda il post del 4 ottobre). Terza sorpresa (la più interessante): l'assegnazione del riconoscimento, il 2 novembre scorso a Seul (non senza contrasti all'interno della giuria), al terzetto che sul pakistano Garmush, nella catena dell'Hindu Kush (Hindu Raj, nella zona del Chiantar Glacier), non ha fatto altro che ripercorrere dopo austriaci e giapponesi quella che è, in pratica, la non proibitiva via normale (per ora è l'unica...) della montagna, in uno stile che, pur ideale, non ci sembra troppo diverso da quello dei primi salitori (scusate la brutalità ma l'obiettività impone chiarezza).

UN PO' DI STORIA - La cresta ovest del Garmush fu risolta nel 1975. Artefice della scalata un piccolo team austriaco di cui facevano parte Peter Baumgartner (capospedizione), sua moglie Lilo, Karl Mahrer, Franz Österreicher (medico) e Rudi Brandstötter. Il quintetto, piazzato il campo base a 4700 metri, allestì in seguito un deposito a quota 5000 e il campo 1 prima a 5200 e poi a 5400 metri. Da lì, alle 5 del mattino del 1° agosto, Österreicher e Brandstötter partirono alla volta della cima, raggiungendola il giorno stesso alle 16 (prima assoluta della montagna; durante la discesa la cordata fu colta dal buio e costretta a bivaccare). La via fu quindi ripetuta due anni dopo (seconda ascensione del Garmush) da una spedizione giapponese composta da Takahiro Matsumura, Yoshiaki Shimomura, Yoshifumi Takahashi e Takafumi Miyazaki. La cronaca: 11 agosto 1977, campo base a quota 4700; 14 agosto, campo 1 a quota 5200; 22 agosto, campo 2 a quota 5700; 26 agosto, vetta per Shimomura e Takahashi seguiti, il giorno dopo, da Matsumura e Miyazaki. Nei trent'anni successivi, fino al 7 luglio scorso, nessuno avrebbe più calcato la cima del Garmush.

Garmush 0

UNA CIMA SENZA NOME? - Nella fotografia “ufficiale” diffusa dalla spedizione coreana (secondo la quale, tra l'altro, il Garmush si trova in “Karakoram Himalaya”...), spicca sulla destra una seconda magnifica cima, quotata 6150 metri e, come il Garmush, finita nel mirino di Shim Gwon-Sik e compagni (ai quali è però sfuggita). Ebbene: quella montagna, dalla rocciosa parete ovest ancora inviolata, non è assolutamente senza nome. Perché i suoi primi (e finora unici) salitori, il 16 e 17 agosto 2000, l'hanno battezzata Renato Casarotto Kor (“Cima Renato Casarotto”), coronando nel migliore dei modi, con un omaggio all'ultimo “puro folle” dell'alpinismo, la spedizione “Chiantar 2000” organizzata dalla sezione di Montecchio Maggiore (Vicenza) del Club alpino italiano. La spedizione, composta da Tarcisio Bellò, Franco Brunello, Alberto Peruffo, Enrico Peruffo, Michele Romio e Mirco Scarso, vincitrice del riconoscimento “Paolo Consiglio” (2000) del Club alpino accademico italiano, ha operato per un mese nell'alta valle del Mahthantir, aprendo le danze con la salita per la parete ovest e la cresta sud del Nikolajewcka Peak (5935 m, Bellò, A. Peruffo e Scarso, 6 agosto) e continuando poi sulla nord del Blood Donors Mountain (6107 m, Bellò, A. Peruffo e Scarso, 7 agosto), sul versante sud-ovest dell'Italia Peak (6189 m, Bellò in solitaria, 15 agosto), sulla cresta est del Renato Casarotto Kor (6150 o 6185 m, A. ed E. Peruffo, Romio e Scarso in vetta il 16 agosto, Brunello il giorno seguente) e concludendo – senza contare altre salite meno rilevanti – con una difficile via su roccia di 450 m (VII+ e A0) sulla Juniperus Tower (4540 m, A. Peruffo e Romio, 19 agosto). Ma torniamo al Renato Casarotto Kor. Come andò quella salita? Ecco il racconto, di Alberto Peruffo, dalle pagine del diario della spedizione.

