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La fantasia, anche in alpinismo, si basa sulla conoscenza. Sugli Ottomila, per uscire dalle strade più battute, occorre sapere dove passano le altre: per ripercorrerle, magari perfezionando lo stile dei primi salitori, oppure per guardare oltre e cercare le proprie vie. Perché sui quattordici colossi della terra molto resta da fare: da linee originali su pareti già scalate a versanti ancora inviolati, come la est del Kangchenjunga. Non manca neppure una cima secondaria, il Lhotse Middle Est (8376 m), ancora in attesa dei primi salitori. Altri problemi, poi, sono le creste: quella del Mazeno, spartiacque tra i versanti Diamir (settentrionale) e Rupal (meridionale) del Nanga Parbat, è ancora una sfida aperta. Tra il 12 e il 18 agosto 2004, in stile alpino, gli americani Doug Chabot e Steve Swenson riuscirono a percorrerne un lunghissimo tratto ma, giunti all'intersezione con la via Schell, furono fermati dalla stanchezza e dal peggioramento delle condizioni meteorologiche. Questo tentativo, svoltosi in contemporanea a quello di Steve House e Bruce Miller sulla medesima montagna, lungo la linea che lo stesso House avrebbe completato l'anno seguente in compagnia di Vince Anderson, ci suggerisce che non tutti gli sguardi sono fissati sulla collezione dei quattordici colossi. Ma ci fa anche capire, vista la sua scarsa risonanza, che la creatività non sempre paga e la colpa, in fondo, è ancora una volta della mancanza di conoscenza.
Sulle cause di questa “malattia” non è il caso di dilungarsi: conviene piuttosto parlare della cura che, come spesso accade in casi del genere, è un “semplice” libro. Pubblicato dall'editore Grafica & Arte di Bergamo, 8000 metri di vita è l'ultima fatica di Simone Moro: un volume che fa il punto dell'alpinismo sui giganti della terra dall'Everest allo Shisha Pangma. Con le parole e, soprattutto, con le immagini, l'autore presenta ciò che è stato e suggerisce ciò che potrebbe essere. Così, se le fotografie della prima parte del libro sono in gran parte solcate da numerose linee colorate, ognuna delle quali è un capitolo di storia, un tassello del mosaico dell'esplorazione verticale, quelle della seconda parte sono “pulite”, da guardare a bocca aperta ma anche con occhio attento. Qualche esempio? Lo scatto alle pagine 106 e 107 con la già ricordata est del Kangchenjunga, quello a pagina 126 (in alto) dove la ovest del Cho Oyu appare in tutta la sua imponenza e quello alla pagine 146 e 147 con il pilastro centrale della parete nord dell'Annapurna.
«Ho avuto bisogno di attingere a tutto il mio archivio fotografico – spiega Simone Moro nell'introduzione -: diapositive, fotografie e immagini digitali. Ho però dovuto chiedere aiuto anche ad amici e colleghi che avevano visto e fotografato ciò che né io né altri avevamo potuto ammirare». Tra coloro che hanno collaborato alla buona riuscita dell'opera troviamo quindi, tra gli altri, Damien Benegas, Ralf Dujmovits, Alessandro Gogna, Gerlinde Kaltenbrunner, Pavle Kozjek, Janusz Kurczab, Nives Meroi, Silvio Mondinelli, Iñaki Ochoa, Roby Piantoni, Vadim Popovich, Pavel Shabalin, Karl Unterkircher, Denis Urubko, Ed Viesturs e Ed Webster. «Tutto questo lavoro di contatti e raccolta – continua Simone – è stato tutt'altro che facile. Tracciare tutte le vie di salita realizzate sino ad oggi è stato ancora più difficile e sicuramente avrò commesso errori ma è solo non agendo, non tentando di fare qualcosa, che si evita di fallire. Spero di ricevere critiche, suggerimenti e correzioni costruttive da parte di coloro che, con competenza e testimonianze dirette, sapranno proporre eventuali modifiche o integrazioni. Sarà l'occasione, per costoro, di partecipare al lavoro che ho dovuto fare da solo ma che, in futuro, spero diventi comune».
L'occasione per un primo confronto, per conoscere ciò che sta alla base di 8000 metri di vita direttamente dalla voce dell'autore, sarà questa sera alle 18.30 presso il Palamonti in via Pizzo della Presolana 15 a Bergamo. L'incontro, ad ingresso libero, è stato organizzato dalla sezione orobica del Club alpino italiano.

La copertina del volume di Simone Moro, con Mario Curnis a pochi metri dalla vetta dell'Everest. Qui sotto, invece, alcune delle immagini pubblicate nel libro

Il versante sud-occidentale del K2 con le vie (da sinistra a destra): Giapponese-Pakistana (1981), Magic Line (1986), Kukuczka-Piotrowski (1986), Česen (1986), Italiana per lo Sperone Abruzzi (1954)

L'inviolata parete est del Kangchenjunga

Veduta aerea della cresta tra la vetta principale del Kangchenjunga e lo Yalung Kang

