Utente: intrablog
Nome: © ANTERSASS CASA EDITRICE - Concept, credits & disclaimer by Alberto Peruffo + www.intraisass.it -> community

PRIMO PIANO
haeréo


ANTIGRAVITY SYSTEM INSTRUMENTs
IL NUOVO ATTACCO DI MONTURA
superleggero e tecnologico
PER LO SCI ALPINISMO

sostenitori
ricerca STORICO-CULTURALE


>> Cles
>>
Bruneck
>>
Bassano Del Grappa
>> Salzburg
>> Isera
>>
Tarvisio

>> brianza
>> milano


NEWS + nuovi prodotti
>> weekend
ski alp race 28/29 novembre 2009
>> nuova racchetta de neve
snow cube


Spedizioni e trekking
IN TUTTO IL MONDO
>> PARTENZE WORK IN PROGRESS


S.C.A.R.P.A.
>> Skiing
>> Climbing


a un passo dal cielo
la nuova alpguide antersass

Festival Flowers - Antersass Casa Editrice in collaborazione con il TRENTOfilmFESTIVAL
24 nuovi itinerari alpinistici
e racconti sulle PICCOLE DOLOMITI

€22,00 richiedila << qui >>
(incluse spese spedizione)


le guide
ANTERSASS

antersass
varazze block
alto vicentino
lumignano

the sad smoky mountains
& skyscrapers
>> Throughout the world in proximity of the arrival of the Olympic torch on the summit of Mount Everest + the inauguration of the Olympics in Peking >>
NEW YORK 26/12/08
Alberto Peruffo + The Sad Smoky Mountains

THE EXPLORERS WEB AWARDS

intraisass3

è arrivata la nuova raccolta €18,00 richiedila << qui >>
(incluse spese spedizione)

redazione



utilità

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami


  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder

visite

visitato *loading* volte

A CURA DI CARLO CACCIA >> REDAZIONE  redazione@intraisass.it >> LECCO-VICENZA ITALY

venerdì, 27 novembre 2009

IL RE DELL'HISPAR MUZTAGH (3)

postato da carlocaccia alle 16:31 in frammenti di storia, karakoram

Finalmente, dopo due rinvii consecutivi, ecco la terza parte della storia alpinistica del Disteghil Sar, che con i suoi 7885 metri è la più alta montagna dell'Hispar Muztagh (Karakorum, Pakistan). Se nella prima parte (www.intotherocks.splinder.com/post/21553920) abbiamo raccontato i tentativi del 1957 e del 1959 alla cima principale e la prima ascensione assoluta della stessa, del 1960, e nella seconda (www.intotherocks.splinder.com/post/21642133) abbiamo rivissuto la prima salita della cima est (spedizione polacca, 1980) e la seconda (e per ora ultima) salita della cima principale (spedizione spagnola, 1982), oggi “giocheremo in casa” grazie alla spedizione guidata da Arturo Bergamaschi che, nel 1983, ripercorse le tracce dei polacchi sulla cima est e colse altri importanti (e purtroppo dimenticati) successi.

1983: ARRIVANO GLI ITALIANI

bergamaschiArturo Bergamaschi (anzi: don Arturo Bergamaschi, 81 anni, laureato in matematica e fisica; nella foto, www.cigv.it): sull'“American Alpine Journal” è uno degli italiani più citati, forse il più citato dopo Reinhold Messner. Il perché è presto detto: dal 1970 ad oggi, ininterrottamente, il nostro ha organizzato oltre 40 tra spedizioni alpinistiche e trekking extraeuropei, cogliendo storici successi tra cui spicca la prima ascensione assoluta del Latok II (7108 m, Karakorum, www.intotherocks.splinder.com/post/13808719). Tra le altre avventure guidate dal sacerdote emiliano, nato a Savignano sul Panaro l'8 novembre 1928, meritano di essere ricordate anche quella del 1970 in Kurdistan (diverse prime assolute), quella del 1973 in Afghanistan (Jurm Valley, Hindu Kush), quella del 1976 in Groenlandia, quella del 1978 in Bolivia (Cordillera Real), il tentativo del 1979 all'Annapurna Fang (o Varah Shikhar, 7647 m), il tentativo del 1981 all'Annapurna II (7937 m), il successo del 1988 sul Changtse (7580 m, Tibet, immediatamente a nord dell'Everest) e il notevole tentativo del 1994 sul versante settentrionale del K2 (8611 m).

Abbiamo lasciato da parte, perché dobbiamo parlarne diffusamente, la spedizione del 1983, quando don Bergamaschi si recò nell'Hispar Muztagh e, dopo il successo spagnolo del 1982 sulla cima principale, contribuì all'aggiunta di una nuova bella pagina alla storia alpinistica del Disteghil Sar: la seconda salita della cima est (che, lo ricordiamo, tocca quota 7696) riuscita ai trentini Giorgio Corradini e Zefferino Moreschini, che raggiunsero l'obiettivo il 26 luglio a tre anni esatti dalla “prima” dei polacchi. Aggiungiamo subito che la squadra italiana, composta da ben 20 alpinisti – oltre al leader e ai due appena citati c'erano anche Francesco Cavazzuti, Stefano Sghinolfi, Tiziano Nannuzzi, Giancarlo Calza, Marco Mairani, Rolando Dall’Occa, Daniela Corbelli, Piero Dotto, Claudio Benedetti, Cristiano Casolari, Graziano Ferrari, Attilio Bianchetti, Marco Bertoni, Filippo Sala, Aldo Poli, Aldo Rampini e Lodovico Gualandi -, la squadra italiana, dicevamo, riuscì a salire anche lo Yazghil Dome Sud (7400 m, era l'obiettivo principale della spedizione, da raggiungere seguendo la via polacca del 1980), l'inviolato Yazghil Dome Nord (7400 m) e tre cime (anch'esse inviolate) nei pressi del campo base.

Hispar_MapLo squadrone di don Bergamaschi (alla sua quattordicesima spedizione personale) raggiunse Karimabad lungo la Karakorum Highway e si inoltrò nella valle dell'Hispar, lasciando Nagar il 3 luglio: la carovana, visti gli 81 portatori, era composta da oltre 100 persone e muovendosi lentamente raggiunse il campo base sul Kunyang Glacier, a quota 4550, soltanto una settimana dopo. Il 13 luglio un gruppo di dieci alpinisti attrezzò il campo I (5100 m), oltre il quale stava una zona crepacciata sovrastata da un ghiacciaio sospeso che scaricava in continuazione. Il 17 luglio, con un tempo splendido dopo una nevicata di due giorni (l'alta pressione sarebbe durata sino alla fine del mese), fu individuato un passaggio tra i crepacci e il giorno successivo fu piazzato il campo II (5800 m). Il 21 luglio fu la volta del campo III (6350 m) in corrispondenza della sella tra il Disteghil Sar Est e il Kunyang Chhish Nord (7200 m) e due giorni dopo, grazie a Bianchetti, Ferrari, Sala e Rampini, anche il campo IV a 6900 metri sul colle tra il Disteghil Sar Est e lo Yazghil Dome Sud (nello stesso punto scelto anche dai polacchi) era realtà. Da lì, il 24 luglio, Bianchetti, Ferrari e Sala si spinsero fino ai 7400 metri della vetta dello Yazghil Dome Sud e il 26 luglio, mentre Corradini e Moreschini riuscivano a completare la seconda ascensione assoluta del Disteghil Sar Est (dal campo a 6900 metri per la parete orientale, come i polacchi nel 1980), Botto e Nannuzzi facevano il bis sullo Yazghil Dome Sud, toccandone la cima in giornata dal campo III. Tutto finito? Nossignori: il 28 luglio, aggirato lo Yazghil Dome Sud e raggiunto il colle che lo separa dallo Yazghil Dome Nord, il solitario Casolari mise a segno la prima assoluta di quest'ultima cima mentre Rampini (rimasto per cinque giorni al campo IV) e Poli salirono il “solito” Yazghil Dome Sud per una linea nuova sul versante est. A tutte queste ascensioni, come già accennato, occorre aggiungere le prime assolute del Peak 5050 (Cima Tizian, in vetta Calza e Mairani), del Peak 5030 (Cima Cucciolo, Benedetti da solo) e di un secondo Peak 5050 (Cima Ornella, Benedetti e Nannuzzi). La spedizione lasciò il campo base il 31 luglio con un bottino - considerati anche le sole tre settimane di permanenza sul Kunyang Glacier - piuttosto cospicuo: quattro prime assolute (tra cui un Settemila), due seconde assolute e una variante, per complessive otto cordate (compresi i due solitari) su sei vette diverse.

