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NEW YORK 26/12/08
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A CURA DI CARLO CACCIA >> REDAZIONE redazione@intraisass.it >> LECCO-VICENZA ITALY
Aggiorniamo i post di ieri, sul Mount Vancouver e sul Karim Sar, con un'immagine e un paio di cartine.
MOUNT VANCOUVER. Nella foto qui sotto (di Bradford Washburn, tratta dall'American Alpine Journal, 1994, p. 88) il versante meridionale del Mount Vancouver si presenta in tutta la sua imponenza. Basti pensare, per rendersi conto delle dimensioni della montagna, che lo spigolo sud (freccia rossa), salito tra il 13 e il 16 maggio 1993 da William Pilling e Carl Diedrich (e, come ci informa Lindsay Griffin, ripercorso altre due volte), si impenna dal ghiacciaio alla Cima Sud (Good Neighbor Peak, 4785 m, pallino rosso) con un balzo di quasi 2300 metri (il punto verde è a quota 2500). Più a sinistra spicca invece la cresta sud-ovest, lungo cui corre il confine (linea gialla tratteggiata) tra l'Alaska (a destra nella foto) e lo Yukon. La cresta, come abbiamo scritto ieri, è stata risolta nel 1968 dai giapponesi (che la raggiunsero dal Seward Glacier, in territorio canadese) e quindi ripetuta per la prima volta nelle scorse settimane, in stile alpino e con una variante d'attacco (sul fianco alaskano), dai britannici Simon Yates e Paul Schweizer.

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KARIM SAR. La montagna, come detto, si innalza nella zona del Baltar Glacier (Karakorum occidentale), una quindicina di chilometri a sud del Bekka Brakai Chhok. Per raggiungere la parete sud, tuttavia, Patricia Deavoll e Paul Hersey hanno dovuto inoltrarsi nella valle del fiume Shutinbar, in fondo alla quale si trova l'omonimo ghiacciaio e si innalza il Karim Sar. In pratica, risalita la Hunza Valley lungo la Karakorum Highway da Gilgit fino al “gomito” oltre il quale il solco piega a est, chiuso a sud dal poderoso versante settentrionale del Rakaposhi (7788 m), Pat e compagno si sono inoltrati nella Bar Valley (già percorsa nel 2007 e nel 2008 per raggiungere il Bekka Brakai Chhok) ma al posto di continuare fino al Baltar Glacier l'hanno abbandonata dopo soli 3 chilometri, all'altezza di Budalas (o Budelas), immettendosi nella citata valle dello Shutinbar dove hanno piazzato il campo base. Nella cartina qui sotto sono evidenziati: il Karim Sar (6180 m, pallino rosso), la valle dello Shutinbar (freccia rossa), il Baltar Glacier (rami ovest, nord ed est, freccia blu), il Dariyo Sar (6350 m, pallino verde), il Bekka Brakai Chhok (6940 m, pallino blu) e il Batura I (7784, pallino fucsia).

In questa seconda cartina (che presenta alcuni errori e imprecisioni) notiamo la posizione del Karim Sar (pallino rosso) rispetto alla Hunza Valley, evidente per la presenza del fiume. Abbiamo segnato: la Bar Valley (freccia rossa), la valle dello Shutinbar (freccia blu), il Batura I (pallino fucsia) e il Rakaposhi (pallino blu).

LA CRESTA SUD-OVEST DEL GOOD NEIGHBOR PEAK (4785 m), SUPERATA NELLE SCORSE SETTIMANE IN STILE ALPINO DA SIMON YATES E PAUL SCHWEIZER, ERA GIÀ STATA SALITA NEL 1968 DA UNA SPEDIZIONE GIAPPONESE
Cose che capitano: sognare una via, scoprirla già salita, trovarne un'altra, scalarla con eleganza, pensare di aver firmato una “prima” e poi scoprire che sì, si tratta di una “prima” ma un po' meno rilevante. Di una prima ripetizione, insomma, anche se in stile alpino e con una variante d'attacco. Stiamo (ri)parlando del successo di Simon Yates e Paul Schweizer sulla cresta sud-ovest della Cima Sud (Good Neighbor Peak, 4785 m) del Mount Vancouver (4812 m), nelle Saint Elias Mountains (Alaska sudorientale, lungo il confine con il Canada). Perché, contrariamente a quanto annunciato nei giorni scorsi (www.intotherocks.splinder.com/post/20927182), non si tratta di una via nuova ma di quello che abbiamo appena detto: della prima ripetizione, anche se in stile alpino, della stessa linea (a parte il tratto iniziale) risolta da una grossa spedizione giapponese nel 1968. Ce lo ha appena comunicato Lindsay Griffin, enciclopedia vivente dell'alpinismo mondiale, che dopo aver consultato fonti giapponesi ha sciolto questo piccolo giallo. Un'altra cosa: se è vero che Jack Tackle ha indirizzato Yates e Schweizer al Mount Vancouver, è altrettanto vero che il consiglio riguardava la montagna in generale e non, specificamente, la cresta sud-ovest.
