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NEW YORK 26/12/08
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A CURA DI CARLO CACCIA >> REDAZIONE redazione@intraisass.it >> LECCO-VICENZA ITALY
PEAK 6134: I NUMERI DELLA VIA DI RUCHKIN E MIKHAILOV
Dal 9 al 13 maggio 2009, in stile alpino, i russi Alexander Ruchkin e Mikhail Mikhailov hanno compiuto la prima ascensione assoluta del Peak 6134 (Daxue Shan, Sichuan, Cina). I due alpinisti, come abbiamo annunciato nei giorni scorsi (www.intotherocks.splinder.com/post/20583703) , sono saliti per l'assai ripido pilastro sud (nella foto a lato, arch. Ruchkin-Mikhailov, www.mountain.ru) e i numeri della loro via, che abbiamo appreso poco fa, sono piuttosto interessanti: 1250-1300 metri di sviluppo con difficoltà di VII+ e A2+.
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TRAVERSATA LHOTSE-EVEREST: TUTTI A CASA
Il monsone ha chiuso le ostilità: la baldoria sull'Everest (e sul Lhotse) anche per quest'anno volge al termine. Niente da fare, dunque, anche per la squadra kazaka che aveva in progetto la traversata dei due colossi (nella foto a lato): il cattivo tempo ha imposto agli alpinisti il ritorno al campo base e il 30 maggio è prevista la partenza da Kathmandu alla volta di Alma Ata. Ricordiamo che la spedizione era composta da tre gruppi diversi: quello di Vassily Pivtsov, Serguey Samoilov, Evgeny Shutov, Artjon Skopin, Alexander Sofrygin (che il 15 maggio ha toccato la vetta del Lhotse) e Maxut Zhumayev che puntava alla traversata; quello di Dmitry Grekov (Kirghizistan), Nickolay Gutnik (idem), Svetlana Sharipova e Alexander Rudakov con obiettivo il Lhotse e infine la coppia Baglan Zhunussov e Serguey Lavrov diretta all'Everest.
AGGIORNAMENTO (27 maggio 2009, ore 16.55 italiane): Serguey Samoilov risulta disperso sul Lhotse. Vassily Pivtsov e Maxut Zhumayev sono invece impegnati in discesa verso il campo base.
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STEVE HOUSE: RITORNO AL MASHERBRUM
Nel 2003 il maltempo non ha dato un attimo di tregua. Così lo splendido e difficile Masherbrum (7821 m, Karakorum, nella foto a lato, www.unclimbed.com), il sogno di Steve House, Marko Prezelj e Matic Jošt, è rimasto tale. Quella montagna, però, che finora conta soltanto quattro ascensioni – la prima, per la parete sud-est, risale al 6 luglio 1960 e porta le firme degli americani William Unsoeld e George I. Bell seguiti, due giorni dopo, da Nicholas B. Clinch e Jawed Akhter -, non ha mai abbandonato la testa di House che quest'anno tornerà in Pakistan per la rivincita. Con lui, oltre a Marko Prezelj, dovrebbe esserci anche il “solito” Vince Anderson.
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COLIN HALEY: IL LATOK I NEL MIRINO
Restiamo in Pakistan, spostandoci su un'altra cima “impossibile” del Karakorum: il Latok I (7145 m), salito per la prima e unica volta nel luglio 1979 dai giapponesi Tsuneo Shigehiro, Sin'e Matsumi, Yu Watanabe, Hideo Muto, Jun'ichi Oku e Kota Endo (per la parete sud). La cresta nord della montagna (evidente nella foto, a destra della vetta), tentata per la prima volta nel 1978 da Jim Donini, George Kennedy, Jeff Lowe e George Lowe, resta uno dei grandi problemi dell'alpinismo mondiale, attaccata oltre 20 volte ma sempre in grado di respingere i suoi pretendenti (tra cui, oltre ai personaggi appena nominati, anche Martin Boysen, Doug Scott, Simon Yates, Robert Schauer, Catherine Destivelle, Brendan Murphy, John Bouchard, Mark Richey, Wojciech Kurtyka, Yasushi Yamanoi, i fratelli Benegas, Maxime Turgeon, Doug Chabot, Steve Swenson...). Ebbene: a caccia della soluzione dell'enigma, nei prossimi mesi, si muoveranno Colin Haley, Josh Wharton (che ci ha già provato nel 2007) e Dylan Johnson. A proposito di Haley: la giovane promessa (o già certezza?) dell'alpinismo americano, dopo il soggiorno alpino di cui abbiamo riferito (www.intotherocks.splinder.com/post/20385154) sta passando il mese di maggio in Alaska e può darsi che nei prossimi giorni abbia qualcosa di interessante da raccontare.
UN RACCONTO DI RAPHAEL SLAWINSKI
Terza ed ultima puntata delle avventure in Karakorum di Raphael Slawinski e compagni. Se avete perso la prima e la seconda parte (e l'introduzione) dovete soltanto cliccare qui: www.intotherocks.splinder.com/post/20064545 e www.intotherocks.splinder.com/post/20118821. Ovviamente, anche questa volta, non mancano le immagini.
KUNYANG CHHISH 2006 (terza e ultima parte)
di Raphael Slawinski
KUNYANG CHHISH EST: SI RITENTA. La sveglia suona alle 23 in punto e un'ora dopo siamo già in marcia. Cerchiamo le tracce del nostro precedente passaggio ma in dieci giorni tutto è cambiato: nel canale d'accesso affiorano placche sabbiose mentre più in alto, sulla parete vera e propria, il ghiaccio ha preso il posto della neve (foto 1). Fa molto caldo e, nel bel mezzo di quello scivolo gigantesco, l'acqua ha scavato un canaletto. Il ghiaccio è cosparso di pietre e, mentre traversiamo verso la grotta del bivacco, con il sole arrivano altri proiettili: prima piccoli e poi sempre più grandi. Spesso non li vediamo: la “taglia” è annunciata dal rumore, variabile dal ronzio di zanzara (per quelli piccini) ad un mormorare profondo (per quelli più massicci). Raggiungiamo la grotta prima di mezzogiorno: troppo presto? Nossignori, perché nel pomeriggio la parete è invasa da cascate e scariche e le danze cessano soltanto con l'arrivo del buio. Che fare? Potremmo approfittare del freddo della notte per tentare di salire ancora ma cosa succederebbe se non riuscissimo a raggiungere in tempo il luogo del secondo bivacco? Siamo già stati
abbastanza fortunati... (foto 2) Piuttosto abbattuti cominciamo la discesa. I due giorni seguenti li dedichiamo al riposo. Ma come occupare tutto il tempo che ci resta? Alla fine accettiamo il consiglio di Mehboob: ci recheremo nel suo villaggio e andremo a dare un'occhiata alla famosa parete Rupal del Nanga Parbat. Io ed Eamonn, però, abbiamo ancora un conto in sospeso.
