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martedì, 20 maggio 2008

MAXIME TURGEON FA IL BIS SUL MOUNT HUNTER

postato da carlocaccia alle 12:21 in nordamerica

IL CANADESE ANCORA SUL PILASTRO NORD: SUA LA QUARTA SALITA DI DEPRIVATION. CON LUI ZOE HART, PRIMA DONNA A SALIRE LA DIFFICILE VIA (2000 m, ED+) FIRMATA NEL 1994 DA SCOTT BACKES E MARK TWIGHT

Si sa: il Mount Hunter (4442 m), terza perla d'Alaska dopo il McKinley (6194 m) e il Foraker (5303 m) che lo fronteggia ad ovest, sull'altra sponda del ghiacciaio Kahiltna, non è un cliente facile. E diventa ancora più difficile se lo si vuole tentare da nord, violando quel pilastro di quasi due chilometri dove la linea più ambita resta Moonflower Buttress (Mugs Stump e Paul Aubrey, 1981, fino all'ultima fascia rocciosa, 1800 m, WI6 e M7). Nei giorni scorsi, subito dopo la prima ascensione assoluta del Bat's Ears, anche Maxime Turgeon, Ben Gilmore e Freddie Wilkinson non hanno resistito alla tentazione e in 52 ore complessive (salita e discesa) hanno firmato una delle rare salite, proseguendo fino alla vetta del Mount Hunter, di quella magica linea (www.intotherocks.splinder.com/post/17111622). Ma attenzione: pochi giorni dopo, in compagnia della forte Zoe Hart, Turgeon si è aggiudicato un bis da incorniciare, tornando a quota 4442 per un'altra via di alto livello, sempre sul pilastro nord ma lungo il suo settore destro (nord-ovest).

Il giovane Maxime, il cui curriculum alaskano è ormai piuttosto consistente – tra le sue creazioni: Space Factory (1600 m, VI+, M7 e WI5, 2005, con Louis-Philippe Ménard) sulla nord del Mount Bradley, una via (1700 m, WI5+, M6 e A0, 2006, con Will Mayo) sulla sud del Foraker e la Canadian Direct (2400 m, VI, M6 e AI4, 2006, ancora con Ménard) sulla sud del McKinley -, ha messo a segno la probabile quarta salita di Deprivation (2000 m, 90°, ED+, grado 6 nella scala alaskana), aperta tra il 15 e il 17 maggio 1994 da Scott Backes e Mark Twight. Da notare che per Zoe Hart, che aveva già tentato di passare lassù due anni fa in cordata con Sue Nott (che sarebbe scomparsa poco dopo, con Karen McNeill, lungo l'Infinite Spur del Foraker), si tratta della prima femminile dell'itinerario. Lasciato il campo alle 2.30, Maxime e Zoe hanno attaccato la via alle 4.00, scalando quasi sempre di conserva a parte alcune lunghezze particolarmente impegnative, “tirate” da Turgeon («Era più veloce» ha spiegato la compagna...). Ventitré ore dopo la partenza ecco il bivacco e poi, dopo tre ore di sonno e un po' di tempo per preparare le bevande, le ultime due ore e mezza di fatica per raggiungere la vetta. La discesa si è quindi svolta lungo Moonflower Buttress, approfittando delle calate preparate dallo stesso Turgeon pochi giorni prima: «Siamo scesi abbastanza velocemente – ha commentato Zoe – con una sola doppia incastrata».

Deprivation 1

Maxime Turgeon in azione lungo Deprivation (arch. Zoe Hart, www.alpinist.com)

Deprivation Zoe and Sue

Zoe Hart (a sinistra) e Sue Nott (www.forums.climbing.com)

Deprivation Maxime

Maxime Turgeon in un momento di riposo (www.grivelnorthamerica.com)

Deprivation e altre vie

Il pilastro nord del Mount Hunter con le vie (da sinistra a destra): Grison-Tedeschi (1984), Child-Kennedy (1994), Bibler-Klewin (1983), Stump-Aubrey (“Moonflower Buttress”, 1981, a destra l'attacco originale), Backes-Twight (“Deprivation”, 1994) e Ireland-Björnberg (1980). Foto di Bradford Washburn tratta dall'American Alpine Journal (1995, p. 13)

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giovedì, 15 maggio 2008

ALASKA: PRIMA ASSOLUTA AL COSPETTO DEL MOUNT FORAKER

postato da carlocaccia alle 11:27 in nordamerica

SUCCESSO SUL BAT'S EARS PER BEN GILMORE, FREDDIE WILKINSON E MAXIME TURGEON: VETTA RAGGIUNTA PER LA PARETE SUD LUNGO UNA VIA DI 1000 METRI CON DIFFICOLTÀ DI WI4+ E M5+

Con i suoi 3366 metri, il Bat's Ears (“Orecchie del pipistrello”), era forse la più alta cima alaskana in attesa dei primi salitori. Ben Gilmore e Freddie Wilkinson l'avevano notata nel 2007, in occasione della bella salita sulla “Pinna” (The Fin, 4200 m) del Mount Foraker (www.intotherocks.splinder.com/post/12201545) e nei giorni scorsi, in compagnia di Maxime Turgeon, sono tornati lassù per tentarne la scalata. Il successo è arrivato il 1° maggio: il terzetto è salito per i 1000 metri della parete sud, tracciando una via su ghiaccio (WI4+) e misto (M5+) con tratti, a detta di Gilmore, davvero entusiasmanti. La discesa si è quindi svolta per la cresta sud-ovest, chiudendo in bellezza un'avventura di 23 ore complessive dal campo base alla cima e ritorno.

