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venerdì, 13 novembre 2009

GARE DI ALPINISMO

postato da carlocaccia alle 15:22 in varia, frammenti di storia

YURI KOSHELENKO RACCONTA

Dando appuntamento a venerdì prossimo per la terza puntata della storia alpinistica del Disteghil Sar (le prime due le trovate qui: www.intotherocks.splinder.com/post/21553920 e www.intotherocks.splinder.com/post/21642133), chiudiamo questa settimana dedicata quasi esclusivamente ai fortissimi russi (Sokolov, Babanov, Shamalo...) con un racconto di Yuri Koshelenko: un altro grande dell'est di cui sarebbe cosa lunga narrare le “gesta verticali”. Qui ci limitiamo a dire che, essendo autore di salite di gran classe, dal 1992 in avanti Yuri si è più volte affermato in diverse categorie del campionato russo di alpinismo e proprio di questa realtà - che, nata nel 1948, esiste ancora: www.intotherocks.splinder.com/post/17723328 - ci parlerà oggi. La sua testimonianza, assai interessante e coinvolgente, è tratta dal numero 180 (aprile 2000) di “Alp”.

Koshelenko«Come uomo e come alpinista sono nato in un grande paese che si chiamava Unione Sovietica. Da noi, la formazione di un alpinista era per legge legata alle classifiche sportive: la partecipazione alle competizioni era dunque obbligatoria. Presi parte al mio primo campionato russo di alpinismo nel 1992, ottenendo un buon risultato: la nostra squadra si piazzò al primo posto nella categoria alta quota, salendo lo sperone sud-ovest del Khan Tengri. Indubbiamente, però, le gare con arbitri e tutti i partecipanti nello stesso posto (le cosiddette gare “a vista”) sono quelle con la maggiore tensione agonistica. Nel 1994, il Campionato open che si svolse a Karavshin (Pamir-Alai, Kirghizistan, ndr) fu un appuntamento di questo tipo. La nostra squadra era relativamente giovane e priva di sufficiente saggezza tattica. Pertanto non ci aspettavamo di vincere contro alpinisti esperti come quelli di Ekaterinburg, San Pietroburgo e Kirov. Avevamo bisogno di fare esperienza e per noi quella competizione era come andare a scuola. Le regole della gara erano piuttosto semplici: vinceva chi accumulava più punti in quindici giorni, in base alla formula seguente: A=BxC:D, dove A è il risultato ottenuto moltiplicando B, il grado della via, per C, il numero degli alpinisti giunti in cima, diviso D, Odintsovil numero complessivo dei componenti la squadra. Ogni équipe poteva dividersi in più coppie e attrezzare la via con corde fisse. Quasi tutti i nostri avversari erano già stati nella regione, e ciò riduceva ancor più le nostre possibilità: rimanevano intatte la nostra passione e il nostro entusiasmo. Il leader della squadra di San Pietroburgo era Alexander Odintsov (con lui altri quattro alpinisti) mentre al comando dei team di Kirov e di Ekaterinburg c'erano rispettivamente Pavel Shabalin (con quattro compagni) e Alexander Klenov (con cinque compagni). Io guidavo il gruppo di Rostov sul Don, composto da me e da tre compagni. All'inizio salimmo rapidamente, in due giorni e mezzo, la via Vedernikov sul Pik 4810. Senza indugio attaccammo poi la via Moroz sul Pik Slesov. La squadra di Ekaterinburg si divise in coppie, attaccando tre vie contemporaneamente - sull'Ortotyubek, sul Pik Slesov e sul Pik 4810 - e facendo così incetta di punti. Quelli di Kirov avevano bisogno di riposo dopo il Naso dell'Ak-Su così Shabalin, l'ultimo giorno regolamentare, cominciò da solo il ciclo di quindici giorni. I “Peter” (San Pietroburgo) salirono la via Rusyaev sul Pik Asan nel tempo record di due giorni, ma Odintsov cadde e si ruppe una gamba. San Pietroburgo aveva programmato, come successiva salita, una via nuova al centro della parete nord-ovest del Pik 4810. A causa dell'abbandono di Odintsov, il punteggio per questo itinerario scese da 8,4 a 6,72 (8,4x4:5) ma venne deciso Shabalindi attaccare comunque, anche a ranghi incompleti. Il tempo peggiorò mentre tutte le squadre erano impegnate in parete: tre sul Pik 4810 e noi sul Pik Slesov. Nessuno si ritirò e, al termine di questa fase, la squadra di Ekaterinburg passò al comando, anche grazie al ritardo accumulato da quella di Kirov proprio a causa delle condizioni meteorologiche. Uno dei nostri si sentì poco bene durante l'ascensione e peggiorò dopo la discesa. La squadra di Kirov si prese un attimo di respiro, poi attaccò il Pik Slesov, con i “Peter” alle calcagna. Più tardi Alexander Ruchkin raccontò che Igor Potankin piazzava i nut nelle fessure un attimo dopo che lui aveva tolto i suoi: divertente. Quando ormai la squadra di Ekaterinburg era certa di avere la vittoria in pugno, entrarono in gioco altri fattori. La squadra di Kirov aveva pensato di bivaccare su una grossa cengia a metà della via Moroz sul Pik Slesov, ma rimase sorpresa nel vederla occupata dalla squadra di San Pietroburgo al completo. Incredibile ma vero, della partita era persino Odintsov, che aveva deciso di partecipare con la gamba rotta per non penalizzare il punteggio dei suoi. Noi, che non avevamo chance di batterci per le medaglie, attaccammo la Cresta dei francesi sull'Ortotyubek. La squadra di Kirov aveva molto tempo a disposizione ma, a causa di alcuni malanni, dovette rallentare Klenovl'andatura, abbandonando così tutte le attenzioni rivolte alle due vecchie rivali: la squadra di Ekaterinburg (che aveva ancora due giorni per concludere) e i “Peter” (a cui restava soltanto un giorno). Proprio i “Peter”, a tarda sera, scesero dal Pik Slesov con il malconcio Odintsov e il mattino dopo, molto presto, Potankin e Igor Barihin attaccarono la via Lebedev sull'Ortotyubek. Klenov e i suoi erano partiti per la Alperien sulla stessa montagna: due vie di 5B in due giorni! Sembrava impossibile eppure ce la fecero. Stanchi ma felici rientrarono due ore prima della scadenza del tempo massimo. Lo stesso fece Barihin, da solo, pochi minuti prima di mezzanotte: disse che Potankin aveva rimediato una distorsione e che non sarebbe arrivato in orario. Dopo varie discussioni anche la loro salita venne però inclusa nella classifica. Il gesto fantastico e disperato di Odintsov non era bastato a sconfiggere il potentissimo gioco di squadra di Ekaterinburg, che vinse la medaglia d'oro. Oggi, ad anni di distanza, ricordo bene quel momento cruciale. La forza di quel campionato si mantiene vivissima in me e mi dà una grande energia per andare sempre avanti».

