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La fantasia, anche in alpinismo, si basa sulla conoscenza. Sugli Ottomila, per uscire dalle strade più battute, occorre sapere dove passano le altre: per ripercorrerle, magari perfezionando lo stile dei primi salitori, oppure per guardare oltre e cercare le proprie vie. Perché sui quattordici colossi della terra molto resta da fare: da linee originali su pareti già scalate a versanti ancora inviolati, come la est del Kangchenjunga. Non manca neppure una cima secondaria, il Lhotse Middle Est (8376 m), ancora in attesa dei primi salitori. Altri problemi, poi, sono le creste: quella del Mazeno, spartiacque tra i versanti Diamir (settentrionale) e Rupal (meridionale) del Nanga Parbat, è ancora una sfida aperta. Tra il 12 e il 18 agosto 2004, in stile alpino, gli americani Doug Chabot e Steve Swenson riuscirono a percorrerne un lunghissimo tratto ma, giunti all'intersezione con la via Schell, furono fermati dalla stanchezza e dal peggioramento delle condizioni meteorologiche. Questo tentativo, svoltosi in contemporanea a quello di Steve House e Bruce Miller sulla medesima montagna, lungo la linea che lo stesso House avrebbe completato l'anno seguente in compagnia di Vince Anderson, ci suggerisce che non tutti gli sguardi sono fissati sulla collezione dei quattordici colossi. Ma ci fa anche capire, vista la sua scarsa risonanza, che la creatività non sempre paga e la colpa, in fondo, è ancora una volta della mancanza di conoscenza.
Sulle cause di questa “malattia” non è il caso di dilungarsi: conviene piuttosto parlare della cura che, come spesso accade in casi del genere, è un “semplice” libro. Pubblicato dall'editore Grafica & Arte di Bergamo, 8000 metri di vita è l'ultima fatica di Simone Moro: un volume che fa il punto dell'alpinismo sui giganti della terra dall'Everest allo Shisha Pangma. Con le parole e, soprattutto, con le immagini, l'autore presenta ciò che è stato e suggerisce ciò che potrebbe essere. Così, se le fotografie della prima parte del libro sono in gran parte solcate da numerose linee colorate, ognuna delle quali è un capitolo di storia, un tassello del mosaico dell'esplorazione verticale, quelle della seconda parte sono “pulite”, da guardare a bocca aperta ma anche con occhio attento. Qualche esempio? Lo scatto alle pagine 106 e 107 con la già ricordata est del Kangchenjunga, quello a pagina 126 (in alto) dove la ovest del Cho Oyu appare in tutta la sua imponenza e quello alla pagine 146 e 147 con il pilastro centrale della parete nord dell'Annapurna.
«Ho avuto bisogno di attingere a tutto il mio archivio fotografico – spiega Simone Moro nell'introduzione -: diapositive, fotografie e immagini digitali. Ho però dovuto chiedere aiuto anche ad amici e colleghi che avevano visto e fotografato ciò che né io né altri avevamo potuto ammirare». Tra coloro che hanno collaborato alla buona riuscita dell'opera troviamo quindi, tra gli altri, Damien Benegas, Ralf Dujmovits, Alessandro Gogna, Gerlinde Kaltenbrunner, Pavle Kozjek, Janusz Kurczab, Nives Meroi, Silvio Mondinelli, Iñaki Ochoa, Roby Piantoni, Vadim Popovich, Pavel Shabalin, Karl Unterkircher, Denis Urubko, Ed Viesturs e Ed Webster. «Tutto questo lavoro di contatti e raccolta – continua Simone – è stato tutt'altro che facile. Tracciare tutte le vie di salita realizzate sino ad oggi è stato ancora più difficile e sicuramente avrò commesso errori ma è solo non agendo, non tentando di fare qualcosa, che si evita di fallire. Spero di ricevere critiche, suggerimenti e correzioni costruttive da parte di coloro che, con competenza e testimonianze dirette, sapranno proporre eventuali modifiche o integrazioni. Sarà l'occasione, per costoro, di partecipare al lavoro che ho dovuto fare da solo ma che, in futuro, spero diventi comune».
L'occasione per un primo confronto, per conoscere ciò che sta alla base di 8000 metri di vita direttamente dalla voce dell'autore, sarà questa sera alle 18.30 presso il Palamonti in via Pizzo della Presolana 15 a Bergamo. L'incontro, ad ingresso libero, è stato organizzato dalla sezione orobica del Club alpino italiano.

La copertina del volume di Simone Moro, con Mario Curnis a pochi metri dalla vetta dell'Everest. Qui sotto, invece, alcune delle immagini pubblicate nel libro

Il versante sud-occidentale del K2 con le vie (da sinistra a destra): Giapponese-Pakistana (1981), Magic Line (1986), Kukuczka-Piotrowski (1986), ÄŒesen (1986), Italiana per lo Sperone Abruzzi (1954)

L'inviolata parete est del Kangchenjunga

Veduta aerea della cresta tra la vetta principale del Kangchenjunga e lo Yalung Kang