«Le relazioni della scalata dei giapponesi – spiega Griffin - danno indicazioni vaghe sull'ubicazione dell'itinerario e la descrizione della via presenta poche somiglianze con il terreno salito da Yates e Schweizer». Il fatto è che lo squadrone nipponico non attaccò la cresta dal versante alaskano come hanno fatto Simon e Paul (ecco spiegata la nuova variante iniziale) ma da quello canadese - ossia dal Seward Glacier, su cui si affaccia anche la colossale parete meridionale del Mount Logan (5959 m) – e nel 1968 il Mount Vancouver si presentava assai carico di neve. Una nota pubblicata sull'American Alpine Journal del 1969 ci informa che la spedizione giapponese era guidata da Nobuo Kuwahara e composta da Yasuhiro Sawada, Tokuji Kawada, Yoshikazu Nishikawa, Suichi Ueda, Toshiaki Miyamoto, Yoshio Mizuta, Masaru Shibata, Masaichi Kimura e Kanji Shimizu. Atterrati sul Seward Glacier il 28 maggio, gli alpinisti piazzarono immediatamente il campo base a 1800 metri di quota. Il 29 e il 30 maggio attrezzarono il campo 1 (2100 m) e il campo 2 (3100 m) e nei giorni successivi fu la volta del campo 3 (3700 m, in una truna) e del campo 4 (3950 m, ancora in una truna). Il 9 giugno Shibata e Kimura superarono un'affilatissima cresta fino al secondo torrione roccioso e, raggiunta una sella, attrezzarono il campo 5 (4260 m, sempre in una truna). Da lì, il giorno successivo, partirono verso la Cima Sud, raggiungendola alle 11.30 dopo sei ore di fatica. Shibata e Kimura passarono quindi la notte al campo 5 e, l'11 giugno, tornarono al campo 2. Non ci fu però tempo per festeggiare: il 10 giugno, il giorno della vetta, una cinquantina di metri sotto il campo 2 una valanga aveva infatti travolto Sawada, Nishikawa e Miyamoto, risparmiando Kuwahara rimasto agganciato alla corda fissa. Le ricerche, nei giorni seguenti, permisero di recuperare soltanto i corpi di Nishikawa e Miyamoto. La nota dell'AAJ, firmata da Ichiro Yoshizawa, si conclude così: «La scalata della cresta sud-ovest, per una nuova via, è stata la seconda ascensione della Cima Sud (del Mount Vancouver, ndr)».
Ricordiamo allora che la prima salita assoluta della Cima Sud risale al 25 giugno 1967 e porta le firme degli americani John Vincent Hoeman, Daniel Roy Davis, George Henry Denton e John Edward Williamson e, inoltre, dei canadesi Montague Ewart Alford, Wendon Webber Boles, Alan Bruce-Robertson e Leslie McDonald. La spedizione mista era stata organizzata per celebrare il centesimo anniversario sia dell'acquisto dell'Alaska da parte degli Usa (che nel 1867 la pagarono alla Russia la bellezza di 7.200.000 dollari) sia della nascita della Confederazione Canadese e in un simile contesto la Cima Sud (Good Neighbor Peak ossia “Montagna del buon vicino di casa”) del Mount Vancouver, ancora inviolata e posta proprio sulla linea di confine tra i due paesi, era parsa l'obiettivo ideale.