Foto: Anna Piunova, www.mountain.ru

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mercoledì, 11 novembre 2009

BHAGIRATHI 2009: LE IMMAGINI DI MARKO PREZELJ (2)

postato da carlocaccia alle 17:00 in varia, himalaya, frammenti di storia

Lasciamo i russi - per un giorno soltanto: domani li ritroveremo – e torniamo in compagnia di Marko Prezelj, Rok Blagus e Luka Lindic. Perché, dopo le prime (www.intotherocks.splinder.com/post/21624499), oggi vogliamo proporre altre immagini scattate da Marko durante la recente spedizione ai Bhagirathi (www.intotherocks.splinder.com/post/21586191). Ricordiamo che le fotografie sono pubblicate in ordine cronologico (rispettando il giorno e persino l'ora) e costituiscono quindi, al di là del loro pregio estetico, un fedele resoconto visivo dell'avventura del terzetto sloveno nell'Himalaya del Garhwal.

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LA LUNGA ATTESA

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6 settembre 2009: l'imponente parete sud-est dello Shivling (6543 m), salita per la prima volta tra il 3 e il 9 settembre 1983 da Masaki Nakao, Kenji Ohama e Masami Yamagata, domina la confluenza del Kirti Glacier nel Gangotri Glacier. I giapponesi percorsero lo sperone al centro della muraglia e, dopo aver toccato la vetta, bivaccarono al colle tra la cima principale e quella sudoccidentale (6501 m, a sinistra) per scendere dall'altra parte lungo la cresta ovest (superata in occasione della prima ascensione assoluta della montagna, riuscita nel 1974 ad una squadra della “Indo-Tibetan Border Police”). La parete sud-est dello Shivling è delimitata a destra dalla cresta est che, come abbiamo già scritto, è stata salita nel giugno 1981, in 13 giorni, dal francese Georges Bettembourg, dagli australiani Greg Child e Rick White e dal britannico Doug Scott. Un altra leggenda d'oltremanica, Chris Bonington, ha invece messo a segno la prima ascensione del crinale (la cresta sud-est della cima sudoccidentale) che chiude a sinistra la muraglia: con Chris, dal 13 al 18 settembre 1983, il suo connazionale Jim Fotheringham. A sinistra dello Shivling, in posizione arretrata appena a sinistra del centro della foto, si nota il Meru Sud (6660 m), salito per la prima volta dai giapponesi nel 1980 (per la cresta sud-est, ben visibile) e poi soltanto nel luglio 2008 dai coreani Kim Sae-joon, Wang Jun-ho e Kim Tae-man (per la difficile parete nord-est, www.intotherocks.splinder.com/post/18421453).

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Notte tra il 6 e il 7 settembre: pace assoluta al campo base sul Gangotri Glacier, con lo Shivling (parete nord-est) e le stelle che stanno a guardare. Diciamo soltanto, rompendo per un attimo il magico silenzio, che le cime a destra, dall'altra parte del Meru Glacier (non visibile ma intuibile...) sfiorano (e forse superano) i 6000 metri di quota.

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10 settembre: neve e soltanto neve, non resta che aspettare...

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12 settembre: il sole, finalmente. Le grandi cime sono ancora proibite ma su quelle di pochi metri, che si innalzano qua e là sul ghiacciaio, il gioco può cominciare (anche soltanto per scattare qualche bella foto).

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martedì, 10 novembre 2009

Валерий Бабанов

postato da carlocaccia alle 14:44 in varia, frammenti di storia

NATO A OMSK IL 10 NOVEMBRE 1964, FORMATOSI ALLA DURA SCUOLA SOVIETICA E TRASFERITOSI A CHAMONIX - DOVE IL SUO NOME SI SCRIVE COSÌ: VALERY BABANOV - PER REALIZZARE I SUOI SOGNI, A 45 ANNI (AUGURI) È UNA DELLE STELLE DI PRIMA GRANDEZZA DELL'ALPINISMO MONDIALE, DAL CURRICULUM (VEDI SOTTO) CHE LASCIA SENZA PAROLE

BabanovDopo Gleb Sokolov e il suo Pobeda (www.intotherocks.splinder.com/post/21663506) restiamo in Russia o, meglio, coi russi. Primo perché il Pobeda si trova in Kirghizistan (sul confine con la Cina) e secondo perché Valery Babanov, il nostro protagonista odierno (nella foto), nel 1995 ha scoperto Chamonix e ha deciso di trasferirsi lì, lasciando la patria per realizzare il suo ideale di vita. Oggi il più occidentale degli alpinisti russi, che durante una lunga intervista per il libro Uomini e pareti 2 (Versante Sud, Milano 2009) ci raccontava tra le altre cose dei suoi inizi e dell'organizzazione del sistema sovietico, compie 45 anni – è nato a Omsk, nella Siberia occidentale, il 10 novembre 1964 - e lo vogliamo festeggiare a modo nostro, proponendo il suo incredibile curriculum e alcune immagini, da non perdere, che ci parlano di un uomo in perenne cammino e dei suoi fantastici mondi.

