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L'ALPINISTA CECO, A 28 ANNI DALLA PRIMA SALITA DEL GRAN DIEDRO SULLA NORD-OVEST DEL BADILE E A 17 DAL SUCCESSO SULLA NORD DELL'EVEREST CON L'INDIMENTICABILE BATTISTINO BONALI, LASCIA LA SUA FIRMA ANCHE SULLA OVEST DELL'ACONCAGUA
Leopold Sulovsky: 53 anni, ceco, non è mai finito direttamente sotto la luce dei riflettori. Eppure, da tre decenni, è uno dei fortissimi dell'alpinismo mondiale. Lo ricordiamo, il 21 agosto 1980, sulla selvaggia nord-ovest del Badile. Quella volta, con Jiri Benes, mise a segno la prima salita del Gran diedro (550 m, VI e A1), tra il Pilastro a Goccia e il settore principale della parete: una via assai avventurosa, ripetuta per la prima volta nel 1986 con alcune varianti dai valmadreresi Alberto Tegiacchi (scomparso sul Chaukhamba II nel 1993) e Domenico Chindamo e, da allora, ripresa non più di due o tre volte. Poco più di un anno dopo, il 19 settembre 1981, lo ritroviamo sulla vetta del Nanda Devi (7816 m) in compagnia di Josef Rakoncaj: ai loro piedi una via nuova sullo sperone della parete nord-est, un successo corale (il 16 settembre la cima era già stata raggiunta da Otokar Srovnal, Bohumil Kadlčík, Leoš Horka, Ludvík Paleček e Kamil Karafa) con difficoltà di V+ e A3 a quota 7500. Dieci anni più tardi, il 17 maggio 1991, Leopold è con Battistino Bonali sulla vetta dell'Everest: il ceco e il camuno, senza corde fisse e ossigeno supplementare, riescono a tracciare una variante diretta (con passaggi di V ad oltre 8300 metri) al Great (Norton) Couloir, dopo che Fausto De Stefani e Giuliano De Marchi (membri della stessa spedizione, guidata da Oreste Forno) erano rimasti bloccati per più giorni sotto il punto chiave dalla salita. Nel 1993 ecco un tentativo fino a 7600 metri sulla ovest del Makalu (8463 m) ancora con Oreste Forno e inoltre con Salvatore Panzeri, Dario Spreafico, Floriano Castelnuovo, Bruno Pennati, Riccardo Milani, Fabio Iacchini, Fabrizio Manoni, Graziano Bianchi, Antonio Prestini, Wolfgang Tomaseth e Slavko Svetičič (Sulovsky - con Panzeri, Spreafico, Manoni e Svetičič - riesce a raggiungere la vetta per la via normale) e quindi, nel 1996, tocca alla sud del Pumori (7145 m) per una linea nuova in stile alpino con Zdenek Michalec (l'itinerario presenta dei tratti in comune con vie aperte in precedenza). È infine del 2007 un tentativo sul K2. Ricordiamo poi che nel 1993, quando Battistino Bonali e Giandomenico Ducoli precipitarono dalla nord del Nevado Huascarán Norte (6655 m), probabilmente travolti da una scarica quando si trovavano a poche decine di metri dall'uscita della mitica Casarotto, Leopold non esitò a partire per il Perù, per cercare gli amici scomparsi, in compagnia di Oreste Forno, Andrea Sarchi, Rino Ferri, Guglielmo Guzza, Guido Cominelli, Guido Selvetti, Gino Baccanelli e Giovanni Ducoli.
Detto questo passiamo alla cronaca, ossia alla via aperta da Sulovsky e Josef Lukas, dal 28 al 30 gennaio 2008, sulla parete ovest dell'Aconcagua (6962 m): il tetto delle Americhe. Leopold e Josef, inizialmente, pensavano di tentare la celebre parete sud tuttavia, dopo aver valutato le condizioni, hanno preferito cimentarsi sulla ovest. La via nuova, comunque, non è stata una passeggiata: il freddo (-40 gradi!) e il vento fortissimo (che hanno causato ad entrambi gli alpinisti dei leggeri congelamenti), gli zaini pesanti (25-27 kg) e la pessima qualità della roccia (con numerosi blocchi instabili e continue scariche) hanno complicato parecchio la vita alla cordata. La via, risolta scalando quasi sempre di conserva, con un primo bivacco a quota 5300 e un secondo mille metri più in alto, si svolge inizialmente su neve e quindi, quando la parete diventa più ripida, su roccia con difficoltà di IV e V grado. Purtroppo non siamo in possesso di informazioni precise sulla sua “collocazione”, anche in rapporto agli altri itinerari esistenti sulla parete tra i quali segnaliamo la Ruta de la Tapia de Felipe (dal IV al VI e ghiaccio verticale) conclusa l'11 gennaio 1988 dagli argentini Daniel Alessio e Daniel Rodríguez e la Esteban Escaiola (è la diretta del versante: IV+ e ghiaccio verticale) aperta nel febbraio 1991 da Antonio Mir e Carlos Varela.