Il Bat's Ears si innalza nel poco visitato settore sud-occidentale del massiccio del Mount Foraker (5303 m), tra i ghiacciai Yentna e Lacuna, e dal suo punto più alto la parete orientale della “Pinna” appare in tutta la sua imponenza. Così, visto che nel 2007 Gilmore e soci l'avevano superata integralmente senza però raggiungere la vetta, dopo la “conquista” del Bat's Ears l'intenzione era quella di tornare sulla Fin Wall per tracciarvi un'altra via. Le condizioni meteo, tuttavia, hanno convinto i tre amici a rinunciare: il tempo era troppo instabile per intraprendere una scalata così impegnativa, che avrebbe richiesto almeno tre giorni.

Che fare, dunque? Semplice: raggiungere in aereo il campo sul ghiacciaio Kahiltna, guardarsi attorno e scoprire che il celebre Moonflower Buttress (Stump e Aubrey, 1981, fino all'ultima fascia rocciosa; Bibler e Klewin, 1983, con la cima; 1800 m, WI6 e M7) del Mount Hunter (4442 m) era in condizioni accettabili. Gilmore e soci l'hanno quindi attaccato e, scalando sempre in libera ad eccezione di un pendolo (soltanto per i secondi, però, perché Turgeon in testa alla cordata non ha potuto sfruttare la tensione della corda), il primo giorno hanno superato due terzi del pilastro e il secondo giorno, con il tempo cattivo, hanno scalato il resto del Moonflower Buttress vero e proprio, proseguendo per altri 600 metri fino alla vetta del Mount Hunter (firmando così quella che dovrebbe essere la nona ascensione integrale della via). La discesa, che ha concluso un “viaggio” di 52 ore complessive, si è svolta per l'itinerario di salita, prima arrampicando e poi con 26 corde doppie.

Bat 1

Il Bat's Ears (3366 m) con le vie di salita (linea continua) e di discesa (linea tratteggiata) di Gilmore, Wilkinson e Turgeon

Bat 2

Maxime Turgeon in azione sulla sud del Bat's Ears

Bat 3

Il comando delle operazioni è passato a Freddie Wilkinson...

Bat 4

Freddie (a sinistra) e Maxime in vetta: alle loro spalle si nota la poderosa parete est della “Pinna” (The Fin) del Mount Foraker

Foto: arch. Ben Gilmore (www.climbing.com)

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mercoledì, 14 maggio 2008

GIOVANI FRANCESI IN ALASKA: COLLEZIONE DI SALITE

postato da carlocaccia alle 12:08 in nordamerica

PRIMA ASCENSIONE DELLA CRESTA NORD-EST DEL MOUNT DICKEY (1600 m, ED, 6 GIORNI DI SCALATA) E 4 RIPETIZIONI TRA CUI LA ROBERTS-ROWELL-WARD SULLA STESSA MONTAGNA: È POSITIVO IL BILANCIO DELLA SPEDIZIONE DEI RAGAZZI E RAGAZZE DEI GROUPES EXELLENCE DELLA FFCAM GUIDATI DA CHRISTOPHE MOULIN & C. DOMANI IL RITORNO AD ANCHORAGE

Meno di un mese fa, giungendo da casa ad Anchorage (www.intotherocks.splinder.com/post/16776556), sognavano scalate a non finire. Domani, tornando dal Ruth Glacier ad Anchorage, ripenseranno ai loro sogni diventati realtà. I ragazzi e ragazze dei Groupes excellence della Ffcam (“Fédération française des clubs alpins et de montagne”), in trasferta in Alaska dopo mesi di preparazione ad alto livello, non hanno deluso: Sébastien Ratel (20 anni), Mathieu Détrie (23), Sébastien Ibanez (24), Jean-Baptiste Deareck (23), Basile Ferran (22), Damien Tomasi (20), François Delas (21), Benoît Montfort (24), Mathieu Maynadier (23), Laure Gaudin (25 anni), Cécile Chauvin (26), Aurélie Lévêque (26) e Julie Gerber (26), sotto la guida del mitico Christophe Moulin e inoltre di Patrick Pessi, Frédéric Gentet e Stéphane Benoîst, in tre settimane hanno messo a segno ben cinque salite tra cui una difficile prima assoluta, una seconda ripetizione di gran classe e altre tre scalate. In verità alcuni degli obiettivi dichiarati prima della partenza, come Blood from the stone (Ueli Steck e Sean Easton, 2002, 1600 m, M7+, WI6+X, VI e A1) sulla est del Mount Dickey e Wine bottle (Andreas Orgler e Tommy Bonapace, 1988, 1600 m, VII, A3+ e ghiaccio) sulla stessa parete, sono rimasti irraggiungibili, tuttavia non è il caso di cercare il pelo nell'uovo: in queste avventure una cosa è il programma iniziale, pensato stando attorno ad un tavolo leggendo e guardando fotografie, un'altra è la realtà dei fatti, di cui ci si può rendere conto soltanto a tu per tu con le montagne. LA CRONACA. Lo squadrone transalpino ha raggiunto il Ruth Glacier il 22 aprile e due giorni dopo, con Christophe Moulin, le ragazze hanno salito la classica Ham and eggs (Jon Krakauer, Thomas Davies e Nate Zinsser, 1975, 850 m, VI e AI4) sulla parete sud del Moose's Tooth (3150 m). Laure, Cécile, Aurélie e Julie, il 2 maggio, si sono quindi ripetute sulla stessa parete, superando in 11 ore Shaken, not stirred (950 m, AI5) mentre i ragazzi hanno colto un successo di classe sul Mount Dickey (2909 m). Frédéric Gentet, Damien Tomasi, François Delas e Sébastien Ratel hanno infatti messo a segno, in quattro giorni, la seconda ripetizione della Roberts-Rowell-Ward (David Roberts, Galen Rowell e Ed Ward, 14 e 17-19 luglio 1974, 1600 m, VI e A2) sull'altissimo pilastro sud-est della montagna, seguendo le tracce illustri di Steve House e Jeff “Pouche” Hollenbaugh: gli autori della prima ripetizione, firmata tra il 23 e il 25 settembre 2003. Ed ecco, finalmente, la via nuova, a proposito della quale le informazioni sono per ora piuttosto scarse. Sappiamo soltanto che Mathieu Détrie, Mathieu Maynadier e Sébastien Ibanes, con Patrick Pessi, sono riusciti a violare in sei giorni i 1600 metri (ED) della cresta nord-est del “solito” Mount Dickey sul quale, giusto per non stare a guardare, le ragazze hanno ripetuto in 30 ore i 1250 metri (più 150 metri per raggiungere la vetta) della goulotte Johnson.