Babanov 1

Valery: mai fermo, instancabile, capace di realizzare anche i sogni più grandi (Jannu, pilastro ovest, 2007)

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VALERY BABANOV: LE IMPRESE E I RICONOSCIMENTI

1987- Sale cinque vie (ED) nel Pamir-Alai

1988- Sale sei vie (ED, ED+) nel Tien Shan e il Pik Lenin (7134 m, Pamir-Alai)

1989- Sale altri due dei cinque Settemila dell'ex Urss: il Pik Korgenevskaya (7105 m) e il Pik Kommunism (7495 m)

1990- Diverse scalate nel Tien Shan e nel Pamir-Alai, tra cui il Pik Korgenevskaya in velocità e il Pik Kommunism

1991- Doppio successo invernale nel Caucaso: Djailyk e Ushba Nord (4694 m, ED+). In estate supera la parete nord dell'Ak-Su (5217 m, Pamir-Alai; nella foto qui sotto: Valery, a sinistra, con Oleg Turaev ai piedi della parete dell'Ak-Su)

Babanov Valery Babanov & Oleg Turaev in Championatship on Ak-Su peak. In 1991 year

1992- Sale in invernale la parete nord (ED+) del Free Korea Peak (Svobodnaya Korea, 4740 m, Tien Shan). In estate scala il Pik Lenin (in velocità) e il Pik Russia (6888 m, ED+)

1993- Sale in solitaria la Nord del Free Korea Peak e, in cordata, la Ovest dell'Asan (4230 m, Pamir-Alai, ED+) e la Nord dell'Ak-Su (nella foto qui sotto: il gruppo sportivo dell'esercito durante quella spedizione, con Valery secondo da destra accosciato)

Babanov Sport club of Army team in Pamir. 1993 year.

1994- Mette a segno due notevoli solitarie: la parete nord-est dell'Admiralteets (5090 m, Pamir-Alai, ED+, in sette giorni) e la parete nord-ovest della Russian Tower (Pik Slesov, 4240 m, via nuova)

1995- Doppia trasferta a Chamonix con cinque solitarie: in marzo sale il Linceul sulla parete nord delle Grandes Jorasses (4206 m) e la Modica-Noury sul Mont Blanc du Tacul (4248 m); in estate sale la Directe des Capucins (uscendo per la Bonatti) sulla Est del Grand Capucin du Tacul (3838 m), la Direttissima Americana (prima solitaria, in sette giorni) sulla Ovest del Petit Dru (3733 m) e la Dufour-Fréhel sulla Nord del Grand Pilier d'Angle (4243 m). È ammesso nel GHM (Groupe de Haute Montagne)

1996- Continuano le solitarie: massiccio del Monte Bianco in gennaio, Yosemite Valley (The Prow sulla Washington Column e Zodiac su El Capitan) in maggio, tentativo sulla Nord dell'Ak-Su in luglio, McIntyre-Colton sulla Nord delle Grandes Jorasses in settembre

1997- In gennaio, senza compagni, tenta la Desmaison-Gousseault sulla Nord delle Grandes Jorasses; in primavera sale il Lhotse (8516 m); in estate supera la Nord dell'Eiger (3970 m) per la via Heckmair e, tra il 17 e il 18 settembre, con Thierry Braguier, apre Roulette Russe (1000 m, ED+) sulla Nord dell'Aiguille Sans Nom (3982 m, Monte Bianco)

1998- Tra il 10 e il 16 febbraio, con Yuri Koshelenko, apre Lena (VII e A3, foto qui sotto) sulla parete ovest del Petit Dru dove, durante l'estate precedente, si era verificato un gigantesco crollo. In autunno tenta il Lhotse Shar (8386 m) raggiungendo quota 8100

Babanov Valery Babanov.Petit Dry W.face new route Lena

1999- Due imprese in solitaria: tra il 7 e il 13 giugno apre Forever More (900 m, VI+ e A3) sul pilastro nord-est del Mount Barrille (2332 m, Alaska); tra il 16 e il 27 luglio traccia Eldorado (1200 m, A3/A4, VII e 90°) sulla parete nord (Punta Whymper, 4184 m) delle Grandes Jorasses

2000- Dal 20 al 28 maggio, in solitaria, apre in stile capsula una via nuova (1200 m, VI/VI+, A2/A3, M6 e 80°) sulla parete nord del Kangtega (6799 m, Himalaya del Nepal). Nominato al Piolet d'Or per l'apertura di Eldorado sulla parete nord delle Grandes Jorasses

2001- Tra il 17 e il 22 settembre, ancora una volta in solitaria, apre Shangri La (2000 m, VI/VI+, A1/A2, M5 e 75°) sulla parete nord-ovest del Meru Centrale (6310 m, Himalaya del Garhwal, India; nella foto qui sotto: Valery sulle rive del Gange prima della salita). Nominato al Piolet d'Or per la via nuova sul Kangtega

Babanov Valery on Gang river in India before Meru peak Central climbing. You should pray before

2002- Vincitore del Piolet d'Or con la solitaria sul Meru Centrale. Premiato, per le sue salite, anche al Festival di Trento

2003- Tra il 29 ottobre e il 2 novembre, per il pilastro sud-est (2500 m, V+, M5 e 90°, corde fisse fino a quota 6400), mette a segno con Yuri Koshelenko la prima assoluta del Nuptse Est (7804 m, Himalaya del Nepal; nella foto qui sotto: Valery in preghiera prima della salita)

Babanov pray in Pudga seremony in Nuptse BC. Spring 2003

2004- Nelle Canadian Rockies, con Raphael Slawinski, sale in prima invernale (e in prima ripetizione assoluta) Sphinx Face (VI e A2) sulla parete nord-est del Mount Temple (3543 m) e apre Aurora (600 m, WI6) sulla Nord del Mount Amery (3329 m). Con la prima ascensione del Nuptse Est vince per la seconda volta il Piolet d'Or (foto qui sotto)

Babanov Piolet d`or 2003.Valery Babanov & Yuri Koshilenko

2005- Canadian Rockies: il 10 aprile, con Raphael Slawinski, apre M31 (M4) sulla parete nord-est del Mount Andromeda (3450 m) e il 5 maggio, con Mark Toth, traccia una via nuova (400 m, M5) sulla parete nord-est del Mount Sir Douglas (3406 m). Tra il 7 e l'8 giugno, ancora con Slawinski, risolve Infinity Direct (1600 m, M5) sulla parete sud-ovest del McKinley (6194 m, Alaska)

2006- Il 16 maggio, in solitaria, traccia una via nuova (1100 m, M4/M4+) sulla parete ovest della cima nord (7199 m) del Chomo Lonzo (7790 m, Himalaya, Tibet)