L'impressionante parete ovest del Cho Oyu, dalla vetta dello Jasamba

Il tormentato versante cinese del Gasherbrum I
Anche l'alpinismo, qualche volta, è giunto all'universale. Ci vengono in mente Hermann Buhl sul Nanga Parbat, Walter Bonatti sul Petit Dru e sul Cervino, Reinhold Messner da solo, durante il monsone, sull'Everest e Renato Casarotto con il suo Trittico del Frêney. L'universale, quindi, è un'esclusiva dei solitari? No. Dai confini dell'alpinismo sono usciti, dal 13 al 23 luglio 1985, anche il polacco Wojciech Kurtyka e l'austriaco Robert Schauer, protagonisti di una scalata incredibile sulla “parete lucente” - ossia la ovest – dello splendido Gasherbrum IV (7925 m). Esiste un'evoluzione dell'alpinismo? Pare di sì. Tuttavia, di fronte a quella salita – roba di 23 anni fa, giudicata dalla rivista Climbing come la più grande impresa del XX secolo in Himalaya e Karakoram -, il presente non ha molto da aggiungere. Kurtyka e Schauer, superando quella parete in condizioni pazzesche, raggiungendo la cresta sommitale nei pressi della cima nord (7900 m), rinunciando al punto più alto per ragioni di sopravvivenza e scendendo quindi per la cresta nord-ovest (una via di assoluto rispetto, percorsa in salita nel 1986 dagli australiani Greg Child e Timothy Macartney-Snape e dello statunitense Thomas Hargis), Kurtyka e Schauer, dicevamo, hanno realizzato un gigantesco capolavoro che per molti aspetti non ha paragoni, tanto dal punto di vista alpinistico quanto dal punto di vista umano. Noi l'abbiamo scoperta, poco più che ragazzini, ad una delle rare serate di Sergio Martini: l'uomo degli Ottomila (ma anche della nord-ovest del Civetta e della sud della Marmolada...) stava presentando la sua collezione (a quel tempo ancora incompleta) e ad un tratto ecco quella parete. «La ovest del Gasherbrum IV, salita da Kurtyka e Schauer...». Come si dice: è stato un fulmine, un amore a prima vista cresciuto leggendo prima il racconto di Schauer (Vicino alla morte, vicino al piacere) e poi quello di Kurtyka che, in testa ad uno scritto per nulla convenzionale, ha piazzato un titolo assolutamente normale: La parete lucente del Gasherbrum IV. Pubblicato nel 1986 sulle primissime pagine (1-7) del The American Alpine Journal, l'articolo del leggendario polacco (classe 1947, Schauer è invece del 1953) merita sicuramente una rilettura ed è con grande piacere, grazie all'autorizzazione di John Harlin III, direttore del prestigioso periodico del Club alpino americano (nonché figlio del sognatore della diretta dell'Eigerwand), che lo proponiamo in traduzione integrale.
* * * * * * *
LA PARETE LUCENTE DEL GASHERBRUM IV
di Wojciech Kurtyka
Dal 13 al 20 luglio ho salito con l'austriaco Robert Schauer l'inviolata parete ovest del Gasherbrum IV. Pur avendo raggiunto la cresta sommitale, non abbiamo tuttavia toccato il punto più alto della montagna. La discesa si è svolta dal 20 al 23 luglio lungo la cresta nord. Quella muraglia di 2500 metri, chiamata “parete lucente”, è considerata una delle più belle e impegnative della terra ed era già stata tentata cinque volte da forti spedizioni americane, giapponesi e britanniche. Siamo saliti nel più puro stile alpino, dopo esserci acclimatati lungo la cresta nord raggiungendo quota 7100: lì abbiamo lasciato un deposito di viveri. La situazione drammatica creatasi nelle ultime fasi della scalata ci ha tuttavia impedito, una volta superata la parete, di raggiungere la vera cima. Il tempo spaventoso e le condizioni della montagna ci hanno molto rallentati: la salita è pericolosamente durata assai più del previsto ed abbiamo sofferto la fame e la sete. Il 20 luglio, arrivati sfiniti sulla cresta sommitale, abbiamo rinunciato all'apparentemente semplice e orizzontale traversata verso la vetta cominciando subito le calate lungo la cresta nord. Sulla montagna sembrava aleggiare uno spirito ostile che si opponeva ad ogni nostra azione e, addirittura, ad ogni nostra intenzione: uno spirito che, incredibilmente, ha smesso di tormentare le nostre menti annebbiate appena cominciata la discesa. La parete ci ha tuttavia lasciati in vita: la nostra è stata una scalata ideale, assai istruttiva su tutti i possibili rischi e imprevisti dello stile alpino in alta quota. Ecco alcuni significativi esempi.
Il 18 luglio, sesto giorno di scalata, appena sotto la cima, a 7800 metri, ormai senza cibo e combustibile, siamo stati bloccati da una spaventosa tempesta. Riparati soltanto da un modesto sacco da bivacco, abbiamo passato due difficili notti su una minuscola cengia di neve, investiti dalle valanghe e dall'uragano. Masse di neve ci seppellivano, schiacciavano e soffocavano in continuazione. Il vento impazzito, accecante, era talmente violento che potevamo difenderci dalla neve soltanto rimanendo carponi.
Grazie, cielo in collera, perché durante la seconda notte sei tornato sereno!
I bivacchi sono stati penosi. La seconda e la terza notte le abbiamo passate separati, quasi senza dormire, seduti assai scomodamente su due aguzzi spuntoni rocciosi. Tra noi e il cielo gelido c'erano soltanto i sacchi a pelo.
Grazie, Karakoram, perché durante quelle notti il vento ha riposato!
Tutte le notti seguenti sono state sconvolte da venti furiosi, da raffiche micidiali. E noi, nei nostri sacchi da bivacco, sepolti su dei ripiani scavati nel ghiaccio, abbiamo dormito pochissimo.
Chi ha sonno? Cosa ha sonno? Dov'è questo dormiglione?
La parete si è rivelata molto difficile e pericolosa. La roccia era o completamente marcia o perfettamente marmorea e non permetteva di proteggersi decentemente. A causa della totale mancanza di protezioni, i tiri erano in genere lunghi dai 40 agli 80 metri, sebbene alcuni di essi presentassero difficoltà sostenute di quinto grado. In tutto abbiamo superato quattro lunghezze di quinto, due delle quali a 7100 e 7300 metri su roccia compattissima, tecnicamente molto dura, senza una sola protezione. La vera seccatura era la neve assai profonda sul terreno misto, dove siamo passati scavando in verticale, con un lavoro complicato.
Quanto era bella quella corda spaventosamente lunga, che dondolava libera lontano!
Le condizioni della parete ci hanno imposto un ritmo più lento del previsto. Avevamo con noi cibo per quattro bivacchi e combustibile e bevande per cinque giorni: l'avventura, invece, è durata in tutto undici giorni. Siamo stati salvati dai viveri lasciati sulla cresta nord, a 7100 metri, durante l'acclimatazione e ritrovati la sera del nono giorno. Abbiamo resistito per quattro giorni senza mangiare e per tre senza bere.
Oh, quanto era liquido il tè, quanto erano dolci quelle trenta caramelle!
L'esaurimento fisico, la fame, la sete e la mancanza di sonno hanno causato in noi una serie di sorprendenti sensazioni psichiche. Incredibile, soprattutto, un fenomeno sperimentato anche da altri in alta quota: la percezione della presenza dell'“uomo che non c'è”, di una “terza persona”. Era così intensa che a volte, entrambi, aspettavamo istintivamente le reazioni e i movimenti di quella “terza persona”.
Perché, caro amico, non ti sei fatto vedere?
Per lunghi momenti ho sentito degli strani suoni: come una musica, un cinguettare di uccelli o un parlare sottovoce. Qualche volta mi è stato facile capire che si trattava di rumori reali modificati e individuare così la loro origine. Ad esempio: una bella e intensa voce femminile, qualcosa tra Barbra Streisand e Santana, che ho udito alle cinque del pomeriggio dell'ultimo giorno, arrivava dallo sfregamento della corda, ritmato dai nostri passi, sulla ruvida superficie nevosa.
Non avrei mai pensato che tu, Barbra Streisand, saresti potuta sbucare dalla neve ruvida!
Insolitamente insistenti e quasi moleste sono state la tendenza e l'abilità, davvero straordinarie, ad associare le rocce, la neve e le nubi a figure umane e ad altre forme. Tutto era trasformato in immagini reali che sembravano frutto dell'azione di uno spirito nascosto e misterioso.
Chi vi ha create, incantevoli e silenziose figure?
Particolarmente esasperante, a causa della grande mancanza di sonno, era il cadere improvvisamente addormentati, senza possibilità di opporsi, quando ci trovavamo in sosta. E poi risvegliarci violentemente, allo stesso modo, con un senso di terrore.
Oh, è così bello dormire!
Ugualmente spiacevole era la tortura delle allucinazioni: cibo e roba da bere.
Oh, tu riso, tu pane!
Sebbene questa sia stata la più straordinaria e misteriosa salita che abbia mai fatto, mi sento infelice per non essere riuscito a raggiungere la cima. Perché questa montagna meravigliosa e la sua “parete lucente” sono troppo speciali e perfette per pensare che una scalata su di loro senza raggiungere il punto essenziale – la vetta – sia una scalata veramente completa.
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Sopra: Wojciech Kurtyka (www.climbandmore.com)