RITORNO ALL'ALI CHHISH. Il nostro obiettivo sono i 6164 metri dell'Ali Chhish, che vogliamo raggiungere in giornata. Allora zaini leggeri, orologi puntati all'1.30 e via, dopo il tè e il chapati di Ali, ormai abituato alle nostre sveglie agli orari più strani. Raggiungiamo la parete ovest della nostra cima, dove le pietre cominciano presto a cadere (foto 3), e cerchiamo in fretta un misero riparo. Lungo la cresta sommitale la neve e la quota ci impongono di rallentare ma non ci fermano: siamo determinati a riuscire. Su e giù, aggirando cornici, salti rocciosi e crepacci, fino a quando a mezzogiorno ci possiamo sedere a cavalcioni sulla cresta, pochi metri sotto la cima: un fungo di ghiaccio che a prima vista sembra inscalabile. Ma basta un ripido traverso, sotto una cornice strapiombante (foto 4), e la porta si apre: in men che non si dica ci ritroviamo in piedi sul punto più alto. La
discesa si svolge senza intoppi nonostante le scariche, il crollo di un seracco alla nostra destra e il tempo in costante peggioramento (foto 5), tanto che ad un certo punto comincia pure a nevicare. Arriviamo al campo base appena prima di mezzanotte: la cena di Ali, al quale dedichiamo la vetta appena salita, è pronta soltanto per noi.
RITORNO A CASA. Due giorni dopo, in un mattino nebbioso, lasciamo il campo base: il ritorno a Gilgit è una lotta con i torrenti in piena e con il fango. Giunti lì, lasciato tutto il bagaglio in albergo, ospiti di Mehboob passiamo tre giorni da favola nella valle Rupal, visitando i verdi pascoli ai piedi del Nanga Parbat. Le ultime immagini del viaggio, tuttavia, sono le ventiquattro ore no stop lungo la KKH, i bazar di Rawalpindi e il caos di Heathrow dopo lo spavento per una bomba. Una volta a Calgary,
il campo base dominato dal Kunyang Chhish assume le sembianze di un sogno impalpabile.
E PER FINIRE... A Gilgit, durante il ritorno, abbiamo incontrato due amici diretti all'obiettivo che avevamo mancato: la parete sud-ovest del Kunyang Chhish Est (erano Steve House e Vince Anderson che, tra il 10 e il 13 settembre 2006, sono giunti a circa 300 metri dalla vetta, ndr). E se da una parte li invidiavo, perché la loro avventura era appena cominciata mentre la nostra volgeva al termine, dall'altra avevo anche voglia di tornare a casa. In verità, più che per la possibilità di tentare una cima inviolata avrei voluto prendere il loro posto per muovermi in quel remoto, rarefatto reame che tante volte avevamo contemplato dal campo base. Quel reame per cui avevamo combattuto invano, senza riuscire a conquistarlo.

In discesa dall'Ali Chhish, con il tempo che volge decisamente al brutto

La parete sud-ovest dell'inviolato Kunyang Chhish Est (7400 m). In rosso la linea seguita da Slawinski e compagni fino a circa 6500 metri, in blu l'"aggiunta" di Steve House e Vince Anderson (arrivati a quota 7100)
Foto: Raphael Slawinski
RICOGNIZIONE IN CORSO IN VISTA DI UN TENTATIVO INVERNALE
Nel 2001 il Lhotse Middle, nel 2004 la Nord dell'Everest e nel 2007 la Ovest del K2: tre incredibili scalate made in Russia che portano la firma di un unico leader, di quelli che non puntano alla vetta ma che, dal basso, sanno gestire al meglio le operazioni. Il suo nome, lo avrete forse capito, è Viktor Kozlov che in questi giorni, con Nickolay Totmjanin, uno dei protagonisti del successo sulla Ovest del K2, si trova nuovamente nei pressi della seconda montagna della terra. I due alpinisti sono in ricognizione in vista di un tentativo invernale, programmato per l'anno prossimo, che vedrà ancora una volta in azione la “nazionale” russa. Kozlov e Totmjanin, che il 23 marzo si trovavano sul Ghiacciaio Baltoro a quota 4600, hanno fatto sapere che in Karakorum le condizioni sono ancora decisamente invernali, con notti molto fredde e la neve alla cintola lungo il percorso. Il tentativo invernale si svolgerà dunque sul versante pakistano della montagna, che Viktor e Nickolay scruteranno con attenzione per individuare la migliore via di salita. L'ipotesi di cimentarsi sul versante cinese è stata scartata per tre ragioni: il costo eccessivo del permesso, l'assenza di portatori e la mancanza di elicotteri civili da impiegare in caso di emergenza (gli unici velivoli presenti in quell'area sono militari).
Nella foto: Nickolay Totmjanin (a sinistra) e Viktor Kozlov (www.russianclimb.com)
UN RACCONTO DI RAPHAEL SLAWINSKI
Eccoci ancora con le avventure in Karakorum di Raphael Slawinski e compagni. Se avete perso la prima parte del racconto (e l'introduzione) vi basta cliccare qui: www.intotherocks.splinder.com/post/20064545. Per la terza ed ultima parte, invece, l'appuntamento è per venerdì 27 marzo. Buona lettura.