RENATO CASAROTTO KOR - «Partiti martedì 15 agosto dal campo base per raggiungere direttamente il campo B1 a quota 5300, mercoledì alle 3 di notte - Mirco, Enrico, Michele ed io - cominciamo la salita del canalone che porta sulla cresta del secondo Garmush (così i vicentini avevano inizialmente chiamato il Renato Casarotto Kor, ndr), cima vergine e innominata, rilievo di primaria importanza orografica e punto di riferimento di tutte le mappe geografiche esistenti della zona [...]. In poco meno di due ore riusciamo a guadagnare la sella a 5700 metri, dove si erano fermati i tentativi dei nostri amici. La notte sta per lasciare spazio alla luce dell'aurora. Sotto di noi riusciamo a intuire le grandi piste ghiacciate del ghiacciaio di Chiantar, mentre sulla sinistra il nostro sguardo indugia preoccupato sulle prime ripide balze della lunga cresta che porta alla cima. Le incognite sono molte, specie dopo le ricognizioni precedenti. Iniziamo quindi subito l'ascensione della cresta legati ad un'unica corda. Dalle vette scalate precedentemente avevamo osservato che le più alte probabilità di successo dovevano trovarsi sul filo sinistro di cresta. Infatti, lambendo alti seracchi e sormontando ripidi pendii, riusciamo sempre ad aggirare i crepacci che ad ogni divallamento della cresta potrebbero interromperci il cammino. L'ultima grossa impennata al nostro procedere è offerta da ciò che scopriremo essere l'anticima. Con un delicato traverso a sinistra rimontiamo su di essa con il cuore in gola: a pochi metri dalla sua sommità scorgiamo il punto più alto della montagna, ancora distante [...]. Per fortuna nessun crepaccio blocca la nostra progressione e, infilandoci in un bellissimo corridoio seraccato, arriviamo in vetta alle 9.30 [...]. Siamo felicissimi e tutti profondamente commossi. Non solo per aver scalato la montagna più importante della zona, obiettivo massimo della spedizione dopo che il Karka era stato messo da parte per la sua lontananza dall'area delle operazioni (ricordiamo che il Karka è stato scalato il 14 agosto 2007 da Tarcisio Bellò, Bruno Castegnaro, Roberta Bocchese e Mara Babolin: si veda il post del 23 agosto, ndr), ma per un altro motivo. In Italia noi quattro avevamo un sogno: quello di salire una montagna vergine e difficile tutti insieme [...]. Io, inoltre, avevo un altro grande sogno da agganciare al primo [...]. I sogni si sono realizzati e abbiamo battezzato la cima col nome di “Renato Casarotto Kor” (Cima Renato Casarotto), in ricordo dell'amico e alpinista vicentino con il cui spirito [...] ci siamo sempre sentiti in sintonia. La montagna rispecchia il suo carattere e la sua personalità e vorremmo che ogni viaggiatore, transitando per queste terre remote, ne serbasse memoria».

Sopra: il Garmush e il Renato Casarotto Kor da ovest (fotografia ufficiale della spedizione coreana, con il tracciato della via seguita)

Garmush 1

Carta della zona dove ha operato la spedizione italiana “Chiantar 2000”. La mappa, edita dal Club alpino pakistano, è stata ritoccata da Alberto Peruffo che vi ha indicato, da sinistra a destra: il Garmush (6244 m), il Renato Casarotto Kor (6185 m), il Blood Donors Mountain (6107 m), il Nikolajewcka Peak (5935 m), l'Italia Peak (6189 m) e una cima quotata 6177 metri

Garmush 2 cresta est

Il Renato Casarotto Kor con l'evidente cresta est

Garmush 4 da est

Il Renato Casarotto Kor (a sinistra) e il Garmush (al centro della foto) da est

Garmush 5 da nord

Il versante settentrionale del Renato Casarotto Kor e del Garmush

06_garmush2_est_ridge_01

Michele Romio ed Enrico Peruffo lungo la cresta est del Renato Casarotto Kor. Alle loro spalle il Colle Chantal, tra Nikolajewcka Peak e Blood Donors Mountain, saliti dieci giorni prima

Garmush  3 cima

I vicentini della spedizione “Chiantar 2000” sulla vetta del Renato Casarotto Kor

10_garmush2_est_ridge_descent

Inizio della discesa dal Renato Casarotto Kor (è ben visibile tutta la cresta salita)

Le foto, a parte quella della spedizione coreana, sono di Alberto Peruffo. Per approfondimenti:
http://www.intraisass.it/chiantar.htm
http://www.planetmountain.com/Expeditions/chiantar/index.html

link al post | categoria varia, hindu kush
giovedì, 23 agosto 2007

HINDU KUSH, IL RITORNO DEGLI ITALIANI

postato da carlocaccia alle 21:02 in hindu kush

CONTINUA L'ESPLORAZIONE MADE IN ITALY DEL GRANDE SISTEMA ASIATICO: PRIMA ASSOLUTA DEL KARKA (6222 m) PER TARCISIO BELLÒ, BRUNO CASTEGNARO, ROBERTA BOCCHESE E MARA BABOLIN

