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NEW YORK 26/12/08
Alberto Peruffo + The Sad Smoky Mountains
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A CURA DI CARLO CACCIA >> REDAZIONE redazione@intraisass.it >> LECCO-VICENZA ITALY
cari amici & blogger di intraisass e intotherocks,
era mia intenzione scrivere un'editoriale per presentare le novità previste per i blog dopo l'incontro di Malga Sorgazza e annunciare i nuovi blogger che entreranno nei prossimi giorni tra le nostre fila, con una provocazione sugli scrittori di montagna, una forte provocazione, quindi presentare l'azione finale dell'8 agosto di Sad Smoky Mountains. Mi limiterò a quest'ultima e mi riserverò il resto per la prossima settimana. E' morto infatti Ignazio Piussi. E vorrei dedicare queste poche righe e in parte, anche l'accensione finale, a lui, visto che di fuochi in montagna se ne intendeva... Chi non ricorda o non ha letto l'avventura della prima invernale sulla Nord Ovest della Civetta non conosce la Storia dell'alpinismo. Ho un grande ricordo di Ignazio Piussi. L'ultima volta l'ho vidi a Valdagno. La sua intelligenza fuori dalle regole mi sorprese. Parlava poco, ma raramente ho sentito una persona così incisiva e netta, senza maschere, specie tra chi scala le montagne. Forse mai. Ecco, vorrei che la sua intelligenza e la sua abilità nell'accendere fuochi, anche simbolici, dentro alle nostre coscienze, ci accompagnasse nella nostra azione finale, di cui sotto. Datevi da fare, il Tibet sta scomparendo (pochissima gente è a conoscenza delle atrocità commesse contro i tibetani), la maggior parte degli alpinisti tace e pensa ai propri giochi. Tempo fa scrivevo: «Questa è un’azione collettiva internazionale che non ha bisogno di nomi famosi, bensì di motivazioni autentiche che spesso gli alpinisti professionisti hanno perso perché schiavi della propria passione o degli interessi ad essa legati. Così esistono alpinisti che piuttosto di fare la voce grossa e di compromettere i rapporti con la Cina, preferiscono chiudere un occhio contro le nefandezze che stanno accadendo in questi giorni sull’Everest (la zona è militarizzata) e in Tibet (repressione con fucilazioni). Alcuni infatti paventano la possibilità di perdere l’intera loro passione per il fatto di avere restrizioni in un’aerea specifica, per quanto “alpinisticamente” importante, come ha dichiarato recentemente Simone Moro in un intervista. Vedete voi cosa scegliere». Insomma, cari amici alpinisti, se continuiamo a pensare ai nostri giochi tra pochi anni il vero Tibet, la "dimora delle nevi", non esisterà più, resterà il folklore, l'immondizia culturale con cui si alimenta le menti dei turisti ben pensanti. Ai cavoli propri. La dimora di chi ha chiuso i propri occhi entro l'inquadratura dei propri scarponi_
THE SAD SMOKY MOUNTAINS
& SKYSCRAPERS
L'azione finale
Nella parte finale della nostra azione le Tristi Montagne Fumanti incontreranno le Città. È giunto il momento degli Urban Climbers, degli "alpinisti cittadini"! Insieme alle montagne, alle colline, accenderemo di colore rosso il cuore delle città e dei loro abitanti ritornando all’origine delle colonne di fumo che abbiamo scelto come simbolo invariabile della nostra opera. Quelle colonne sono infatti una manipolazione cromatica del fumo eruttato l’11 settembre del 2001 dalle Torri Gemelle e il loro colore manifesta la vergogna-tristezza-indignazione contro la violazione dei diritti umani. Oggi in Tibet, Sudan, Birmania, Afghanistan, Iraq, Palestina; ieri in Africa, Europa e USA; domani chissà dove tra Oriente e Occidente, nel Sud o nel Nord del mondo.
Le Tristi Montagne Fumanti fumeranno insieme con i grattacieli delle Città per ristabilire una necessaria alleanza tra l’uomo e l’ambiente, tra l’uomo e l’altro da sé, tra l’uomo e i suoi simili. I monumenti, come vulcani assopiti da tempo e risvegliati dal dolore del mondo, torneranno a rendere esplicito la loro antica funzione: servire da monito, avviso a coloro che hanno dimenticato cosa si custodisce tra le loro architetture. Noi li faremo parlare con il linguaggio del fumo, «evanescenza colore del sangue», nel giorno in cui la torcia olimpica, simbolo bicefalo, di pace e ipocrisia, accenderà le Olimpiadi di Pechino. A sessant’anni esatti dalla stesura della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo la repressione in Tibet, durante un evento di portata globale, è divenuta il simbolo del fallimento e del tradimento dei governi mondiali: i princìpi allora ratificati sono stati e continuano ad essere, più o meno diplomaticamente, rinnegati.