ALPINISMO ESPLORATIVO DOC ALL'ESTREMITÀ MERIDIONALE DELLE SAINT ELIAS MOUNTAINS, NELLA ZONA DEL JOHNS HOPKINS GLACIER. A PAUL KNOTT E GUY McKINNON, TRA FINE APRILE E INIZIO MAGGIO, SONO RIUSCITE LA PRIMA SALITA DELLA CRESTA NORD-OVEST DEL MOUNT BERTHA (3110 m) E LA PRIMA ASCENSIONE ASSOLUTA DEL PEAK 8599
Si dice Alaska e si pensa, se si è alpinisti, al McKinley e alla sua corte. Peccato che quello che dal 3 gennaio 1959 è il 49esimo stato degli Usa (dopo essere stato distretto dell'Oregon e territorio autonomo), con i suoi 1.717.854 chilometri quadrati è anche il più vasto della famiglia e comprende numerose altre montagne spesso assai distanti dal Denali. Nel settore sudorientale dello stato, all'estremità meridionale delle Saint Elias Mountain, a quasi 900 chilometri dal sovrano del Nordamerica e a oltre 200 dal Mount Vancouver di cui abbiamo parlato nei giorni scorsi (www.intotherocks.splinder.com/post/20927182), si trova ad esempio il Mount Crillon (3879 m): una notevole cima nella zona del Johns Hopkins Glacier (catena del Mount Fairweather, 4671 m), sulla piccola penisola (evidenziata sulla cartina con il pallino rosso) che divide la Glacier Bay dal golfo d'Alaska, immediatamente a nord dell'Arcipelago Alessandro.
Scalato per la prima volta esattamente 75 anni fa - il 19 luglio 1934, per la cresta est, da Bradford Washburn e H. Adams Carter -, durante la primavera scorsa il Mount Crillon era nel mirino di Paul Knott (britannico residente in Nuova Zelanda) e Guy McKinnon, che avrebbero voluto salirne l'ambita cresta nord. Tuttavia, durante una ricognizione aerea, i due amici si sono resi conto che l'avvicinamento e la discesa sarebbero stati un problema (seracchi) e hanno pensato bene di cambiare obiettivo. Che fare? Poco a est del Mount Crillon si innalzava il Mount Bertha (3110 m, foto sopra) che, violato nel 1940 dal “solito” Washburn, contava in tutto quattro ascensioni (le altre nel 1972, 1982 e 1998). Allora via, all'attacco di quella cima per la sua ancora inviolata cresta nord-ovest (tra luce ed ombra nell'immagine): un crinale di oltre 6 chilometri di sviluppo, con le tipiche cornici alaskane, che permette di superare i 2200 metri di dislivello dal ghiacciaio alla vetta. Con queste misure la scalata di Knott e McKinnon non poteva ridursi a qualche ora di fatica: i due alpinisti sono rimasti impegnati per quattro giorni, raggiungendo la vetta il 26 aprile 2009.
Discesa, due giorni di riposo al campo base e poi, visto il bel tempo “inclemente”, avanti da un'altra parte: per la precisione sull'inviolato Peak 8599 (2621 m, foto a lato, con la parete nord in primo piano), a nord del Mount Crillon e a est del Mount Orville. Knott e compagno hanno tentato l'unica via che sembrava loro possibile, per lo sperone est e la parte superiore della parete sud. Raggiunta quota 2300 il 30 aprile, la cordata ha passato la giornata successiva in attesa, osservando le valanghe che spazzavano la parete, e il 2 maggio, per un canale e una costola rocciosa innevata, è arrivata in vetta appena prima del tramonto. Knott e McKinnon, dopo il successo, hanno proposto per la “loro” cima il nome di “Fifty Years of Alaskan Statehood”: un toponimo particolarmente azzeccato che, seguendo un'usanza russa (l'Alaska, fino al 1867, apparteneva all'impero dello zar), ricorda il cinquantesimo anniversario dell'istituzione del 49esimo stato americano.
