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NEW YORK 26/12/08
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A CURA DI CARLO CACCIA >> REDAZIONE redazione@intraisass.it >> LECCO-VICENZA ITALY
CAPOLAVORO DI GLEB SOKOLOV E VITALY GORELIK CHE, DAL 20 AL 27 AGOSTO 2009, HANNO APERTO IN STILE ALPINO, IN CONDIZIONI DIFFICILI, UNA VIA DI 2500 METRI SULLA PARETE NORD DEL POBEDA (7439 m, TIEN SHAN)
Insegnare lo stile alpino ai russi? Forse, vista l'ultima impresa di Gleb Sokolov e Vitaly Gorelik sul Pobeda, sarebbe meglio che i russi lo insegnassero a noi. Perché quei due fuoriclasse, sulla parete nord del colosso del Tien Shan che con i suoi 7439 metri è la seconda montagna dell'ex Unione Sovietica, l'hanno combinata davvero grossa, firmando in otto giorni (dal 20 al 27 agosto 2009), in uno stile da applausi, una via di 2500 metri sul ripido pilastro della quota 7041, che si innalza sulla cresta sommitale tra la cima principale (a sinistra) e la cima ovest (Pik Pavel Pshavel, 6918 m). La nuova linea, che Sokolov aveva già tentato nel 2006 e nel 2008, attacca quindi nei pressi della Smirnov (1986, 5B nella scala russa ossia TD+) e della Merdzmarashvili (1961, idem), procedendo però direttamente al posto di piegare a sinistra verso la cima principale (così la Smirnov) o a destra verso il colle Dykiy (5800 m) e la cima ovest (così la Merdzmarashvili).
LA CRONACA. Dopo essersi acclimatati sul vicino Khan Tengri (6995 m), sull'altro fianco (settentrionale) del South Inylchek Glacier, Sokolov e Gorelik sono tornati al campo base e da lì, con un breve volo in elicottero sullo Zvezdochka (“Piccola Stella”) Glacier (che confluisce da sud nel South Inylchek Glacier e dal quale si innalza la larga parete nord del Pobeda), il 18 agosto sono arrivati al campo nei pressi della muraglia. L'ascensione, come detto, è cominciata il 20 quando la cordata, con il tempo instabile, ha salito i primi non troppo difficili 950 metri, fermandosi su una piccola cengia a quota 5450 a causa di una nevicata e delle conseguenti valanghe. Il giorno successivo, approfittando di una schiarita, Sokolov e compagno hanno guadagnato altri 260 metri. Il 22 agosto, terzo giorno in parete, si sono spinti fino a quota 5800 e il 23, rallentati dal ghiaccio durissimo, hanno finalmente raggiunto (e salito per 150 metri) la fascia di rocce gialle che segna l'inizio (5900 m) del pilastro vero e proprio: una struttura ripidissima, alta 800 metri, che è il cuore della scalata. Il vento e il freddo (-20°C) non hanno fermato Gleb e Vitaly che nei tre giorni successivi, dal 24 al 26 agosto, hanno duramente lottato, guadagnando con fatica un metro dopo l'altro ed effettuando il quinto, sesto e settimo bivacco a 6300, 6520 e 6700 metri. Da lì, il 27 agosto, i nostri eroi hanno toccato (ormai al buio e con il vento fortissimo) la quota 7041 e dopo un ulteriore bivacco sulla cresta sommitale (nel tratto verso la cima principale), con la visibilità ridotta a zero, il giorno successivo hanno deciso di cambiare direzione e di tornare al campo base, raggiungendolo il 29 agosto dopo un ultimo bivacco (il nono) durante la discesa (effettuata per la menzionata via Merdzmarashvili ossia per la cresta occidentale del Pobeda fino alla cima ovest, poi verso nord al colle Dykiy e da lì al ghiacciaio).
L'UOMO E LA MONTAGNA. Sokolov, che il 5 settembre scorso ha compiuto 56 anni (Gorelik ne ha 42), che è stato 51 volte sulla vetta di un Settemila e che tra poche settimane partirà alla volta del K2 per tentarne la prima ascensione invernale (dopo il successo del 2007 sulla parete ovest, www.intotherocks.splinder.com/post/13521214), ha così messo in bacheca l'ennesimo successo sulla “sua” montagna: quel mirabile edificio di ghiaccio e roccia che è come un gigantesco bastione, orientato esattamente da ovest a est, che si sviluppa per diversi chilometri a segnare il confine tra il minuscolo Kirghizistan (alla sua estremità orientale) e la sterminata Cina. Il Pobeda (il cui nome significa “Vittoria”) presenta così un versante meridionale e un versante settentrionale nettamente distinti e l'imponenza del secondo, che appartiene al Kirghizistan, la si apprezza completamente dalla vetta del Khan Tengri. Da lassù, guardando verso sud, il Pobeda si innalza e si dispiega maestoso, con quell'armoniosa cresta sommitale che, se segna un confine in terra, segna anche il limite tra la terra e il cielo. Così, per Sokolov, è diventata un sogno: un ideale da conquistare nella sua interezza, da est a ovest, ripetendo in solitudine l'impresa realizzata nel 1970 dagli uomini di Riabukhin. La magia, in splendido stile, gli è riuscita tra il 16 e il 23 agosto 2005 quando, dal Zvezdochka Glacier, Gleb è salito al colle Chon-Toren e lì ha cominciato la cavalcata che lo ha portato sulla cima est (7050 m), sul Pik Armenia (7100 m), sulla cima principale (7439 m), sulla quota 7041, sulla cima ovest (Pik Pavel Pshavel, 6918 m) e sul colle Dykiy (5800 m) da dove, finalmente, è tornato sullo Zvezdochka Glacier. Lungo l'ultimo tratto della traversata, dalla cima principale al ghiacciaio, il veterano di Novosibirsk ha seguito a ritroso la più volte citata via Merdzmarashvili: la difficile normale del Pobeda che, nel 1993, lo aveva visto correre in 20 ore dalla base alla vetta e ritorno.
Questa la cresta, con tutte le sue cime. Ma la parete? Quante e quali vie violano la Nord del Pobeda? Non molte in verità, tanto che le possiamo presentare in ordine cronologico senza paura di fare confusione. La prima, nel settore centrale del versante, è la Abalakov (5B ossia TD+), aperta nel 1956 in occasione della prima ascensione ufficiale della montagna. Del 1958, invece, è la Erokhin (5B/6A ossia TD+/ED): la soluzione della lunga cresta est. Ecco quindi la Merdzmarashvili (1961, 5B) per la cresta nord della cima ovest e la cresta occidentale e, con un salto di oltre vent'anni, la difficile Khrischaty (1984, 6A/6B, ED/ED+): la diretta alla cima est. Seguono la Smirnov (1986, 5B) e la Zuravliov (1990, 5B) rispettivamente a destra e a sinistra della Abalakov. Infine, a chiudere la serie prima dell'ultima creazione di Sokolov e Gorelik, la proibitiva linea (6B, ED+) che raggiunge la cresta est poco a sinistra del Pik Armenia. La scheda di questa impresa, a suo tempo classificatasi seconda nell'High altitude technical class del Campionato russo di alpinismo (alle spalle soltanto del capolavoro di Babanov e Koshelenko sul Nuptse Est), parla di 12 giorni di scalata, dall'8 al 19 agosto 2003, e di uno squadrone di fuoriclasse (tra gli altri Arkhipov, Kuznetsov, Khvostenko e Cherezov) guidati da un duro che conosciamo bene: l'intramontabile Gleb Sokolov.
Nelle foto sopra, dall'alto: il settore destro della parete nord del Pobeda dal campo base sul South Inylchek Glacier (in rosso la via di Sokolov e Gorelik); il tracciato della nuova via con i bivacchi (www.bask.ru); Gleb Sokolov sul Pobeda nel 2003, ormai al termine dell'impresa (www.mountain.ru); il tracciato della via aperta da Sokolov e compagni nel 2003 (www.mountain.ru)

