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A CURA DI CARLO CACCIA >> REDAZIONE redazione@intraisass.it >> LECCO-VICENZA ITALY
RIUSCITA IN BELLO STILE AGLI SLOVENI BORIS LORENČIČ E URBAN AŽMAN, TRA L'11 E IL 13 GENNAIO 2009, LA SECONDA RIPETIZIONE DI TEHUELCHE (1300 m, 6b+ E A2). L'AVVENTURA IN PRESA DIRETTA NELLE IMMAGINI E NEL RACCONTO DI LORENČIČ
Patagonia, gennaio 2006: gli sloveni Boris Lorenčič e Urban Ažman, nonostante le pessime condizioni meteorologiche, riescono a mettere a segno la quarta salita della lunghissima Via slovacca (Orolin, Gálfy e Petrik, 1983, 2600 m, VI e A1) sulla parete ovest del Fitz Roy (3445 m). Tornati a valle i due amici hanno già una nuova idea: mettere le mani sulla più ripida (ma anche più soleggiata) parete nord della stessa montagna e per la precisione sulla «formidable Tehuelche route» (in rosso nella foto a lato, di Rolando Garibotti, tratta dal n. 5, p. 23, di Alpinist), con il suo fantastico diedro. Il sogno, cullato per tre anni, si è realizzato tra l'11 e il 13 gennaio 2009 quando, passando 44 ore in parete (39 quelle di arrampicata effettiva), Lorenčič e Ažman sono giunti nuovamente in vetta al Fitz Roy mettendo in bacheca la seconda ripetizione di Tehuelche: la via di 1300 metri, con difficoltà di 6b+ e A2, conclusa il 17 gennaio 1986 da Marco Sterni, Mauro Petronio, Carlo Barbolini, Massimo Boni, Angelo Pozzi e Mauro Rontini. Attenzione, però: a causa del maltempo, raggiunta a circa 100 metri dalla vetta la via Afanassieff (Jean Afanassieff & C., 1979, 2300 m, V+ e A2), la squadra italiana a suo tempo ha fatto dietrofront, lasciando ai ripetitori l'onore di completare la salita fino al vertice del Chaltén. La “sfida” è stata così raccolta dall'argentino Rolando Garibotti e dall'americano Doug Byerly che, tra l'8 e il 9 dicembre 1996, in 34 ore, hanno messo a segno la prima ripetizione (fino in cima) della via, liberandola dai resti delle corde fisse usate durante la prima ascensione. Detto questo torniamo agli amici sloveni: prima per dire che pochi giorni dopo il Fitz Roy, il 31 gennaio, hanno salito in 4 ore anche l'Aguja Guillaumet (2579 m) per la classica Comesaña-Fonrouge (1965, 600 m, V+ e A1) lungo la cresta nord-ovest, e poi per annunciare il racconto “in presa diretta” del fuoriclasse silenzioso Boris Lorenčič.
THE FORMIDABLE TEHUELCHE ROUTE
di Boris Lorenčič
10 gennaio 2009: le previsioni meteo annunciano due giorni di bel tempo. Decidiamo così di raccogliere tutto il materiale e di lasciare le comodità del Chaltén – la Chamonix argentina – per il Paso del Cuadrado, dove stabiliamo il nostro campo. 11 gennaio: alle 7 del mattino la scalata comincia. La fessure ghiacciate, di tanto in tanto nascoste dalla neve, ci impongono una progressione lenta e soltanto dopo otto ore raggiungiamo il Gran Hotel: la grande cengia a circa un terzo di parete dove ci fermiamo a riposare per circa un'ora. Sopra di noi incombe il temuto Diedro di Marco, con il tiro chiave della salita: una fessura offwidth che Urban affronta da capocordata, commentando il tutto con linguaggio colorito e proteggendosi con un Camalot numero 6. Dopo quel tiro, costatoci parecchia energia, le lunghezze seguenti (verglassate), ci sembrano più difficili di quanto non siano in realtà. Così alle 2 del mattino del 12 gennaio, dopo aver guadagnato 300 metri lungo il diedro (cinque lunghezze), ci fermiamo esausti ad aspettare l'alba. Alle 6, dopo quattro ore di scomodo dormiveglia (Urban è riuscito a sistemarsi su un ripiano, io non ho trovato di meglio che starmene seduto nell'imbragatura...), raduniamo le nostre riserve di forza e ci muoviamo, finalmente liberi dopo
quel doloroso riposo. Le fessure continuano ad essere intasate di ghiaccio, c'è verglass dappertutto (senza dimenticare che con il sole cominciano le scariche...) e più del 6a, in libera, non riusciamo a fare. L'artificiale rallenta l'andatura e, mentre saliamo, cominciamo a temere un possibile cambiamento del tempo: tuttavia il bello, per fortuna, regge. Dieci ore dopo l'arrampicata diventa più semplice ma la tregua dura poco: ecco gli ultimi cinque tiri, piuttosto impegnativi. Il ghiaccio nelle fessure rende quasi impossibile piazzare le protezioni ma la vicinanza del traguardo mi spinge a non mollare. Ad un certo punto, però, una scaglia cede e volo: dieci metri nel vuoto senza mollare la roccia traditrice. Il resto della via lo saliamo al buio. Dopo l'ultimo tiro, al posto di qualche decina di metri di quarto grado, ci troviamo di fronte ad una parete ghiacciata. Per fortuna, miracolosamente, ci imbattiamo in un “tunnel” che ci permette di raggiungere una sezione più facile (soltanto rispetto ai tiri precedenti: non così facile come avrebbe dovuto essere...) e alle 3 del mattino arriviamo in cima: ci prendiamo una breve pausa, scattiamo qualche foto e, mentre la neve comincia a cadere, cominciamo la discesa. Soltanto dopo otto ore di doppie siamo in basso, al sicuro, sul ghiacciaio».
Sopra: le fasi iniziali della seconda ripetizione di Tehuelche