Io e il mio gruppo di amici, insieme con attivisti francesi, agiremo nei pressi, a vista, sopra, sotto, di fianco, a lato... della Torre Eiffel, nel cuore della città in cui ha sede il Palazzo dell’UNESCO e che più di ogni altra ha consegnato cultura e intelligenza per le libertà fondamentali dell’uomo. Le altre città in giro per il mondo, montagne, colline, gli altri punti panoramici, naturali o urbani, saranno lì, nel loro immutabile posto, ad aspettare. Voi.
Come per le montagne e le colline, basta poco: un fumogeno rosso, una dose di buona volontà e – nel caso mancasse l’ascensore o qualche possibilità creativa di scalata per vie esterne – alcuni piani di classiche e semplici scale per raggiungere le terrazze sommitali degli edifici.
«Servirà, questa azione civile e artistica, a far muovere i governi?» - qualcuno ha chiesto. Non so e non è un problema. L’unica certezza che percepisco forte e reale, soprattutto dopo la straordinaria prima accensione, è che la nostra azione servirà, eccome, «per dare alimento a chi resiste», per non farlo sentire più solo ma circondato da una rete di umanità. Non è cosa da poco. Se noi ci muoviamo, qualcos’altro si muove. Le conseguenze non sono prevedibili, ma sono sempre conseguenze.
Per dare inizio alla seconda fase dell’opera ho deciso di accendere in questi giorni un campanile, il monumento per eccellenza che già contiene in sé la capacità di parlare - le campane - ma che spesso tace perché manovrato dal potere. Inizierò dal mio paese con il Triste Campanile Fumante. Da un piccolo centro della provincia italiana un primo campanello d’allarme affinché la memoria torni definitivamente a parlare.
Prendi un fumogeno e tingi il cielo di rosso!
Io sarò con te.
IL FUORICLASSE BRITANNICO, CON PAUL RAMSDEN, FA SUA LA PRIMA ASSOLUTA DEI 6264 METRI DEL MENAMCHO
Una gran boccata d'aria, un urlo di gioia, un fascio di luce: l'ultima impresa di Mick Fowler è l'ennesima esplosione della fantasia, l'ennesimo guizzo di una voglia di ricerca alpinistica che, oggi, ha pochi eguali. Il fuoriclasse britannico, nelle scorse settimane, ha fatto sua la prima assoluta del Menamcho, elegantissima cima di 6264 metri del Nyainqêntanglha Shan (Tibet orientale) a due passi dal Kajaqiao (6447 m) che lo stesso Fowler, in compagnia di Chris Watts, aveva salito nell'ottobre 2005 per la parete ovest e la cresta nord-ovest (prima assoluta della montagna). Durante quella stessa spedizione, caratterizzata da pessime condizioni meteorologiche con forti venti e grande freddo, il Menamcho era finito nel mirino di Phil Amos e Adam Thomas, bloccati a quota 5880 lungo la cresta nord-ovest. Come lasciare incompiuta un'opera del genere? Impossibile: quella linea è magnifica, una lama perfetta che Mick ha voluto affrontare con Paul Ramsden, il socio del successo del maggio 2002, da Piolet d'or, sul Siguniang (6250 m, Sichuan, Cina). L'avventura di Fowler e Ramsden sul Menamcho è durata in tutto otto giorni, dal 19 al 26 aprile (salita e discesa): una perla che, non estrema dal punto di vista tecnico (la via, lunga 700 metri, è stata valutata TD), è l'ennesimo capolavoro stilistico dell'instancabile alpinista, splendido maestro di creatività verticale. Ma Mick e Paul non erano soli: negli stessi giorni e nella stessa zona, davvero un altro mondo rispetto al gran bazar degli Ottomila, si sono mossi anche Steve Burns e Ian Cartwright, autori della prima assoluta, dal 27 al 30 aprile (salita e discesa, la via è stata valutata AD), di una vetta senza nome quotata 5935. Chiudiamo con un'annotazione geografico-alpinistica: la catena tibetana del Nyainqêntanglha Shan, estendendosi da ovest a est a nord-est di Lhasa, divide il bacino dello Yarlung Zangbo (Brahmaputra) a sud da quello del Nu (Salween) a nord e comprende oltre trenta Seimila e ben quattro Settemila tra i quali svetta, con i suoi 7162 metri, il Nyainqêntanglha Feng.

Nella foto in alto, il Menamcho come appare dal Kajaqiao: evidente, a destra della vetta, la bellissima cresta nord-ovest (arch. Fowler, www.climbing.com). Qui sopra, Mick Fowler (www.e5events.co.uk)