Foto di Paul Knott (www.climbing.com)

Dettagli geografici: la penisola tra il golfo d'Alaska (Oceano Pacifico) e la Glacier Bay con il Mount Crillon (rosso), il Mount Bertha (fucsia) e il Peak 8599 (blu, posizione approssimativa)
SAINT ELIAS MOUNTAINS: NUOVA VIA (3000 m, ED, STILE ALPINO) SUL MOUNT VANCOUVER PER SIMON YATES E PAUL SCHWEIZER CHE NEL 2005, NELLA STESSA ZONA, AVEVANO GIÀ SALITO LA PARETE OVEST (1800 m, TD+) DEL MOUNT ALVERSTONE
Aggiornamento importante: www.intotherocks.splinder.com/post/20962540
L'intenzione era un'altra: tornare lassù, nelle Saint Elias Mountains che si sviluppano lungo il confine tra l'Alaska (Usa) e lo Yukon (Canada), per salire la cresta ovest del Mount Hubbard (4557 m). Poi, però, qualche giorno prima della partenza, i britannici Simon Yates e Paul Schweizer hanno scoperto che quella via era già stata risolta e allora, consigliati da Jack Tackle, hanno deciso di puntare ad un altro obiettivo: lo sperone sud-ovest della Cima Sud (Good Neighbor Peak, 4785 m) del Mount Vancouver (4812 m), che si innalza una trentina di chilometri a ovest del Mount Hubbard da cui lo divide l'omonimo grande ghiacciaio. Giunti ad Haines (Alaska sudorientale), Yates e Schweizer hanno percorso in aereo i circa 250 chilometri che li separavano dalla loro montagna: l'apparecchio li ha depositati a mezz'ora di cammino dall'attacco dello sperone. Così, due giorni dopo, la partita è entrata nel vivo: Simon e Paul hanno messo le mani su quella poderosa nervatura, che si impenna per 2400 metri dal ghiacciaio alla vetta, e in stile alpino, con quattro bivacchi (non sempre confortevoli), sono riusciti ad averne ragione. La via, con uno sviluppo di 3000 metri, presenta sezioni tecnicamente impegnative (in gradi scozzesi: quinto su ghiaccio e sesto su misto) e nel complesso è stata valutata ED. Raggiunta la vetta con il bel tempo, la cordata è stata sorpresa dalla tempesta durante la discesa (lungo la cresta sud-est) ma dopo due giorni ha finalmente rimesso piede al campo base. Per Yates e Schweizer quello sul Mount Vancouver è il secondo successo nella zona: una notevole scalata a quattro anni da quella, del maggio 2005, sulla parete ovest (1800 m, TD+) del Mount Alverstone (4439 m), situato immediatamente a nord del Mount Hubbard.
Sopra: la zona delle Saint Elias Mountains, tra l'Alaska e lo Yukon, con il Mount Vancouver (rosso), il Mount Alverstone (fucsia) e il Mount Hubbard (blu)
EL CAPITAN: ALEX HONNOLD E SEAN LEARY SUPERANO SE STESSI E SALGONO IN GIORNATA LA SALATHÉ (IN 4 ORE E 55 MINUTI) E IL NOSE (IN 7 ORE)
Per molti sono il sogno di una vita, per loro – Alex Honnold e Sean Leary – sono una sorta di gioco, di passatempo “vivace” all'insegna delle vertigini. Stiamo parlando delle prime due vie tracciate sul El Capitan – il Nose (Harding, Merry e Withmore, 1958) e la Salathé (Robbins, Frost e Pratt, 1961) – che il 24 giugno 2009 hanno (ri)visto in azione quei due ragazzi terribili. Dunque: Alex e Sean, che neppure un mese prima avevano salito la Salathé in già incredibili 8 ore e mezza (www.intotherocks.splinder.com/post/20728767), sono tornati al cospetto della “più bella scalata su roccia del pianeta” e l'hanno liquidata in 4 ore e 55 minuti. Non contenti, una volta tornati a valle, hanno suonato la carica sul Nose e dopo altre 7 ore si sono ritrovati ancora lassù, sulla piatta sommità del Capitan, a pensare che forse non era il caso di dar retta alla filosofia del “non c'è due senza tre”e di conseguenza lasciare (come già il 27 maggio, dopo la prima corsa sulla Salathé) la Regular Route sulla parete nord-ovest dell'Half Dome ad un altro giorno. In sintesi: Honnold e Leary, in 12 ore, hanno superato 2000 metri verticali per nulla semplici, riportandoci all'exploit di Tommy Caldwell che tra il 30 e il 31 ottobre 2005, in 23 ore e 23 minuti, mise in fila in libera (sempre da capocordata) il Nose (5.14a ossia 8b+, con Beth Rodden) e Freerider (5.12d/5.13a ossia 7c/7c+, con Chris McNamara). Resta da conoscere, per confrontare seriamente i due concatenamenti, lo stile di quello di Honnold e Leary.