Dickey

Il Mount Dickey da nord-est. Le linee rossa e gialla indicano, approssimativamente, Blood from the stone e Wine bottle, la linea blu dovrebbe essere la via nuova lungo la cresta nord-est e la linea fucsia è un sogno rimasto tale sulla parete nord. La Roberts-Rowell-Ward sale invece lungo l'evidente pilastro all'estrema sinistra della montagna (www.ffcam.fr)

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giovedì, 17 aprile 2008

LA “NAZIONALE” FRANCESE IN TRASFERTA IN ALASKA: SFIDA ALLE VIE DI STECK, ORGLER E KRAKAUER

postato da carlocaccia alle 14:56 in nordamerica

PARTIRANNO DOMANI PER IL MOUNT DICKEY E IL MOOSE'S TOOTH I TREDICI GIOVANI ALPINISTI DEI “GRUPPI DI ECCELLENZA” DELLA FFCAM. ALLA GUIDA DELLA SPEDIZIONE, CHE CHIUDERÀ UN PERIODO DI FORMAZIONE AD ALTO LIVELLO, FRÉDÉRIC GENTET, STÉPHANE BENOÎST, PATRICK PESSI E CHRISOPHE MOULIN

L'idea, frutto della collaborazione tra il Caf (Club alpin français) e il Ghm (Groupe de haute montagne), ha quasi vent'anni ma non li dimostra: selezionare alcuni giovani talenti, curare per un biennio la loro formazione alpinistica e chiudere il tutto in bellezza con una spedizione. Dai Groupes excellence, dal 1991 ad oggi, sono usciti personaggi del calibro di Lionel Daudet, Yann Mimet, Martial Dumas, Jean-Yves Fredriksen (www.intotherocks.splinder.com/post/10884247 e www.intotherocks.splinder.com/post/13925547), Olivier Larios e Patrice Glairon-Rappaz. Gli enfants terribles – ragazzi e ragazze – dell'ultimo ciclo (2007/08) si chiamano invece Laure Gaudin (25 anni), Cécile Chauvin (26), Aurélie Lévêque (26), Julie Gerber (26), Sébastien Ratel (20), Mathieu Détrie (23), Sébastien Ibanez (24), Jean-Baptiste Deareck (23), Basile Ferran (22), Damien Tomasi (20), François Delas (21), Benoît Montfort (24) e Mathieu Maynadier (23). Saranno loro, con quattro coach d'eccezione – Frédéric Gentet, Stéphane Benoîst, Patrick Pessi e Christophe Moulin –, i protagonisti della spedizione che partirà domani alla volta dell'Alaska (Ruth Gorge) con l'obiettivo di ripetere o tracciare, in poco più di un mese (il rientro è previsto per il 22 maggio), ben sei linee sul Mount Dickey (2909 m) e sul Moose's Tooth (3150 m). Ma cosa tenteranno, precisamente, i nostri pimpanti transalpini? Sul Mount Dickey sognano in grande, visto che puntano innanzitutto a Blood from the stone: il capolavoro (1600 m, M7+, WI6+X, VI e A1) riuscito sulla parete est, tra il 18 e il 20 marzo 2002, in stile alpino, a Ueli Steck e Sean Easton. Ma anche l'altro obiettivo, sulla stessa parete, è di altissimo livello, essendo la storica Wine bottle (1600 m, VII, A3+ e ghiaccio) tracciata dal 10 al 15 luglio 1988 da Andreas Orgler – scomparso il 4 gennaio 2007 (www.intotherocks.splinder.com/post/12014152) – con Tommy Bonapace. Sul Moose's Tooth, invece, gli obiettivi sono un po' più abbordabili: si tratta delle goulottes “sorelle”, sulla parete sud, Shaken, not stirred (950 m, AI5) e Ham and eggs (850 m, VI e AI4) che, rimasta per 24 anni senza ripetizioni, è oggi tra le grandi classiche alaskane. Ma a quando risale la prima salita di Ham and eggs? E chi sono i suoi autori? La via, tracciata dal 16 al 18 luglio 1975 in occasione della seconda ascensione assoluta del Moose's Tooth, porta la firma di Jon Krakauer che, con Thomas Davies e Nate Zinsser, mise a segno un successo per quei tempi davvero notevole. Tornando al Mount Dickey: su questa poderosa montagna i giovani francesi sognano anche due vie nuove. La prima lungo i 1800 metri della cresta nord-est e la seconda sulla parete nord (1000 m). Chiudiamo ricordando che pochi mesi fa, in parte nell'ambito delle attività dei Groupes excellence, Basile Ferran, Damien Tomasi, Sébastien Ratel e Mathieu Détrie hanno lasciato il segno sulla nord delle Grandes Jorasses salendo No siesta (settima ripetizione per Ferran e Tomasi con Patrick Pessi, ottava per Ratel con Stéphane Benoîst, www.intotherocks.splinder.com/post/14686302) e inoltre la Serge Gousseault (settima o forse ottava ripetizione per Détrie con Pierre Labbre e Romain Wagner, www.intotherocks.splinder.com/post/14785010).