Vitaly Gorelik in azione sulla nord del Pobeda (www.bask.ru)

Ancora Gorelik in azione (www.bask.ru)

Il larghissimo versante nord del Pobeda visto dal Khan Tengri. Le lettere indicano: A- colle Chon-Toren; B- cima est, 7050 m; D- Pik Armenia, 7100 m; E- cima principale, 7439 m; F- Cima ovest (Pik Pavel Pshavel), 6918 m; G- colle Dytiy, 5800 m. Sono tracciate (anche se in parte non visibili) le vie: 1- Erokhin (cresta est, 1958); 2- Khrischaty (parete nord della cima est, 1984); 3- Sokolov (parete nord del Pik Armenia, 2003); 4- Zuravliov (1990); 5- Abalakov (1956); 6- Smirnov (1986); 7- Merdzmarashvili (cresta ovest, 1961). La linea rossa è la parte superiore della via di Gleb Sokolov e Vitaly Gorelik sul pilastro della quota 7041 (2009). Infine: le sigle C3, C4, C5 e C6 indicano il terzo, quarto, quinto e sesto bivacco della traversata di Sokolov (2005, in pratica la combinazione delle vie 1, percorsa in salita, e 7, percorsa in discesa). Foto tratta dall'"American Alpine Journal", 2006, p. 338
NICKOLAY TOTMJANIN, A 50 ANNI SUONATI, HA CONQUISTATO PER L'ENNESIMA VOLTA IL RICONOSCIMENTO RISERVATO AI SALITORI DEI CINQUE SETTEMILA DELL'EX UNIONE SOVIETICA
A Valery Babanov, un giorno, abbiamo chiesto le sue preferenze riguardo i compagni di cordata: meglio i giovani, come ad esempio Sergey Kofanov, o personaggi più “maturi” come Nickolay Totmjanin o Yuri Koshelenko? Questa la sua risposta: «Non bado molto all'età del mio compagno. Tuttavia, se l'obiettivo è una difficile parete himalayana, da salire in stile alpino, preferisco un socio tecnicamente forte e provvisto di quell'esperienza di scalate in alta quota che, di solito, matura pienamente attorno ai quarant'anni. Tanto Kofanov quanto Koshelenko sono alpinisti eccezionali, persone di notevole spessore. Tuttavia, per quanto riguarda l'esperienza, non ci sono dubbi che Totmjanin appartenga ad una categoria superiore». Parole pesanti, dette da un grandissimo notoriamente assai equilibrato, dimostrate da una paurosa lista di imprese e come se non bastasse dall'ultimo prestigioso traguardo raggiunto da Totmjanin. Nickolay, infatti, durante l'estate scorsa, salendo per l'ennesima volta il Khan Tengri (il 26 luglio) e il Pik Pobeda (il 6 agosto), ha messo in bacheca il sesto Snow Leopard (“Leopardo delle nevi”) della sua carriera, dopo quello conquistato ben 25 anni fa, nel 1984, e quelli del 1997, 1998, 1999 e 2002. Ricordiamo, per chi non lo sapesse, che lo Snow Leopard è il riconoscimento riservato ai salitori di tutti i Settemila dell'ex Unione Sovietica: un quintetto di colossi che, oltre ai citati Khan Tengri (è un Settemila per tradizione, quotato ufficialmente 7010 metri ma in realtà 15 metri più basso) e Pik Pobeda (7439 m), comprende il Pik Korgenevskaya (7105 m), il Pik Lenin (7134 m) e il Pik Kommunism (7495 m).
Nickolay Totmjanin (nella foto, www.russianclimb.com), nato l'8 dicembre 1958 e alpinista dal 1977, russo di San Pietroburgo, come anticipato poco fa vanta una lunghissima serie di scalate estreme. In vetta al Pik Lenin nel 1982, nel 1984 ha partecipato all'apertura della via Moshnikov sulla nord dell'Ak-Su (5217 m, Pamir Alai). Nel 1985 ha salito in invernale la Popenko sulla parete nord del Free Korea Peak (Svobodnaya Korea, 4740 m, Tien Shan) e tre anni dopo, sulla stessa muraglia, ha partecipato all'apertura di una proibitiva via nuova. Da non dimenticare, del 1986, la prima ascensione invernale del Pik Korgenevskaya (via Romanov) e, del 1990, la corsa di 28 ore dal campo base alla vetta e ritorno sul Pik