KUNYANG CHHISH 2006 (seconda parte)
di Raphael Slawinski
UNA CIMA, FINALMENTE. Ci sentiamo schiacciati sotto il peso della nostra tabella di acclimatamento. Ma con l'alta pressione non possiamo stare fermi: decidiamo di seguire la cresta sud del Kunyang Chhish principale fino ai 6450 metri del cosiddetto “Ice Cake”. Ci dirigiamo verso il canalone detritico nei pressi del campo base e, ritornando sui nostri passi dopo due settimane, ci imbattiamo nel cibo abbandonato dai giapponesi (che nel frattempo si erano ritirati): biscotti, pasta e altro lasciati ai corvi e alla furia degli elementi. Passiamo la notte al primo campo nipponico e il giorno dopo ci svegliamo presto, al buio: vogliamo anticipare il sole, pronto a trasformare la neve in poltiglia. Così a mezzogiorno siamo già nei pressi di una gran matassa di corde statiche (foto 1), oltre la quale la cresta si innalza immacolata, con cornici ondeggianti, verso la “meringa” dell'Ice Cake (foto 2). A
metà pomeriggio, raggiunto un ripiano prima della rampa finale, è soltanto con un grande sforzo di volontà che piazziamo le tende e prepariamo la cena: i 6000 metri si sentono tutti e invitano alla mollezza, al dolce far niente. Notte, sveglia prima delle 5 e finalmente la vetta: sotto un cielo senza nuvole si stende tutto il Karakorum con gli Ottomila a est, in fondo al ghiacciaio Baltoro (foto 3). In cima ce la spassiamo, riuscendo persino a schiacciare un pisolino coprendoci il viso con le giacche a vento (foto 4). Così è ormai pomeriggio inoltrato quando, con il mal di testa e il tempo che comincia a preoccuparci, decidiamo che è giunto il momento di tornare al campo base, che raggiungiamo dopo poco più di tre ore (di corsa) lungo il versante sud-est. Il previsto maltempo si materializza due giorni dopo. Credo sia difficile immaginare qualcosa di più rilassante che stare così, in un campo base, in attesa del sole: non ci sono e-mail, telefonate, scadenze e lavori ingrati. Soltanto infinite tazze di tè, partite a carte e libri (foto 5), e la “punteggiatura” della giornata la mette tutta Asgar, chiamandoci per il pranzo e la cena. Peccato che dopo qualche giorno ci si stufi e allora, quando il sole rispunta, si ha una gran voglia di rimettersi in movimento. Così, mentre Ben e Ian se ne vanno a cercare (invano) i
bastoncini da sci persi durante l'ultimo tentativo all'Ali Chhish, il sottoscritto ed Eamonn si scaldano sul “Kunyang Shield”: una parete granitica a mezz'ora dal campo base. Il risultato, alla fine, è Rhubarb Alley: cinque lunghezze di corda che, con la loro roccia sporca, ci ricordano le Rockies. Lo “Scudo”, comunque, ci offre un piacevole diversivo alle sgobbate in quota: sui suoi fianchi sabbiosi (e ricoperti di vegetazione...) tracciamo in tutto tre nuove vie (foto 6).
KUNYANG CHHISH EST: PRIMO TENTATIVO. Il giorno comincia a mezzanotte. Rapida colazione e, zaini in spalla, via sul ghiacciaio, su ciò che resta di vecchie (e recenti...) valanghe. Da qualche parte nel buio, sopra di noi, si innalzano degli scricchiolanti seracchi e dunque, in fretta, raggiungiamo uno stretto canalino nevoso che ci sembra l'accesso più sicuro al nostro obiettivo: l'inviolata muraglia sud-ovest del Kunyang Chhish Est (foto 7). E allo spuntare del giorno siamo
già in azione sull'immenso, straordinario pendio nevoso che costituisce i primi mille metri della nostra parete (foto 8). La quale, essendo rivolta a sud-ovest, dopo mezzogiorno è colpita del sole, costringendoci a cercare un posto per il bivacco. Sfortunatamente, però, lo scivolo nevoso è assolutamente uniforme: ci sono soltanto delle scomodissime cenge. Che fare? Ad un certo punto Ben individua una promettente cavità alla nostra sinistra e andiamo ad investigare. Non potevamo pretendere di più: un vano riparato dove stanno comode addirittura due tende. Siamo a quota 6000: in dodici ore siamo saliti di 1700 metri. Il giorno dopo all'alba, con il cielo limpido e un gran freddo, ripartiamo. Divisi in due cordate saliamo un pendio a sessanta gradi, che ci porta all'inizio della prima di due rampe ghiacciate che tagliano la headwall granitica: ecco la chiave per superare la parete limitando al massimo l'arrampicata su roccia. Proseguiamo
di conserva, piazzando di tanto in tanto una vite da ghiaccio, e quando raggiungiamo la seconda rampa siamo investiti dal sole: nonostante la quota ci tocca soffrire il caldo. Ma non possiamo fermarci: una breve pausa e via. Fortunatamente la seconda rampa è molto più breve della prima e a mezzogiorno è tutta sotto di noi, che per la prima volta ci imbattiamo nelle tracce – un chiodo e un nut – di chi ci ha preceduti: siamo al punto più alto raggiunto dai polacchi nel 2003. Dove bivaccare? Il pendio sottostante, appena sotto la parete rocciosa, non offre alcuna possibilità e così ci tocca sfacchinare per ricavare un terrazzino, abbastanza ampio per una tenda (più o meno...) e per un paio di persone sdraiate. Siamo a più di 6500 metri e, a parte una leggera nausea, Ben ed io passiamo una buona nottata, riparati nella nostra tenda fissata in qualche modo. Ma per Eamonn e Ian la musica è un po' diversa. Insomma: in mancanza
di “pareti impossibili” e “tempeste assassine”, un bel mal di pancia (con tutte le conseguenze...) basta per cacciarci indietro. Lasciamo del materiale in previsione di un secondo tentativo e poi giù, lungo la prima di molte corde doppie: prima per ripidi scivoli ghiacciati, poi per una parete rocciosa verticale (foto 9) e infine per il grande pendio iniziale, dove la mancanza di ghiaccio per gli ancoraggi ci obbliga ad arrampicare in discesa. Fino a quando, nel pomeriggio, non compare il sole: la neve allora diventa una pappa inconsistente, dalla parete sovrastante arrivano i primi proiettili e, dopo alcune catastrofi mancate, ci convinciamo che è meglio stare al riparo sotto delle sporgenze rocciose, dove aspettiamo che il sole se ne vada. Raggiungiamo il ghiacciaio quando sta ormai facendo buio e, in lontananza, vediamo delle luci che compaiono e scompaiono: Mehboob, Ali e Asgar ci stanno venendo incontro con bevande e biscotti. Scendiamo con loro al campo base ed è soltanto attorno a mezzanotte che riusciamo ad infilarci, stanchissimi, nei nostri sacchi a pelo.