La parete ovest dell'Aconcagua (www.picasaweb.google.com)

Dopo il successo del 1991 sulla nord dell'Everest: Graziano Bianchi (a sinistra), Battistino Bonali, Leopold Sulovsky e Oreste Forno (foto tratta da O. FORNO, Battistino Bonali. Grazie montagna, Grafica Sovico, Biassono 1994, p. 99)
RIUSCITA A JASON KRUK E A WILL STANHOPE LA PRIMA SALITA INTEGRALE DELLA CRESTA OVEST DELLA CELEBRE AGUJA PATAGONICA
Da sud-est è proprio una favola, con quel magico spigolo salito nel 1986 dagli italiani Adriano Carnati, Alessio Bortoli e Massimo Colombo e con quella parete impressionante, risolta soltanto nel 1995 da una cordata internazionale (composta dagli svizzeri Andreas Maag e Michel Schwitter, dal brasiliano Alexandre Portela e dal giapponese Makoto Ishibe). Ma anche da ovest la patagonica Aguja Poincenot (3002 m), il principale dei “satelliti” del Fitz Roy (3445 m), è una montagna poderosa, con quella lunga cresta percorsa integralmente per la prima volta soltanto tre mesi fa, dal 22 al 24 gennaio 2008. Autori della scalata, che ha opposto difficoltà di VII+ e A1, Jason Kruk e Will Stanhope. I due amici, dopo aver salito un torrione già tentato da un team polacco, hanno continuato fino in vetta intersecando la tortuosa Southern Cross (Jonathan Copp e Dylan Taylor, 2002, 1100 m, VII+ e A1). La nuova via è stata battezzata Dnv Direct.
Dall'Aguja Poincenot, con un balzo a ovest scavalcando il ghiacciaio del Torre, ci spostiamo quindi sull'Aguja Bifida (2394 m) dove, nel dicembre scorso, gli 800 metri della parete est sono caduti in giornata sotto i colpi dell'americana Crystal Davis-Robbins (ormai una veterana della Patagonia) e del cileno Nico Gutierrez. Tuttavia, a parte una variante iniziale di 2 lunghezze a sinistra dell'originale e altre piccole differenze, la linea percorsa (con difficoltà di VII+ e A1) coincide con Cogan, firmata nel 1993 dagli austriaci Paul Bruckner e Georg Schörghofer (a sua volta coincidente, nella parte finale, con la via tracciata da Tommy Bonapace e Toni Ponholzer nel 1990). Da notare, comunque, che Crystal e Nico, a differenza di Paul e Georg, hanno continuato fino alla vetta meridionale dell'Aguja, completandone la prima ascensione lungo questa linea.
Valery Rozov, alla sua seconda trasferta patagonica, avrebbe voluto buttarsi dalla vetta del Cerro Torre con la tuta alare. Il “grido di pietra”, però, non ha acconsentito. Il mago russo del BASE Jump ha dovuto accontentarsi di un primo balzo, il 25 febbraio scorso, da un terrazzino appena sotto il gran traverso della Via del compressore e poi, qualche giorno dopo (di ritorno dalla vetta, raggiunta alle 13 del 5 marzo con i connazionali Alexander Ruchkin, Oleg Khvostenko, Denis Provalov e Alexander Lastochkin), del bis dallo stesso punto. Perché in cima il quintetto dell'est ha cercato a lungo un punto adatto al lancio ma, complice anche il tempo che stava cambiando, la ricerca non ha dato alcun risultato. Che farà Rozov? Ritenterà l'anno prossimo? Non lo sappiamo. Forse, anche considerando il suo magnifico balzo dalla Torre Centrale del Paine – era il 24 febbraio 2007 (www.intotherocks.splinder.com/post/11142363) – e viste le tante montagne del mondo adatte alla sua specialità, Valery metterà da parte la Patagonia e cercherà un nuovo trampolino da un'altra parte. Il nostro protagonista, finora, si è lanciato anche dal Great Sail Peak (Isola di Baffin, Canada) dopo averlo salito per la nuova via Rubikon (1300 m, 6B nella scala russa, A4 e 90°) con Alexander Odintsov e soci (2002), dal Nalumasortoq (Groenlandia, 2003), dall'Amin Brakk (Karakoram) dopo l'apertura in 22 giorni di una via di 1250 metri (2004) e dalla parete nord delle Grandes Jorasses (2006).
ALPINISMO DI RICERCA PER JIM DONINI E THOM ENGELBACH: TERZA SALITA NEL GRUPPO DELLE AVELLANO TOWERS
Patagonia uguale Cerro Torre e Fitz Roy? Nossignori: ci sono anche le Torri del Paine. E poi c'è il San Lorenzo, montagna davvero grandiosa (se volete conoscerla per bene vi consigliamo El macizo del San Lorenzo, di Silvia Metzeltin, pubblicato nel 2005 – in spagnolo – dalla Fondazione Giovanni Angelini). E ancora, a poca distanza da quest'ultimo gigante, 130 chilometri a sud della città di Coihaique (siamo in Cile), a nord-ovest del lago General Carrera, si trovano le Avellano Towers: un gruppo di belle torri granitiche dove, attualmente, esistono soltanto tre vie. L'ultima, la prima assoluta della cima più meridionale della famiglia, è stata firmata il 24 gennaio 2008 dagli americani, del Colorado, Jim Donini e Thom Engelbach, favoriti da condizioni meteorologiche insolitamente buone. I due alpinisti, intuita e studiata una possibilità di salita lungo la cresta sud-est della montagna, il 23 gennaio hanno nuovamente raggiunto il colle dove avevano lasciato parte del loro materiale e, passata la notte lassù, la mattina dopo hanno attaccato. È bastata quella giornata, limpidissima e senza un filo di vento, perché Jim e Thom raggiungessero la loro cima completando Avenali Avenue: una linea di 16 lunghezze di corda, completamente su roccia, con difficoltà di VII+ e A0 (protezioni non sempre ottimali). La prima salita nel gruppo delle Avellano Towers risale al 20 marzo 2004, quando gli americani Dave Anderson, Steve Herlighy e Jamie Selda, con il cileno Nacho Grez, riuscirono a toccare la cima più alta per una via complessa, battezzata Conquistador ridge (per il colle nord, la parete ovest in diagonale e la cresta sud, VI+ e 80°). Nove giorni più tardi, per chiudere in bellezza la spedizione (durata in tutto quasi un mese), Anderson e Selda tentarono gli 800 metri del pilastro nord-est ma, dopo essere saliti per 300 metri (VI+ e A2) lungo fessure intasate di ghiaccio, furono costretti alla fuga dall'ennesimo peggioramento del tempo. La via sul pilastro nord-est, la seconda del gruppo, è stata poi completata nel 2006 da Nacho Grez e Nacho Morales. Anderson, a suo tempo, non esitò a dichiarare che la zona delle Avellano Towers offre notevoli obiettivi alpinistici, di ogni genere e difficoltà e - anche se le precipitazioni rimangono sempre notevoli - non è soggetta ai forti venti che spazzano senza posa il resto della regione patagonica.