2007- Dal 14 al 21 ottobre, con Sergey Kofanov, sale in magnifico stile alpino il pilastro ovest (3000 m, WI4+ e M5) dello Jannu (7710 m, Himalaya del Nepal; nella foto qui sotto: Valery impegnato su terreno molto tecnico lungo la sezione finale della via). Con questa salita (www.intotherocks.splinder.com/post/14388339) si piazza al secondo posto nella prima edizione del Piolet d'Or russo (www.intotherocks.splinder.com/post/14894415)

Babanov Valery on Hard mixed climbing at 7700 m on Nuptse

2008- In primavera, con Nickolay Totmjanin, sale il Dhaulagiri (8167 m) per la via normale dopo un tentativo lungo l'inviolata cresta ovest (www.intotherocks.splinder.com/post/16849036). Doppio successo in Karakorum con Viktor Afanasiev: dal 9 al 17 luglio, in stile alpino, risolve lo sperone ovest (3000 m, WI5 e M6) del Broad Peak (8047 m); dal 29 luglio al 1° agosto, nello stesso stile, apre una via (2300 m, WI4 e M5) sulla parete sud-ovest del Gasherbrum I (8068 m, www.intotherocks.splinder.com/post/18128532). La rivista americana Climbing assegna il Golden Piton per l'alpinismo alla scalata del pilastro ovest dello Jannu (www.intotherocks.splinder.com/post/16292085). Con la stessa impresa vince a Saint-Vincent la Grolla d'oro per la migliore realizzazione alpinistica internazionale riuscita nel 2007 a una guida alpina

2009- In primavera, con Viktor Afanasief, tenta una via nuova sulla parete ovest dell'Annapurna (8091 m, www.intotherocks.splinder.com/post/20391660)

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Babanov Valery on the SW ridge of Jannu at 7250 m

«Ogni nuova difficile scalata è un faccia a faccia con il pericolo e la fatica: elementi a cui non possiamo ribellarci e che rendono queste esperienze di valore inestimabile. Scalare le vette più alte, per vie impegnative, significa entrare in un altro mondo: in una realtà che, a poco a poco ma irreversibilmente, cambia le persone. Il tempo passa e ad un tratto, con grande sorpresa, ci si scopre trasformati, incapaci di vivere in un altro luogo se non lassù, tra le immense montagne bianche: si scende da una cima, verso la civiltà, soltanto per tornare in alto prima possibile. Perché l'Himalaya dà molto all'uomo, certamente, ma chiede in cambio il suo cuore e tutta la sua anima» (Valery Babanov, dall'intervista pubblicata su Uomini e pareti 2). Nella foto: il piccolo grande russo a 7250 metri sullo Jannu, con il Makalu, il Lhotse e l'Everest sullo sfondo

Foto: arch. Valery Babanov

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martedì, 03 novembre 2009

BHAGIRATHI 2009: LE IMMAGINI DI MARKO PREZELJ (1)

postato da carlocaccia alle 16:35 in varia, himalaya, frammenti di storia

prezeljMarko Prezelj (http://mark.amebis.si, nella foto a lato, di Giulio Malfer) non è soltanto uno dei migliori alpinisti del mondo: è anche un fotografo di talento, che in spedizione non rinuncia mai ai suoi apparecchi e obiettivi. Lo sa bene, ad esempio, Steve House, la cui amicizia con Prezelj si è cementata proprio grazie alla passione di Marko per la fotografia. L'aneddoto merita di essere riportato e, visto che lo abbiamo raccolto in presa diretta da House, glielo lasciamo raccontare in prima persona. «Marko l'ho conosciuto in Alaska – ci spiegava Steve – e ho capito subito che con lui sarebbe potuta nascere una bella intesa. Stavo organizzando una spedizione sulla Sud del Nuptse e gli ho proposto di venire. Proprio sul Nuptse, grazie ad un semplice episodio, la nostra amicizia si è molto consolidata. Stavamo salendo, per acclimatarci, lungo la via aperta di Chris Bonington e compagni nel 1961. Eravamo partiti insieme ma slegati e Marko, che come noto è un ottimo fotografo, si fermava in continuazione a scattare, costringendomi ad aspettarlo. Io mi sentivo un po' frustrato, pensando che eravamo lì per arrampicare e non per fare belle fotografie... Così ad un certo punto, dopo qualche ora, ho perso la pazienza: alla sua ennesima sosta ho fatto finta di nulla e non mi sono fermato. Subito dopo, voltandomi, l'ho visto che ce la stava mettendo tutta per recuperare il terreno perduto: saliva a tutta velocità, ansimante, e quando mi ha raggiunto mi ha chiesto il perché della mia “fuga”. Io gli ho detto la verità: “Io sono qui per scalare, non per scattare fotografie”. In quel momento Marko ha capito che, venendo con me, alle sue foto avrebbe dovuto in parte rinunciare. Comunque è sempre bravo a “rubare”molti scatti...». E Steve, in verità, oggi deve parecchio all'amico, visto che alcune delle più belle immagini che lo riguardano sono proprio opera di Prezelj. Un esempio? Quella che fa bella mostra di sé sulla copertina del recente libro di House (Beyond the mountain, Patagonia Books, 2009) e che, guarda un po', è proprio una di quelle scattate da Marko durante l'acclimatamento sulla parete sud del Nuptse. Anche in occasione della sua ultima avventura – la spedizione ai Bhagirathi con Rok Blagus e Luka Lindic (www.intotherocks.splinder.com/post/21586191) – Prezelj è riuscito a catturare inquadrature da incorniciare. Alcune le abbiamo già pubblicate (link precedente) e le altre, come annunciato, le proporremo da oggi in avanti in semplice ordine cronologico, creando così un vero e proprio “racconto visivo” della spedizione.

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I PRIMI TRE GIORNI

P1110538 (1)

3 settembre 2009: dolcezza e forza della natura sulla soglia del Gangotri Glacier, durante l'avvicinamento al campo base (anche se i due personaggi che animano l'immagine, per evidenti ragioni fotografiche, stanno camminando nella direzione opposta). Sullo sfondo, a sinistra (destra orografica del ghiacciaio), il Bhagirathi II, il Bhagirathi IV (si intravede appena) e il Bhagirathi III con le loro imponenti pareti occidentali. A destra, con la cima tra le nuvole, lo splendido Shivling (6543 m) la cui cresta est, contro il cielo a sinistra della vetta, è stata salita nel giugno 1981, in 13 giorni, dal francese Georges Bettembourg, dagli australiani Greg Child e Rick White e dal britannico Doug Scott.

