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NUOVA ZELANDA: SUCCESSO SOLITARIO DI DAVE MANNING LUNGO I 2500 METRI DELLA PERICOLOSA CAROLINE FACE DEL MOUNT COOK
I Maori lo chiamavano Aoraki: “Bucanuvole”. Per noi, meno poeticamente, è il Mount Cook, dedicato al grande navigatore inglese del XVIII secolo. Alto 3754 metri, si trova al centro delle Southern Alps che, allungate da nord a sud, occupano buona parte della superficie della più meridionale delle due isole principali che formano la Nuova Zelanda. Imponente e complesso – presenta cinque versanti, sei pareti, sette creste principali e tre cime: High, Middle e Low – il Mount Cook non ha nulla da invidiare alle altre celebri montagne della terra e la sua Caroline Face – un pericoloso muro ghiacciato alto 2500 metri e rivolto a sud-est (attenzione: siamo nell'emisfero meridionale, per cui non si tratta di una parete al sole) – è stata scalata per la prima volta soltanto nel 1970 da Peter Clough e John Glasgow, autori di una via mai diventata di moda (per i pericoli oggettivi e l'impegno richiesto). Tre anni più tardi fu Bill Denz, il miracolato del Cerro Torre - lo tentò in solitaria, precipitò per 250 metri e se la cavò con una spalla slogata -, ad aprire senza compagni una linea a sinistra di quella di Clough e Glasgow. Ma facciamo un balzo nel tempo: l'ultima pagina della storia della Caroline Face è stata scritta nel novembre scorso, durante la primavera australe, dal ventenne Dave Manning che ha seguito l'esempio di Denz e ha affrontato la parete in solitaria, scegliendo però la rischiosa via del 1970. La scalata, riuscita al terzo tentativo, è stata una gran faticata di 19 ore fino alla Middle Peak (3717 m) dove Manning, che era partito a mezzanotte e al quale le condizioni della neve e del ghiaccio nella parte superiore della salita hanno creato non pochi problemi, si è fermato a bivaccare. Per quanto riguarda il futuro dell'alpinismo sul Mount Cook, paradiso degli alpinisti neozelandesi e pochissimo frequentato dagli altri, sono illuminanti le parole del “locale” Guy Cotter: «Le sfide che attendono le generazioni future possono essere individuate in alcune linee fra quelle già esistenti oppure nei concatenamenti di vie difficili e discese con gli sci di tutte le pareti principali. Quando il mondo si sarà stancato di prime ascensioni, record di velocità, di lunghezza e di difficoltà, il Mount Cook (speriamo ancora ignorato dal grande pubblico) continuerà a ricordarci che l'alpinismo classico sulla montagna più alta della Nuova Zelanda non teme confronti».

Dalla Caroline Face del Mount Cook: il sole sta per emergere dal mare di nubi che si estende fino all'orizzonte (arch. Dave Manning, www.mountainz.co.nz)
LE SEVEN SUMMITS IN 157 GIORNI: RECORD DI IAN McKEEVER
Impresa? Qualche dubbio è legittimo... Tuttavia la collezione-lampo dell'irlandese Ian McKeever, 37 anni (nella foto, www.wicklow.com), che in 157 giorni – dal 25 gennaio al 30 giugno 2007 – ha fatto sue le Seven Summits, merita almeno di essere segnalata. Il primo successo della singolare avventura risale, come appena detto, al 25 gennaio scorso, quando McKeever ha messo piede sulla vetta del Mount Vinson che, con i suoi 4897 metri, è il punto culminante dell'Antartide, scalato per la prima volta il 18 dicembre 1966 da Pete Schoening, John Evans, Barry Corbet e Bill Long, membri dell'American Antarctic Mountaineering Expedition (nei due giorni successivi giunsero in vetta anche tutti gli altri componenti della spedizione: prima Eiichi Fukushima, Charley Hollister e Brian Marts e poi Nick Clinch, Dick Wahlstrom e Sam Silverstein; aggiungiamo che la seconda salita del Mount Vinson risale al 22 dicembre 1979: autori della scalata furono i tedeschi Peter von Gizycki e Werner Buggisch e il sovietico Vladimir Samsonov). Ma andiamo avanti con la collezione di McKeever. L'11 febbraio l'irlandese ha fatto sua l'Aconcagua (6959 m), la montagna più alta del Sudamerica (prima salita: Mattia Zurbriggen in solitaria, 14 gennaio 1897), e il 3 marzo il Kilimangiaro (5895 m), gigante tra i giganti africani conquistato il 6 ottobre 1889 dal tedesco Hans Meyer con l'austriaco Ludwig Purtscheller. Il quarto “pezzo” di McKeever, precipitatosi dall'Africa all'Oceania, è invece arrivato il 16 marzo: si tratta della vetta della Carstensz Pyramid, che tocca quota 4884 ed è stata scalata per la prima volta nel 1962 da una spedizione guidata da Heinrich Harrer (la seconda ascensione, del 1971, fu invece messa a segno da Reinhold Messner per la cresta est). Il 16 maggio Ian McKeever ha coronato il sogno di calcare la sommità dell'Everest, tetto dell'Asia e del mondo (8848 m, la prima salita di Hillary e Tensing risale al 29 maggio 1953) e il 31 maggio l'ha avuta vinta con la montagna più alta d'Europa: l'Elbrus (5642 m, prima salita nel 1874 grazie a F. Crawford-Grove, F. Gardiner, Horace Walker e Peter Knubel). Gran finale della collezione il 30 giugno sul gigante dell'Alaska e del Nordamerica: il magnifico McKinley (6194 m, prima assoluta il 7 giugno 1913 da parte di Hudson Stuck, Harry Karstens e dei giovani Robert Tatum e Walter Harper). E chiudiamo ricordando che, prima del record di McKeever, il primato di velocità sulle Seven Summits apparteneva al canadese Daniel Griffith, riuscito a “balzare” da una montagna all'altra in 188 giorni.