Fitz Roy, parete nord: lungo il gran diedro di Tehuelche

Lungo il gran diedro, dove un provvidenziale camino-fessura permette di vincere lisce muraglie di granito

Al buio, in artificiale, alle prese con i tiri chiave di Tehuelche

12 gennaio 2009: sono quasi le 5 del mattino e il tormento del bivacco sta per finire

L'azione continua, in attesa del sole...

Roccia di qualità eccelsa sulla parete nord del Fitz Roy

Ghiaccio, roccia e cielo blu: il tempo, per fortuna, non ha complicato la vita a Lorenčič e Ažman

Ormai è fatta...

13 gennaio 2009, ore 3.00: sul Fitz Roy (a 35 anni giusti giusti dal successo dei Ragni sulla Ovest del Cerro Torre...) non c'è più niente da scalare
Foto: Boris Lorenčič e Urban Ažman
CORDILLERA REAL (BOLIVIA): SI CHIAMA SEMBRANDO (700 m, WI5) LA VIA APERTA NEI MESI SCORSI DA DAMIAN BENEGAS E COMPAGNI SULLA CRESTA NORD-OVEST DEL HUALLOMÉN (5463 m), NEI PRESSI DEL PIÙ CELEBRE CONDORIRI
In Bolivia, a est del lago Titicaca e della capitale La Paz, delimitata dall'Illampu (6362 m) a nord e dall'Illimani (6462 m) a sud, si estende per circa 160 chilometri da nord-ovest a sud-est la splendida Cordillera Real, che i locali chiamano anche Cordillera de La Paz e che, un tempo, era nota come “Himalaya del Nuovo Mondo”. Nel settore centrale della catena, una trentina di chilometri a nord di La Paz, si trova il celebre Nevado Condoriri la cui vetta principale, che tocca quota 5648 metri, è affiancata da due cime secondarie. La montagna, vista da sud-ovest, ha così l'aspetto di un enorme condor (foto sopra, www.madteam.net): la cima principale è la testa mentre le altre, che si trovano a sinistra (ovest) e a destra (est) della maggiore e sono tuttavia chiamate Ala Norte (nord, 5532 m) e Ala Sur (sud, 5482 m), sono appunto le ali. Il massiccio del Condoriri, la cui vetta più alta è stata raggiunta nel 1941 da Wilfried Kühm (scomparso pochi anni dopo tentando la cima nord dell'Illimani), comprende però altre sommità, molte delle quali vinte nel 1964 dai membri di una spedizione jugoslava. La squadra, composta da Aleksander Blazina, Alojz Golob, Martin Mihelic, Alojz Steblaj, Franc Savenc e Ivo Valic,
salì in prima assoluta il P. 5380, il P. 5395, il Pico Medio (5355 m), il Pico Eslovenia (5381 m), il P. 5300 (tutte queste cime si trovano a ovest del Condoriri), il Pico Jugoslavia (5505 m), il Pico Reya (5495 m) e il P. 5400 (a nord del Condoriri), l'Ala Sur (5482 m), il P. 5300, il P. 5280, il Dolgi Hrbet (5175 m) e il P. 5225. L'elenco continua con le cime raggiunte dall'altro campo, nel settore orientale del gruppo: il P. 5320 (Innominado), il P. 5250, il Diente (5200 m) e la Piramide Blanca (5230 m). Da non dimenticare, infine, la prima ascensione del Huallomén (o Wyoming, 5463 m) che si innalza poco a est dell'Ala Sur del Condoriri e dove, nei primi mesi del 2008 (scusate il ritardo...), l'argentino Damian Benegas con due compagni ha aperto Sembrando: una via di 700 metri (14 lunghezze), su neve e ghiaccio (WI5, 75°) con del facile misto, che si svolge lungo la cresta nord-ovest della montagna. Per Damian Benegas si tratta della sesta salita nel gruppo del Condoriri (la seconda sul Huallomén) che si aggiunge ad indiscussi capolavori, come The crystal snake (“Il serpente di cristallo”, 1500 m, VI, M4 e WI5) risolta in sei giorni nel maggio 2003 con il fratello Willie sulla parete nord del Nuptse (7861 m, Himalaya).
Qui sopra: il versante settentrionale del Huallomén dalla vetta del Pequeño Alpamayo. Sullo sfondo, il Condoriri (www.madteam.net)