Mount Dickey

La parete est del Mount Dickey con il tracciato di Blood from the stone (foto di Sean Easton tratta dall'American Alpine Journal, 2003, p. 14)

Mount Dickey 1

Ueli Steck in azione lungo Blood from the stone (foto di Sean Easton tratta dall'American Alpine Journal, 2003, p. 17)

Moose

La magnifica parete sud del Moose's Tooth (Dente dell'alce) con le goulottes Shaken, not stirred (A) e Ham and eggs (B). Foto: www.mtncommunity.org

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mercoledì, 09 aprile 2008

UNA NOTIZIA E UNA RIFLESSIONE

postato da carlocaccia alle 12:25 in nordamerica

83 minuti: è il tempo impiegato da Alex Honnold, americano di 22 anni, a salire da solo, senza corda, i 400 metri (7b+) del Moonlight Buttress nello Zion National Park (Utah). Honnold è di Sacramento, come Dave Turner – il fenomeno rimasto solo per 34 giorni sull'Escudo del Paine (www.intotherocks.splinder.com/post/16416729) –, e come Turner ha lasciato più volte il segno sulle pareti della Yosemite Valley. Ma se Dave sale con sacconi enormi, pesantissimi, all'insegna dell'artificiale, Alex preferisce la leggerezza, affidandosi spesso soltanto alle sue «gloriose dita» e facendo così rivivere ai nostalgici l'era di John Bachar e Peter Croft. E proprio per aver ripercorso le tracce di Croft, che nel 1987 riuscì a salire slegato Astroman (350 m, 6c+) sulla Washington Column e la Regular North Face (250 m, idem) del Rostrum – Honnold ha fatto lo stesso il 19 settembre 2007 - il nostro audace protagonista è stato recentemente premiato con il Golden Piton dalla rivista Climbing (www.intotherocks.splinder.com/post/16292085). Per la cronaca: la free solo del Moonlight Buttress è riuscita il 1° aprile scorso. Alex aveva già affrontato la via in cordata, in libera, un paio d'anni fa e l'ha ripresa in solitaria tra il 28 e il 29 marzo (salendola in tutto quattro volte, sfruttando le corde fisse per l'autoassicurazione). Il 30 marzo la pioggia ha imposto il rinvio della sfida a due giorni dopo, quando Honnold si è ritrovato molto eccitato e un po' teso: «La notte precedente ho faticato a prendere sonno, ero concentratissimo», ha dichiarato al sito www.alpinist.com. Ma tutto, per fortuna, è filato nel migliore dei modi. Cosa aggiungere? Dopo la cronaca – che inevitabilmente fa riflettere: ecco perché vi abbiamo raccontato le gesta di Alex – vi consigliamo di leggere quanto segue: poche righe, prese in prestito dal sito Internet di Valerio Folco (www.valeriofolco.com), che sono la vera ragione di questo articoletto. Scrive Valerio: «Vedo sempre più nei siti di montagna (le riviste non le compero da anni) notizie riguardanti salite senza corda difficilissime (il Nose su El Capitan, il Pesce in Marmolada, vie di 8c in falesia...). Io sono contrario alla pubblicità che viene fatta a questa attività, che dovrebbe rimanere un fatto estremamente personale di chi la compie. Vi prego di giudicare con molto spirito critico e con giudizio le salite di questo genere che vedete/vedrete in rete o sulle riviste. Negli Usa c'è sempre stato il mito della scalata senza corda ed è sempre stato spinto molto – dei ragazzi hanno ricevuto il Golden Piton 2007 per la loro bravura (?) a scalare senza corda. Durante la mia frequentazione di Yosemite ho visto tanti scalatori arrampicare slegati e i miei amici americani li giudicavano così: “Ohhh! Those are insane men!”, raccontandomi dei tanti incidenti che accadono durante quelle arrampicate».

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giovedì, 03 aprile 2008

DAL NANGA PARBAT AL MOUNT ALBERTA

postato da carlocaccia alle 16:38 in nordamerica

GRANDE SALITA DI HOUSE E ANDERSON SULLA PIÙ BELLA PARETE DELLE CANADIAN ROCKIES: LA TERZA VIA SULLA TEMUTA NORD, APERTA TRA IL 26 E IL 27 MARZO 2008, È LUNGA 1000 METRI E PRESENTA DIFFICOLTÀ DI WI5+ E M8 R/X