Le Avellano Towers con le vie: Conquistador ridge (2004, giallo), Grez-Morales (2006, fucsia) e Avenali Avenue (2008, verde). Foto di Dave Anderson (www.climbing.com)
Giacomo Rossetti ci ha lasciati.
www.vallesabbianews.it/PaeseDettaglio.asp?NumArt=4321

Cerro Torre, parete est, via Quinque anni ad Paradisum – Ermanno Salvaterra, Alessandro Beltrami e Giacomo Rossetti, novembre 2004
SOTTO LA LENTE: I 34 GIORNI DI SOLITUDINE DI DAVE TURNER SULLA EST DEL CERRO ESCUDO
Un lampo nel cielo dell'alpinismo: la notizia della solitaria di Dave Turner, ventiseienne di Sacramento (California), sulla est del Cerro Escudo (2440 m, Patagonia) ha lasciato tutti a bocca aperta. Perché nessuno, da quelle parti, era mai riuscito a rimanere 34 giorni in parete ad aprire in splendido stile una grandiosa via nuova, battezzata Taste the Paine: l'impresa di Turner – svoltasi dal 23 dicembre 2007 al 25 gennaio 2008 - si colloca nel solco di quelle di Renato Casarotto sul pilastro nord del Fitz Roy (1979) e di Steve “Shipoopi” Schneider sulla parete est della Torre Centrale del Paine (1999, per altre informazioni: www.intotherocks.splinder.com/post/11238172). «Mentre Dave era in parete – racconta Schneider, che ha salito El Capitan 90 volte... - ho passato parecchio tempo laggiù e ho parlato con lui via radio, la prima volta durante il quindicesimo giorno di scalata. Nessuno prima di me, urla escluse, si era ancora messo in contatto con Dave. “Non ci posso credere – mi ha detto – questa è l'avventura della mia vita, la via della mia vita”. Durante la scalata ho accompagnato mia madre in un tour patagonico di 12 giorni, ho esplorato un nuovo percorso nella zona del Paine e sono stato in Turchia 10 giorni per lavoro... Per tutti gli alpinisti che si aggiravano da quelle parti la salita di Dave è stata uno spettacolo eccezionale, una fonte di meraviglia».
La est del Cerro Escudo è un muro compattissimo e strapiombante: un gigante di granito alto circa 1200 metri. Nessuno, prima di Turner, era riuscito a raggiungere la vetta della montagna salendo da quella parte. Nel dicembre 1992 gli inglesi Jerry Gore e Andrew Perkins salirono lo spigolo nord, rinunciando alla cima a causa delle rocce sfasciate della cresta sommitale. Il settore destro della parete est fu quindi tentato tra il 1° e il 28 gennaio 1994 da una spedizione tedesca: i 10 alpinisti, guidati da Günther Manz, salirono per 850 metri (22 lunghezze di corda) giungendo forse ad una cinquantina di metri dalla via di Gore e Perkins. Pochi mesi dopo arrivarono ai piedi dell'Escudo gli americani Brad Jarrett, Christian Santelices e Chris Breemer: il terzetto sferrò l'attacco decisivo il 17 dicembre 1994 (dopo aver attrezzato la parte inferiore della parete) e il 4 gennaio 1995 toccò la cresta sommitale. The Dream (“Il sogno”, 1200 m, VI+ e A4+) era realtà: la parete est del Cerro Escudo era stata finalmente superata. Tuttavia, come Gore e Perkins, anche Jarrett e soci, «esausti dopo 19 giorni consecutivi di scalata» (The American Alpine Journal, 1995, p. 222), preferirono rinunciare alla vetta. All'inizio del 1997 la parete finì quindi nel mirino degli svizzeri Jean-Daniel Nicolet, Yann Smith, Pierre Robert e Régis Dubois: il tentativo, nell'estremo settore destro della muraglia tra la linea incompiuta dei tedeschi e lo spigolo nord, fu ripreso tra il 2 e il 24 dicembre del medesimo anno dallo stesso Nicolet e da Jean-Michel Zweiacker che, costretti a tornare indietro ad un passo dalla spalla (per uscire dalla parete mancavano loro poche decine di metri valutate attorno al V+: la parte ripida era ormai superata), hanno deciso di dare ugualmente un nome alla loro creazione (Et si le soleil ne revenait pas..., 900 m, VI+ e A4). E nelle scorse settimane è arrivato il turno di Dave che, forte di sei anni di durissimi cimenti su El Capitan (dove nel 2005, rispettivamente in 18 e 20 giorni, ha tracciato in solitaria sulla parete sud-est Block Party e Atlantis: per entrambe si parla di A4+...) e fresco di una via nuova sulla nord del Taulliraju (per saperne di più: www.intotherocks.splinder.com/post/14115264), ha realizzato il suo capolavoro nel bel mezzo dell'Escudo, raggiungendo un obiettivo a cui puntava da anni e che ha già lasciato il posto ad un altro, folle sogno: salire in inverno (ossia tra pochi mesi...), ancora una volta senza compagni, la parete meridionale della Torre Sud del Paine.