Robert Schauer (foto tratta da A. SALKELD, Atlante dell'alpinismo, De Agostini, Novara 1999, p. 296)

I 2500 metri della ovest del Gasherbrum IV (7925 m) con la via di Kurtyka e Schauer, la discesa lungo la cresta nord-ovest (tratteggiata) e i luoghi dei bivacchi (www.klausdierks.com)

Kurtyka in azione sulla parete ovest del Gasherbrum IV (foto tratta da A. SALKELD, Atlante dell'alpinismo, De Agostini, Novara 1999, p. 230)

CON LUI, A TENTARE IL GIGANTE DI 7762 METRI DEL KARAKORAM - È LA PIÙ ALTA TRA LE MONTAGNE ANCORA INVIOLATE -, IL VALDOSTANO HERVÉ BARMASSE E GLI ARGENTINI DAMIEN E WILLIE BENEGAS
La notizia, in sintesi, l'avete già letta qui sopra: un quartetto d'eccezione, durante la prossima stagione estiva, uscirà dai sentieri più battuti per vedersela con uno dei magnifici Settemila, tentandolo da sud-sud-ovest (il versante è alto oltre 3500 metri). Ed è bello vedere che con l'instancabile Simone Moro, forte della sua conoscenza della montagna (che lo ha già respinto una volta, nel 2005), ci saranno uno dei migliori giovani alpinisti italiani – Hervé Barmasse, che sa davvero guardare lontano – e i forti fratelli argentini Damien e Guillermo (Willie) Benegas di cui, visto che in Italia non sono troppo noti, conviene ricordare almeno un paio di salite. Ci riferiamo a The book of shadows (“Il libro delle ombre”, 1200 m, A4, VII e WI4), che Willie ha aperto tra il 17 luglio e il 4 agosto 1995 con Eric Brand, Jared Ogden e Kevin Starr sulla parete nord della Nameless Tower di Trango (6238 m, Karakoram) e a The crystal snake (“Il serpente di cristallo”, 1500 m, VI, M4 e WI5), risolta in sei giorni nel maggio 2003 da Damien e Willie sulla parete nord del Nuptse (7861 m, Himalaya). A proposito del Batura II, che con i suoi 7762 metri e la più alta delle montagne ancora inviolate (come ha confermato lo studioso tedesco Wolfgang Heichel), dobbiamo invece dire che si trova in Pakistan (non troppo lontano dal confine con l'Afghanistan), all'estremità occidentale del Karakoram. Il gruppo del quale fa parte (Batura Group) comprende altre cinque cime con lo stesso nome, allineate da nord-ovest a sud-est e il Batura I, ovviamente la più alta, tocca quota 7784. Situato a nord della valle del fiume Gilgit, affluente dell'Indo, il gruppo è separato della catena dell'Hindu Raj dalla valle del fiume Karambar. Aggiungiamo che poco a sud dei Batura, sul lato sinistro (idrografico) della valle del fiume Hunza (affluente del Gilgit) dove passa la celebre Karakoram Highway, si innalza con un balzo senza eguali il fantastico Rakaposhi (7788 m).
La storia alpinistica del Batura II è cominciata nel 1959 con un tentativo di salita da parte di una spedizione anglo-tedesca. Un secondo tentativo fu poi effettuato nel 1978 da una spedizione dell'Himalayan Association of Japan: la squadra, composta da dieci alpinisti guidati da Mitsuaki Nishigori, il 9 maggio piazzò il campo base sul Baltar Glacier e da lì, per il versante meridionale, si spinse fino a 6200 metri giudicando quella via troppo lunga. Fu quindi deciso di tentare la parete sud-ovest e dopo quattro campi intermedi, il 6 luglio, Yuji Ishikawa, Mitsuru Ito e Makoto Okubo raggiunsero una vetta che, però, non era quella del Batura II (come erroneamente riportato in alcune pubblicazioni) ma quella del Batura IV (7594 m). Nel 1983 la montagna finì nel mirino di una spedizione polacca (che a quanto pare si spinse piuttosto in alto prima di desistere e scalare il Batura I) e nel 2002 fu il turno di un team tedesco composto da Tilo Dittrich, Günther Jung, Jan Lettke, Tom Niederlein, Christian e Markus Walter. Piazzato il campo base avanzato sul Baltar Glacier a quota 4250, il campo 1 a quota 5240 (a fine giugno), il campo 2 a quota 5800 (il 2 luglio, dopo aver superato uno stretto e pericoloso couloir), il campo 3 sopra il Batokshi Pass (5900 m) e il campo 4 a quota 6560, Jung e i fratelli Walter, il 16 luglio hanno sferrato l'attacco alla vetta salendo, con tempo ottimo, fino a quota 7100. Lì, purtroppo, le condizioni del pendio nevoso hanno imposto la ritirata. Nel 2005 è arrivato così il turno di Simone Moro e Joby Ogwyn che, dopo aver salito in tre giorni (7-9 