L'inviolata parete sud-ovest del Kunyang Chhish Est

Lungo l'infinito pendio iniziale, sotto la bastionata rocciosa

Le truppe canadesi in ritirata dalla Sud-ovest del Kunyang Chhish Est
Foto: Raphael Slawinski
UN RACCONTO DI RAPHAEL SLAWINSKI
Nei prossimi mesi, come abbiamo annunciato (post del 10 marzo 2009), Raphael Slawinski e compagni si recheranno nell'Hispar Muztagh, in Karakorum, per tentare l'inviolato Pumari Chhish Est. Il forte canadese, a tre anni dall'avventura sul Kunyang Chhish Est, tornerà dunque da quelle parti dove ripenserà sicuramente ai momenti della spedizione del 2006 quando, con Ben Firth, Eamonn Walsh e Ian Welsted, effettuò due tentativi sulla parete sud-ovest del colosso di 7400 metri (che attende ancora i primi salitori). Tra il 22 e il 24 luglio i quattro amici si spinsero fino a quota 6550 mentre tra il 31 luglio e il 1° agosto furono costretti a ritirarsi addirittura 600 metri più in basso. In precedenza, tra l'8 e il 10 luglio, per acclimatarsi, Raphael e soci erano riusciti a scalare l'Ice Cake (6450 m) per la cresta sud mentre risale al 4 agosto – chiusura in bellezza della spedizione, giusto per consolarsi – la prima ascensione assoluta dell'Ali Chhish (6164 m, indicato sulle mappe come Peak 79) da parte della coppia Slawinski-Walsh. Da ricordare, infine, le tre vie aperte dalla stessa cordata sul Kunyang Shield, la parete rocciosa nei pressi del campo base. Si tratta di Rhubarb Alley (270 m, 6b, 17 luglio), Being there (230 m, 6b, 19 luglio) e Gandu crack (130 m, 6a, 28 luglio). Riviviamo allora, direttamente dalla voce di Slawinski - contento di vedere pubblicato il suo racconto su Intotherocks -, tutte queste avventure, aggiungendo alle parole alcune significative immagini. Un'ultima annotazione: il testo, vista la sua lunghezza, sarà proposto in tre puntate (le prossime il 20 e 27 marzo).
KUNYANG CHHISH 2006
di Raphael Slawinski
PROLOGO. Fine agosto 2005: lasciando la Charakusa Valley, con il K6 e la sua corte di fantastiche montagne, sto già pensando di tornare e, una volta in Canada, non mi è difficile convincere tre amici a passare l'estate in Karakorum. Per il K6, però, non c'è niente da fare: per quella cima il governo pakistano non concede alcun permesso. Su consiglio di Steve Swenson puntiamo allora alla zona dell'Hispar Glacier, chiedendo informazioni a Janusz Kurczab che, dalla Polonia, ci invia alcune fotografie del Kunyang Chhish, la cui ripidissima parete meridionale è alta circa 3000 metri. La cima principale della montagna, che tocca quota 7852, risulta salita soltanto due volte mentre i 7400 metri della spettacolare cima est sono ancora inviolati: abbiamo trovato il nostro obiettivo.
DA CALGARY A KARIMABAD. È una calda sera di giugno quando Ben Firth, Eamonn Walsh, Ian Welsted e il sottoscritto stanno trascinando dieci sacconi giganteschi all'aeroporto di Calgary. Da lì a Toronto, poi a Londra e quindi a Dubai: il viaggio passa in un caos di cibo d'aereo, bevande alcoliche e poco sonno. Memorabile la visita turistica a Dubai: lasciare l'aeroporto, con l'aria condizionata, è come andare a sbattere contro un muro di umidità. Siamo davvero lontani dal Canada… (foto 1) A Islamabad è soltanto grazie a Ghulam, l'agente di viaggio che già li aveva guidati nella selva della burocrazia pakistana ai tempi della richiesta del permesso, che quattro canadesi stravolti riescono a raggiungere l'albergo. Ricevute le disposizioni ufficiali, acquistate le ultime provviste, consegnati 6000 dollari in contanti come cauzione per l'elicottero di soccorso, incontriamo Mehboob, il nostro ufficiale di collegamento, e una mattina presto, prima del gran caldo, ci ammassiamo su un furgone e facciamo finalmente conoscenza con la Karakorum Highway (KKH). Giungiamo a Karimabad dove uno sconosciuto, con fare amichevole, si rivolge a noi in una lingua che ricorda l'inglese: è Ali, fratello di Ghulam nonché nostro cuoco. Nelle settimane seguenti diventeremo buoni amici anche se il suo inglese, dal sapore molto baltì, non riusciremo mai ad impararlo.
A TU PER TU CON IL KUNYANG CHHISH. Lasciata la KKH ci dirigiamo nella valle dell'Hispar. Il viaggio in jeep assomiglia ad una giostra per bambini: ora siamo alti sul fiume, ora corriamo in discesa lungo i tornanti fino a scavalcare, su fragili ponti sospesi, le impetuose acque del fiume. Alcune ore (e due gomme a terra...) dopo raggiungiamo un villaggio e la fine, in senso letterale, della strada. Le notizie dell'arrivo di una spedizione si diffondono velocemente e ben presto ci ritroviamo circondati da bambini curiosi. Ma non solo: ci sono anche uomini che vorrebbero essere assunti come portatori. Così l'indomani comincia un'ardua contrattazione: noi, che non sappiamo una sola parola di Urdu, ci ritiriamo in buon ordine e lasciamo che sia Mehboob a risolvere ogni questione. La situazione resta bloccata per un bel po' fino a quando, improvvisamente, l'accordo è raggiunto: si parte. Il giorno dopo, attorno a mezzogiorno, giriamo un angolo e… ci ritroviamo a tu per tu con la parete sud del Kunyang Chhish (foto 2). Mi sento davvero minuscolo: meno male che, visto che dobbiamo acclimatarci per bene, passerà ancora un po' di tempo prima di salire lassù. I portatori depositano i loro carichi, ricevono quanto gli spetta e, con un sospiro di sollievo da parte nostra, cominciano a scendere a valle. Erano una bella compagnia, sì, e buoni lavoratori, ma quel continuo mercanteggiare, senza sapere se e quando saremmo arrivati qui (e poi: quanto ci sarebbe costato?), stava cominciando a logorarci.