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4 settembre: verso il campo base, dominato dalle inquietanti moli rocciose del Bhagirathi II (di cui si notano l'innevata parete nord superata nel 1938 in occasione della prima salita della montagna e, a destra della vetta, la cresta sud-ovest salita nel 1984 da Andrea Sarchi, Vincenzo Ravaschietto ed Egidio Bonapace), del Bhagirathi IV e del Bhagirathi III (sulla cui parete ovest, ben visibile nell'immagine, gli sloveni Silvo Karo e Janez Jeglič, dal 2 al 7 settembre 1990, hanno firmato una delle vie su roccia più grandiose del globo: 1300 m, VIII, A4 e 85°).

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5 settembre: ecco la neve, che rende ancora più affascinante il favoloso Shivling. A sinistra della verticale della vetta si intuisce la cresta est (vedi la prima didascalia) oltre la quale, a destra, si apre la parete nord-est: un appicco di 1500 metri scalato in 8 giorni, nel giugno 1986, da Paolo Bernascone, Fabrizio Manoni ed Enrico Rosso che, salendo nel cuore della muraglia, hanno incontrato difficoltà di VI, A1 e 90°. Da ricordare anche, sul filo della cresta nord (contro il cielo a destra della vetta), il notevole tentativo di Hans Kammerlander e Christoph Hainz che il 31 maggio 1993, in sole 12 ore e superando difficoltà fino al VII grado, sono saliti dalla base della montagna a 300 metri dalla vetta. A quel punto, sorpresi dalla tempesta, i due altoatesini hanno dovuto scendere lungo la via appena percorsa, rimettendo piede al campo base alle 4.30 del mattino del giorno successivo (dopo 12 ore e mezza di ritirata).

link al post | categoria varia, himalaya, frammenti di storia
martedì, 20 ottobre 2009

IL SESTO LEOPARDO

postato da carlocaccia alle 12:21 in varia, pamir, tien shan

NICKOLAY TOTMJANIN, A 50 ANNI SUONATI, HA CONQUISTATO PER L'ENNESIMA VOLTA IL RICONOSCIMENTO RISERVATO AI SALITORI DEI CINQUE SETTEMILA DELL'EX UNIONE SOVIETICA

A Valery Babanov, un giorno, abbiamo chiesto le sue preferenze riguardo i compagni di cordata: meglio i giovani, come ad esempio Sergey Kofanov, o personaggi più “maturi” come Nickolay Totmjanin o Yuri Koshelenko? Questa la sua risposta: «Non bado molto all'età del mio compagno. Tuttavia, se l'obiettivo è una difficile parete himalayana, da salire in stile alpino, preferisco un socio tecnicamente forte e provvisto di quell'esperienza di scalate in alta quota che, di solito, matura pienamente attorno ai quarant'anni. Tanto Kofanov quanto Koshelenko sono alpinisti eccezionali, persone di notevole spessore. Tuttavia, per quanto riguarda l'esperienza, non ci sono dubbi che Totmjanin appartenga ad una categoria superiore». Parole pesanti, dette da un grandissimo notoriamente assai equilibrato, dimostrate da una paurosa lista di imprese e come se non bastasse dall'ultimo prestigioso traguardo raggiunto da Totmjanin. Nickolay, infatti, durante l'estate scorsa, salendo per l'ennesima volta il Khan Tengri (il 26 luglio) e il Pik Pobeda (il 6 agosto), ha messo in bacheca il sesto Snow Leopard (“Leopardo delle nevi”) della sua carriera, dopo quello conquistato ben 25 anni fa, nel 1984, e quelli del 1997, 1998, 1999 e 2002. Ricordiamo, per chi non lo sapesse, che lo Snow Leopard è il riconoscimento riservato ai salitori di tutti i Settemila dell'ex Unione Sovietica: un quintetto di colossi che, oltre ai citati Khan Tengri (è un Settemila per tradizione, quotato ufficialmente 7010 metri ma in realtà 15 metri più basso) e Pik Pobeda (7439 m), comprende il Pik Korgenevskaya (7105 m), il Pik Lenin (7134 m) e il Pik Kommunism (7495 m).

totmjaninNickolay Totmjanin (nella foto, www.russianclimb.com), nato l'8 dicembre 1958 e alpinista dal 1977, russo di San Pietroburgo, come anticipato poco fa vanta una lunghissima serie di scalate estreme. In vetta al Pik Lenin nel 1982, nel 1984 ha partecipato all'apertura della via Moshnikov sulla nord dell'Ak-Su (5217 m, Pamir Alai). Nel 1985 ha salito in invernale la Popenko sulla parete nord del Free Korea Peak (Svobodnaya Korea, 4740 m, Tien Shan) e tre anni dopo, sulla stessa muraglia, ha partecipato all'apertura di una proibitiva via nuova. Da non dimenticare, del 1986, la prima ascensione invernale del Pik Korgenevskaya (via Romanov) e, del 1990, la corsa di 28 ore dal campo base alla vetta e ritorno sul Pik Kommunism. Nello stesso anno ha partecipato alla spedizione che ha avuto la meglio sulla parete sud del Lhotse (8516 m, Totmjanin ha toccato quota 8350) e nel 1997, oltre al Khan Tengri in 14 ore e 3 minuti (salita e discesa) ha superato in inverno la Nord dell'Eiger (3970 m) per la Direttissima John Harlin. Nel 2001 ha firmato la prima invernale (terza ripetizione assoluta) della mitica Sueños de invierno sul Naranjo de Bulnes (2519 m, Cordillera Cantábrica, Spagna) e nel 2003, senza ossigeno supplementare, ha salito l'Everest (8848 m) per la via normale tibetana. Nel 2004 è giunto in vetta allo Jannu (7710 m) per la parete nord e nel 2005 si è cimentato sul Menlungtse (7181 m, in stile alpino, con Yuri Koshelenko e Carlos Buhler) vincendo i 1800 metri della parete nord ma rinunciando alla vetta (che distava circa 15 lunghezze di corda, in cresta) per un malore di Koshelenko. Nel 2006 ha tentato la Nord-est del Masherbrum (7821 m), nel 2007 ha raggiunto la vetta del K2 (8611 m) per il bastione roccioso della parete ovest e nel 2008, con Valery Babanov, ha tentato una via nuova sulla lunghissima cresta ovest del Dhaulagiri (8167 m) ripiegando poi, per le cattive condizioni meteorologiche, sulla via normale (cima raggiunta il 1° maggio). Concludiamo ricordando che all'inizio della scorsa primavera, in vista di un prossimo tentativo invernale sul K2, Totmjanin ha effettuato con Viktor Kozlov una ricognizione preliminare ai piedi del gigante del Karakorum, studiandone con attenzione il versante pakistano (meridionale) alla ricerca della migliore via di salita.