Kommunism. Nello stesso anno ha partecipato alla spedizione che ha avuto la meglio sulla parete sud del Lhotse (8516 m, Totmjanin ha toccato quota 8350) e nel 1997, oltre al Khan Tengri in 14 ore e 3 minuti (salita e discesa) ha superato in inverno la Nord dell'Eiger (3970 m) per la Direttissima John Harlin. Nel 2001 ha firmato la prima invernale (terza ripetizione assoluta) della mitica Sueños de invierno sul Naranjo de Bulnes (2519 m, Cordillera Cantábrica, Spagna) e nel 2003, senza ossigeno supplementare, ha salito l'Everest (8848 m) per la via normale tibetana. Nel 2004 è giunto in vetta allo Jannu (7710 m) per la parete nord e nel 2005 si è cimentato sul Menlungtse (7181 m, in stile alpino, con Yuri Koshelenko e Carlos Buhler) vincendo i 1800 metri della parete nord ma rinunciando alla vetta (che distava circa 15 lunghezze di corda, in cresta) per un malore di Koshelenko. Nel 2006 ha tentato la Nord-est del Masherbrum (7821 m), nel 2007 ha raggiunto la vetta del K2 (8611 m) per il bastione roccioso della parete ovest e nel 2008, con Valery Babanov, ha tentato una via nuova sulla lunghissima cresta ovest del Dhaulagiri (8167 m) ripiegando poi, per le cattive condizioni meteorologiche, sulla via normale (cima raggiunta il 1° maggio). Concludiamo ricordando che all'inizio della scorsa primavera, in vista di un prossimo tentativo invernale sul K2, Totmjanin ha effettuato con Viktor Kozlov una ricognizione preliminare ai piedi del gigante del Karakorum, studiandone con attenzione il versante pakistano (meridionale) alla ricerca della migliore via di salita.
DENIS URUBKO E “ALLIEVI” IN AZIONE NEL TIEN SHAN: RIPETUTA LA DIFFICILE ZAKHAROV (1200 m, VII, A2 e M5) SULLA PARETE OVEST DEL PIK SEMENOV TIENSHANSKY
Lontano dai mari, al centro del continente asiatico: è il “cuore del mondo”, il mitico Tien Shan. «Esso si stende lungo circa 3000 chilometri a nord del Sinkiang e copre circa un milione di chilometri quadrati; il suo orientamento è all'incirca in direzione est-ovest. Per il suo studio è certamente più comodo dividerlo in tre parti: la parte occidentale, il Tien Shan centrale e il Tien Shan orientale. Il Tien Shan occidentale si spiega a ventaglio, su una larghezza di 800 chilometri, verso le pianure del Kazakistan. È in questa parte (siamo in Kirghizistan, ndr) che le catene montuose raggiungono la maggior complessità. Sarebbe troppo lungo enumerarle tutte» (Jean Couzy). A sud di Biškek (la capitale del Kirghizistan) e quindi a ovest del lago Issyk-Kul, si stende ad esempio per alcune centinaia di chilometri da ovest a est il Kirghiz Ala Tau: uno dei paradisi nascosti dei fuoriclasse dell'ex Unione Sovietica, con cime di aspetto alpino come il Pik Svobodnaya Korea (Free Korea Peak, 4740 m, www.intotherocks.splinder.com/post/19993225) o il Pik Korona (4860 m) nel bacino del ghiacciaio Ak-Sai, nel parco nazionale Ala-Archa. Aggiungiamo che proprio la parete nord del Pik Svobodnaya Korea, nel 1993, è stata teatro della prima importante solitaria (punto di svolta nella carriera...) di una delle stelle dell'alpinismo mondiale: Valery Babanov. La montagna più alta del Kirghiz Ala Tau è però il Pik Semenov Tienshansky (foto sopra e sotto), che tocca quota 4875 e deve il proprio nome a Piotr Semenov Tienshansky (1827-1914): personaggio poliedrico e grande viaggiatore che, tra il 1856 e il 1857, fu l'iniziatore dell'esplorazione scientifica del Tien Shan (a lui dobbiamo la scoperta del lago Issyk-Kul) e per questo fu onorato dallo zar con l'aggiunta di “Tienshansky” al cognome originario.