Il settore centrale del gruppo del Condoriri (da sud) con la cima principale, l'Ala Norte (a sinistra) e l'Ala Sur (a destra) e l'imponente Huallomén (www.madteam.net)
CINQUE VIE NUOVE IN SIMULTANEA SUL NEVADO CAMPA, SUL NEVADO PUCAPUNTA OVEST E SUL NEVADO MARIPOSA PER LE ASPIRANTI GUIDE DI HUARAZ
Devono avere imparato dai russi, che ai tempi delle competizioni attaccavano in contemporanea una manciata di vie e in pochi giorni, inseguendo la vittoria, realizzavano quello che in condizioni normali poteva richiedere degli anni. Stiamo parlando delle aspiranti guide di Huaraz, in Perù, che nella poco frequentata Cordillera Vilcanota, nel settore meridionale del paese, a sud-est della città di Cuzco, il 4 ottobre 2009 si sono lanciate su tre montagne diverse nei pressi del Nevado Ausangate (che con i suoi 6384 metri è il re della catena) riuscendo a mettere a segno ben cinque “prime”.

Alberto Hung e Johan Zárate, dopo il doppio forfait dei compagni Alfredo e Jesús con conseguente perdita di tempo, si sono cimentati sul Nevado Campa (o Nevado María Huamantilla, 5500 m circa), salendone la parete sud-ovest e continuando in cresta fino alla vetta. La via, chiamata YAS Gael, presenta ghiaccio a 65°, passaggi su roccia fino al III e, complessivamente, è stata valutata D+ (foto sopra).

Sul Nevado Pucapunta Ovest (5500 m circa), Raúl Laveriano, Willy Alvarado, Beto Pinto, Claudio Llyulla, Steven Fuentes e Roger Lliuya, dopo aver atteso un miglioramento del tempo, alle 6.40 hanno attaccato la parete sud salendo prima per 120 metri su neve dura, poi per 240 metri su ghiaccio e quindi, raggiunta la cresta sommitale, hanno proseguito fino alla vetta. La via, battezzata Magno Camones, in sigle suona così: 360 m, 65°, TD. Aggiungiamo che la discesa, che nel primo tratto si è svolta lungo la cresta est fino alla sella tra i due Pucapunta, ha richiesto alcune calate in doppia (foto sopra).