L'impressionante parete ovest del Cho Oyu, dalla vetta dello Jasamba

Il tormentato versante cinese del Gasherbrum I
«NATO AI PIEDI DELLE MONTAGNE, NE HO SEMPRE SUBITO LA PREPOTENTE ATTRAZIONE»
«Dopo le tante discussioni anche di carattere filosofico che già si sono avute su questo argomento, ecco che oggi ci ridomandiamo “perché l'alpinismo?”. E noi alpinisti anziani chiediamo a noi stessi per quali ragioni continuiamo ad andare in montagna. Evidentemente non è soltanto perché la nostra vita s'identifica ormai col lato pratico dell'alpinismo, ma perché grazie alla montagna abbiamo potuto darle un senso completo. Nato ai piedi delle montagne, ne ho sempre subìto la prepotente attrazione. Inizialmente esse sono state per me come un ginnasio per saggiare i miei ardori giovanili. Ma anche più in là negli anni constatai che la montagna è il banco di prova più adatto per misurare le nostre possibilità: nella lotta contro le forze della natura, talvolta benigne, talvolta ostili, che però lasciano sempre all'uomo la capacità di resistere con intelligenza ed anche di vincere. In queste parole, “anche vincere”, è il nocciolo della questione. Si può vincere anche con umiltà e modestia. Per ottenere questa vittoria non basta aver coraggio: occorre aver imparato, occorre spesso tutta una vita di sacrifici. Si comprende il valore di questa lunga conquista che è il risultato della maestria e del controllo di se stessi. E credo che per sfuggire talvolta alla supremazia ingiusta e crudele degli uomini, molti si rivolgono con amore alla montagna e all'alpinismo, attratti da un'attività, da una forma di lotta in cui possono affermare la parte migliore di loro stessi. La montagna si rivela così un autentico aiuto morale».
Così rispose Bruno Detassis, nel 1965, alla domanda da lui stesso ricordata (Tavola rotonda del Festival di Trento, si veda in proposito la Rivista mensile del Cai, 1967, pp. 94-95). Il “Re del Brenta” si è spento ieri sera nella sua casa di Madonna di Campiglio (www.intraisass.splinder.com/post/17040701). Georges Livanos, nel suo Cassin. C'era una volta il sesto grado (Dall'Oglio, Milano 1984), gli rese omaggio a modo suo, in due righe che valgono più di un libro intero: «I “più forti” allora erano cinque, sei, sette... Volendo fare una classifica ex aequo, di questi grandi maestri non citerò che i più famosi: Andrich, Carlesso, Comici, Detassis, Soldà, Vinatzer e Cassin».

Christophe Profit e Bruno Detassis al Festival di Trento (www.trentofestival.it)

Bruno Detassis e le sue montagne secondo la disegnatrice lecchese Luisa Rota Sperti (il disegno è tratto dal ciclo Dalle cattedrali della terra ai sentieri del cielo, www.luisarotasperti.com)