Poco frequentate dagli alpinisti occidentali, le cime del Tien Shan restano un banco di prova di prim'ordine per gli ex sovietici: una palestra di lusso dove mettere a punto la preparazione in vista di più ardue imprese in Himalaya o in Karakorum (ma anche nello stesso Tien Shan). Così, ad esempio, Denis Urubko e Boris Dedeshko, che dopo la via nuova dello scorso anno sull'Eight Women Climbers Peak (www.intotherocks.splinder.com/post/18312023), hanno piazzato un colpo a dir poco fenomenale sulla parete sud-est del Cho Oyu (www.intotherocks.splinder.com/post/20569718 e www.intotherocks.splinder.com/post/20590322). E così, ancora, gli stessi Urubko e Dedeshko - maestro e formidabile allievo, anche se Denis ha 36 anni e Boris 37 – che in funzione di qualcosa di grosso previsto per le prossime settimane (nel Tien Shan), tra il 22 e il 23 agosto 2009 hanno ripetuto la difficile via Zakharov lungo il 1200 metri della rocciosa parete ovest del citato Pik Semenov Tienshansky. Alla “scalata propedeutica” hanno preso parte anche altri due “discepoli” di Urubko: Vitaly Komarov (26 anni) e Violetta Afuksenidi (30). La Zakharov, aperta una ventina d'anni fa (più di così non siamo riusciti a scoprire: anche Urubko non possiede informazioni precise riguardo la prima ascensione...), presenta difficoltà di VII, A2 e M5 concentrate nelle 13 lunghezze superiori. Così, se il primo giorno Denis e compagni hanno raggiunto quota 4500 arrampicando dalle 7 alle 17, il secondo giorno hanno calcato la vetta (alle 18) soltanto dopo altre 11 ore di fatica. L'avventura a quanto pare è filata nel migliore dei modi e, di conseguenza, ora non ci resta che aspettare l'annunciato seguito, che ci offrirà nuovamente l'occasione di parlare di questi lanciatissimi kazaki e delle fantastiche montagne del “cuore del mondo”.
Nelle foto sopra, "particolare" e veduta d'insieme del versante ovest del Pik Semenov Tienshansky con la via Zakharov (nell'immagine in alto è indicato anche il punto del bivacco di Urubko e compagni)

Urubko in azione: è fine agosto ma le condizioni sembrano quasi invernali

Ancora Denis, alle prese con un chiodo

Il tratto chiave della salita (1)

Il tratto chiave della salita (2)

Il tratto chiave della salita (3)