luglio), per la cresta ovest, il Batokshi (6050 m, la loro è stata la quarta ascensione assoluta di questa cima che, in pratica, si trova lungo la via ai Batura I e II), sono stati costretti a rinunciare all'obiettivo principale. Perché? La ragione è semplice: durante la discesa dal Batokshi, effettuata per un itinerario diverso da quello percorso in salita, una valanga ha travolto l'alpinista americano che, salvatosi quasi per miracolo e prontamente recuperato, non era tuttavia più in grado di continuare l'avventura. Il sesto ed ultimo tentativo al Batura II risale infine al 2006 e porta ancora una volta la firma del tedesco Markus Walter che, in compagnia di Bruce Normand, nulla ha potuto contro le cattive condizioni del gigante.
I Batura dal campo base, ai piedi del versante sud-ovest

Il Batura II (in alto a sinistra) e la bella sagoma del Batokshi (poco a destra del centro dell'immagine)

La vetta del Batura II ripresa con il teleobiettivo dal campo base

Un momento del tentativo tedesco del 2002: siamo a quota 6400, tra il campo 3 e il campo 4

La famiglia dei Batura al completo (il Batura III è nascosto dal Batura IV, seguono da sinistra a destra il Batura II, il Batura I - cime ovest ed est - il Batura V e il Batura VI)
KARAKORAM 2008: LE PRIME SPEDIZIONI ANNUNCIATE
Chi tenterà i colossi del Karakoram durante la prossima stagione estiva? I primi nomi sono già in circolazione. Il K2 (8611 m), per ora, è nel mirino di quattro spedizioni: quella olandese di Wilco van Rooijen (6 alpinisti, partenza il 18 maggio), quella coreana di Kim Jae-Soo (8 alpinisti che tenteranno la via normale per lo sperone Abruzzi, partenza il 26 maggio),quella internazionale diretta dall'americano Michael Farris (6 alpinisti, partenza il 10 giugno) e quella di Singapore diretta da Robert Goh Ee Kiat (4 alpinisti). Da segnalare quindi la spedizione polacco-slovacca guidata da Dodo Kopold (10 alpinisti tra cui Piotr Pustelnik, Piotr Morawski e Peter Hamor) che punta ai Gasherbrum I (8068 m), II (8035 m) e III (7952 m) e al Broad Peak (8047 m, partenza in 15 maggio), quella russa di Valery Babanov (attualmente impegnato sulla ovest del Dhaulagiri con Nickolay Totmjanin) che tenterà le stesse montagne escluso il Gasherbrum III (partenza il 5 giugno) e quella bielorussa diretta da Uladzimir Tsialpuk che si cimenterà sul Broad Peak (8 alpinisti, partenza il 10 giugno). Tornando al Gasherbrum I: se la parete nord sarà tentata dagli italiani Karl Unterkircher, Daniele Bernasconi, Michele Compagnoni e Walter Nones, sull'altro versante ci saranno una spedizione internazionale di 7 elementi diretta da Jan Elleby e una relativamente numerosa squadra polacca (14 alpinisti) guidata da Ryszard Jan Pawlowski (queste ultime due spedizioni hanno il permesso anche per Gasherbrum II).
SOTTO GLI OTTOMILA. I giovani e meno giovani talenti russi di Krasnoyarsk guidati da Nickolay Zakharov, forti dell'esperienza maturata sulla nord dell'Ak-Su in inverno (www.intotherocks.splinder.com/post/11031819) e sulla Grande Torre di Trango (www.intotherocks.splinder.com/post/13135500), il 4 giugno partiranno alla volta del Skyang Kangri (7545 m, che conta una sola salita, del 1976). E se gli sloveni Pavle Kozjek, Grega Kresal e Dejan Miškovic sognano il gran colpaccio, in bello stile, sulla Muztagh Tower (7273 m, che conta quattro salite), i loro connazionali Aleš e Nejc ÄŒesen (figli d'arte), Rok Blagus, Rok Šisernik e Mihael Hrastelj puntano al celebre K7 (6934 m, tre salite). Il Diran (7257 m) sarà l'obiettivo dei giapponesi diretti da Hiroshi Kawasaki, mentre gli americani Steve Swenson e Mark Richey, dopo l'insuccesso del 2007 sulla cresta nord del Latok I (www.intotherocks.splinder.com/post/13808719) puntano al Link Sar (7041 m) e al K13 (6666 m). E il Link Sar, già tentato dallo stesso Swenson nel 2001 e ancora inviolato, sarà nel mirino anche degli italiani Maurizio Giordani, Gianluca Maspes e Massimo Faletti. Chiudiamo segnalando la spedizione austriaca allo Spantik (7027 m) e quella (mini) della neozelandese Patricia Deavoll che con Malcom Bass, dopo il colpo a vuoto dello scorso anno, si cimenterà ancora sul Bekka Brakai Chhok (6940 m).