Bruno Detassis negli appunti di Luisa Rota Sperti (dal catalogo del ciclo Dalle cattedrali della terra ai sentieri del cielo)
Toccata e fuga al festival di Trento: quest'anno, per impegni vari, per noi purtroppo è andata così. Ma venerdì, in quelle quattordici ore che abbiamo passato tra il Centro Santa Chiara, il tendone di Montagnalibri, la sala conferenze della Fondazione Cassa di Risparmio di Trento e Rovereto e... la birreria Padavena, gli incontri non sono proprio mancati: lunghe chiacchierate nel segno di un imprevisto denominatore comune, che intuirete leggendo. Partenza da Valmadrera con Gianni Mandelli al volante, Gianni Magistris e poi, da Lecco, con Luisa Rota Sperti: irrequieta, geniale disegnatrice che dal Signore degli Anelli è passata al Tibet, al Pelmo e alle Dolomiti intere, con i loro protagonisti aggrappati alle rocce e fluttuanti nella fantasia. La sua Antologia dolomitica era esposta al primo piano del Centro Santa Chiara e se l'avete persa (c'era anche lei: la “Parete delle pareti” che fa gola a tanti...) potete tentare di coglierne qualche frammento facendo un giro qui: www.luisarotasperti.com. Peccato – ecco perché abbiamo scritto “tentare” e “qualche frammento” - che quelle opere, dagli infiniti minuscoli nascosti dettagli, vadano osservate lungamente dal vero, a pochi centimetri di distanza, e siano terribilmente restie a lasciarsi riprodurre come si deve, soprattutto sullo schermo di un computer.
Ma facciamo qualche passo indietro, giusto per dire di un pimpante Augusto Golin (come Maurizio Nichetti) in giro in bicicletta nei pressi del duomo e poi della “Mostra mercato internazionale delle librerie antiquarie della montagna” (così il nome completo, come da programma del festival), dove si vorrebbero avere decine di migliaia di euro in tasca e dire: «Compro tutto!». Gli euro sono però soltanto qualche decina e allora, dopo aver contemplato in religioso silenzio (tenendola in mano!) la prima edizione di My climbs in the Alps and Caucasus (www.intotherocks.splinder.com/post/14448841) del grande Mummery – proprietà di Angelo Recalcati: un mito del settore – dallo stesso Recalcati scoviamo l'economicamente assai più abbordabile Sesto grado di Vittorio Varale, Reinhold Messner e di Domenico Rudatis (ecco ancora la “Parete delle pareti”...).
Luca Visentini e Mario Crespan non si vedono ancora e arriva l'ora di pranzo: sotto l'altro tendone ecco Spiro Dalla Porta Xidias, Rolly Marchi, Catherine Destivelle (emozionante contrasto...) e poi, trafelato, l'amico Franco Michieli con cui si comincia a parlare di questo e di quello. Arriva anche Gianni Rusconi (Via dei cinque di Valmadrera e Philipp-Flamm in inverno, rispettivamente nel 1972 e 1973: ecco ancora la nord-ovest...) e uno squillo annuncia l'arrivo di Luca e Mario. Sono alla birreria Padavena e lì, mentre loro mangiano, gli altri bevono. Si parla di montagna ma anche, come già l'anno scorso (per colpa del sottoscritto e di Crespan), delle Sonate per violino solo di Bach e del suono di Salvatore Accardo, che ricorda quello di Francescatti perché quello Stradivari, il favoloso Hart (“Cervo”) del 1727, prima del francese e ora dell'italiano, ha una personalità dirompente, capace di piegare alla sua volontà anche i più grandi talenti.
Pomeriggio: niente film ma ancora libri e un incontro magico. Lo guardo, quel signore tranquillo... è lui? Qui a Trento? Proviamo: «Scusi... ma lei non è Armando Aste?». Grandissimo: in pochi minuti racconta tante cose, parla della sua via sulla nord-ovest del Civetta (l'abbiamo stuzzicato noi) e non solo. Il tutto è stato debitamente registrato grazie alla disponibilità del nostro gentilissimo interlocutore e, appena ne avremo l'occasione, ve lo proporremo. Per ora ripetiamo soltanto che l'autore della Via dell'Ideale non è mai stato considerato a dovere: colpa dei rosari in parete? Speriamo proprio di no. Perché la classe alpinistica di Armando, la sua capacità di vedere e risolvere grandi problemi (oppure suggerirli ad altri), l'eleganza e l'efficacia della sua arrampicata, hanno avuto pochi eguali e meriterebbero assai più attenzione.
Via dal tendone di Montagnalibri: si torna al Santa Chiara per osservare ancora le Dolomiti di Luisa Rota Sperti e imparare qualcosa... Perché la disegnatrice lecchese e Mario Crespan, colpito da quelle opere, cominciano a parlare di matite 7H (Mario: «L'anticamera del chiodo») ma anche di leggende dolomitiche e un sacco di altre cose. Salutiamo la “Parete delle pareti” ritratta da Luisa e partiamo di corsa per quella di Paola Favero, che sta già presentando il suo Civetta. Tra le pieghe della parete. Purtroppo manca l'atteso ospite: Ignazio Piussi. Il gigante della Solleder-Lettenbauer in inverno, nel 1963, non sta bene ed è stato costretto a rinunciare all'appuntamento. Ma attenzione: in sala non mancano Armando Aste, Gianni Rusconi, Renato Panciera (Philipp-Flamm in giornata, in inverno!), Marco Furlani e, ci sembra (il locale è buio causa proiezione diapositive), Rolando Larcher. Fine della presentazione: tutti fuori, chiacchiere con personaggi noti e meno noti – ecco che passa anche Silvo Karo – e poi via, con Franco Michieli, per un rapido boccone in attesa della serata con Pierre Mazeaud.
Siamo raggiunti da Paola (Favero), Renato (Panciera, che conoscevo soltanto telefonicamente e con cui riprendo discorsi lasciati in sospeso) e altri. Ma arriva l'altra Paola (Lugo) e si decide di andare alla Padavena dove con il mitico Furlani, in cinque minuti, riesco a parlare della serata dei russi del giorno precedente (l'ho persa, maledizione...), di Antonio Rusconi che ci ha lasciati (www.intotherocks.splinder.com/post/16732303 e www.intotherocks.splinder.com/post/16747911), del libro dello stesso Marco (Ampio respiro. La vita in salita di un alpinista trentino) e dell'invernale del Pilastro Rosso della parete est della Cima Brenta (Marco Furlani, Cesare Paris e Valentino Chini, 19-25 gennaio 1981).
Il gran finale della giornata arriva alle 21: Pierre Mazeaud, in sala, è circondato dai fotografi (tra cui il sottoscritto). Alla sua destra Rolly e Spiro. Ma ecco che si parte. Atto primo: il Pilone Centrale del Frêney, naturalmente. Si passa poi alla Cima Ovest di Lavaredo, dove Pierre ha tracciato con René Desmaison la grandiosa Jean Couzy e quindi ecco l'Everest. Sul palco, con Pietro Crivellaro e Mazeaud, sale una buona fetta della storia dell'alpinismo: Lothar Brandler, Roberto Sorgato e, dulcis in fundo, Kurt Diemberger (con tanto di stampelle). Ovviamente Kurt non resiste alla tentazione del pubblico e si scatena: «Quando sono andato all'Everest, con i francesi, sapevo che i loro formaggi erano piccoli piccoli... Io, austriaco, ero abituato a formaggi più grandi e così, in Nepal, ho comperato un formaggio del posto, una forma intera, grande come la ruota di una Volkswagen! Ma non volevano farmelo portare: dicevano che pesava troppo. Così io l'ho diviso a metà, l'ho nascosto in due casse e nessuno si è accorto di nulla». Per chi non lo sapesse: Kurt è un mangiatore fenomenale, instancabile a tavola come in montagna. Intanto Mazeaud, vecchia conoscenza del festival trentino (www.intotherocks.splinder.com/post/11281831), allarga l'orizzonte dalle cime alla politica europea, riceve la spilla del Club alpino accademico italiano da Annibale Salsa e si dimostra chiaramente un signore d'altri tempi, tra i principi di un alpinismo in cui si poteva stare ai vertici senza bisogno di essere dei professionisti.
I vincitori delle “Genziane” li abbiamo appresi sabato, purtroppo a casa, dal comunicato stampa giuntoci tempestivamente via posta elettronica. La giuria, composta da Maurizio Zaccaro (Italia, presidente), Tue Steen Müller (Danimarca), Sylviane Neuenschwander-Gindrat (Svizzera), Elio Orlandi (Italia) e Siba Shakib (Iran) ha deciso di assegnare, valutati i 34 film in concorso, il Gran Premio “Città di Trento” - Genziana d'oro e 5000 euro, al film 4 Elements di Jiska Rickels (Olanda, 2006, 85'). Ecco la motivazione: «Per la forza dirompente della narrazione che mette in evidenza, con rara semplicità e sensibilità, come sia tuttora primordiale il rapporto fra l'uomo e l'ambiente, in attesa che da parte del primo nasca una nuova era di civiltà e rispetto per gli elementi della natura». Il Premio del Club alpino italiano – Genziana d'oro e 3000 euro, per il miglior film di montagna e di alpinismo, è invece andato a Au delà de cime di Rémy Tezier (Francia, 2008, 75') con la seguente motivazione: «Questo eccellente lavoro lascia trasparire l'essenza stessa del rapporto di equilibrio tra l'uomo e la montagna; il giusto valore di una grande passione capace di comunicare serenità, gioia, rispetto e leggerezza ed in grado di emozionare sia per la qualità di inquadrature vertiginose ma, soprattutto, per l'importante contenuto di armonia nei rapporti umani». Il Premio della Città di Bolzano – Genziana d'oro e 3000 euro, per il miglior film di sport alpino, esplorazione o avventura, è invece stato assegnato a Heimatklänge di Stefan Schwietert (Svizzera, 2007, 81'). La motivazione: «Per l'originale approccio cinematografico alle persone creative, che grazie ai loro canti e concerti sviluppano la tradizione svizzera locale dello Jodler in un'espressione meravigliosa e universale che può essere capita da tutti». Le tre Genziane d'argento (e 1500 euro) al miglior cortometraggio, alla migliore produzione televisiva e al miglior contributo tecnico-artistico sono andate rispettivamente a Il neige à Marrakech di Hicham Alhayat (Svizzera 2006, 15', motivazione: «Per la felice ironia con la quale il regista tratteggia uno spaccato di vita, sogni e speranze al limite del surreale ma profondamente radicato nella cultura della sua terra d'origine, il Marocco»), a Journey of a red fridge di Lucian Muntean e Nataša Stankoviæ (Serbia, 2007, 52', motivazione: «Un viaggio eccezionale che non solo ci presenta un paese meraviglioso e sconosciuto e la sua gente – ma lo fa con un film girato in modo gioioso e felice. I registi ci fanno vedere la povertà ma ci mostrano anche la speranza di cambiare per il meglio. Anche se ci fa vedere il peso e la sofferenza di 60.000 bambini portatori in Nepal, questo film dimostra che c'è più forza nella speranza che nel piangere e lamentarsi. Un aspetto che rende questo film un buon esempio per incoraggiare un atteggiamento positivo di fare cinema») e a Chaf Kälte di August Pflugfelder (Germania, 2007, 44', motivazione: «Un meraviglioso lavoro di riprese ed accurato montaggio audio ci fanno vedere da vicino le difficoltà che un giovane uomo incontra nell'affrontare il contrasto tra la vita nel maso di montagna e le esigenze della vita moderna». Chiudiamo con il Premio della giuria, assegnato a Daughter of Wisdom di Bari Pearlman (Usa, 2007, 68', motivazione: «Con questo film la regista è riuscita a mostrarci nuovi aspetti del Tibet e del Buddismo. Impariamo a lasciarci alle spalle i pregiudizi, ma anche parte del nostro idealismo riguardo a questa religione spesso interpretata male e fraintesa. Veniamo a sapere che come in molte altre società anche qui le donne sono considerate persone di second'ordine; valgono meno e non godono di quei vantaggi che sono normali per gli uomini. E così questo film ci offre l'opportunità di farci un'idea realistica della vita delle monache e donne tibetane che lottano per avere una vita migliore. L'atteggiamento positivo di questo film può essere un incoraggiamento per altri registi»).
PORTFOLIO