«Sono arrivato in Patagonia il 15 novembre – racconta Turner -, dopo aver trascinato da casa, a Sacramento, i miei cinque sacconi: un avventura! A Buenos Aires, in aeroporto, sono stato derubato. Fortunatamente sono riuscito a recuperare tutto il materiale: un bel peso, 70 mila dollari di roba! Dalla fine della strada alla parete ci sono 12 miglia: prima di cominciare ad arrampicare ho ripetuto quel tragitto 11 volte, per complessive 264 miglia. Per fortuna c'era l'iPod da 60 giga... Avevo due corde da 70 metri, più una statica per il recupero dei sacconi. Dopo aver piazzato le fisse lungo i primi 130 metri – placche non troppo difficili: IV e A3 – ho cominciato a portare il materiale in alto». Sfortunatamente, mentre era impegnato nel recupero di un saccone, Dave si è ritrovato sotto una pioggia di frammenti di ghiaccio e sassi: non ha potuto far altro che scendere di corsa, raggiungendo il campo e tornando poche ore dopo alla base della parete. Lì lo aspettava una sorpresa: «Una bella palla da basket di roccia, piombata dall'alto a tutta velocità, era finita proprio sul mio materiale. Parecchia roba era completamente distrutta e anche l'imbragatura era rovinata. Nessun problema per gli aggeggi da scalata – ne avevo di scorta – ma per l'imbragatura non potevo fare nulla». Dave, come detto, ha cominciato la sua odissea il 23 dicembre: sapeva che avrebbe trascorso il Natale, il Capodanno e... il compleanno aggrappato alla “sua” montagna. La prima notte sulla portaledge l'ha passata una lunghezza di corda sopra la larga cengia che attraversa la parte inferiore della parete: gli ancoraggi dell'amaca, come metà di tutti quelli di sosta, erano naturali. Spiega Dave: «Ho bucato il meno possibile e, quando l'ho fatto, ho usato due vecchi chiodi da un quarto di pollice per sosta, veloci da piantare e leggeri. Raccomando quindi ai secondi salitori (o al secondo salitore...) di portare con sé un mazzo di spit “veri” per sostituire i miei, lasciando inalterate le soste su ancoraggi naturali. Lungo i tiri, invece, ho bucato da nessuna a sei volte, esclusi due casi dove di buchi ne ho fatti 10 o 12. Non mi sembra male, considerando la lunghezza dei tiri – tra i 65 e i 70 metri – e l'inclinazione della parete». Insomma: Dave è davvero soddisfatto e non soltanto perché mai aveva affrontato una via tanto impegnativa. Taste the Paine è anche una linea bellissima, lungo strette fessure strapiombanti, senza fine, che incidono un granito eccellente in un posto da favola. Il tratto chiave della via si trova a circa 400 metri dalla base: «Dopo alcuni solidi chiodi – racconta il giovane fuoriclasse – si incontra una serie di 12-14 beaks che, se non è la più lunga della via, si trova però sopra un terrazzo. Molti di quegli aggeggi sono saltati mentre li provavo e tutti, tranne un paio, li ho levati con le mani...». Raggiunta una cengia larga 80 centimetri, Dave è stato sorpreso dal maltempo. Per due giorni e mezzo la tempesta non gli ha dato tregua e, incredibile ma vero, su quel minuscolo ripiano si sono depositati tre metri di neve! «Durante le prime tre settimane, lungo la prima metà della via, il tempo non è mai stato decente – spiega Turner -. Soltanto in seguito è migliorato, permettendomi di superare la parte superiore della parete, più difficile e strapiombante, in una quindicina di giorni. Ricordo che, risalendo lungo le corde, mi ritrovavo a 6-10 metri dalla roccia... A tre tiri dalla cresta sommitale, ancora inviolata, ho capito che l'odissea stava per finire. Tuttavia non sapevo che sarei passato da un granito da favola ad una cresta sfasciata...». Il trentatreesimo giorno, lasciata gran parte dell'attrezzatura in sosta, Dave ha salito l'ultimo tiro in artificiale, alle 11 si è avventurato lungo la rampa finale (due lunghezze) e ha raggiunto la cresta in corrispondenza di un intaglio. Una torre gli impediva di vedere il tratto che mancava alla vetta e quindi... avanti subito fino al punto più alto! Per la discesa la scelta è stata obbligata: dietrofront fino alla sosta col materiale e poi giù - 18 ore di doppie guastate dal vento - lungo la parete. Il commento finale di Dave? Semplice: «Il mio sogno era diventato realtà. Anzi, no: io l'avevo fatto diventare realtà!».