La magnifica Muztagh Tower, obiettivo del fuoriclasse sloveno Pavle Kozjek (arch. Hayyain Joo)
KARAKORAM: SI CHIAMA THE OUTSIDE PENGUIN (1200 m, VI+, A1 e M3) LA VIA APERTA NELL'ESTATE SCORSA DA JEREMY FRIMER E KEN GLOVER SUL PEAK 5750, CIMA DEL GRUPPO DEI LATOK FORSE GIÀ SALITA NEL 1977 DA ALCUNI MEMBRI DELLA SPEDIZIONE TRICOLORE DIRETTA DA ARTURO BERGAMASCHI
Con la nuova stagione “asiatica” alle porte, inaugurata col botto dalla notizia della chiusura del versante cinese dell'Everest fino al 10 maggio, aggiungiamo un tassello alle nostre cronache di quella passata. I protagonisti sono i canadesi Jeremy Frimer e Ken Glover che, durante l'estate scorsa, sognavano di salire una cima di 6500 metri nei pressi del Latok II (7108 m, Karakoram, Pakistan), scalato per la prima volta il 28 agosto 1977 dagli italiani Ezio Alimonta, Toni Masè e Renato Valentini della spedizione “Biafo '77”. Frimer e Glover puntavano per la precisione alla parete sud-ovest del Peak 6500: un muro granitico quasi verticale alto 1500 metri che, corazzato di ghiaccio, ha costretto i due amici a trovarsi un altro obiettivo. Così la scelta è caduta sul Peak 5750, che si innalza a sud-ovest del Latok II. Nel mirino dei canadesi sono finiti i 1200 metri della parete sud della montagna, caratterizzata da due evidenti pilastri paralleli: Jeremy e Ken, il 30 luglio, all'insegna dello stile fast and light (solo per pigrizia, anche se gli zaini leggeri obbligano a correre...) hanno attaccato quello più a destra. «Dopo un tratto iniziale di rocce rotte – racconta Frimer – abbiamo raggiunto la prima headwall, superata grazie ad un traverso, un breve tratto in discesa, una fessura-diedro, un secondo traverso in placca e un sistema nascosto di camini. E ormai a tu per tu con la seconda, ripida headwall, abbiamo traversato ancora per due lunghezze fino ad una serie di rampe. Oltre uno strapiombo abbiamo scoperto un diedro e più in alto, dopo un tratto più semplice, anche un comodo luogo per il bivacco. Insomma: serendipitously, in modo quasi casuale, abbiamo trovato una soluzione relativamente semplice a due problemi che sembravano assai complessi. Il secondo giorno, ormai a 700 metri dall'attacco, speravamo di chiudere rapidamente, con il sole, la partita. Tuttavia, con il tempo minaccioso, siamo stati più lenti del previsto e, raggiunta la base della terza ed ultima headwall, abbiamo pensato che la nostra serie fortunata fosse ormai conclusa: un lungo tiro “rotto” ci stava portando verso una sezione senza evidenti punti deboli. In mezzo delle sottili fessure verticali, a sinistra uno strapiombo e a destra un pilastro compatto, dove Ken si è spinto in esplorazione: se fosse caduto, vista l'assenza di protezioni, sarebbe finito sulla cengia sottostante. Niente da fare, però. Ho deciso allora di tentare a sinistra e, dopo un diedro ghiacciato, la fortuna è tornata dalla nostra parte». Frimer e Glover hanno superato una rampa e dopo due tiri di misto, insieme alla neve che cominciava a cadere, sono arrivati in vetta. La discesa, lungo la via di salita, non è stata per niente simpatica, con tanto di tempesta e misero bivacco. «Alle 3 del mattino del 1° agosto – racconta ancora Jeremy – abbiamo aperto gli occhi (proprio così: non ci siamo svegliati...) e durante il resto della notte ci siamo impegnati nella preparazione di bevande calde. Abbiamo quindi ripreso la discesa, raggiungendo l'attacco della nostra nuova via - The outside penguin (1200 m, VI+, A1 e M3, TD+) - nel pomeriggio, sotto la pioggia, felicissimi per aver realizzato il massimo che gli dei ci avevano concesso».
UN PO' DI STORIA (CON IL PUNTO DI DOMANDA). Il Peak 5750 fu scalato nel 2000, da nord, dagli americani Doug Chabot e Jack Tackle (che puntavano al pilastro sud del vicino Baintha Brakk, più noto come Ogre, 7285 m). Tuttavia la prima ascensione, sia secondo gli americani sia secondo i canadesi, potrebbe risalire al 1977: autori della salita alcuni dei membri della già menzionata spedizione italiana che ebbe la meglio sul Latok II. La squadra, diretta Arturo Bergamaschi, era composta oltre che dai citati Ezio Alimonta, Toni Masè e Renato Valentini, anche da Francesco Cavazzuti (medico), Attilio Bianchetti, Giorgio Cantaloni, Pompeo Casati, Luciano Grassi, Angela Masina, Stefano Mazzoli, Giovanni Pasinetti, Aldo Rampini, Hainz Steinkötter, Giuseppe Villa, Beppe e Italo Zandonella e Angelo Zatti: un gruppo numeroso che, tra il 16 agosto e il 4 settembre, salì in prima assoluta ben 15 cime “minori” della zona. Nell'elenco ufficiale delle salite, pubblicato nel 1978 sul The American Alpine Journal, non figura tuttavia nessun Peak 5750. Troviamo infatti il Peak 5700 (Alimonta e Masè, 16 agosto 1977), il Peak 5300 (Bergamaschi, Grassi, Mazzoli e Zatti, 17 agosto), il Peak 5050 (Rampini, 19 agosto), un secondo Peak 5300 (Italo Zandonella, 21 agosto), il Peak 5400, il Peak 5470, il Peak 5370 e un terzo Peak 5300 (Bergamaschi, Casati, Grassi e Zatti, 24 agosto), il Peak 5445, il Peak 5450 e il Peak 5487 (Casati, Mazzoli e Rampini, 27 agosto), un quarto Peak 5300, il Peak 5670 e il Peak 5810 (Pasinetti, Italo Zandonella e Zatti, 31 agosto e 1° settembre) e infine il Peak 5620 (Alimonta, Bergamaschi, Masina, Pasinetti e Zatti, 4 settembre).