Armando Aste: un grande incontro nel tendone di Montagnalibri

Mario Crespan a colloquio con Aste

Gianni Mandelli e Crespan chiacchierano mentre Luca Visentini si mette in posa...

Un turista per caso (Patrizio Roversi) e un attento Maurizio Nichetti

Nichetti e Franco Michieli

Rolly Marchi e Pierre Mazeaud. Alle loro spalle, al centro, Franco Michieli. Più indietro, Manrico Dell'Agnola

Spiro, Rolly e Pierre
COMUNICAZIONE DI SERVIZIO. Domani e dopodomani INTOtheROCKS si prenderà una piccola pausa. L'appuntamento con le news di alpinismo esplorativo è quindi rinviato a giovedì 8 maggio.
Classe 1920, di Malè, ci ha lasciati poche ore fa, vittima di un male incurabile. Aveva definito la sua vita “una piccola avventura fortunata”.
«Sospeso a testa in giù sopra un vuoto smisurato, con i piedi bloccati dalle espertissime mani della comare – la levatrice del paese – finalmente, con un grido di disapprovazione, arrivai anch'io sul pianeta Terra. Era una luminosissima giornata del mese di giugno: il giorno undici, che ufficialmente, per via della lenta procedura della registrazione nella parrocchia del paese prima, e in Comune poi, divenne il dodici dell'Anno Domini 1920. Un'annata veramente particolare quel 1920: la guerra, la prima Grande Guerra, era terminata da due anni. Ecco come si spiega il fenomenale incremento demografico di quel 1920: quarantaquattro nascite in un comune di poco più di mille anime, vecchi e bambini compresi! Venni al mondo con il pettorale n° 10. Il numero di Platini, Pelè, Maradona... Un numero magico dunque. Io ero il decimo nato, però eravamo solo in nove fratelli: mancava Natalia, che mi aveva preceduto di quattordici anni ed era morta dopo pochi mesi dalla nascita, subito sostituita da un'altra Natalia che oggi (1999, ndr) ha ottantacinque anni. Nascere, vivere e morire a quei tempi erano eventi che si accettavano con rassegnazione e dignità. Contro l'appendicite, la scarlattina, la broncopolmonite, il tetano, la tibicì e altre malattie non c'era niente da fare. Si moriva e basta. La selezione era inesorabilmente naturale: sopravviveva il più forte e il più fortunato» (C. FAVA, Patagonia. Terra di sogni infranti, Cda, Torino 1999, p. 13).
Era un personaggio unico, Antonio Rusconi: un “fuori categoria” come le salite più dure del Tour de France. Ricordo che una volta, cinque o sei anni fa, in occasione di una serata organizzata dal Cai di Valmadrera, fu invitato sul palco. Ovviamente non ne voleva sapere ma qualcuno, non so chi, riuscì a convincerlo: accompagnato da un applauso lui si alzò, raggiunse la scaletta, salì quei pochi gradini e dopo qualche stretta di mano si piazzò con cura in un angolo. Una domanda alla signora Vera Cenini, una battuta di Ezio Scetti, Giorgio Redaelli che racconta che quella volta, sulla tale montagna, è successo questo e quest'altro... e così il tempo passa, il turno di Antonio non arriva e il nostro, ad un tratto, si guarda attorno e... zac! sparisce di nuovo tra il pubblico. In privato, tra amici, era naturalmente assai più socievole. Così, un giorno, mi raccontò la sua (ai più sconosciuta anche perché assai breve) carriera solitaria. «Eh, vedevo che c'era la moda di andare in giro da soli e allora mi son detto: faccio anch'io il solitario. La prima volta sono andato al Tecc di Port: qui, sopra Valmadrera – lo sai, no? -, lungo il sentiero per Pianezzo. Lì c'era la mia via - mia e di Giorgio Tessari - tutta strapiombante, da fare con le staffe... e l'ho fatta. La seconda volta, invece, ho cercato una via in libera, che ai tempi voleva dire senza corda, e allora ho salito la Cassin in Medale. La terza volta, quindi, sono andato ai Corni per fare la Elena sul Pilastrello. Ma sono caduto dalla prima sosta! Per fortuna che c'era sotto un nocciolo... non mi sono accoppato ma mi sono scassato tutto ugualmente. La mia carriera solitaria è finita lì...». Abbiamo appena menzionato Giorgio Tessari: fu lui, negli anni Sessanta del secolo scorso e quindi prima del magico periodo delle invernali, il compagno fisso di Antonio. Insieme, sulle montagne di Valmadrera, quei due giovanissimi ne combinarono di tutti i colori: la Don Arturo Pozzi sulla nord-est del Corno Orientale e la Osa (che sta per “Organizzazione sportiva alpinisti”) sulla nord del Moregallo sono sicuramente le loro creazioni più importanti. La Osa, in particolare, è stata ripetuta soltanto cinque volte: aperta nel 1965 con i “rinforzi” Castino Canali (che aveva intuito la possibilità) e Pietro Paredi, è rimasta nella memoria di Antonio perché fu risolta con un bivacco tra il sabato e la domenica e la sera del giorno di festa, al termine della bella salita, il nostro eroe riuscì persino a non perdere la messa! A proposito della Don Arturo Pozzi, invece, un giorno domandai ad Antonio se non l'avesse mai ripercorsa. E in quella sua risposta, falsamente solenne: «Paganini non ripete», mi sembrò di scorgere la serena essenza, da meraviglioso dilettante, del suo andare per creste e pareti, quella sua capacità di appartenere all'alpinismo, al grande alpinismo, senza perdere di vista il resto. Antonio, che ci ha lasciato (www.intotherocks.splinder.com/post/16732303) per un male che forse non riusciva ad accettare, non è mai stato un malato di montagna.