La vertiginosa parete est del Cerro Escudo (arch. Dave Turner, www.climbing.com)

Dave in parete (arch. Mike Rayner, www.climbing.com)

Turner nel 2005 durante l'apertura (in solitaria) di Block Party su El Capitan (www.supertopo.com)

Ancora un momento della salita di Block Party. Gli altri personaggi nella foto sono impegnati lungo Tempest e Sea of Dreams (www.supertopo.com)
RAÚL COROMINAS, CATALANO, HA REALIZZATO UN SOGNO: LA LUNGHISSIMA TRAVERSATA, AFFRONTANDO BEN 50 MONTAGNE, DELLA SPINA DORSALE DEL SUDAMERICA
Tutti gli Ottomila? Le Seven summits? I Quattromila delle Alpi? No: il giovane catalano Raúl Corominas, da non confondere con il più celebre Jordi, sognava le Ande. Tutte le Ande, però, da cima a fondo (anzi: dal fondo alla cima), salendo le montagne più alte di ogni paese e non solo. La lunghissima traversata, a piedi e in autobus, gli è riuscita nel corso dell'intero 2007 e nei primi giorni del 2008: in tutto, Raúl, ha affrontato 50 vette tra cui 7 Seimila e 21 Cinquemila, alcuni dei quali probabilmente inviolati. «È stato un ottimo viaggio – ha commentato il protagonista – riuscito grazie a molta umiltà e fortuna. L'avventura è cominciata nel gennaio 2007 a Ushuaia, all'estremità meridionale del continente. Dal Cile sono passato in Bolivia e quindi in Perù, rinunciando ai percorsi più frequentati per inoltrarmi nella Cordillera de Vilcanota». Dopo la salita del Nevado Huascarán Sur è stata la volta delle montagne dell'Ecuador. Ecco quindi la Colombia: «Un paese tranquillo, con gente tranquilla, dove però non sono riuscito a salire la montagna più alta, il Pico Cristóbal Colón (5775 m). Ho così optato per il Ritak' Uwa Blanco». Il viaggio è continuato in Venezuela, dove Corominas ha scalato il Pico Bolívar per la parete sud, e si è concluso poche settimane fa sulla vetta dell'Aconcagua che, con i suoi 6959 metri, è la montagna più alta dell'intero continente americano. Ma ecco la lista completa delle cime affrontate (con 48 successi) dal giovane catalano: 1. Cerro Princesa (2121 m, Argentina); 2. Cerro Catedral Norte (2349 m, Argentina); 3. Cerro Cinco Hermanos (1371 m, Argentina); 4. Monte Olivia (1408 m, Argentina); 5. Cerro Huemul (2711 m, Argentina); 6. Volcán Lanin (3776 m, Cile); 7. Cerro Punta Flecha (3900 m, Argentina); 8. Cerro Rojo (4000 m, Argentina); 9. Cerro Torre Amarilla (4315 m, Argentina); 10. Cerro Leñas (4352 m, Argentina); 11. Cerro Frankie (5050 m, Argentina); 12. Cerro San Bernardo (4350 m, Argentina); 13. Ojos del Salado (6893 m, Cile); 14. Sajama (6543 m, Bolivia); 15. Tarija (5240 m, Bolivia); 16. Pequeño Alpamayo (5370 m, Bolivia); 17. Huayna Potosí (6080m, Bolivia, salito 5 volte); 18. Janko Pinti (5878 m, Bolivia); 19. Punta Gavarresa (5500 m, Bolivia, probabile prima ascensione assoluta); 20. Punta Relat (5500 m, Bolivia, probabile prima ascensione assoluta); 21. Ninaparko (5900 m, Perù); 22. Peak 15 Voltes (5400 m, Perù, probabile prima ascensione assoluta); 23. Punta de les Cigales (5400 m, Perù, probabile prima ascensione assoluta); 24. Maria Huamantilla (5500 m, Perù); 25. Yanahaha Sud-est (5700 m, Perù); 26. Warak Punta (5800 m, Perù, probabile prima ascensione assoluta); 27. Huascarán Sur (6768 m, Perù); 28. Cashan (5701 m, Perù, tentativo fino a quota 5370); 29. Sacas (5703 m, Perù, tentativo per la cresta ovest fino a quota 5400); 30. Condoriri Ala Sur (5482 m, Bolivia); 31. Condoriri Central (5696 m, Bolivia); 32. Punta Elisa (5505 m, Bolivia); 33. Punta Solitaria (5952 m, Bolivia); 34. Puca Punta (5900 m, Bolivia); 35. Huacana (6200 m, Bolivia); 36. Chimborazo (6310 m, Ecuador); 37. Cotopaxi (5897 m, Ecuador); 38. Ritak' Uwa Blanco (5330 m, Colombia, salito 2 volte); 39. Punta Frailejón (4600 m, Venezuela); 40. Pan de Azucar (4550 m, Venezuela); 41. Piedras Blancas (4780 m, Venezuela); 42. Pan de Sal (4600 m, Venezuela); 43. Taas Kupin (4550 m, Venezuela); 44. Punta Arenas (4710 m, Venezuela); 45. Cima Castillo (4680 m, Venezuela); 46. Pico Gavilan (4610 m, Venezuela); 47. Torre Soldados (4540 m, Venezuela); 48. Pico Bolívar (4980 m, Venezuela); 49. Nevado Humboldt (4942m, Venezuela); 50. Aconcagua (6959 m, Argentina).