Ed eccoci infine al Nevado Mariposa (o Nevado Santa Catalina, 5818 m) dove Melesio Escolástico e Marco Luylla hanno tracciato EL JHG (350 m, 80° e III, TD, in rosso nella foto sopra), a Darío Alva e Flavio Mandura è riuscita Almita (350 m, 80° e V, TD, in blu nella foto) e Miguel Gamarra e Willy Huamán hanno firmato Denia (350 m, 60° e V, TD, in verde).
Foto: www.camycam.org
Poco più di un anno fa parlavamo delle avventure delle cordate di Paolo Campostrini e di Lorenzo Festorazzi sulla Sud-est dell'Artensoraju (www.intotherocks.splinder.com/post/16007261 e www.intotherocks.splinder.com/post/16036008). Ebbene: quello scivolo immacolato di quasi 1000 metri (foto a lato, è la parete a destra, illuminata dal sole), teatro di splendide salite e di vertiginose discese, non è più tale. Verso la fine del 2008, infatti, un'enorme “placca” nevosa si è staccata dalla montagna, lasciando scoperta una fascia di rocce alta circa 200 metri (foto sotto, di Beto Pinto, www.montanismo.org). Di conseguenza, oggi, le difficoltà della parete si presentano radicalmente modificate. Ricordiamo che l'Artensoraju (6025 m), tra le più belle cime della Cordillera Blanca (Perù), è stato salito per la prima volta nel 1965 da C. Hartman, E. Reiss, R. Schatz e S. Steiger ed è una delle montagne più celebri del pianeta che moltissimi, senza saperlo, hanno visto. Perché, pur ripreso da un lato diverso rispetto a quello “classico” (meridionale), il Nevado Artensoraju è il superbo protagonista, coronato di stelle, del logo della Paramount Pictures.

Sopra: così si presenta oggi, dal Nevado Pisco, la parete sud-est dell'Artensoraju. Sotto: il versante settentrionale della montagna, che compare nel celebre logo della Paramount Pictures


COLLEZIONE DI RIPETIZIONI E GRANDE VIA NUOVA SUL SERACCO DELL'AGUJA POINCENOT PER IL NORVEGESE BJØRN-EIVIND ÅRTUN
Todo o nada: è la Patagonia. Per Bjørn-Eivind Årtun, comunque, vale la prima. Il perché è presto detto: il norvegese, che abbiamo già incontrato in cima al Cerro Torre (3102 m, tredicesima salita della Via dei Ragni sulla parete ovest, www.intotherocks.splinder.com/post/19340705), nelle settimane precedenti quella scalata (che risale, lo ricordiamo, al 9 dicembre 2008) ne aveva già combinate di tutti i colori, compresa una via nuova da favola sul gran seracco del versante orientale (quello “bello e famoso”) del principale “satellite” del Fitz Roy (3445 m): la poderosa Aguja Poincenot (3002 m). Partiamo proprio da qui, allora, rimandando per alcune brevi note storiche al post del 13 marzo 2007 (www.intotherocks.splinder.com/post/11333034) e dicendo subito che la creazione di Årtun, in cordata con il connazionale Marius Olsen, risale al 25 novembre 2008 e si chiama Hvit Linje. Uno sguardo alla parete, con quel muro di ghiaccio per niente rassicurante (anche se Årtun ha dichiarato che non è poi così terribile...), basta per rendersi conto della portata dell'impresa. Tuttavia, per chi ama i numeri, ecco la filastrocca che sintetizza la scalata: 600 m, 85-90° (WI6). Aggiungiamo, riprendendo dalle dichiarazioni dei protagonisti, che si tratta di una via dall'eccellente estetica, consigliabile quando il tempo è mediocre perché riparata dal vento. In precedenza Årtun e Olsen avevano messo in bacheca il Cerro Standhardt (2730 m) per l'ormai classica Exocet (Jim Bridwell, Greg Smith e Jay Smith, 29 gennaio 1988, 800 m, VI+ e WI6) e il piccolo Mocho (1953 m) per la Benitiers (Michel Piola e Daniel Anker, 4 gennaio 1989, 500 m, 6b e A1). Dopo il successo sull'Aguja Poincenot, in seguito alla partenza di Olsen, Årtun si è trovato due nuovi compagni: l'americano Cullen Kirk, con cui ha salito a tempo di record il Cerro Torre per la parete ovest (con indimenticabile bivacco in cima), e l'argentino Ramiro Greco. Con quest'ultimo ha prima fatto suo il Fitz Roy per la Supercanaleta (Carlos Comesaña e José Luis Fonrouge, 14-16 gennaio 1965, 1600 m, VI+ e 90°) e poi l'Aguja Mermoz (2732 m) per la tecnicamente impegnativa Vela y viento (650 m, 7b+), tracciata nel gennaio 1999 da Kurt Albert e Bernd Arnold, con circa 120 spit piazzati col trapano, sul pilastro centrale della parete est.
Sopra: Bjørn-Eivind Årtun, il 9 dicembre scorso, sulla vetta del Cerro Torre. Alle sue spalle si notano il Fitz Roy e l'Aguja Poincenot (www.norsk-klatring.no)