Denis Urubko e, in primo piano, i suoi "allievi". Da sinistra: Vitaly Komarov (26 anni), Violetta Afuksenidi (30) e Boris Dedeshko (37)
Foto: arch. Denis Urubko. Grazie a Simone Moro per la collaborazione
NUOVA VIA DEL FUORICLASSE RUSSO SUL COLOSSO DEL TIEN SHAN
Gleb Sokolov (nella foto), che il 5 settembre compirà 56 anni, ha colpito ancora sul Pobeda (7439 m, Tien Shan). Il fuoriclasse russo, nei giorni scorsi, ha infatti firmato l'ennesimo grande successo personale su quello che, innalzandosi all'estremità orientale del Kirghizistan, lungo il confine con la Cina, è il Settemila più settentrionale del pianeta. Questa volta, in compagnia di Vitaly Gorelik (che come Sokolov vanta la salita del K2 per il pilastro roccioso della parete ovest: www.intotherocks.splinder.com/post/13521214), il veterano di Novosibirsk ha realizzato una nuova via che nel suo curriculum, relativamente al Pobeda, si aggiunge ad Armenia (tracciata nel 2003 sulla parete nord-ovest) e inoltre alla salita in velocità (20 ore dalla base alla vetta e ritorno, 1993) e alla prima traversata integrale in solitaria della montagna (messa a segno in splendido stile nell'agosto 2005). In attesa dei dettagli dell'impresa, sicuramente di notevole spessore, ricordiamo che il Pobeda (il nome significa “Vittoria”) fu scoperto nel 1936 durante le operazioni di rilievo topografico del vicino Khan Tengri (6995 m) e fu forse salito per la prima volta già nel 1938. Venne quindi tentato nel 1949, 1952 e 1955 e scalato (prima ascensione ufficiale) nel 1956, per la cresta nord, da una squadra guidata dal leggendario Vitaly Mikhailovič Abalakov (che con il fratello maggiore Evgeny è considerato il caposcuola dell'alpinismo sovietico).
TERZA RIPETIZIONE DELLA RUCHKIN-PUCHININ (900 m, ED) SULLA PARETE NORD DEL FREE KOREA PEAK (4740 m) PER LO STESSO ANDREY PUCHININ E IVAN PUGACHEV. SCALATA RIUSCITA CON UN SOLO BIVACCO TRA IL 7 E L'8 FEBBRAIO 2009
Nel cuore dell'Asia, con i suoi 198mila chilometri quadrati di superficie (due terzi dell'Italia) dove vivono poco meno di cinque milioni di persone (contro i sessanta del nostro paese), il Kirghizistan è il regno delle grandi montagne e delle grandi pareti: le palestre di lusso dei fuoriclasse dell'ex Unione Sovietica. Tra le più celebri, solcate da numerose vie di altissimo livello (tabù per gli occidentali), le Nord dell'Ak-Su – 1600 metri di granito che terminano a quota 5217 – e naturalmente del Khan Tengri – quasi tre chilometri di misto che portano a 6995 metri. Ma anche il Free Korea Peak (Svobodnaya Korea, 4740 m), che si affaccia sul ghiacciaio Ak-Sai nel parco nazionale Ala-Archa, nel settore settentrionale del Tien Shan, vanta una splendida parete nord. Alta circa 900 metri, di caratteristiche veramente “jorassiane” (non solo nell'aspetto: parola di Alexander Ruchkin), è stata salita per la prima volta nel 1959, per lo sperone di destra (5A nella scala russa ossia TD/TD+), da una squadra guidata da A. Andreev. In seguito le vie si sono moltiplicate e oggi, comprendendo anche le due tracciate nel 1976, in solitaria, dagli americani Henry Barber e George Lowe (con la Andreev sono le più facili e ripetute della parete, la Lowe viene seguita in discesa), la Nord del Free Korea è solcata da una quindicina di itinerari, la maggior parte dei quali di estrema difficoltà. Tra questi spicca la diretta risolta tra il 23 e il 27 febbraio 1997, con il maltempo, dal già menzionato Ruchkin – lo ricordiamo, tra le altre cose, protagonista sulla Nord dello Jannu nel 2004 – e da Andrey Puchinin. La Ruchkin-Puchinin (900 m, 6A nella scala russa ossia ED) si sviluppa tra la Bezzubkin (del 1969) a sinistra e la Myshlyaev (del 1961) a destra, seguendo un'evidente linea di ghiaccio (interrotta da due difficili fasce rocciose) che sbuca
sulla cresta sommitale appena a sinistra della cima. Nei dettagli: dopo un pendio di neve (300 m) la via forza un primo risalto roccioso strapiombante (50 m, VI+ e A3), continua su ghiaccio ripido (100 m) e su roccia verticale e strapiombante (100 m, VI+ e A3) e prosegue infine su ghiaccio fino alla vetta. Ripetuta per la prima volta da Evgeny Novoseltcev e Nikolay Gutnik e poi da un team di cui non conosciamo la composizione, tra il 7 e l'8 febbraio 2009 la Ruchkin-Puchinin è stata ripercorsa (terza ripetizione) dallo stesso Puchinin e da Ivan Pugachev. Il primo giorno, dopo aver rapidamente superato il pendio nevoso iniziale, la cordata ha preparato il terrazzino per il bivacco e ha quindi attrezzato il primo risalto roccioso (con Pugachev in testa). Il secondo giorno, risalite le corde fisse, Pugachev ha condotto le operazioni anche lungo la seconda fascia di rocce e ha lasciato a Puchinin gli ultimi 300 metri della via. Così alle 14 i due alpinisti erano già in vetta e alle 19 hanno potuto rimettere piede al campo base, soddisfatti per il loro non indifferente successo. Ricordiamo che nel novembre 1999, con Michail Michailov, Alexander Gubaev e Vitalij Akimov, proprio Andrey Puchinin fu tra i protagonisti della forse più sofferta impresa - per il freddo e la fame - sulla Nord del Free Korea Peak: l'apertura di una via grandiosa, in 14 giorni di costante maltempo con il termometro sceso fino a -32 gradi, nel settore più repulsivo della parete, caratterizzato da un'alta e ripida fascia rocciosa.
In alto: Andrey Puchinin lungo lo scivolo iniziale della parete nord del Free Korea Peak. Qui sopra: la Nord del Free Korea Peak con la diretta Ruchkin-Puchinin. Il pallino blu indica il luogo del bivacco di Puchinin e Pugachev, sotto la prima fascia rocciosa (www.pugachev.kg)

La parete nord del Free Korea Peak con alcune delle vie che la solcano (sono quelle citate nell'articolo). Da sinistra: Akimov-Gubaev-Michailov-Puchinin (1999, linea blu), Bezzubkin (1969, verde), Ruchkin-Puchinin (1997, rossa), Myshlyaev (1961, gialla), Barber (1976, fucsia), Andreev (1959, rossa) e Lowe (1976, gialla). Foto: www.pugachev.kg