«Una cosa è certa: guai se qualcuno ci dicesse che l'alpinismo è morto. La zona che abbiamo esplorato è zeppa di montagne, pareti di ghiaccio e di roccia mai salite, per tutti i gusti e capacità. Ciò significa che qui c'è possibilità di divertimento ancora per qualche secolo». Alberto Peruffo, appena tornato dalla spedizione “Chiantar 2000” nell'Hindu Kush pakistano (agosto 2000), non poteva essere più chiaro: quel colossale sistema montuoso, costituito da più catene affiancate che, in pratica, saldano i rilievi dell'Afghanistan nord-orientale al Karakoram culminando nel Tirich Mir (7708 m), è una delle “riserve” dell'avventura del futuro, dove gli italiani hanno più volte alzato la voce. Qualche esempio? La prima assoluta del Saraghrar (7349 m), salito nel 1959 da Franco Alletto, Giancarlo Castelli, Paolo Consiglio e Carlo Alberto Pinelli, le scalate compiute dalla spedizione organizzata dal Cai di Bologna nel 1973 – tra cui la prima salita della parete sud-sud-ovest del Pegish Zom I (6269 m) riuscita ad Arturo Bergamaschi, Gilberto Bertolani, Achille Poluzzi e Guerrino Sacchin -, la straordinaria doppia impresa sul Tirich Mir di Gianni Calcagno e Guido Machetto – che nel 1975 ripeterono la Via dei cecoslovacchi e poi risolsero in magnifico stile la cresta ovest – e quindi, facendo un balzo di un quarto di secolo in avanti, la notevole serie di salite della citata spedizione “Chiantar 2000”, vincitrice del riconoscimento “Paolo Consiglio” del Club alpino accademico italiano. Ma attenzione: l'ultimo colpaccio italiano sui giganti dell'Hindu Kush è luminosa cronaca di questi giorni, conseguenza più o meno diretta della spedizione del 2000 (la regia, ancora una volta, è stata del vicentino Franco Brunello) e di una successiva puntata esplorativa del 2004. In sintesi: il 14 agosto 2007, alle 10.30, dopo due giorni di scalata molto impegnativa lungo gli 850 metri della parete nord, Tarcisio Bellò, Bruno Castegnaro, Roberta Bocchese e Mara Babolin, hanno messo in bacheca la prima assoluta del Karka, magnifica cima di 6222 metri della catena dell'Hindu Raj, separata dall'Hindu Kush principale (che si trova a nord-ovest) dal lungo (34 chilometri) corridoio glaciale di Chiantar. «Siamo partiti dal campo 2, posto a 5050 metri sotto la parete, alle 4 del mattino del 13 agosto – spiega Castegnaro, che ci ha contattati via e-mail -. Risaliti i 300 metri di corde fisse piazzati il giorno precedente dal sottoscritto, Bellò e Mara Babolin, abbiamo continuato lungo la parete arrivando in cresta, a quota 5950, alle 17, nel bel mezzo di una bufera. Abbiamo così scavato una truna e lì, in modo direi confortevole, abbiamo passato la notte. La mattina dopo, sempre in compagnia del brutto tempo – vento molto forte e neve -, abbiamo impiegato due ore e mezza per superare gli ultimi 270 metri di cresta e toccare la vetta. Foto di rito e quindi, viste le condizioni meteo, discesa immediata fino alla truna. Attesa invano una schiarita, abbiamo deciso di proseguire verso il campo 2, raggiunto alle 18.30: eravamo stanchi, sì, ma anche molto felici». Da segnalare che, nei giorni precedenti la scalata “principale”, il medesimo quartetto è riuscito a calcare due cime minori, fino a quel momento inviolate. La prima, quotata 5519 metri, è stata salita per la parete nord e la cresta ovest, con discesa per l'impegnativa cresta est. La seconda, invece, alta 5650 metri, ha visto Bellò, Castegnaro, Bocchese e Babolin in azione sulla parete sud-est, risolta lungo un canale di 650 metri. «Il tutto – tiene a precisare Castegnaro – sempre con il maltempo: durante la seconda ascensione non sono mancati neppure tuoni i fulmini. In verità – aggiunge –, sono ancora in attesa dei panorami mozzafiato che speravo tanto di vedere...». Ora, nella zona del Karka, restano quattro alpinisti: oltre a Tarcisio Bellò e Roberta Bocchese ci sono Franco Brunello e Andrea Caprara, giunto al campo base il 10 agosto. I loro obiettivi: altre due bellissime cime, tra i 5700 e i 5800 metri, che chiudono l'orizzonte a est e a ovest del maestoso ghiacciaio di Chiantar.

30 - il Karka da sud-ovest

Il magnifico Karka, cima di 6222 metri dell'Hindu Raj (Hindu Kush), fotografato da sud-ovest

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