ALLA RICERCA DEI GLOBULI ROSSI. Allestiamo il campo base e cominciamo subito l'acclimatazione. Una camminata lungo la valle, fino alla base della nostra parete, apre una lunga serie di “su e giù” per il Pumari Glacier. Il momento da ricordare arriva durante un pomeriggio, mentre stiamo salendo il canale detritico sopra il campo base. Investiti da un'improvvisa bufera ci fermiamo per indossare i pantaloni lunghi e, se per tre di noi non c'è nessun problema, Eamonn esclama: «Ma... avete portato anche i pantaloni lunghi?». Avanti lo stesso (foto 3): braghe lunghe o corte continuiamo fino ad una cima di circa 5100 metri, per tornare alla base giusto in tempo per la cena. Due giorni dopo ci spingiamo oltre, continuando verso la cresta sud (foto 4) della cima principale del Kunyang Chhish. Ad un tratto ecco la sorpresa: lungo un canale a 30 gradi e la cresta (facile) si svolge ininterrottamente un serpentone di corde fisse (giapponesi). Morale della favola: a dei “pesi leggeri” come noi, abituati alle rapide scampagnate sulle Canadian Rockies, questo violento faccia a faccia con lo “stile spedizione” è come lo spalancarsi di una finestra, il ritrovarsi in un mondo sconosciuto che pensavamo lontano anni luce.

UNA VETTA PER IL CUOCO E IL “FATTORE KARAKORUM”. Dopo alcune sgambate in giornata, nei paraggi del campo base, decidiamo che è il momento di andare a dormire più in alto. Puntiamo ad una cima di 6164 metri, inviolata, sulla cresta meridionale del Kunyang Est: niente di trascendentale, pensiamo, una buona occasione per combinare l'utile (acclimatazione) al dilettevole (prima salita). Quella cima “senza pretese”, che
avremmo chiamato Ali Chhish in onore del nostro cuoco, ci avrebbe dato una bella lezione di umiltà. Il primo tentativo si conclude con una tormenta, un bivacco in un crepaccio (foto 5) e la buona idea, viste le valanghe, di tornare al campo base. Seguono due giorni di pioggia – li passiamo dormendo, leggendo e giocando un numero imprecisato di partite a carte – e quindi il secondo attacco. Questa volta sono io a cedere... Scendiamo ancora, riposiamo un giorno intero e, credendoci sufficientemente acclimatati – eravamo saliti da 4200 a 5600 metri in cinque ore (foto 6) –, ci lanciamo in un tentativo in giornata. Ma il “fattore Karakorum” ci coglie di sorpresa e ci rallenta terribilmente (foto 7). Primo: il sole, da queste parti, è sempre alto, come non capita mai sulle Montagne Rocciose. Tanto alto da togliere forze e volontà. Secondo: a causa della quota si ha sempre il fiato corto, anche su pendii non troppo ripidi. Terzo: la scalata è tutta un imbroglio, perché ogni cosa è sempre più difficile, più grande e più lontana di quello che sembra. Così, nel tardo pomeriggio e ancora lontani dalla cima (foto 8), stacchiamo la spina e facciamo dietrofront. Al campo base, dove arriviamo a notte fonda, barcollando, ci aspettano la cena e la torta di Ali.

Tentativo sull'Ali Chhish, poi salito (il 4 agosto 2006) da Slawinski e Walsh

Sempre sull'Ali Chhish: i nostri eroi sono ormai nei pressi della lunga cresta sommitale. Ma la vetta è ancora lontana...

Lungo la cresta dell'Ali Chhish da cui si vede, di profilo, illuminata dal sole del pomeriggio, la ripidissima parete sud-ovest del Kunyang Chhish Est
Foto: Raphael Slawinski
NEL MIRINO DEI DUE FUORICLASSE, PER LA PROSSIMA STAGIONE ESTIVA, L'INVIOLATO PUMARI CHHISH EST (PEAK 6890, HISPAR GLACIER, KARAKORUM). CON LORO, PER UNA SFIDA ALL'INSEGNA DEL GRANDE IMPEGNO TECNICO IN ALTA QUOTA, ANCHE EAMONN WALSH E IAN WELSTED

La visione (nella foto sopra, www.summitpost.org) è di quelle che lasciano senza fiato, che non si possono dimenticare. Sotto di noi il grande fiume di ghiaccio, l'immenso Hispar, e dall'altra parte, a nord-ovest di uno dei suoi affluenti – lo Yutmaru (Jutmo) Glacier -, ecco la cittadella delle meraviglie con le sue cinque torri. Da sinistra a destra: il Kunyang Chhish (7852 m, due salite), il vicino Kunyang Chhish Est (7400 m, inviolato), il Pumari Chhish (7492 m, una salita), il Pumari Chhish Sud (7350 m, una salita) con la sua altissima parete meridionale e, infine, il meno aguzzo Pumari Chhish Est (o Peak 6890, inviolato). Avete inteso? In questo angolo del Karakorum, lontano dalla baldoria del Baltoro, ci sono montagne di gran classe per gente dal folto pelo sullo stomaco: cime capaci di bastonare gente come Steve House e Vince Anderson (nulla di fatto sul Kunyang Chhish Est nel 2006), Roger Payne e Julie-Ann Clyma (bloccati sul Pumari Chhish Sud nel 1999 e nel 2000) e Christian Trommsdorff e Yannick Graziani (due volte a vuoto sulla stessa cima nel 2003 prima del successo del 2007: www.intotherocks.splinder.com/post/12724149 e www.intotherocks.splinder.com/post/12949470). Nel 2006, inoltre, prima di cacciare House e Anderson, il Kunyang Chhish Est aveva già costretto alla fuga i canadesi Raphael Slawinski, Ben Firth, Eamonn Walsh e Ian Welsted mentre un anno dopo, nel 2007, il Pumari Chhish Est ha alzato la voce con gli americani Pete Takeda e Steve Su.