Dal 1925, quando fu salito per la prima volta dai giapponesi S. Hashimoto, H. Hatano, T. Hayakawa, Y. Maki, Y.Mita e N. Okabe con le guide H. Fuhrer, H. Kohler e J. Weber, il Mount Alberta (3619 m, Canadian Rockies), non ha perso una briciola del suo fascino. Invisibile da qualsiasi strada, raggiungibile soltanto con ore di fatica, offre agli alpinisti un minuscolo punto d'appoggio – il bivacco Lloyd McKay, del Club alpino canadese – di fronte alla parete sud-est (lungo la quale si svolge la non semplice via normale). In quella minuscola scatola in quota, a più di sei ore di cammino dal fondovalle (in estate...), recentemente hanno passato notti di attesa personaggi come Raphael Slawinski, Eamonn Walsh e Scott Semple – gli autori della prima invernale della montagna, il 20 febbraio 2005 – e poi Jon Walsh e Chris Brazeau – che il 7 settembre 2006 hanno risolto in stile da manuale la seconda via sulla splendida parete nord. Già: la nord... Per Walsh (Jon) è la più bella muraglia delle Canadian Rockies: un monumento simmetrico, triangolo perfetto alto un chilometro, che ricorda un gigantesco rapace notturno e che colpisce per quel ripidissimo scivolo di neve e ghiaccio, messo lì a sostenere una headwall rocciosa dove stanno i veri problemi. I primi a passare lassù, nel lontano 1972, furono G. Lowe e J. Glidden (la loro via tocca il VI e l'A3) e fu soltanto nel settembre 1981 che Steve Swenson e Kit Lewis ne misero a segno la seconda salita dopo il tentativo solitario di Tobin Sorenson, il fortissimo visionario che arrampicava con la Bibbia nello zaino e che, il 5 ottobre 1980, precipitò senza speranza dalla magnifica parete (di Tobin parleremo diffusamente domani). Nel 2006, come detto, è quindi arrivato il turno di Jon Walsh e Chris Brazeau (la loro creazione, a destra di quella del 1972, presenta difficoltà di VII+ e M6). La terza via sulla nord del Mount Alberta è invece storia di pochi giorni fa, segnalataci da Erik Lambert della prestigiosa rivista americana Alpinist (www.alpinist.com). L'impresa, con la parete in condizioni decisamente invernali, è riuscita agli ultimi eroi del versante Rupal del Nanga Parbat. Steve House e Vince Anderson, tra il 26 e il 27 marzo 2008, hanno risolto una linea (1000 m, WI5+ e M8 R/X) che, dopo quella sulla parete ovest firmata il 15 settembre 2007 dai già citati Slawinski ed Eamonn Walsh (www.intotherocks.splinder.com/post/16321938), è la seconda via nuova in pochi mesi sul Mount Alberta. I dettagli dell'ultima avventura li trovate tutti qui sotto, nel racconto di Vince Anderson tradotto integralmente con l'autorizzazione della redazione di Alpinist.