Nella cartina, che comprende buona parte del bacino del Kunyang Glacier, abbiamo evidenziato la cima est del Disteghil Sar, lo Yazghil Dome Sud, lo Yazghil Dome Nord (pallini rossi) e il Kunyang Chhish Nord (pallino fucsia)

link al post | categoria frammenti di storia, karakoram
giovedì, 26 novembre 2009

SULLE TRACCE DI MICK FOWLER (2): DAI PIOLETS D'OR AL GOLDEN PILLAR I GIAPPONESI CONTINUANO A BRILLARE

postato da carlocaccia alle 12:57 in karakoram

ENNESIMA BELLA SALITA PER KAZUAKI AMANO, FUMITAKA ICHIMURA E YUSUKE SATO CHE DURANTE L'ESTATE SCORSA, IN STILE ALPINO, HANNO MESSO A SEGNO LA SECONDA RIPETIZIONE DELLA VIA BRITANNICA SUL PILASTRO NORD-OVEST DELLO SPANTIK (7027 m, KARAKORUM)

Spantik 3A quaranta chilometri dalla Karakorum Highway (KKH), lungo la dorsale che svolgendosi da ovest a est divide il bacino dell'Hispar Glacier (a nord) da quello del Chogolungma Glacier (a sud), si innalza una montagna dai due volti: quello meridionale, relativamente tranquillo, e quello settentrionale, splendido e cattivissimo, invisibile dalla KKH. Tuttavia, una volta giunti a Karimabad, basta inoltrarsi per breve un tratto nella valle dell'Hispar, fino a Nagar, per trovarsi davanti la meraviglia: la parete con la via di salita ideale, «un pilastro monolitico che cattura il sole della sera e dà alla montagna il suo nome in lingua burushaski, Ghenish Chhish, che significa “montagna d'oro”. E il “Pilastro d'oro” (Golden Pillar), che si innalza per 2200 metri dal ghiacciaio, è la chiara, inevitabile sfida». Così Victor Saunders nel 1988 sull'“American Alpine Journal”, in un articolo il cui titolo rivela l'altro nome, il più noto, della montagna dai due volti: lo Spantik. E l'articolo, come molti lettori avranno già capito, è il resoconto dell'impresa realizzata tra il 6 e l'11 agosto 1987 dallo stesso Saunders, con Mick Fowler, sul proibitivo Golden Pillar: una scalata di altissimo livello, riuscita in splendido stile, rimasta a lungo nell'ombra. Così il pilastro è stato nuovamente salito soltanto nel 2000, quando lo sloveno Marko Prezelj, i francesi Manu Guy e Manu Pellissier e l'ungherese Attila Ozsvath hanno ripetuto la via britannica (12-16 giugno) e Mikhail Davy e Alexander Klenov hanno firmato una difficile linea (7a, A3 e 95°) alla sua sinistra (7-19 giugno): la prima delle due grandi varianti russe ad altrettante vie di Fowler (l'altra, sul Siguniang, è un'avventura delle ultime settimane: www.intotherocks.splinder.com/post/21682634). Negli anni successivi, con la facile via normale dello Spantik letteralmente presa d'assalto (qualche numero: 8 spedizioni e 30 alpinisti in vetta nel 2006, 11 spedizioni e 44 alpinisti in vetta nel 2007), il Golden Pillar è rimasto pazientemente ad aspettare e soltanto durante l'estate scorsa, ad opera di tre personaggi che conosciamo bene, è arrivata la seconda ripetizione della via britannica. Spantik 1Gli autori della bella salita, in stile alpino, sono i giapponesi Kazuaki Amano, Fumitaka Ichimura e Yusuke Sato, premiati durante l'ultima edizione dei Piolets d'or per la loro impresa sulla parete nord del Kalanka (www.intotherocks.splinder.com/post/20405283). Insomma: dalle “piccozze d'oro” al “pilastro d'oro” i samurai continuano a brillare, anche se sullo Spantik il loro vero obiettivo era una via nuova (trovata però troppo pericolosa) a destra del Golden Pillar. Miracolosamente scampati ad una valanga durante l'acclimatamento, i tre amici sono rimasti fermi al campo base (4500 m) per quasi una settimana e quindi, attaccato il loro obiettivo, sono saliti in giornata fino a quota 6000. Il secondo giorno hanno guadagnato altri 400 metri ma il terzo, purtroppo, non sono riusciti a progredire altrettanto velocemente, fermandosi a bivaccare a quota 6600. Il quarto giorno, dopo aver lasciato cadere l'unico fornello che avevano (e con un misero litro d'acqua ottenuto sciogliendo la neve con un accendino!), i nostri eroi sono fortunatamente riusciti a raggiungere la vetta. La discesa, per la cresta sud-ovest e lo sperone nord-ovest, ha comunque richiesto loro un quarto, sicuramente non troppo piacevole, bivacco.

In alto: la parete nord-ovest dello Spantik con l'inconfondibile Golden Pillar. Abbiamo evidenziato: la via britannica (rosso), la variante russa (fucsia) e la via di discesa (blu). I triangoli indicano i bivacchi delle salite del 2000. Foto di Marko Prezelj tratta dall'"American Alpine Journal" (2001, p. 35). Qui sopra: Kazuaki Amano (a sinistra) e Yusuke Sato durante la cerimonia di premiazione dell'ultima edizione dei Piolets d'or

link al post | categoria karakoram
venerdì, 06 novembre 2009

IL RE DELL'HISPAR MUZTAGH (2)

postato da carlocaccia alle 08:23 in frammenti di storia, karakoram

Ecco, a due settimane della prima (www.intotherocks.splinder.com/post/21553920), la seconda parte della storia alpinistica del Disteghil Sar (7885 m, Karakorum). Raccontati i tentativi del 1957 e del 1959 alla vetta principale e la prima ascensione assoluta della stessa, del 1960, oggi ci soffermeremo sulla prima salita dei 7696 metri della cima est (era il 1980) e sulla seconda salita della cima maggiore (riuscita nel 1982).

1980: POLACCHI IN GRANDE SPOLVERO SULLA CIMA EST

Distaghil_from_Bularung_SummitDopo la prima ascensione, per ben vent'anni, le pareti e le creste del Disteghil Sar non videro più alpinisti in azione. I riflettori sulla nostra montagna si riaccesero soltanto nel 1980 quando, dopo qualche problema con il bagaglio (perso durante il viaggio dalla compagnia aerea e ritrovato dopo due settimane) e con i portatori (che diedero forfait a quattro giorni dal campo base), il 14 luglio una squadra polacca innalzò le proprie tende sul Kunyang Glacier, a quota 4350. L'obiettivo della spedizione non era però la vetta principale del Disteghil Sar: Ryszard Kowalewski (leader), Andrzej Bielun, Tadeusz Piotrowski e Jerzy Tillak (senza dimenticare il medico Jacek Gronczewski) puntavano ai 7696 metri della sua inviolata cima orientale e, inoltre, ai circa 7400 metri dello Yazghil Dome Sud (anch'esso inviolato), situato nelle immediate vicinanze (sud-est) del Disteghil Sar. I polacchi, dopo tanti contrattempi, non rimasero con le mani in mano e trasportata parte del materiale a 5100 metri, ai piedi del versante sud-ovest dello Yazghil Dome Sud (in pratica la continuazione verso destra, ossia est, della parete meridionale del Disteghil Sar), una settimana dopo l'arrivo al campo base sferrarono il loro doppio attacco. Il primo bivacco, il 21 luglio, fu a quota 5800 e i tre successivi a 6200, 6500 e 6900 metri. Così il 25 luglio, superando nonostante la neve profonda e il tempo cattivo gli ultimi 450 metri di dislivello, gli uomini di Kowalewski violarono la cima dello Yazghil Dome Sud. Lo stesso giorno bivaccarono nuovamente a quota 6900, ossia al colle tra la vetta appena salita e il Disteghil Sar Est, e il 26 luglio partirono alla volta della cima orientale del “re” dell'Hispar Muztagh. La scalata, per la parete est, fu tutt'altro che semplice (nella parte inferiore ricordava la Nord del Cervino) e soltanto alle 18.30, dopo diverse ore di fatica, i nostri protagonisti poterono esultare a quota 7696. Scesero quindi al chiaro di luna e il 29 luglio, a sole due settimane dal loro arrivo ma con una notevole doppietta in bacheca - colta in bello stile all'insegna del veni, vidi, vici - lasciarono il campo base e il magico mondo del Kunyang Glacier.