Le Grandes Jorasses del Tien Shan: la parete nord del Free Korea Peak (www.mountain.ru)
SONO I GIAPPONESI FUMITAKA ICHIMURA, YOSUKE SATO E KAZUAKI AMANO, AUTORI DI UNA VIA DI 1800 METRI (M5) SULLA NORD DEL KALANKA
Li ricordate? Sono proprio loro: quei matti innamorati dell'Alaska che, durante la primavera scorsa, hanno prima aperto una via da paura sul Bear's Tooth (www.intotherocks.splinder.com/post/17446823) e poi hanno salito il McKinley nel modo forse più complicato possibile (www.intotherocks.splinder.com/post/17284870). Detto questo appare chiaro, al di là del successo in stile alpino sulla corteggiatissima parete nord del Kalanka, splendida cima di 6931 metri dell'Himalaya del Garhwal (si innalza a due passi dal celeberrimo Changabang: la vetta è stata raggiunta per la prima volta il 3 giugno 1975, per la parete sud e la cresta ovest, da una spedizione giapponese mentre la prima – ma non più unica – salita della parete nord è cecoslovacca e risale al 1977), appare chiaro, dicevamo, che il Piolet d'Or asiatico, assegnato venerdì 7 novembre a Seoul dalla giuria presieduta dall'italiano Riccardo Milani (lecchese del gruppo Gamma, tra gli autori della prima invernale del Diedro Casarotto sullo Spiz di Lagunaz) e composta inoltre da due giapponesi e da ben cinque coreani, quest'anno è finito in buone mani. Ma chi ha conteso la palma della vittoria a Ichimura e compagni? Innanzitutto i kazaki Denis Urubko, Boris Dedeshko e Gennady Durov, autori di una via nuova di 1600 metri (VII e M5, stile alpino) sulla parete ovest dell'Eight Women Climbers Peak (6110 m, Tien Shan) che in precedenza era stato salito una volta soltanto (nel 1974, per la cresta sud, www.intotherocks.splinder.com/post/18312023). Poi la squadra coreana guidata da Kim Chang-Ho che ha fatto sua, in stile pesante, la prima ascensione assoluta del Batura II (7762 m, Karakorum) per una via di 3700 metri sul versante meridionale (ne abbiamo parlato la scorsa settimana: www.intotherocks.splinder.com/post/18928673). E quindi ancora due team coreani: Kim Sae-Joon, Wang Jun-Ho e Kim Tae-Man che con 1800 metri di corde fisse hanno domato la proibitiva nord-est (2400 m, VI e A5) del Meru Sud (6660 m, Himalaya del Garhwal, seconda ascensione assoluta della montagna, www.intotherocks.splinder.com/post/18421453) e infine Yoo Hack-Jae e compagni, che si sono mossi all'insegna dello stile alpino nella zona dell'Hispar Glacier (Karakorum) salendo il CAC Sar (5942 m, per la parete est e la cresta nord, 1100 m, TD) e il Corean Sar (6000 m, per la cresta nord-ovest, 1000 m, TD). Ricordiamo che le precedenti edizioni del Piolet d'Or asiatico, creato nel 2006, avevano visto le affermazioni di Denis Urubko e Serguey Samoilov per la via sulla Nord-est del Manaslu (8163 m) e di Shim Gwon-Sik, Kang Yong-Sung e Jo Min-Sua salitori della cresta ovest del Garmush (6244 m, www.intotherocks.splinder.com/post/14701238).

La magnifica parete nord del Kalanka (6931 m, in primo piano) a destra del quale si innalza il Changabang (6864 m). Foto: www.mountain.ru
DOPO I CAPOLAVORI HIMALAYANI DEGLI ULTIMI ANNI, IL KAZAKO FIRMA CON BORIS DEDESHKO E GENNADY DUROV UNA VIA NUOVA SULL'EIGHT WOMEN CLIMBERS PEAK: 33 TIRI, 6A NELLA SCALA RUSSA, STILE ALPINO
Questa volta Denis Urubko ha deciso di giocare in casa, sulle cime del Tien Shan Centrale dove il Kazakistan si spinge a sud tra il piccolo Kirghizistan e la gigantesca Cina. E, con Boris Dedeshko e Gennady Durov, è riuscito a tracciare in stile alpino una via nuova di 33 lunghezze, valutata 6A nella scala russa (più o meno ED in quella occidentale), sull'Eight Women Climbers Peak (