I versanti orientali dell'Aguja Poincenot (con il gran seracco salito da Årtun e Olsen, che l'hanno raggiunto sfruttando una colata di ghiaccio sulla verticale parete sottostante) e del Fitz Roy
FITZ ROY: COLIN HALEY, NONOSTANTE LE PESSIME CONDIZIONI, FA SUA SENZA COMPAGNI LA SUPERCANALETA
Colin Haley, il 7 gennaio 2009, ha lasciato il segno sul Fitz Roy. Alla sua quinta trasferta patagonica, dopo il colpacci del 2007 (www.intotherocks.splinder.com/post/10743875) e del 2008 (www.intotherocks.splinder.com/post/15683789) sul Cerro Torre, il giovane talento americano si è scatenato sull'altro simbolo della Patagonia e l'ha salito due volte nel giro di poche settimane. All'inizio dello scorso mese di dicembre, in compagnia di Rolando Garibotti (e seguito a ruota dagli argentini Jorge Ackermann e Tomás Aguilo, felici per aver messo in bacheca la Via dei Ragni sulla Ovest del Cerro Torre), Haley ha raggiunto quota 3445 seguendo le tracce di Freddie Wilkinson e Dana Drummond: gli autori, tra il 5 e il 7 febbraio 2008, di The Care Bear Traverse ossia della prima cavalcata dall'Aguja Guillaumet al Fitz Roy passando per l'Aguja Mermoz. Haley e compagni, che sul pilastro nord del Fitz Roy alla classica Casarotto hanno preferito la splendida Mate, porro, y todo lo demás (Garibotti e Bean Bowers, 15 gennaio 2008: www.intotherocks.splinder.com/post/15814688), sono quindi scesi dalla parte opposta per la Franco-Argentina. Ma ecco l'ultima notizia. Due giorni fa, come annunciato all'inizio, Colin ha fatto suo il Fitz Roy per la Supercanaleta. Questa volta però, rispetto alla stagione scorsa, il nostro protagonista ha voluto fare di più. Cosa vogliamo dire? Semplice: Haley, che il 17 dicembre 2007 aveva già superato il capolavoro di Carlos Comesaña e José Luis Fonrouge (del 1965) in compagnia del canadese Maxime Turgeon (www.intotherocks.splinder.com/post/16225716), il 7 gennaio 2009 ha voluto giocare – e vincere – la partita da solo. Partito da Niponinos (valle del Torre) alle 3 del mattino, Colin ha risalito l'Hombre Sentado e, sceso all'attacco, ha superato la crepaccia terminale alle 6. Le condizioni erano pessime, con tantissimo ghiaccio, e la parte superiore della via ha richiesto non poca arrampicata artificiale. Così Haley, secondo solitario lungo la Supercanaleta dopo un rapidissimo Dean Potter (che nel 2002 liquidò la questione in sei ore e mezza!), è arrivato in vetta soltanto alle 20. Ma chi sono gli altri “senza compagni” del Fitz Roy? La lista, compilata da Rolando Garibotti, in verità non è molto lunga e, dopo Renato Casarotto con la sua impresa del 1979, vede l'austriaco Thomas Bubendorfer (1986, Via dei Californiani), il cecoslovacco Miroslaw Smid (1990, Via dei Californiani), il giapponese Yasushi Yamanoi (1990, Via dei Californiani in inverno), il suo connazionale Miyazaki Motohiko (1994, Franco-Argentina), l'italiano Christoph Hainz (1994, Franco-Argentina in 9 ore dal campo base alla vetta), il già ricordato americano Dean Potter (2002, due volte: Supercanaleta e Via dei Californiani) e quindi, ottavo nome ma nona solitaria, Colin Haley. Garibotti ricorda anche che il francese Yves Astier dichiarò di aver salito, nel 1985, la Via dei Californiani, tuttavia ci sono buone ragioni per non credere alla sua versione dei fatti.
Nella foto: il versante nord-occidentale del Fitz Roy con la Supercanaleta (arch. Rolando Garibotti)
NON 16 MA ADDIRITTURA 21 GLI ALPINISTI IN VETTA PER LA VIA DEI RAGNI DAL 1° AL 9 DICEMBRE 2008. DA SEGNALARE LA PRIMA SOLITARIA, FIRMATA DA WALTER HUNGERBÜHLER, E LA PRIMA FEMMINILE, RIUSCITA A DÖRTE PIETRON