1982: LA SECONDA ASCENSIONE DELLA CIMA PRINCIPALE. GLI SPAGNOLI RIPETONO, CON UNA VARIANTE, LA VIA DEGLI AUSTRIACI

Disteghil nord vicinaLa seconda ascensione della cima principale del Disteghil Sar riuscì ad una spedizione spagnola diretta da Joaquim Prunés: era il 1982 e, dalla prima scalata ad opera degli austriaci di Wolfgang Stefan, erano passati ben 22 anni. Tanti? Certo. Comunque – e sveliamo un particolare importante – sempre meno di quelli tra la seconda e la terza salita che, in verità, appartiene ancora al futuro. Avete capito bene: lo splendido Disteghil Sar, la ventesima montagna del globo, conta la miseria di due ascensioni e la sua poderosa parete settentrionale (foto qui sopra), che precipita ripidissima sul Malangutti Glacier (che scende verso nord nella valle dello Shimshal, affluente dell'Hunza), è ancora inviolata. Lasciamo tuttavia da parte questa grande sfida aperta, di cui diremo più avanti, e concentriamoci sull'ascensione degli spagnoli che, dal Kunyang Glacier, ripercorsero con una variante iniziale la via del 1960. La squadra di Prunés, composta dagli alpinisti Ramón Biosca, Jaume Matas, Toni Bros e Josep Paytubi e dal medico Josep Aced, piazzò il campo base (4450 m) durante la prima settimana di luglio e il giorno 8, a 5000 metri ai piedi del settore sinistro della parete sud, anche il campo I era pronto. Da lì, procedendo più a destra rispetto agli austriaci, il 19 luglio fu raggiunto il campo II (5900 m) e quindi, riprendendo la via originale e finalmente col bel tempo, il 22 luglio fu la volta del campo III (6600 m). Da notare che la via, interamente su neve e ghiaccio, fino a quel punto era stata attrezzata con 1100 metri di corde fisse: 800 tra il campo I e il campo II e il resto più in alto. La puntata finale cominciò il 26 luglio: il capospedizione e gli alpinisti partirono alla volta del campo III, raggiunto il 28, e il giorno seguente Biosca, Matas e Bros, collocando altri 150 metri di statiche, salirono fino a quota 7250 sulla cresta ovest: lassù piazzarono il campo IV. Da lì, il 31 luglio, il terzetto partì per la vetta e alle 14.50, dopo la rinuncia di Bros a soli 50 metri dal traguardo, Biosca e Matas divennero il terzo e il quarto uomo, dopo Günther Stärker e Diether Marchart, a calcare il punto più alto del Disteghil Sar.

Nella foto in alto: i versanti ovest e sud del Disteghil Sar dalla vetta del vicino Bularung Sar (7200 m). L'immagine è stata scattata da Vincent von Kaenel: uno dei primi salitori, nel 1990, del Bularung Sar (www.von-kaenel.com)

Disteghil da nord

Una seconda immagine della poderosa e ancora inviolata parete nord del Disteghil Sar (1: cima est, 7696 m; 2: cima centrale, 7760 m; 3: cima principale, 7885 m). La foto, come la precedente, è stata scattata nel 2008 da Simone Moro. Sul Malangutti Glacier, ai piedi della muraglia, si svolgono le esercitazioni della scuola di alpinismo fondata dallo stesso Moro con gli amici pakistani Shaheen Baig e Qudrat Ali, suoi compagni in occasione dei tentativi invernali sul Broad Peak

link al post | categoria frammenti di storia, karakoram
venerdì, 23 ottobre 2009

IL RE DELL'HISPAR MUZTAGH (1)

postato da carlocaccia alle 15:07 in frammenti di storia, karakoram

CON I SUOI 7885 METRI, IL DISTEGHIL SAR È LA VENTESIMA MONTAGNA PIÙ ALTA DELLA TERRA. ECCO, A PUNTATE, LA SUA STORIA ALPINISTICA

Nel post di due giorni fa (www.intotherocks.splinder.com/post/21541722) abbiamo menzionato alcuni colossi dell'Hispar Muztagh tra cui il Kunyang Chhish e il Kanjut Sar che, quotati rispettivamente 7852 e 7760 metri, sono la seconda e la terza montagna di quella regione del Karakorum. Più in alto, nel bacino dell'Hispar Glacier, arriva infatti soltanto il Disteghil (o Distaghil) Sar, che con i suoi 7885 metri è la ventesima montagna della terra, alle spalle dei 14 Ottomila, del Gasherbrum III (7952 m), del Gyachungkang (idem), dell'Annapurna II (7937 m), del Gasherbrum IV (7925 m) e dell'Himalchuli (7893 m). Il Disteghil Sar, che si innalza a nord dei gruppi del Kunyang Chhish e del Pumari Chhish, chiude a settentrione il Kunyang Glacier, il più vasto e occidentale dei tre maggiori ghiacciai che scendono verso sud nell'Hispar Glacier (gli altri sono lo Yutmaru Glacier e il Khani Basa Glacier). La montagna, caratterizzata da una lunga (circa 5 chilometri) cresta sommitale, presenta tre cime: quella occidentale (la maggiore), quella centrale (7760 m) e quella orientale (7696 m).

DUE TENTATIVI (1957 E 1959) E LA PRIMA ASCENSIONE (1960)

Scoperto nel 1892 da George Cockerill e misurato nel 1913 da Kenneth Mason, il Disteghil Sar fu tentato per la prima volta nel 1957 (maggio-luglio) da una spedizione diretta dal britannico Alfred Gregory e composta dai suoi connazionali David Briggs, Dennis Davis, John Cunningham e Keith Warburton e inoltre dall'italiano Piero Ghiglione. Piazzato il campo base a quota 4600 sul Kunyang Glacier, al cospetto del versante meridionale della montagna, a causa del maltempo e delle cattive condizioni della neve la squadra non riuscì a superare quota 6700 (con 4 campi d'alta quota il primo dei quali distrutto, senza vittime, da una valanga).

Due anni dopo, nel 1959, fu il turno della spedizione svizzera di Raymond Lambert che, con sua moglie Annette e con Marcel Bize, Claude Asper, Charles Jaquet, Italo Gamboni, Mario Grossi, André Kern e il medico Robert Marty, si cimentò per una via diversa da quella tentata nel 1957, giudicata troppo pericolosa. Gli svizzeri, rinunciando alla parete sud, optarono per la lunga cresta sud-ovest e dal campo base (4500 m), sempre sul Kunyang Glacier, si spinsero fino al campo I (5250 m, il 12 giugno) e poi al campo II (5900 m). Salito un picco di 6500 metri nei pressi del campo III, raggiunsero quota 7000 per individuare un luogo adatto al campo IV ma furono sorpresi dal maltempo. La ritirata dal campo III, il 6 luglio, fu così inevitabile.