L'Eight Women Climbers Peak con la via di Urubko, Dedeshko e Durov (www.russianclimb.com)
AVVENTURA D'ALTRI TEMPI NEL KYRGYZSTAN INESPLORATO PER KATYA ANANYEVA, DMITRY MARTYNENKO E DMITRY SHAPOVALOV: 26 GIORNI SENZA APPOGGI, 300 CHILOMETRI A PIEDI, 5 PRIME ASSOLUTE E... UN RITORNO IN ZATTERA E A NUOTO
Vagare alla scoperta di montagne fantastiche, per valli sconosciute, in totale autonomia: essere ancora pionieri, alla mercé degli imprevisti, a più di due secoli dall'invenzione dell'alpinismo. Impossibile? La risposta è no. Il “cuore del mondo”, il centro del continente asiatico, il mitico Tien Shan lontano dai mari è ancora il regno dell'avventura. «Esso si stende lungo circa 3000 chilometri a nord del Sinkiang e copre circa un milione di chilometri quadrati; il suo orientamento è all'incirca in direzione est-ovest. Per il suo studio è certamente più comodo dividerlo in tre parti: la parte occidentale, il Tien Shan centrale e il Tien Shan orientale. Il Tien Shan occidentale si spiega a ventaglio, su una larghezza di 800 chilometri, verso le pianure del Kazakistan. È in questa parte (siamo in Kyrgyzstan, ndr) che le catene montuose raggiungono la maggior complessità. Sarebbe troppo lungo enumerarle tutte». Così Jean Couzy – che, come noto, non fu soltanto un eccezionale alpinista ma anche un profondo studioso di “cose alpine” – ed Henry de Ségogne a pagina 100 del corposo La montagna: un'opera d'altri tempi (in ogni senso, vista la cura con cui è realizzata...) pubblicata nel 1962 dall'Istituto Geografico De Agostini sei anni dopo l'edizione originale francese (diretta da Maurice Herzog). Ma torniamo alle catene del Tien Shan occidentale: dal Pik Pobeda (7439 m), che si innalza ad oriente dove il Kyrgyzstan è soltanto uno stretto cuneo appuntito, un corridoio di pochi chilometri tra la Cina e il Kazakistan, si sviluppa verso ovest l'importante catena del Kokshaal Too (“Monti severi”) che dopo circa 500 chilometri, in corrispondenza del passo Torugart (3752 m, tra Cina e Kyrgyzstan: ai tempi dell'Unione Sovietica era zona proibita, vista la facilità di transito), si biforca nei monti dell'Alai (verso sud-ovest) e nei monti di Fergana (verso nord-ovest). E proprio nella Southern Fergana Range, oltre che nella vicina Jamantay Range, entrambe fino a pochi mesi fa mai visitate dagli alpinisti, si sono mossi durante l'estate scorsa Katya Ananyeva, Dmitry Martynenko e Dmitry Shapovalov. I tre amici, partiti dalla città di Osh (in Kyrgyzstan, nei pressi del confine con l'Uzbekistan) hanno raggiunto con una giornata di jeep il villaggio di Jergetal e da lì hanno cominciato il loro trekking, da ovest a est, lungo il fianco settentrionale della catena Jamantay. Il bello dell'avventura – in tutto 26 giorni di completa autonomia, 300 chilometri a piedi, 5 prime assolute e un finale da incorniciare – è cominciato con la “conquista” del Chontash Est (4553 m) per una via che, dopo un piccolo ghiacciaio, supera pendii di neve e ghiaccio a 50-60°. Ormai acclimatati, dopo un tentativo bloccato dal maltempo sull'impegnativo Kamasu, Katya e i due Dmitry hanno messo a segno un bel colpo sul roccioso Kramen (4351 m), scalandolo in giornata per la cresta ovest (500 m, IV e V con un tiro di VI). Martynenko e Shapovalov hanno quindi fatto loro i 4488 metri dell'Ak-Jaman, salito per una via su ghiaccio che si sviluppa per otto lunghezze (60-70°) seguite da un pendio crepacciato che conduce alla larga cima. A questo punto il terzetto si è spostato sul versante meridionale della catena e, dopo una scarpinata di 50 chilometri (verso sud), ha raggiunto il settore meridionale (Torugart Too) dei monti di Fergana, nei pressi del confine con la Cina. Caratterizzata da roccia friabilissima, più che pessima, la Southern Fergana Range riserva esclusivamente arrampicate su neve e ghiaccio: nel mirino di Shapovalov e soci, che dopo qualche problema di orientamento si sono mossi da sud-est a nord-ovest lungo il fianco settentrionale della catena, sono finite prima la facile cresta est dell'Haokan Nord (4818 metri sulla cartina militare, 4848 secondo il Gps) e poi la parete nord (550 m, 70°) dell'Uch-Seit che, con i suoi 4893 metri (4905 secondo il Gps), dovrebbe essere la più alta montagna della zona. Il finale dell'avventura, come abbiamo anticipato, è da antologia. Perché i tre amici, arrivati facilmente nella Oital Valley, per raggiungere la strada più vicina hanno vagato per altri cinque giorni valicando due passi, realizzando un ponte di corde per superare il fiume Karakulja e, dulcis in fundo, costruendo una rudimentale zattera per attraversare il lago Kulun. Da notare che, con più di due persone a bordo, la zattera dava inequivocabili segni di cedimento per cui, durante quei cinque chilometri di non banale navigazione (una giornata intera!), i nostri eroi la occupavano a turno. E l'acqua del lago Kulun, purtroppo per il poveretto (o per la poveretta) a cui toccava nuotare, era tutt'altro che calda...

Il roccioso Kramen (4351 m, Jamantay Range, Tien Shan), salito durante l'estate scorsa da Katya Ananyeva, Dmitry Martynenko e Dmitry Shapovalov. Il terzetto ha superato la cresta ovest, ben visibile a destra della vetta

Dopo cinque prime assolute, l'avventura si è conclusa così...
Foto: arch. Shapovalov (www.alpinist.com)
VIA NUOVA (650 m, VI E A1, IN INVERNO) SUL BAICHECHEKEY PER I RUSSI SERGEY DASHKEVICH E VITALY AKIMOV
Il 7 gennaio 2007, in 12 ore, i russi Sergey Dashkevich e Vitaly Akimov hanno aperto una via di 650 metri, con difficoltà di VI e A1, sulla parete ovest del Baichechekey (4515 m) nel Tien Shan centrale (Kyrgyzstan). La nuova linea, che supera il contrafforte sinistro della muraglia mantenendosi sempre poco a destra della classica Kuzmenko (1977), si svolge inizialmente per un facile pendio nevoso (300 m, 40°) e, raggiunta la bastionata rocciosa sulla verticale di un pronunciato strapiombo, traversa a sinistra per due lunghezze (aggirando così il grande tetto). Segue poi, una volta superato il tetto (A1), un diedro di 80 metri (V) oltre il quale, dopo un tratto più semplice, una lunghezza molto delicata (V+ su roccia pessima) conduce ai due tiri chiave: 90 metri di VI, con un tratto di A1, prima lungo un diedro e poi per un camino caratterizzato da numerosi blocchi instabili. Ecco quindi l'ultima breve lunghezza che, più facile (V) e meno delicata delle precedenti, porta sulla sommità della parete. «Si tratta di una via riservata ad alpinisti esperti, dotati però di un buon livello in arrampicata sportiva – spiega Dashkevich -. L'abbiamo risolta senza spit, in giornata, mettendo a frutto l'esperienza maturata durante le salite notturne in Crimea. Dalle 19 alle 24, ora in cui abbiamo raggiunto la vetta, abbiamo infatti arrampicato alla luce delle lampade frontali». La ovest del Baichechekey - che per l'avvicinamento breve, la quota relativamente modesta e le vie interessanti, è abbastanza frequentata - è caratterizzata da tre evidenti speroni: su quello sinistro, come già detto, oltre alla recente creazione di Dashkevich e Akimov si svolge anche una storica via di B. Kuzmenko, mentre quello centrale è stato salito nel 1983 da V. Poliak. La via più ripetuta della parete, tuttavia, è la Shvab sullo sperone destro che, come le precedenti, nella scala russa è valutata 5A (ossia TD/TD+).