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venerdì, 16 ottobre 2009

GRANDES JORASSES, SPERONE CROZ: TUTTO DA VEDERE

postato da carlocaccia alle 12:29 in varia, alpi occidentali

Strano (ma in fondo comprensibile) destino quello dello Sperone Croz della parete nord delle Grandes Jorasses, relegato nell'ombra (si fa per dire: nel mezzo della muraglia le ombre vere non mancano mai) dall'impresa di Cassin e compagni sullo Sperone Walker. Perché la via aperta con incredibile determinazione da Rudolf Peters e Martin Meier tra il 28 e il 29 giugno 1935 è ancora oggi un affare assai serio, poco ripetuto anche perché impone le più genuine tribolazioni alpinistiche. Se ne sono resi conto i britannici Jonathan Griffith (26 anni) e Will Sim (19), passati recentemente da quelle parti seguendo inizialmente le prime lunghezze della via aperta tra il 17 e il 18 luglio 1977 dagli sloveni Franc Knez, Vanja Matijevec, Iado Vidmar e Joze Zupan e “raddrizzando” in questo modo la linea del 1935. Direte: la notizia è tutta qui? Nossignori. Proprio ieri, dopo la perla sulla corsa di Ueli Steck sulla medesima parete (www.intotherocks.splinder.com/post/20793179), l'alpinista e fotografo Griffith ha pubblicato un bellissimo filmato sullo Sperone Croz: cinque minuti di grande intensità che vi consigliamo vivamente. Per assistere al nuovo spettacolo “jorassiano” basta cliccare qui: www.vimeo.com/7080015.

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mercoledì, 14 ottobre 2009

VENTICINQUE ANNI DI “PRIME”

IL 14 OTTOBRE 1984 UN RAGAZZINO GARDENESE CHE BIGIAVA LA SCUOLA PER ANDARE AD ARRAMPICARE APRIVA DA CAPOCORDATA, SUL GRANDE PIZ DA CIR, LA SUA PRIMA VIA NUOVA. DA QUEL GIORNO IL RAGAZZINO NON SI È MAI FERMATO E OGGI, NELLE DOLOMITI, GLI ITINERARI CHE PORTANO LA FIRMA DI IVO RABANSER NON SI CONTANO PIÙ

into14.10.1984A pagina 340 della guida Odle-Pùez di Lorenzo e Pietro Meciani, quasi nascosta tra le creazioni degli anni Trenta dei vari Runggaldier, Perathoner e Demetz, la Via dell'autunno di Ivo e Antonio Rabanser lascia per un attimo interdetti. Non tanto per le sue caratteristiche tecniche (250 metri di III e IV con un tratto di V, saliti con 5 chiodi) quanto perché risale al 14 ottobre 1984 quando Ivo, nato nel 1970, aveva soltanto 14 anni. E badate bene: quel giorno, sulle pareti ovest e nord del Grande Piz da Cir (2592 m), il cui lato migliore è la parete sud che domina il Passo Gardena, la cordata famigliare (Antonio è il padre di Ivo) era come sempre guidata dallo scalpitante puledrino biondo, che bigiava la scuola per andare ad arrampicare. Già avvezzo a muoversi nella severa magia delle crode, quel giorno il nostro enfant terrible pensò di andare oltre il già fatto e di realizzare qualcosa di tutto suo: di passare dove nessuno era mai passato per dare finalmente sfogo a quella vena creativa che l'altro “suo” sport, il ciclismo, non gli dava modo di sviluppare. La Via dell'autunno è la sua “opera prima”: l'incipit di una carriera verticale caratterizzata dall'assidua, metodica ed emozionante ricerca (e soluzione) di linee mai salite. Quanti sono oggi, nelle Dolomiti, gli itinerari che portano la firma di Ivo Rabanser? Lo stesso autore ha perso il conto e quando, un giorno o l'altro, si metterà con pazienza a tirare le somme, vi faremo sapere più che volentieri il risultato. L'importante, per ora, è aver individuato il punto di partenza: il granello di senape da cui è cresciuto il grande albero. Lasciato il ciclismo – temeva forse, lui cultore della storia, di fare la stessa fine di Tita Piaz? - Ivo è passato a tempo pieno all'alpinismo e quel 14 ottobre di 25 anni fa, fissando incantato e serio l'orizzonte dalla cima del Grande Piz da Cir (foto sopra), ha forse intuito che il futuro, da una montagna all'altra, sarebbe stato una continua scoperta, all'insegna della meraviglia.

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Giovani alpinisti: Ivo Rabanser (a destra) e un amico nel 1985

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Giovane ciclista...

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Campione in fasce: Ivo a otto anni con un trofeo più grande di lui...

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La gialla parete sud (alta circa 350 metri) del Grande Piz da Cir