Ed eccoci, finalmente, alla prima ascensione del Disteghil Sar. Il successo fu appannaggio di una spedizione austriaca a capo della quale stava Wolfgang Stefan, uno dei grandi compagni di cordata di Kurt Diemberger (insieme, nel 1958, avevano messo a segno la tredicesima ripetizione della parete nord dell'Eiger). Con Stefan c'erano Herbert Raditschnig, Gottfried Mayr e coloro che, alle 18 del 9 giugno 1960, giunsero per primi a quota 7885: Günther Stärker e Diether Marchart (che nel 1957, colpito da un sasso, aveva mancato la prima ascensione del diedro Philipp-Flamm sulla Nord-ovest della Civetta, nel 1959 aveva salito in prima solitaria la Nord del Cervino e nel 1962, a 28 anni, sarebbe scomparso tentando senza compagni la Nord dell'Eiger). Anche la spedizione di Stefan piazzò il campo base sul Kunyang Glacier e il 24 maggio tutto era pronto. Giudicata troppo lunga la via tentata dagli svizzeri nel 1959, gli austriaci decisero di riprendere il tentativo britannico sulla parete sud. I primi due campi furono piazzati a 5700 e 6500 metri e dal terzo, a 7000 metri sulla cresta ovest, Stärker e Marchart lanciarono l'attacco decisivo. I due compagni lasciarono la tenda alle 10.30 e soltanto nel tardo pomeriggio raggiunsero la selletta tra i due picchi estremi. Ne scelsero uno ma, una volta in cima, si resero conto che l'altro era più alto: tornarono così alla selletta e scalarono anche la seconda punta. Fecero ritorno al campo III, colpiti dai congelamenti, soltanto alle 21.30. L'avventura, però, non era ancora finita: dopo il successo si scatenò una terribile tempesta e Günther e Diether, con l'aiuto di Wolfgang che li aveva aspettati al campo alto, riuscirono a raggiungere il ghiacciaio soltanto dopo diversi giorni di autentica lotta, con la montagna in condizioni spaventose.

Distaghil

Il versante meridionale del Disteghil Sar. La vetta estrema (7885 m) è la cuspide più alta a sinistra del centro della foto. La via dei primi salitori supera l'estremo settore sinistro della parete (molto innevato), raggiungendo a 7000 metri l'evidente cresta ovest e poi seguendola fino in cima

Hispar_Map

Il Kunyang Glacier, che confluisce da nord nell'Hispar Glacier. I tre pallini indicano le cime (7885, 7760 e 7696 m) del Disteghil Sar. Più in basso i gruppi del Kunyang Chhish e del Pumari Chhish

link al post | categoria frammenti di storia, karakoram
mercoledì, 21 ottobre 2009

CANADIAN KARAKORUM 2009: TENTATIVI E SUCCESSI LONTANO DALLA FOLLA

postato da carlocaccia alle 17:24 in karakoram

IL PUMARI CHHISH EST (6890 m), OBIETTIVO PRINCIPALE DELLA SPEDIZIONE, È RIMASTO UN SOGNO. TUTTAVIA I CANADESI RAPHAEL SLAWINSKI, EAMONN WALSH E IAN WELSTED, PER LA SECONDA VOLTA IN AZIONE NELLA ZONA DELL'HISPAR GLACIER, DURANTE L'ESTATE SCORSA SONO RIUSCITI A FIRMARE, SEMPRE IN A SINGLE PUSH, LA PRIMA ASCENSIONE ASSOLUTA DEL RASOOL SAR (5900 m), UNA DIFFICILE VIA NUOVA SUL LUNDA SAR (6300 m) E LA PRIMA ASCENSIONE ASSOLUTA DEL KHANI BASA SAR (6441 m)

Cercate l'avventura, quella dei pionieri? L'Hispar Glacier (Karakorum) è il posto che fa per voi. Perché al cospetto di quel lunghissimo fiume gelato, con tutti i suoi affluenti, si trovano cime e pareti inviolate in grande quantità. Ce n'è per tutti i gusti: per chi cerca l'impegno tecnico e per chi preferisce cose più facili, per chi ama i bivacchi in serie e per chi vuole salire e scendere in giornata, per chi sogna l'altissima quota e per chi si accontenta di altitudini più modeste. E se vi dovesse inesorabilmente attirare una cima già scalata, come ad esempio il Kunyang Chhish (7852 m), il Pumari Chhish (7492 m), il Pumari Chhish Sud (7350 m) o il Kanjut Sar (7760 m), non preoccupatevi: questi quattro colossi contano in tutto sei ascensioni e il gioco duro della scoperta, sulle loro creste e pareti, è ancora apertissimo. Muovendosi nell'Hispar Muztagh – come in tempi recenti, tra gli altri, hanno fatto Steve House e Vince Anderson (nel 2006, tentativo sul Kunyang Chhish Est), Valery Babanov e Patrick Delaney (nel 2007, www.intotherocks.splinder.com/post/12823473), Christian Trommsdorff e Yannick Graziani (sempre nel 2007, www.intotherocks.splinder.com/post/12949470), Rufus Duits (nel 2008, www.intotherocks.splinder.com/post/19276873) e Kyle Dempster (sempre nel 2008, www.intotherocks.splinder.com/post/19297368) – ci si può sentire ancora come William Martin Conway che visitò la regione nel 1892 e come coloro che seguirono le sue tracce: i coniugi Workman, Adolphe Rey e il topografo Cesare Calciati nel primo decennio del Novecento (inoltrandosi nel Khani Basa Glacier), Eric Earle Shipton tra il 1939 e il 1940, Ardito Desio nel 1954 (dopo la spedizione al K2) e Kinji Himanishi nel 1955. Il fantastico Hispar Glacier, oltre alla magia della scoperta, riserva poi agli alpinisti un altro non indifferente “vantaggio”. Di che si tratta? Semplice: una spedizione, una volta laggiù, tentato e valutato irraggiungibile il proprio obiettivo principale, può guardarsi attorno e puntare ad altre cime, per tornare a casa con un apprezzabile gruzzolo di “prime” in tasca (senza dimenticare che, in posti del genere, la stessa fase di acclimatamento può riservare delle belle sorprese). Nel 2006, per portare un esempio, i canadesi Raphael Slawinski, Ben Firth, Eamonn Walsh e Ian Welsted, cacciati a valle a mani vuote dall'assai scorbutico Kunyang Chhish Est (7400 m), hanno comunque lasciato più volte le loro firme nella zona (www.intotherocks.splinder.com/post/20064545, www.intotherocks.splinder.com/post/20118821www.intotherocks.splinder.com/post/20188405) e nell'estate scorsa gli stessi (escluso Firth) hanno sì rinunciato al Pumari Chhish Est (6890 m) ma, in quell'autentico paradiso arrampicatorio che è lo Yutmaru Glacier (che confluisce da nord nell'Hispar) hanno realizzato in bello stile la prima ascensione assoluta del Rasool Sar (5900 m), una difficile (e splendida) via nuova sul Lunda Sar (6300 m) e la prima ascensione assoluta del Khani Basa Sar (6441 m). Tutte queste cime si trovano sulla dorsale che, sviluppandosi da nord a sud (ossia dal Kanjut Sar all'Hispar Glacier), divide lo Yutmaru Glacier a ovest dal Khani Basa Glacier a est.

Ma torniamo al Pumari Chhish Est. La montagna, inviolata, si innalza nel settore nord-occidentale dello Yutmaru Glacier, lungo lo spartiacque oltre il quale, a nord, si sviluppa l'imponente Yazghil Glacier. Caratterizzato da un impressionante versante meridionale, alto oltre 2000 metri e delimitato a sinistra da una cresta con imponenti cornici, nell'autunno 2007 il Pumari Chhish Est finì nel mirino di Pete Takeda e Steve Su: i due americani, in sei giorni, bivaccando due volte senza tendina, guadagnarono 1400 metri lungo la cresta appena citata (incontrando difficoltà di VI+, A2 e M7) ma il settimo giorno, per il freddo e la mancanza di combustibile, furono costretti alla resa. Nei mesi scorsi il loro testimone è così passato nelle mani di Slawinski e compagni che il 17 luglio 2009, rinunciando alla cresta tentata da Takeda e Su, sono saliti per 900 metri su neve e ghiaccio lungo l'adiacente parete sud-est e quindi, raggiunto il piede di una problematica headwall rocciosa, sono andati avanti per un'altra lunghezza di corda (M5/6). Qualche giorno dopo, il 28 luglio, anche un secondo tentativo da parte dei soli Slawinski e Welsted si è arenato a causa delle peggiorate condizioni della parete.