Nella foto (www.elcapreport.com): Sean Leary (a sinistra) e Alex Honnold si prendono una pausa dopo il record sulla Salathé, prima di affrontare il Nose durante un torrido pomeriggio
GLI AMERICANI CHRIS THOMAS E RICK VANCE PRIMA CORRONO IN SALITA E IN DISCESA LUNGO LA CLASSICA HARVARD ROUTE (1000 m, WI3/4, VI e A2) E POI, IN MENO DI 6 ORE, RISOLVONO IL DIFFICILE COMMUNITY COLLEGE COULOIR (300 m, WI5 e M7+) SULLA PARETE OVEST
Da quel luogo assurdo, la Ridge of no return del McKinley, il Mount Huntington (3731 m) appare più splendido che mai: a sinistra, nell'ombra, la parete nord; a destra, baciata dal sole, la parete ovest; in mezzo, orlata da imponenti cornici, la cresta nord-ovest. E in quella foto (a lato), scattata da Renato Casarotto durante la sua pazzesca solitaria sul Denali – era il 1984 -, la minuscola tendina rossa pare sfidare il gigante di ghiaccio e roccia che deve il proprio nome al filantropo Archer Milton Huntington (1870-1955) e che nel maggio scorso ha visto in azione, in bello stile, gli americani Chris Thomas e Rick Vance. I due amici hanno innanzitutto salito e sceso in 27 ore complessive, fermandosi appena prima della cima, la classica Harvard Route (Bernd, Hale, Jensen e Roberts, 1965; 1000 m, WI3/4, VI e A2) lungo la cresta sud-ovest. In seguito, individuata una nuova
possibilità sulla parete ovest nel settore compreso tra il West Face Couloir (Evans e Hogan, 1978, fino alla Harvard Route; Nettle e Quirk, 1989, fino in vetta; 1000 m, WI4/5) e la variante d'attacco di Joe Puryear e Mark Westman (2000; 250 m, difficoltà imprecisate) alla Harvard Route, sono tornati alla carica e hanno risolto il Community College Couloir: una linea di ghiaccio e misto decisamente impegnativa (WI5 e M7+) ma a quanto pare anche assai divertente. Thomas e Vance, seguita la non difficile sezione iniziale del West Face Couloir, ad un certo punto lo hanno abbandonato proseguendo alla sua destra e sono andati avanti per 300 metri fino a raggiungere, dopo poco meno di 6 ore di scalata, la Harvard Route in corrispondenza del cosiddetto Nose, dal quale hanno cominciato la discesa. Il Community College Couloir è dunque una seconda variante (di lusso) alla via del 1965 e, a detta di Thomas, le possibilità in questo senso sono ancora lontane dall'esaurirsi. Dal presente (e dal futuro...) per concludere torniamo al passato, ricordando che la prima ascensione assoluta del Mount Huntington, per la cresta nord-ovest, risale al 1964 e porta le firme dei francesi Jacques Batkin “Farine” e Sylvain Sarthou (in vetta il 25 maggio) e inoltre Lionel Terray, Jean-Louis Bernezat, Paul Gendre, Maurice Gicquel, Marc Martinetti e Jacques Soubis (in vetta il 26 maggio).
Qui sopra, Rick Vance in azione lungo il Community College Couloir (foto Chris Thomas, www.blackdiamondequipement.com)

Il settore destro della parete ovest del Mount Huntington. In rosso la Harvard Route (1965), in blu il West Face Couloir (1978 e 1989) e in fucsia la variante di Puryear e Westman (2000). La freccia gialla indica il probabile itinerario seguito da Thomas e Vance mentre il punto è posto in corrispondenza del cosiddetto Nose della Harvard Route, dove termina il Community College Couloir (www.supertopo.com)
DUE VIE NUOVE PER I BRITANNICI GAVIN PIKE E JAMES CLAPHAM NEL BACINO DEL RUTH GLACIER: NIGHT OF THE RAGING GOOSE (1500 m, WI5) SULLA EST DEL PEAK 11300 E AMAZING GRACE (1200 m, AI4) SULLA NORD DEL MOUNT CHURCH
Ancora Alaska, ancora due britannici “scappati da casa” - come direbbe Roby Chiappa – pronti a giocare alla grande le loro carte sulle cime al cospetto del circolo polare artico. Una settimana fa abbiamo raccontato della doppietta di Jon Bracey e Matt Helliker sul Mount Grosvenor e sul Mount Church (www.intotherocks.splinder.com/post/20737742) e oggi, in compagnia di altri due Brits, siamo ancora da quelle parti, sulle pareti che si affacciano sul gigantesco Ruth Glacier a sud-est di sua maestà il Denali. I protagonisti della storia di oggi si chiamano Gavin Pike e James Clapham (nella foto): due ragazzi che nelle scorse settimane, dopo essersi “scaldati” salendo il couloir Shaken, not stirred (950 m, AI5) sulla Sud del Moose's Tooth (3150 m), hanno firmato una coppia di vie nuove sulla parete est del Peak 11300 (3444 m) e sulla parete nord del Mount Church (2509 m).