Assalto alla parete ovest del Cerro Torre: la notizia l'abbiamo data venerdì (www.intotherocks.splinder.com/post/19308608). Ma l'arrembaggio, in verità, è stato ancora più numeroso di quanto vi raccontavamo. Perché in nove giorni, dal 1° al 9 dicembre 2008, la Via dei Ragni è stata ripercorsa fino al punto più alto da ben 21 (e non “soltanto” 16) alpinisti: le informazioni, ancora una volta, arrivano da Rolando Garibotti, che durante l'ultimo fine settimana ha fatto il punto della situazione. Ecco quindi, direttamente da lui, la lista completa dei salitori del “grido di pietra” per la sua ghiacciata parete ovest.
SALITE 1974-2007
1ª. Casimiro Ferrari, Mario Conti, Daniele Chiappa e Pino Negri (Italia), in vetta il 13 gennaio 1974;
2ª. John Bragg, Dave Carman e Jay Wilson (Usa), 15 gennaio 1977 (in stile alpino);
3ª. Michael Bearzi ed Eric Winkleman (Usa), 10 febbraio 1986 (in libera);
4ª. Simon Elias e Josu Merino (Spagna), 18 febbraio 1997;
5ª. Ramiro Calvo, Gabriel e Luciano Fiorenza, Max O'Dell, Walter Rossini (Argentina) e Bruno Sourzac (Francia), dicembre 2005;
6ª. Kelly Cordes e Colin Haley (Usa), 6 gennaio 2007 (la cordata ha raggiunto il Colle della Speranza per la parete sud, salendo À la recherche du temps perdu aperta da François Marsigny e Andy Parkin nel 1994, www.intotherocks.splinder.com/post/10743875);
SALITE 2008
7ª. Jorge Ackermann, Tomás Aguilo, Charly Cabezas, Rolando Garibotti, Matías Villavicencio (Argentina) e Dörte Pietron (Germania), 1° dicembre 2008 (prima femminile della via per la Pietron, quinta donna in vetta al Cerro Torre dopo l'italiana Rosanna Manfrini e le slovene Ines Božič, Monika Kambic e Tanja Grmovšek);
8ª. Ole Lied e Trym Atle Sæland (Norvegia), 2 dicembre 2008 (la cordata, in verità, ha salito la cresta sud-est usando alcuni degli spit di Maestri e ha attraversato la parete sud, nella sua parte alta, per raggiungere la parete ovest);
9ª. Matteo Bernasconi e Fabio Salini (Italia), 2 dicembre 2008;
10ª. Julien Dusserre, Pierre Labbre, Baptiste Rostaing-Puissant e Jérôme Para (Francia), 9 dicembre 2008;
11ª. Walter Hungerbühler (Svizzera), 9 dicembre 2008 (prima solitaria della via e quinta solitaria assoluta del Cerro Torre dopo quelle, tutte per la Via del compressore, dello svizzero Marco Pedrini, del neozelandese Athol Whimp e degli americani Dean Potter e Aaron Martin);
12ª. Nico Benedetti, Flavio “Manzana” Renzacci, Fernando “Capi” Irrazabal e Jimmy Heredia (Argentina), 9 dicembre 2008;
13ª. Cullen Kirk (Usa) e Bjørn-Eivind Årtun (Norvegia), 9 dicembre 2008 (in 13 ore dal Niponinos Camp per il Colle Standhardt).
NOTA. Sono giunti a una dozzina di metri dal punto più alto, ai piedi dell'estremo fungo sommitale: Dan Cauthorn e Jon Krakauer (Usa), il 15 gennaio 1992; David Autheman, Fred Valet e Patrick Pessi (Francia), il 4 dicembre 1994; Greg Crouch (Usa), David Fasel, Stephan Siegrist e Thomas Ulrich (Svizzera), il 14 luglio 1999 (inverno australe). Diverse risultano infine le cordate costrette a ritirarsi più in basso, all'inizio del tiro chiave a poco più di 50 metri dalla vetta.
ASSALTO ALLA VIA DEI RAGNI: SEDICI ALPINISTI IN VETTA PER LA PARETE OVEST NELLE ULTIME DUE SETTIMANE