I successi della spedizione sono arrivati in alternanza con i due tentativi sul Pumari Chhish Est. Il 26 giugno 2009, in 11 ore andata e ritorno dal campo base (4500 m), il terzetto al completo ha salito in prima assoluta, senza incontrare difficoltà particolari (M3), una cima senza nome di 5900 metri poi battezzata Rasool Sar in onore del cuoco Hajji Ghulam Rasool (a cui anche Steve House, nel 2003, aveva dedicato una vetta della Charakusa Valley: l'attuale Hajji Brakk). Il 20 luglio è stata quindi la volta del Lunda Sar (6300 m), situato immediatamente a sinistra (est) del Rasool Sar. Slawinski, Welsted e Walsh, partendo da un bivacco a 4900 metri, ne hanno risolto per una magnifica via di circa 1300 metri (WI4 e M5/6, 22 ore tra salita e discesa) la parete sud-ovest, rinunciando alla vetta (rimasta così inviolata) per le pessime condizioni della cresta sommitale. E per finire, pochi giorni prima di lasciare lo Yutmaru Glacier per tornare a casa, Slawinski e Welsted hanno messo in bacheca la prima assoluta, per la cresta sud-ovest (1600 m, M3, 24 ore tra salita e discesa) del Khani Basa Sar (6441 m), il cui versante orientale precipita sul Khani Basa Glacier al cospetto del Kanjut Sar. E detto questo noi ci fermiamo, lasciando che sia proprio Raphael Slawinski, come suo solito con piglio scherzoso (che non deve trarre in inganno: il nostro, che non ama la retorica, sta comunque parlando di scalate in a single push, con lo zaino in spalla e basta, in un remoto angolo del Karakorum), a presentarci tutti i dettagli della sua più recente “vacanza” pakistana.

* * * * * * *

YUTMARU GLACIER: LA SCOPERTA DEL PARADISO

di Raphael Slawinski

Nell'estate 2009, tre locals delle Canadian Rockies - Eamonn Walsh, Ian Welsted e il sottoscritto - si sono recati in Pakistan per divertirsi sulle grandi vette del posto. Siamo tornati nella zona dell'Hispar Glacier: una regione che avevano già visitato nel 2006 in occasione di un tentativo sulla parete sud-ovest del Kunyang Chhish Est (7400 m). Quest'anno, però, sebbene l'ancora inviolato Kunyang Chhish Est fosse una delle più belle montagne che avessimo mai visto, abbiamo deciso di cimentarci su un'altra cima (sempre vergine) nelle vicinanze: il Pumari Chhish Est, alto circa 6900 metri.

preview_journey_011-1Abbiamo lasciato Calgary il 10 giugno e il giorno del solstizio d'estate siamo arrivati al campo base (nella foto a lato, di Raphael Slawinski, un momento del viaggio): una meravigliosa chiazza d'erba a quota 4500 sullo Yutmaru Glacier. Il campo base, oltre a notevoli possibilità per il bouldering, offriva una veduta frontale del nostro obiettivo, ricordandoci il motivo per cui eravamo lì. La prima cosa che dovevamo fare era acclimatarci e così, già il 26 giugno, abbiamo salito una cima inviolata di 5900 metri, impiegando 11 ore dal campo base alla vetta e ritorno (la maggior parte delle cime minori e non poche delle maggiori, nell'area dell'Hispar Glacier, attendono ancora i primi salitori). Abbiamo chiamato la cima Rasool Sar in onore del nostro cuoco, guida e amico, Hajji Ghulam Rasool. Buona parte dell'“arrampicata” sul Rasool Sar consiste in una sfacchinata lungo un ripido pendio nevoso. Nei pressi della cima non manca tuttavia un divertente assaggio di cresta con cornici. Dopo altre escursioni di acclimatamento, con tre notti passate sopra quota 5600 e un'incursione oltre quota 6000, ci siamo dichiarati pronti per l'attrazione principale.

preview_pumari_chhish_007Inizialmente pensavamo di tentare il Pumari Chhish Est per la cresta sud, dove nel 2007 avevano già messo le mani Steve Su e Pete Takeda. Ma dopo aver sguazzato in una neve orribile durante alcune scalate in cresta (la neve cattiva è un elemento che accomuna la maggior parte delle creste del Karakorum che ho avuto modo di conoscere), quel crinale con tutti i suoi cornicioni ha perso parte del suo appeal e ci ha portati a notare la parete sud-est alla sua destra. Il 16 luglio abbiamo così bivaccato ai piedi della montagna, a 4800 metri. La mattina seguente siamo riusciti a muoverci molto prima dell'alba per approfittare del freddo. Siamo saliti senza problemi su pendii di ghiaccio e neve (nella foto sopra, di Raphael Slawinski) e poi per un bel budello gelato fino all'inizio della headwall rocciosa a 5700 metri. Mentre Eamonn preparava il ripiano per la tenda, con Ian ho risolto un ulteriore tiro di misto non proprio banale. Lasciata una corda fissa, sono sceso ad aspettare la cena. Quello che ci aspettava sembrava piuttosto duro tuttavia, anche per dei “pesi leggeri” come noi, qualche possibilità forse c'era. Sfortunatamente, però, non siamo riusciti a compiere una verifica: lo sforzo di una lunga giornata, la quota e soprattutto un pesante pasto liofilizzato, con peperoncino e formaggio, mi hanno fatto star male (vomitare) tutta la notte. La mattina dopo mi reggevo in piedi a fatica e così siamo scesi.

Il 28 luglio io ed Ian, essendo Eamonn partito per l'Irlanda a bere birra, abbiamo preparato un'altra volta gli zaini e ci siamo avvicinati alla base della parete sud-est. Purtroppo, dopo dieci giorni di brutto tempo, la striscia di ghiaccio che avevamo seguito durante il primo tentativo era scomparsa. Mentre eravamo seduti, valutando il da farsi con quelle condizioni (dopotutto, al giorno d'oggi, il motto dell'arrampicata su ghiaccio è che “non c'è bisogno che il ghiaccio sia fatto per essere fatto”), una cospicua valanga di neve bagnata ha spazzato la goulotte in questione. E così la sera stessa eravamo di ritorno al campo base.

preview_lunda_sar_015Tra i due tentativi (se possono essere definiti tali...) sul Pumari Chhish Est, il nostro terzetto al completo ha salito una via su una cima di circa 6300 metri quasi a picco sul campo base. Il 20 luglio, partendo da un bivacco a 4900 metri sotto la parete sud-ovest della montagna, siamo saliti slegati per 900 metri su neve e ghiaccio con un seracco sopra la testa, raggiungendo una ripida muraglia rocciosa con venature ghiacciate. L'abbiamo quindi superata con 8 lunghi e sostenuti tiri di corda (nella foto sopra, di Eamonn Walsh), che ci hanno portati sulla cresta sommitale a quota 6200. Sfortunatamente, sia per l'ora tarda sia per il tempo che stava peggiorando e inoltre, soprattutto, per le terribili condizioni della neve (era come immondizia che ci arrivava alla vita, appoggiata sulle placche rocciose e sul ghiaccio), abbiamo dovuto invertire la rotta. Siamo scesi in doppia al buio, ritrovando il nostro bivacco 22 ore dopo averlo lasciato. Nonostante non avessimo raggiunto la cima, eravamo esaltati per aver salito una delle più belle linee di misto alpino del nostro repertorio che, ricordo, comprende cose come The Wild Thing (parete est del Mount Chephren, Canadian Rockies, ndr), Moonflower Buttress (parete nord del Mount Hunter, Alaska, ndr) e Denali Diamond (parete sud del McKinley, Alaska, ndr). Ci siamo anche presi la libertà di dare un nome a quella montagna ancora inviolata, battezzandola Lunda Sar che significa più o meno “Montagna di seconda mano”.