Il mago della levigatissima Porcelain Wall (che sta all'ombra dell'Half Dome), ossia Takeda, è giunto nella zona dell'Hispar Glacier a stagione avanzata, ormai in autunno, e dopo una serie di tentativi su alcuni Seimila inviolati, con le valanghe e il maltempo impegnatissimi a guastare ogni festa, ha finalmente messo le mani sul Pumari Chhish Est, caratterizzato da una rocciosa parete meridionale alta circa 2500 metri. In sei giorni, bivaccando due volte senza tendina, Pete e Steve sono saliti per 1400 metri su terreno assai tecnico, superando difficoltà di VI+, A2 e M7, e il settimo giorno, sia per il freddo sia per la mancanza di combustibile (avevano infatti previsto sei giorni di scalata) hanno deciso di mollare la presa. Tutto finito? Nossignori: quest'anno Takeda tenterà la rivincita e con lui, lungo quella via paragonabile alla celebre, pluritentata e mai conclusa cresta nord del Latok I (7145 m, Karakorum, www.intotherocks.splinder.com/post/13808719), ci saranno i mitici canadesi Slawinski, Walsh e Welsted che, lasciato da parte (ma non del tutto) il Kunyang Chhish Est, puntano ad una scalata decisamente più complicata, senza momenti di tregua su pendii nevosi.
«Perché il Pumari Chhish Est? Semplice – ci ha spigato Slawinski (nella foto a sinistra, arch. Slawinski) –: ci è sembrato un obiettivo più interessante. E poi vogliamo una nuova esperienza. Comunque, se avremo tempo a sufficienza, potremmo tentare per la seconda volta anche il Kunyang Chhish East. Nell'Hispar Muztagh, lontano dalle rotte delle spedizioni commerciali, si trovano numerose cime inviolate di circa 7000 metri: lì è possibile salire vie difficili, in quota, in un ambiente remoto. Nel 2007, ad esempio, a Christian Trommsdorff e Yannick Graziani è riuscita la prima ascensione del vicino Pumari Chhish Sud. Il nostro obiettivo, tuttavia, si distingue da quello dei francesi per la continuità tecnica dell'arrampicata: se sul Pumari Chhish Sud la scalata difficile era limitata a 600 metri, tra quota 6400 e quota 7000, sul Pumari Chhish Est, in base all'esperienza di Pete, il gioco è duro dall'inizio alla fine, proprio come lungo la cresta nord del Latok I. Una volta sul posto, analogamente al 2006, ci acclimateremo salendo alcune cime attorno ai 6000 metri e poi, una volta in forma, attaccheremo in puro stile alpino (l'unico che conosciamo...) il nostro obiettivo principale».
KARAKORUM ORIENTALE: PRIMA ASCENSIONE ASSOLUTA DEL CHONG KUMDAN II (7004 m). IN VETTA, NELL'AMBITO DI UNA SPEDIZIONE INTERNAZIONALE GUIDATA DAL FRANCESE PAULO GROBEL, ANCHE IL CUNEESE SEBASTIANO AUDISIO
C'erano una volta le grandi cime inviolate. Anzi, no: ci sono ancora le grandi cime inviolate. Peccato che qualche volta siano complicate da raggiungere e non soltanto per motivi “naturali”. Pensiamo, ad esempio, a quelle del Karakorum orientale, dove da sessant'anni pakistani e indiani sono ai ferri corti per un confine che i primi vorrebbero a sud-est del Siachen Glacier mentre i secondi lo preferiscono qualche decina di chilometri più a ovest (il Siachen Glacier, in effetti, è sotto controllo indiano). Tutto questo ha sempre comportato notevoli difficoltà burocratiche per gli alpinisti in cerca di avventure da quelle parti e soltanto recentemente, per la precisione dal 13 settembre 2007, il governo di Nuova Delhi ha “concesso” l'area agli stranieri, liberi di compiere trekking e scalate senza appoggiarsi a squadre indiane.
Tra le cime della zona, una trentina di chilometri a sud-est del Siachen Glacier - e, cartina alla mano, appena al di fuori del territorio rivendicato dal Pakistan, nel gruppo del Rimo Muztagh -, spiccano il Mamostong Kangri (7516 m) e la famiglia dei Chong Kumdan, i cui due fratelli maggiori si innalzano proprio di fronte alla parete nord del gigante appena menzionato. Il Chong Kumdan I (7071 m) è stato salito per la prima volta il 4 agosto 1991 dai britannici David Wilkinson, John Porter, Neil McAdie e William Church (per la parete ovest e la cresta nord-ovest) e poi il 20 (o 21) agosto 2007 dall'indiano Divyesh Muni, dagli americani Marlin Geist, Donald Goodman e Chris Robertson e dagli Sherpa Nima Dorje, Pemba Norbu e Ming Temba (per le creste sud-est ed est, www.intotherocks.splinder.com/post/16130539). Obiettivo di quest'ultima spedizione era tuttavia l'inviolato Chong Kumdan II (7004 m, nella foto sopra, www.paulo-grobel.com), tuttavia neppure tentato a causa delle condizioni del South Chong Kumdan Glacier. Sempre nel 2007, però, la guida francese Paulo Grobel – alla guida di una spedizione commerciale riuscita a mettere a segno, per la via dei primi salitori lungo la cresta sud-est, la sesta ascensione del Mamostong Kangri – ha intuito che dal campo base del colosso di 7516 metri avrebbe potuto, effettuando un lunghissimo giro e superando alcuni valichi in quota, raggiungere il Nup La (Colle Nup, 6200 m) e quindi l'attacco della cresta sud del Chong Kumdan II. Il progetto, non poco ambizioso anche perché proposto ad un gruppo clienti, è andato in porto nell'estate 2008.