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Il Peak 11300, la cui cresta sud-ovest è ormai una classica piuttosto frequentata (salita nel 1968 da H. Allemann e N. Lötscher riscuote grande successo da quando Steve House l'ha segnalata nel volume Fifty Favorite Climbs di Mark Kroese), chiude a ovest il Don Sheldon Amphitheater: il circo glaciale che procedendo da sud a nord, dopo la “strettoia” della Great Gorge, è il gigantesco “slargo” del Ruth Glacier dal quale si staccano i rami secondari ovest, nord-ovest (che scendono entrambi dal McKinley) e nord del ghiacciaio. I rami ovest e nord-ovest sono divisi dallo sperone sud-est del Denali, di cui il Peak 11300 è in pratica l'estrema propaggine orientale: un baluardo che domina con la sua poderosa parete est di 1500 metri la confluenza dei due rami appena citati e fronteggia, da nord, il Mount Huntington (3731 m). Essendo inviolata, la parete orientale del Peak 11300 ha immediatamente attratto Pike e Clapham che, dopo un tentativo sulla destra, hanno pensato che la via migliore per raggiungere la vetta fosse il couloir centrale (foto sopra): una linea diretta, estremamente logica, il cui unico “svantaggio” era il fatto di essere esposta ai crolli del seracco sommitale. I nostri protagonisti, per ridurre il rischio al minimo, si sono mossi di notte e sono così riusciti a tracciare Night of the raging goose (“La notte dell'oca furiosa”), valutata WI5 con un tratto di 10 metri su ghiaccio verticale. Le possibilità sulla Est del Peak 11300 sono comunque ancora numerose e il consiglio di Pike e Clapham, vista l'esposizione della parete, è di tentarla a stagione meno avanzata, ossia in marzo o nei primi giorni di aprile.
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I nostri protagonisti, una settimana dopo il successo sul Peak 11300, hanno deciso di attaccare la parete nord del Mount Church: il gigante che chiude a sud la serie di cime sul fianco occidentale della Great Gorge del Ruth Glacier. La muraglia, alta 1200 metri, è stata salita nel 2007 da Fumitaka Ichimura, Yusuke Sato e Tatsuro Yamada (www.intotherocks.splinder.com/post/12707892, foto sopra, linea gialla) ma a sinistra le possibilità non mancano: la prima (in verde) è caratterizzata da un notevole camino, dal basso abbastanza indecifrabile, mentre la seconda (in rosso) – più vicina alla linea dei “samurai” - appare più invitante. Avanti dunque da questa parte, su difficoltà non estreme (AI4) e abbastanza in fretta, fino alla cresta sommitale. Lì, senza slegarsi, i due amici si sono incamminati verso la vetta e ad un tratto ecco la sorpresa: una gran cornice ha ceduto sotto i piedi di James, questi è “partito” lungo la parete nord e la corda ha fatto il resto, evitando la tragedia (da qui, probabilmente, il nome della via: Amazing grace ossia “Grazia sorprendente”). I due Brits sono però stati costretti a bivaccare nei pressi della cima (Clapham era ferito) e il giorno seguente, raggiunto il vertice ed effettuata la discesa per la cresta nord-ovest, sono arrivati al campo sul ghiacciaio dopo un digiuno forzato di 24 ore. A questo punto dobbiamo aprire una parentesi e fare una correzione. Bracey e Helliker, diversamente da come annunciato la scorsa settimana (www.intotherocks.splinder.com/post/20737742), non hanno compiuto la terza ascensione assoluta del Mount Church: il terzo gradino del “podio” spetta proprio a Pike e Clapham, che hanno colto il successo alcuni giorni prima dei loro connazionali (lasciando loro l'altra possibilità, quella del camino, sulla parete nord).
L'avventura alaskana 2009 di Gavin Pike e James Clapham, dopo due settimane di pausa forzata a causa dell'incidente, si è conclusa con un tentativo sul pilastro nord del Mount Hunter, altre due settimane di attesa al campo base sul Kahiltna Glacier e, finalmente, la decisione di tornare alla civiltà.

Il settore dell'Alaska Range a sud-est del McKinley. I pallini rossi indicano il Peak 11300 (sopra) e il Mount Church
Foto: Gavin Pike (www.ukclimbing.com)
Non soltanto parole, non soltanto fotografie. Ecco, per completare il post di ieri, un breve video del recente trip alaskano dei britannici Jon Bracey e Matt Helliker: http://www.vimeo.com/4803613.