La parete sud del Peak 5750 con la via di Frimer e Glover (arch. Jeremy Frimer, www.alpinist.com)

Frimer sul sesto tiro di The outside penguin, lungo il sistema di camini nascosti durante il primo giorno di scalata (arch. Ken Glover, www.alpinist.com)
BLOCCATO A QUOTA 7800, A SOLI 250 METRI DALLA VETTA, IL TENTATIVO INVERNALE DEL BERGAMASCO E DEI COMPAGNI PAKISTANI
Niente da fare: il Broad Peak (8047 m) ha chiuso le porte anche questa volta. Simone Moro e i pakistani Shaheen Baig e Qudrat Ali, nei giorni scorsi, hanno cercato di approfittare di una finestra di bel tempo ma la prima invernale della “cima larga” del Karakoram è rimasta un sogno. Rispetto al 2007, però, quando non era andato oltre quota 7150, quest'anno il bergamasco è riuscito a spingersi a 7800 metri, dove un colle divide il Broad Peak Middle (8016 m, a nord) dal Broad Peak principale. La partita finale è cominciata il 6 marzo, quando Simone e compagni sono saliti dal campo base al campo 2 (6200 m). Da lì, il giorno dopo, il terzetto ha raggiunto quota 7100 (campo 3) e quindi, sabato 8 marzo, sono state giocate le ultime carte: il primo a mollare è stato Qudrat e alle 14, ormai a 7800 metri e quindi a circa 250 metri dalla vetta, anche Simone e Shaheen hanno deciso di scendere, raggiungendo il campo 2 dove li attendeva Qudrat. Ieri, 9 marzo, la cordata ha finalmente rimesso piede al campo base. Ma ecco le ultime fasi del tentativo nelle parole di Simone Moro. «Questa volta è proprio finita, in un modo che definirei “agrodolce” - spiega il bergamasco -: sono arrivato a quota 7800, a soli 247 metri dalla cima. Il tempo era fantastico, le condizioni ottime ma… erano le 14 quando mi sono trovato a quella quota. È stato difficilissimo non farsi prendere dalla foga, dalla voglia di inseguire un risultato storico. Ma, se ti trovi alle 14 a 7800 metri, sai benissimo che non sarai sulla cima prima delle 16: un orario mortale, soprattutto d’inverno. Con due ore di luce rimanenti il bivacco è garantito e durante la stagione fredda, in Karakoram, significa la fine. Accidenti! Ero così vicino alla meta, vedevo la vetta... ma dovevo usare la testa e non le gambe. Qudrat aveva già dato forfait per problemi di freddo ai piedi, Shaheen era stanco. Che fare? Non ci ho pensato molto: la risposta era ovvia. Dietrofront: prima fino al campo 3 e poi, dopo una pausa di pochi minuti, abbiamo deciso di proseguire verso il campo 2 (le previsioni davano vento forte in arrivo) dove siamo arrivati al buio, verso le 19. Stamattina (domenica 9 marzo, ndr) ognuno ha continuato alla sua velocità. Siamo scesi al campo base dove i nostri tre amici ci hanno accolto abbracciandoci, urlando: «Near summit, near summit! Great, in winter!». La vetta, però, è rimasta inviolata: dopo quasi tre mesi passati lontano da casa (e una valanga di dollari spesi...), rimane la soddisfazione di esserci andato molto vicino, dimostrando che l'invernale del Broad Peak è realizzabile anche da un gruppo piccolissimo».

La parete ovest del Broad Peak con la via seguita e il punto massimo raggiunto (7800 m) da Simone Moro e compagni