«Il 24 marzo 2008, su consiglio di Barry Blanchard, io e Steve House abbiamo deciso di tentare la parete nord del Mount Alberta, nelle Canadian Rockies. Quel giorno è cominciato e si è concluso sul camper di Steve, lungo la strada: ci eravamo proposti di salire con gli sci, per la Wooley Shoulder, dall'Icefields Parkway (la strada, lunga 230 chilometri e assai panoramica, che collega Lake Louise a Jasper, ndr) fino al bivacco Lloyd McKay. Tuttavia, dopo aver faticosamente battuto la traccia per quattro ore e mezza nella neve profonda, con una crosta inconsistente, abbiamo pensato di nascondere il materiale nei pressi delle morene del bacino inferiore, a circa 2100 metri di quota. Girati gli sci, siamo quindi scesi all'autostrada per passare la notte nel camper. Attorno alle 7.30 del giorno seguente siamo risaliti al nostro deposito e, superando la Wooley Shoulder carichi di tutto il materiale, alle 14 eravamo al bivacco. Dopo aver studiato la parete, che né a me né a Steve era familiare, abbiamo individuato il punto da cui calarci sul ghiacciaio ai suoi piedi e abbiamo nascosto la nostra attrezzatura da roccia. La notte al bivacco è passata preparando gli zaini, sciogliendo la neve per i giorni seguenti e mangiando. Abbiamo lasciato il ricovero alle 4.30 del 26 marzo: faceva talmente freddo che non siamo riusciti ad apprezzare appieno la bellezza dell'aurora all'orizzonte. Calandoci a nord, verso la base della parete, abbiamo salutato il sole e mi sono accorto di aver perso una delle mie piccozze: l'ho cercata per mezz'ora ma senza alcun risultato. Piuttosto furioso, imprecando, al termine della calata ho cercato ancora nella neve e... la piccozza è sbucata da un piccolo avvallamento nei pressi di uno spuntone di roccia. Alle 9.15 eravamo all'attacco. Il cielo era abbastanza limpido e soffiava un vento leggero: il tempo era gelido. Con tre tiri di misto non difficili (M5) ma piuttosto delicati, al centro della prima fascia rocciosa (gli altri salitori erano sempre passati più a destra, affrontando due tiri su roccia), abbiamo raggiunto l'inizio del pendio di neve. Via le corde e avanti, slegati, lungo quello scivolo che, pur essendo nevoso, è incredibilmente ripido, con tratti di ghiaccio vivo. Nei pressi della fascia gialla la neve ha quindi ceduto il posto al ghiaccio grigio: duro, simile all'acciaio, che ti aspetti su ogni parete nord. Si fa fatica, su quel terreno, ma ci si sente anche sicuri: con le piccozze e i ramponi abbiamo avuto buon gioco. Poco prima di mezzogiorno le corde sono tornate sulla scena: ci aspettavano due tiri di misto attraverso la fascia gialla, lungo uno spigolo friabile fino all'inizio della ripida headwall. E a questo punto, come se il freddo e la neve alta non fossero sufficienti, il tempo ha cominciato a peggiorare. Avremmo potuto fuggire effettuando una traversata lungo la fascia gialla fino alla cresta nord-est tuttavia, dopo esserci autoconvinti che una ritirata sarebbe stata possibile anche più avanti, abbiamo deciso di non mollare. Vedevamo, non lontano, il punto in cui la Lowe-Glidden (L-G) attaccava la headwall ma, individuato a destra (a circa 60 metri) un sistema di fessure che in condizioni invernali sembrava offrire maggiori possibilità, abbiamo optato per questa seconda soluzione. Con due lunghi, difficili (M7 e M8 R/X) tiri di entusiasmante drytooling abbiamo raggiunto alla nostra sinistra la L-G, in corrispondenza di una nicchia nevosa. Se la L-G, oltre quel punto, piega a destra verso uno sperone, noi ci siamo avventurati lungo una ripida e stretta colata ghiacciata (individuata durante lo studio del giorno precedente) proprio sopra la nicchia. Era ormai buio – saranno state le 21 – e il ghiaccio era una scelta ovvia. Siamo andati avanti per due lunghezze (WI5+ e M7) e quindi, al termine di una lotta estenuante con quel ghiaccio nero assai fragile, ci siamo fermati sulla sommità di un largo fungo di neve, sopra il quale ne stava un altro. Lì, una volta assicurati (era circa l'una di una notte glaciale), eravamo al riparo dalle frequenti scariche. I nostri sacchi a pelo erano un po' umidi ma pensavamo (sbagliando...) che quella sarebbe stata l'unica notte sulla montagna. La sveglia è suonata dopo le 6 e, lentamente, siamo sgusciati fuori da nostri bozzoli bagnati. Steve ha risalito coi Prusik i 10 metri di corda già fissati sopra di noi e, visto che il giorno precedente aveva risolto i tiri più impegnativi, ora toccava a me ballare. Il tiro successivo, lungo un piccolo diedro ghiacciato, ci ha portati all'origine della cascata: una piccola grotta, scoperta troppo tardi, che ci avrebbe offerto un assai più confortevole angolo per il bivacco. Da lì, per una breve cengia, abbiamo traversato a destra in direzione della L-G e quindi dei pendii sommitali: la cengia era aerea, carica di neve e ci ha costretti prima a strisciare sulla pancia (cosa piuttosto difficile con lo zaino in spalla) e poi ad un precario gioco sulle punte dei ramponi per raggiungere una nicchia (oltre la quale il terreno diventava più semplice). Dopo altri tiri di buon misto (M6 e M7) lungo lame, diedri e placche ricoperte da un leggero strato di neve, abbiamo raggiunto la fine delle difficoltà ed incrociato ancora una volta la L-G (abbiamo trovato un chiodo). Al posto di proseguire a destra (lungo la L-G), pensando che l'uscita sui pendii di ghiaccio sarebbe stata complicata, abbiamo preferito salire le placche di misto sopra di noi: una scelta da scartare durante l'estate ma interessante in presenza di neve. Con un tiro infinito – circa 150 metri – abbiamo raggiunto la cresta sommitale (ecco il sole: erano due giorni che non lo vedevamo...) e con un ultima lunghezza siamo arrivati in vetta: erano le 17.45. Ci siamo subito diretti verso la cresta sud per scendere lungo la via dei giapponesi (le cornici ci hanno imposto una progressione delicata e faticosa). Ad un certo momento, ritenendo (ma sbagliavamo...) di aver raggiunto il punto da cui cominciare la discesa lungo la parete est, abbiamo imboccato un canale che ci ha portati su una larga cengia e su un pendio nevoso. Dovevamo prendere una decisione: continuare al buio, su terreno sconosciuto, oppure bivaccare una seconda volta (con poco cibo, bagnati e senza sacchi a pelo)? Abbiamo deciso di fermarci, tremando per il freddo, ed è stata una cosa penosa. Il terzo giorno, appena dopo l'alba, siamo usciti dagli zaini, abbiamo rifatto il bagaglio e abbiamo continuato la discesa lungo il nostro canale... La mattina del 28 marzo, per fortuna, il tempo ha deciso di migliorare e sulla parete est il sole si è preso cura di noi. Alle 10 eravamo al sicuro, in basso, e finalmente al caldo, prima di cominciare la discesa con gli sci verso la strada, ci siamo liberati con grande gioia delle imbragature, dei caschi e dei ramponi».

alberta-1

La parete nord del Mount Alberta con la via di House e Anderson (arch. Vince Anderson, www.alpinist.com)

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Veduta aerea della parete (www.climbandmore.com)

alberta-3

Il bivacco Lloyd McKay, di fronte alla parete sud-est del Mount Alberta (www.alpineclubofcanada.ca)

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venerdì, 28 marzo 2008

AMERICANS VS. CANADIANS

postato da carlocaccia alle 12:55 in nordamerica

MOUNT TEMPLE: HOUSE E STRONG A TUTTA VELOCITÀ SULLA GREENWOOD-JONES. MOUNT CHEPHREN: SLAWINSKI E DARBELLAY RISOLVONO IL DOGLEG COULOIR