LA CRONACA: DA UN GHIACCIAIO ALL'ALTRO FINO IN VETTA
Mamostong Glacier. Il 4 agosto lo squadrone di Grobel – 32 persone di 4 nazionalità diverse compresi 11 portatori ladakhi – raggiunge per la Nubra Valley il campo base (4900 m) del Mamostong Kangri e da lì, senza perdere colpi, comincia un autentico pellegrinaggio verso il Chong Kumdan II, percorrendo innanzitutto l'intero Mamostong Glacier fino al colle (5830 m) che immette nel bacino del South Terong Glacier. Sul Mamostong Glacier vengono attrezzati il campo 1 (5400 m, il 7 agosto) e il campo 2 (5575 m). South Terong Glacier. Dal campo 2, valicato il colle appena menzionato (battezzato Ilamun La, che in occitanico significa “là in alto”, del cuneese Sebastiano Audisio, uno dei membri della spedizione) viene raggiunto il settore superiore del gigantesco South Terong Glacier, dove vengono innalzate le tende del campo 3 (5650 m). L'11 agosto, risalito il braccio del ghiacciaio che conduce al French Pass (6150 m) e quindi al South Chong Kumdan Glacier, tocca al campo 4 (6040 m). La salita dell'HMI Peak. Il 14 agosto, dal French Pass, la comitiva sale una cima inviolata di 6340 metri a sinistra del valico e la battezza HMI (Himalayan Mountain Institut) Peak. South Chong Kumdan Glacier. Dal campo 5, a quota 6000 sul South Chong Kumdan Glacier, appare chiaro che il cammino verso la meta è ancora lungo. Il maltempo non ferma comunque i nostri – il gruppo, dopo il ritorno di alcuni alpinisti e portatori al campo base, è ora composto da Grobel, Audisio, Bernard Meurin, Dominique Ravot e dagli indiani Samgyal Sherpa e Konchok Thinless – che arrivano al campo 6 (5850 m) e al campo 7 (6100 m). Chong Kumdan II: cresta sud. Il 18 agosto, dopo il già menzionato Nup La (6200 m), è raggiunto il campo 8 (6550 m) ormai sulla cresta sud del Chong Kumdan II. Il 19 agosto la comitiva al completo tocca la più meridionale delle quattro cime del crinale - quotata 6900 metri, viene chiamata Chong Kumdan Mont Blanc – e il 20 agosto alle 11, ad ormai due settimane dalla partenza dal campo base, Grobel, Audisio e Ravot sono finalmente a quota 7004. La discesa. Il ritorno non oppone alcun problema: la sera stessa è raggiunto il campo 6, il giorno dopo tocca al campo 3 e il terzo giorno ecco il campo base con la fine di una scalata che, pur non presentando particolari difficoltà tecniche, non può essere assolutamente sottovalutata. Grobel e compagni si sono infatti mossi in completa autosufficienza in una regione pressoché inesplorata e il loro successo, colto con grande naturalezza (e badando bene a non lasciare tracce di passaggio), ha davvero il sapore forte delle avventure dei pionieri.
BROAD PEAK: HAJZER E COMPAGNI TORNANO A CASA
Avevano annunciato che avrebbero tenuto duro, che avrebbero lottato fino all'ultimo. Ma che senso ha lottare, in un gioco come l'alpinismo, quando il rivale è nettamente più forte, quando la lotta diventerebbe fine a se stessa? Così i polacchi Artur Hajzer e Robert Szymczak, il canadese Don Bowie e i pakistani Muhammad Ali, Amin Ullah e Muhammad Taqi (senza dimenticare Qudrat Ali costretto ad abbandonare la spedizione in anticipo, colpito da congelamenti), hanno definitivamente alzato bandiera bianca rinunciando al loro sogno: la prima salita invernale del Broad Peak (8047 m). Le previsioni meteorologiche, a quanto pare, non lasciavano sperare nulla di buono e allora via, tutti a casa, in attesa delle prossime teste dure che oseranno cimentarsi con la “cima larga” del Karakorum durante la stagione fredda. Una sfida impossibile, come si
chiedeva nei giorni scorsi proprio Hajzer (www.intotherocks.splinder.com/post/19918864)? Forse no, visto che il suo connazionale Maciej Berbeka (nella foto), il 6 marzo 1988, riuscì a raggiungere l'anticima del gigante, pochi metri più bassa della cima principale. Giunse lassù nella bufera, con la visibilità ridotta a zero e soltanto più tardi, davanti ad una fotografia dell'anticima, si rese conto di essere arrivato soltanto lì, riconoscendo immediatamente di non aver raggiunto il punto culminante.
NIENTE DA FARE, PER ORA, SUL COLOSSO DI 8047 METRI: L'INVERNO DEL KARAKORUM SEMBRA NON CONCEDERE NULLA AL VETERANO POLACCO E AI SUOI COMPAGNI. ECCO IL PUNTO DELLA SITUAZIONE

«Mi chiedo se un Ottomila del Karakorum, in inverno, sia veramente scalabile. I polacchi ci hanno provato per vent'anni, noi stiamo lottando da sessanta giorni. Avremo un'altra possibilità? Forse. Tuttavia ci servono quattro giorni di bel tempo». Così Artur Hajzer (polacco) dal campo base del Broad Peak, dove la situazione non è certo delle migliori. E non soltanto per il tempo in quota, con il vento a cento chilometri l'ora e il termometro che segna -35°C: Hajzer, non nuovo ad esperienze del genere visto che vanta la prima invernale dell'Annapurna (con Jerzy Kukuckza, nel 1987), fa sapere che gli uomini - il suo connazionale Robert Szymczak, il canadese Don Bowie e i pakistani Qudrat Ali (colpito da congelamenti, lo ricordiamo con Simone Moro durante l'inverno scorso sulla stessa montagna), Muhammad Ali (che ha contribuito al successo dei russi sulla Ovest del K2, nel 2007), Amin Ullah (salitore del Nanga Parbat e del Gasherbrum II) e Muhammad Taqi (salitore dello stesso Broad Peak) - sono allo stremo delle forze. Come andrà a finire? L'inverno, ha spiegato Szymczak, è ancora relativamente lungo: di conseguenza c'è ancora tempo per aspettare. Torniamo però un attimo indietro, per ripercorrere le tappe fondamentali della spedizione.