La parte superiore della parete del Broad Peak
Foto: arch. Simone Moro
DA SEGNALARE, INOLTRE, LA SECONDA SALITA DEL CHONG KUMDAN I (7071 m, VIA NUOVA) E LA SESTA DEL MAMOSTONG KANGRI (7516 m)
La zona del Siachen Glacier (Karakoram orientale), che India e Pakistan si contendono da decenni, non è più territorio proibito. Il governo di Nuova Delhi, infatti, ha recentemente annunciato la totale apertura dell'area ai trekkers e agli alpinisti stranieri, che non dovranno più appoggiarsi a squadre indiane per ottenere i permessi di scalata. Durante l'estate scorsa, comunque, le spedizioni sono state ancora congiunte e ad un team indo-americano è riuscita la seconda salita assoluta, per una via nuova lungo la cresta est-nord-est, del Chong Kumdan I (7071 m), scalato per la prima volta il 4 agosto 1991 da una spedizione indo-britannica guidata da Harish Kapadia e David Wilkinson (in vetta, per la parete ovest e la cresta nord-ovest, giunsero lo stesso Wilkinson, John Porter, Neil McAdie e William Church). L'obiettivo della squadra indo-americana – la prima, dopo quella del successo appena menzionato, ad inoltrarsi lungo il Chong Kumdan Glacier – era in realtà la prima ascensione del Chong Kumdan II (7004 m), lasciata da parte a causa della lunghezza dell'avvicinamento sul ghiacciaio. Sempre durante l'estate scorsa, sul poco lontano Mamostong Kangri (7516 m), si è invece cimentata una spedizione indo-francese a cui è riuscita la sesta salita assoluta della montagna (per la via dei primi salitori, lungo la cresta sud-est). I precedenti successi sul Mamostong Kangri, dalla splendida e inviolata parete nord (2000 metri di neve e ghiaccio), risalgono al 1984 (spedizione indo-giapponese), al 1988 (parete est, spedizione indiana), al 1989 (via normale, spedizione indiana), al 1990 (idem) e al 1992 (via normale, spedizione femminile indiana).

La piramide sommitale del Chong Kumdan I (arch. Lindsay Griffin)

I 2000 metri dell'inviolata parete nord del Mamostong Kangri (arch. Lindsay Griffin)

La contesa area del Siachen (cartina tratta da M. CASELLA, Cime di guerra. Il Gasherbrum IV nel conflitto tra India e Pakistan, Cda & Vivalda editori, Torino 2004, p. 12)
di Simone Moro
«Campo base del Broad Peak, 19 febbraio 2008. Un altro passo importante è stato fatto: domenica 17 siamo saliti direttamente dal campo base al campo 2. È stata una giornata durissima: le condizioni meteo erano pessime ma sapevamo che il giorno successivo (ieri) ci sarebbero stati sole e poco vento. Il nostro campo 2, però, era soltanto un deposito e dunque, dopo ore e ore spese a salire con i carichi pesanti, abbiamo dovuto allestirlo sul serio. La notte è stata veramente gelida, -35°, e non siamo riusciti a dormire molto. Ieri, esattamente come Karl Gabl aveva previsto, è stata una giornata fantastica. Abbiamo aspettato che arrivasse il sole in tenda (alle 8.34) e poi ci siamo messi in azione: obbiettivo il campo 3. Non abbiamo però trovato le vecchie corde fisse (come speravamo) e siamo stati costretti a fissare con parsimonia i 200 metri di cordino da 4 e 5 millimetri lungo i tratti più ripidi e ghiacciati. Il problema era che, diversamente dall'impressione avuta guardando con il binocolo, anche sopra il campo 2 c'erano molte sezioni di ghiaccio verde, a volte coperto da un paio di centimetri di neve che lo rendevano ancora più infido. Abbiamo fatto di tutto per salire ma a più di due ore di marcia dal luogo per il campo 3 il cordino era già finito. Il punto raggiunto, tuttavia, coincide con l'inizio del calo di inclinazione della parete: ora basteranno altri 50-100 metri di fisse per guadagnare il terreno “camminabile”, dove procedere senza l'ausilio di nessuna corda di sicurezza. Abbiamo quindi deciso di scendere direttamente al campo base, visto che per oggi le previsioni annunciavano vento forte oltre i 7000 metri. Al campo base, fortunatamente, stiamo godendo la prima vera tranquilla giornata di sole, con temperature sopportabili. Il programma prevede qualche giorno di riposo in attesa della prossima, decisiva, finestra di bel tempo».

Il Broad Peak in veste invernale. Allestito il campo 2 a quota 6200, ieri Simone Moro e compagni hanno continuato per un tratto verso il campo 3, piazzando 200 metri di corde fisse

18 febbraio 2008: buongiorno al campo 2 del Broad Peak

Panorama dal campo 2

Ieri sul Broad Peak: verso il campo 3
Foto: arch. Simone Moro
MAKALU: BANDIERA BIANCA ANCHE PER GLI ITALIANI
Niente da fare anche per Romano Benet, Nives Meroi e Luca Vuerich. Il terzetto tarvisiano, nei giorni scorsi, come i kazaki Urubko e soci (si veda il post del 4 febbraio) ha lasciato il campo base del Makalu. Tra l'8 e il 9 febbraio le tende sono state devastate dalla tempesta e la decisione di fuggire (letteralmente) è stata inevitabile. Il 10 febbraio gli alpinisti hanno cominciato la discesa verso l'Hillary BC, per attendere lì i portatori. Ma durante il tragitto Nives si è infortunata: frattura alla base del perone e necessità di soccorso immediato. Ieri un elicottero ha così raggiunto l'Hillary BC e ha trasportato gli alpinisti a Kathmandu, dove Nives è stata ricoverata in ospedale.
BROAD PEAK: L'INVERNO FRENA SIMONE MORO
Le ultime notizie sono dell'11 febbraio. «Ieri (domenica) – spiega Simone – è stata una giornata difficile. Con il cattivo tempo – freddo e terribili raffiche di vento – siamo saliti fino a 5700-5800 metri, dove abbiamo lasciato il necessario per installare il campo 3. Le condizioni però erano davvero impossibili: non abbiamo potuto fare altro che rientrare al campo base. Il vento nel frattempo è aumentato e le nubi avvolgono la montagna: a 6500 metri ci dovrebbero essere 41 gradi sotto zero. Ma ora tutto il materiale necessario per la scalata è mille metri più in alto rispetto al campo base: la prossima volta, quindi, saliremo scarichi e saremo più veloci. Finora non ci sono state più di 15-20 ore di cielo sereno consecutive e questo è capitato appena tre volte. Comunque abbiamo viveri e carburante per un mese: possiamo quindi giocare la carta dell'attesa, della tenacia e della pazienza infinita».
CERRO PIERGIORGIO: I NUMERI DELLA VIA DI BARMASSE E BRENNA
La via risolta tra il 7 e l'8 febbraio 2008 sulla nord-ovest del Cerro Piergiorgio, in Patagonia, da Hervé Barmasse e Cristian Brenna, è lunga 950 metri (28 lunghezze di corda), presenta difficoltà di 6b+ e A3 (ED+ la valutazione complessiva) ed è stata battezzata La ruta de l'hermano (“La via del fratello”). Siamo in attesa di altre informazioni (si veda anche il post dell'11 febbraio).