RIFLETTORI SU COLIN HALEY: PRIMA DELLA TRAVERSATA DEL TORRE, IL GIOVANE AMERICANO AVEVA GIÀ SALITO IL CERRO STANDHARDT PER LA VIA EXOCET, IL FITZ ROY PER LA SUPERCANALETA E L'AGUJA DESMOCHADA PER UNA VIA IN PARTE NUOVA
L'ultima impresa, da sola, vale dieci volte le altre messe insieme. Ma il giovane americano Colin Haley, prima di lasciarsi convincere e realizzare con Rolando Garibotti la grande traversata del Cerro Torre (21-24 gennaio 2008, www.intotherocks.splinder.com/post/15683789 e www.intotherocks.splinder.com/post/15714321), poteva già considerarsi soddisfatto. Perché? Semplice: nelle settimane precedenti, con il canadese Maxime Turgeon (per la sua estate in Karakoram vedi www.intotherocks.splinder.com/post/14731805), Colin aveva già salito il Cerro Standhardt (2730 m) per la via Exocet (Jim Bridwell, Greg Smith e Jay Smith, 1988, 800 m, VI+ e WI6, poi ripercorsa con Garibotti durante la traversata), il Fitz Roy (3445 m) per la Supercanaleta (Carlos Comesaña e José Luis Fonrouge, 1965, 1600 m, VI+ e 90°) e, in compagnia del tedesco Carsten von Birckhahn, l'Aguja Desmochada (2700 m) per una via in parte nuova di circa 400 metri lungo la cresta nord-est. La salita sul notevole ma poco frequentato satellite del Fitz Roy, che si innalza a sud-ovest del gigante oltre l'Aguja de la Silla (2938 m), è riuscita il 25 dicembre scorso. I due alpinisti si sono mossi soltanto a mezzogiorno e, sapendo che l'avvicinamento sarebbe stato piuttosto complicato (per un lungo sperone roccioso, canali di neve e una fessura di VII grado, senza dimenticare la corsa finale sotto un seracco), pensavano di bivaccare e concludere l'opera il giorno seguente. Tuttavia sono stati più veloci del previsto: in serata hanno attaccato l'ultima sezione della via (5 lunghezze di corda di VI e A0 più un tratto di sfasciumi), hanno raggiunto la vetta e, dopo una discesa al buio, alle 3.30 del mattino del 26 dicembre erano già di ritorno al campo. La prima via sull'Aguja Desmochada, lungo la parete sud-ovest, porta le firme dei già ricordati Jim Bridwell e Jay Smith, che la tracciarono nel 1988 con l'aiuto di Glenn Dunmire: battezzata El cóndor è lunga circa 600 metri e presenta difficoltà di VII+ e A2. «La nostra via – spiega Haley – è stata probabilmente seguita in discesa da Bridwell e compagni. Dovrebbe inoltre essere l'itinerario tecnicamente più semplice per raggiungere la vetta dell'Aguja Desmochada: una soluzione finora trascurata a causa dell'approccio lungo e impegnativo, difficilmente distinguibile dalla salita vera e propria. Per questo sono convinto che non si parlerà mai di via “normale”». Una volta a valle, però, Colin e Carsten hanno avuto una piccola sorpresa: la metà superiore della loro linea coincide in buona parte con Puerta Blanca, la via tracciata tra il 9 e il 10 febbraio 2007 da Alex Huber e Mario Walder che salirono “laboriosamente” dal versante opposto, ossia da ovest, fino alla cresta nord-est (raggiunta a circa 250 metri dalla vetta, www.intotherocks.splinder.com/post/11740327).
LORENZO FESTORAZZI A PROPOSITO DELL'ARTENSORAJU
Instancabile esploratore delle sue montagne, autore di numerose linee nuove sulle pareti più selvagge della Grigna Settentrionale, il “Ragno” lecchese Lorenzo Festorazzi ha al suo attivo anche alcune salite nelle Ande peruviane, tra cui una via diretta sulla sud-est dell'Artensoraju. Dalla foto di Lorenzo (pubblicata qui sotto) si nota chiaramente che la linea seguita l'anno scorso da Paolo Campostrini, Graziano Botturi e Andes Foliman Rojas su quella parete (ne abbiamo parlato il 19 febbraio) coincide in gran parte con quella percorsa da Festorazzi col trevigiano Giorgio Beraldo nel 2003, dalla quale si discosta soltanto nei pressi dell'attacco e, per un tratto, nella parte superiore.