GREAT GORGE DEL RUTH GLACIER, ALASKA: I BRITANNICI JON BRACEY E MATT HELLIKER HANNO APPROFITTATO DEL BEL TEMPO DELLO SCORSO MESE DI MAGGIO E, NEL GIRO DI UNA SETTIMANA, HANNO FIRMATO DUE NOTEVOLI VIE NUOVE SUL MOUNT GROSVENOR E SUL MOUNT CHURCH
Il suo nome è garanzia di qualità. Stiamo parlando del britannico Jon Bracey che dal Monte Bianco (www.intotherocks.splinder.com/post/14601855) fino alle più toste muraglie dell'Alaska (www.intotherocks.splinder.com/post/12389343) senza dimenticare l'Himalaya (nel 2006, con Nick Bullock, ha messo a segno la prima salita di Snotty's gully sulla parete nord del Phari Lapcha Ovest) ha più volte fatto capire di che pasta è fatto. Le ultime notizie di Jon arrivano ancora dall'estremo nord americano dove, approfittando del bel tempo dello scorso mese di maggio, in compagnia del connazionale Matt Helliker, il nostro ha tracciato due vie nuove al cospetto del Ruth Glacier (a sud-est del McKinley) e per la precisione sul Mount Grosvenor e sul Mount Church: due delle cinque splendide montagne che chiudono a ovest la cosiddetta “Great Gorge” (le cinque cime, da nord a sud, sono il Mount Bradley, il Mount Wake, il Mount Johnson, il Mount Grosvenor e il Mount Church). I due amici, in realtà, puntavano alla prima salita di una temibile linea di ghiaccio sul Mount Bradley (2775 m), a destra di The gift that keeps on giving (Steve House, Mark Twight e Johnny Blitz, 7-9 marzo 1998, 1300 m, VI, A3 e WI6X). Le temperature eccessivamente elevate, tuttavia, hanno consigliato loro di evitare quel budello da paura (esposto a sud) e di trovare altri obiettivi.
Così, il 10 maggio 2009, Bracey e Helliker hanno attaccato la parete nord-est del Mount Grosvenor (2575 m, foto a lato) e in 12 ore hanno tracciato Meltdown (in rosso al centro): una linea di 1300 metri, valutata nel complesso ED+ (M6R il tiro chiave, foto sopra), che si sviluppa a destra di The warrior's way (Eamonn Walsh e Mark Westman, 14 aprile 2006, 1300 m, AI4, M5R e A0, quarta ascensione assoluta della montagna, in giallo al centro) e a sinistra di Once were warriors (gli stessi Walsh e Westman, 6 aprile 2005, 1300 m, WI6 e M5, terza ascensione assoluta della montagna, in fucsia) con cui condivide il tratto iniziale lungo il canalone tra il Mount Grosvenor e il Mount Johnson (2578 m). Superata quindi la prima parte del canalone (percorso integralmente nel maggio 1979 da Gary Bocarde, Charlie Head, John Lee e Jon Thomas in occasione della prima salita della montagna, poi terminata seguendo la cresta nord, linea gialla a destra), Jon e Matt hanno piegato decisamente a sinistra imboccando una logica linea di ghiaccio (interrotta da un impegnativo tiro di misto con roccia di cattiva qualità) che li ha portati sulla cresta est e quindi alla vetta. Da lì i due amici sono scesi al colle tra il Mount Grosvenor e il Mount Church e per il facile canale sud (per il quale, il 31 marzo 2005, i “soliti” Walsh e Westmann hanno effettuato la seconda salita del Mount Grosvenor, linea rossa a sinistra), 20 ore dopo la partenza hanno rimesso piede al campo base. Da notare che quella di Bracey ed Helliker, dopo quella di Bocarde e compagni (1979) e la “tripletta” di Walsh e Westman (2005, 2005 e 2006), risulta essere soltanto la quinta ascensione assoluta del Mount Grosvenor (Paul Roderick e Mike Bomberg, il 21 aprile 2007, hanno completato la salita della facile cresta ovest, fermandosi però pochi metri sotto la vetta).