preview_pakistan_2009_003Infine, soltanto qualche giorno prima di lasciare il campo base per tornare a casa, con Ian sono riuscito a completare la prima ascensione assoluta del Khani Basa Sar (6441 m): una cima abbastanza imponente lungo il crinale che divide i ghiacciai Yutmaru e Khani Basa. La montagna era già stata tentata da diverse spedizioni e durante una delle nostre puntate di acclimatamento, lungo la sua cresta sud, ci eravamo imbattuti nelle tracce di una squadra coreana. Lasciato il nostro bivacco (4800 m) alle scellerate tre del mattino, ci siamo diretti verso la cresta sud-ovest, infilata con precisione tra due couloir coronati da seracchi giganti. Dopo alcuni attimi di agitazione, al pensiero che incespicando al buio potevamo clamorosamente finire in uno dei summenzionati canali, abbiamo capito di non essere fuori rotta e abbiamo continuato piacevolmente su neve compatta e rocce facili. Poco dopo l'alba, in corrispondenza di una breve sezione di misto, ci siamo legati e siamo andati avanti su ghiaccio a 55 gradi. Il punto chiave della via è stato (ovviamente...) un affilato tratto di cresta nevosa (nella foto sopra, di Raphael Slawinski) che portava al pianoro sommitale. Il muro di un seracco, in particolare, si è dimostrato assai molesto ma dopo un volo del sottoscritto, seguito da un atterraggio su un piacevolmente morbido fungo di neve, quando le mie piccozze hanno spazzato via quella impalpabile massa strapiombante siamo riusciti a salire. Dopo una breve “pausa tè” abbiamo continuato su terreno molto più facile, raggiungendo la cima attorno alle 18 e trovando come ricompensa una vista panoramica sul Karakorum, K2 incluso. La discesa non è stata sempre semplice, specialmente lungo il tratto di cresta, ma abbiamo tenuto duro finendo per inciampare nel nostro bivacco esattamente 24 ore dopo la nostra partenza.

Concludo raccomandando vivamente la zona dello Yutmaru Glacier: è un angolo selvaggio, solitario e impressionante. Laggiù c'è lavoro per tutti: dal bouldering sui blocchi di granito attorno al campo base alle scalate “superalpine” sulle pareti meridionali del gruppo del Pumari Chhish. In entrambe le specialità la nostra spedizione ha soltanto graffiato la superficie di un mondo di progetti possibili.

* * * * * * *

preview_rasool_005

Sul Rasool Sar, ormai nei pressi della cima (foto di Eamonn Walsh)

Rasool Sar line

Il Rasool Sar (5900 m) con la via di Slawinski e compagni (foto di Eamonn Walsh)

preview_lunda_sar_025

Eamonn Walsh all'inizio della discesa dal Lunda Sar (foto di Raphael Slawinski)

Lunda Sar line

La parete sud-ovest del Lunda Sar (6300 m) con la via di Slawinski e compagni, saliti di conserva fino al "gomito" vicino alla scritta (foto di Raphael Slawinski)

Khani Basa line

Il Khani Basa Sar (6441 m) con la via, lungo la cresta sud-ovest, seguita da Slawinski e Welsted (foto di Raphael Slawinski)

preview_pumari_chhish_014

Ian Welsted ed Eamonn Walsh appena sotto l'inizio della headwall rocciosa sulla parete sud-est del Pumari Chhish Est (foto di Raphael Slawinski)

preview_pumari_chhish_017

La faccenda si fa seria: Slawinski attacca la headwall rocciosa della parete sud-est del Pumari Chhish Est (foto di Ian Welsted)

preview_pumari_chhish_018

Albergo a cinque stelle sulla parete sud-est del Pumari Chhish Est (foto di Eamonn Walsh)

preview_pumari_chhish_019

Pumari Chhish Est: Eamonn Walsh alle prese con la cena (foto di Ian Welsted)

Pumari Chhish line

La proibitiva parete sud-est del Pumari Chhish Est (6890 m) con il tentativo (900 metri) di Slawinski e compagni (poco a destra della cresta sud tentata nel 2007 da Pete Takeda e Steve Su). A sinistra del Pumari Chhish Est spicca la parte superiore della parete meridionale del Pumari Chhish Sud, salito nel 2007 dai francesi Christian Trommsdorff e Yannick Graziani (foto di Raphael Slawinski)

Hispar Glacier

Lo Yutmaru Glacier, che confluisce da nord nel grandioso Hispar Glacier (a sinistra in basso). Nella foto spiccano: il Kunyang Chhish (7852 m, 1), il Kunyang Chhish Est (7400 m, 2), il Pumari Chhish (7492 m, 3), il Pumari Chhish Sud (7350 m, 4) e il Pumari Chhish Est (6890 m, 5)

Hispar_Map

Il settore dell'Hispar Glacier nel quale confluiscono lo Yutmaru Glacier e il Khani Basa Glacier. I pallini rossi indicano, da sinistra, il Kunyang Chhish, il Kunyang Chhish Est, il Pumari Chhish, il Pumari Chhish Sud e il Pumari Chhish Est. Il pallini fucsia, invece, evidenziano le montagne salite da Slawinski e compagni. Abbiamo evidenziato anche il Kanjut Sar (nell'angolo in alto a destra), scalato per la prima volta nel 1959 da Camillotto Pellissier

link al post | categoria karakoram
martedì, 29 settembre 2009

CAMILLO PELLISSIER: L'EROE DEL KANJUT SAR

postato da carlocaccia alle 12:26 in varia, frammenti di storia, karakoram

Kanjut 2Aveva conosciuto il mondo e ci ha lasciati, nel 1966, su una via classica di una montagna della sua valle: la Cresta Albertini della Dent d'Hérens. E se fosse stato ancora tra noi, Camillo Pellissier avrebbe compiuto proprio oggi 85 anni, essendo nato a Valtournenche il 29 settembre 1924. Molti ne ricordano il nome grazie alla via che Enrico Mauro e Mirko Minuzzo gli hanno dedicato, nel 1967, sulla parete nord della Cima Grande di Lavaredo. Ma pochi, forse, sanno che “Camillotto” è entrato nella storia dell'alpinismo grazie alla sua impresa solitaria del 1959, giusto 50 anni fa, sul Kanjut Sar (www.intotherocks.splinder.com/post/12770616): la prima ascensione assoluta di quel colosso di 7760 metri che chiude a nord il Khani Basa Glacier, nel bacino dell'immenso Hispar Glacier (Karakorum occidentale), a est di altri giganti come il Kunyang Chhish (7852 m) e il Pumari Chhish (7492 m). Nel 1956, nell'ambito della spedizione in Terra del Fuoco guidata da Alberto Maria De Agostini e composta tra gli altri anche da Carlo Mauri e Clemente Maffei a cui riuscì la prima ascensione assoluta del Monte Sarmiento (2246 m), Pellissier realizzò con Luigi Carrel e Luigi Barmasse la seconda salita del Monte Italia (2197 m). L'anno seguente partecipò alla spedizione di Guido Monzino in Patagonia, cogliendo un doppio successo: la prima ascensione assoluta della cima principale del Paine Grande (3050 m) con Jean Bich, Leonardo Carrel, Toni Gobbi e Pierino Pession (27 dicembre 1957) e la prima ascensione assoluta della Torre Nord del Paine (2260 m) con gli stessi tranne Gobbi (17 gennaio 1958). Successivamente, ancora con Monzino, si recò due volte in Groenlandia dove, il 6 agosto 1962, firmò la prima salita della parete sud del Devil's Thumb (300 m, V).