La sud-est dell'Artensoraju: in rosso la linea salita da Lorenzo Festorazzi e Giorgio Beraldo nel 2003, in blu le varianti di Paolo Campostrini, Graziano Botturi e Andes Foliman Rojas

Sulla sud-est dell'Artensoraju: esplode la gioia dell'alpinista

Avanti tutta verso i seracchi della parte superiore della parete
Foto: arch. Lorenzo Festorazzi
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ELIO ORLANDI A PROPOSITO DELLA TORRE CENTRALE DEL PAINE
Tra quali “vecchie” vie passa la nuova creazione di Elio Orlandi, Rolando Larcher e Fabio Leoni sulla parete est della Torre Centrale del Paine? A guardare la foto (pubblicata il 15 febbraio) sembra tutto chiaro ma gli errori e le imprecisioni, in queste cose, sono sempre dietro l'angolo... Così abbiamo girato la domanda a Orlandi e questa è la sua risposta: «El gordo, el flaco y l'abuelito passa nel corridoio rimasto libero (anche perché molto difficile) tra Magico est a sinistra e Riders on the storm a destra, incrociando Magico est in corrispondenza del terzultimo tiro, al termine delle difficoltà, per poi continuare autonomamente fino in vetta lungo un canale a sinistra dell'uscita di Magico est».