Antonio Rusconi sulla parete sud della Torre Trieste, durante la prima ripetizione invernale (e prima ripetizione assoluta) della Piussi-Redaelli

Sulla nord-est del Badile, lungo la Via del Fratello

Come sopra...

Ancora sul Badile: tutta la forza di Antonio

I “cinque” di Valmadrera dopo la via nuova, in inverno, sulla nord-ovest del Civetta: da sinistra a destra, con il Pelmo alle spalle, Gianni Rusconi, Gianbattista Villa, Gianbattista Crimella, Antonio Rusconi e Giorgio Tessari

Giorgio Tessari (a sinistra) e Antonio Rusconi ai tempi delle loro prime scalate

Giorgio Tessari, Castino Canali, Antonio Rusconi e Pietro Paredi appena usciti dalla via Osa sulla nord del Moregallo

Gli stessi (Rusconi, Paredi, Tessari e Canali) premiati dall'allora sindaco di Valmadrera, Emilio Moro, per la prima salita della via Osa

Verso l'attacco della via Osa sulla nord del Moregallo
Rimandiamo, per altre informazioni e immagini, a: www.intotherocks.splinder.com/post/11375346 e www.intotherocks.splinder.com/post/16144970
La notizia ci è piombata addosso come un macigno. Da tempo lottava con un male che non gli ha lasciato scampo. Uno dei titani silenziosi dell'alpinismo invernale di tutti i tempi, personaggio dal cuore grande come le montagne più grandi, ci ha lasciati questa notte. Dopo ogni impresa il commento era sempre lo stesso: «È stata dura. Non credevo proprio di farcela». Questa volta Togn Palféri non ce l'ha fatta davvero. Il 9 ottobre avrebbe compiuto 63 anni. Domani alle 16, nella chiesa di Valmadrera, l'ultimo saluto. Non lo dimenticheremo mai.