Nella foto (www.summitpost.org): l'imponente mole del Kanjut Sar (7760 m) domina da nord il Khani Basa Glacier. La prima ascensione, conclusa il 19 luglio 1959 da un solitario Camillo Pellissier, si è svolta lungo la cresta a destra della vetta

link al post | categoria varia, frammenti di storia, karakoram
giovedì, 24 settembre 2009

OGRE: NIENTE DA FARE SUL PILASTRO SUD-EST

postato da carlocaccia alle 14:34 in karakoram

I FRANCESI AYMERIC CLOUET, JULIEN DUSSERRE E JERÔME PARA COSTRETTI ALLA RITIRATA DOPO AVER RAGGIUNTO, IN UNA SETTIMANA, QUOTA 6800

Ogre II e Ogre (Colin Haley) piccolaIl pilastro sud-est dell'Ogre (7285 m, Karakorum) ha lasciato a mani vuote anche Aymeric Clouet, Julien Dusserre e Jérôme Para. I tre francesi, saliti in una settimana a quota 6800, sono stati ricacciati sul Choktoi Glacier dal maltempo e domenica 27 settembre, dopo un mese e mezzo passato in Pakistan, saranno nuovamente a casa. Restano così soltanto due – quella del 1977 di Chris Bonington e Doug Scott e quella del 2001 di Thomas Huber, Iwan Wolf e Urs Stöcker – le salite di quella grandiosa montagna il cui nome ufficiale, lo ricordiamo, è Baintha Brakk. E ancora resta da risolvere fino in fondo il problema del vertiginoso pilastro sud-est che, tentato e ritentato fino a qualche decina di metri dalla vetta (www.intotherocks.splinder.com/post/21146423), fa buona compagnia alla vicina cresta nord del Latok I (7145 m) che dal 1978 ha respinto oltre 20 cordate (www.intotherocks.splinder.com/post/20631852). Clouet e compagni, comunque, non torneranno in Francia a mani vuote: come abbiamo già scritto (www.intotherocks.splinder.com/post/21258039), durante l'acclimatamento i tre amici hanno messo a segno due belle salite nelle vicinanze del loro obiettivo principale. Le ricordiamo: la prima ascensione assoluta del Baz Brakk (circa 5500 m) per un itinerario su roccia di 400 metri battezzato Ruby éternelle e la scalata (possibile prima assoluta) di una cima di 6300 metri per la difficile via La ronde infinie des obstinés.

Nella foto, di Colin Haley (www.colinhaley.blogspot.com): l'Ogre II (a sinistra) e l'Ogre (Baintha Brakk) dal Choktoi Glacier. Dal colle (5650 m) tra le due montagne si innalza il pilastro tentato nei giorni scorsi da Clouet, Dusserre e Para

link al post | categoria karakoram
lunedì, 07 settembre 2009

IN ATTESA DEL GRAN CIMENTO

postato da carlocaccia alle 11:44 in karakoram

KARAKORUM: ACCLIMATAMENTO DI LUSSO PER I FRANCESI AYMERIC CLOUET, JULIEN DUSSERRE E JÉRÔME PARA CHE, IN VISTA DEL TENTATIVO SUL PILASTRO SUD-EST DELL'OGRE (7285 m), HANNO FIRMATO DUE VIE NUOVE SU ALTRETTANTE CIME DEL BACINO DEL CHOKTOI GLACIER

ClouetQuando si parte con certe idee in testa, tipo la prima salita del pilastro sud-est dell'Ogre (o Baintha Brakk, 7285 m), la possibilità di allungare la lista dei tentativi senza esito non è per nulla remota. Tornare a casa del tutto a mani vuote, però, da quando si usa acclimatarsi su cime diverse dall'obiettivo principale (per poi tentarlo in bello stile), è diventato più difficile (ovviamente non mancano le eccezioni...). Se poi si presta un po' di attenzione, come pare abbiano fatto i francesi Aymeric Clouet (nella foto), Julien Dusserre e Jérôme Para, accampati da diversi giorni sul Choktoi Glacier (Karakorum) da cui si innalza il citato pilastro dei loro sogni (www.intotherocks.splinder.com/post/21146423), anche l'acclimatamento può diventare assai interessante, meritevole di essere raccontato. In breve: il terzetto transalpino, per attaccare nelle migliori condizioni possibili lo scorbutico Ogre, nei giorni scorsi ha messo a segno un paio di salite di pregio, cominciando da una cima (non più) inviolata che ora si chiama Baz Brakk (circa 5500 m). Clouet, Dusserre e Para l'hanno scalata in giornata, sotto uno splendido sole, per una parete di granito alta più di 400 metri: un'avventura, per dirla con Aymeric, «comme à la maison» (come a casa), all'insegna del divertimento. Sulla vetta della montagna è appoggiato un blocco di roccia che, visto dal basso, sembra proprio un grosso rapace: un falco, “baz” nella lingua del posto, da cui arriva il toponimo scelto dai “conquistatori”. La via, invece, è stata chiamata Ruby éternelle. Due giorni dopo l'attenzione dei nostri eroi si è spostata su una cima di 6300 metri, sempre nei pressi del campo base. Una vetta inviolata? Forse sì, forse no. L'importante è quello che è stata in grado di offrire: una via di 1000 metri (La ronde infinie des obstinés), completa ed impegnativa, con sezioni su roccia attorno al 6a/6b e inoltre neve e ghiaccio. Questa volta, però, la “toccata e fuga” non è riuscita, visto che Clouet e compagni, anche perché importunati dal maltempo, hanno guadagnato la cima soltanto dopo quattro giorni di scalata.

link al post | categoria karakoram
lunedì, 31 agosto 2009

SI RIPARTE

postato da carlocaccia alle 15:20 in karakoram

Vacanze finite, si torna al lavoro. E si torna a scrivere di alpinismo. Le notizie – alcune bellissime, altre su cui riflettere – non mancano: abbiamo soltanto l'imbarazzo della scelta. Ci piace il fatto, poi, che si tratti di novità vicine, made in Italy: salite di classe di cui stiamo raccogliendo i dettagli, contattando pazientemente i loro protagonisti (qualche volta assai schivi), per raccontarvi delle storie da non perdere, che vanno al di là del dato tecnico. Non anticipiamo nulla: diciamo soltanto che la serie prenderà il via domani e che non si esaurirà tanto presto.

Oggi, invece, crediamo sia opportuno fare un passo indietro e tornare al fatto di cui ci siamo occupati nelle scorse settimane: la tragedia dello spagnolo Óscar Pérez sulla cresta nord-ovest del Latok II (Karakorum). Perché il sito www.desnivel.com, il 28 agosto, ha pubblicato un'intervista ad Álvaro Novellón (nella foto sotto) che ripercorre tutte le fasi dell'avventura: una scalata cominciata il 2 agosto, culminata quattro giorni dopo in vetta (le foto, però, sono rimaste nella macchina di Pérez) e trasformatasi in dramma lo stesso 6 agosto. Ecco quindi i passi fondamentali dell'intervista, raccolta da Sebastián Álvaro (il coordinatore dei soccorsi).