Quando Steve House si aggira tra le loro montagne, alla guida di un camper sulla cui ruota di scorta sta scritto “Bonatti is God”, gli assi canadesi non dormono sonni tranquilli. Sanno che il colpaccio, ancora una volta, è nell'aria, e loro non potranno farci niente: House, sbandierando il suo slogan che ha un significato preciso, sta per avventarsi sulla preda prescelta, che avrà poche possibilità di scampo. E l'ultima vittima è stata la Greenwood-Jones (Brian Greenwood e James Jones, 1969, 1300 m, VI in estate, M6 in inverno) sulla parete nord del Mount Temple (3543 m, Canadian Rockies), che l'eroe della parete Rupal del Nanga Parbat, in cordata con Roger Strong, ha salito in seconda invernale tra il 20 e il 21 marzo 2008. Come? Domandate dove sta la notizia, visto che non si tratta di una “prima”? Ebbene: la prima invernale della Greenwood-Jones porta le firme dei canadesi Raphael Slawinski, Eamonn Walsh e Ian Welsted che pochi giorni prima di House e Strong, per la precisione dall'8 al 10 marzo (www.intotherocks.splinder.com/post/16371623), erano riusciti ad aver ragione di quel vione «carichi di tutti i confort casalinghi» (Slawinski) e impiegando così, per la sola salita, circa 28 ore. Steve e Roger, visto il successo di Raphael e soci, hanno quindi deciso di tentare l'avventura in a single push, senza preventivare un bivacco, e hanno dissotterrato l'ascia di guerra alle 5.45 del mattino. Alle 6.40 hanno cominciato la lotta con la roccia e il ghiaccio, a mezzanotte hanno raggiunto la cresta, alle 2 del mattino del secondo giorno erano in vetta e alle 7.15, dopo la discesa per la lunga cresta sud-ovest, sono rientrati nella loro tendina. Dunque: una corsa ininterrotta di 25 ore e mezza che, a detta di Slawinski, è stata un autentica impresa. Positivo (naturalmente?) anche il commento di House che - nonostante un volo a causa della rottura di un appiglio, mentre al buio stava cercando si salire in libera, con le mani gelate, uno degli ultimi tratti impegnativi - ha parlato di una via varia e divertente, non sempre facilmente individuabile, su «roccia buona, roccia rotta e con incastri di mano, passaggi delicati sui piedi e drytooling». Subito dopo, tra il 22 e il 24 marzo, è comunque arrivata la rivincita di Slawinski. Il canadese, infatti, insieme allo svizzero Pierre Darbellay (anche House avrebbe dovuto essere della partita ma pure a lui, come a tutti i mortali, capita di ammalarsi...) è riuscito a mettere a segno la prima salita del più volte tentato Dogleg Couloir (1300 m, M7 e A1) sulla parete nord-est del Mount Chephren (3307 m, siamo sempre nelle Canadian Rockies). Il primo giorno, senza eccessivi problemi, i due amici hanno salito il lungo canalone che caratterizza i primi due terzi della parete, raggiungendo una grotta di neve. Sopra, il secondo giorno, li aspettava il tratto chiave della via: alcuni tiri di misto, assai impegnativi, lungo una serie di camini “sporchi” nei quali, più la cordata saliva, più i funghi di neve diventavano imponenti, tanto da ricordare il Cerro Torre. E anche Raphael, giusto per pareggiare il conto con Steve, è riuscito a cadere: «Uno di questi funghi – racconta il protagonista – ha ceduto sotto il mio (non indifferente...) peso e io ho fatto un discreto volo». I due amici, non trovando un posto decente per il bivacco, hanno dovuto proseguire ad oltranza e – udite! - lungo l'ultimo tiro di corda Raphael è stato costretto a precedere per un tratto in artificiale. Il suo commento? Eccolo: «Sì, ho tirato alcuni ancoraggi... mi sento molto imbarazzato per questo. La mia scusa è la seguente: erano le 3 del mattino, ero stanco e in quel momento volevo soltanto arrivare in cima. Barry Blanchard, comunque, ha apprezzato l'“M7 e A1”, definendolo la versione moderna del vecchio “VI e A2” delle Canadian Rockies». Tre ore dopo il misfatto, alle 6 del mattino del 24 marzo, dopo 18 ore di azione ininterrotta, Slawinski e Darbellay hanno raggiunto la vetta del Mount Chephren e cominciato la discesa per il versante sud. Tutto qui, per oggi? Nossignori. Manca ancora la spiegazione dello slogan di House: “Bonatti is God” (“Bonatti è un dio”). È lo stesso Steve a sciogliere il mistero: «Ho scritto quella frase, piazzandola in bella mostra sulla ruota di scorta del mio camper, in occasione di una trasferta in Canada. Perché i canadesi sono convinti che il misto moderno, sportivo, protetto a spit, sia automaticamente esportabile in montagna. Ma si tratta di parole (forse non sempre, come abbiamo appena visto, ndr). Così ho voluto additare loro Bonatti, che ha molto influenzato il mio alpinismo, come esempio di stile».

Chephren

La parete nord-est del Mount Chephren (Canadian Rockies) con la nuova via di Slawinski e Darbellay (arch. Raphael Slawinski)

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lunedì, 17 marzo 2008

SLAWINSKI E WALSH: RITORNO AL MOUNT TEMPLE

postato da carlocaccia alle 12:38 in nordamerica

I DUE CANADESI, CON IL CONNAZIONALE IAN WELSTED, HANNO MESSO A SEGNO IN TRE GIORNI LA PRIMA INVERNALE DEI 1300 METRI DELLA GREENWOOD-JONES SULLA PARETE NORD