Una svolta o soltanto una parentesi? Per Rolando Garibotti, deciso e chiaro come sempre, non ci sono dubbi: «Gli alpinisti, per fortuna, hanno capito che la Via del compressore non vale niente. La Via dei Ragni, finalmente, è diventata la “normale” del Cerro Torre. Si tratta di un cambiamento straordinario: un grande passo avanti per l'alpinismo. È come se sull'Everest, da un giorno all'altro, tutti smettessero di salire con l'ossigeno supplementare e con l'aiuto degli sherpa». Garibotti, a cui avevamo chiesto una mano per compilare la lista delle ripetizioni della via aperta da Casimiro Ferrari e C. nel 1974 sulla parete ovest del “Grido di pietra”, ci ha scritto che «nelle ultime due settimane sedici alpinisti hanno ripetuto la Via dei Ragni: otto argentini, tre norvegesi, un nordamericano, due italiani (Fabio Salini e Matteo Bernasconi, giunti in vetta il 2 dicembre: la loro è stata la prima ripetizione italiana della via, ndr), una ragazza tedesca (prima femminile, ndr) e il sottoscritto, con due passaporti di paesi a cui non sente di appartenere. L'elenco delle ascensioni poteva essere interessante fino a qualche giorno fa: adesso, mettersi a ricordare, mi sembra una battaglia persa in partenza». Noi comunque, per curiosità, abbiamo accuratamente passato in rassegna l'American Alpine Journal, scoprendo questi bei nomi: 1ª. Casimiro Ferrari, Mario Conti, Daniele Chiappa e Pino Negri (in vetta il 13 gennaio 1974); 2ª. John Bragg, Jay Wilson e Dave Carman (15 gennaio 1977); 3ª. Michael Bearzi ed Eric Winkleman (10 febbraio 1986); 4ª. Simon Elias e Josu Merino (18 febbraio 1997); 5ª. Bruno Sourzac, Ramiro Calvo, Walter Rossini, Max O'Dell, Gabriel e Luciano Fiorenza (dicembre 2005). Totale: diciassette alpinisti, in trent'anni abbondanti, giunti fino al punto in cui non c'era proprio più niente da scalare. Poco sotto - qualche metro appena, certo, ma qualche volta è giusto essere pignoli... – sono invece arrivati anche Dan Cauthorn e Jon Krakauer (15 gennaio 1992), poi David Autheman, Fred Valet e Patrick Pessi (4 dicembre 1994, prima traversata della montagna da ovest a est, con discesa lungo la Direttissima dell'Inferno, imboccata per errore al posto della Via del compressore) e infine Thomas Ulrich, David Fasel, Stephan Siegrist e Greg Crouch (14 luglio 1999, l'ascensione, nonostante la pecca finale, è generalmente riconosciuta come la prima invernale della Via dei Ragni).
Sopra: il versante occidentale del Cerro Torre con, alla sua sinistra, il Cerro Standhardt, la Punta Herron e la Torre Egger (foto di Roberto Mantovani)
ANDE PERUVIANE: NUOVA VIA SUL CHOPICALQUI (6354 m) PER GLI SLOVENI VLADIMIR MAKAROVIČ, MATIČ OBID, PAVEL FERJANČIČ E MITJA GLESCIC
Il signore dei giganti peruviani, l'indimenticabile sloveno Pavle Kozjek (www.intotherocks.splinder.com/post/18236799), guardando il Chopicalqui (6354 m, Cordillera Blanca, Perù) era rimasto colpito dalla sua parete nord-ovest e l'aveva salita da solo, il 20 luglio 1998, aprendo Mirton Novice Extreme: una linea di 800 metri con difficoltà di V+ su roccia e ghiaccio a 80°. Dieci anni dopo, nel giugno 2008, quattro suoi connazionali – Vladimir Makarovič, Matič Obid, Pavel Ferjančič e Mitja Glescic – hanno osservato la stessa montagna ed è stata la parete est a farli sognare. Avanti, allora, ad aprire nello stile di Kozjek – in a single push – una via nuova di 600 metri: una corsa di 10 ore, fino a quota 6000 (sulla cresta) che nei primi due terzi ha visto il quartetto impegnato su neve e roccia (60-70°) mentre più in alto, se la roccia è rimasta come ingrediente di un ottimo misto (M5), la polvere bianca ha ceduto il posto al ghiaccio. L'ultimo atto dell'avventura è stata la discesa, su abalakov, per la via appena percorsa.
PRIMA ASSOLUTA DELLA PARETE EST DEL CERRO CASTILLO PER CARLOS BUHLER E JOAN SOLÉ, CHE HANNO FIRMATO UNA VIA DI 700 METRI CON DIFFICOLTÀ DI M5, VI E GHIACCIO A 85°