Foto: arch. Ivo Rabanser

martedì, 29 settembre 2009

CAMILLO PELLISSIER: L'EROE DEL KANJUT SAR

postato da carlocaccia alle 12:26 in varia, frammenti di storia, karakoram

Kanjut 2Aveva conosciuto il mondo e ci ha lasciati, nel 1966, su una via classica di una montagna della sua valle: la Cresta Albertini della Dent d'Hérens. E se fosse stato ancora tra noi, Camillo Pellissier avrebbe compiuto proprio oggi 85 anni, essendo nato a Valtournenche il 29 settembre 1924. Molti ne ricordano il nome grazie alla via che Enrico Mauro e Mirko Minuzzo gli hanno dedicato, nel 1967, sulla parete nord della Cima Grande di Lavaredo. Ma pochi, forse, sanno che “Camillotto” è entrato nella storia dell'alpinismo grazie alla sua impresa solitaria del 1959, giusto 50 anni fa, sul Kanjut Sar (www.intotherocks.splinder.com/post/12770616): la prima ascensione assoluta di quel colosso di 7760 metri che chiude a nord il Khani Basa Glacier, nel bacino dell'immenso Hispar Glacier (Karakorum occidentale), a est di altri giganti come il Kunyang Chhish (7852 m) e il Pumari Chhish (7492 m). Nel 1956, nell'ambito della spedizione in Terra del Fuoco guidata da Alberto Maria De Agostini e composta tra gli altri anche da Carlo Mauri e Clemente Maffei a cui riuscì la prima ascensione assoluta del Monte Sarmiento (2246 m), Pellissier realizzò con Luigi Carrel e Luigi Barmasse la seconda salita del Monte Italia (2197 m). L'anno seguente partecipò alla spedizione di Guido Monzino in Patagonia, cogliendo un doppio successo: la prima ascensione assoluta della cima principale del Paine Grande (3050 m) con Jean Bich, Leonardo Carrel, Toni Gobbi e Pierino Pession (27 dicembre 1957) e la prima ascensione assoluta della Torre Nord del Paine (2260 m) con gli stessi tranne Gobbi (17 gennaio 1958). Successivamente, ancora con Monzino, si recò due volte in Groenlandia dove, il 6 agosto 1962, firmò la prima salita della parete sud del Devil's Thumb (300 m, V).

Nella foto (www.summitpost.org): l'imponente mole del Kanjut Sar (7760 m) domina da nord il Khani Basa Glacier. La prima ascensione, conclusa il 19 luglio 1959 da un solitario Camillo Pellissier, si è svolta lungo la cresta a destra della vetta

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lunedì, 28 settembre 2009

INTERVISTA A DENIS URUBKO

postato da carlocaccia alle 16:13 in varia, himalaya

IL KAZAKO D'ACCIAIO RACCONTA IL SUO CHO OYU

denisDopo le immagini mozzafiato(www.intotherocks.splinder.com/post/21367258) torniamo alle parole, lasciando che Denis Urubko (nella foto) ci racconti per bene del suo capolavoro sul Cho Oyu (e non solo). Noi, prima di cominciare con le domande, ricordiamo soltanto che il fuoriclasse kazako (d'adozione) è nato a Nevinnomyssk (in Russia, a nord del Caucaso) il 29 luglio 1973 e ha ereditato la passione per la montagna dal padre, topografo. Nel 1987 la famiglia Urubko si è trasferita sulla grande isola di Sakhalin, a nord del Giappone, e nel 1990 a Vladivostok. Denis studiava, lavorava come netturbino e guardarobiere, sognava di diventare attore e tuttavia – formato alla “scuola” di Nanga Parbat in solitaria di Reinhold Messner – dedicava tutto il suo tempo libero alle ascensioni. Nel 1992, dopo le prime trasferte nel Pamir, ecco la svolta: l'incontro con Ervand Ilyinsky, leader del corpo sportivo militare kazako. All'inizio del 1993 Denis si trasferisce così ad Almaty e nel dicembre dello stesso anno, dopo aver lavorato come attore e dopo alcune salite nel Tien Shan (Marble Wall e Khan Tengri) viene finalmente arruolato nell'esercito. Da quel momento il crescendo è stato inarrestabile e oggi il ventenne sognatore senza dimora, che dormiva sulle panchine della vecchia capitale del Kazakistan, è uno dei migliori alpinisti del mondo.

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Into1Credo che molti, a proposito della vostra impresa sul Cho Oyu, siano rimasti stupiti dal fatto che siete scesi lungo la via appena aperta. Perché non avete seguito la normale?

«In realtà, prima di decidere di scendere lungo la via nuova (foto a lato), pensavamo di tornare a valle per la via austriaca del 1978 – non troppo ripida e generalmente sicura – sulla stessa parete sud-est. L'arrivo del maltempo ci ha però precluso questa possibilità, lasciandoci aperta una sola porta: la nostra via. È vero: le scariche non ci hanno risparmiati e qualche volta il pendio non ha ceduto soltanto per miracolo. Ma la nostra via era l'unica al di fuori del tiro delle valanghe».

È quindi una via sicura?

«No. E sono certo che qualcuno avrà pensato che abbiamo rischiato troppo, che abbiamo dato un cattivo esempio alle nuove generazioni, che abbiamo proposto un modo folle di accostarsi alle montagne... Io, però, ho scelto di vivere in questo modo: l'alpinismo è una fuga dalle regole dei burocrati e nessuno può decidere per me quello di cui ho bisogno. I voli spaziali sono tanto pericolosi quanto le avventure nella wilderness: lo abbiamo forse dimenticato?».

Ci sono altre possibilità sulla Sud-est del Cho Oyu?

«Sicuro! Ne restano ancora diverse. Si tratta di una parete incredibilmente interessante, dove è ancora possibile scoprire linee facili e difficili».

È possibile un confronto tra le tue vie sul Broad Peak, sul Manaslu e sul Cho Oyu?

«Quella sulla parete sud-ovest del Broad Peak (aperta dal 19 al 25 luglio 2005 con Serguey Samoilov, ndr) è stata la mia prima via nuova su un Ottomila. Non avevo alcuna esperienza e tanti dubbi. E sentivo la pressione del Cska (Club sportivo centrale dell'esercito, ndr), degli sponsor, degli amici... Tutto questo mi toglieva un sacco di energia. Si tratta di una linea molto tecnica (3000 m, VII, A2, M6 e 70°, ndr) che resta la mia più difficile salita su un Ottomila: un'esperienza che mi ha fatto credere di più in me stesso. La via sulla parete nord-est del Manaslu (risolta dal 4 all'8 maggio 2006, sempre con Samoilov, ndr) non è stata una passeggiata ma neppure così difficile (3000 m, VI+ e 75°, ndr) mentre col Cho Oyu ho messo in pratica un'idea: non dichiarare nulla prima della spedizione. In questo modo non ho subito influenze esterne: eravamo soltanto io, Boris e la montagna. Abbiamo lottato col cattivo tempo, con la mia malattia prima dell'attacco e abbiamo sentita nostra la più pericolosa scalata a 8000 metri».

Cosa intendi per “più pericolosa”?