LATOK II: ÁLVARO NOVELLÓN RACCONTA

alvaro_novellon«Il nostro obiettivo, in verità, era il Latok I [...]. Dal basso la cresta sembrava perfetta: in realtà era in pessime condizioni [...]. Dopo un bivacco abbiamo rinunciato e siamo scesi [...]. Il 2 agosto abbiamo attaccato [il Latok II, ndr], cominciando a salire una parete molto difficile di neve, con roccia nella parte superiore [...], impiegando tutto il giorno. Abbiamo così raggiunto il colle a 5800 metri [...]. Il 3 agosto, con il minimo indispensabile per essere più veloci, siamo andati avanti [...], arrivando a circa 6100 metri di quota. Ho detto “circa” perché non avevamo l'altimetro. Ci siamo fermati ai piedi del tratto più complicato e tecnico dell'intera salita: lì abbiamo passato la notte e il giorno dopo abbiamo superato quattro lunghezze di corda su terreno molto difficile, arrivando finalmente a 6400-6500 metri, in piena cresta, vedendo molto bene ciò che ci aspettava. Abbiamo pensato che saremmo facilmente arrivati in vetta in giornata per cui [il 5 agosto, ndr], lasciando la tenda e il materiale per essere più leggeri [...], siamo partiti. Tuttavia le cose sono andate diversamente. Lungo la parte superiore della cresta abbiamo incontrato alcuni gendarmi rocciosi, molto delicati, che ci hanno preso parecchio tempo. Le ore passavano, la neve era molta e le difficoltà considerevoli. Eravamo poi piuttosto in alto: così abbiamo cominciato a sentire freddo alle mani. Ci siamo fermati a circa 7000 metri [...]. Fortunatamente avevamo con noi un fornelletto, che ci ha permesso di preparare due litri di brodo. È stato comunque un calvario, perché il fornelletto non ne voleva sapere di funzionare [...]. Logicamente non siamo riusciti a dormire. Io non ho sentito molto freddo. Óscar invece si lamentava molto delle mani [...]. Il giorno dopo [6 agosto, ndr] la situazione è parecchio peggiorata: all'alba il freddo era terribile e veli di nubi hanno nascosto il sole. Ci siamo tuttavia mossi subito, affrontando due lunghezze difficili e quindici metri facili. Poi tutto è finito: la cima non era più grande di questo tavolo [circa un metro per due, ndr]. Non abbiamo perso molto tempo: un paio di foto e giù... Sapevamo che l'avventura non era finita. Eravamo stanchi ma stavamo bene. Abbiamo cominciato a scendere con calma perché avevamo davanti tutto il giorno per raggiungere il bivacco a 6400 metri: lì avevamo lasciato la tenda piccola con viveri, attrezzatura, sacchi, un po' di combustibile e poco altro. Ma, più o meno alle due del pomeriggio, è capitato l'incidente. Avevamo deciso di non seguire la cresta e di procedere su un fianco, per evitare i gendarmi [...]. Óscar scendeva davanti e ad un tratto ha esclamato: “Tieni, che la neve è cattiva!” [...]. Siamo partiti lungo la parete: Óscar è caduto per una cinquantina di metri, io ne ho fatti una decina. Ci siamo fermati perché la corda si è incastrata su una piccola cresta di neve. Io mi sono ritrovato sospeso nel vuoto e ogni volta che mi muovevo ci spostavamo entrambi. Con molta fatica sono riuscito a piantare un chiodo da ghiaccio, non troppo affidabile però [...]. Lentamente ho raggiunto una zona rocciosa, dove sono riuscito a fare una sosta decente [...]. Ho poi tagliato la corda e mi sono calato fino a Óscar, che aveva una gamba e una mano fratturate e non poteva muoversi. Abbiamo valutato tutte le possibilità: l'unica cosa che potevamo fare era scendere ad una cengia più in basso, ricoperta di neve ma buona. Ho lasciato lì Óscar, salendo con grande fatica alla tenda con il materiale [...]. Ho raggiunto la tenda che era già buio: non l'ho montata [...] e ho passato la notte più terribile, con le dita già congelate. Il giorno dopo, molto presto, sono sceso da Óscar [...]. Era il 7 agosto [...]: abbiamo capito che non potevo fare altro che scendere per chiamare aiuto. Forse stiamo stati troppo ingenui a pensare che con gli elicotteri tutto si sarebbe concluso in fretta. Tuttavia era l'unica possibilità. Ho lasciato a Óscar tutto il materiale: due sacchi a pelo, un telo da bivacco, due cartucce e mezza di combustibile e il cibo [...]. Alle due del pomeriggio sono partito, arrivando al colle a 5800 metri che era ormai notte. Lì sono stato costretto a fermarmi. Dopo quattro ore, alle prime luci, ho ripreso la discesa [...]. Dal campo base, preoccupati, mi sono venuti incontro. Non potendo seguire la stessa via percorsa in salita ho purtroppo raggiunto la crepaccia terminale nel punto peggiore. Fortunatamente, dal basso, mi hanno dato indicazioni per arrivare ad un punto dove era possibile passare sul ghiacciaio. E lì la discesa è finita [...]».

link al post | categoria karakoram
mercoledì, 19 agosto 2009

CHOKTOI GLACIER: ECCO UN'ALTRA SPEDIZIONE

postato da carlocaccia alle 12:12 in karakoram

NEL MIRINO DEI FRANCESI AYMERIC CLOUET, JULIEN DUSSERRE E JÉRÔME PARA LA PIÙ VOLTE TENTATA MA ANCORA INVIOLATA CRESTA SUD-EST DELL'OGRE (7285 m)

I migliori alpinisti del mondo (che non sempre sono i più famosi) sanno che laggiù, al cospetto dei Choktoi Glacier, in Karakorum, c'è pane per i loro denti. Lo sanno, ad esempio, gli americani Colin Haley, Josh Wharton e Dylan Johnson, che nelle scorse settimane hanno tentato la cresta nord del Latok I (7145 m, www.intotherocks.splinder.com/post/21017515), e lo sapeva lo spagnolo Óscar Pérez, rimasto per sempre sulla cresta nord-ovest del Latok II (7108 m, si vedano i post dei giorni scorsi). Ma anche i giovani francesi Aymeric Clouet (31 anni), Julien Dusserre (26) e Jérôme Para (27) hanno dimostrato di essere bene informati, visto che nei prossimi giorni si cimenteranno con una linea ambitissima e assai problematica: l'ancora inviolata cresta sud-est dell'Ogre (o, più correttamente ma con il rischio di non essere capiti, Baintha Brakk). Il terzetto transalpino, giunto in Pakistan il 9 agosto, dovrebbe aver già raggiunto il Choktoi Glacier.

Ogre II e Ogre (Colin Haley) piccolaRicordiamo che l'Ogre (7285 m), che si trova poco a nord della famiglia dei Latok, è stato tentato nel 1971 e nel 1975 (due volte) e quindi salito per la prima volta il 13 luglio 1977 da Chris Bonington e Doug Scott (allucinante la loro odissea in discesa). Negli anni successivi è stato il festival dei tentativi a vuoto e la seconda (e per ora ultima) ascensione della montagna è arrivata soltanto il 22 giugno 2001, firmata dal tedesco Thomas Huber insieme agli svizzeri Iwan Wolf e Urs Stöcker. Aggiungiamo che sulla cresta sud-est dell'Ogre, caratterizzata da un poderoso pilastro granitico iniziale di 700 metri che si innalza con fantastico slancio dal colle (5650 m) che divide lo stesso Ogre (a nord) dall'Ogre II (6960 m), tra gli altri hanno messo le mani i britannici Rich Cross, Matt Dickenson, Adam Jackson, Al Powell, Nick Williams, Julian Wood e Andy MacNae (nel 1996, toccando quota 6850 con l'ausilio delle corde fisse ma rimuovendo poi tutto il loro materiale e buona parte di quello trovato in parete), gli sloveni Silvo Karo, Urban Azman, Tomaž Jakofčič e Peter Meznar (nel 2001, arrivando a quota 6350 ossia al termine del pilastro iniziale), gli americani Paul McSorley, Jeff Relph e Jon Walsh (nel 2006, raggiungendo quota 6850 e dichiarando di aver superato, lungo il pilastro, difficoltà di VI+ e M5) e infine Colin Haley e il canadese Maxime Turgeon (nel 2008). Il miglior cimento, però, resta quello degli americani Mike Colombo, Tom Nonis, Steve Potter, Mimi Stone e Brinton Young che nel 1991, dopo aver salito in libera (VI) con due punti d'aiuto (spit trovati in loco) il pilastro iniziale, furono costretti alla ritirata da una tempesta quando si trovavano a ben 7120 metri.

Nella foto, di Colin Haley (www.colinhaley.blogspot.com): l'Ogre II (a sinistra) e l'Ogre divisi dal colle quotato 5650 metri da cui si impenna (contro il cielo) la poderosa, inviolata, cresta sud-est dell'Ogre con il suo pilastro roccioso iniziale (alto 700 metri) che porta al nevaio mediano. Dal colle, a sinistra e in buona parte nascosta dalle nubi, si innalza anche la cresta nord-ovest dell'Ogre II, salita nel 1983 da una spedizione coreana (prima e finora unica ascensione della montagna)

link al post | categoria karakoram