19 marzo 1970: Antonio Rusconi sulla vetta del Pizzo Badile. Un sogno, la Via del Fratello, è appena diventato realtà
Si intitola così un racconto di Bernard Amy, il sesto della serie di dieci pubblicata nel 1987 dal Cda in un volume indimenticabile: Il più grande arrampicatore del mondo. A noi quella storia è sempre piaciuta, enigmatica e luminosa, tagliente come uno spigolo di granito. Una breve nota spiega il titolo: «Come quella che non si vede dalla Terra si chiama l'altra faccia della Luna, così tutte le pareti del Bianco che guardano in direzione opposta a Chamonix, ombelico del mondo, si chiamano Envers, cioè Rovescio». Ma di cosa parla questo racconto, di sole otto pagine? L'incipit è splendido: «I segreti e le piccole bugie che sovente fan da contorno all'apertura di una nuova via assomigliano molto ai sotterfugi degli amanti». Ma andiamo avanti. Di tanto in tanto si sente dire che quella è una via, che quella è una variante, che quella è... insomma se ne sentono di tutti i colori. Il personaggio Pierre, nel racconto, è lapidario: «Una “prima” come la si concepisce abitualmente non esiste più. Le han già fatte tutte. Bisogna trovare una cosa diversa, un'altra maniera... Vuol dire che, in una parete dove si passa dappertutto, io traccerò, in solitaria, un circuito bleausard, una successione di passaggi estremi di perfetta eleganza tecnica. La parete è un blocco di pietra su cui ciascun arrampicatore scolpisce la sua via, immagine del suo lavoro, e lascia abbastanza pietra perché chiunque altro possa creare a sua volta». In verità «l'importante non è aprire una via, ma arrampicare come se lo si stesse facendo». Il presupposto dell'idea di Pierre, secondo il quale, «una via si traccia molto più profondamente nello spirito», è chiudere a chiave schizzi e relazioni: soltanto così diventa possibile realizzare «un'opera sconosciuta con appigli conosciuti, ecco!».
Dopo qualche mese Pierre annunciò la nascita dei primi dieci metri della sua via: la via “Pigmeo-Leone” (l'uomo e la montagna), che in francese suona “Pygmée-Lion” e rimanda così a Pigmalione, l'artista mitico che scolpì una statua tanto perfetta della quale si innamorò. «Secondo lui (Pierre, ndr) non c'era altro sistema. Ogni passaggio doveva essere lavorato, modellato fino a diventare il passaggio perfetto, arrampicabile in libera, con il massimo delle difficoltà e il minimo di protezione possibile. Come un artista che ritorna centinaia di volte sulla sua opera, Pierre sarebbe andato su quella parete tutte le volte necessarie. Lui aveva il talento della testardaggine che, senza dubbio, avrebbe fatto andare in porto il suo progetto». Ma l'amico, che ci racconta la storia, era perplesso: «A me sembrava un modo di arrampicare troppo laborioso. Io so che la vera opera d'arte nasconde completamente il lato del lavoro, della necessità e dei bisogni che la sua realizzazione ha richiesto all'artista. Poco importa conoscere la maniera in cui un capolavoro è nato, lo si giudicherà in quanto compiuto». Così, un giorno...
«Mi ero informato, sapevo che nessuno era al corrente del progetto di Pierre. Non resistetti alla tentazione di andare ad aprire una via completa partendo dal tracciato dei suoi tentativi». L'amico cominciò a salire alla ricerca delle difficoltà, serpeggiando lungo la parete, trovando passaggi meravigliosi, ubriacandosi di arrampicata. Fino a quando, oltre un diedro difficile e ormai convinto della validità delle sue idee, di quello che stava facendo, si gettò a prendere fiato su un terrazzino. Fu allora che udì e vide: «A tutta prima credetti che qualcuno, nascosto da uno spigolo di roccia, stesse chiodando non molto lontano. Ascoltai meglio. Mi accorsi che i colpi continuavano regolarmente, molto diversi dal ritmo di una chiodatura. Catturato dalla curiosità mi diressi verso il salto di roccia che celava il martellatore». Eccolo: «Era molto vecchio, il corpo magro e secco, le braccia nude e nodose». Indossava un grembiule, dei pantaloni di velluto e un paio di scarponi. Al suo fianco – l'uomo era in piedi ad una cengia, intento ad incidere una placca con lo scalpello – stava appesa la borsa degli attrezzi. «Buongiorno! disse tranquillo. Io non sapevo che dire». Ecco allora la domanda, apparentemente inevitabile: «Ma lei, che sta facendo?». Risposta: «Non vede? Scalpello la pietra! Tutti quelli che mi incontrano mi fanno sempre la stessa domanda. Non riflettono bene su qualcosa che ben conoscono. Le montagne sono fatte di pietra. Lei crede che solo il caso le abbia modellate?». L'artista, ad un certo punto, cominciò a parlare del suo interlocutore: «Più parlava e più io scoprivo che sapeva tutto di me». Parlava delle montagne del presente, del futuro e agonizzanti, di quelle «solo rozzamente abbozzate nel cuore dei continenti» e di «coloro che, lontani dal mondo degli uomini, scolpiscono quelle opere immense». E parlò della fatica a cui aveva consacrato la vita, della grande stanchezza che stava per impedirgli di continuare la sua opera.
L'amico di Pierre, tornato a valle, passò l'inverno da uno scalpellino, ad imparare la sua arte: sarebbe poi sparito per sempre in montagna, a continuare la fatica del vecchio. «Comincerò – disse – da un compito che può apparire secondario: tornerò sulla via di Pierre, sulla sua parte non ancora tracciata. Là cesellerò gli appigli fino a ridar loro quella natura profonda di rugose asperità, mai toccate da dita umane. Pierre, senza volerlo, mi ha fatto conoscere colui che mi ha indirizzato al bel destino che ho scelto. Lui, il mio maestro, è della razza di quelli che sanno creare senza imporre agli altri le proprie concezioni. Per queste due ragioni gli devo un ultimo regalo d'amicizia: una pagina bianca e nuove parole per scrivere la sua via. Solo una cosa non so: per realizzare quello che gli sta a cuore, spera davvero in una pagina bianca e nuove parole?».