«Non c'erano possibilità di tornare indietro e qualche volta fatico ancora a capire come siamo riusciti a scendere alla base della parete. Il destino ci ha concesso di rimanere vivi. Sia sul Broad Peak sia sul Manaslu ero sceso per le facili vie normali: sul Cho Oyu mi sono ritrovato su pendii difficili e pericolosi, comprendendo a fondo quanto sono importanti per me i miei bambini. Ho imparato a vedere le cose più semplici – la luce del sole, l'acqua, il cibo... - come un miracolo. I 14 Ottomila, forse, mi hanno permesso di crescere».

Into15Cos'hai pensato una volta arrivato in vetta al Cho Oyu, a “collezione” conclusa?

«Non mi sono mai posto l'obiettivo di salire tutti gli Ottomila. Questo risultato, nel mio caso, è stato soltanto la logica conseguenza della ricerca di difficili vie nuove su quelle montagne. Sulla vetta del Cho Oyu (foto a lato) non mi sono sentito felice: la stanchezza era troppa. L'unica sensazione piacevole era dovuta al fatto che non c'era più niente da salire. Ricordo poi la rabbia: qualcosa che in precedenza non avevo mai provato».

Perché la rabbia? Puoi spiegarci meglio?

«Ero molto arrabbiato per la mia decisione di continuare a salire nonostante il cattivo tempo, nonostante avessi capito che io e Boris, per sopravvivere, avremmo dovuto tornare indietro. Ero arrabbiato con me stesso per aver scelto la vetta piuttosto che la vita. È stato questo il mio unico vero pensiero sulla cima del Cho Oyu, la sera dell'11 maggio scorso».

Hai seguito la strada di gente come Kukuczka, che non si accontentava della vetta per la via normale...

«È un complimento e ti ringrazio. Ma Kukuczka è arrivato prima di me. Io mi sono limitato a seguire il suo esempio e quello di fuoriclasse come Kazbek Valiev, Vlad Smirnov e Anatoly Bukreev, pionieri del nuovo stile. Per essere come loro occorre percorrere una strada alternativa, con regole e obiettivi diversi: io, che ho scelto di continuare il loro gioco, ci sto provando. E un giorno, forse, anch'io avrò la possibilità di dire la mia! Per ora continuo a sperare».

Into7A proposito di Boris Dedeshko (foto a lato): come vi siete conosciuti? Avete nuovi progetti in cantiere?

«Boris, che ha 37 anni, ha cominciato ad arrampicare circa sette anni fa compiendo molte salite, avendo alcuni incidenti ma senza mai puntare ad obiettivi ambiziosi. Tre anni fa, però, è venuto da me chiedendomi se poteva allenarsi sotto la mia guida. Così abbiamo pensato ad un piano per l'alpinismo estremo: ora, a formazione conclusa, spero che il futuro ci riservi altre interessanti salite insieme. Boris, sugli Ottomila, è un compagno ideale e l'anno prossimo torneremo in Himalaya o in Karakorum: ovviamente non abbiamo ancora idee precise ma pensiamo di aprire una o più vie».

Serguey Samoilov - il tuo fortissimo compagno sul Broad Peak, sul Manaslu e sullo spigolo nord del K2 - qualche mese fa ci ha lasciati. Come hai reagito alla tragedia?

«Non mi sembra vero, non riesco a capacitarmi dell'accaduto. Non riesco a parlare di quanto successo. La morte di Serguey mi ha sconvolto. In questo momento, per me e per i ragazzi che sto preparando all'alpinismo (www.intotherocks.splinder.com/post/21360827), non ci sono alternative: la tragedia di Serguey deve essere una lezione da non dimenticare».

L'evoluzione dell'alpinismo himalayano significa per forza salite sempre più rischiose?

«Sì, ma soltanto per noi, in questo momento. Perché ciò che oggi appare pericoloso, domani potrebbe non esserlo più. Il rischio non è una costante ma varia: col tempo si riduce. Il miglioramento dei materiali, gli sviluppi della medicina e della fisiologia, la preparazione psicologica degli alpinisti: sono tutti elementi che fanno diminuire i rischi. Cinquanta o sessant'anni fa, ad esempio, una salita come quella che mi è riuscita sul Cho Oyu poteva essere considerata alla stregua di una sfida temeraria, stupida. Oggi, invece, pur rimanendo nella lista delle scalate altamente rischiose, non è vista come qualcosa di folle. E forse, tra qualche anno, rientrerà nella norma anche l'apertura in solitaria, in giornata, di una via diretta sulla parete sud del Kangchenjunga».

Credi sia giusto, dal punto di vista etico, esporsi a certi rischi?

«Sentiamo la necessità di agire: gli uomini hanno bisogno di veri traguardi e del modo per raggiungerli. E non penso soltanto all'alpinismo... L'etica alpinistica è diversa per ciascuno di noi: le regole sportive non valgono per gli alpinisti “normali”, che partecipano ad una spedizione per ricavarne piacere. Così, se io decido di seguire un cammino speciale, non devo sentire il dovere di obbligare gli altri a fare lo stesso. Tutti - tranne i forti alpinisti sportivi - devono essere liberi».

Un'ultima domanda: sei soddisfatto delle tue salite? O sei ancora in cerca di qualcosa?

«Certo: sono soddisfatto di quello che ho realizzato finora. Ma si tratta soltanto di un passo, che mi dà la possibilità di proseguire la mia ricerca nell'arte dell'alpinismo. Così spero di continuare ad avere abbastanza energia per tracciare altre vie sugli Ottomila e, allo stesso tempo, per gustare la vita».

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martedì, 22 settembre 2009

COMPLEANNI: JUNKO TABEI

postato da carlocaccia alle 10:29 in varia, frammenti di storia

tabei5 maggio 1974: le giapponesi Miyeko Mori, Masako Uchida e Naoko Kuribayashi raggiungono la vetta del Manaslu e diventano le prime donne ad aver salito un Ottomila. Poco più di un anno dopo, il 16 maggio 1975, la loro connazionale Junko Tabei (nella foto) tocca invece la cima dell'Everest: finalmente, dopo 39 successi maschili, anche il Tetto del Mondo si tinge di rosa. Junko – che essendo nata il 22 settembre 1939 proprio oggi compie 70 anni – si è poi cimentata con successo sullo Shisha Pangma (un'altra prima femminile, il 30 aprile 1981) e sul Cho Oyu (nel 1996) e il 28 luglio 1992, con la salita dell'Elbrus, è stata la prima donna a mettere in bacheca tutte le Seven Summits.

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