La parete est della Torre Centrale del Paine con le vie: Magico est (in verde) di Orlandi, Salvaterra e Giarolli (1986, 1200 m, VII- e A3), El gordo, el flaco y l'abuelito (in rosso) di Orlandi, Larcher e Leoni (2007, 1250 m, 7a+ e A3+) e Riders on the storm (in blu) di Güllich, Albert, Arnold, Bätz e Dittrich (1991, 1300 m, 7c e A3)
Foto: arch. Elio Orlandi
VIE NUOVE SUL CHINCHEY CENTRALE E SULL'ARTENSORAJU. RIPETUTA LA DIFFICILE BOUCHARD SUL CHACRARAJU OESTE
Via dalla Patagonia (ci torneremo presto...) per fare un giro tra le cime della Cordillera Blanca (Ande peruviane). Dove nel 2007, oltre alle vie dei catalani Jordi Corominas e Oriol Baró (Turbera, 1200 m, TD+, sulla nord-est del Nevado Huascarán Sur e Mostro africano, 800 m, ED, sulla sud del Nevado Copa: http://intotherocks.splinder.com/post/12999604), sono state aperte linee nuove anche sul poco frequentato Nevado Chinchey Centrale (6222 m, prima salita: W. Brecht e H. Schweitzer, 1939) e sul Nevado Artensoraju (6025 m, prima salita: C. Hartman. E. Reiss, R. Schatz e S. Steiger, 1965). Sul Chinchey Centrale, durante il mese di maggio, si sono cimentati i peruviani Elías Flores, Michel Araya, Miguel Martínez e Quique Apolinario, autori di una bella Direttissima (750 m, D) sulla parete nord-est. Piazzato il campo base sulla morena a quota 4950, il 24 maggio i quattro amici si sono spinti fino a 5200 metri e da lì, dopo una pausa forzata per il maltempo, alle 2 del 26 maggio sono partiti per la vetta, l'hanno raggiunta alle 13.30 e, percorsa a ritroso la via appena tracciata, alle 21 erano di nuovo nella loro tenda. Porta invece le firme degli italiani Paolo Campostrini e Graziano Botturi, saliti con il peruviano Andes Foliman Rojas, l'ultimo itinerario risolto sull'Artensoraju, nel cuore della parete sud-est: uno scivolo di ghiaccio e neve di circa 1000 metri dove, dopo una decina di lunghezze dirette, Campostrini e compagni hanno dovuto superare un muro strapiombante e una fascia di seracchi (ormai nei pressi della vetta). Dall'Artensoraju al mitico Chacraraju Oeste (6112 m, prima salita: Lionel Terray e compagni, 1956) finito nel mirino dei cileni Felipe Gonzáles, Juan Enriquez e Armando Monaga. Il terzetto, in 50 ore tra salita e discesa, è riuscito a ripetere la difficile via diretta della parete sud, tracciata dall'8 al 10 luglio 1977 dall'americano John Bouchard e dalla francese Marie-Odile Meunier (che pochi giorni prima avevano messo a segno la prima ripetizione della cresta sud-est del Pisco Oeste). La Bouchard, lunga 800 metri (ED, ghiaccio fino a 95°), punta direttamente al punto più alto, mancato per pochi metri da Gonzáles e soci a causa di un pericoloso fungo sommitale.

La parete nord-est del Chinchey Centrale con la via dei peruviani Flores, Araya, Martínez e Apolinario (foto: www.nuestramontana.com)

Il Nevado Artensoraju: nel mezzo della parete sud-est sale la nuova via di Campostrini e compagni (foto: www.zero8mila.it)

Il Chacraraju Oeste (a sinistra) e il Chacraraju Este da sud: in rosso la diretta tracciata da John Bouchard e Marie-Odile Meunier nel 1977 e ripetuta l'anno scorso dai cileni Gonzáles, Enriquez e Monaga (foto: H. Adams Carter, The American Alpine Journal, 1983, p. 193)