La parete nord-ovest del Cerro Piergiorgio con la via di Barmasse e Brenna (www.ragnilecco.com)
ULTIMISSIMA
Restiamo in Patagonia: ci è giunta in questo momento la notizia di una nuova via di Rolando Larcher e soci nel gruppo delle Torri del Paine. Come sopra: a breve altre informazioni.
SUL BROAD PEAK, INVECE, MORO HA RAGGIUNTO IL CAMPO 2 A QUOTA 6200
Niente da fare per Denis Urubko e compagni sul Makalu: il tentativo dei kazaki al colosso di 8463 metri è finito. L'inverno himalayano ha alzato la voce: impossibile continuare. «Siamo in crisi – spiegava ieri mattina Denis dal campo base -: siamo stati sbattuti giù dal vento. Non avete mai visto Samoilov volare? Uno spettacolo che mette i brividi... Abbiamo qualche congelamento. Ma siamo vivi. Domani (oggi per chi legge, ndr) torniamo a casa». E gli italiani? Le ultime notizie di Romano Benet, Nives Meroi e Luca Vuerich, impegnati sulla stessa montagna, risalgono a sabato: tutti bloccati al campo base, con vento forte e previsioni per nulla confortanti. In sintesi: «In queste condizioni, sopravvivere in quota sarebbe impossibile». Già il 21 gennaio Urubko parlava di vento terribile, insopportabile. Tre giorni dopo, comunque, ha annunciato il primo tentativo alla vetta e il 25 gennaio, con Serguey Samoilov ed Eugeny Shutov, si è spinto fino a quota 6400. Il 26 gennaio anche il terzetto di tarvisiani ha deciso di giocare le sue carte ma, dopo aver toccato quota 6100 con i kazaki bloccati 300 metri più in alto (a parte Shutov, costretto a scendere per un malore), Romano, Nives e Luca non hanno potuto fare altro che tornare al campo base. Il 27 gennaio, piazzando le corde fisse lungo i tratti più impegnativi, Urubko e Samoilov sono saliti fino a quota 7200: le condizioni di salute di Serguey hanno però imposto un'immediata ritirata (Samoilov si è fermato a 6400 metri, Urubko ha continuato fino al campo base). I tarvisiani, lo stesso giorno, sono riusciti ad avanzare fino a quota 6800, decidendo di passare la notte 400 metri più in basso. 28 gennaio: toccata e fuga di Benet e soci fino a 7000 metri e quindi giù al campo base. Il 31 gennaio Urubko, Samoilov e Gennady Durov sono tornati all'attacco, riuscendo a toccare quota 6700. Da lì, il 1° febbraio, si sono spinti fino a 7400 metri. Il bivacco, a quella quota, li ha messi a dura prova: i tre sono stati costretti a stare seduti, senza dormire, pronti a fuggire ma con la speranza di proseguire, il giorno dopo, fino a 7800 metri. Il 2 febbraio l'obiettivo è stato raggiunto ma, una volta lassù – tre ore di fatica per superare 400 metri di dislivello –, Denis e compagni hanno dovuto fuggire: la discesa fino al campo base, dagli amici italiani, è stata assai problematica. DAL MAKALU AL BROAD PEAK: buone notizie, finalmente, da Simone Moro. Dopo le iniziali, lunghe e snervanti peripezie (si veda il post del 22 gennaio), il bergamasco ha finalmente raggiunto il campo base della “sua” montagna e sembra aver rapidamente guadagnato il tempo perduto, visto che il 2 febbraio è riuscito a piazzare il campo 2 a 6200 metri. Le ultime informazioni, direttamente dalla voce del protagonista, risalgono a ieri: «Siamo tornati al campo base a 4800 metri. Sabato è stato un giorno duro ma, alla fine, siamo arrivati al campo 2, superando la parte tecnicamente più difficile della via. Non abbiamo trovato un metro di vecchie corde fisse utilizzabile. Le poche in cui ci siamo imbattuti erano sotto il ghiaccio o affioranti per pochi metri. Per questo, dopo avere arrampicato slegati fino a 5800 metri, abbiamo fissato 300 metri di cordino da 5 millimetri: i tratti più ripidi erano ricoperti di ghiaccio verde durissimo. Sbucati sulla cresta alle 13, in pochi minuti abbiamo raggiunto il luogo del campo 2, lasciando tutto il materiale. Abbiamo quindi cominciato la discesa, con il tempo che continuava a peggiorare. Arrivati al campo 1 lo abbiamo smontato e “seppellito” con grosse pietre, per evitare che il vento distruggesse tutto. Abbiamo poi continuato la discesa in piolet traction (pendii ghiacciati, senza corde fisse) fino alla base della parete, al campo base avanzato e al campo base. Siamo felici del lavoro svolto. In cinque giorni abbiamo piazzato tre campi. Ora riposeremo un po' e poi torneremo sulla montagna: l'obiettivo ora è il campo 3 a circa 7200 metri. Se riusciremo a piazzare l'ultimo campo, dovremo poi aspettare la finestra di bel tempo per il tentativo alla vetta».

Bivacco invernale sul Makalu (arch. Benet-Meroi-Vuerich, www.nives.alpinizem.net)