Ancora loro: Raphael Slawinski ed Eamonn Walsh. I due canadesi, a pochi mesi dalla prima assoluta della parete ovest del Mount Alberta (http://intotherocks.splinder.com/post/16321938), hanno messo a segno nei giorni scorsi la prima invernale della Greenwood-Jones sulla parete nord del Mount Temple (3543 m): un altro gigante delle Canadian Rockies che si innalza nella valle del fiume Bow, nei pressi di Calgary. Con loro, questa volta, anche il connazionale Ian Welsted, che ha accettato volentieri l'invito a cimentarsi con “The Eiger of the Rockies” dopo aver salito quello vero. Slawinski e soci, maghi delle salite in velocità, questa volta hanno dovuto pazientare: i 1300 metri della via, saliti quasi completamente con le piccozze (M6), hanno infatti imposto loro ben due bivacchi. Il terzetto ha attaccato l'8 marzo e il giorno seguente, ormai al buio, si è ritrovato all'inizio dell'ultimo tiro impegnativo. Che fare? Slawinski non ha avuto dubbi: «Il pensiero di passare la notte appeso ad una sosta è stato più che sufficiente per farmi salire quella lunghezza alla luce della frontale. I pendii finali erano spazzati dal vento: siamo comunque riusciti a trovare un angolo riparato dove piazzare la tenda». Il giorno dopo, attorno a mezzogiorno, la cordata ha finalmente calcato la vetta. Chi avrebbe mai detto che la via risolta nel 1969 da Brian Greenwood e James Jones, che in estate presenta passaggi fino al VI, sarebbe stata salita in inverno ben 39 anni dopo l'apertura? Per Raphael Slawinski (il cognome tradisce l'origine polacca) non è soltanto l'ennesimo successo sulle montagne di casa: si tratta anche della terza prima invernale (scusate il bisticcio...) sul Mount Temple, dopo quella della Greenwood-Locke (Brian Greenwood e Charles Locke, 1966, 1300 m, VI e A1) sulla parete nord, superata dal 19 al 21 febbraio 2004 con Ben Firth, e quella di Sphinx Face (Ward Robinson e Rob Orvig, 1988, VI e A2) sulla parete nord-est, salita pochi giorni dopo in compagnia di Valery Babanov. Da Slawinski a Walsh per dire che anche lui, sul Mount Temple, aveva già alzato la voce mettendo a segno, nel novembre 2004 (con Scott Semple e Greg Thaczuk), la prima ripetizione di Striving for the Moon: la grande linea (1300 m, WI6) tracciata nel 1992 sulla parete est da Barry Blanchard e dal già nominato Ward Robinson.

21- Primo piano 2 (McKinley 2005) piccola

Raphael Slawinski sul McKinley (arch. Slawinski)

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giovedì, 13 marzo 2008

SLAWINSKI E WALSH: VITTORIA IN CASA

postato da carlocaccia alle 12:18 in nordamerica

LA CORDATA CANADESE COLPISCE ANCORA SUL MOUNT ALBERTA (CANADIAN ROCKIES): RIUSCITA LA PRIMA ASSOLUTA DELLA PARETE OVEST

Raphael Slawinski ed Eamonn Walsh: il Mount Alberta, gigante di 3619 metri delle Canadian Rockies (si trova, per la precisione, nella parte superiore della valle del fiume Athabasca), ormai li conosce bene. Perché sono stati loro (con Scott Semple), il 20 febbraio 2005, a rifilargli la prima ascensione invernale – per la via dei primi salitori: un gruppo di sei giapponesi con le guide H. Fuhrer, H. Kohler e J. Weber (1925) – e sono stati loro, il 15 settembre 2007, a lasciare il segno sulla sua remota parete ovest, nel mirino degli alpinisti fin dal 1963 e ora non più inviolata (anche Slawinski, in realtà, in compagnia di Rich Akitt aveva già tentato l'impresa un paio di mesi prima del successo). La nuova via, lunga circa 850 metri, è stata superata completamente in libera: VII grado su una roccia di qualità spesso assai scadente, con protezioni lontane e non sempre sicure. I due amici sono quindi scesi per il versante sud-est, lungo la non troppo frequentata via normale.

MtAlberta-West-Face-2007

La parete ovest del Mount Alberta

MtAlberta-West-Face-2007action

Slawinski in azione (terzo tiro, VI+)

Foto: arch. Slawinski-Walsh (www.alpinist.com)

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lunedì, 10 dicembre 2007

SOLUZIONE ALTERNATIVA

postato da carlocaccia alle 10:22 in nordamerica

ALASKA: PRIMA SALITA DELLA PARETE EST DEL MOUNT DAN BEARD

A Daniel Carter Beard (1850-1941), illustratore e tra i padri dello scoutismo negli Stati Uniti, è stata dedicata, come a molti altri personaggi del suo paese, una montagna. Ma dove si trova il Mount Dan Beard? Alto 3127 metri, si innalza in Alaska a sud-est del McKinley (altra dedica...), all'estremità settentrionale del Ruth Glacier. Singolare e complesso “isolotto”, la cui classica cresta sud-ovest è stata salita nel maggio 1974 da Peter Boardman e Roger O'Donovan, presenta una parete est facilmente accessibile e quindi potenzialmente nel mirino di numerose cordate. Tuttavia, fino a pochi mesi fa, lassù non passava neppure una via: tutta colpa di una grande fascia di seracchi, incombente sull'intero versante. Nella notte tra il 12 e il 13 aprile 2007, però, i britannici Gareth Hughes e Vivian Scott hanno giocato bene la loro carta: hanno attaccato la parete alla sua estremità destra per sfuggire alla minaccia che stava sopra le loro teste e, procedendo con la neve fino alla cintola e lungo brevi tratti di misto, hanno raggiunto una cresta nevosa, zigzagato tra i seracchi e alle 3 del mattino, dopo 8 ore di scalata, erano in vetta. La discesa, piuttosto lunga, si è svolta per il versante nord: Gareth e Vivian, che hanno battezzato la loro creazione Sideburn Rib (1300 m, IV grado scozzese, 75°), hanno rimesso piede al campo esattamente 24 ore dopo averlo lasciato. La cordata ha poi tentato un ripido couloir a destra di un pilastro roccioso della cresta sud-est dello stesso Mount Dan Beard ma, dopo aver superato alcune impegnative lunghezze (WI5+ e M4), è stata fermata dalla mancanza di ghiaccio.

Dan Beard - Verso l

La parete est del Mount Dan Beard, chiusa in alto dalla grande fascia di seracchi. La via di Gareth Hughes e Vivian Scott si svolge approssimativamente lungo la linea che si staglia contro il cielo (arch. Scott, www.climbing.com)

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