L'abbiamo già detto e ripetuto: la Patagonia non si esaurisce nel Fitz Roy, nel Cerro Torre e nelle loro cime sorelle. Laggiù ci sono anche altre montagne che contano appena una manciata di salite e che attendono ancora un'esplorazione sistematica. Tra queste il Cerro Castillo (2675 m, da non confondersi con l'omonima cima del gruppo del Paine), che si innalza in Cile (Aisén) nell'omonima riserva a nord del lago Buenos Aires (General Carrera), poco a sud della città di Coyhaique, lungo la Carretera Austral. Salito per la prima volta il 4 febbraio 1976 per la parete ovest (800 m, 55°) dal britannico Nick Groves (membro di una squadra mista britannica-neozelandese riuscita a firmare anche altri successi nella zona), il Cerro Castillo è stato quindi scalato il 5 dicembre 1982, per il canale centrale della parete sud-est (650 m, 55° con punte fino a 70-80° e un tratto su roccia di V+), dagli jugoslavi Tone Golnar e Ljubo Hansel con il neozelandese David Waugh e il coreano Chil Kyou Son. Il 26 gennaio 1987 è stato poi tentato (per il canale della parete ovest, la via dei primi salitori) da Gino Buscaini e Silvia Metzeltin, fermati da una tormenta di neve a poca distanza dalla vetta. Da segnalare, prima di passare alla cronaca, la prima ripetizione della via della parete sud-est, realizzata il 16 febbraio 2003 dallo spagnolo Eduardo Mondragón con i cileni Pablo Crovetto e Rodrigo Fica.
L'ultimo capitolo della storia alpinistica del Cerro Castillo porta le firme dello spagnolo Joan Solé e del fuoriclasse americano Carlos Buhler che, tra il 7 e l'8 ottobre 2008, hanno messo a segno la prima salita assoluta della parete est della montagna, forzandola per il suo evidente canale centrale e tracciando così un'impegnativa linea di 700 metri su ghiaccio (85°), misto (M5) e roccia (VI), valutata complessivamente ED- e che lasciamo raccontare ad uno dei suoi autori.
«Quando siamo giunti nei pressi della nostra montagna – racconta Joan Solé – il vento soffiava a 120 chilometri l'ora, sollevando una gran quantità di polvere e cenere dal vulcano Hudson. Dopo un paio di giorni, però, la situazione è migliorata e il 6 ottobre, con l'aiuto di un campesino e dei suoi tre cavalli, abbiamo piazzato il nostro campo a 1000 metri di quota. Il giorno seguente, alle 4.30, abbiamo lasciato il campo con cibo per quattro giorni. Abbiamo attraversato il ghiacciaio ai piedi della parete sud-est, risalito il crinale che lo separa da quello ai piedi della parete est e, dopo una doppia di 25 metri, abbiamo raggiunto l'attacco della nostra via. Ci siamo legati e alle 11 abbiamo cominciato l'arrampicata, progredendo su terreno misto e facendo molta attenzione alle scariche di sassi, neve e ghiaccio. Alle 18, individuato un ripiano adatto al bivacco, ci siamo fermati. L'8 ottobre l'avventura è ricominciata alle 6 in punto: ci attendevamo un muro di ghiaccio compatto e risalti di misto che, visti i nostri zaini da 20 chili, ci hanno molto rallentati. Alle 13 abbiamo lasciato il couloir per proseguire su terreno più facile verso la torre rocciosa sommitale, che ci ha opposto un'arrampicata difficile (VI), delicata (con problemi di protezione) ed esposta. Alle 14, comunque, eravamo in vetta. Siamo scesi per il canale della parete ovest, effettuando un secondo bivacco».

Il Cerro Castillo (2675 m) con la via di Buhler e Solé sulla parete est (arch. Solé)

Carlos Buhler in azione sul Cerro Castillo (arch. Solé)

Joan Solé durante la scalata (arch. Solé)