Il tempo, oggi come altre volte, è tiranno. Così la storia che avevamo in mente ve la racconteremo domani, rinviando a venerdì prossimo l'appuntamento settimanale con l'alpinismo del tempo che fu. Per non lasciarvi a bocca asciutta, però, abbiamo frugato nel nostro sacco pescando l'intervista a Pavle Kozjek – vista la conferenza in programma questa sera a Lecco - pubblicata sul numero 238 (gennaio 2007) di Alp. Qualcuno l'ha già letta? Gli chiediamo scusa. Agli altri, invece, potrebbe risultare assai interessante...
KOZJEK, LAMPO SOLITARIO SUL CHO OYU
Da una parte la folla, dall'altra un solitario impenitente. Da una parte una selva di tendine colorate e campi che sembrano campeggi, dall'altra lui e il suo zaino. Di là la monotonia del già detto e del già fatto, di qua, sulla parete sud-ovest del Cho Oyu, l'impresa di Pavle Kozjek. Che in quelle 14 ore, il 2 ottobre 2006, è stato un lampo dalla base alla vetta: via nuova al primo tentativo, in stile alpino, su un colosso di 8201 metri. La notizia arriva in sordina, come una favola, ma a tu per tu con Pavle prende una forma molto concreta.
È stata un'impresa nata quasi per caso...
«Mi sono aggregato ad un gruppo di amici, meno di un mese prima della partenza. Sapevo, grazie alle informazioni del giapponese Yasushi Yamanoi, che sulla sud-ovest del Cho Oyu c'era una possibilità importante e ho deciso di provare».
Quando hai pensato di tentare da solo? Perché?
«Prima di partire. Volevo salire veloce e leggero, come avevo già fatto sulle Ande. La mia prima volta senza compagni (e senza ossigeno) fu sull'Everest nel 1997: mi trovai benissimo. Da allora ho continuato lungo questa strada».
Come vedi la tua impresa?
«La via, nel complesso, non è estremamente difficile, anche se a 7200 metri presenta una lunghezza molto dura. Lì esistono due possibilità: affrontare una cascata di ghiaccio verticale o un muro di roccia. Temendo la neve farinosa al termine della colata, ho scelto la seconda opzione. Comunque, più che per la sua difficoltà, credo che la mia salita sia da segnalare per lo stile adottato, che sugli Ottomila è ancora rivoluzionario».
Hai dimostrato qualcosa?
«Sì. Che anche sui giganti himalayani lo stile superleggero non è un'utopia».
Anche sulla nord dello Jannu?
«Su pareti del genere, prevalentemente rocciose, non è possibile correre troppo. Ma sono sicuro che, in futuro, anche su quelle muraglie la velocità aumenterà sensibilmente».
Quando conta lo stile?
«Per me è tutto. Da quindici anni, con le idee e la pratica, sono un alfiere del fast and light e credo nel futuro di questo stile. Perché mette in luce le capacità fisiche e mentali dell'alpinista, lasciandogli delle profonde impressioni. Salire lentamente da un campo all'altro, anche su terreno tecnicamente più impegnativo, non potrà mai regalare le stesse sensazioni».
Yosemite Valley, Ande, Himalaya: cosa preferisci?
«Ho provato tutto e... mi piace tutto. El Capitan è stato un'eccellente palestra per il Cerro Torre e sulle Ande peruviane ho imparato molto per l'Himalaya. Negli ultimi anni, comunque, il mio terreno di gioco preferito sono state proprio le cime andine: non richiedono permessi, sono ricche di possibilità e una spedizione si risolve in tre settimane. Tra lavoro e famiglia ho sempre i giorni contati... Poi mi piace l'atmosfera dell'America latina: una vera ricarica delle batterie, in vista della stressante vita europea».
Che progetti hai?
«Ho in mente tre belle linee, sulle cime peruviane. L'estate prossima, quindi, spero di essere laggiù (www.intotherocks.splinder.com/post/15163342). Poi, ecco... sogno sempre salite come quella sul Cho Oyu. Ma penso anche a mia moglie e a mia figlia, che mi vorrebbero a casa. Sono entrambe sportive – Nada, mia moglie, pratica il triathlon, Ana Karin, mia figlia, fa parte della nazionale giovanile slovena di nuoto – ma temono che mi possa accadere qualcosa. E io le capisco».
Un'ultima domanda: cosa cerchi in montagna?
«Domanda difficile... Le montagne mi appagano, mi rendono soddisfatto. Qualche volta, durante una salita, mi capita di chiedermi: ma è necessario tutto questo? La risposta arriva alla fine, con un senso di gioia e di pace. Arrampicare mi viene naturale e credo che, nella vita, ognuno debba mettere a frutto i propri talenti. Non farlo sarebbe una specie di peccato».
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LA SCHEDA DEL CAPOLAVORO - Il 2 ottobre 2006, alle 18, lo sloveno Pavle Kozjek ha calcato la vetta del Cho Oyu (8201 m) per una nuova linea sulla parete sud-ovest – a sinistra della via Yamanoi (1994), a sua volta a sinistra della Kurtyka-Loretan-Troillet (1990) – e seguendo l'ultimo tratto della cresta ovest (salita da una spedizione polacca, 1986). Senza ricognizioni preventive, acclimatato lungo la via normale, Kozjek ha lasciato il campo base alle 3.30 del mattino, raggiungendo la cresta alle 10 e completando la scalata “a vista” in poco più di 14 ore. Il giorno stesso è sceso al campo 2 (7000 m) lungo la normale. La nuova via si sviluppa per 1100 metri in parete e per 900 metri in cresta, con un difficile tratto roccioso (V-) a quota 7200, superato da Pavle senza autoassicurazione. Zaino leggerissimo per il fuoriclasse sloveno: 3 thermos di liquidi, 6 barrette energetiche, guanti di ricambio, sacco da bivacco e macchina fotografica. Alle sue spalle, lo stesso giorno, si sono mossi anche altri quattro componenti della spedizione - Emil e Aljaž Tratnik, Uroš Samec e Marjan Kovač – che, ripetuta la linea sulla parete sud-ovest e raggiunta quindi la via normale, sono giunti in vetta il giorno seguente, dopo un bivacco. I quattro, dove Kozjek ha preferito affrontare il muro roccioso di V-, hanno salito (potendo assicurarsi) la colata di ghiaccio verticale.
PAVLE KOZJEK OSPITE A LECCO: DOMANI ALLE 21 APPUNTAMENTO DA NON PERDERE IN SALA TICOZZI. URBAN GOLOB, CHE SARÀ PRESENTE ALLA SERATA, RACCONTA A INTOtheROCKS LA SUA ULTIMA AVVENTURA CON IL SOLITARIO DELLA SUD-OVEST DEL CHO OYU