La parete ovest del Baichechekey con le vie, da sinistra a destra, Kuzmenko, Dashkevich-Akimov (in rosso), Poliak e Shvab

La sezione rocciosa (350 metri) della via di Dashkevich e Akimov

Aggiramento a sinistra del grande tetto, ben visibile nell'immagine precedente

L'estremità sinistra del grande tetto: anche qui la roccia non sembra il massimo...

Superamento del tetto: oltre l'ostacolo si trova il diedro di 80 metri

Lungo la parte superiore del diedro di 80 metri

Ultimi metri lungo il grande diedro
Foto: arch. Dashkevic-Akimov (www.mountain.ru)
PROIBITIVA VIA NUOVA DI 1500 METRI, IN STILE ALPINO, SULLA SUD-EST DELLA MAGNIFICA CIMA DEL TIEN SHAN PER ALEXANDER ODINTSOV, ALEXANDER RUCHKIN E MIKHAIL MIKHAILOV

«I migliori alpinisti russi, oggi, sono quelli cresciuti alla scuola sovietica: Babanov, Ruchkin, Odintsov, Koshelenko, Pogorelov, Klenov, Davy, Tarasov, Tukhvatullin». Così Pavel Shabalin, nel 2000, sul The American Alpine Journal. E nel 2007? Se, fortunatamente, non pochi giovani stanno facendo vedere di che pasta sono fatti, i veterani non hanno alcuna intenzione di andare in pensione. Basti pensare a Valery Babanov che ha appena dato il meglio di sé sullo Jannu (con il ventinovenne Sergey Kofanov: si veda il post del 22 ottobre), ad Alexander Klenov e Mikhail Davy che in agosto l'hanno spuntata sulla parete est dello Shingu Charpa (con il venticinquenne Alexander Shabunin: ne abbiamo parlato il 17 settembre), a Iljas Tukhvatullin e allo stesso Shabalin sulla ovest del K2 e poi ad Alexander Odintsov e Alexander Ruchkin che nelle scorse settimane, precisamente dal 5 al 13 settembre, hanno tracciato in stile alpino una splendida via, di grandissimo impegno, sulla parete sud-est del Kyzyl Asker (5842 m, Kokshaal Too occidentale, Tien Shan, tra Kyrgyzstan e Cina). Con loro, rispettivamente capospedizione e primo uomo in vetta sulla nord dello Jannu nel 2004, un altro protagonista di quella storica avventura: Mikhail Mikhailov. La parete sud-est del Kyzyl Asker – il toponimo significa, letteralmente, “Il cavaliere (soldato) rosso” - è caratterizzata da una serie di evidenti pilastri granitici: da destra a sinistra è un continuo crescendo, all'insegna della perfezione geometrica, che culmina nel grandioso bastione scalato esattamente nel mezzo dal terzetto russo. Aggiungiamo che, immediatamente a sinistra del “pilastro maggiore”, si nota il lungo e ripido couloir tentato nel 2002 dai britannici Guy Robertson ed Es Tresidder (che giunsero più o meno a metà parete). La via di Odintsov e compagni, classificata 6B (il massimo) nella scala russa, si sviluppa per 35 tiri di corda (1500 metri di dislivello) ed è suddivisibile in tre sezioni, ben distinte, che in quanto a lunghezza più o meno si equivalgono. E se la prima, la più semplice, presenta un'arrampicata su ghiaccio lungo un couloir, la seconda (sempre strapiombante) e la terza sono caratterizzate da notevoli e continue difficoltà su roccia monolitica, interrotte soltanto dalla cengia nevosa che divide le sezioni stesse. A detta di Odintsov, condizioni meteorologhe permettendo, la maggior parte della via è superabile in arrampicata libera (8a?). I tre amici, una volta toccata la vetta, sono scesi per i pericolosi pendii innevati del versante opposto della montagna (quindi in Kyrgyzstan), impiegando quasi due giorni (13 e 14 settembre) per raggiungere il fondovalle.
In alto: il pilastro centrale della parete sud-est del Kyzyl Asker con la via di Odintsov, Ruchkin e Mikhailov. Evidente, a sinistra della via russa, il couloir tentato nel 2002 dai britannici Robertson e Tresidder

La parete sud-est del Kyzyl Asker (5842 m, Tien Shan) con i suoi magnifici pilastri

Il campo della piccola spedizione russa, nel regno del silenzio

Al termine della prima sezione della via

Mikhail Mikhailov all'inizio della difficile, sempre strapiombante, seconda sezione della via

Ancora Mikhailov, qualche metro più in alto

Il magnifico granito del Kyzyl Asker

Anche il ghiaccio, però, non è niente male...

Roccia solidissima e poco rassicuranti stalattiti di ghiaccio incombenti sui nostri protagonisti

Un diedro perfetto

In contemplazione (1)

In contemplazione (2)
Foto: arch. Odintsov-Ruchkin-Mikhailov (www.mountain.ru)