Immediatamente a sud del Mount Grosvenor, come abbiamo detto, si innalza il Mount Church (2509 m, foto a lato) la cui prima ascensione risale al 1977 e porta le firme del già menzionato Gary Bocarde e inoltre di Stacy Taniguchi, Grant Henke e Dick Wheaton (che dovrebbero aver seguito lo stesso canale percorso in discesa dal Mount Grosvenor da Bracey e Helliker e poi, dopo un bivacco al colle, la cresta nord-ovest). La seconda salita del Mount Church, a quanto pare, è invece storia recente ed è uno dei capolavori alaskani dei giapponesi “Giri-Giri Boys”. Il 26 aprile 2007, dopo un tentativo a vuoto, Fumitaka Ichimura, Yusuke Sato e Tatsuro Yamada (scomparso nel 2008 lungo la sezione superiore della Cassin sulla parete sud del McKinley: www.intotherocks.splinder.com/post/17337973, il suo corpo è stato ritrovato nei giorni scorsi) hanno rimesso le mani sulla splendida parete nord del Mount Church e forzandone il cuore, puntando direttamente alla vetta, sono riusciti a tracciare l'elegante Memorial gate (1100 m, AI4+R/X, www.intotherocks.splinder.com/post/12707892, linea gialla). A Bracey e Helliker, il 17 maggio 2009, è quindi riuscita la terza salita della montagna: una notevole scalata per una via nuova (For whom the bell tolls, 1150 m, WI6 e M6, ED, linea rossa) lungo il settore sinistro della parete nord, con il tratto chiave in corrispondenza di un camino strapiombante incrostato di neve. Jon e Matt, raggiunta la cresta est, nonostante le cornici non si sono fermati e dopo 10 ore di fatica ininterrotta, finalmente, sono entrati nella ristretta lista dei salitori del Mount Church.
Foto: Matt Helliker (www.climbing.com)
EL CAPITAN: ALEX HONNOLD, IL 27 MAGGIO 2009, HA SALITO IN LIBERA, IN STREPITOSE 8 ORE E MEZZA, LA MITICA SALATHÉ

Settembre 1961: Royal Robbins, Tom Frost e Chuck Pratt, dopo averla contemplata a lungo, giungono alla conclusione che sulla parete sud-ovest del Capitan, a sinistra del Nose, li aspetta una via magnifica. Il terzetto decide così di lanciarsi nella grande avventura e in tre giorni e mezzo, con l'aiuto di 13 chiodi ad espansione poco prima della Triangle Ledge, arriva alla Heart Ledge a circa 250 metri dall'attacco. Da lì, legate insieme sei corde, i nostri tornano alla base e tre giorni più tardi, dopo essersi riposati e aver reperito altro materiale, risalgono il cordone ombelicale, raggiungono di nuovo la Heart Ledge, recuperano le sei corde e ne lasciano cadere tre. La vera sfida, con i ponti tagliati alle spalle, dura dal 18 al 23 settembre, quando Robbins e compagni completano la Salathé Wall, definita dallo stesso Royal «la più bella scalata su roccia del pianeta». Dello stile adottato, con quella parziale concessione alle corde fisse, Robbins ha così scritto: «Dal momento che volevamo evitare le tecniche di assedio della parete con corde fisse dalla base alla cima (come invece aveva fatto Warren Harding per risolvere il Nose, nel 1958, ndr), questo piano appariva il miglior compromesso tra ciò che era fattibile e il nostro desiderio di mantenere la salita più avventurosa possibile. E quando dico avventurosa, voglio dire, essenzialmente, dagli esiti tutt'altro che scontati». Il destino della Salathé Wall era di diventare leggendaria ma chi avrebbe detto, quasi mezzo secolo fa, che il monumento, la cattedrale di granito edificata con infinita pazienza da Robbins e compagni, avrebbe ad un tratto visto gente assai in gamba fare “ginnastica” ad altissimo livello lungo le sue colonne, i suoi archi, i suoi cornicioni? I moderni campioni, poi, non badano troppo ai giorni e giorni di fatica dei primi salitori e, per dirla con il sempreverde Livanos, «non contents de faire de la gymnastique sur les mures de la cathédral... ils en saccagent le sculptures». Così, naturalmente in libera (8a+), l'asso Tommy Caldwell ha liquidato il capolavoro del 1961 in 16 ore e qualche giorno fa, per la precisione il 27 maggio, il ventiquattrenne Alex Honnold, è riuscito a fare lo stesso nello strabiliante tempo di 8 ore e mezza. Di più: terminata la Salathé, con l'amico Sean Leary, Alex pensava di spostarsi sulla nord-ovest dell'Half Dome per salire immediatamente la Regular Route ma il maltempo ci ha messo lo zampino, costringendo i due monelli ad attendere il giorno successivo. In ogni caso è interessante ricordare che lo stesso Honnold, dimostratosi capace di free solo da brividi (www.intotherocks.splinder.com/post/16667798), il 6 settembre 2008 attaccava senza corda i 730 metri (VI e A1 o 7a) della storica via di Robbins, Mike Sherrik e Jerry Gallwas sul muro nord-occidentale della “mezza cupola” della Yosemite Valley e 2 ore e 50 minuti dopo sbucava in cima, soddisfatto, naturalmente senza aver toccato nient'altro che la roccia.
Sopra, Royal Robbins al Festival di Trento nel 2007 e il giovane Alex Honnold