Pavle Kozjek, 49 anni, sloveno: alpinismo allo stato puro. Dalle Alpi alla Patagonia, dalla Yosemite Valley agli Ottomila (in stile insuperabile), dalle Ande Peruviane (le sue montagne preferite?) per tornare alle cime di casa: avventure incredibili, di cui abbiamo già parlato (www.intotherocks.splinder.com/post/15163342) e che dobbiamo ricordare. Perché domani sera (27 marzo), alle 21, il fuoriclasse di Lubiana, campione del fast and light, sarà protagonista in sala Ticozzi (via Ongania) a Lecco. Il titolo della serata, organizzata ancora una volta dal gruppo Gamma e dalla sezione cittadina dell'Uoei (ingresso 5 euro), è semplice e chiarissimo: “Le mie grandi, veloci arrampicate”. L'abbiamo già detto: alpinismo allo stato puro, un confronto tra due protagonisti – la montagna e l'uomo – che quando si incontrano danno vita a storie che non ci stancheremo di ascoltare. Così, in attesa dell'incontro di domani, abbiamo invitato Urban Golob, amico e compagno di cordata di Pavle, alpinista e fotografo (www.urbangolob.com), a raccontarci tra le altre cose Lepotica je zver (“La bella è la bestia”): una storia che in realtà è una via (550 m, VI+ e A1) tracciata il 9 settembre 2007 – da Pavle e Urban, naturalmente - sul Pilastro del Diavolo della parete nord-ovest del Prisojnik (o Prisank, 2547 m), complessa montagna delle Alpi Slovene che si innalza pochi chilometri a sud di Kranjska gora, nel gruppo del Razor (2601 m), a nord-ovest del celebre Triglav (2863 m).
UNA PARETE PIUTTOSTO INTERESSANTE
di Urban Golob
«La parete nord-ovest del Prisank (o Prisojnik, ndr) è piuttosto interessante. Imponente, si alza appena sopra la strada che da Kranjska gora porta al passo Vršič e quindi nella valle Trenta. Durante l'estate la carrozzabile è invasa dai turisti, dai ciclisti e dai motociclisti. Gli arrampicatori, invece, capitano da quelle parti soprattutto in inverno per salire le cascate ai piedi della parete, che non è troppo ambita dagli alpinisti moderni. Si tratta, infatti, di una muraglia molto vasta, dalla roccia non sempre compatta. Non mancano tuttavia alcuni settori verticali meritevoli di attenzione, dove la roccia è migliore. Gli avvicinamenti sono più lunghi, d'accordo, ma non si tratta di un vero problema: un climber in forma può raggiungere senza difficoltà in meno di due ore, grazie alle ferrate e alle larghe cenge, anche gli angoli più remoti della parete. Le possibilità di nuove vie sul Prisank non mancano e, negli ultimi anni, due alpinisti sloveni sono rimasti affascinati da questa montagna: Pavle Kozjek e il sottoscritto. La mia prima via nuova lassù risale al 1999 e supera quel settore di parete – ripido e caratterizzato da roccia bianca – chiamato Mala Goličica. La via è di media difficoltà – 350 metri di IV e V con un pizzico di VI+ - ma la prima ascensione fu una vera avventura. Ero con una ragazza che, reduce da una frattura ad una caviglia, due tiri prima della vetta si ritrovò con l'articolazione bloccata. In qualche modo, comunque, terminammo la salita per cominciare subito la lunga, lunghissima discesa (su terreno ripido e senza traccia). Il buio non si fece attendere troppo e, senza lampada frontale, fui costretto a trasportare e a calare alla cieca la mia compagna. Raggiungemmo l'automobile alle 2 del mattino! Cinque anni dopo proposi ad Aljaž Anderle di tracciare una linea nel settore superiore della parete. Delle placche chiare, ancora una volta, ci riservarono un'arrampicata più semplice del previsto: 400 metri fino al VI ma prevalentemente IV e V. Nel 2007 ho sentito ancora il richiamo della nord-ovest del Prisank: sono tornato lassù riuscendo a risolvere una via di V+ (più facile delle due precedenti) nel settore Skofova glava. La parete, nel frattempo, era nuovamente finita nel mirino di Pavle Kozjek che, dopo due “prime” risalenti ai primi anni Ottanta, aveva tracciato una via sul Pilastro del Diavolo – il settore più interessante della muraglia – e ripetuto una creazione del leggendario Franček Knez. Pavle, notata una bella possibilità nel cuore del pilastro, mi ha invitato a seguirlo. Era il 9 settembre ma faceva assai freddo: non è mancata neppure la neve. La via, che ci è costata dieci ore di fatica e abbiamo chiamato La bella è la bestia, si svolge inizialmente su roccia solida, con placche e fessure. Oltre un diedro strapiombante, con un tratto di A1, ci si ritrova su rocce rotte: una decina di metri per nulla piacevoli (“la bestia”) dopo i quali il terreno torna solido fino al termine. Ma ecco il commento di Pavle: “Siamo riusciti a scalare un'altra linea, davvero molto bella, su quel versante. E credo, nonostante le pareti principali delle Alpi Giulie siano state salite dappertutto e sia quindi difficile trovare “spazi bianchi” dove tracciare altri itinerari importanti, che sulla nord-ovest del Prisank non sia stata ancora detta l'ultima parola”».
In alto, Pavle Kozjek (arch. Kozjek). Qui sopra, Urban Golob (arch. Golob)

Urban Golob in azione sulla nord-ovest del Prisank (arch. Kozjek)

Ancora Urban impegnato sul Pilastro del Diavolo: in questo tratto de La bella è la bestia la roccia è ottima (arch. Kozjek)

Pavle Kozjek alle prese con “la bestia”: dieci metri di strana arrampicata su roccia tutt'altro che solida (arch. Golob)

Il Pilastro del Diavolo della parete nord-ovest del Prisank con le vie: Baebler-Župančič (1936, 450 m, V-, puntini blu), La bella è la bestia (in verde), la Via dell'Angelo (Knez e compagni, in blu) e un'altra creazione di Kozjek (in rosso, arch. Kozjek)

La bella è la bestia dalla base del Pilastro del Diavolo (arch. Kozjek)

La vasta e complessa parete nord-ovest del Prisank. La freccia indica il Pilastro del Diavolo (arch. Golob)
Giacomo Rossetti ci ha lasciati.
www.vallesabbianews.it/PaeseDettaglio.asp?NumArt=4321

Cerro Torre, parete est, via Quinque anni ad Paradisum – Ermanno Salvaterra, Alessandro Beltrami e Giacomo Rossetti, novembre 2004