Arrivati a Skardu il 12 dicembre 2008, Artur, Robert e Don raggiungono il campo base soltanto undici giorni dopo (in elicottero). Con loro, come detto, anche quattro forti alpinisti pakistani. L'avventura, in effetti, comincia nel migliore dei modi e il 27 dicembre, a 5700 metri, il campo 1 è già realtà. La festa continua: il 31 dicembre ecco la squadra a quota 6300 (campo 2) e il 7 gennaio anche il materiale per il campo 3, a 7000 metri, è in loco. Tutto facile? Si vedrà... Il 1° febbraio, saliti al campo 3 per cercare di spostarlo a 7200 metri, i nostri eroi non riescono nel loro intento: lasciano i carichi e, in balia del vento e con la visibilità fortemente ridotta, tornano al campo base (esclusi Don Bowie e Qudrat Ali, che si fermano al campo 2 per migliorare l'acclimatazione). Le previsioni meteo, intanto, annunciano dieci giorni di bufera: l'inverno del Karakorum, quello vero, è arrivato. La partita riprende soltanto il 13 febbraio: la squadra al completo (sette alpinisti) parte alla volta del campo 2 e alle 15.30, con il vento a 90 chilometri l'ora, Don, Qudrat Ali, Muhammad Ali e Amin Ullah raggiungono la meta, trovando le tende fracassate dal vento. Comunque, dei due ripari (usando parti di entrambi), il quartetto riesce a ripristinarne almeno uno e alle 19, all'arrivo di Artur e Robert (Muhammad Taqi ha rinunciato per un dolore a un ginocchio), una tenda per tre persone riesce in qualche modo ad ospitarne il doppio. Il 14 febbraio la tempesta impone una pausa: soltanto Amin Ullah decide di muoversi, anche se verso il basso. Non è una resa, però: il forte pakistano vuole tornare al campo base, recuperare una tenda e portarla al campo 3 il giorno successivo! 15 febbraio: Artur, Robert, Don e Qudrat Ali partono alla volta del campo 3, con la speranza di tentare la vetta il 17. A quota 7000, dove la situazione non è delle migliori, Qudrat Ali presenta evidenti congelamenti a tre dita della mano destra e a due della sinistra: per lui, nonostante l'immediato intervento di Robert (medico specializzato in patologie d'alta quota) la spedizione è finita. Il 16 febbraio, comunque, la discesa è inevitabile per tutti: la tempesta non accenna a placarsi e restare sulla montagna sarebbe un rischio inutile. La ritirata richiede l'intera giornata: Hajzer e compagni si sentono «consumati, bastonati, fisicamente e mentalmente esauriti».
Nelle foto (omaggio ai fortissimi pakistani): in alto (da sinistra) Qudrat Ali e Muhammad Ali, sotto (da sinistra) Amin Ullah e Muhammad Taqi (foto: Don Bowie, www.calpinist.com)

«La partita è chiusa! Il Makalu è stato salito anche in inverno: dopo 29 anni (dal tentativo di Renato Casarotto e sua moglie Goretta, Mario Curnis, Romolo Nottaris, Claudio Zimmermann e Giorgio Senaldi, www.intotherocks.splinder.com/post/19182722, ndr), io e Denis l'abbiamo scalato fino in vetta, fino all'ultimo centimetro, alle 13 e 53 minuti. È stata incredibilmente dura, con molto freddo e vento forte. Siamo partiti (dal bivacco a quota 7700, ndr) qualche minuto dopo le sei. Siamo saliti molto bene, con grande regolarità ma le ultime tre ore... sono state veramente... abbiamo combattuto con il jet stream. Il Makalu non voleva concederci di salire fino in cima ma... ci spiace, noi ce l'abbiamo fatta! Abbiamo scalato il Makalu in inverno: Denis Urubko e Simone Moro, il 9 febbraio 2009, attorno alle 14... Un'altra piccola pagina della storia è stata scritta...». Così Simone Moro, ieri, dal bivacco a quota 7700 sul Makalu, nella telefonata satellitare al sito “Explorersweb.com” (www.explorersweb.com/webtv/voice/SimoneFeb0EST0718AM.wav). Simone ha quindi aggiunto: «Ora rimangono soltanto le cinque cime pakistane...». Nel senso che, se con il Makalu il totale degli Ottomila saliti almeno una volta durante la stagione invernale è salito a nove, nell'elenco figurano tutti i colossi nepalesi, l'unico cinese (lo Shisha Pangma) ma nessuno dei cinque giganti pakistani (il K2, i Gasherbrum I e II e il Broad Peak, tutti appartenenti alla catena del Karakorum, e l'himalayano Nanga Parbat).
Con il Broad Peak, oggetto di due tentativi a vuoto (nel 2007 e 2008) da parte dello stesso Simone Moro, sono impegnati da cinquanta giorni esatti i polacchi Artur Hajzer e Robert Szymczak e il canadese Don Bowie: il maltempo, tuttavia, ultimamente non sta concedendo loro il minimo spazio. Il terzetto è salito quattro volte sulla montagna riuscendo a piazzare il campo 3 (7200 m) ma, quando sembrava che le cose si stessero mettendo nel verso giusto, la situazione meteorologica è peggiorata e Hajzer e soci si sono trovati bloccati al campo base, lasciandosi assalire dai dubbi. Non hanno però perso una certezza: «La posta in gioco – spiega Szymczak - è alta: il primo successo invernale su un Ottomila del Karakorum. Per cui non ce ne andremo senza aver raggiunto la cima o senza aver lottato per raggiungerla. Non pensiamo ad un attacco disperato. Semplicemente: l'inverno termina il 21 marzo e abbiamo ancora parecchio tempo a nostra disposizione».
Detto questo ecco, aggiornata, la lista cronologica delle prime ascensioni invernali sugli Ottomila. La serie di successi è cominciata il 17 febbraio 1980 sull'Everest (8848 m): in vetta Krzysztof Wielicki e Leszek Chichy. È poi arrivato il turno del Manaslu (8163 m) sul quale, il 12 gennaio 1984, hanno avuto la meglio Maciej Berbeka e Ryszard Gajewski; del Dhaulagiri (8167 m), vinto il 21 gennaio 1985 da Jerzy Kukuczka e Andrzej Czok; del Cho Oyu (8202 m), che il 12 febbraio 1985 ha visto il bis di Berbeka con Maciej Pawlikowski; del Kanchenjunga (8586 m), scalato l'11 gennaio 1986 dalla formidabile cordata Kukuczka-Wielicki; dell'Annapurna (8091 m), dove il 3 febbraio 1987 con Kukuckza è salito proprio Artur Hajzer; del Lhotse (8516 m), con un solitario Krzysztof Wielicki in vetta il 31 dicembre 1988 e quindi, facendo un balzo di ben 16 anni e incontrando il primo alpinista non polacco (anche se in compagnia di un polacco...), dello Shisha Pangma (8046 m), la cui cima è stata raggiunta il 14 gennaio 2005 da Simone Moro e Piotr Morawski. Ultimo tassello, naturalmente, il Makalu (8463 m), vinto il 9 febbraio 2009 da Simone Moro (due prime invernali come Berbeka: soltanto Kukuczka e Wielicki, con tre, hanno fatto meglio) e da Denis Urubko.
Nella foto: Simone Moro sulla vetta del Makalu (http://simonemoro.blogspot.com)